Il sapere liberato


Pubblichiamo una piccola scheda sul libro " Il sapere liberato ", scritto dai compagni del Gruppo Laser di Roma che saranno presenti durante la giornata in univeristà della prossima edizione di Info Free Flow.  

Il libro è stato pubblicato in licenza Creative Commons e potete trovarne una copia liberamente scaricabile qui ( in formato pdf ) e qui ( in formato rtf ).

Critiche, correzioni e precisazioni sono come sempre ben accette nei commenti. In ogni caso per un maggiore approfondimento di quelli che sono i temi trattati nel libro vi invitiamo tutti ad essere presenti presso  l’aula c autogestita della facoltà di scienze politiche a Bologna il giorno 20 febbraio 2008 a partire dalle ore 15.

Buona lettura!!

LASER significa Laboratorio Autonomo di Scienza Epistemologica e Ricerca. È un collettivo composto da ricercatori scientifici migrati nei cinque continenti, nato all’inizio degli anni 90 dalle lotte studentesche dell’università La Sapienza di Roma.

Ha al suo attivo due pubblicazioni: Scienza spa. Scienziati, tecnici e conflitti ( Derive&Approdi, 2002 ) e Il sapere liberato ( Feltrinelli, 2005 ).

In quest’ultimo libro il concetto di proprietà intellettuale, la sua evoluzione e le sue applicazioni nel campo scientifico e della ricerca vengono sottoposti ad una rigorosa e minuziosa analisi volta a dimostrare la fallacia di uno dei principi portanti – l’ultimo valore venerato – dell’attuale sistema economico capitalista.

I concetti relativamente nuovi di copyright e di brevetti hanno infatti trovato affermazione con l’intensificarsi del valore strategico dell’innovazione tecnologica e con il progressivo spostamento del baricentro dell’economia occidentale dall’industria al mercato dei servizi e delle informazioni determinando la mercificazione e la privatizzazione delle idee.

Un gigantesco apparato formato da governi, multinazionali, organismi sovranazionali ed imprese ha quindi lavorato per decenni per imporre al mercato globale il concetto che le idee non devono essere considerate un bene comune quanto piuttosto una merce dall’alto valore di scambio.

Chi oggi controlla e possiede vasti strati del sapere accademico ed universitario ( brevettando scoperte, invenzioni e limitando l’accesso alla letteratura scientifica ed andando così a corrodere il tessuto connettivo che permette la circolazione delle idee nella comunità scientifica ) sostiene la necessità di tale pratica, propugnando la tesi per cui essa porti ad una pretesa stimolazione dell’innovazione tecnologica e ad un incentivo per la ricerca e l’industria.

Ma tale visione è evidentemente contraddetta dai fatti: la rottura della natura collettiva del progresso scientifico ha piuttosto prodotto l’effetto opposto, determinando monopoli sul sapere che bloccano la diffusione delle idee e nella peggiore tradizione neoliberista assumono connotati crudeli e brutali ( si pensi per esempio ai brevetti sui farmaci ).

Il gruppo Laser ha delineato pagina dopo pagina tali dinamiche andando a definire anche quelle che sono le possibili soluzioni OPEN sperimentate negli ultimi anni.

L’organicità del libro combinata con la chiarezza e fluidità del linguaggio rendono comprensibile il significato e le questioni evidenziate dai LASER, anche a chi non mastica il linguaggio scientifico ed accademico o a chi non possiede necessariamente avanzate nozioni di macroeconomia.

                                                            copertina

Il primo capitolo, dopo una breve introduzione in merito alle specificità ed ai differenti campi di applicazione di brevetto e copyright, tratteggia l’evoluzione e l’affermazione giuridica ed economica della proprietà intellettuale nei sistemi capitalisti del nord del mondo.

Relativamente ai processi di globalizzazione il brevetto ha svolto e svolge un vero e proprio ruolo strategico-coercitivo nei confronti dei paesi in via di sviluppo ed in senso più ampio in un’ottica di dominio economico globale.
Negli ultimi trent’anni infatti una complessa tattica di accordi internazionali e bilaterali, intimata dai paesi capitalisti più aggressivi e potenti ed accompagnata dal terrorismo mediatico che ha cominciato a sventolare lo spettro della “pirateria” ai quattro angoli del pianeta, ha di fatto imposto l’internazionalizzazione di un restrittivo regime di proprietà intellettuale, volto a privatizzare un bene comune come la creatività.
I dazi sulle esportazioni contro i governi non disposti ad accettare le regole della proprietà intellettuale statunitense e gli altissimi costi di produzione causati da trattati commerciali ( come i TRIPS ), da una parte hanno concentrato nelle mani di poche lobby larghi strati di sapere determinando veri e propri blocchi di monopolio e da un’ altra hanno disincentivato lo sviluppo industriale delle economie del terzo mondo, rendendole dipendenti e subalterne a quelle occidentali: per numerosissimi stati la possibilità di agire in merito a tutta una serie di questioni interne cruciali ( come ad esempio la salute pubblica o la possibilità di sviluppare la ricerca ) è di fatto vincolata al regime brevettuale americano ed europeo.

Tutto il secondo capitolo è volto invece al sistematico scardinamento di una delle credenze più affermate e sostenute in merito alla proprietà intellettuale: gli alti costi sociali da essa determinati, sono stati indicati dalla teoria economica neo classica come un male necessario, compensato da un preteso conseguente alto livello di innovazione e sviluppo in ambito scientifico e tecnologico.

Empiricamente parlando, quest’affermazione è chiaramente smentita da una serie di dati citati nel libro: nonostante la moltiplicazione e la diffusione sempre maggiore dei brevetti sia nei paesi tecnologicamente più avanzati sia in quelli più arretrati ( Italia compresa ) la protezione del sapere non si è tradotta in un aumento dell’attività di ricerca e sviluppo.
Non solo: la logica brevettuale ha portato allo snaturamento ed allo svilimento della ricerca prettamente universitaria. Verso la fine degli anni settanta nel contesto statunitense infatti l’industria ha guardato con attenzione ai nascenti orizzonti tecnologici ( in particolare quello informatico e quello biochimico ), come possibile terreno di nuovi profitti e nuove fette di mercato. Il rinnovamento della cornice legislativa, che permette la brevettabilità della ricerca accademica finanziata con il denaro pubblico, ha trasformato le università in imprese capaci di sfornare centinaia di brevetti ed il sapere universitario in una moneta di scambio ed in una forma di investimento.
Le università ( in particolar modo quella di Stanford, uno degli emblemi della Silicon Valley e della New Economy ) vengono sapientemente gestite come holding capaci di investimenti differenziati, finanziate dalla grandi corporation con ingenti donazioni in materiali, tecnologie e denaro nella convinzione che gli istituti accademici siano i soli in grado di creare un ambiente culturale favorevole allo scambio dei saperi e alla loro implementazione, laddove si considera la formazione e la gestione delle risorse umane l’anello centrale della filiera produttiva ( Arturo di Corinto, pref. a “Internet non è il paradiso”, G.Lovink, 2003 ).
L’impatto di questo cambiamento è stato dirompente ( in negativo ) sopratutto per le modalità di produzione e diffusione della conoscenza determinando monopoli, rallentamento della circolazione delle informazioni ed un aumento smisurato dei costi della ricerca a causa delle royalty.
Burocrazia e letteratura brevettuale, copyright sulle pubblicazioni scientifiche e logica del mercato applicata al campo della ricerca hanno causato una frammentazione del sapere, una scarsa diffusione e condivisione degli strumenti di ricerca e delle nuove scoperte ( da sempre elementi essenziali nella pratica quotidiana della comunità scientifica ) mettendo praticamente fine anche all’esenzione dal brevetto per uso legittimo ( ovvero l’uso per fini dichiaratamente commerciali ), rendendo sanzionabile e perseguibile ogni ricercatore che impiega un’invenzione protetta dalla proprietà intellettuale senza permesso.

Quali sono state allora le alternative possibili al brevetto, a questo emblema del dominio, del controllo e della barbarie neoliberista?

Questo tema viene affrontato nel terzo capitolo.

Sulla falsa riga del copyleft informatico e del movimento del software libero si sono susseguiti negli ultimi anni differenti strategie con cui tracciare linee di fuga e percorsi di resistenza all’ideologia brevettuale. Scartata la possibilità del pubblico dominio nel contesto attuale popolato dai pescecani delle corporation, emergono il movimento per l’accesso aperto alla letteratura scientifica ( Open Access ), licenze libere per gli strumenti di formazione e le banche dati di ricerca ( Science Common e Bioinformatics.org), archivi digitali on line di documentazione e proposte per forme diverse di sistemi di pubblicazione della ricerca.

La conclusione lascia aperte tutta una seria di domande a cui oggi a tre anni dalla pubblicazione dell’opera è difficile dare una risposta.

È possibile all’interno dell’attuale scenario geopolitico, dove forti sono i contrasti tra le differenti forme di organizzazione dei sistemi di ricerca e applicazione, tornare ad affermare una funzione più propriamente sociale e meno legata alle finalità del profitto e dell’impresa ? L’Europa può essere vista, a causa della sua “ verginità” politica, come il campo in cui sperimentare in questa direzione ? Sarà all’interno di questo spazio politico che si riuscirà a ricollocare la scienza nel campo del bene comune ripensando il sapere come stratificazione di conoscenze prodotto da impulso ed elaborazione collettiva e superando il principio della necessità di imporre una scarsità sui beni materiali? Ma sopratutto: siamo davvero certi che la traslazione del modello Open Source informatico ( modello che oggi, nel 2008, ha dimostrato di essere nient’altro che una strategia commerciale capitalista con un impatto oggettivamente negativo sulla diffusione delle conoscenze, seppur in modo diverso rispetto alla proprietà intellettuale nella sua accezione più becera) sia effettivamente quello più adatto per svolgere questa funzione ? Quali rischi esso può comportare?
 

  1. #1 di iff il Febbraio 11, 2008 - 2:23 pm

    A dire la verità no. Non ne abbiamo la minima idea neppure noi. Semplicemente abbiamo potuto notare ( esattamente come avrai fatto tu ) che il dominio è scaduto.

  2. #2 di boing il Febbraio 11, 2008 - 12:15 am

    che è successo al sito http://www.e-laser.org???
    Voi ne sapete qualcosa?

(non verrà pubblicata)