iff | 24 Marzo, 2008 22:20
Tre ore di intenso dibattito e di forte partecipazione degli studenti intervenuti hanno permesso di gettare luce e di avere le idee un pò più chiare su uno dei concetti chiave del sistema neo - liberista: la proprietà intellettuale.
Esperienze apparentemente diverse e contrastanti ( come possono sembrare quelle dell'ensemble narrativo Kai Zen e del progetto libreremo ) si sono confrontate, coinvolgendo i presenti, sulle molte possibilità di libero accesso ai saperi, sul copyleft come arma per forzare le serrature che il capitalismo usa per controllare l'accesso ai flussi informativi, sulla situazione del mercato editoriale italiano e dei suoi soffocanti monopoli.
Andrea di Gruppo Laser, ha appassionato l'aula con il portato dell'esperienza del suo collettivo, autore di un' opera, "Il sapere liberato", importantissima nel panorama italiano della critica ai brevetti in campo scientifico.
Nel complesso è stata una giornata assolutamente positiva che speriamo possa aver posto le basi anche per delle collaborazioni future.
Vi proponiamo di seguito tutta una serie di materiali.
La strategia del cavallo, è un articolo che Andrea di gruppo Laser ha pubblicato con tutta una serie di sue impressioni sull'iniziativa.
Ecco qui invece gli audio registrati durante la giornata che speriamo possano sia permettere ai lettori del blog di farsi un'idea sulla questione sia di produrre nuovi stimoli e nuove idee per le prossime edizioni di Info Free Flow.
KaiZen
- L'esperienza dell'ensemble narrativo Kai Zen:
#Parte 1
#Parte 2
- Autoproduzione o distribuzione commerciale? Un dibattito tra Kai Zen ed una studentessa intervenuta
- Una riflessione di Jadel di Kai Zen in merito al copyleft oltre la letteratura
- Svuotare il brand del suo significato: SerpicaNaro vista da Kai Zen
- Romanzo totale vs Tribù: "il vorrei ma non posso" dell'industria editoriale.
Gruppo Laser
- L'intervento introduttivo di Andrea ( da NON PERDERSI ASSOLUTAMENTE!! )
- Un copyleft in campo brevettuale ovvero come non farsi rubare le armi.
- Aprire e chiudere i rubinetti del sapere: l'open source come nuova strategia capitalista
- L'esperienza editoriale di Laser con feltrinelli
Libreremo
- Come nasce il progetto libreremo
- Il progetto politico di libreremo
- Il campo di azione di libreremo
- Libreremo ed il copyleft
A questo link invece, potete trovare l'intervento di un'attivista del Laboratorio Crash, curatrice del libro "Scorrete lacrime disse lo sceriffo", cui ha partecipato anche Valerio Evangelisti.
Di seguito pubblichiamo invece l'abstract di tutta la giornata.
Non smetteremo mai di sottolineare che i commenti sono aperti e che critiche ed opinioni dei nostri lettori sono sempre ben accette.
Buona lettura.
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Nelle passate edizioni di Info Free Flow, a vario titolo ed in differenti campi, abbiamo sempre provato ad indagare il binomio sapere – potere: un binomio che assume il significato del dominio e i tratti del governo biopolitico dell'individuo, relativamente ai processi di sorveglianza economica e controllo sociale dentro e fuori la rete.
Oggi, grazie all'intervento di una serie di realtà che hanno deciso di partecipare a questa edizione di I.F.F. , ci concentreremo in particolar modo su una delle più evidenti forme di espressione capitalista di questo binomio, una delle architravi portanti e degli emblemi del sistema economico neoliberista: la proprietà intellettuale.
Questo concetto non è certamente nuovo ed è tangente alle dinamiche ed ai processi economici da almeno tre secoli: le prime forme di copyright ( la più tristemente nota declinazione giuridica della proprietà intellettuale applicata alle forme di espressione e alla produzione artistica ) risalgono all'industria editoriale del 600 in Inghilterra e fin d'allora furono oggetto di forti conflitti dovuti al tentativo dell'industria editoriale di
#1.Celare quella che era la funzione principale per cui il copyright era stato architettato ovvero favorire la distribuzione
#2.Sostenere il mito per cui esso era necessario per far fronte al sostentamento di scrittori ed artisti.
Negli ultimi trent'anni l'economia capitalista occidentale ha subito una forte trasformazione , diventando come la conosciamo oggi: il ruolo di traino del sistema economico che prima veniva svolto dall'industria ha assunto un peso nettamente minore ( o quanto meno è stato fortemente ridimensionato ), a favore di un economia dei beni immateriali che produce servizi e si basa sulla privatizzazione e sulla mercificazione di conoscenze ed informazioni. In un contesto segnato dalla nascita delle tecniche informazionali, della loro diffusione massificata, del digitale, delle reti, dalla riproducibilità infinita delle informazioni e della messa a valore delle conoscenze dell'individuo, la proprietà intellettuale ha assunto quindi un valore ben più determinante.
Questa trasformazione ha determinato tutta una serie di cambiamenti epocali di cui oggi vediamo le conseguenze: prima fra tutte, il ribaltamento della concezione del sapere e delle sue pratiche di ri/produzione, condivisione e diffusione.
Da bene comune, collettivo ( perché prodotto proprio da pratiche sociali ) ed in quanto tale utilizzabile da chicchessia senza il bisogno di ottenere alcun permesso, a bene privato frammentato in mille minuscoli ed inutilizzabili pezzettini.
Da risorsa illimitata, prodotta da una stratificazione di conoscenze dettata dagli impulsi e dalla continua elaborazione e moltiplicazione collettiva ( in ultima dalla condivisione ), a risorsa limitata, concentrata e controllata da poche mani.
Da bene troppo prezioso ( socialmente parlando ) per poter avere un prezzo, a merce ricercatissima sui mercati e sulle piazze finanziarie dell'intero globo.
L'imposizione di scarsità artificiale, dettata da copyright, brevetti, da marchi, in ultima da forme di proprietà sul sapere, è stata costruita negli ultimi decenni dall'azione prolungata e rigorosa di un enorme apparato, composto da forze di mercato, organizzazioni sovranazionali, lobby e singoli stati adoperatisi per un internalizzazione del regime di proprietà intellettuale. Un apparato che ha giustificato questa sua azione con una propaganda a senso unico il cui obbiettivo è il mantenimento di uno stato mentale, un’attitudine verso il lavoro creativo, la quale dice che qualcuno deve possedere i prodotti della mente, controllare chi può copiarli e controllarne le possibilità ed i modi del suo sviluppo.
Conseguenza diretta di questa propaganda è stata anche l'accettazione comune dell'idea secondo cui la proprietà intellettuale è il modo in cui la maggior parte dei creatori di prodotti dell'ingegno si guadagnano da vivere e che senza di essa i motori della produzione intellettuale si fermerebbero: gli artisti, gli scrittori, i ricercatori, i musicisti, i programmatori di software non solo non avrebbero i mezzi ma neppure le motivazioni per produrre nuove opere (!!). La creazione di questo regime di proprietà intellettuale e l'appropriazione forsennata dell'informazione, della cultura e dei prodotti dell'ingegno da parte di attori economici ha provocato una lunga lista di tensioni e conflitti, producendo specularmente costi sociali altissimi sia per creatività, sia per l'accesso al sapere sia per la sua possibilità di diffusione e manipolazione. Costi che paghiamo quotidianamente sulla nostra pelle in nome del motto schumpteriano per cui “Se non c'è rendita non c'è innovazione”.
L'estensione infinita del diritto di autore ha portato alla non – esistenza di un dominio pubblico per i media audio – video ed ad un sostanziale analfabetismo e passività nell'uso di questi media.
Per ciò che riguarda l'università invece il problema della mercificazione del sapere si articola su due differenti piani: da una parte poche case editoriali, scientifiche ed umanistiche, posseggono vasti strati delle pubblicazioni universitarie ( spesso pessime ) e creano di fatto dei blocchi monopolistici tali da imporre costi proibitivi per gli studenti nel già drammatico quadro di precarietà esistenziale che affligge i soggetti sociali più deboli . D'altra parte il volto e la natura della ricerca soni stato stravolti da trent'anni di progressiva affermazione dell'ideologia brevettuale, e sradicati da quel contesto fatto di condivisione, scambio ed anche competizione: principi che fino a pochi anni fa erano le travi portanti ed il tessuto connettivo della comunità scientifica.
La globalizzazione dei brevetti ha arrecato seri ostacoli allo sviluppo dei paesi del sud del mondo stretti nella morsa brevettuale degli Stati Uniti, del Wipo e del Wto.
Allo stesso modo in ambito informatico 15 anni di monopolio della Microsoft hanno causato grossi danni: uno su tutti ( e diciamo uno perché i danni specialmente in questo ambito sono stati molteplici e ripetuti nel tempo ) è stato il tentativo di relegare l'uso del computer e delle tecnologie digitali in un'ottica puramente commerciale e strumentale al lavoro, rendendo dipendenti gli utenti ed addestrandoli a conoscere il minimo indispensabile del funzionamento di un sistema operativo, giusto quello che serve per “consumare informazioni” o per trasformare il tempo libero e la comunicazione in lavoro 24 ore su 24: la fluidità delle reti diventa flessibilità totale.
Accanto ai metodi di sfruttamento tipici della proprietà intellettuale tout court ( “tutti i diritti riservati” ) si manifestano oggi anche strategie commerciali basate sull'apertura dei saperi e dei codici laddove essa sia vantaggiosa per il profitto delle aziende: in campo informatico ( ma non solo ) il cosiddetto Open Source ( ovvero il software basato su un codice sorgente aperto ) rappresenta di fatto il nuovo volto della logica e della strategia capitalista: più umano, ma non per questo meno feroce.
Open source e software libero non devono essere confusi, per quanto la somiglianza dei due termini possa trarre in inganno. Se il movimento del software libero infatti ha sempre posto come suo obbiettivo la creazione di alfabeti informatici, capaci di articolare in modo infinito nuove strumenti e nuovi linguaggi, l'open source, con una logica TOTALMENTE interna al mercato, si preoccupa piuttosto di quali siano le modalità migliori di definire un prodotto secondo criteri open, cooptando le capacità cooperative di produzione del sapere nelle comunità di sviluppatori di software.
Un dato finale su cui porre l'accento della riflessione è la fragilità di questi monopoli. L'intrinseca capacità di riprodurre all'infinito l'informazione tramite i mezzi informativi digitali e l'aumento esponenziale delle potenzialità comunicative ed espressive di coloro che li usano, rende obsoleto il business su cui essi si basano. E proprio a causa di ciò i canali di produzione e distribuzione del sapere ( in primis la Rete ) vengono sottoposti a continue misure di polizia e di sorveglianza pervasiva spesso accompagnate da campagne di terrorismo e disinformazione mediatiche.
Questi conflitti e contraddizioni vengono messi a nudo quotidianamente da numerosi movimenti che in differenti ambiti si battono contro la privatizzazione del sapere. Dal movimento per il software libero, ai media cooperativi, a quello per le pubblicazioni aperte scientifiche fino alle nuove forma di net - art che proprio della cooperazione e del libero scambio di saperi, fanno il loro cavallo di battaglia.
