Cybersoviet: utopie postdemocratiche e nuovi media


Se c’è qualcosa che nella sperduta periferia telematica Italia – avvolta da una cappa di ignoranza e retorica su cosa sia e a cosa serva la rete – non cessa mai di stupirci è il potenziale apocalittico o messianico che chi si balocca con la politica online, dai picciotti di Giampierone D’Alia ai grillini del comico genovese, non si stanca mai di attribuire ad internet, fonte di ogni male terreno o di ogni possibile emancipazione collettiva.

Per noi Info Free Flowers, inguaribili paranoici e guastafeste, la rete non è uno strumento sovrannaturale ma umano, e come tale soggetto ai mutamenti nei rapporti di forza tra chi la costruisce, chi ne fa uso e chi vorrebbe regolarla; non è un semplice media (se consideriamo i processi di messa a lavoro dell’intelligenza collettiva online che abbiamo già esaminato in passato) e, anche volendo prenderla in esame come tale, non ci sembra rappresentare quel trionfo di comunicazione orizzontale e paritaria che il trionfalismo nuovista ci dipinge; per finire, nel momento in cui viene meno il controllo degli utenti sui propri strumenti di navigazione e comunicazione, la rete non è più una griglia di contatti, ma una recinzione predisposta a far scorrere lo spirito di curiosità e ricerca nei canali degli schematismi omologanti, talvolta dettati dalla censura.

E’ grazie a libri come Cybersoviet di Carlo Formenti che possiamo dotarci di nuovi spunti di riflessione – non consolanti ma sicuramente comprensivi – rispetto a cosa sia diventata l’internet negli anni zero e quali soggetti si muovano nei suoi meandri: chi è impegnato come noi nella costruzione di percorsi politici liberati dal basso vi ritroverà un compendio comparato e trasversale dei diversi approcci teorici di ricerca di una composizione di classe in rete; altri che si avvicinano per la prima volta a queste tematiche, investiti dalla quantità e qualità delle conclusioni delle varie scuole di teoria della rete riportate dall’autore, potranno essere sorpresi dall’apparente ambiguità di alcuni accostamenti – come ad esempio quello di posizioni anarchiche e liberali unite nella critica alle mani regolatorie della "vecchia" politica – che con la lettura del libro si scopriranno invece perfettamente funzionali allo sviluppo dell’internet cyberpop simboleggiata dal web 2.0.

Cybersoviet pone con forza la necessità di ritracciare un confine tra sfera pubblica e sfera privata della comunicazione per sfuggire alla privatizzazione ed all’omologazione
strisciante del dibattito, mette a nudo il sostrato effimero ed esibizionista su cui poggiano le narrazioni ottimiste della soggettivizzazione biografica dei blogger, illustra come l’internet e gli internauti attuali stiano più o meno inconsapevolmente rivolgendosi verso architetture ostili a quel modello di rete libera ed autonoma che era il world wide web degli anni ’90.

Ma qui non ci cimenteremo in una recensione del libro, che piuttosto vi consigliamo di procurarvi per apprezzarlo nella sua ricchezza e completezza. Preferiamo, offrendovi una serie di risorse come il breve bignami della quarta parte del libro qui di seguito, aprire un dibattito ed uno spazio di riflessione, che continuerà a manifestarsi ben presto in incontri e momenti di socialità. Restate sintonizzati!

MITO N°1: LA RETE NON PUO’ ESSERE CONTROLLATA

Nasce da due credenze:

  1. Che i principi dell’ordinamento liberaldemocratico americano si traslino automaticamente nelle pratiche e nello "spirito della rete"
  2. Che l’architettura di rete sia di per sé refrattaria alla censura


In realtà, con la guerra al terrorismo, i principi liberaldemocratici hanno lasciato il passo alla legislazione d’emergenza sulla sicurezza nazionale in USA, che si sta rivolgendo verso il modello cinese per quanto riguarda il controllo sulla rete. Rispetto invece alla seconda credenza, nei primi anni ’90 gli utenti della rete ne conoscevano il codice, plasmandone l’architettura sulle proprie esigenze. Oggi solo una piccola parte degli utenti della rete conosce il codice, sempre più in mano ad imprese e governi che collaborano nel modellare l’architettura di rete in una prospettiva sempre più commerciale e securitaria.

Nonostante il declino attuale della forma-Stato, le imprese si rivolgono ad essa su una sorta di "mercato della legislazione", così da tutelare i propri affari dopo aver soppesato costi e benefici riguardo all’operare o meno in un dato Stato. Esempio principe è quello di Yahoo e Google che, nonostante fossero soggetti alle leggi statunitensi e potessero farlo valere, si sono sottoposti alle leggi cinesi pur di tutelare i propri investimenti in quel paese.

Per Formenti è in corso una "balcanizzazione" di internet, a causa di tre eventi concorrenti:
A) "Rinazionalizzazione" di internet, con l’aumento del numero di utenti non occidentali e la moltiplicazione di pagine e servizi in lingua a loro dedicati, in grado inoltre di venire in contro ad esigenze etniche e culturali specifiche.

B) Geoidentificazione statale securitaria, come avviene con il Great Firewall of China: un’infrastruttura che – oltre a rappresentare un formidabile mezzo di controllo sociale – essendo stata mutuata dalle piattaforme progettate ed utilizzate delle imprese occidentali per la profilazione commerciale, ne mantiene tale funzione per sostenere lo sviluppo dell’economia cinese.

C) Controllo statale sulle sedi fisiche dei nuovi intermediari (Google,Ebay, ecc.)

A fronte delle potenziali minacce per la libertà di navigazione ed espressione in rete ventilate da questi fenomeni, si potrebbe controbattere che pratiche liberatorie come lo scambio di file a mezzo P2P non siano state stroncate, nonostante le feroci campagne legali delle major e la legislazione statale; ma Formenti sostiene che l’obiettivo di una legge non è razionalmente quello di eliminare un dato fenomeno, bensì di contenerlo entro limiti accettabili. Quindi, se il P2P non è stato stroncato completamente (come voleva la vecchia industria delle major), è stato ridimensionato abbastanza da permettere lo sviluppo del filesharing commerciale e legale.

Conclusione: la depoliticizzazione del "diritto" di internet spiana la strada alla sua privatizzazione: non sono più gli utenti ad ottenere l’autonomia dai governi, ma le imprese. Ciò determina un contesto in cui i modelli contrattuali soppiantano le convenzioni internazionali, aprendo la strada ad un "capitalismo senza proprietà" e ad una democrazia di impostazione censitaria, cioé discriminante in base alla ricchezza dei cittadini.
Contro tutto ciò, occorre rivendicare la legittimità di produzione di diritto autonomo da parte degli utenti, a partire dalle pratiche di mediazione e composizione dei conflitti in rete.

MITO N°2: LA TRASPARENZA E’ SEMPRE BUONA

La trasparenza tra potere e cittadini è fortemente asimmetrica; storicamente, la diffusione dei media ha messo in crisi la privacy ad ogni nuovo passaggio, fino ad arrivare alla trasparenza "assoluta" del web.
Il mercato invita a barattare la privacy con la comodità; lo stato invita a barattare la privacy con la sicurezza.

Proteggere il corpo elettronico è diverso e più difficile rispetto al corpo reale; è possibile solo tramite strumenti tecnici e giuridici in grado di "garantire il godimento di una serie di nuovi diritti come il diritto di conoscere chi, come e perché possiede dati che ci riguardano – e di controllare l’uso che ne viene fatto; il diritto alla rettifica o cancellazione di dati falsi, illegittimamente raccolti, detenuti oltre i termini previsti; il diritto di effettuare le proprie scelte di vita al riparo dal controllo pubblico e senza dover subire alcun tipo di stigmatizzazione sociale; il "diritto all’oblio" nei confronti di atti, idee o opinioni che hanno caratterizzato la nostra personalità in passato e che oggi non condividiamo più […]; il diritto di costruire liberamente la nostra sfera privata; il diritto a "non essere semplificato, trasformato in oggetto, valutato fuori dal contesto"."
La difesa di questi diritti da parte dei progressisti è difficile per due motivi:

  1. Retaggio borghese dell’istituzione della privacy, che in ciò viene vista da alcuni come estensione della proprietà privata e da altri come succube/soccombente alle ragioni del mercato.
  2. Compenetrazione tra sorvegliati e sorveglianti (a causa dell’esibizionismo dei primi, come testimonia il fenomeno dei reality, e dell’esasperazione del ruolo dei secondi), senza peraltro che venga meno il bisogno, in talune situazioni, di "vedere e non essere visti".

In questo, i media dal basso esercitano pressione sul potere affinché questo si "apra", fornendo proprie rappresentazioni sul web (vedi discorsi politici su YouTube, blog, ecc.); tuttavia queste finestre vengono fruite solo da minoranze attive e connesse, in diversi casi per pura curiosità sulla vita privata dei politici (che assecondano questa curiosità nei video in cui intermezzano proposte politiche a stralci di vissuto quotidiano).

L’ideologia della trasparenza è sostenuta dalla "vetrinizzazione", la necessità di rendere visibile 24 ore su 24 il proprio corpo/lavoro per ottenere riconoscimento sociale da parte degli altri, per "non essere soli".

In questo, la blogosfera (da intendersi non come comunità omogenea, bensì come piattaforma condivisa da diversi gruppi culturali, politici, sociali…) si presenta come esibizionista ed autoreferenziale (non professionalizzante, in quanto c’è un’opera di verifica delle fonti molto minore di quanto non si creda): c’è poca informazione originale autoprodotta, molta informazione rielaborata, moltissima informazione personale, a cui le corporation fanno riferimento per vendere i propri prodotti e scongiurarne recensioni negative. Alcuni autori esaltano l’approccio personale/autobiografico/dilettantistico dei nuovi blogger, ritenendolo in grado di superare sia l’impostazione comunicativa dei vecchi media che quella del blogger "impegnato", che ignora l’attuale commistione tra spazio pubblico e privato e cerca di confutare le posizioni dei vecchi media con il loro linguaggio.

In realtà, l’autocostruzione di identità che i nuovi blogger fanno di sé non può essere avulsa dalla dipendenza dai fattori sociali a cui è soggetta non appena inizia a definirsi nel concreto: la "soggettivizzazione biografica" riduce il potenziale conflittuale delle forme di socialità in rete nel momento in cui legittima la vetrinizzazione/cultura esibizionista e cancella il confine tra pubblico e privato.
La posizione anarco-liberale, che vede la sfera pubblica come approdo automatico del discorso individuale (in accordo con le possibilità del mezzo tecnologico e le pratiche comunicative ad esso annesse) non fa i conti con gli automatismi ed i filtri che i nuovi intermediari (es. Google, ma anche il tecnocontrollo statale) applicano sulle possibilità di conseguire rilevanza pubblica delle opinioni personali.

MITO N°3: LO SCIAME E’ SEMPRE INTELLIGENTE

Altri miti associati al "dio rete" degli anarco-liberali (allo stesso modo delle "virtù" del "dio-mercato" per i liberali):

1) INTERNET LIMITERA’ L’INEGUAGLIANZA NELL’ACCESSO ALLE INFORMAZIONI

In realtà esiste il problema del digital divide, aggravato dalle più complesse infrastrutture e competenze richieste per fruire del media internet rispetto ad altri come TV e cellulari. Persino negli USA solo un 40% della popolazione (in maggioranza bianco, maschio, istruito) può, in teoria, disporre delle infrastrutture necessarie per partecipare alla "YouTube politics".

2) INTERNET AIUTA A SVILUPPARE DI PER SE’ SENSO CRITICO E PARTECIPAZIONE

In realtà, in Italia i 2/3 della popolazione sono poco o per nulla preparati all’utilizzo di internet; il restante 1/3 si divide equamente tra "technofan" (verso cui si evolvono i 2/3 sopracitati), cioé consumatori poco critici di gadget tecnologici, ed "eclettici", dotati di cultura e criticità: si prospetta un "cultural divide" in cui questi ultimi resterebbero una minoranza.

3) INTERNET E’ UNA COMUNITA’ ORIZZONTALE DOVE TUTTI POSSONO FAR PESARE UGUALMENTE LE PROPRIE OPINIONI

Internet non è una rete casuale, in cui vi è comunicazione paritaria da nodo a nodo; in internet alcuni attori concentrano le connessioni di altri, come opinion leader virtuali. Molti di questi sono avvantaggiati dall’essere da maggior tempo in rete rispetto agli altri, e dalla reputazione accumulata offline, condizione che rende impossibile la parità delle condizioni iniziali.

Le imprese sopravvissute alla bolla delle dot com condividono quattro caratteristiche comuni:

  • si concentrano sull’offerta di servizi piuttosto che su quella di pacchetti software
  • usano il web come architettura di partecipazione e non solo di comunicazione e distribuzione di prodotti, informazioni e conoscenze
  • elaborano efficienti strategie di sfruttamento dell’intelligenza collettiva dei propri utenti
  • adottano modelli di business che sfruttano la creatività fondata sul remixing di oggetti culturali preesistenti


Con la digitalizzazione di saperi ed espressioni artistiche può diventare realtà lo sfruttamento della "coda lunga", rispetto cui i siti web 2.0 fungono da filtro delle "reali" preferenze degli utenti; la messa a lavoro non retribuita dell’intelligenza collettiva di questi si manifesta in categorizzazioni (folksonomies), preferenze aggregate, recensioni e consigli per gli acquisti. Ciò sul piano economico. Su quello qualitativo, cuore dell’ideologia della "saggezza delle folle", esistono quattro altri miti:

1) SUPERIORITA’ DEL MODELLO DI PRODUZIONE OPEN SOURCE

In realtà i progetti open di punta sono riservati a pochi programmatori, e gestiti su modelli organizzativi sempre più aziendali e sempre meno comunitari.

2) QUALITA’ DI PROGETTI COLLABORATIVI COME WIKIPEDIA

Wikipedia ha attraversato diversi periodi di crisi, per uscire dai quali è dovuta ricorrere all’adozione di filtri e gerarchie per il controllo di qualità: allo stesso modo delle regolamentazioni storiche operate nei confronti del libero mercato, torna la "mano visibile" della politica rispetto alla "mano invisibile" della rete.

3) CAPACITA’ DI AUTOREGOLAZIONE DEI BLOG

In realtà, le flame war hanno spinto alcuni blogger a richiedere ai propri utenti di attenersi a linee guida di comportamento formali; oltretutto, il giudizio dettato dalla "saggezza delle folle" non sempre procede da fatti oggettivi, ma piuttosto richiama nostalgie di controllo comunitario sui comportamenti individuali.

4) VALIDITA’ DEGLI AUTOMATISMI DI RETE

Meccanismi come il PageRank di Google conducono ad una classificazione dei siti non paritaria ma filtrata in base al numero di link ad essi, cosa che non ne rispecchia la qualità, bensì la popolarità: e le scelte compiute fondandosi sulla popolarità non portano alla democrazia, ma alla dittatura della maggioranza. Oltretutto Google sostiene l’open per ricavare profitto dalla profilazione della coda lunga.

In sintesi:

Lotta alla vecchia proprietà intellettuale -> Diritto al "remixing" -> Capacità di personalizzazione -> Web 2.0 -> Sfruttamento della coda lunga.

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