Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale – Intervento di Info Free Flow (prima parte)


Completiamo il post sul seminario "Socializzazione della Finanza e Crisi dell’Economia Globale" con il nostro intervento come InfoFreeFlow, con cui torniamo a tematiche più consuete per il nostro blog: partendo dalle trasformazioni nel mondo del lavoro in rete e della finanza negli ultimi trent’anni proveremo a delinearne le relazioni pericolose quali New Economy, social network e cloud computing.

Trattandosi di un lavoro piuttosto ampio, ve ne proponiamo la dispensa in PDF ed alleghiamo (nel formato libero ODP) le diapositive proiettate in occasione del seminario, per chi fosse interessato ma non avesse tempo o voglia di leggersi tutto il documento. Integriamo la trascrizione con una bibliografia critica di ottimi testi di cui ci siamo serviti nel corso della nostra ricerca, alcuni dei quali saranno già vecchie conoscenze degli affezionati lettori di InfoFreeFlow;)

 


 

 

"Indietro non si
torna"

Punto di partenza di
questa discussione è l’assunzione di due ipotesi di ricerca della
sociologia del lavoro contemporanea: il muoversi di pari passo
del paradigma produttivo con l’evoluzione tecnologica e la centralità
del linguaggio nella valorizzazione capitalista contemporanea, come
flusso che contemporaneamente attraversa e determina sia la sfera
della produzione industriale che quella del mercato finanziario
.
Vedremo come la complementarità di questi elementi, riflessa
nell’irrompere del modello di rete (che sia a livello
infrastrutturale che organizzativo modifica il paradigma fordista) e
della nuova determinazione dell’informazione (come vettore di
conoscenze, competenze, relazioni, pubblicità ed investimenti
trasversalmente agli ambiti lavorativi e del tempo libero) modifichi
radicalmente le dinamiche di controllo capitalista sui versanti della
produzione e del consumo, fino ad accomunare l’economia finanziaria e
quella (cosiddetta) reale, ed a rendere fallimentari i tentativi di
scindere le due nella proposizione di un progetto sostenibile di
governance economica per il dopo-crisi. Per proporre una genealogia
appunto della crisi, occorrerà risalire ad un altro contesto di
trasformazione dei dispositivi dell’economia globale: quello degli
anni ’70, periodo in cui sono state gettate le basi e spianato il
terreno a quell’incorporazione del rischio e del debito nella
razionalità capitalista contemporanea, le cui contraddizioni
riesploderanno all’inizio del nuovo millennio – con la bolla delle
Dot Com – e nell’autunno del 2008, con la bolla dei mutui subprime ed
il tracollo della finanza mondiale.

Crisi del Capitale

Nei paesi occidentali,
entrambi i periodi che precedono le due crisi presentano una crescita
economica generalizzata (anche se, nel caso degli anni del
neoliberismo trionfante, si riscontra una distribuzione della
ricchezza prodotta profondamente sbilanciata). Nel primo caso, quello
della cesura degli anni ’70, volgono al termine i cosiddetti "trenta
anni gloriosi" (che abbracciavano il periodo tra la
ricostruzione del dopoguerra e lo sviluppo dello stato sociale,
caratterizzato da una crescita economica sostenuta) e si arriva alla
saturazione dei mercati dei beni di consumo di massa. Auto,
televisori, elettrodomestici e telefoni non sono più lussi per
pochi, bensì veicoli generalizzati di idee e stili di vita della
società di massa, la cui diffusione è così spinta che non a caso è
proprio in tale contesto di relativo benessere che alcune personalità
critiche iniziano a parlare di consumismo, accumulo di beni
"inutili". Questo per quanto concerne il consumo: in merito
al versante della produzione, da un lato con il conflitto sociale
(particolarmente intenso nel Giappone degli anni ’50 e nell’Italia
degli anni ’60 e ’70), dall’altro con la pronunciata
sindacalizzazione dei lavoratori, il salario ed il costo del lavoro
rimangono rigidi: non vi è possibilità per il capitale di
abbassarli, e la disoccupazione si mantiene ai minimi termini. Tutto
ciò, unito agli elevati livelli di spesa sociale garantiti dai
governi occidentali, ai bassi tassi d’interesse da essi praticati ed
alla relativa redistribuzione della ricchezza operata dall’inflazione
determinano per il capitale l’impossibilità di estrarre ulteriore
plusvalore dai processi produttivi fordisti. Questo rapporto di forze
porta gli operai a rivendicare maggiore reddito e condizioni di
lavoro meno alienate rispetto alla ripetitività ed all’impersonalità
della catena di montaggio, con lo spettro della sovversione e del
sabotaggio che si riversano fuori dalle fabbriche per saldarsi alle
istanze di altre categorie in cerca di protagonismo come donne e
studenti. L’instabilità politica ed economica (con la crisi
petrolifera e la stagflazione) si trasfigurano in una vera e propria
crisi del sistema di regolazione fordista, a cui si risponde
dall’alto con variegate strategie di ristrutturazione, facenti leva
sulle possibilità offerte dalla telematica per favorire la libertà
di circolazione globale del capitale e su dispositivi in grado di
legare la riproduzione della forza lavoro all’andamento dei mercati
finanziari, limitandone così la conflittualità.

Processi di
Ristrutturazione

1) Informatizzazione
della finanza

Il 5 febbraio 1971, con
l’apertura del NASDAQ (National Association of Securities Dealers
Automated Quotation
ovvero: "Quotazione automatizzata
dell’Associazione nazionale degli operatori in titoli") presso
la Borsa di New York si avvera la convergenza tra finanza e
informatica (ancora “telematica”): si tratta della prima borsa
valori telematica, anche se all’epoca poteva contare esclusivamente
su una semplice bacheca elettronica, che non connetteva realmente
compratori ed acquirenti. A tutto ciò si accompagna la notevole
diffusione a partire dagli anni ’70 di strumenti quali bancomat e
carte di credito a banda magnetica, fatto che opera una vera
rivoluzione percettiva  rispetto alla portata della circolazione
del denaro, sia a livello individuale che collettivo. Se da un lato
il denaro diviene sempre più virtuale, dall’altro si "materializza"
e diventa ubiquo; si riducono i tempi di accesso al credito e al
consumo futuro, e tale capacità di movimentazione della propria
ricchezza prelude a quella che si darà per le informazioni
personali, attraverso le webmail ed i weblog di massa a fine anni
’90. 

2) Controllo sui
Flussi Finanziari

Per sfruttare la nuova
opportunità della finanza telematica, al di là del limitato
sviluppo della sua infrastruttura, occorreva una socializzazione di
massa delle pratiche finanziarie – operazione complicata dal
carattere specialistico della disciplina. Allo stesso tempo il
controllo statale sull’economia era ancora saldo e ramificato (nel
caso dell’Italia, basti pensare alla quantità e qualità delle
partecipazioni statali ed ai tassi di redditività dei BOT ancora
negli anni ’80!). La strategia seguita dalla nascente "global
class" è quella di intervenire a valle di queste tendenze
anziché a monte, cioé appoggiandosi ai canali di circolazione della
finanza pubblica – ed alla loro necessità di solvibilità per l’alto
livello di spesa sociale raggiunto in epoca keynesista – per
estendere il processo di finanziarizzazione. Una colonizzazione
graduale, realizzata però con l’apporto iniziale di enormi
investimenti e prestiti da parte del capitale internazionale, che
vengono quasi immediatamente recuperati, e con gli interessi.

Operiamo a questo punto
una dissezione del mercato borsistico, esaminando una parte dei vari
flussi che lo compongono, e cerchiamo di capire come le innovazioni
finanziarie e gestionali operate tramite ciascuno di essi siano
riuscite a legare la riproduzione di diversi strati sociali a quella
del capitale:

  • Fondi pensione e
    fondi comuni di investimento.
    Come ci ricorda Marazzi, alla
    crisi del controllo politico sull’erogazione del reddito sociale ed
    al disavanzo pubblico si risponde nello Stato di New York del
    ’74-’75 retribuendo gli impiegati pubblici in City Bonds:
    obbligazioni (cioé quote di debito) pubbliche locali il cui buon
    andamento e quindi il ripagamento finale veniva a dipendere dal
    grado di efficienza e produttività del servizio pubblico stesso –
    come avveniva con la distribuzione di stock options ai manager delle
    grandi aziende private. Un corto circuito in cui i lavoratori,
    cooptati al suo interno anche a seguito di pressioni sindacali,
    venivano scollegati dalla circolazione delle lotte delle minoranze e
    del sottoproletariato urbano, evitando allo stesso tempo l’aumento
    delle tasse per i ceti più abbienti. Importante è anche l’aspetto
    dell’autogestione e della embrionale personalizzazione dello
    strumento finanziario: potendo calibrare i piani pensionistici a
    contribuzione definita 401 (k) (indirizzati principalmente al
    mercato azionario) in base alla propria disponibilità di reddito,
    molti contribuenti americani acquisiranno competenze sufficienti per
    permettere loro di investire anche in altri settori del mercato
    finanziario. Come vedremo più avanti, tali meccanismi di
    co-partecipazione finanziaria verranno idealmente ripresi da
    processi di co-produzione (come nel caso di Ikea): tuttavia per ora
    limitiamoci a prendere atto che fondi pensione e fondi comuni di
    investimento rappresentano la chiave di volta per la trasposizione
    finanziaria, con il collocamento nei mercati borsistici di quote di
    spesa previdenziale, dei salari stessi, che a quel punto diventano
    una semplice variabile delle oscillazioni dei mercati.

  • Flussi di
    interessi sui prestiti bancari internazionali ai paesi emergenti.
    L’apprezzamento del dollaro (valuta di riferimento del mercato
    petrolifero) in seguito alla crisi energetica del ’79 favorisce
    l’indebitamento dei paesi in via di sviluppo. Tale trend, che in
    alcuni casi sfocia in un vero e proprio stato di insolvenza
    generalizzata, sarà determinante in seguito nel legare questi paesi
    alle politiche di aggiustamento strutturale delle istituzioni
    finanziarie internazionali, anche grazie all’inflazione
    artificialmente bassa (vedere “politica monetarista” più
    avanti)

  • Profitti che
    derivano dal rimpatrio di dividendi e royalties a seguito di
    investimenti diretti all’estero.
    Anche qui si assiste, in
    accordo con la graduale apertura dei mercati e la delocalizzazione
    delle aziende, ad un generale trasferimento di liquidità verso il
    nord del mondo.

  • Debito privato
    (mutui, leasing, ecc.). Vale lo stesso discorso effettuato per i
    fondi pensione ed i fondi comuni di investimento. Questa quota di
    flusso borsistico diventa sempre più consistente man mano che
    entrano sul mercato dei mutui  intermediari non bancari,
    strutturati come società per azioni ed in grado di offrire
    soluzioni sempre più differenziate di finanziamento. Si amplia
    anche grazie alla crescente diffusione e popolarità di strumenti
    come le carte di credito.

  • Somme
    direttamente investite sui mercati borsistici
    con l’acquisto di
    prodotti finanziari, il cui volume cresce nel tempo.

3) Deregolamentazione
e liberalizzazione delle commissioni

Parallelamente alla
nascita della finanza telematica, il mercato borsistico viene
anch’esso investito dall’onda lunga della controrivoluzione
macroeconomica neoliberista i cui principali ideologi, tra cui Milton
Friedman e Alfred Kahn, diventano ascoltati consiglieri delle
amministrazioni statunitensi (e non solo) a partire dagli anni ’70.
Nel 1971, sotto l’amministrazione Nixon, Kahn elabora la proposta
della prima grande deregolamentazione di un’industria di massa –
quella dell’aviazione civile – dalla fine del laissez-faire
ottocentesco. Occorrerà aspettare il 1978 e l’amministrazione
democratica di Carter affinché si materializzi. Una situazione
analoga si riscontrava sul mercato azionario statunitense, anch’esso
fortemente regolato: come nel caso delle commissioni sulle operazioni
di borsa, che per legge fino agli anni ’70 erano a tasso fisso e su
cui non si praticavano sconti. Grazie all’avvento della telematica,
nascono società di brokeraggio (appunto di compravendita su
commissione di titoli finanziari): attività che nel 1975 viene
liberalizzata dalla Borsa statunitense, ponendo le società che la
praticano in diretta concorrenza con i monopoli istituzionali, come i
vecchi istituti di credito. L’elevato afflusso di capitali che queste
riforme comportano per la Borsa di New York, rendendola la maggiore
piazza finanziaria mondiale, spinge altri paesi all’azione:
l’amministrazione Thatcher britannica, il 27 ottobre 1986, presiede
al “Big Bang” del mercato finanziario della City di Londra:
simultaneamente si attuano l’apertura del commercio telematico, la
completa liberalizzazione della compravendita di titoli finanziari e
la possibilità per investitori esteri di acquisire società di
brokeraggio britanniche.

Riassumendo,
l’informatizzazione della finanza, il controllo dei flussi
finanziari, la deregolamentazione e la liberalizzazione delle
commissioni, sono gli strumenti di una ristrutturazione dal duplice
esito: 1) di sovvertimento del vecchio sistema keynesista di elevata
regolazione del mercato del lavoro, al cui impianto redistributorio
si sostituisce il mercato finanziario che diventa il luogo principe
di produzione di valore. 2) di maggiore integrazione dei mercati
internazionali sia rispetto ai circuiti credito-debito che ai
movimenti finanziari, con il caso esemplare dei derivati, panieri di
investimento che incorporano beni scambiati anche in diversi paesi
alla volta.

4) Politica
monetarista

Si tratta di una politica
economica monetaria incentrata sull’innalzamento dei tassi
d’interesse da parte della banca centrale (a cui sono legati quelli
bancari), volta a ridurre la quantità di moneta in circolo, per
aumentare quella depositata in banca e di seguito quella investita in
borsa. Negli USA viene inaugurata a partire dal 1979 da Paul Volcker,
direttore della Federal Reserve, mentre in UE, dai Parametri di
Maastricht del 1992 (con l’inflazione che viene mantenuta
artificialmente bassa ancora in epoca euro). Nell’ortodossia
neoliberista di inizi anni ’80 tutto ciò aveva la finalità
dichiarata di “raffreddare l’inflazione”, ritenuta un “disturbo
del mercato”; tale politica deflattiva presentava però ulteriori
effetti più o meno dichiarati quali:

  • Aumentare il potere
    d’acquisto dei lavoratori impiegati; questo allo stesso tempo crea
    un blocco di consenso alle politiche liberiste tra di essi e li
    sgancia dal resto della classe in via di precarizzazione, che da
    allora li percepirà come un’aristocrazia privilegiata e tutelata.

  • Privilegiare i
    creditori che hanno prestato a tasso variabile, chiaramente
    attraverso l’aumento dei tassi d’interesse.

  • Indirizzare i flussi
    di capitale verso i paesi ricchi, come già detto.

  • Favorire la
    parcellizzazione del mercato del lavoro, come si vedrà tra un
    attimo.

E’ lampante la continuità
operativa di tali effetti, ad esempio con la pratica di concedere
prestiti a tasso variabile ai paesi del terzo mondo per
delocalizzarvi le attività delle aziende multinazionali occidentali.

5) Atomizzazione del
mercato del lavoro

Con la maggiore
redditività del capitale investito in borsa, il costo del lavoro
vivo veniva reso ancora più oneroso: per abbassarlo occorreva
frantumare la continuità spazio-temporale dell’ambiente lavorativo e
la trasversalità delle sue mansioni che permettevano ai lavoratori,
in particolar modo all’operaio di fabbrica, di acquisire forza
contrattuale a partire dal riconoscersi in una comunità d’intenti
condivisa. E’ di primo piano il ruolo giocato in questo processo sia
dall’organizzazione toyotista del lavoro che dalle Private Equity
(finanziarie) come il Carlyle Group, società d’investimenti
interessate al controllo di aziende con grandi potenziali di crescita
e redditività futura – da assicurarsi tramite appunto
ristrutturazioni produttive ed organizzative – per poi rivenderle sul
mercato una volta rese proficue. Più nello specifico,
l’atomizzazione agisce su tre piani:

Individualizzazione,
con mansioni sempre più personalizzate che non permettono più ai
lavoratori di riconoscersi in processi e pratiche condivisi

Precarizzazione,
che investe in particolare la dimensione temporale del rapporto di
lavoro (colpendo i contratti a tempo indeterminato ed introducendo il
part-time) e mutua dal mercato il rischio come variabile strutturale
esistenziale.

Esternalizzazione,
che ricolloca il lavoro in luoghi immuni da conflitti, siano essi il
propri domicilio o zone del pianeta ove il lavoro è disciplinato
dalla fame o dal terrore, per poi rapidamente licenziare lavoratori e
smantellare impianti secondo il flusso di produzione e di profitto.
E’ chiaro come le partecipazioni statali, ancora legate alla
dimensione territoriale ed alla rigidità salariale, non possano
reggere il livello di competitività imposto dalla crescente mobilità
del capitale ed, in un circolo vizioso, a venire percepite come
improduttive da strati sempre maggiori dell’opinione pubblica e
bersagliate da politiche di destra.

Riprendendo quanto
scritto da Gorz, con l’atomizzazione e l’informatizzazione del lavoro
sembra materializzarsi la trasformazione a comando dell’insieme dei
lavoratori, sempre più precari, nell’ "esercito
(post-)industriale di riserva" di cui il capitale ha perenne
bisogno per non essere travolto dall’intensificarsi delle vertenze
dei suoi sottoposti.

Lavoratori della
Conoscenza

L’effetto combinato di
disinflazione e atomizzazione sul mercato del lavoro è quello di
abbattimento del costo del lavoro vivo (salari e previdenza);
tuttavia questo è vero per il lavoro a bassa richiesta di
specializzazione. Le innovazioni tecnologiche ed organizzative che
rendono quest’ultimo sempre più marginale nella produzione di valore
sono opera dei lavoratori della conoscenza:

Definiamo lavoratore
e lavoratrice della conoscenza colui o colei che utilizza, almeno in
gran parte o completamente, le proprie capacità intellettuali,
cognitive, relazionali, linguistiche, esperienziali ed emotive
all’interno della propria prestazione lavorativa
(precaria.org)

Il lavoratore della
conoscenza rappresenta “la classe che guida lo sviluppo”

(P.Drucker)

Questi lavoratori hi-tech
tendono a considerare il proprio lavoro come la parte più singolare
e personalizzata, quella più essenziale della loro vita –
esattamente il contrario di quanto accadeva all’operaio industriale,
il cui lavoro manuale veniva tendenzialmente svolto da macchinari
comandati automaticamente – sia in qualità di lavoratori autonomi
che per la valorizzazione attribuita alle loro competenze e
specificità da aziende desiderose di partire alla conquista del
mercato dei consumi post-massa che si sta aprendo.

Di questa composizione di
classe estremamente eterogenea e differenziale (dalle public relation
alla comunicazione aziendale, dagli operatori culturali al design)
isoleremo due particolarità, quella della mediazione finanziaria,
cuore della valorizzazione economica di ogni sfaccettatura
dell’esistente, dal materiale all’immateriale, e quella del design
informatico prima come motore dell’evoluzione dell’automazione delle
macchine fordiste, poi come infrastruttura delle comunicazioni e
delle transizioni della società informazionale ed infine come
terreno di produzione e consumo di nuovi beni digitali.

Gli effetti
dell’interazione di tali particolarità ricoprono trasversalmente
l’intero spettro del lavoro e della composizione di classe sia
fordista che post-fordista; il loro studio ci aiuta a spiegare la
dinamica della ristrutturazione capitalista nella transizione
post-fordista ed oltre, fino al cosiddetto biocapitalismo.

La Finanza nel
Postfordismo

Come precedentemente
descritto, la sussunzione finanziaria della previdenza immette ampi
capitali sui mercati borsistici; praticato in principio da attori
statali, questo fenomeno si estende a tutta una serie di istituzioni
private (assicurazioni, fondi pensione, istituti di previdenza,
finanziarie, SIM, ecc.) funzionanti come società per azioni che,
grazie alla deregolamentazione dei mercati, si pongono come
intermediari non bancari del credito e delle transizioni borsistiche.
Laddove in precedenza si tenevano i propri risparmi in banca (con un
tetto di interessi limitato e garanzie in caso di fallimento
dell’istituto) e si investivano in titoli di stato, la nuova
disintermediazione bancaria promette maggiore redditività dei titoli
azionari e dei minori interessi sui prestiti, ma elimina le tutele
per i risparmiatori-azionisti in caso di fallimento dell’istituzione.
Anche le aziende preferiscono emettere azioni ed obbligazioni,
affidandosi dunque ad una pluralità di investitori e canali di
credito, piuttosto che limitarsi a chiedere finanziamenti in banca.
Lo stesso settore bancario cambia: si affermano le banche d’affari
(quelle che nel 2008 saranno al centro della crisi finanziaria
globale) le quali, non potendo per legge tenere depositi, hanno
liceità di comportarsi esattamente come gli intermediari non
bancari, cioé di effettuare investimenti in condizioni di rischio
molto maggiori rispetto alle banche tradizionali.

Accompagnata dalla
crescente deregolamentazione dei mercati, la disponibilità di questi
nuovi canali di valorizzazione amplifica e dà centralità al ruolo
dell’informazione e della conoscenza; anche nel settore finanziario
l’aspetto della capacità relazionale, della fiducia che sottende a
transazioni ed acquisizioni viene esaltato. Studi su esternalità,
asimmetrie informative, valutazione del rischio ed opportunismo
post-contrattuale irrompono nei manuali di economia. Le nuove figure
professionali che lavorano all’ampliamento di questo mercato,
promotori finanziari e broker, traggono stimolo dal fatto che la
propria conoscenza o capacità di intuizione di per sé producano
ricchezza.

Assistiamo ad
un’anticipazione della New Economy dal momento in cui, grazie alla
deregolamentazione diviene possibile anche per entità relativamente
eteree come le finanziarie (fondate su pura disponibilità di
capitale e management) scalare grazie alla leva i colossi della
cosiddetta “economia reale”: disponendo dell’appoggio di
investitori come banche e fondi (e qui ritornano l’elemento
relazionale e la capacità di creare rete), anche una finanziaria
modesta può acquisire una grossa società bersaglio, ripagando il
costo dell’operazione con i profitti futuri che essa si prevede
realizzerà. L’acquisto iniziale viene effettuato a mezzo di prestiti
concessi dagli investitori di cui sopra, che vengono gradualmente
ripagati a mezzo di obbligazioni della società acquisita (man mano
che i flussi di cassa lo permettono, o vendendone gli asset e
operando le pesanti ristrutturazioni sul fronte della forza lavoro a
cui si faceva precedentemente riferimento). Emblematico è il caso
della scalata e dell’acquisizione nel 1988 della grande conglomerata
americana dell’agroalimentare RJR Nabisco, da parte della finanziaria
newyorkese KKR, che per la sua spregiudicatezza e portata fa parlare
di "barbari alle porte". Tra gli investitori della
finanziaria figuravano il MIT ed Harvard: operazione non innocente in
un’epoca in cui il Bayh-Dole Act del 1980 consentiva la brevettazione
di scoperte la cui ricerca era finanziata da denaro pubblico, con la
conseguente spinta all’aziendalizzazione degli atenei. In seguito a
questa rivoluzione finanziaria, prende forma l’idea di un’economia a
crescita slegata dai limiti della vecchia "economia reale",
e si inizia a parlare di FIRE Economy (Finance, Insurance, Real
Estate, vale a dire economia finanzaria, assicurativa ed
immobiliare).

L’Informatica nel
Postfordismo

Nel 1995 il saggio
"L’Ideologia Californiana" di Richard Barbrook ed
Andy Cameron descrive la genesi dell’ultima frontiera americana:
quella elettronica, i cui pionieri si alimentano di un bizzarro mix
di letture controculturali e neoliberiste delle nuove potenzialità
tecnologiche. Da un lato, la speranza libertaria di costruire grazie
allo sviluppo tecnologico un’ "economia del dono" 
digitale. Tale attitudine, riflessa nel movimento del Software
Libero
, sottendeva alla libera circolazione del codice, alla
cooperazione nel suo sviluppo e ad una sostanziale orizzontalità
organizzativa delle comunità di programmatori.  Dall’altro, la
fiducia quasi incondizionata nella possibilità di costruzione di un
libero mercato dispiegato in rete  – grazie alla (presunta)
tendenza naturale di quest’ultima a trasformare monopoli in
opportunità concorrenziali, eliminare le asimmetrie informative e
rimpiazzare la regolazione statale con la diretta interazione tra
individui autonomi, nella loro accezione di attori di mercato.
Entrambe queste letture si rifanno alla democrazia jeffersoniana,
mitopoiesi fondante degli Stati Uniti d’America, che pretenderebbero
di portare a compiutezza – con la realizzazione di un’agorà di
libertà mediale in rete e la rimozione dei vincoli statali – nello
spazio della frontiera elettronica. E’ appunto la figura di John
Perry Barlow, "nuovo repubblicano" ed ex-paroliere del
gruppo di culto hippie dei Grateful Dead, che fondata la Electronic
Frontier Foundation (EFF)
nel 1990  da lì a sei anni
stilerà la "Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio",
culmine della pulsione emancipatrice e cosmopolita dell’Ideologia
Californiana rispetto ai vincoli degli stati e dei loro sistemi di
diritto, e indirizzata all’insieme della "classe virtuale"
di cognitari, programmatori e specialisti della comunicazione.

Al cuore di questa
"classe virtuale" si pongono quei lavoratori della
conoscenza che Formenti identifica come “Cybersoviet” e
Castells come la "Tecno-elite": comitati di
scienziati, ricercatori, ingegneri, dediti tra gli anni ’80 e ’90
alla costruzione dell’infrastruttura di internet; finanziati da fondi
pubblici, essi sono prevalentemente legati agli ambiti universitari e
della difesa. Godono di ampia autonomia organizzativa, ed utilizzano
la rete come base materiale e tecnologica perché questa si traduca
in autonomia istituzionale. Prendono decisioni consensualmente,
implementano nella propria programmazione il codice che sembra
funzionare meglio e riconoscono esclusivamente il “capitale
reputazionale” come surrogato di leadership.

RENDIMENTI CRESCENTI!

L’appeal che questi
knowledge worker presentano per il grande pubblico e per il capitale,
che ne vede l’apice nel perfetto matrimonio tra informatica e finanza
nella seconda metà degli anni ’90 della New Economy (“i ruggenti
anni ’90” della globalizzazione clintoniana di cui parla Stiglitz),
è dovuto anche alla fiducia ottimista nello sviluppo sostenibile
dell’economia della conoscenza. Il superamento da parte di essa della
legge dei rendimenti decrescenti di Ricardo avverrebbe attraverso due
accattivanti assunti: che una volta pagati i costi di produzione
iniziali dell’informazione, il costo della sua riproduzione sarebbe
stato tendenzialmente nullo; e che la sua non rivalità (il
consumo di essa da parte di qualcuno non ne riduce la disponibilità
per altri) e non escludibilità (una volta prodotta e resa
pubblica, non si può impedire a qualcuno di accedervi – postulato
questo non scontato, né privo di problematicità) avrebbero ampliato
la partecipazione collettiva ai benefici del mercato. Il lavoro
cognitivo, come quello dei broker e degli informatici, avendo la
prerogativa di incorporare la conoscenza stessa (e quindi produrre e
consumare informazione allo stesso tempo) produce un’implicazione
decisiva: la produttività non è più legata alle economie di scala,
ma alla capacità di risposta in situazioni emergenziali ed
occasionali, sfuggenti a qualsiasi tipo di pianificazione.

Terreno privilegiato di
questo nuovo paradigma, che sembra trascendere la stessa razionalità
economica (per sua definizione, relativa a condizioni di scarsità di
beni e rivalità tra i loro consumatori) è la rete internet, che nei
primi anni ’90 con l’avvento del World Wide Web e la diffusione dei
personal computer inizia ad uscire dalla nicchia della
sperimentazione militare ed accademica e a porsi come nuovo ambiente
sociale e quindi terreno di valorizzazione ed accumulazione
capitalista. In questa fase di transizione non è chiaro il modello
di business da seguire per ricavare profitti da tale conformazione
della rete, così si registra una certa schizofrenia del mercato
verso l’economia della conoscenza dei Knowledge Worker. Da una
parte si assiste a numerosi tentativi di reintrodurre limiti al
consumo di beni immateriali tramite dispositivi di privatizzazione
della conoscenza: negli anni ’90 raggiunge nuove vette quella
moltiplicazione dei brevetti – e la diffusione di programmi a codice
proprietario a partire da posizioni monopolistiche sul mercato dei
personal computer – iniziata nel decennio precedente. Dall’altra, si
amplifica l’hype sulle rosee prospettive di crescita futura della
nuova economia, che a tutti i livelli – dal capitalista di ventura al
piccolo risparmiatore – apportano fondi al mulino delle dot com.

Negli Stati Uniti, l’informatizzazione capillare
aveva apportato nuovi posti di lavoro in periodo di bassa inflazione,
e la conformazione antropologica della classe dei lavoratori della
conoscenza rendeva improbabile il raggiungimento degli stessi livelli
di conflittualità capitale-lavoro a cui si era assistito negli anni
’70. I venture capitalist, preconizzando un mondo in cui chiunque di
li a poco avrebbe compiuto ogni genere di transazione online, dalla
spesa al supermercato fino a ingenti movimentazioni di capitali,
scommettevano ormai su base statistica nelle 100 dot com alla volta,
delle quali anche solo l’unica di successo avrebbe ripagato
l’investimento iniziale e le perdite delle altre con gli interessi. I
piccoli risparmiatori seguivano a ruota, facendo ingrossare il
mercato azionario man mano che le quotazioni delle dot com
schizzavano verso l’alto, seguendo le convenzioni di investimento in
quella che lo stesso direttore della Federal Reserve Greenspan
definiva "euforia irrazionale".

 

 

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