Switch-off the Internet? WTF!?!


Alcuni spunti di riflessione sullo stato in rete e della rete

Un paio di giorni fa sulle colonne di Infoaut è apparso un editoriale su un disegno di legge,in via di discussione al Congresso statunitense, che prevederebbe l’eventuale possibilità di “chiudere” o “spegnere” internet per 90 giorni previa autorizzazione presidenziale.

Ma cosa significa “spegnere la rete”? Se non si definisce quest’affermazione  e non si va oltre la fascinazione (e l’implicita necessaria semplificazione) del titolo giornalistico si rischia di non capire nulla e sbagliare. I termini della questione, pure già oggetto di aspra polemica, sono ora come ora abbastanza vaghi. Per rispondere alla domanda che ci siamo posti non possiamo che limitarci a vagliare alcune ipotesi.

Tralasciamo immediatamente i balbettamenti sulla “natura” democratica della rete (il “fu” nemico mortale del concetto di sovranità, frutto di un dogmatismo sconfitto ormai a più riprese ed in diversi match)  e proviamo a spostarci su un piano più concreto.

Se col nebuloso concetto di “spegnere l’internet mondiale” si rimanda ad una generica inibizione nell’accesso ai network americani, con le ricadute che questo può determinare – per quanto, sia ben chiaro, rispetto a 10 anni fa il numero relativo dei server presenti in
territorio americano è senz’altro più basso – allora siamo di fronte ad un grosso abbaglio.

Un’ ipotesi di questo genere oltre ad essere un suicidio di portata globale per l’immagine del drappo a stelle e strisce, sarebbe prima ancora una tragedia per gli Stati Uniti stessi
sotto molteplici e ben più rilevanti punti di vista. Se internet oggi è la spina dorsale dell’erogazione dei servizi nelle economie a capitalismo avanzato, l’ipotesi di “spegnerla” che tipo di ricadute potrebbe avere sugli scambi borsistici di tutto il mondo? C’è da immaginarsi un’apocalisse al cui confronto le perdite di Wall Street del dopo 11 settembre sarebbero una bazzecola.
Ma non solo. E l’e-commerce? E la gestione di infrastrutture civili (centrali elettriche e nucleari)? E l’ordine pubblico (che sempre più fa uso operativo di database per la raccolta dati)? Il problema quindi non sarebbe legato “solo” alla questione dell’economia ed ai flussi finanziari (che certo non è affarino di poco conto) ma all’intera vita di una nazione che verrebbe immediatamente paralizzata. L’ipotesi è francamente risibile.

Se invece per “spegnere la rete” si parla di un’eventuale perimetrazione, di creazione di confini e conseguente attività di controllo e monitoraggio sulla rete statunitense in
particolari momenti di crisi, allora la questione è diversa. Oggi il concetto di “cyberwar” – fino a qualche anno fa suggestione di un  immaginario cyberpunk , che pure palpabile era ancora di la da venire – comincia ad entrare nei manuali militari ed è uno degli orizzonti strategici che eserciti americani,asiatici ed europei perseguono, con tutto ciò che ne deriva in termini di investimenti della spesa pubblica.

Ma che gli Stati Uniti vogliano mettere in piedi uno “scudo” informatico, volto ad annullare qualsiasi tipo di “rappresaglia massiccia” nei propri confronti, non è certo cosa nuova. È piuttosto il coronamento di un percorso e di un indirizzo politico condiviso fra le diverse amministrazioni americane da diversi anni a questa parte.
Una delle prime mosse dell’amministrazione Obama fu proprio quella di annunciare l’istituzione del cosiddetto “cyberzar”, ovvero di una personalità che
da sola coordinasse tutte le attività di difesa informatica della nazione (semplificando al massimo). E attenzione perché già negli anni ’90 l’amministrazione americana si era mossa in questo senso, togliendo il controllo dei root server DNS (le architravi dell’architettura della rete mondiale) ai “cybersoviet” che fino ad allora li avevano amministrati.

Quindi se spegnere la rete significa “perimetrare una rete nazionale” allora la domanda da porsi è se questo sia possibile.
Ha senso dare una risposta univoca? Probabilmente no.
Ha senso dare una risposta caso per caso? Probabilmente si.

Questa è però un’operazione complessa, perché significa osservare un insieme di variabili e fare diversi calcoli sul piano dei  costi e dei benefici
che ne conseguirebbero. Quali sono queste variabili? Certo economiche,certo politiche, certo legate alle tradizioni giuridiche, ma anche (per
dirne una) geografiche.
Due esempi semplici semplici possono dare l’idea, evitando il solito refrain sulla Cina (certo è un esempio paradigmatico ma anche altro si muove nella confusione che regna sotto
il cielo).

Perché in Australia da ormai diverso tempo si combatte una battaglia durissima sulla possibilità di approvare una legge contro il P2P, in grado di bloccare il fenomeno mettendo sotto
controllo la rete? Se da una parte non ci è dato conoscere l’intera rosa delle motivazioni, è altresì plausibile che i costi per lo stato australiano nell’attuare questo intervento siano relativamente ristretti , dal momento che esistono solo pochi ponti di collegamento con le dorsali di internet sul continente (ci perdonino il lessico
grezzo gli informatici di mestiere). L’operazione potrebbe essere possibile anche perché poco costosa.

Perché l’Islanda (un’entità giuridica sovrana, non certo il piccolo “Principato di Sealand” narrato da Goldsmith e Wu ne “I padroni di Internet”) ha recentemente approvato
una legge che la rende un “paradiso fiscale” per i dati sensibili, un luogo in cui verranno probabilmente trasferiti i server di Wikileaks e di altre organizzazioni a rischio?
Al di là delle posizioni della compagine politica locale, certo il fatto che l’Islanda sia così isolata geograficamente gioca a suo favore (ma c’è da ribadirlo, quella
geografica è solo UNA delle molteplici variabili in gioco).

In conclusione: è difficile dire se lo “Switch-off” di internet di cui si è parlato in questi giorni sia una semplice boutade giornalistica figlia di un ceto politico avulso dalle dinamiche delle nuove tecnologie o un progetto che con un tiro adeguatamente corretto avrà una realizzazione sul lungo periodo. Ciò che è importante rilevare è che sempre di più nelle relazioni internazionali, nella dialettica serrata tra le potenze globali, la regionalizzazione e la lotta per il controllo dei network e degli standard che ne orchestrano le dinamiche vanno via a via assumendo un carattere sempre più strategico, destinando così ad una mutazione irreversibile l’immaginario della “cultura internet” per come è stata vissuta fino ad oggi.

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  1. #1 di nessuno il luglio 11, 2010 - 1:58 pm

    ba’, se chiudono internet (cioe’ quindi le loro reti, mica andranno nel resto del mondo a spegnere i nostri server e/o provider) si precludono la possibilita’ di fare profitti in questa fantastica “gniu economi” senza confini. saranno chiusi in un recinto come pecore e non potranno parlare con altre pecore di altri recinti confinanti… molte ditte americane forse si incazzeranno, ma gli yankees nella loro storia hanno fatto cose ben peggiori e speso molti piu’ soldi per la “loro” sicurezza…

    chiaramente le reti istituzionali, militari e via dicendo avranno trattamenti completamente diversi 🙂

(non verrà pubblicata)