Note a margine dell’E-G8


È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio.  Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico, visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della terra avevano posto all’ordine del giorno il nodo della govenance globale della rete.

Il fatto che siano effettivamente riusciti ad affrontarlo è però tutt’altro paio di maniche.
Le dichiarazioni ufficiali susseguitesi fin dall’apertura dei lavori hanno infatti messo in risalto come, dietro alla formalità conciliante del linguaggio diplomatico e d’impresa, esistesse un malcelato arroccamento dei diversi partecipanti su posizioni pregresse e consolidate da tempo.

Gli opposti schieramenti hanno sfoderato per la “grande occasione” il meglio del loro armamentario ideologico.

Sarkozy ha optato per un richiamo civilizzatore nella lotta contro la categoria metafisica del “male” che, a suo dire, galoppa inarrestabile lungo le sconfinate e selvagge praterie della rete.

Il duo Schmidt/Zuckenberg ha preferito sventolare il più rassicurante (e a dirla tutta ormai logoro) vessillo della libertà d’espressione contro qualsiasi forma di retrograda censura.

I manager delle telcom hanno preferito rappresentarsi come i garanti dei posti di lavoro di un mercato messo in crisi da profitti che spiccano il volo verso le nuvole informatiche delle web company statunitensi (ma anche indiane e cinesi).

In basso a destra invece troviamo le lobby del copyright a suonare il disco rotto della tutela della creatività degli artisti contro i famelici predatori che stanno facendo un sol boccone dei loro business miliardari.

A leggere le dichiarazioni ufficiali uno potrebbe pensare di trovarsi a cospetto di una congrega di benefattori e santi impegnati in una lotta senza esclusione di colpi per il bene dell’umanità. Ma l’abito non fa il monaco e quello riunitosi a Parigi è una gotha di intoccabili disposti a scannarsi tra di loro pur di spremere fino all’ultimo centesimo dai bit in transito sui network comunicativi globali.  Per capire di più è necessario accostare i pezzi del puzzle e decodificarne il significato. L’immagine che ci si para di fronte agli occhi, pur non mostrando particolari caratteri di novità, permette allo stesso tempo di tracciare una mappatura degli interessi politici ed economici che si stanno scontrando per il predominio della rete.


Il piccolo Napoleone all’ombra dei titani

Nei giorni precedenti al summit erano stati lanciati  diversi allarmi sul fatto che Sarkozy potesse utilizzare l’eg8 come momento in cui predisporre e concordare ulteriori misure di controllo della rete.  Vero è che stiamo parlando di un personaggio politico ispiratore e padre di una delle leggi più retrograde in tutto il panorama mondiale per ciò che riguarda la repressione del P2P. Ma era allo stesso tempo improbabile che il novello Napoleone serbasse nella manica chissà quali assi con cui tenere testa a leviatani come Google o Facebook che già in passato hanno preferito confezionarsi regole su misura senza chiedere permessi a chicchessia.

Ed infatti l’imprimatur gollista dato da Sarkozy nel discorso d’apertura dei lavori, con il richiamo al ruolo dei governi come unici depositari della volontà popolare,  se può forse aver sortito un qualche effetto propagandistico al di la delle Alpi – d’altra parte le elezioni presidenziali sono alla porta ed il buon Nicholas ha deliberatamente propugnato un visione di stampo transalpino più che una qualche ipotesi architettata di concerto con gli altri leader del “mondo libero” – non ha avuto alcun precipitato concreto, ed è anzi stata neutralizzato prima e durante il vertice.

L’istituzione, avvenuta circa un mese prima del rendez-vous parigino, del piccolo Consiglio Nazionale Digitale, formato da esperti e rappresentanti delle maggiori imprese tecnologiche francesi ed avente il compito di mantenere una stretta relazione col governo per gli affari concernenti Internet, sembra davvero poca cosa rispetto a quanto messo in atto da Facebook qualche settimana più tardi.

A pochi giorni dall’eg8 il social network più popolare del mondo ha messo in piedi un battaglione di diplomatici da inviare ai quattro angoli della rete. Lo scopo è quello di gestire i rapporti con i singoli governi nazionali in modalità bilaterale e mediare sulle regolamentazioni che di volta in volta potrebbero intaccare gli affari delle piattaforma in blu.

Durante i dibattiti svoltisi nel corso della due giorni Facebook, per bocca di Sheryl Sandberg, ha sottolineato il proprio peso «sia che si tratti della vendita di cioccolatini che di importanti questioni politiche come è avvenuto nelle rivolte arabe». Zuckenberg ha fatto da eco ribadendo che in un mondo ormai interconnesso il potere non può più pensare di fare da solo.  Il CEO di Google, Eric Schmidt non ha voluto essere da meno, affermando senza mezzi termini che la politica dovrebbe ben guardarsi dal provare a governare la rete, un ecosistema ormai autonomo e con regole proprie in rapida e costante evoluzione. Affermazioni che hanno incassato anche l’appoggio del  fedele alleato britannico David Cameron, probabilmente anche in virtù dei rapporti privilegiati che il partito conservatore intrattiene con Mountain View.

Le internet company statunitensi hanno bocciato in blocco e senza appello la proposta di Sarkozy, contrapponendo ad essa una logica di governance reticolare ed informale. Logica in cui d’altronde hanno loro il coltello dalla parte del manico, forti come sono dell’oligopolio esercitato sull’accesso all’informazione e sui suoi processi di creazione.

Valzer a palazzo

Il piatto forte di questo G8 di Internet è stata la discussione sviluppatasi sull’attuale modello economico del web, attorno al quale sempre più va accumulandosi un coacervo di tensioni tra i cosiddetti OTT (Over The Top, ovvero i fornitori di contenuti come Google, Facebook o Apple) e le TLC.

I primi oltre ad incamerare miliardi trimestre dopo trimestre, stanno generando una quantità di traffico tale da obbligare le seconde (già prostrate nei rendiconti annuali da un sempre maggiore utilizzo su smartphone di software per il VOIP e l’Instant Messenging) a continui e dispendiosi interventi di potenziamento e ristrutturazione dei network. Una situazione questa che certo non permette di attrarre  nuovi fondi da reinvestire nella costruzione di reti di nuova generazione a banda larga, date anche le scarse garanzie che gli operatori di telefonia sotto pressione sembrano poter offrire in termini di ritorno dei profitti.

Non stupisce il fatto che questa problematica sia stata affrontata all’interno di un G8 di Internet lanciato da una presidenza europea.

È vero che il fenomeno a cui abbiamo accennato è di carattere globale e coinvolge tutti gli operatori di telefonia: emblematiche in questo senso le parole dell’indiano Sunil Mittal, presidente di Bharti Airtel, una delle più grosse telcom del mondo («È questa la questione che il G8 dovrebbe affrontare con urgenza»). Nè sembra delineare prospettive più rosee  uno studio di Juniper Research che per il 2015 prevede uno scenario in cui i costi affrontati dalle TLC potrebbero superare le entrate.

Ma è altrettanto vero che l’attuale modello di economia della rete sta letteralmente polarizzando i profitti (USA da una parte, India e Cina dall’altra) lasciando all’Europa le briciole. Un recente rapporto di COE-REXECODE ha messo in luce il forte ritardo accumulato dalla Francia e dall’Europa nello sviluppo dell’economia digitale. Lo spazio economico del vecchio continente è si unificato dall’euro, ma frammentato in una babele linguistica di mercati nazionali che sta ostacolando il decollo dell’e-commerce. La battaglia per l’affermazione degli standard sui sistemi operativi per smartphone ed il conseguente predominio sul mercato delle apps, è affare di esclusiva competenza statunitense (Microsoft, Apple e Google). L’uscita dall’impasse richiederebbe insomma un sostegno governativo ai grandi attori dell’economia digitale tale da metterli in condizione di investire nell’ultrabroadband.

Non è un caso che nel lanciare il meeting Sarkozy avesse apertamente dichiarato di voler discutere l’ipotesi di una “digital taxation” e di una maggiore regolamentazione per le più importanti compagnie internet.

Un’intenzione ribadita durante il vertice che ha incassato il sostanziale appoggio della commissaria europea per l’agenda digitale Neelie Kroes. Terminate le fatiche per la messa a punto di un primo piano di finanziamenti avente  l’obbiettivo di «usare le finanze pubbliche in “modo intelligente” per far leva sugli investimenti industriali» e permettere all’Unione Europea di rivaleggiare su scala globale, la Kroes si è presentata a Parigi in gran rispolvero.  Durante il summit ha riconfermato la necessità di introdurre una più ampia regolamentazione per il mercato di Internet sostenendo che «le aziende devono assumersi le loro responsabilità, altrimenti sono capace di intervenire e pronta a farlo». Parole che suonano come una minaccia verso i player statunitensi, se si tiene conto del ruolo sanzionatorio svolto già in passato dalla commissione nei confronti di titani come Microsoft. Il traguardo da tagliare è il raggiungimento di un accordo che veda la cooperazione di governi, enti regolatori ed aziende per la stesura di regole in grado di risollevare le sorti dell’Unione Europea nel mercato del digitale.

Ad un simile compromesso puntano chiaramente le stesse TLC ma possibilmente seguendo traiettorie diverse e meno vincolanti. Più che introdurre un’ulteriore regolamentazione l’intervento pubblico dovrebbe semmai produrne una riduzione lasciando le mani libere agli operatori di telefonia. Lo dice chiaramente Franco Bernabé, amministratore delegato di Telecom Italia, che se da una parte richiede una forte attenzione della politica, lo fa per invocare una maggior flessibilità da parte dei legislatori ed una riduzione dell’asimmetria normativa che separa le TLC dagli OTT. L’obbiettivo è quello di giungere ad una soluzione “statunitense”, frutto esclusivamente di una negoziazione privata tra i diversi attori del mercato, simile a quella che sembra aver preso piede negli states con la proposta congiunta Verizon/Google,  ratificata passivamente dalla FCC nel dicembre 2010.

E gli OTT? Ancora una volta le parole di Schmidt non lasciano spazio a fraintesi. «Prima di pensare a progetti di regolamentazione, chiediamo ai governi di studiare soluzioni tecnologiche per risolvere i problemi da un punto di vista globale. La miglior politica per un governo è dare banda larga fissa e mobile a tutti i cittadini». Tasse? Neanche a parlarne. Regole?  Non servono! I governi pensino ad incentivare il nostro business ed il resto lo farà il mercato. Ed in questa direzione va letto il richiamo al diritto di accesso inserito anche nel documento finale inviato a Deauville. Come ha spiegato un lucidissimo Stefano Rodotà «la sua indicazione si concreta in una richiesta volta sopratutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è il libero accesso alla conoscenza in rete».

Ma che questa fosse la posizione di Google lo si sapeva ben prima che le danze cominciassero sotto la tensostruttura del Louvre che ha ospitato il congresso. Il gigante di Mountain View ai primi di marzo aveva infatti commissionato  alla Boston Consulting Group (per evidenti fini propagandistici) il cosiddetto rapporto Mc Kinsey: uno studio sull’impatto esercitato dal “fattore internet” sull’economia mondiale. I risultati che ne emergono più che per i termini quantitativi o per la pretesa scientificità,  vanno letti per il valore simbolico che assumono. Secondo lo studio la rete vale il 2,7 % del PIL mondiale, il 3,4 % del PIL dei paesi di G8 e BRIC (ed ha contribuito al 10% della loro crescita negli ultimi 5 anni). Dulcis in fundo Internet creerebbe cinque posti di lavoro per ogni due che ne distrugge.

Insomma, mentre gli avidi despoti della vecchia Europa  tentano di regolare qualcosa che si regola già benissimo da solo (?!?), magari imponendo nuove tasse, i giovani rampanti sognatori di quella grande fabbrica di sogni che è  la rete tirano la carretta di un mondo in crisi. Civilizzazione? Brutta parola, e dal sapore coloniale. Altro che regole, è sufficiente diffondere le reti tecnologiche che rappresentano il vero fattore di sviluppo nei paesi emergenti. Recessione? Nessun problema, ci pensa il mercato digitale a creare nuovi posti di lavoro e a far girare l’economia!

In attesa che il buon Schmidt presenti il rapporto Mc Kinsey ai milioni di ex-lavoratori dell’ITC duramente colpiti dalle crisi degli anni 2000, ai knowledge workers costretti a condizioni sempre più feroci di sfruttamento e flessibilità o agli operai cinesi di Foxconn (crediamo che in una situazione simile a prendere fuoco non sarebbe certo un Ipad),  bisogna rilevare che la posizione di Google sembra essere passata anche in Francia, se è vero che a pochi giorni dalla fine del meeting France Telecom (controllata per il 27% dell’Eliseo) si è detta disponibile ad un alleanza con Mountain View per discutere insieme nuovi modi di generare guadagni. Sullo sfondo la creazione di tariffe maggiorate in cambio di una banda di miglior qualità migliore e la fine della Net Neutrality anche in Europa.

Libertà di espressione o innovazione? Nessuna delle due

Alcuni commentatori hanno affermato che la distanza che intercorre tra la posizioni di Sarkozy e quelle delle web company USA è sinonimo di una differente impostazione nell’intendere la “libertà” sul web: l’Europa portatrice di una visione più restrittiva e tradizionale, gli Stati Uniti all’insegna di una presunta libertà assoluta. Quest’ultima è una baggianata da far sbellicare, se non fosse che tra una risata e l’altra potrebbero venire alla mente fatti poco allegri come i progetti di kill switch della rete, la censura messa in atto durante l’esplosione del Cable Gate dal dipartimento di Stato Usa o ancora i massicci investimenti del Pentagono in cyberwar.

La questione in realtà è tutt’altra.  Semplicemente il fatto è che oggi alla Casa Bianca i nuovi padroni sono i giganti del 2.0, protagonisti assoluti del più massiccio processo di concentrazione economica nella storia del capitalismo. Una posizione di forza da cui le regole del gioco si dettano, non si concordano. E attori come Google, Facebook o Amazon necessitano della minor regolamentazione possibile per ciò che concerne questioni come la tutela della proprietà intellettuale, la privacy, il controllo dei dati degli utenti (temi che infatti sono rimasti sullo sfondo del summit). E se regolamentazione deve essere, che almeno sia decisa in famiglia e poi approvata supinamente dal legislatore (come è stato nel caso della già citata proposta congiunta dell’agosto 2010 Google-Verizon sulla net neutrality).

È questa dunque, la libertà di espressione a cui Google e soci fanno riferimento: una libertà completamente funzionale ed aderente ai principi ultraliberisti del mercato, figlia di una visione “fuori dal controllo” elaborata da Kevin Kelly 15 anni fa e oggi fatta propria dagli Eric Schmidt di turno, sempre pronti a celebrare l’armonia sistemica indotta dalla rediviva mano invisibile.

Cibernetica liberale a parte, un discorso simile va fatto anche per Sarkozy ed i suoi omologhi se è vero che, come ha sottolineato Carlo Formenti sul Corriere «nemmeno gli argomenti dei governi sono esenti da sospetti: se le imprese camuffano il desiderio di tenersi le mani libere da impegno per la libertà di espressione, i governi camuffano il desiderio di mantenere il controllo sulle rispettive porzioni del web per amore dell’innovazione»

Prosumer…. PRRRR!!!

Quella andata in scena a Parigi è stata una girandola di contrapposizioni e tensioni culminate in un nulla di fatto ben sintetizzato dalle conclusioni della due giorni. Il documento inoltrato al G8 svoltosi a Deauville il 26 e 27 maggio esprime posizioni talmente ambigue da far pensare che l’accordo raggiunto per la sua stesura non avesse in realtà messo d’accordo proprio nessuno.

Se qualcuno si aspettava davvero una presa di posizione su temi che si stanno facendo giorno dopo giorno più scottanti come la privacy, la tutela dei dati personali, la censura è rimasto a bocca asciutta: a fare la parte del leone all’interno della due giorni di discussione è stata l’economia.

Crediamo che questo fatto e la stessa composizione degli invitati al meeting (le grandi internet company, l’industria dei contenuti, le compagnie telefoniche, ministri francesi e qualche rappresentante della UE) siano un ulteriore conferma di quanto oggi frasi come “internet la fanno gli utenti” suonino vuote e prive di significato. Altro che netizen! I due miliardi di utenti che attraversano la rete sono al più da considerare come prosumer senza diritti e senza alcuna voce in capitolo sul futuro della rete. Il messaggio lanciato dai soggetti che si sono scontrati a Parigi è ben preciso: seppur da prospettive diverse, governi e capitalismo 2.0 considerano Internet come cosa loro, sia esso una riserva privata di caccia da cui spremere profitti immensi o un territorio da sottoporre a forme di rigido controllo politico e sociale. La rete non è solo questo e le rivolte nord africane lo hanno evidenziato con forza. Ma ci hanno anche insegnato che non sarà il potere comunicativo del “popolo della rete” ( un fantomatico soggetto eterogeneo, privo di qualsivoglia organizzazione ed incapace di esprimere la benché minima istanza politica) a ribaltare questa situazione.

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