Iran. In arrivo l’Internet halal


In Iran internet verrà progressivamente sostituita da un network locale gestito direttamente dalle autorità governative. Quali sono le reali motivazioni che si celano dietro a questa scelta? All’orizzonte uno scontro sempre più aspro per il controllo della rete globale.

Domenica 23 settembre l’avvio del processo di nazionalizzazione della rete internet iraniana è stato scandito da due eventi distinti tra loro. Prima, in diretta televisiva è stato annunciata l’imminente esclusione diGoogle e Gmail dall’infosfera persiana: sono stati cioè innalzati muri elettronici per impedirne definitivamente l’accesso agli utenti locali. Poche ore e le agenzie di stampa hanno battuto un secondo flash con le dichiarazioni del viceministro della Comunicazione e della Tecnologia: l’Iran ha connesso tutte le sue agenzie governative ad un servizio Internet interno sicuro e pianifica di collegare i suoi cittadini allo stesso network per aumentare il livello di garanzia informatica.

L’avvio della realizzazione di una intranet halal (la cui ultimazione è prevista per il marzo del 2013) è il punto di convergenza di un insieme di tendenze che vanno colte nella loro specificità. Pena, il rischio di accodarsi alla cacofonia globale scatenatasi intorno alla sterile polemica sull’attacco alla libertà di espressione perpetrata dal regime degli ayatollah contro i suoi cittadini. Fatto che è senz’altro vero ma che non può essere adottato come unica chiave di lettura di una vicenda ben più complessa.

0. Pochi giorni fa scrivevamo di come la diffusione sui network globali del trailer di “The innocence of Muslims” stesse di fatto aprendo uno spazio politico in cui andavano accelerandosi processi di balcanizzazione della rete già in atto da tempo. Ed è evidente che i disordini, scoppiati a macchia di leopardo in medio oriente e nel sud est asiatico dopo la pubblicazione su Youtube della clip blasfema ed islamofoba firmata da Alan Roberts, siano stati il pretesto perfetto per tagliare fuori dallo spazio digitale iraniano uno dei più grandi alleati del Dipartimento di Stato: Google. Questa volta la motivazione ufficiale, riportata da Abdolsamad Khoramabadifunzionario della Commissione per la determinazione dei contenuti illeciti e criminali, non è reprimere nel sangue una rivolta ma venire incontro alla «richiesta del popolo di prendere una pozione e bloccare i siti che insultano il profeta dell’Islam».

1. Il sentiero che conduce sulla via di una “internet halal” era già stato imboccato da diverso tempo dalle autorità di Teheran. Il progetto ha la sua genesi nel 2003 ed una volta realizzato dovrebbe concretizzarsi in un network in lingua farsi, dove siti come Google, Yahoo ed Hotmail saranno rimpiazzati da omologhi locali (come Iran Mail o Iran Search Engine). SecondoReporter Sans Frontieres si tratterà di una rete internet fortemente sterilizzata, in cui l’anonimato sarà bandito, depurata di qualsiasi forma di critica politica, sociale e religiosa e che «servirà solo a glorificare il regime e i suoi leader». Una ristrutturazione del network dunque condizionata dalla volontà politica di operare un controllo più stringente sulle attività degli utenti. Ma allo stesso tempo di ammodernare e rendere più efficiente la rete internet iraniana. halal_speedPerché? Come riportato dal Washigton Post pochi giorni fa, in Iran la velocità di connessione è volutamente abbassata dalle autorità per limitare l’attività degli utenti. Una misura che è l’equivalente di un dissuasore tecnico, volto ad impedire banali pratiche comunicative come lo streaming del video, la cui necessità potrebbe venir meno qualora la costruzione della rete autarchica iraniana, perimetrata da dispositivi di sorveglianza venisse portata a termine. Una volta impedito l’accesso a milioni di siti proibiti, gli utenti potranno viaggiare a velocità sostenute su portali e servizi consentiti dalle autorità e gestiti da imprese locali. Paradossalmente (ma neppure troppo se si guarda alla Cina) censura del web e modernizzazione delle infrastrutture viaggerebbero su binari paralleli. Con un ulteriore vantaggio all’orizzonte: un controllo più chirurgico da parte dei vertici del potere iraniano sui segmenti strategici del network in caso di conflitto bellico o rivolte popolari. Ahmadinejad sembra aver decisamente imparato dagli errori commessi da Mumbarak durante l’insorgenza egiziana del 2011.

2. In questo momento le autorità persiane sembrano però essere più preoccupate dai falchi israeliani che dal cinguettio di Twitter. Come è noto, il programma nucleare iraniano è al centro di uno scontro internazionale che si protrae da anni ed è stato oggetto di più di un atto di sabotaggio da parte di Tel Aviv. Ad essere colpiti non sono stati soltanto numerosi scienziati iraniani coinvolti nel progetto  ma anche le infrastrutture che lo ospitavano. Un crescendo di atti ostili che ha visto anche il ricorso ad avanzate tecniche di cyberwarfare. Notissimo è il caso del virus informatico Stuxnet, realizzato in concomitanza da esperti statunitensi ed israeliani, che ha distrutto un gran numero di centrifughe iraniane utilizzate per separare gli isotopi di uranio. Una situazione che ha causato un rallentamento nel programma di ricerca scientifico e che i vertici di Teheran sperano di evitare in futuro, anche grazie al maggior controllo che potranno esercitare sulle reti di telecomunicazione una volta nazionalizzate definitivamente.

In ogni epoca la guerra è sempre stata un acceleratore dello sviluppo tecnologico ed oggi la governance dell’informazione è una variabile che rientra a pieno titolo negli scenari bellici e geopolitici (il conflitto russo-georgiano del 2008 fu aperto da una serie di massicci attacchi informatici contro Tbilisi). C’è da chiedersi allora se il giro di vite messo in atto dall’Iran, non celi il timore di un prossimo attacco israeliano agli impianti nucleari ed ai centri di ricerca del paese. Un’eventualità in grado di spiegare l’esigenza di Teheran di mettere in sicurezza le proprie infrastrutture comunicative strategiche. E certo anche di escludere dal proprio ecosistema informativo piattaforme digitali che potrebbero essere utilizzate sia come rampa di lancio per attività ostili sia come vettori di propaganda nemica. D’altra parte Google è uno dei maggiori alleati nelle strategie di diplomacy 2.0, adottate dopo l’avvento di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato. Ed in effetti nei conflitti odierni, ed ancora di più dopo l’avvento delle tecnologie digitali, la stessa popolazione è un campo di battaglia: un obiettivo da colpire e conquistare attraverso l’impiego di tutte le potenzialità tecnologiche esistenti. I social media sono ormai integrati nelle strategie militari americane. Un fatto dimostrato dalla stessa guerra in Libia, come ricordato anche da Luca Mainoldi su un recente numero di Limes, dove la NATO, monitorando i social network dei ribelli libici, integrava le proprie informazioni per aggiornare la lista degli obiettivi.

3. L’avvio del processo di realizzazione di un’Internet domestica iraniana allude però anche ad un altro scenario. Allude cioè allo scontro tra due grandi modelli di governance della rete che si stanno confrontando tra loro in modo sempre più serrato. Il primo, quello impostosi fino ad oggi e sostenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è il cosiddetto regime dei multi-stake holders il cui cuore pulsante è l’ICANN: un’organizzazione che regola la gestione di Internet e delle sue libertà fondamentali. Una tempo informale, oggi è considerato un apparato di regolazione in mano a Washington ed alle grandi internet companies statunitensi. Uno stato di cose considerato ormai come inaccettabile per una schiera di potenze non occidentali – capitanate da Russia, Cina, Brasile ed Iran – che vorrebbero sostituire all’Internet Corporation for Assigned Name and Numbers delle procedure di controllo multigovernativo, il cui perno sarebbe l’International Telecomunication Union, un organismo amministrativo direttamente afferente all’ONU.

Commentando la scelta del suo paese di dotarsi di un proprio network nazionale, il ministro iraniano delle Comunicazioni e della Tecnologia Reza Taqipour ha sostenuto che «il controllo su Internet non può essere nelle mani di uno o due paesi. Specialmente in questioni di particolare importanza e durante delle crisi non è assolutamente possibile affidarsi a un network di questo tipo». Replica e controcanto arrivano da David Bauer, vice assistente segretario all’Ufficio per la Democrazia, diritti umani e lavoro del Dipartimento di Stato americano «Siamo preoccupati non solo dal punto di vista dei diritti umani, ma anche dal punto di vista dell’integrità di internet – ha detto Bauer – Quando un paese seziona parti del web, la cosa non danneggia solo i suoi cittadini, ma quelli di tutto il mondo». Parole che sottendono la posta in gioco dello scontro. Ma che tradiscono anche una contraddizione non di poco conto: proprio Washington in più di un’occasione – si veda per esempio quanto accaduto durante il Cablegate – ha messo per primo a repentaglio l’integrità della rete e dei suoi regolamenti, mostrando di detenere su di essa un potere senza uguali. Quel potere che, fino a questo momento, ha permesso agli Stati Uniti di elaborare la cosiddetta strategia di full spectrum dominance (ovvero essere garanti e controllori dei commons globali ivi compreso il cyberspazio) basata sull’esercizio dello smart power. Un potere che, se già ora mostra le prime crepe e comincia a scricchiolare sotto il peso degli errori compiuti, potrebbe subire un ulteriore affondo alla World Conference of International Communications che si svolgerà a Dubai in dicembre. Un appuntamento il cui scopo sarà proprio rinegoziare l’attuale regime di Internet. Ed a cui Pechino, Mosca e Teheran si presenteranno agguerritissime.

 

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

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