Intervista ad Info Free Flow – Parte 3


Parliamo di Social Network, su cui avete organizzato anche un incontro. Per
alcuni infrastrutture come Myspace o Facebook sono dei grandi contenitori
di relazioni sociali che catalogano minuziosamente le pratiche on-line delle persone che ne usufruiscono. Per altri, invece, il valore intrinseco
e monetario di tali infrastrutture dipende dal numero di persone e dalla
soddisfazione emozionale che riescono a dare. In questo senso si può dire
che siamo di fronte a "assets" estremamente ambigui e rischiosi?

Mi spiego,se da una parte Murdoch può accedere a tutta una serie di
informazioni che producono valore dall’altra e’ strettamente legato
alla soddisfazione e all’investimento emotivo che le persone veicolano
verso Myspace. Non e’ questo un esempio di controllo dell’"utenza" nel
medesimo tempo di sudditanza da essa?

La domanda è interessante e crediamo debba avere una risposta il più
possibile esaustiva.

Per rispondere però è necessario dare uno sguardo ampio alla natura dei
social network, in particolare modo per quanto riguarda il loro aspetto economico.

In questo senso vorremmo riportarti un po’ l’esperienza e le
riflessioni di AND, un ragazzo che abbiamo conosciuto all’hackmeeting a
Pisa e che ha tenuto all’ ultima edizione di IFF un workshop proprio sulla questione dei social network.

La prima domanda che secondo noi è sempre bene porsi in questi casi è: a
chi appartiene ( giusto per fare un esempio ) Myspace? La risposta è
Murdoch, il magnate delle telecomunicazioni, da sempre vicino alla
corrente neo – con americana (quella di Bush per intenderci ) i cui
network ( tutti facenti riferimento alla multinazionale Newscorp ) nella

loro totalità appoggiarono l’invasione dell’Iraq che diede inizio alla
seconda guerra del golfo.

E Youtube invece, da chi è stata acquistata nell’ottobre del 2006? Da
Google.

È lecito porsi allora una seconda immediata conseguente domanda: per
quale motivo organizzazioni di questo tipo ( importanti multinazionali
dell’informazione globale votate al profitto ) creano o acquistano per

cifre non certo irrisorie, piattaforme di comunicazione, come

Myspace o Youtube? Piattaforme che a prima vista potrebbero quasi
sembrare un pericolo per chi detiene grossi capitali basati sulla
proprietà intellettuale e
potere mass-mediatico dovuto al controllo capillare dei mezzi di informazione del pianeta.

Questa secondo risposta va cercata nei tratti caratterizzanti del
cosiddetto web 2.0 dove ( e qui citiamo testualmente le parole di AND )
"a nuove forme di cooperazione corrispondono nuove forme di
appropriazione privata "
: termini che se accostati possono generare a
prima vista confusione ed ambiguità.

E questa ambiguità la ritroviamo anche nelle caratteristiche tecniche
sui cui i social network sono costruiti: piattaforme di comunicazione
totalmente decentralizzate e servizi web utilizzabili senza bisogno di
pagare o scaricare alcun software. Tutto questo però in combinazione con la
presenza di database centralizzati che grazie ad un esteso sistema di

sorveglianza, insito nell’architettura stessa delle piattaforme (
che utilizzano largamente web-cookie e script), si nutrono di dati
personali degli utenti e delle traccie dei loro comportamenti.
Questa mole enorme di dati viene quindi sottoposta ad un procedimento
tecnico chiamato "data mining" il cui scopo è estrarre informazioni
utili da un insieme amorfo di dati.

In questo modo chi detiene e controlla queste informazioni, queste basi
di dati ha per esempio la possibilità di:

#0 Ottimizzare il prodotto attraverso la conoscenza diretta e
dettagliata delle abitudini e delle pratiche d’uso degli utenti ( per
esempio può essere interessante per l’industria discografica conoscere i
dati relativi alle playlist suonate su myspace per dare forma e creare
in laboratorio il trend musicale della prossima stagione )

#1 Razionalizzare e diversificare l’allocazione di stimoli
pubblicitari, principale fonte di introiti in un contesto di servizi

per la maggior parte gratuiti: ovvero costruire pubblicità ad hoc
relativamente ai gusti ed alle abitudini del singolo utente e farci i
miliardi.

Si verifica, quindi, uno slittamento nel paradigma comunicativo
pubblicitario che da uno standard seriale ( tipico dell’industria di
massa come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi ) passa ad uno
personalizzato.

Inoltre in questi network l’utente è un "prosumer" che consuma
informazioni ed allo stesso tempo le produce, le categorizza, le
diffonde grazie alla ragnatela di relazioni che crea continuamente,
aumentandone così esponenzialmente il valore. Valore che però sfugge
all’utente che produce i contenuti e finisce nelle mani di chi
controlla e possiede quel determinato network comunicativo.

Il risultato finale è quasi paradossale: la cooperazione nella sua
dimensione decentralizzata va a creare e rafforzare giorno dopo giorno,
clik dopo click, dei monopoli informazionali.
Parafrasando Geert Lovink: il
controllo dei click lungo la strada ha reso ancora prevalente il
modello tecno-liberista degli anni 90 e dice che chi scrive il software
e fornisce le piattaforme comunicative si arricchirà grazie alle masse
ignoranti che sono felici di cedere gratuitamente i loro contenuti
.

Non solo: il caos della rete in cui oggi più che mai siamo dispersi ci
porta a cercare punti di riferimento costanti capaci di orientarci e di
permettere di trovare le informazioni che ci interessano. Ma una volta
trovati questi punti di rifermento spesso ne diventiamo dipendenti (
pensiamo a Google, che da strumento di ricerca è diventato abitudine )
e ne garantiamo il finanziamento.

E inquadrata in questa prospettiva l’unica forma di asservimento che a
noi sembra di individuare è quella dell’utente che trasforma in merce un
ennesimo rilevante ( oggi più che mai ) segmento della sua quotidianità

( la comunicazione on line ).

Se seguiamo il ragionamento di prima inoltre vediamo anche cadere
miseramente il mito per cui i social network possono essere utili per
catapultare un artista indipendente nel mainstream: i casi sono rari e
si possono tranquillamente considerare più un’eccezione che una regola.
Il filtraggio dei contenuti da una qualche visibilità in più ma non è
certo sufficiente. I beneficiari sono quasi sempre l’utente finale e
soprattutto chi possiede le piattaforme di comunicazione, non chi
produce.

Inoltre in questi social network viene fatto un uso massiccio di
tecnologie proprietarie che ricadono sia sull’utilizzo delle risorse,
che idealmente dovrebbero essere di tutti e sempre disponibili in
qualsiasi forma, e sia sugli utilizzatori.

L’esempio migliore, o peggiore dai punti di vista, e’ l’abbondante
uso nelle pagine web di flash, una "tecnologia" vecchia,
ultraproprietaria di Adobe, che rende quasi impossibile fruire del
contenuto senza il loro specifico plugin per il browser che usiamo
nella navigazione. oltre a questo c’è un discorso di accessibilità.
Non e’ scontato che tutti i dispositivi (palmari, cellulari, tablet, pc
con software/hardware di qualche anno obsoleto) che accedono a queste
risorse "sociali" abbiano questo specifico software installato, ne’
tanto meno e’ sicuro che possa supportarlo o che esista una versione
specifica per quel dispositivo.

Ci sono anche le persone diversamente abili, che riscontrano una
barriera insormontabile nell’accedere a questi contenuti. Senza scendere
nei dettagli, immaginiamo un non vedente, che usa un sintetizzatore vocale ed
altri strumenti per "ascoltare" i contenuti di una pagina. Tutto
ciò che appare in queste "scatole tecnologiche chiuse" è per loro del
tutto inaccessibile. A meno che non esistano e si usino altri strumenti
anch’essi proprietari e quindi a pagamento.

Poi c’è un ultima questione, ed è quella relativa al tipo di approccio
che determinati ( non tutti e non per forza ) social network stimolano
nell’utilizzo del web e della miseria culturale che producono: creazione
di identità sociali basate sull’ostentazione di oggetti culturali,
voyerismo da GF, pulsioni individuali da ego – trip, consolidamento di

pregiudizi e stereotipi, generazione di riduzionismo culturale.

Anche se poi ovviamente questi comportamenti, non trovano le loro
radici nel idea stessa di network sociale e nei mezzi tecnici che ne
stanno alla base,
ma sono un riflesso del pensiero dominante, figlio ed espressione

dell’organizzazione capitalista della società.

In ogni caso vorremmo essere chiari: non stiamo certo criticando
l’idea di rete sociale in se ( che anzi, sotto molti aspetti è simile
all’idea di autogestione ) ma il sistema di proprietà di questi media e
la volontà di trasformare in profitto le pagine visitate.

Un altro seminario che avete ospitato nella tre giorni era "come aumentare
il disordine in rete" (autistici/inventati), in cui il collettivo autistici
ha presentato la propria piattaforma di blogging, perché, a vostro avviso,
bisognerebbe preferire NoBlogs a qualsiasi altro servizio?

Non è che bisognerebbe preferire NoBlogs
ad ogni altro servizio. La questione è diversa: ad ogni strumento
corrisponde una o più funzionalità e per determinate funzionalità
Noblogs è perfetto mentre per altre no.
Ci spieghiamo meglio facendo anche un esempio pratico.

Se la sera del 21 luglio 2001 un attivista avesse voluto rendere
pubblici ed immediatamente accessibili i video delle violenze e della
brutalità poliziesca sui manifestanti al G8 di Genova, quali canali di
diffusione potrebbe utilizzare? 
Certo: Indymedia, Ngvision, Isole nella Rete e NoBlogs. Ma se il suo
obbiettivo, la sua necessità, la sua urgenza è arrivare al numero più
ampio di persone nel minor tempo possibile allora perché no anche
Myspace e YouTube ( che oggettivamente hanno oggi un ampio ed
eterogeneo bacino di utenza ).
Il che ovviamente non significa abbandonare l’uso e lo sviluppo delle
reti autogestite ma fare un uso tattico degli strumenti che abbiamo a
disposizione a seconda degli obbiettivi che ci poniamo nelle diverse
situazioni che ci troviamo ad affrontare: la comunicazione politica non
può rischiare uno scollamento tra gli obbiettivi che si pone, la sua
funzione sociale e gli strumenti che utilizza.
Non solo: potrebbe anche essere un metodo per dirottare i naviganti dai
server commerciali sui nostri server autogestiti e far conoscere loro
questo mondo, queste isole.
Proprio a partire da quest’ordine di ragionamento abbiamo deciso di creare il blog di Info Free Flow ( http://infofreeflow.noblogs.org
)sulla piattaforma di Noblogs perché è un contenitore di blog pensato
"per produrre contenuti che contribuiscano a uno spazio di
informazione, comunicazione, relazione e iniziativa politica
indipendente": ci sembrava importante dare visibilità e collocare il
nostro principale e più immediato strumento di comunicazione in un
"network esteso" con cui ci sentiamo politicamente affini e da cui
possiamo trarre ed con cui vorremmo poter scambiare idee, esperienze,
relazioni, pratiche e conoscenze.
Inoltre NoBlogs è costruito secondo una serie di criteri che non
possiamo che condividere e che vediamo come indispensabili per poter
dar vita ad una comunicazione effettivamente libera :

-È basato su software open – source ( e questo vuol dire molto anche per la privacy degli utenti che vi scrivono )

-Non tiene alcun log, né traccia delle attività degli utenti e non
richiede alcun tipo di dato personale per l’attivazione di un proprio
spazio web

-È dotato di un design user – friendly anche per il meno alfabetizzato ( informaticamente parlando ) degli utenti. Inoltre sul Autistici/Inventati sono presenti tutta una serie di guide per un uso ottimale del blog, ed un forum
con cui si ha la possibilità di confrontarsi con altri utenti e di
condividere e discutere in merito a problemi riscontrati nell’uso del
proprio blog e ad eventuali soluzioni da mettere in campo.

-È situato all’interno di un network R*esistente come quello di AI, che ha già dato prova della sua robustezza di fronte ad un significativo tentativo di censura ad opera del fanaticamente zelante ex-parlamentare dell’UDC Luca Volonté nel luglio del 2007.

-È totalmente AUTOGESTITA da compagne e compagni, che da anni sono
dentro al movimento, verso cui nutriamo la piena fiducia ed ai quali
pensiamo di poter affidare tranquillamente parte della gestione dei
mezzi che utilizziamo per comunicare.

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