Sorvegliandoci dolcemente


"Sorvegliandoci dolcemente" è un workshop che verrà tenuto da And, durante la terza giornata di Info Free Flow ( sabato 23 febbraio ), presso il laboratorio Crash!

Obbiettivo di questo seminario è il disvelamento e la discussione di alcuni degli aspetti meno conosciuti dei social network, come myspace, youtube, facebook etc, che molti di noi, sia come singoli individui, sia come realtà politiche utilizzano quotidianamente.

L’impostazione del seminario sarà volutamente "non specialistica" e trasversale a tutta una serie di differenti questioni: certo il problema della privacy ma anche la possibilità di interagire e stimolare dinamiche di partecipazione e interattività fra utenti / soggetti sociali nell’ormai mutato panorama del web 2.0.
Speriamo possa occasione propositiva di dibattito sia con TUTTI i blogger che utilizzano questi strumenti su QUALSIASI piattaforma di social network, sia con quelle realtà di movimento che si occupano di comunicazione e diritti digitali e che potranno essere presenti quel giorno.

Un altro link molto interessante per avere una visione un pò più chiara delle questioni che vorremmo approfondire il 23 febbraio è questo documento postato sul blog di Pinna qualche tempo fa.

Vi aspettiamo numerosi! 

Sorvegliandoci Dolcemente,
interrogativi e appunti per reagire al web2.0

Nel corso degli Anni Novanta, le culture antagoniste ed i movimenti sociali Italiani sono stati all’avanguardia nel promuovere un approccio autogestito all’uso e al consumo della rete e degli allora emergenti nuovi media digitali. Progetti come ECN, Peacelink e successivamente Autistici/inventati e la rete degli Hacklab hanno costituito e popolato le proprie infrastrutture di comunicazione indipendente dispiegandole come incubatrici e catalizzatori di ulteriori progetti, conflitti e sperimentazioni. Con esperienze di editoria underground come Shake Edizioni e Neural,il panorama del mediattivismo italiano è stato fino ad ora relativamente innovativo e ricettivo,colmando enormi vuoti lasciati aperti da istituzioni artistico-culturali spesso estremamente sonnolenti, se non del tutto apatiche e conservatrici.

Negli ultimi anni, Internet e il web – infrastrutture sulle quali movimenti e subculture hanno investito aspettative e costruito i propri media tattici – sono soggette a trasformazioni radicali. Con il termine web2.0, gli operatori dell’industria dei nuovi media si riferiscono ad un nuovo modello di business e un paradigma emergente per la progettazione di piattaforme di comunicazione on-line.
Tale paradigma, rinvenibile nell’estetica amichevole e nella forma tecnica di siti di successo quali Flickr, Facebook,Youtube, Last.fm, ecc, apparentemente democratizza l’accesso al mezzo. Le piattaforme web di nuova generazione offrono infatti spazi di interazione gratuiti e strumenti semplici e potenti per la pubblicazione multimediale; quasi sempre interamente basati sul browser web.

Tuttavia, l’elevato livello di interattività offerto da questi servizi, nel facilitare e sollecitare dinamiche di partecipazione sociale, le cattura e le sfrutta, trasformandole in lavoro non retribuito. In forma più o meno esplicita, questo processo di espriopriazione coinvolge i contenuti prodotti dagli utenti, dal momento in cui questi vengono controllati e gestiti dai fornitori del servizio attraverso database centralizzati. In modo più subdolo ed implicito, anche i flussi di attenzione, i comportamenti on-line, le preferenze, le attitudini e le relazioni sociali degli utenti vengono messi a lavoro.
Opportunamente filtrate, aggregate e disgregate, messe in relazione con dati sociodemografici e informazioni provenienti da fonti più disparate, questa conoscenza costruita su comportamenti discreti, gesti minuti e misurabili, ha un elevato valore commerciale: essa fornisce previsioni e modelli per rischiose operazioni di marketing e costose campagne pubblicitarie.

Sempre meno simile ad un intreccio di molte, eterogenee piccole ragnatele di pagine scritte e tessute a mano, il nuovo web rassomiglia più tosto ad una collezione di enormi caleidoscopi comunicanti i cui specchi riflettono profili cangianti di vite e relazioni individuali. Nel loro offrisi, tra ingenuità e disinvoltura, ad un voyeurismo generalizzato, i profili dei nuovi social network ci mostrano come il web di ultima generazione democratizzi molto più che la libera espressione individuale. Non più prerogativa esclusiva dello stato e dei suoi differenti apparati, ma facilmente accessibile ai singoli individui e alle organizzazioni, la sorveglianza sembra essere divenuta una dimensione ineluttabilmente connaturata alle dinamiche della nuova vita pubblica.

Rifiutando tanto una prospettiva di luddismo politicamente inoperoso, quanto un’elitistica e in ultimo ipocrita posizione di presunta autonomia dal contesto circostante, il mio intervento intende sollevare alcune questioni di fondo. Quali incentivi, necessità, false scelte e pressioni sociali ci spingono (come singoli e come collettivi) a utilizzare tali servizi? quali sono i costi da pagare quando scegliamo di restarne fuori? Quali tattiche di presenza critica e sabotaggio culturale sono concepibili? in ultimo, come ripensare in modo strategico le nostre infrastrutture di comunicazione per adattarle al contesto attuale?

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