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Intervista ad Info Free Flow - Parte 3

iff | 22 Aprile, 2008 17:55

Parliamo di Social Network, su cui avete organizzato anche un incontro. Per alcuni infrastrutture come Myspace o Facebook sono dei grandi contenitori di relazioni sociali che catalogano minuziosamente le pratiche on-line delle persone che ne usufruiscono. Per altri, invece, il valore intrinseco e monetario di tali infrastrutture dipende dal numero di persone e dalla soddisfazione emozionale che riescono a dare. In questo senso si può dire che siamo di fronte a "assets" estremamente ambigui e rischiosi?
Mi spiego,se da una parte Murdoch può accedere a tutta una serie di informazioni che producono valore dall'altra e' strettamente legato alla soddisfazione e all'investimento emotivo che le persone veicolano verso Myspace. Non e' questo un esempio di controllo dell'"utenza" nel medesimo tempo di sudditanza da essa?

La domanda è interessante e crediamo debba avere una risposta il più possibile esaustiva.
Per rispondere però è necessario dare uno sguardo ampio alla natura dei social network, in particolare modo per quanto riguarda il loro aspetto economico.
In questo senso vorremmo riportarti un po' l'esperienza e le riflessioni di AND, un ragazzo che abbiamo conosciuto all'hackmeeting a Pisa e che ha tenuto all' ultima edizione di IFF un workshop proprio sulla questione dei social network.

La prima domanda che secondo noi è sempre bene porsi in questi casi è: a chi appartiene ( giusto per fare un esempio ) Myspace? La risposta è Murdoch, il magnate delle telecomunicazioni, da sempre vicino alla corrente neo - con americana (quella di Bush per intenderci ) i cui network ( tutti facenti riferimento alla multinazionale Newscorp ) nella
loro totalità appoggiarono l'invasione dell'Iraq che diede inizio alla seconda guerra del golfo.
E Youtube invece, da chi è stata acquistata nell'ottobre del 2006? Da Google.

È lecito porsi allora una seconda immediata conseguente domanda: per quale motivo organizzazioni di questo tipo ( importanti multinazionali dell'informazione globale votate al profitto ) creano o acquistano per
cifre non certo irrisorie, piattaforme di comunicazione, come
Myspace o Youtube? Piattaforme che a prima vista potrebbero quasi sembrare un pericolo per chi detiene grossi capitali basati sulla proprietà intellettuale e potere mass-mediatico dovuto al controllo capillare dei mezzi di informazione del pianeta.
Questa secondo risposta va cercata nei tratti caratterizzanti del cosiddetto web 2.0 dove ( e qui citiamo testualmente le parole di AND ) "a nuove forme di cooperazione corrispondono nuove forme di appropriazione privata ": termini che se accostati possono generare a prima vista confusione ed ambiguità.
E questa ambiguità la ritroviamo anche nelle caratteristiche tecniche sui cui i social network sono costruiti: piattaforme di comunicazione totalmente decentralizzate e servizi web utilizzabili senza bisogno di pagare o scaricare alcun software. Tutto questo però in combinazione con la presenza di database centralizzati che grazie ad un esteso sistema di
sorveglianza, insito nell'architettura stessa delle piattaforme ( che utilizzano largamente web-cookie e script), si nutrono di dati personali degli utenti e delle traccie dei loro comportamenti. Questa mole enorme di dati viene quindi sottoposta ad un procedimento tecnico chiamato "data mining" il cui scopo è estrarre informazioni utili da un insieme amorfo di dati.

In questo modo chi detiene e controlla queste informazioni, queste basi di dati ha per esempio la possibilità di:

#0 Ottimizzare il prodotto attraverso la conoscenza diretta e dettagliata delle abitudini e delle pratiche d'uso degli utenti ( per esempio può essere interessante per l'industria discografica conoscere i dati relativi alle playlist suonate su myspace per dare forma e creare in laboratorio il trend musicale della prossima stagione )

#1 Razionalizzare e diversificare l'allocazione di stimoli pubblicitari, principale fonte di introiti in un contesto di servizi
per la maggior parte gratuiti: ovvero costruire pubblicità ad hoc relativamente ai gusti ed alle abitudini del singolo utente e farci i miliardi.

Si verifica, quindi, uno slittamento nel paradigma comunicativo pubblicitario che da uno standard seriale ( tipico dell'industria di massa come l'abbiamo conosciuto fino ad oggi ) passa ad uno personalizzato.
Inoltre in questi network l'utente è un "prosumer" che consuma informazioni ed allo stesso tempo le produce, le categorizza, le diffonde grazie alla ragnatela di relazioni che crea continuamente, aumentandone così esponenzialmente il valore. Valore che però sfugge all'utente che produce i contenuti e finisce nelle mani di chi controlla e possiede quel determinato network comunicativo.
Il risultato finale è quasi paradossale: la cooperazione nella sua dimensione decentralizzata va a creare e rafforzare giorno dopo giorno, clik dopo click, dei monopoli informazionali.
Parafrasando Geert Lovink: il controllo dei click lungo la strada ha reso ancora prevalente il modello tecno-liberista degli anni 90 e dice che chi scrive il software e fornisce le piattaforme comunicative si arricchirà grazie alle masse ignoranti che sono felici di cedere gratuitamente i loro contenuti.
Non solo: il caos della rete in cui oggi più che mai siamo dispersi ci porta a cercare punti di riferimento costanti capaci di orientarci e di permettere di trovare le informazioni che ci interessano. Ma una volta trovati questi punti di rifermento spesso ne diventiamo dipendenti ( pensiamo a Google, che da strumento di ricerca è diventato abitudine ) e ne garantiamo il finanziamento.
E inquadrata in questa prospettiva l'unica forma di asservimento che a noi sembra di individuare è quella dell'utente che trasforma in merce un ennesimo rilevante ( oggi più che mai ) segmento della sua quotidianità
( la comunicazione on line ).

Se seguiamo il ragionamento di prima inoltre vediamo anche cadere miseramente il mito per cui i social network possono essere utili per catapultare un artista indipendente nel mainstream: i casi sono rari e si possono tranquillamente considerare più un'eccezione che una regola. Il filtraggio dei contenuti da una qualche visibilità in più ma non è certo sufficiente. I beneficiari sono quasi sempre l'utente finale e soprattutto chi possiede le piattaforme di comunicazione, non chi produce.

Inoltre in questi social network viene fatto un uso massiccio di tecnologie proprietarie che ricadono sia sull'utilizzo delle risorse, che idealmente dovrebbero essere di tutti e sempre disponibili in qualsiasi forma, e sia sugli utilizzatori.
L'esempio migliore, o peggiore dai punti di vista, e' l'abbondante uso nelle pagine web di flash, una "tecnologia" vecchia, ultraproprietaria di Adobe, che rende quasi impossibile fruire del contenuto senza il loro specifico plugin per il browser che usiamo nella navigazione. oltre a questo c'è un discorso di accessibilità.
Non e' scontato che tutti i dispositivi (palmari, cellulari, tablet, pc con software/hardware di qualche anno obsoleto) che accedono a queste risorse "sociali" abbiano questo specifico software installato, ne' tanto meno e' sicuro che possa supportarlo o che esista una versione specifica per quel dispositivo.
Ci sono anche le persone diversamente abili, che riscontrano una barriera insormontabile nell'accedere a questi contenuti. Senza scendere nei dettagli, immaginiamo un non vedente, che usa un sintetizzatore vocale ed altri strumenti per "ascoltare" i contenuti di una pagina. Tutto ciò che appare in queste "scatole tecnologiche chiuse" è per loro del tutto inaccessibile. A meno che non esistano e si usino altri strumenti anch'essi proprietari e quindi a pagamento.
Poi c'è un ultima questione, ed è quella relativa al tipo di approccio che determinati ( non tutti e non per forza ) social network stimolano nell'utilizzo del web e della miseria culturale che producono: creazione di identità sociali basate sull'ostentazione di oggetti culturali, voyerismo da GF, pulsioni individuali da ego - trip, consolidamento di
pregiudizi e stereotipi, generazione di riduzionismo culturale.
Anche se poi ovviamente questi comportamenti, non trovano le loro radici nel idea stessa di network sociale e nei mezzi tecnici che ne stanno alla base, ma sono un riflesso del pensiero dominante, figlio ed espressione
dell'organizzazione capitalista della società.
In ogni caso vorremmo essere chiari: non stiamo certo criticando l'idea di rete sociale in se ( che anzi, sotto molti aspetti è simile all'idea di autogestione ) ma il sistema di proprietà di questi media e la volontà di trasformare in profitto le pagine visitate.

Un altro seminario che avete ospitato nella tre giorni era "come aumentare il disordine in rete" (autistici/inventati), in cui il collettivo autistici ha presentato la propria piattaforma di blogging, perché, a vostro avviso, bisognerebbe preferire NoBlogs a qualsiasi altro servizio?

Non è che bisognerebbe preferire NoBlogs ad ogni altro servizio. La questione è diversa: ad ogni strumento corrisponde una o più funzionalità e per determinate funzionalità Noblogs è perfetto mentre per altre no.
Ci spieghiamo meglio facendo anche un esempio pratico.
Se la sera del 21 luglio 2001 un attivista avesse voluto rendere pubblici ed immediatamente accessibili i video delle violenze e della brutalità poliziesca sui manifestanti al G8 di Genova, quali canali di diffusione potrebbe utilizzare?  Certo: Indymedia, Ngvision, Isole nella Rete e NoBlogs. Ma se il suo obbiettivo, la sua necessità, la sua urgenza è arrivare al numero più ampio di persone nel minor tempo possibile allora perché no anche Myspace e YouTube ( che oggettivamente hanno oggi un ampio ed eterogeneo bacino di utenza ).
Il che ovviamente non significa abbandonare l'uso e lo sviluppo delle reti autogestite ma fare un uso tattico degli strumenti che abbiamo a disposizione a seconda degli obbiettivi che ci poniamo nelle diverse situazioni che ci troviamo ad affrontare: la comunicazione politica non può rischiare uno scollamento tra gli obbiettivi che si pone, la sua funzione sociale e gli strumenti che utilizza.
Non solo: potrebbe anche essere un metodo per dirottare i naviganti dai server commerciali sui nostri server autogestiti e far conoscere loro questo mondo, queste isole.
Proprio a partire da quest'ordine di ragionamento abbiamo deciso di creare il blog di Info Free Flow ( http://infofreeflow.noblogs.org )sulla piattaforma di Noblogs perché è un contenitore di blog pensato "per produrre contenuti che contribuiscano a uno spazio di informazione, comunicazione, relazione e iniziativa politica indipendente": ci sembrava importante dare visibilità e collocare il nostro principale e più immediato strumento di comunicazione in un "network esteso" con cui ci sentiamo politicamente affini e da cui possiamo trarre ed con cui vorremmo poter scambiare idee, esperienze, relazioni, pratiche e conoscenze.
Inoltre NoBlogs è costruito secondo una serie di criteri che non possiamo che condividere e che vediamo come indispensabili per poter dar vita ad una comunicazione effettivamente libera :

-È basato su software open - source ( e questo vuol dire molto anche per la privacy degli utenti che vi scrivono )

-Non tiene alcun log, né traccia delle attività degli utenti e non richiede alcun tipo di dato personale per l'attivazione di un proprio spazio web

-È dotato di un design user - friendly anche per il meno alfabetizzato ( informaticamente parlando ) degli utenti. Inoltre sul Autistici/Inventati sono presenti tutta una serie di guide per un uso ottimale del blog, ed un forum con cui si ha la possibilità di confrontarsi con altri utenti e di condividere e discutere in merito a problemi riscontrati nell'uso del proprio blog e ad eventuali soluzioni da mettere in campo.

-È situato all'interno di un network R*esistente come quello di AI, che ha già dato prova della sua robustezza di fronte ad un significativo tentativo di censura ad opera del fanaticamente zelante ex-parlamentare dell'UDC Luca Volonté nel luglio del 2007.

-È totalmente AUTOGESTITA da compagne e compagni, che da anni sono dentro al movimento, verso cui nutriamo la piena fiducia ed ai quali pensiamo di poter affidare tranquillamente parte della gestione dei mezzi che utilizziamo per comunicare.

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