Orgoglio e gloria del web 2.0 – Un saggio di Geert Lovink


Geert Lovink “Benvenuti nel web 2.0!” ci dicono speaker ed opinionisti del mainstream globale e le aziende di IT da almeno un paio di anni.

Come sentirsi dire “Buon appetito!” dal macabro pagliaccio di McDonald’s “quando riammucchia i suoi strati di carne unta per vendere un prodotto completamente nuovo ogni sei mesi”.

E allora benvenuti a McMondo, dove potete consumare prodotti standardizzati e già confezionati su misura per bisogni e desideri pensati da altri per voi. Benvenuti nel web 2.0.

Geert Lovink nel breve saggio “Orgoglio e gloria del Web 2.0” (parte del suo ultimo libro “Zero Comments") demolisce, senza nemmeno troppo impegno, il mito di questa tanto sbandierata “Nuova Rete”, criticandone quegli elementi che promettevano la fondazione di una nuova era informatica, e che da verità affermate ed indiscutibili, sotto le riflessioni attente e pungenti del ricercatore olandese si trasformano in palloncini colorati pronti a scoppiare tra le mani dei clown dell’industria dell’informazione… Sta forse per scoppiare un’altra bolla?

Da qualsiasi punto lo si voglia vedere questo web, di 2.0 sembra avere ben poco.

Secondo Lovink si tratta solo di una “paruccata”, una rivoluzione preconfezionata infarcita di linguaggio nuovista ma che propone un concetto di “new media” riciclato ad uso e consumo degli utenti della rete per il profitto delle “solite” grandi corporation.

Ma forse Lovink si sbaglia. Forse noi ci sbagliamo. Forse noi Info Free Flowers, noi fiori malati dell’era dell’informazione, siamo appassiti e decadenti, incapaci di farci avvolgere dai bagliori luminosi di quest’ alba della comunicazione.

E allora questa volta siamo disposti a misurarci con i nostri limiti, uno per uno, e pronti ad ammettere che fino ad ora non abbiamo capito nulla e che tanto vale chiudere questo blog 😛 .

Tutti in religioso silenzio ed incollati agli schermi dei vostri computer adesso: ammirate estasiati il nuovo che avanza.

Il web 2.0 è ricco di nuove tecnologie”

Le tecnologie ed i codici su cui si basa non sono in realtà nulla di nuovo: i blog esistono già da almeno una decina d’anni ( anche se è vero, la loro esplosione è avvenuta molto più tardi ), l’html è sempre l’html, RSS è un prodotto di Netscape e risale al ’99, mentre Ajax era già diffuso nelle aziende basate sui browser ed è stato trasformato in un fenomeno sociale.

Il web 2.0 è l’evoluzione di quel sogno di democratizzazione e partecipazione globale che è proprio della rete: produce il “bene”, rafforza i legami sociali e l’identità”

Nella tollerante Olanda dopo l’assassinio del regista Theo van Gogh i forum, le chat ed i social network erano stati dei catalizzatori di odi e violenze razziste e xenofobe: un primato per i paesi bassi.

Volendo restare in casa nostra potremmo, nostro malgrado, fare l’esempio di Indymedia Italia: il network di media indipendenti nazionale, che sicuramente è stato una delle avanguardie per ciò che riguarda la possibilità per gli utenti di pubblicare contenuti on line, nel 2006 purtroppo chiuse, seppur in modo momentaneo: fra le motivazioni l’uso improprio dell’open pubblishing che aveva reso il newswire un luogo carico di insulti, calunnie, informazioni non vere, minaccie, chiacchiere da bar, azzerando in questo modo non solo la discussione politica, ma anche la stessa possibilità di dialettizzarsi con chiunque.

Inoltre non fa mai male ricordare che proprio le aziende occidentali che posseggono le infrastrutture di social network “aperti e democratici” sono le stesse che nei paesi del terzo mondo aiutano i regimi autoritari a costruire i firewall nazionali per permettere agli utenti di gustare l’accesso, con una spruzzatina di controllo sociale, ai servizi da cui loro trarranno profitto. Alla faccia della democrazia.

Altro tasto dolente: chi è disposto davvero a partecipare on line e a creare un web cooperativo? A quanto pare sempre meno utenti: la maggior parte sembrano essere “lurkers”, bighelloni e voyeuristi di passaggio.

Il web 2.0 è free/gratuito nella fruizione di un oceano sconfinata di contenuti di qualità prodotti dagli utenti: è la fine del dominio dei professionisti!”

Ma qual’è davvero il prezzo di questa gratuità? La profilazione dei comportamenti sociali di milioni e milioni di utenti. E questi profili dove andranno? Da chi verranno utilizzati? A che scopi? Come potranno essere utilizzati in futuro? Potrebbe essere spiacevole il fatto che il vostro datore di lavoro nel 2015 vi licenzi di punto in bianco perché, dopo aver fatto un po’ di data mining qua e la, è in disaccordo con un opinione che avevate espresso dieci anni prima.

Ma il grande inganno in tutto questo è che i promotori dell’ideologia del free, utilizzano un’ arma potente come il linguaggio (in modo tipicamente manageriale) per nascondere il fatto che in qualche punto della catena di produzione delle informazioni (delle informazioni che milioni e milioni di utenti producono) qualcuno (un’elité assai ristretta come sempre) intasca i soldi. Con tanti ringraziamenti per il lavoro gratuito che noi gli offriamo.

È bene anche interrogarsi sulla qualità di questi contenuti prodotti dal dilettantismo della rete: “Se può farlo chiunque, questo significa che tutti sono dotati della stessa sensibilità estetica?” si chiede Lovink. E per ogni video interessante prodotto da un netizen e pubblicato su YouTube quante migliaia di video possiamo trovare presi da Italia 1 e dalla spazzatura della televisione?

Con il web 2.0 tutti possiamo essere Dj e registi e distribuire on line i nostri podcast senza dover strisciare di fronte al dirigente di turno. Finalmente il mio lavoro di dilettante sarà valorizzato, apprezzato da tutti ed io sarò ricco”

Contare davvero sul “web 2.0” per essere catapultati nel mainstream significa illudersi non poco.

Data l’enormità di contenuti che oggi vengono prodotti e immessi in rete la dipendenza dalle piattaforme di aggregazione e filtraggio dei contenuti è più evidente che mai e su questa dipendenza si sviluppa il finanziamento e lo strapotere dei vari Google, digg, delicious ecc ecc.

In questo senso insomma, chi più sembra trarre beneficio sono gli utenti finali (godimento) e appunto gli aggregatori e i sistemi di filtraggio (economico) grazie alla pubblicità on line, non certo i produttori di contenuti.

Anzi a ben vedere la questione, chi produce contenuti paga per poterli mettere on line, dato che internet non è gratis.

Da questa prospettiva, il “nuovo e scintillante web”, ripropone in modo quasi identico il modello economico liberista precedente alla bolla speculativa della new economy: pochi soggetti controlleranno le infrastrutture e si arricchiranno grazie ad i soggetti che cedono gratuitamente contenuti.

Ed inoltre un consiglio per tutti gli aspiranti videomaker, musicisti o giornalisti che siate. Fate attenzione alle licenze sotto cui Myspace, Youtube o qualsiasi altra piattaforma di social network vi permette di pubblicare contenuti: non vorremmo mai che la melodia con cui avete decantato al mondo l’amore per la vostra compagna diventasse da un giorno all’altro il jingle di un disinfettante per cessi. Le conseguenze potrebbero essere inimmaginabili sul piano sentimentale e probabilmente potrebbe essere irritante per voi constatare che lunghe e dure notti di creatività (anche perché durante la giornata lavorate come precario con contratto semestrale alla RAI) faranno intascare qualche altra milionata di euro ad oscuri dirigenti d’ azienda che non avete mai visto e che sopratutto non hanno la minima intenzione di darvi un solo euro per il lavoro che vi hanno espropriato.

E quindi?

Quindi, sostiene Lovink, i problemi rimangono gli stessi del passato: “ il controllo da parte delle corporation, la sorveglianza e la censura, i diritti di ‘proprietà intellettuale’, i filtri, la sostenibilità economica e la governance” e “nonostante la moda del ‘nuovo new’, la posizione dei new media all’interno della società non è più vicina alla soluzione di quanto non lo fosse durante la moda del ‘vecchio new’ della prima bolla della rete”.

Ma chi vuole promuovere un uso critico e sociale dei media non può limitarsi a continue ed inutili lamentele. Una critica ideologica a Myspace, seppur sistematica e ben fatta, ne diminuirebbe forse gli acessi? Dove andrebbero quei settanta milioni di utenti? Quale piattaforma offre quella possibilità di interazione? E ancora. Dopo aver fatto questa critica ideologica che cosa ci resta in mano se non la soddisfazione di aver espresso un piano teorico interessante (per noi) e la certezza di non aver scalfito minimamente le strutture informatiche ed economiche liberiste su cui i “maledetti” social network si basano? “Dovremmo credere nel potere dell’argomentazione e insistere con la strategia della critica dell’ideologia sapendo che questa fallirà e fallirà ancora?”

E qui purtroppo (aggiungiamo noi) si annida ancora la solita fallacia positivista di cui continuiamo ad essere affetti: la critica e la controinformazione sono il primo passo essenziale, ma conoscere la natura di un problema non vuol dire avere la possibilità di controllarlo e tanto meno di risolverlo.

Lovink invita quindi ad andare oltre la sterile cultura delle lamentele: “È tempo di tornare ad essere utopisti e cominciare ad edificare una sfera pubblica al di fuori degli interessi a breve termine delle corporation e delle volontà di regolamentare dei governi. È ora di investire nell’educazione, ricostruire la fiducia e svincolarsi dalla retorica securitaria post 11 settembre”.

Ma è nelle righe finali di questo suo saggio che Lovink tocca quello che probabilmente è il vero punto di svolta, la vera battaglia da fare per poter mettere in atto questo ambiziose e titanico progetto: se da una parte infatti “hacker, attivisti ed artisti devono essere collettivamente più distanti dalla sfera digitale” da un’altra “i media sociali hanno l’esigenza vitale di sviluppare la propria economia. Regalare i proprio contenuti dovrebbe essere un atto generoso e volontario, non l’unica opzione disponibile. Invece di celebrare il dilettante dovremmo sviluppare una cultura di Internet che aiuti i dilettanti (che spesso sono i giovani) a diventare professionisti, cosa che non accade se predichiamo loro che l’unica scelta che hanno è sbarcare il lunario durante il giorno con McJob in modo da poter celebrare la loro libertà durante le lunghe ore notturne passate sulla rete”.

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