Pillar of Defense chronicles: Anonymous e l’OpIsrael


La minaccia di Israele di gettare Gaza nel blackout informativo. La sfera pubblica dei social media intossicata dal “Reality Distorsion Field” di Tel Aviv. Anonymous prende posizione a fianco della Palestina e reagisce mettendo sotto attacco un’ampia porzione dello spazio digitale israeliano. L’ultima parte di “Pillar of Defense chronicles” con le interviste agli ed alle hacktivist* che hanno partecipato ad #OpIsrael.

Vedi la seconda parte di Pillar of Defense chronicles: IDF SpokesPerson

 

Pagina #OpFreePalestineReloaded – Facebook – Internet – Tempo asincrono

432327_376601849098260_1337827588_n Il principio è la separazione

la segregazione

distanze che dividono persone

prigioni a cielo aperto di un cielo senza stelle

usciamo allo scoperto scivolando sotto pelle…

Signor K in “La Machine” con Première Ligne e Les Evadés

Lo streaming di Radio Anonops, la web radio che da diversi mesi fa da colonna sonora alle imprese degli Anonymous di tutto il mondo, lancia a palla le rime del Signor K mentre l’#OpIsrael è in pieno svolgimento sullo spazio digitale israeliano. Scelta azzeccata quella del dj dietro alla console: un pezzo da battaglia, interpretato da un dreamteam di emcees internazionali, che scagliano rime come pietre, muovendosi in un’atmosfera dal sapore epico. Su un tappeto musicale intessuto con batterie, archi e piatti gli idiomi si intrecciano e disegnano la trama di cento scontri e cento ferite inferte e subite. Esattamente come accade sulla pagina Facebook #OpFreePalestineReloaded: un quadratino di byte del giardino recintato di Mark Zuckerberg, dove il tempo viene battuto dall’applet di un orologio digitale che segna i minuti mancanti all’apertura delle ostilità contro le infrastrutture comunicative israeliane. Quando, giovedì 15 novembre, le lancette del countdown si sono fermate, migliaia di Anonymous in tutto il mondo hanno dato il via alle danze con un numero incalcolabile di attacchi ed incursioni. A finire nel mirino sono alcuni network veramente tosti, come quelli che veicolano i messaggi dell’esercito e delle istituzioni di Tel Aviv.

Anonymous ha scelto. Ha scelto la sua forma di organizzazione, quella liquida, leggera e distribuita permessa dall’anonimato on-line, messa a punto e perfezionata in decenni di sperimentazione da parte delle controculture che lo hanno preceduto. La forma migliore, dicono loro, in un mondo dove la tracciabilità dei comportamenti dell’individuo si eleva ormai a paradigma economico cui fa da contraltare un’intensificazione dei processi di sorveglianza diffusa. Anonimato come spazio di libertà e di informazione sorto in rete ed oggi messo sotto attacco da un numero crescente di attori. Non ultime le istituzioni militari che non si limitano più ad adattarsi all’ambiente della rete ma vogliono plasmarlo. E così, come avvenuto nell’Egitto di Mubarak o nella Siria di Assad, Israele annuncia il taglio di Internet a Gaza, violando quell’unico diritto fondamentale in grado di ricompattare la comunità mondiale di Anonymous: la libertà d’espressione. A metà tra il bollettino militare e la dichiarazione di guerra, uno dei tanti comunicati che annuncia l’#OpIsrael parla chiaro: «Abbiamo lanciato questa Op per UNA ragione ed una ragione sola, perché l’IDF ha minacciato di spegnere Internet. Anonymous si preoccupa solo della difesa di Internet, perché tutta la libertà e la giustizia sgorga da essa – e perché sappiamo che cosa accade nei posti oscuri». Ecco perché Anonymous ha scelto di stare dalla parte della Palestina. O almeno, questo è il motivo dichiarato pubblicamente.

Anche questa forma di organizzazione presenta delle ambivalenze dove i punti di forza possono rapidamente mutare in limiti. Hacker e mediattivisti arrivano su questa pagina Facebook da tutta le rete – allo scoccare della tregua saranno circa 1800 i “partecipanti all’evento” – facendo convergere sul monitor i ceppi linguistici più differenti: l’inglese domina ma una delle prime sfide da affrontare è riuscire a capirsi e dialogare. Non è sempre facile in un habitat come questo dove l’entropia comunicativa cresce esponenzialmente ad ogni nuovo post in bacheca che annuncia l’abbattimento di un bersaglio o le coordinate – solitamente indirizzi web o classi di IP – su cui puntare gli strumenti di offesa che ognuno ha a disposizione. Se chi è alle prime armi si accontenta di software rudimentali, come LOIC o Pyloris, gli hacker skilled tirano fuori dal loro bagaglio d’esperienza conoscenze più affilate per tagliare le reti digitali del nemico. Le informazioni scivolano rapide e senza sosta sulla timeline, grondante di codice e riferimenti tecnici accessibili solo agli iniziati di questo sapere esoterico. Un fiume di bit disordinato che si increspa ancora di più quando sopra il pelo dell’acqua esplode il boato di commenti dei “supporter” euforici per l’andamento dell’operazione. Un tifo da stadio che evidenzia come la forte spettacolarizzazione delle azioni di Anonymous, nondimeno essenziale per la loro riuscita, coinvolga una fetta di utenti passivi come telespettatori: usano la tastiera come un telecomando, si limitano a sintonizzare lo schermo su una trasmissione a cui non prendono parte ed al più esprimono apprezzamento con il televoto, con un “Mi piace” su Facebook o con un messaggio in sovrimpressione. Non c’è però molto da stupirsi in questo senso. Questa tendenza non è imputabile tout court alle pratiche Anonymous. Al contrario ricalca un fenomeno di collasso e sovrapposizione tra linguaggi mediali vecchi e nuovi, di cui semmai Anonymous è espressione.

shalom_hackedPur nella staticità bicromatica del layout di Facebook è difficile non essere travolti da una sensazione di caos mentre il cursore del mouse scorre vertiginosamente la pagina verso il basso. Le azioni rivendicate crescono di ora in ora, come gli inviti a fare fuoco contro gli obiettivi più disparati: finiscono sotto attacco siti istituzionali (come il blog dell’IDF), banche, casinò e provider privati israeliani. Anche le vetrine allestite per le public relations vengono infrante, come quelle del Vice Primo Ministro Silvan Shalom: chi viola le sue pagine Facebook, Twitter e Blogger lascia in esposizione messaggi filo-palestinesi. Un server dell’esercito viene espugnato ed i dati personali di 5000 ufficiali israeliani pubblicati in rete. Passano le ore e l’operazione modifica la sua curvatura. C’è una nuova priorità: bisogna garantire le comunicazioni a Gaza. La voce si sparge e qualcuno confeziona e diffonde il “Care Package”. Scaricabile da uno dei tanti siti commerciali di data hosting, si tratta di un archivio contenente informazioni su come mantenere attive le trasmissioni col mondo esterno anche in caso di blackout di Internet. Israele non resta certo con le mani in mano e reagisce con un’offensiva che mette sotto scacco il network di chat IRC VoxAnon. Parallelamente molti profili Twitter e Facebook riconducibili ad hacktivisti di Anonymous vengono eliminati dai social network. In pieno svolgimento della Op, Anonymous afferma che sono 10000 i siti abbattuti. Falso, dice il ministro della finanze Yuval Steiniz al termine delle ostilità: solo un portale è andato fuori uso per qualche minuto e ben 44 milioni di attacchi sono stati bloccati. Una guerra di cifre a chi la spara più grossa? Forse, ed il rumore di fondo generato dai network mainstream globali che riprendono entrambe le versioni disorienta e rende strabici. Come nel pieno di una battaglia, la visuale si fa confusa ed è sempre più difficile capire da dove arrivano i colpi e verso quali obiettivi sono diretti. Dobbiamo trovare un altro punto di osservazione per provare a capire ciò sta accadendo.

Network IRC AnonOps – Internet – Tempo asincrono

opisraelLa tregua tra Hamas ed Israele è stata siglata da poche ore dopo estenuanti giornate di trattative al Cairo: nei canali di Anonops c’è fermento. Anonops è un network di chat testuali basato sul IRC, un protocollo di comunicazione antenato dei social network ed ancora oggi amatissimo dagli hacker di tutto il mondo. Gli anonymous per accedervi utilizzano diversi sistemi con l’intento di non rendere tracciabili le loro attività: quello più classico prevede l’incapsulamento dei propri dati attraverso una catena di tunnel crittografici e VPN (acronimo di Virtual Private Network). In questa rete sono presenti almeno un centinaio di canali, ognuno battezzato con un nome diverso a seconda dell’operazione in cui i partecipanti sono impegnati. Su quello denominato #OpIsrael il nervosismo è palpabile, stagna l’aria: sono almeno 200 le persone presenti e nessuna di queste pare intenzionata a rispettare la tregua. Gli animi sembrano parecchio accesi e non è certo il momento più adatto per andare a fare domande qua e là: nel migliore dei casi si rischia di essere apostrofati come poliziotti e bannati dal canale. Meglio alzare i tacchi e cambiare aria.

Nel canale italiano invece la situazione è più tranquilla. Appare M0ff, una vecchia conoscenza dai tempi delle azioni contro la costruzione della TAV in Val di Susa. Subito frena «No way bro’. Io non ho partecipato ad #OpIsrael: in questi giorni ho avuto da fare». Ma senza neanche bisogno di chiederlo aggiunge «Ma posso metterti in contatto con un paio di Anon che da diversi mesi se ne stanno occupando. Aspetta qui». Prima di scomparire però, spiega brevemente il putiferio che si sta scatenando nel canale in cui sono state coordinate le operazioni contro l’IDF e le altre strutture israeliane durante i giorni di Pillar Of Defense «Stiamo decidendo se rispettare la tregua o meno. Io non sono d’accordo come molti e molte altre». Sembra incazzato e l’idea di interrompere gli attacchi non gli va giù «La storia del conflitto arabo-israeliano negli ultimi 50 anni è stata una storia di “tregue” sempre interrotte dalle invasioni e dai bombardamenti di Tel Aviv. Tregua ‘stocazzo: facciamo che prima torniamo ai confini del 1968 e poi parliamo di tregua». E chiosa «IMHO [acronimo che sta a significare “In my humble opinion”] dobbiamo continuare a tenere gli israeliani sotto stress come fanno loro con i paletinesi. Ora scusa, devo scappare».

In attesa che i due operatori di #OpIsrael facciano la loro apparizione l’occhio torna a posarsi sulla timeline della pagina Facebook di #OpFreePalestineReloaded. Sulla bacheca si alternano inviti a riaprire il fuoco, appelli alla calma e liste di nuovi obiettivi da colpire. Uno degli amministratori prova a calmare le acque aprendo un sondaggio ed invitando i frequentatori della pagina ad esprimersi in merito al proseguimento delle ostilità contro l’IDF: i si sono praticamente un plebiscito. Ad un tratto la barra di notifica di Xchat nell’angolo in alto a destra dello schermo riprende a lampeggiare: «’Sera. Ci hanno detto che ci stavi cercando». Quiet e Storm: sono questi i nomi con cui i due Anonymous si presentano. Storm è una ragazza, o almeno così dice, conosciuta in tutto il network AnonOps. Gentile, disponibile e sveglia, ha la nomea di essere un personaggio facile all’ira, pronta a trasformarsi in una furia, sopratutto di fronte alle domande fastidiose di utenti alle prime armi che giocano a fare gli hacker: aspiranti Anonymous troppo pigri per imparare davvero qualcosa. Alcuni degli italiani l’hanno soprannominata “la segugia”: «È per via del mio fiuto. Di tanto in tanto abbiamo visite indesiderate in canale. Gente che si spaccia per Anonymous e prova ad infiltrarsi nei nostri gruppi. Li individuiamo con un po’ di social engineering e poi li smascheriamo. Puoi immaginare di chi sto parlando». Sbirri? Servizi di intelligence? Altri hacker al soldo di imprese private? Non risponde. Se Storm sembra essere una Anonymous capace ma, come lei stessa afferma, «con ancora molto da imparare» Quiet da invece l’impressione di essere un veterano delle guerre in rete. Pacato e riflessivo, le sue conversazioni alternano perifrasi eleganti ad espressioni gergali angolofone, creandogli attorno un’aura di inafferrabilità ed indefinitezza. Una sensazione accresciuta dal carattere poliedrico del personaggio, dotato di un background culturale chiaramente vasto: durante la conversazione spazia con eleganza tra differenti temi, servendosi di vocabolari e terminologie che vanno dall’informatica, agli studi strategici fino alla teoria dell’informazione. «Load of bullshit!» esordisce, sintetizzando in modo efficace il suo pensiero sul fatto che Anonymous abbia deciso alla fine di uniformarsi alla tregua «Avevamo momentum e rimettere in moto gli ingranaggi nel caso ce ne fosse bisogno potrebbe richiedere qualche giorno: sai, carburare bene, fare recruiting diffondere nuovamente la voce». Tanta è la sua amarezza per l’arresto forzato di #OpIsrael quanto poca è la sua stima nel governo di Tel Aviv «Sono antisionista e ritengo che ci si debba fidare di Bibi quanto stare dietro ad un mulo pronto a calciare: non capisco che senso abbia giocare pulito quando il tuo avversario colpisce sotto la cintola e tira sabbia sotto gli occhi». Una linea di condotta sporca che Anonymous non ha tenuto. Al solito, ha giocato seguendo le sue regole ma ha rispettato rigorosamente ad alcuni principi cardine del suo agire: non solo la scelta di osservare la tregua ma anche quella di non attaccare i media israeliani, «nonostante» sostiene Quiet «fossimo in possesso di vulnerabilità su netvision.co.il». Il suo è un dissenso alimentato da motivazioni tattiche, su cui concorda anche Storm che, in modo secco si limita ad aggiungere come «non sia sufficiente una tregua a cancellare le atrocità, la barbarie e le vessazioni che il popolo palestinese ha dovuto e sta continuando tutt’ora a subire».

Entrambi cercano di fare chiarezza e raccontano con precisione quelle che sono state le differenti fasi che hanno segnato l’#OpIsrael. Le attività contro Israele, specificano, sarebbero comunque cominciate se l’IDF non avesse minacciato di tagliare Internet e si fosse “limitato” a bombardare Gaza: dal loro punto di vista un’invasione di terra in stile “Piombo Fuso” è ben più grave e neanche lontanamente comparabile ad un blackout delle telecomunicazioni. Ma quest’ipotesi, riverberata in meno di un’ora su tutti i network informativi del pianeta, ha fatto da elemento catalizzatore tra gli Anonymous che in modalità crowdsourcing hanno confezionato dichiarazioni di guerra ad Israele postate su Yotube e Pastebin. La chiamata alle armi in difesa della libertà d’espressione è stato più che altro un escamotage retorico per provocare un forte impatto mediatico: «A nostro avviso internet rimane una priorità per i palestinesi: senza di esso» dice Quiet «documentare quanto avviene sarebbe praticamente impossibile». I due d’altra parte sono perfettamente a conoscenza delle attività di propaganda e disinformazione messe in atto da Israele sui social network. Una partita giocata non solo con la mobilitazione di gruppi organizzati filo-sionisti ma anche con l’ausilio dei bot messi in campo dall’IDF: programmi automatizzati che simulano il comportamento umano, il cui scopo è quello di diffondere FUD (termine che sta per Fear, Uncertainity, Doubt) nelle reti sociali . «Un fatto questo che ci indispone particolarmente, viste le atrocità che stanno commettendo. La loro potenza di fuoco, il loro know-how e le loro risorse nell’ambito della guerra telematica e della distorsione della realtà sono notevoli. Ecco perché ostacolarli anche su Internet, ed allo stesso tempo tenere aperto un canale di comunicazione con i gazawi sotto assedio, ha una certa importanza. Anche se forse loro, preferirebbero azioni più drastiche 🙂 ».

L’Op si è articolata su quattro diversi fronti: il primo è stato quello di riportare notizie ed avvenimenti tramite anons e collegamenti di vario tipo in prossimità delle zone colpite. «Fare campagne di informazione» si affretta a puntualizzare Storm «è sempre stato uno dei nostri obiettivi principali: fare informazione pulita e sopratutto scavalcare i gatekeeper, troppo spesso succubi delle logiche del potere» . Un altro obiettivo è stata sferrare attacchi DDOS, in maniera selettiva o indiscriminata a seconda del momento, contro qualsiasi target il cui dominio fosse co.il: certo, le preferenze degli Anonymous si sono sempre indirizzate verso portali particolarmente rilevanti come network militari, il blog dell’IDF, il sito del Likud, quelli delle sedi diplomatiche o delle banche israeliane. «Quelli che mi hanno galvanizzata di più sono stati quelli alla banca di Gerusalemme ed al ministero degli affari esteri» ridacchia Storm «Avevano sopratutto un forte valore simbolico contro la lobby sionista assetata di denaro». Black faxing alle ambasciate ed il DDOS tramite applicativi VOIP ad alcuni numeri governativi ed istituzionali sono state alcune delle varianti sul tema. Il terzo fronte invece ha comportato il defacciamento di massa di interi domini israeliani, non importa se governativi o di entità private. Infine l’attività di Anonymous si è concentrata sulla divulgazione di informazioni secretate (il cosiddetto leaking) ottenute mediante le violazione del perimetro di sicurezza delle reti militari israeliane. Secondo Storm «c’è stata un’esplosione di messaggi e azioni pro-Palestina nel cyberspazio imperialista Israeliano. È stato il nostro modo per gridare al mondo un messaggio di solidarietà ed invitare a prendere posizione rispetto a quanto stava accadendo». E vista l’entità degli attacchi «per contrastarci hanno dovuto investire somme di denaro, tempo, risorse e personale senza dubbio non indifferenti» conclude Quiet.

Si tratta di prime spiegazioni, senz’altro utili per riuscire ad orientarsi nel pandemonio scoppiato a ridosso di #OpIsrael, ma che non risolvono molti dubbi ed interrogativi. Il primo è relativo al famoso Care Package, l’archivio di informazioni e tutorial diffuso da Anonymous, con l’intento di fornire ai palestinesi un paracadute, qualora il governo di Tel Aviv avesse deciso di scaraventare Gaza nel vuoto pneumatico del buio informativo. I Gazawi, un popolo che da decenni vive sotto assedio e resiste ad un oppressore spietato e potentissimo, avevano davvero bisogno che qualcuno spiegasse loro come cavarsela in una situazione di questo genere? La risposta è corale «Si è servito e non sono stati pochi i ringraziamenti espressi mediante social network. È stata una reazione d’urto alla situazione in cui versavano le telecomunicazioni, un valore aggiunto alla lotta che già veniva portata avanti». Ed in effetti sulla stessa pagina dei GYBO all’entrata in vigore della tregua ha fatto capolino in un post la maschera di Guy Fawkes con in calce la scritta “We Are Anonymous”. «Anche se» chiarisce Quiet «È difficile quantificare l’impatto reale che può aver avuto. Ma se è servito anche ad una sola persona ritengo sia stato un gesto meritevole». Mentre prova a cercare delle statistiche (che alla fine non riuscirà a trovare) sul numero dei download del Care Package effettuati da MediaFire, sottolinea che l’organizzazione di un insieme di conoscenze utili in un unico pacchetto avrebbe semplificato notevolmente le cose, sia come curva di apprendimento che come deployment time, se Israele avesse davvero deciso di portare a compimento i suoi intenti iniziali «Un conto è doversi formare su problematiche tecniche spesso complesse ed andare a cercare programmi in rete, leggendosi i relativi tutorial. Un altro è avere un file zip con tutti i tools e la documentazione relativa».

Che la rag-tag army di Anonymous si sia mossa a tambur battente, ricevendo grande attenzione tra gli utenti della rete e nel circuito mainstream è fuor di dubbio. Sono li a dimostrarlo anche le classifiche di Pastebin, la piattaforma di scrittura collettiva utilizzata per redigere comunicati, condividere informazioni sulle vulnerabilità dei siti da attaccare o approntare tutorial per gli Anons più inesperti: nel timeframe degli ultimi 30 giorni tra i “most popular pastes” ne affiorano molti che si riferiscono ad #OpIsrael. E le dichiarazioni fatte a mezzo stampa dal ministro delle finanze israeliano – il quale ha dichiarato che Israele è stato in grado di respingere 44 milioni di attacchi – non hanno fatto altro che amplificare quest’attenzione «Ma quella è stata una stronzata colossale e sensazionalistica, montata per meri fini di propaganda» sbotta Quiet all’improvviso, perdendo per pochi istanti quell’aplomb che calza come un guanto al suo nickname «Sono certo che parlasse di singoli pacchetti e non attacchi. E se consideri che basto io con un LOIC a generarne 100000 in dieci minuti, capisci da te come le sue parole escano drasticamente ridimensionate». La guerra di propaganda è una foresta di specchi dove tutto appare deformato, diverso da ciò che è realmente. Anonymous sembra saperlo perfettamente: «10000 siti attaccati da parte nostra? Una trollata a cui alcuni media hanno abboccato». Niente di più facile in un mondo dove le redazioni giornalistiche hanno la necessità di arrivare per prime e vendere di più. Per farlo privilegiano le fonte che usa le cifre più impressionanti, a prescindere dal loro grado di affidabilità. Poi quella ben nota dinamica di convergenza e reciproca influenza tra grandi testate giornalistiche – copro anche io una news che stai coprendo tu per non perdere fette di audience – fa il resto e ad una “trollata”, ad una bufala, magari concepita in chat tra lo sghignazzamento generale, viene dato risalto internazionale.

«Gli attacchi che abbiamo portato avanti non sono stati 10000 ma certo in un numero che si aggira nell’ordine delle migliaia». E qui, viene da pensare, la foresta di specchi diventa labirinto dove identità e organizzazione Anonymous sono un giano bifronte i cui punti di forza sono anche quelli di debolezza. Visto il peso che Israele ha nell’industria della cyber-sicurezza che cosa avrebbe potuto impedire che dentro la massa anonima, schieratasi a fianco della Palestina e mossa da motivazioni genuine, non si siano aggregati elementi che di Anonymous non aveva proprio nulla? Magari mercenari, organizzazioni criminali o hacker al soldo di altri stati che confondendosi nell’enorme rumore di fondo generato dall’#OpIsrael, avrebbero facilmente potuto perseguire interessi che poco avevano a che fare con il sostegno al popolo gazawi. Detta in altro modo: non c’è dubbio che a Teheran la vicenda del virus Stuxnet (progettato dalla crema delle truppe informatiche israeliane e con cui erano state messe fuori uso le centrifughe degli impianti nucleari iraniani) bruci ancora parecchio. Quale occasione migliore di questa per rispondere al fuoco senza rendersi individuabili, facendosi scudo di un brand così trasversale? E tutto questo al netto del fatto che da diversi anni Anonymous concentri molti dei suoi sforzi proprio sul panorama iraniano. A rispondere a queste perplessità per prima è Storm, la quale ammette che «questo è un problema di fronte al quale possiamo fare ben poco. Per esempio abbiamo immediatamente “congedato” degli hacker nazisti che avevano provato ad aggregarsi. Ma non abbiamo alcuna garanzia che questi non si siano ripresentati sotto mentite spoglie». «Va detto però» dice Quiet cominciando ad esplorare la questione «che è qualcosa di cui siamo consapevoli. Non escludo affatto che alcuni appartenenti ad aziende private di IT security, alle forze armate o ai servizi israeliani siano entrati in chan per monitorare, loggare, sabotare, far deragliare e perdere il focus dell’Op: anzi, so per certo che almeno un NCO [unità non combattente] dell’IDF era presente. Non ho notizia della presenza di altre agenzie di intelligence» conclude Quiet «ma la ritengo molto probabile». Si tratta insomma di un rischio calcolato, il cui margine è però ridotto drasticamente da due fattori. Primo, chi partecipa alle Op ne è a conoscenza. Secondo, le caratteristiche molecolari della forma di organizzazione di Anonymous possono peccare in efficacia ed efficienza ma la rendono «una cosa talmente scoordinata che è difficile imbrigliarci o disgregarci». In mancanza di una struttura piramidale, l’iniziativa viene spesso lasciata ai singoli senza che questi attendano alcuna direttiva dall’alto: una volta individuata una breccia nei sistemi di difesa di un particolare obiettivo, se ne discute in canale e si decide se aprirla o meno. Un sistema di sorveglianza non funziona se chi ne è oggetto ne ha cognizione. Un sistema di difesa non crolla se il nemico non è in grado di individuarne il centro di gravità su cui indirizzare i suoi sforzi. Due principi fondamentali dell’arte della guerra. Che valgono per Anonymous. Ma anche per i suoi avversari.

spreadsheetgyboidfLa conversazione è durata fin troppo: nonostante l’affabilità ed il tempo concesso ora i due Anonymous scalpitano per tornare alle loro stringhe di codice ed ai loro terminali. Accettano però di rispondere ad un’ultima domanda prima di dileguarsi. Non può che essere una: chi è il vero vincitore in questa guerra? «È particolarmente difficile indicare un chiaro vincitore in questa situazione. Complessivamente direi i palestinesi. Noi eravamo solo una forza di supporto, la falange che piomba sui ranghi nemici sorprendendoli sul lato» spiega Quiet. «Nostro obiettivo era garantire supporto ai palestinesi, anche solo cercando di sottrarre risorse e coordinazione ad Israele costringendoli alla mobilitazione sia sul fronte di terra che su quello virtuale». Dal suo punto di vista proprio Israele è uscito malconcio dallo scontro mediaticamente parlando. Ritiene infatti che, nonostante Tel Aviv abbia innalzato il suo Reality Distortion Field«altro che Iron Dome!» esclama – e mobilitato armate di follower e profili fake sui social media, la sua narrazione sia stata poco convincente: «Non mi paiono all’avanguardia in fatto di public relations e damage control: fare dei report ad intervalli di un’ora su Twitter e Facebook non è che richieda un granché». È tutto l’approccio dell’IDF che, a suo dire, non funziona, incapace com’è di comporre una sintesi efficace tra i vettori comunicativi utilizzati: il tentativo di muoversi su un piano morale per giustificare le azioni intraprese, l’incapacità di farne trasparire delle motivazioni accettabili e l’eccessiva disinvoltura con cui viene appiccicata l’etichetta “danni collaterali” ai morti civili sul campo («quando in realtà si capisce benissimo che sono solo dei numeri su uno spreadsheet di qualche ufficio d’intelligence»). Di opinione non dissimile è Storm la quale ritiene che il tentativo di censura messo in atto da Israele sia stato scavalcato. «Ma la guerra continua» chiosa prima di chiudere la finestra di chat «e noi non smetteremo di far sentire la nostra voce e di dare voce a chi ne è privo, come hanno fatto altri prima di noi. Penso a Vittorio Arrigoni: questa battaglia è anche per lui, per mantenere viva la sua memoria ed il suo esempio».

Anche Anonymous stays human.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

 

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