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	<title>InfoFreeFlow &#187; Traduzioni</title>
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	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
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		<title>Operation Blitzkrieg, il Primo Maggio di Anonymous</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 21:50:02 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[anonymous]]></category>
		<category><![CDATA[opblitzkrieg]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuova azione di Anonymous, significativa nella tempistica, negli obiettivi e nelle modalità: in occasione del primo maggio è stata lanciata dalla comunità tedesca l&#8217; &#8220;Operation Blitzkrieg&#8221; (#opblitzkrieg su Twitter), con massicci attacchi DDOS a mezzo LOIC (il programma sviluppato per richiedere connessioni multiple ad un sito in modo da sovraccaricarne la capacità) contro siti legati [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/07/anonymous_nonazi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-542" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/07/anonymous_nonazi-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Nuova azione di Anonymous, significativa  nella tempistica, negli obiettivi e nelle modalità: in occasione del  primo maggio è stata lanciata dalla comunità tedesca l&#8217; &#8220;Operation  Blitzkrieg&#8221; (#opblitzkrieg su Twitter), con massicci attacchi DDOS a  mezzo LOIC (il programma sviluppato per richiedere connessioni multiple  ad un sito in modo da sovraccaricarne la capacità) contro siti legati ad  organizzazioni xenofobe dell&#8217;estrema destra ed ai neonazisti.</p>
<p>Nella  prima ondata di azioni contro questi gruppi sono state messe fuori uso  pagine come Rocknord, Thiazi, Wolfsfront e 012011mai, ed il successo  dell&#8217;operazione ne ha permesso l&#8217;estensione ad altre come Logr ed  Alpen-donau, finite ugualmente bloccate. Un evento che segna una netta  presa di posizione politica da parte della comunità, che dal manifesto  di indizione invita altri utenti ad individuare siti simili nei  rispettivi paesi per continuare la campagna, e di cui non possiamo che  rallegrarci.<span id="more-543"></span></p>
<p>Comunicato originale: <a title="Operation Blitzkrieg" href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=896" target="_blank">Operation Blitzkrieg &#8211; #opBlitzkrieg 05-01-2011</a></p>
<h2>Neo-Nazisti</h2>
<p>Le  vostre incomprensibili azioni, e la vostra riluttanza nell&#8217;accettare la  Libertà e l&#8217;Eguaglianza che ciascun essere umano possiede di diritto  dalla nascita causa la nascita dell&#8217;odio e del Razzismo mondiale.</p>
<p>Dopo  la prima Guerra Mondiale, la vostra ideologia ha fatto sprofondare il  mondo nel caos. Vi siete appropriati di una piaga, nota come  anti-Semitismo, e fatto in modo che il razzismo fosse inculcato nella  nostra coscienza collettiva, perché l&#8217;umanità accettasse queste truci  idee come dati di fatto, perlopiù senza nemmeno metterle in discussione.</p>
<p>Le  vostre proposte politiche deviate e la vostra crociata imbevuta d&#8217;odio  contro l&#8217;umanità non hanno semplicemente offuscato la vostra percezione,  ma si sono anche ripercosse su vari paesi del mondo. Avete saccheggiato  testimonianze storiche irrecuperabili oltre che pregiati oggetti d&#8217;arte  e strutture architettoniche che appartengono all&#8217;umanità, o che erano  parte del patrimonio culturale dell&#8217;umanità. Eravate impazienti di  provocare disordini tra i continenti, il che implicava il collasso del  dialogo politico. Il risultato, la guerra fredda, si è perpetuato per  anni ed il suo eco risuona ancora oggi. L&#8217;olocausto contro gli Ebrei, i  sinti ed i rom, la vostra cosiddetta &#8220;eutanasia&#8221; imposta ai disabili,  tutto ciò è stato considerato il crudele apice della Seconda Guerra  Mondiale, con il costo di 6.000.000 di vite di persone innocenti. Avete  combinato gli ideali dell&#8217;industrializzazione con l&#8217;abominio  dell&#8217;assassinio di massa, una circostanza che ha portato alla  distruzione di vita umana su una scala mai vista prima.Tutti questi sono  dati di fatto, e tuttavia continuate a seguire ed a diffondere tali  ideali, al fine di rinforzare ulteriormente il simbolismo di questo odio  spregevole. Continuate ancora ad infliggere ferite e ad uccidere  persone, persone che non vi hanno fatto nulla, e continuate a farlo in  parte per disgusto o semplicemente per vostro piacere personale.</p>
<p>Intimidite  le persone che scendono nelle strade in lotta per i loro ideali ed  attaccate i vostri avversari politici, in ciò negando loro il diritto  alla libertà di parola. Eppure chiedete ipocritamente questo stesso  diritto di libertà di parola per voi stessi, e spargete fango sotto  forma di agitazioni ed &#8220;arte&#8221; attorno a voi. Attaccate i giornalisti ed i  media in generale, attaccate membri delle fazioni opposte ed allo  stesso modo attaccate rifugiati ed immigrati, che vivono e lavorano nel  vostro &#8220;paese d&#8217;origine&#8221;. Queste persone hanno semplicemente dovuto  abbandonare i propri paesi natii a causa della repressione e della  miseria.</p>
<p>Questo comportamento non può  più essere tollerato. Vi siete macchiati di molti crimini contro  l&#8217;umanità. Con quest&#8217;atteggiamento ipocrita e la vostra ansia di emulare  i criminali vostri modelli avete attirato l&#8217;attenzione del collettivo  noto come Anonymous su di voi.</p>
<p>In questo caso, quest&#8217;attenzione implica l&#8217;implementazione di azioni decisive contro le vostre azioni.</p>
<p>Siamo Anonymous.</p>
<p>Siamo Legione.</p>
<p>Non Perdoniamo.</p>
<p>Non Dimentichiamo.</p>
<p>Aspettateci.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/05/02/operation-blitzkrieg-il-primo-maggio-di-anonymous/">Operation Blitzkrieg, il Primo Maggio di Anonymous</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Wikileaks &#8211; fragments of global disorder</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 11:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[english]]></category>
		<category><![CDATA[translation]]></category>
		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Original post in Italian The historical moment in which Wikileaks (WL) acts is decisive: – it&#8217;s the moment of the crisis of the United States&#8217; military, political, cultural and technological hegemony. The fall of the second Wall of the 20th century (&#8216;Wall&#8217; Street) replicates the calls    for glasnost (“openness”) and perestrojka (“change”) because, even if [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/" target="_blank">Original post in Italian</a></p>
<p>The historical moment in which Wikileaks (WL) act<span style="color: #000000">s</span> is decisive: – <span style="font-family: Times New Roman,serif">it&#8217;s the moment of the crisis of the</span> United States&#8217; military, political, cultural and technological hegemony.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x2001.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-446" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x2001.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a> The fall of the second Wall of the 20th ce<span style="color: #000000">ntury (&#8216;Wall&#8217; Street) replicates the calls    for </span><span style="color: #000000"><em>glasnost </em></span><span style="color: #000000">(“openness”) and </span><span style="color: #000000"><em>perestrojka</em></span><span style="color: #000000"> (“change”) because</span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">, even if within its   neoliberalist characterization,</span></span><span style="color: #000000"> democratic ideology has experie</span>nced a degeneration.</p>
<p>Reforming the system is the imperative, United States&#8217; planetary overstretching     reaches its limits from Iraq to Latin America; the executive power is <span style="color: #000000">weak and </span><span style="color: #000000">safeguarded</span><span style="color: #000000"> by</span> those who long for a reactionary, fundamentalist and authentically “American” resolution of the ideological crisis.</p>
<p><span style="color: #000000">In</span><span style="color: #000000"> this scenery, already complex on its own, a specter is starting to roam around,   whispering i</span>n the ears of whoever it meets: “information in revolt will be writing  history.”</p>
<p><span id="more-444"></span></p>
<p><span style="color: #000000">&#8216;Specter&#8217; also </span><span style="color: #000000">seems to us the most appropriate term to describe Assange&#8217;s character, both in regard to his physical appearance and for the elusiveness with which he was able to evade international police forces and secret service agencies for quite some time.</span></p>
<p>Still the WL issue &#8211; of which a lot of chapters still need to be written &#8211; produces extremely concrete aftershocks, capable <span style="color: #000000">of causing deep fractures in the traditional networks of the global news system, in these days crossed by movements of breakdown, decomposition and reconstruction. Fra</span>ctures that represent a point of no return, expanding them<span style="color: #000000">selves</span><span style="color: #0000ff"> </span>360° and not one-way.</p>
<h2><strong>Medium is the message</strong></h2>
<p>Let&#8217;s clear the ground from misunderstandings.  These fragmentations have little or no relation to the contents exposed by communications leaked from the US&#8217; embassies around the world.  Much of the news which WL made <span style="color: #000000">public among millions of people are unessential (and well-known to the insiders) details on the leaning and the path of Washington&#8217;s foreign policy.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif">That Italian energy policy is a bitter pill for the US, and that it also is in this way one should read Rome&#8217;s approach, first towards Russia and then towards Libya</span>, is no news for anyone since the hostilities between the czar Putin and the Ukrainian government leaders began. Nor are the ENI interests in the construction of the South Stream gas pipeline casual.</p>
<p>That the embrace between Europe and its transatlantic cousin has become less warm and more formal in recent years, and that instead the deployment of the European integration processes &#8211; with the fading of their anti-soviet role &#8211; represents a concern for the US a<span style="color: #000000">dministrations since 1989, is a traceable fact in any international relations history manual of acceptable quality. </span></p>
<p><span style="color: #000000">That the attacks against Google of some months ago would stem from the highest spheres of the Chinese government was testified by the target against which they were directed, their frequency, their range and, more in general, the international context in which they were at w</span><span style="color: #000000">ork. Not only because, since some time by now, the cybersphere is becoming a privileged battleground in the dialectics between the great powers, assuming bigger and bigger weight in the state defense budgets, </span><span style="color: #000000">but also because an ever increasing situation of antagonism between the two bigger global competitors is in development &#8211; something which is ma</span>king unthinkable the presence of a player like Big G in Beijing&#8217;s backyard.</p>
<p>WL has to be examined with more ambivalent lenses (which is necess<span style="color: #000000">ary to start understanding th</span>e phenomenon in all its complexity), leaving out deceitfully subjective and specialist perspectives, without for<span style="color: #000000">getting (still retaining the due question marks) that for millions of people today&#8217;s mantle of formality which envelops yesterday&#8217;s commonly known facts represents a notable gap.</span></p>
<p><span style="color: #000000">In the same way the barycenter of </span>transparency (that<span style="color: #0000ff"> </span><span style="color: #000000">Internet has been moving </span><span style="color: #000000">for</span> several years in a completely asymmetrical way in favour of those who runs the global politics and eco<span style="color: #000000">nomy) moved towards the threshold of the </span><span style="color: #000000"><em>sancta sanctorum</em></span><span style="color: #000000"> of US embassies, and this represents a quantum leap (even more in the digital age): an uncovered cauldron which, unhinging one of the distinctive features of diplo</span>matic communication, represents a dangerous anomaly.</p>
<p>But quantum leaps<span style="color: #000000"> like these are ambivalent: the meaning which they could assume is not defined </span><span style="color: #000000"><em>a priori</em></span><span style="color: #000000">; it is a match which is still to be played. The billiard ball has been thrown among the others: even the black eight ball might</span> end in the pocket.</p>
<p lang="en-US">First of all: what is WL?</p>
<p>This term cannot just stand anymore for the homonym<span style="color: #000000"> organization directed by Julian Assange; we should rather refer to a metonymy, a concept that structures other ones, interrelated between themselves on various levels.  The effect on the media system is an hybrid object, an explosive mixture, an offshoot of a skillful dosage of different ingredie</span>nts: old and new media, P2P horizontality and st<span style="color: #000000">iff verticality, </span>opacity and transparence.</p>
<p lang="en-US">It is composed by:</p>
<ol>
<li>A 	<strong>technologically advanced infrastructure</strong> that in these days was able to resist to large-scale attacks, mainly 	(but not only) operated through <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Denial-of-service_attack">DDOS</a></span></span>. 	The communication system matrix was conceived as the promise of an 	high level of anonymity a<span style="color: #000000">nd 	security in transmitting data, in order not to expose to danger the</span></li>
<li><strong>sources</strong>, 	which – we can but speculate – ar<span style="color: #000000">e 	at work on different levels of t</span>he 	sphere of US administration.</li>
<li>A 	<strong>managing board</strong> who carries out duties of capital importance, among which the 	modalities and the release schedules of the leaks and a careful 	creaming off of<span style="font-family: Times New Roman,serif"> contributors</span> (this measure being essential in 	order to avoid hostile infiltrations).</li>
<li><strong>The</strong><strong> financial support provided by several organizations</strong>: 	a<span style="color: #000000">mong whom,</span> the Wau Holland (a charismatic and recently gone figure of the Chaos 	Computer Club) Foundation, a long-standing hacker organization, 	devoted since the 80&#8242;s to a manifesto that<span style="color: #000000"> identified </span>in the<span style="color: #000000"> disclosure of information a s</span><span style="color: #000000">trategy 	to follow). This foundation, taking advantage of the German law 	(which allows to not reveal the donors&#8217; names) settled itself as a 	secure funding system.</span></li>
<li><span style="color: #000000">The 	creation of a very well devised </span><strong><span style="color: #000000">hype, </span></strong><strong><span style="color: #000000">thanks </span></strong><span style="color: #000000">both</span><strong><span style="color: #000000"> to </span></strong><span style="color: #000000">statements</span><strong><span style="color: #000000"> </span></strong><span style="color: #000000">of</span><strong><span style="color: #000000"> </span></strong><span style="color: #000000">highly 	symbolic value</span><strong><span style="color: #000000"> and </span></strong><span style="color: #000000">to</span><strong><span style="color: #000000"> a leaks&#8217; </span></strong><span style="color: #000000">disclosure 	which has been doled out: so far, </span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">the 	result has been that of maintaining </span></span>at 	its highest levels the attention of the long tails 	in the web an<span style="color: #000000">d of 	t</span>he global media.</li>
<li>The 	<strong>relation with some o</strong><strong><span style="color: #000000">f 	the </span></strong><span style="color: #000000"><strong>major</strong></span><strong><span style="color: #000000"> global information media</span></strong><span style="color: #000000">, 	whose role is not “just” to spread the leaks, but literally to 	INFORM THEM (that is, give them a form), thanks to the work of 	analysts able to set them in place historically and politically, and 	to select with accuracy which news to promote and to which ones to 	give bigger relevance. Otherwise, who among the “netizens” would 	have time, skills, knowledge and resources to peer at that huge 	quantity of raw leaked data? It happened with the Iraqi and Afghan 	war diaries. It happens even more with the diplomatic communications 	- as even Sergio Romano stated on the Corriere della Sera &#8211; because 	they ar</span>e the pro<span style="color: #000000">duct 	of a complex code, to be interpreted with the right linguistic and 	political coordinates. </span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">And 	it will be even more true at the time of the disclosure of the 	financial world dat</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">a.</span></span><span style="color: #000000"> It can look like a provocation but, from this point of view, WL is 	not providing information at all: it</span><span style="color: #000000"> organizes some database according to chronological or geographical 	criteria. But not political ones. Moreover, the relation with some 	of the big traditional media assumes another meaning: when on Sunday 	28th of November, shortly before the cables&#8217; pu</span>blication, 	the WL network came under attack, <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">a 	t</a><a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">weet</a></span></span><span style="color: #000000"> </span>confirmed what many did ex<span style="color: #000000">pect: 	«</span><em><span style="color: #000000">El 	Pais, Le Monde, </span></em><span style="color: #000000"><em>Spie</em></span><span style="color: #000000"><em>gel</em></span><em><span style="color: #000000">, 	Guardian &amp; NYT will publish many US embassy cables tonight, even 	if WikiLeaks goes down</span></em><span style="color: #000000">». </span></li>
<li><span style="color: #000000">Lastly 	and by necessity WL is also the </span><strong><span style="color: #000000">thousands </span></strong><span style="color: #000000"><strong>of</strong></span><strong><span style="color: #000000"> websites</span></strong><span style="color: #000000"> which voluntarily decided to mirror it (that is, to publish</span><span style="color: #000000"><strong> </strong></span><span style="color: #000000">a 	backup of the cable archives</span><span style="color: #000000"> and to </span><span style="color: #000000">constantly</span><span style="color: #000000"> update </span><span style="color: #000000">it</span><span style="color: #000000">) 	after the attacks suffered in the previous days. </span></li>
</ol>
<p><span style="color: #000000">Yet, if we try to catch an overview of these early considerations (</span>we could<span style="color: #000000"> add others on the joints of WL in the social networks) we easily realize that </span><span style="color: #000000">WL turns the tables and unsettles the traditional </span><span style="color: #000000">verticality</span><span style="color: #000000"> of many informative national and international </span><span style="color: #000000">media</span><span style="color: #000000"> systems, producing a network </span><span style="color: #000000">which</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">splits them</span><span style="color: #000000"> across. A fluid and efficient network </span><span style="color: #000000">in which</span><span style="color: #000000">, neve</span><span style="color: #000000">rtheless, </span><span style="color: #000000">nodes of different importance </span><span style="color: #000000">do unquestionably exist: for example, the mirroring activity </span><span style="color: #000000">mentioned </span><span style="color: #000000">before is subje</span>ct to the release made by the central node.</p>
<p>In the same way, as reported by the journalist Farhad Manjoo, in WL lives a necessary contradiction: its mission, also symbolized by the slogan shown on its <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://twitter.com/wikileaks/">twitte</a><a href="https://twitter.com/wikileaks/">r profile</a></span></span> account (“<em>We open governments</em>”<span style="color: #000000">), is </span><span style="color: #000000">to</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">achieve</span><span style="color: #000000"> an absolute transparence through an organizational modality which takes into account a necessary level of secrecy. We are not playing the search for the oxymoron; we </span><span style="color: #000000">are</span><span style="color: #000000"> simply restrain</span><span style="color: #000000">ing</span><span style="color: #000000"> ourselves to notice that the anonymity of the sources doesn&#8217;t allow to understand which goals animate them. Goals which &#8211; it has to be said &#8211; could not match  those of Assange &amp; co. And this is not an easily overlookable issue (also because of other critical points, which we will </span><span style="color: #000000">examine</span><span style="color: #000000"> later).</span></p>
<p>Therefore, we are also facing a new form of media network. A new way of developing distributed journalism, but not a P2P one. WL disintermediates the traditional information flow and moves on to immediately recreate new levels of intermediation with several cores.</p>
<h2><strong>The </strong><strong>front lines of the netwar</strong></h2>
<p>There are many aspects still to be looked at. The scorched earth <span style="font-family: Times New Roman,serif">that has been created around WL this week</span> has materially represented a preview of the tensions that since quite some time are building up around the strategical node of the web global governance.</p>
<p><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.cnas.org/node/4695"><span style="font-family: Times New Roman,serif">We know</span></a></span></span> that the planning of US military strategy nowadays identifies among its fundamental grounds the claim of US military superiority in providing a securing of the web for ensuring itself a “free access” to cyberspace, identified as a global common.</p>
<p>Therefore, if the WL issue did show the difficulties of the US government in the management of this global common, at the same time it emphasized how the planning on this issue is in an advanced phase of elaboration and implementation.</p>
<p lang="en-US"><span style="text-decoration: underline">Which parts of the WL network were successfully hit?</span></p>
<ol>
<li>Its 	ability to receive funding 	<span style="color: #000000">was </span><span style="color: #000000">put</span><span style="color: #000000"> in check by </span><span style="color: #000000">the 	freezing of Assange&#8217;s Swiss bank accounts, by halting Mastercard and 	VISA payments and fina</span>lly by 	suspending the Paypal account. This very last company, after 	initially claiming that WL was breaking the website&#8217;s policy had to 	admit that the canceling of the Wikileaks account was <span style="font-family: Times New Roman,serif">due 	to US State Department pressure.</span></li>
<li>The 	suspension of the hosting service by 	Amazon, that took place by the stimulus of an old acquaintance: the 	senator Joseph Lieberman, author of the <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">Internet 	Kill Switch</span></span> bill.</li>
<li>The removal of the DNS 	domain wikileaks.org (now replaced by the domain wikileaks.ch). 	Surely it is not the first time that a DNS domain is <span style="color: #000000">shut 	down</span>, but it is uncommon for this 	to happen completely outside any agreement or law protocol, by means 	of an unilateral US  impulse.</li>
</ol>
<p>This last feature above all very closely recalls the contents of the COICA law proposal, unanimously approved by the US senate Judiciary Committee, on which a few words are to be said. Celebrated by RIAA and MPAA, if approved the Combating Online Infringement and Counterfeits Act will be introducing processes of regulation of the web which could alter its features. Which are its guidelines?</p>
<p>a) The US Department of Just<span style="color: #000000">ice is entrusted</span><span style="color: #000000"> with the</span><span style="color: #000000"> fight against “filesharing”: it will </span><span style="color: #000000">be able to</span><span style="color: #000000"> prosecute any website that soils itself with copyright </span><span style="color: #000000">infringement</span><span style="color: #000000">.</span></p>
<p><span style="color: #000000">b) by requesting various federal courts to issue an </span><span style="color: #000000">injunction</span><span style="color: #000000"> agains</span>t a website, the DOJ would be able to shut down a domain. But what it may be as innovative as worrisome in this legislative proposal is what <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">Torrentfrea</a><a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">k points out</a></span></span>:<br />
«<em>If the courts then decide that a site is indeed promoting copyright infringement, the DOJ can order the domain registrar to take the domain offline. The bill is not limited to domestics offenders, but also allows the DOJ to target foreign domain owners.</em>»</p>
<p lang="en-US">And continues:</p>
<p>«<em>Aside from classic ‘pirate’ websites, the bill also conveniently provides an effective backdoor to take the whistle-blower site Wikileaks offline, or its domain at least. After all, Wikileaks has posted thousands of files that are owned by the United States</em>»</p>
<p>The “censorship” of such sites will be based on blacklists comple<span style="color: #000000">tely </span><span style="color: #000000">written</span><span style="color: #000000"> by the U</span>S government. No need to linger on the arbitrariness which will define them.</p>
<p>The coming into force and an effective implementation of such a legislative bill would have unprecedented consequences: the US government could acquire a totally unconventional role, stepping on to carry out duties exclusively performed by the ICANN (yet thoroughly criticized in the last 15 years for its de facto US-led management) until now. A legislative bill <span style="font-family: Times New Roman,serif">holding the US as self-appointed plumbers</span> of the internet network, opening and closing the taps of information with the aim of directing its flow.</p>
<p>Something right now unacceptable for other state and regional players (it&#8217;s not a coincidence that the latest warning of the British The Economist goes: <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.economist.com/node/17677820">“</a><a href="http://www.economist.com/node/17677820">don&#8217;t create a digital </a><a href="http://www.economist.com/node/17677820">Afghanistan”</a></span></span>). <span style="font-family: Times New Roman,serif">Something that may in turn signify the creation of new and separate systems of dominion in other macro-spaces on the planet, </span>producing a fragmentation of one of the main frames of the global network (which would cease to exist as such). About this issue <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">EF</a><a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">F itself</a></span></span> stressed that</p>
<p>«<em>To recap, COICA gives the government dramatic new copyright enforcement powers, in particular the ability to make entire websites disappear from the Internet if infringement, or even links to infringement, are deemed to be “central” to the purpose of the site</em>».</p>
<p lang="en-US">And adds:</p>
<p>«<em>If the United States government begins to use its control of critical DNS infrastructure to police alleged copyright infringement, it is very likely that a large percentage of the Internet will shift to alternative DNS mechanisms that are located outside the US</em>»</p>
<p>Therefore, far from being rash and neurotic, the US reaction has clear continuity lines in regard to the sedimentation of a stance towards the web with roots sinking in a past time ground.<br />
<strong>Given the consonances between what is accounted for by the COICA and the infowar unleashed in the last few days, it looks pretty legitimate to us to ask whether the WL issue could also represent an accelerator for these processes of break-up and militarization of the web. </strong></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Times New Roman,serif">Which could be the presumed next moves made against WL? </span></p>
<p>A. di Corinto <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">claims</span></span> that «<em>the next step will likely be that of preventing indexation in the search engines of the WL-related web resources</em>» (<span style="font-family: Times New Roman,serif">one has to ask</span>: will Google and Baidu take the same measures?) and, we might add, it has to be understood what move Facebook and Twitter will make who, even if not confirming the hypothesis of excluding WL from their platforms, neither denied it (while instead they did <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">readily cancel</span></span> accounts and web pages belonging to the organizations that had led in these hours the attacks against the enemies of WL instead).</p>
<p lang="en-US">Finally, two other remarks.</p>
<p><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207">An essay by</a></span></span><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207"> Mark Pesce</a></span></span> traces a parallel between WL&#8217;s possible evolution and the filesharing systems. What we imagine to be a good omen actually spots another possible vulnerability of WL, perhaps even deadlier than the DDOS attacks that are hitting it. Assange&#8217;s organization bases its reputational capital on the reliability and the truthfulness of the information it releases. In this way it creates an aura of trust around itself, on which the fluid links which it is able to interweave and its society-building action are based. A dynamic very close to that of the big social networks or of the P2P systems. By which means the distribution of copyrighted contents on the filesharing networks was fought? By putting false or forged material up there. Since WL&#8217;s sources are anonymous and therefore each single document has to be verified in its authenticity, it has to be asked if a flooding of well-made forgeries sent to WL (we refer to this specific category because Assange himself pointed out that there are hundreds of people sending material to WL) could not somewhat flood the publication mechanism or bypass the control mechanism, leading to the publication and distribution of unauthentic documents: <span style="text-decoration: underline">the trust which WL </span><span style="text-decoration: underline">did create around itself right now would be broken.</span></p>
<p lang="en-US">&nbsp;</p>
<p>But the front of the cyberwar features, in turn, plays of light and darkness and has many participants: a cross-party reaction of users and hacker communities (even very different among themselves) brought a counterattack against the financial brokering services Mastercard and Visa, preventing access to them. <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">Ap</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">plica</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">t</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">io</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">ns</a></span></span> and <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://213.163.66.134/wikileaks/flood.html">web pages</a></span></span> were released, thanks to which anyone was able to participate in the attack against the networks that hampered WL&#8217;s activity.  Moreover, Peter Sunde revived (by no coincidence closely to the wikileaks.org domain blackout) the proposal to create a <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">distributed DNS system</span></span>, able to resist the meddling of governments and militaries. A proposal that in turn, after the events of these days, could be seriously taken into account by many people, and that would mark the nth break-up of one of the fundamental infrastructures running the web.</p>
<h2><strong>Technological totems and the taboo of the networked conflict</strong></h2>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif">The WL effects don&#8217;t </span><span style="font-family: Times New Roman,serif">end here, but play a devastating role on the ideological ground marking, in our opinion, the end of various web theories, that with this event reach their zenith, yet at the same time touching a ceiling of irreversible contradictions</span>. Another paradox to be added to the list.</p>
<p><strong>First</strong>. Let&#8217;s try to imagine the WL issue from a reversed point of view.<br />
Assange is a Chinese dissident which exposes classified documents to the world, reason for which he is arrested and imprisoned. Along the usual lectures on the internet as a democracy-exporting tool comes the peace Nobel prize nomination within 2 days, plus a silent sense of gratitude for providing tools and information through which the international projection of the Chinese image u<span style="font-family: Times New Roman,serif">ndergoes a reframing and weakening</span> in terms of public opinion.<br />
It is an absolutely symmetrical perspective to the one which is unfolding in these hours.</p>
<p>And we cannot deny to enjoy a subt<span style="color: #000000">le pleasure in noticing how some pseudo-intellectual </span><span style="color: #000000">bloggers</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">who</span><span style="color: #000000"> are filling their mouths </span><span style="color: #000000">by now </span><span style="color: #000000">wit</span>h buzzwords <span style="color: #000000">and slogans</span> after <span style="color: #000000">celebrating for years th</span><span style="color: #000000">e </span><span style="color: #000000">figures </span><span style="color: #000000">of A</span><span style="color: #000000">nna Politkovskaja and Yoani Sanchez, can proudly include Vladimir Putin as well in the ranks of the democratic fighters for “freedom of speech”, while on the other side of the barricade stands Barack Obama, the man for </span><span style="color: #000000">whom</span><span style="color: #000000"> the internet was </span><span style="color: #000000"><em>one of</em></span><span style="color: #000000"> the main driving forces in the run for the White House.</span><span style="color: #000000"> Thanks to this, but not only, he could set up the broadest political marketing operation ever seen,</span><span style="color: #000000"> mobilize the social movements, start a copious fund raising </span><span style="color: #000000">and </span><span style="color: #000000">bring back to the ballot box ample groups</span><span style="color: #000000"> of population in such a </span><span style="color: #000000">difficult context as the US&#8217; one;</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">plus</span><span style="color: #000000">, al</span>so and above all, he did impress in the collective imaginary the brand of the network and of the open government as something symbiotic to a change that did never came true.</p>
<p><strong>Second</strong>. The stance of Amazon and of the other big US transnational corporations in the effort of <span style="color: #000000">clogging</span><span style="color: #000000"> WL</span>&#8216;s network and its branches is a blow from which the prophets of the techno-determinist and neo-positivist optimism will hardly recover. The typically liberal paradigm adopted for years by such people as Negroponte<span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">gets smashed as a result</span><span style="color: #000000">: suc</span>h points as &lt;&lt;<em>The </em><em><em>combined forces of technology and human nature will</em></em><em> ultimately be more effective means in reaching the goal of </em><em><em>plurality than</em></em><em> any </em><em><em>law Congress</em></em><em> can invent</em>&gt;&gt;, the call to a diffusion of democratic principles through the development of electronic telecommunications and the consumption of hi-tech products, or the overriding of censorship through the “beneficial power” of the global communication channel may  finally sink into oblivion, with the definitive demonstration that digital technology isn&#8217;t at all a &lt;&lt;<em>natural force</em><em> bringing </em><em><em>people</em></em><em> towards </em><em><em>greater</em></em><em> world </em><em><em>ha</em></em><em>rmony</em>&gt;&gt;.</p>
<p><strong>Third</strong>. The neo-enlightenmentist dream of Rosseauian legacy of a democracy of individuals that comes into existence in the folds of an anarchical infrastructure dies miserably at the same time as it is reaching one of its great goals: the transparence of power towards the social. The blanket is too short: if it is pulled from one side, it leaves the other uncovered and the individuals, once again, end up being rotating particles around intermedial frames (those of the news and politics) that determine them.</p>
<p><strong>Fourth</strong>. <span style="font-family: Times New Roman,serif">That a call for a serious reflection on th</span><span style="font-family: Times New Roman,serif">e concept of the common </span><span style="font-family: Times New Roman,serif">good applied to the internet is of greater and greater urgency is out of discussion.</span> In such a background as the one which is taking shape in these days, that concept cannot be given neither as fundamental right, nor as something already present in the material relations that shape the internet. Simply, it can be imagined as a conflictual ground. <span style="font-family: Times New Roman,serif">And acted upon as such.</span></p>
<h2><span style="color: #000000">Working on</span> the fractures</h2>
<p>Lots of people on those days uncorked champagne to celebrate the end of the “old world” without realizing that, inside of the upheavals produced by WL, full-fledged members of that club are acting, and that in turn they will do an absolutely conventional – but nonetheless effective  –  use of the leaks, in terms of national and international public opinion manipulation. Besides the already mentioned Putin, we mustn&#8217;t forget Netanyahu, which thanked WL hat in hands (and also performing a nice bow with a pirouette) for its disclosures on Ir<span style="color: #000000">an: another piece in the construction of the political frame which legitimates Israeli </span><span style="color: #000000">aggressiveness</span><span style="color: #000000"> in </span>Middle East.</p>
<p>What does this mean? <span style="color: #000000">It means that the fractures produced by WL aren&#8217;t one-sided at all, as many commentators would like them to be, but that they must be imagined, organized, readdressed in frames </span><span style="color: #000000">according to a grassroots and partisan point of view and used in the making of subjectivities.</span></p>
<p>Let&#8217;s make a counter-example: which effects on a global scale would had sorted a critical re-appropriation of sense through the contextualization of hypothetical, 2003-published “Iraqi War Logs” at the peak of the “No War” mobilizations by the movements&#8217; media, coming along with an appropriate tactical stance in the streets? Their pressure on the anesthetized journalism of the Bush era, and on the authorities themselves would have been unbearable.</p>
<p lang="en-US">Break and continuity, fractures and fragmentations, old and new players: a white-hot crucible of contradictions that cannot be avoided. Even if the picture of an old order is shattered or it gets chipped, the shards which fall on the ground will not immediately establish a new one. It&#8217;s up to us pick them up before someone else does. This, or the WL metonymy could take yet another meaning. That of a new spectacular global format to be watched beyond the screen of your LCD TV set or netbook. And little changes if you retweet info or do participate in the televoting: Julian Assange is hosting, while Earth&#8217;s powers are at each other&#8217;s throat.</p>
<p lang="en-US">&nbsp;</p>
<p lang="en-US">(Translated by InfoFreeFlow Crew &#8211; thanks to Kemal Kamel and Lilix for their help and support;)</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/">Wikileaks &#8211; fragments of global disorder</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dodici tesi su Wikileaks &#8211; di Geert Lovink e Patrice Riemens</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 16:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo aver dato un nostro contributo di decostruzione ed analisi dell&#8217;oggetto Wikileaks, pubblichiamo la traduzione di &#8220;Dodici tesi su Wikileaks&#8221; un testo di Geert Lovink e Patrice Riemens, apparso nella sua prima versione sulla mailing list &#8220;Nettime&#8221; nell&#8217;agosto di quest&#8217;anno ed ampliato a ridosso dell&#8217;esplosione del Cablegate. Crediamo sia una riflessione interessante  per allargare gli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dopo aver dato un <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/" target="_blank">nostro contributo</a> di decostruzione ed analisi dell&#8217;oggetto Wikileaks, pubblichiamo la traduzione di &#8220;Dodici tesi su Wikileaks&#8221; un testo di Geert Lovink e Patrice Riemens, apparso nella sua <a href="http://www.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-1008/msg00037.html" target="_blank">prima versione</a> sulla mailing list &#8220;Nettime&#8221; nell&#8217;agosto di quest&#8217;anno ed <a href="http://www.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-1012/msg00035.html" target="_blank">ampliato a ridosso</a> dell&#8217;esplosione del Cablegate. Crediamo sia una riflessione interessante  per allargare gli orizzonti del dibattito su quella che sembra essere una delle fratture più significative del panorama mediatico globale degli ultimi anni. Buona lettura!</em></p>
<h2>Tesi 0</h2>
<p>&#8220;Cosa penso di WikiLeaks? Penso che sarebbe una buona idea!&#8221; (ripreso dalla famosa battuta del Mahatma Gandhi sulla &#8220;Civiltà Occidentale&#8221;)</p>
<h2>Tesi 1</h2>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta_bn.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-379" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta_bn-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a>Rivelazioni e fughe di notizie sono state una caratteristica di tutte le epoche, tuttavia nessun gruppo non statale o non para-aziendale prima d&#8217;ora ha fatto nulla al livello di quanto WikiLeaks sia riuscita a fare, prima con il video &#8220;collateral murder&#8221;, poi con gli &#8220;Afghan War Logs&#8221;, ed ora con il &#8220;Cablegate&#8221;. Ci sembra di aver raggiunto il momento in cui il salto quantitativo si trasforma nel salto qualitativo. Quando WikiLeaks ha raggiunto il mainstream nei primi mesi del 2010, questo non era ancora dato. Da un lato, le &#8220;colossali&#8221; rivelazioni di WikiLeaks possono essere spiegate come la conseguenza della spettacolare diffusione dell&#8217;utilizzo dell&#8217;IT, assieme alla spettacolare discesa dei suoi costi, inclusi quelli di storage di milioni di documenti. Un altro fattore di contributo è il fatto che tenere al sicuro segreti statali ed aziendali – per non parlare di quelli privati – è divenuto difficile in un&#8217;epoca di riproducibilità e disseminazione istantanee.  WikiLeaks diviene simbolica di una trasformazione nella “società dell&#8217;informazione” in generale, detenendo uno specchio di cose a venire. Così, mentre ci si può rivolgere a Wikileaks come ad un progetto (politico) e sottoporla a critica per il proprio modus operandi, la si può anche vedere come la fase “pilota” di un&#8217;evoluzione verso una cultura assai più generalizzata di rivelazione anarchica, oltre  la tradizionale politica dell&#8217;openness e della trasparenza.<span id="more-380"></span></p>
<h2>Tesi 2</h2>
<p>Nel bene o nel male, WikiLeaks si è lanciata nel regno della politica internazionale di alto livello. Di punto in bianco, WikiLeaks è divenuta un&#8217;attrice riconosciuta sia sulla scena mondiale che nelle sfere nazionali di alcuni paesi. Da piccola attrice qual&#8217;è, WikiLeaks, in virtù delle sue rivelazioni, sembra trovarsi alla pari con i governi o le grandi aziende (il suo prossimo bersaglio) – almeno sul piano della raccolta e della pubblicazione di informazioni. Allo stesso tempo, non è chiaro se ciò sia una caratteristica permanente od un fenomeno temporaneo, costruito dall&#8217;hype – WikiLeaks sembra credere alla prima opzione, e ciò sembra sempre più verosimile. Nonostante sia una misera attrice non statale e non aziendale, nella sua lotta contro il governo USA WikiLeaks non crede di affrontare un avversario al di fuori della sua portata – e sta iniziando a comportarsi di conseguenza. Si potrebbe definire questo il livello di “Talebanizzazione&#8221; della teoria postmoderna della &#8220;Terra Piatta &#8220;, in cui proporzioni, temporalità e luoghi sono dichiarati essere prevalentemente irrilevanti. Ciò che conta è la carica di celebrità e l&#8217;intensa accumulazione dell&#8217;attenzione mediatica. WikiLeaks riesce a catturare l&#8217;attenzione attraverso spettacolari hack informativi, laddove altri attori, specialmente gruppi della società civile e organizzazioni per i diritti umani, lottano disperatamente per far emergere il proprio messaggio. Mentre i secondi tendono a rispettare le regole ed a cercare legittimazione da parte delle istituzioni dominanti, la strategia di WikiLeaks è populista nella misura in cui fa leva sul disamoramento pubblico verso la politica mainstream. La legittimazione politica, per WikiLeaks, non è più qualcosa di graziosamente concesso dai poteri che sono. WikiLeaks bypassa questa struttura di potere del Vecchio Mondo e piuttosto va all&#8217;origine della legittimazione della politica nell&#8217;info-società odierna: l&#8217;estatica banalità dello spettacolo. WikiLeaks mette brillantemente in uso la &#8220;velocità di fuga&#8221; dell&#8217;IT, utilizzando l&#8217;IT per lasciarsi l&#8217;IT alle spalle ed irrompere prepotentemente nel regno della politica reale.</p>
<h2>Tesi 3</h2>
<p>Nella saga in corso chiamata &#8220;Il Declino dell&#8217;Impero USA&#8221;, WikiLeaks fa il suo ingresso sul palco come l&#8217;assassino di un bersaglio facile. Sarebbe difficile immaginarla capace di infliggere danni considerevoli ai governi russo e cinese, o persino a quello di Singapore – per non parlare dei loro affiliati &#8220;aziendali&#8221;. In Russia o in China operano enormi barriere culturali e linguistiche, per non parlare di quelle puramente afferenti al potere, che avrebbero bisogno di essere scavalcate. Di questo sono fattori anche costituzioni ampiamente differenti, persino se parlassimo delle più ristrette (e presuntamente più globali) culture e pianificazioni di hacker, info-attivisti e giornalisti investigativi. In quel senso, WikiLeaks nella sua incarnazione presente rimane un prodotto tipicamente &#8220;occidentale&#8221; e non può pretendere di essere un&#8217;impresa veramente universale o globale.</p>
<h2>Tesi 4</h2>
<p>Una delle difficoltà principali nello spiegare  WikiLeaks viene dal fatto che non sia chiaro (nemmeno per gli stessi membri di WikiLeaks) se essa si consideri ed operi come un content provider o come un semplice condotto di dati trafugati (l&#8217;impressione è che si consideri entrambe le cose o come una delle due a seconda del contesto e delle circostanze). Questo, tuttavia, è stato un problema comune da quando i media si sono trasferiti online in massa e da quando le comunicazioni sono diventate un servizio piuttosto che un prodotto. Julian Assange rabbrividisce ogni volta che viene raffigurato come caporedattore di WikiLeaks; eppure WikiLeaks afferma di editare il materiale prima di pubblicarlo ed afferma di verificare l&#8217;autenticità dei documenti con l&#8217;aiuto di centinaia di analisti volontari. Dibattiti &#8220;contenuto vs. canale di trasmissione&#8221; di questo tipo sono andati avanti per decenni tra i mediattivisti, senza alcun risultato chiaro. Invece di provare a risolvere questa inconsistenza, sarebbe meglio cercare nuovi approcci e sviluppare nuovi concetti critici per ciò che è diventata una pratica di pubblicazione ibrida che coinvolge attori molto al di là del campo tradizionale dei mezzi di informazione professionali.  Questo potrebbe essere il motivo per cui Assange ed i suoi collaboratori si rifiutano di essere etichettati nei termini delle “vecchie categorie” (giornalisti, hacker, ecc.) ed affermano di rappresentare una nuova <em>Gestalt</em> sul palcoscenico mondiale dell&#8217;informazione.</p>
<h2>Tesi 5</h2>
<p>Il progressivo declino del giornalismo investigativo causato dalla diminuzione dei finanziamenti è un fatto innegabile. In questi tempi, il giornalismo corrisponde a poco più che un remixaggio appaltato di PR. La continua accelerazione ed il sovraffollamento della cosiddetta economia dell&#8217;attenzione assicura che non ci sia più spazio per le storie complicate. I padroni aziendali dei media di circolazione di massa sono sempre più disinclinati a vedere  discussi in dettaglio i funzionamenti e le politiche dell&#8217;economia globale neoliberista. Lo spostamento dall&#8217;informazione all&#8217;infotainment è stato abbracciato dai giornalisti stessi, rendendo difficile la pubblicazione di storie complesse. Wikileaks fa il suo ingresso in questo stato di cose come un outsider, avvolto dalla fumosa atmosfera del “citizen journalism”, del reportage fai da te delle notizie nella blogosfera e persino nei media sociali più rapidi come Twitter. Ciò che Wikileaks anticipa, ma finora non è stata capace di organizzare, è il “crowdsourcing” dell&#8217;interpretazione dei suoi documenti trafugati. Quel compito, stranamente, viene lasciato ai pochi giornalisti rimasti nell&#8217;organico dei mezzi di informazione selezionati e “di qualità”. In un secondo momento, gli accademici raccolgono i frammenti ed interpretano le vicende dietro alle porte chiuse dei gruppi di pubblicazione. Ma dov&#8217;è il commentariato critico in rete? Certo siamo tutti indaffarati con le nostre piccole opere di critica; ma rimane il fatto che Wikileaks genera la propria capacità di suscitare irritazione ai piani alti delle città precisamente a causa della relazione trasversale e simbiotica che intrattiene con le istituzioni mediali dell&#8217;establishment. C&#8217;è una lezione qui per le moltitudini – uscite dal ghetto e connettetevi con l&#8217;altro Edipico. E&#8217; in quello che sta il terreno conflittuale del politico.</p>
<p>Il giornalismo investigativo tradizionale consisteva di tre fasi; dissotterrare i fatti, sottoporli a verifica e contestualizzarli in un discorso comprensibile. WikiLeaks fa la prima cosa, sostiene di fare la seconda, ma omette completamente la terza. Questo è sintomatico di una particolare tipologia dell&#8217;ideologia dell&#8217;open access, in cui la stessa produzione di contenuti viene esternalizzata ad entità sconosciute “là fuori”. La crisi nel giornalismo investigativo non viene né compresa né riconosciuta. Il modo in cui le entità produttive debbano sostenersi materialmente cade nel vuoto: si presume semplicemente che l&#8217;analisi e l&#8217;interpretazione vengano intraprese dai mezzi di informazione tradizionali. Ma ciò non accade automaticamente. La saga degli Afghan War Logs e del Cablegate dimostrano che WikiLeaks deve avvicinare e negoziare con media tradizionali ben affermati per garantirsi credibilità sufficiente. Allo stesso tempo, questi outlet mediali si dimostrano incapaci di processare il materiale integralmente, filtrando inevitabilmente i documenti in base alle loro specifiche politiche editoriali.</p>
<h2>Tesi 6</h2>
<p>WikiLeaks è una tipica SPO (Single Person Organization, o &#8220;UPO&#8221;: Unique Personality Organization). Ciò significa che la presa di iniziativa, il decision-making e la sua esecuzione sia largamente concentrata nelle mani di un singolo individuo. Come per le piccole e medie imprese, il fondatore non può essere esautorato a mezzo voto e, a differenza di molti collettivi, la leadership non ruota. Il che non è una caratteristica insolita all&#8217;interno delle organizzazioni, a prescindere dal loro operare nell&#8217;ambito della politica, della cultura o del settore della “società civile”. Le SPO sono riconoscibili, eccitanti, esaltanti e facili da rappresentare nei media. La loro sostenibilità, tuttavia, è largamente dipendente dalle azioni del loro leader carismatico, ed il loro funzionamento è difficile da riconciliare con i valori democratici. Anche per questo sono difficili da replicare e non si ingrandiscono con facilità. L&#8217;hacker sovrano Julian Assange è il leader apparente di WikiLeaks, la notorietà dell&#8217;organizzazione e la sua reputazione si fondono con quelle di Assange. Ciò che WikiLeaks fa e rappresenta diviene difficile da distinguere dalla piuttosto agitata vita privata di Assange e dalle sue abbastanza grezze opinioni politiche.</p>
<h2>Tesi 7</h2>
<p>WikiLeaks solleva la questione di cosa gli hacker abbiano in comune con i servizi segreti, dato che un&#8217;affinità elettiva tra i due è inconfondibile. La relazione di amore-odio risale ai primordi del computing. Non occorre essere fan del teorico tedesco dei media Friedrich Kittler o, per quanto importa, dei teorici del complotto per riconoscere che il computer sia nato dal complesso militare-industriale. Dalla decifrazione da parte di Alan Turing del codice nazista Enigma fino al ruolo giocato dai primi computer nell&#8217;invenzione della bomba atomica, dal movimento della cibernetica fino al coinvolgimento del Pentagono nella creazione di internet – l&#8217;articolazione tra l&#8217;informazione computazionale ed il complesso militare-industriale è ben consolidata. Informatici e programmatori hanno plasmato la rivoluzione dell&#8217;informazione e la cultura dell&#8217;openness; ma allo stesso tempo hanno sviluppato la crittografia (“crypto”), chiudendo l&#8217;accesso ai dati ai non-iniziati. Ciò che alcuni vedono come “citizen journalism” viene chiamato da altri  “info war”.</p>
<p>WikiLeaks è anche un&#8217;organizzazione profondamente plasmata dalla cultura hacker degli anni &#8217;80, combinata con i valori politici del tecno-libertarismo emerso negli anni &#8217;90. Il fatto che Wikileaks sia stata fondata – ed in gran parte ancora diretta – da smanettoni irriducibili è essenziale per comprendere i suoi valori e le sue mosse. Sfortunatamente, a ciò si accompagna una buona dose degli aspetti meno allettanti della cultura hacker. Non che non si possa negare a Wikileaks l&#8217;idealismo, il desiderio di contribuire a rendere il mondo un posto migliore: al contrario. Ma questo genere di idealismo (o, se preferite, anarchia) si accoppia ad una predilezione per i complotti, un&#8217;attitudine elitista ed un culto della segretezza (per non parlare della condiscendenza). Ciò non è propedeutico alla collaborazione con persone e gruppi similmente orientati, i quali sono relegati ad essere semplici consumatori dell&#8217;output di Wikileaks. Lo zelo missionario di illuminare le masse imbecilli e di “svelare” le bugie del governo dell&#8217;esercito e delle aziende ricorda il risaputo (o famigerato) paradigma mediatico-culturale degli anni &#8217;50.</p>
<h2>Tesi 8</h2>
<p>La mancanza di punti in comune con i congeniali movimenti dell&#8217;&#8221;un&#8217;altro mondo è possibile&#8221; spinge WikiLeaks a cercare l&#8217;attenzione pubblica attraverso rivelazioni sempre più spettacolari e rischiose, radunando perciò una &#8220;constituency&#8221; di supporter spesso selvaggiamente entusiasti ma generalmente passivi. Assange stesso ha dichiarato che WikiLeaks ha deliberatamente lasciato l&#8217;“egocentrica”   blogosfera ed i media sociali assortiti ed attualmente collabora solo con giornalisti professionisti ed attivisti per i diritti umani. Eppure seguire la natura e la quantità delle rivelazioni di WikiLeaks dal suo inizio fino al presente ricorda in maniera inquietante l&#8217;osservazione di uno spettacolo di fuochi d&#8217;artificio, il che include un “gran finale” nella forma del dispositivo apocalittico dormiente del documento dell&#8217;”insurance” (“.aes256”). Ciò solleva seri dubbi sulla sostenibilità a lungo termine della stessa WikiLeaks, e possibilmente anche del modello WikiLeaks. WikiLeaks opera con uno staff estremamente limitato – probabilmente il cuore della sua operatività non è formato da più di una dozzina di persone. Mentre l&#8217;ampiezza ed il discernimento del supporto tecnico di WikiLeaks è provato dalla sua stessa esistenza, lo sbandierare da parte di WikiLeaks diverse centinaia di analisti volontari ed esperti non è verificabile e, per essere franchi, è a malapena credibile. Questo è chiaramente il tallone d&#8217;Achille di WikiLeaks, non solo dal punto di vista del rischio e/o della sostenibilità, ma anche politicamente – il che è ciò che ci interessa in questa sede.</p>
<h2>Tesi 9</h2>
<p>WikiLeaks mostra una sorprendente mancanza di trasparenza nella propria organizzazione interna. La sua scusa che &#8220;WikiLeaks ha bisogno di essere completamente opaca per costringere altri ad essere totalmente trasparenti&#8221; equivale, secondo la nostra opinione, a poco più dei famosi fumetti Spy vs. Spy della rivista <em>Mad</em>. Sconfiggi sì la controparte, ma in un modo che ti rende indistinguibile da essa.  Rivendicarsi in seguito una superiorità morale non aiuta – anche Tony Blair è stato un maestro di quest&#8217;esercizio. Non essendo WikiLeaks né un collettivo politico né una ONG nel senso legale del termine, e nemmeno, quanto a ciò, una società o una parte di movimento sociale, abbiamo bisogno di discutere che tipo di organizzazione si tratti e con chi abbiamo a che fare. WikiLeaks è un progetto virtuale? Dopo tutto, esiste come sito internet (ospitato) con un nome di dominio, e questo è quanto. Ma possiede un obiettivo oltre all&#8217;ambizione personale del suo fondatore, o dei suoi fondatori? WikiLeaks si può riprodurre? Vedremo la nascita di sezioni nazionali o locali che ne mantengano il nome? Quali regole del gioco osserveranno? Dovremmo piuttosto considerarla come un concetto che viaggia da contesto a contesto e che, come un meme, trasforma sé stesso nel tempo e nello spazio?</p>
<h2>Tesi 10</h2>
<p>Forse WikiLeaks si organizzerà sulla base della sua propria versione dello slogan dell&#8217;Internet Engineering Task Forces &#8220;rough consensus and running code&#8221;? Progetti come Wikipedia ed Indymedia hanno entrambi risolto questa problematica a modo loro, ma non senza crisi, conflitti e scissioni. Una critica come quella qui portata non ha l&#8217;obiettivo di costringere WikiLeaks in un formato tradizionale; al contrario, è per sondare se WikiLeaks (ed i suoi futuri cloni, soci, avatar e parentele congeniali) possa rappresentare un modello per nuove forme di organizzazione e collaborazione. Il termine &#8220;rete organizzata&#8221; è stato coniato come possibile definizione di questi formati. Un altro termine è stato quello di &#8220;media tattico&#8221;. Altri ancora hanno utilizzato il termine generico di &#8220;internet activism&#8221;. Forse WikiLeaks ha altre idee sulla direzione che vuole prendere. Ma dove? Sta a WikiLeaks decidere per sé stessa. Finora, tuttavia, abbiamo visto poche prese di posizione in merito, lasciando che fossero altri a sollevare domande, ad esempio riguardo alla legalità degli accordi finanziari di WikiLeaks (<em>Wall Street Journal</em>).</p>
<p>Non possiamo sottrarci alla sfida della sperimentazione con le reti post-figurative. Come ha scritto il blogger Dave Winer riguardo agli sviluppatori di Apple, &#8220;essi non sono malintenzionati, sono semplicemente scarsamente preparati. Ancora più che i loro utenti, essi vivono in un Campo di Distorsione della Realtà, e le persone che fanno il Computer Per il Resto di Noi non hanno nessuna idea di chi il resto di noi sia e di ciò che stia facendo. Ma questo va bene, c&#8217;è una soluzione. Fare ricerca, porre alcune domande, ed ascoltare.&#8221;</p>
<h2>Tesi 11</h2>
<p>La critica ampiamente diffusa all&#8217;auto-inflitto culto della celebrità di Julian Assange invita a formulare alternative. Non sarebbe meglio dirigere Wikileaks come un collettivo anonimo od una “rete organizzata”? Alcuni hanno espresso il desiderio di vedere molti siti fare altrettanto. Si sa già che il gruppo di Daniel Domscheit-Berg, il quale si è dissociato da Assange a settembre, è già al lavoro su un clone di Wikileaks. Ciò che si sottovaluta in questa chiamata alla proliferazione di Wikileaks è il grado di conoscenze specialistiche necessarie per dirigere con successo un sito di soffiate. Dov&#8217;è la cassetta degli attrezzi di Wikileaks? C&#8217;è, forse paradossalmente, molta segretezza all&#8217;opera in questa modalità di rivelare le cose. Scaricare semplicemente un kit software Wikileaks e partire non è un&#8217;opzione realistica. WikiLeaks non è un&#8217;applicazione blog plug and play come WordPress, e la parola “Wiki” nel suo nome è realmente fuorviante, come Jimmy Wales di Wikipedia si è sforzato di evidenziare. Contraria alla filosofia di collaborazione di Wikipedia, Wikileaks è un negozio chiuso, diretto con l&#8217;ausilio di un numero sconosciuto di volontari senza volto. Si è costretti a riconoscere che il know-how necessario per gestire una struttura come Wikileaks è piuttosto arcano. Non solo i documenti devono essere ricevuti anonimamente, ma anche essere ulteriormente anonimizzati prima che siano rilasciati online. Necessitano inoltre di essere “editati” prima di essere recapitati ai server delle organizzazioni internazionali dell&#8217;informazione e delle fidate, influenti “pubblicazioni ufficiali”.</p>
<p>Wikileaks ha costruito un patrimonio di fiducia e confidenzialità nel corso degli anni. I nuovi arrivati dovranno percorrere lo stesso, e temporalmente oneroso, processo. Il principio di Wikileaks non è di “hackerare” (le reti degli stati o delle aziende), ma di agevolare gli insider di queste grandi organizzazioni in un&#8217;opera di copia di dati sensibili e confidenziali, ed inoltrarli nel dominio pubblico – rimanendo anonimi allo stesso tempo. Se aspirate a divenire un nodo di leaks fareste meglio ad impratichirvi di processi come OPSEC alias operations security, un piano passo dopo passo che “identifica informazioni critiche per determinare se azioni alleate possano essere osservate dai sistemi di intelligence avversari, determinare se l&#8217;informazione ottenuta dagli avversari possa essere valutata a loro utile e quindi eseguire misure scelte che eliminino o riducano lo sfruttamento da parte degli avversari delle informazioni critiche degli alleati” (Wikipedia).<br />
Lo slogan di Wikileaks recita: “il coraggio è contagioso”. Secondo gli esperti, chi volesse avviare un&#8217;operazione in stile Wikileaks avrebbe bisogno di nervi d&#8217;acciaio. Così, prima di invocare una, dieci, molte Wikileaks, chiariamo che le parti coinvolte corrono rischi. La protezione degli informatori è prioritaria. Un&#8217;altra problematica è la protezione delle persone citate nei leaks. Gli Afghan Warlogs hanno mostrato che le fughe di notizie possono anche causare “danni collaterali”. L&#8217;editing (e l&#8217;elisione) è cruciale. Non solo OPSEC, anche OP-ETICA. Se la pubblicazione non viene effettuata in una modalità che sia assolutamente sicura per tutte le persone interessate, c&#8217;è il rischio che la &#8220;rivoluzione nel giornalismo&#8221; – e nella politica – scatenata da WikiLeaks venga bloccata di colpo.</p>
<h2>Tesi 12</h2>
<p>Non riteniamo che prendere posizione pro o contro WikiLeaks sia ora la cosa più importante. WikiLeaks continuerà ad esistere finché non naufragherà da sé, o finché non verrà distrutta da forze opposte. Il nostro scopo è piuttosto quello di (provare a) valutare ed accertare ciò che WikiLeaks può, potrebbe – e forse persino dovrebbe – fare, e di aiutare a formulare come &#8220;noi&#8221; possiamo relazionarci ed interagire con WikiLeaks. Nonostante tutti i suoi inconvenienti, e contro tutte le previsioni, WikiLeaks ha reso un contributo notevole alla causa della trasparenza, della democrazia e dell&#8217;openness. Come direbbero i francesi, se una cosa del genere non fosse esistita, avrebbe dovuto essere inventata. La svolta quantitativa – che sembra presto destinata a diventare qualitativa – dell&#8217;information overload è un aspetto della vita contemporanea. Ci si può solo aspettare che l&#8217;eccesso di informazione rivelabile continui a crescere – ed esponenzialmente. Organizzare ed interpretare questo Himalaya di dati è una sfida collettiva che chiaramente ci aspetta, che lo si voglia chiamare &#8220;WikiLeaks&#8221; o con qualsiasi altro nome.</p>
<p style="text-align: right"><em>Tradotto da InfoFreeFlow crew</em></p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/09/dodici-tesi-su-wikileaks-di-geert-lovink-e-patrice-riemens/">Dodici tesi su Wikileaks &#8211; di Geert Lovink e Patrice Riemens</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>NoBlogs tutorial: Sociable plugin</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/10/20/noblogs-tutorial-sociable-plugin/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 11:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[NoBlogs]]></category>
		<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tutorial]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;informazione &#232; una risorsa preziosa se veicolata attraverso pi&#249; canali possibili ed al momento giusto. Tanto pi&#249; questo discorso &#232; valido per un network come NoBlogs, i cui template di Lifetype grondano di gocce di intelligenza critica e tecniche di subvertising che possono essere diramate con luciferino piacere antagonista. Allo stesso modo NoBlogs &#232; sempre [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
L&#8217;informazione &egrave; una risorsa preziosa se veicolata attraverso pi&ugrave; canali possibili ed al momento giusto. <img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/Happy%20Tree%20Friends.jpg" hspace="20" width="165" height="206" align="right" /> Tanto pi&ugrave; questo discorso &egrave; valido per un network come <a href="http://noblogs.org" target="_blank">NoBlogs</a>, i cui template di <a href="http://lifetype.net/" target="_blank">Lifetype</a> grondano di gocce di intelligenza critica e tecniche di subvertising che possono essere diramate con luciferino piacere antagonista. Allo stesso modo NoBlogs &egrave; sempre pi&ugrave; un ambiente attraverso il quale filtrano notizie la cui rapidit&agrave; di diffusione &egrave; talvolta necessaria. </p>
<p>&Egrave; per questo motivo che con questo breve tutorial vogliamo spiegare come utilizzare il plugin sociable che permette a chi visita il vostro blog di condividere su diversi social network gli articoli a cui &egrave; interessato, utilizzando delle semplici applet generate automaticamente.<br />
<strong><br />
Enjoy sharing!</strong> <span id="more-79"></span></p>
<p><span style="font-size: large"><u>Plugin: <strong>Sociable</strong></u></span>
</p>
<p>
<a href="http://wiki.lifetype.net/index.php/Plugin_sociable" target="_blank">Link originale</a>
</p>
<p>
<strong>Ultima versione</strong>: 20070226
</p>
<p>
<strong>Download link</strong>: <a href="http://prdownloads.sourceforge.net/lifetype/1.2_sociable.zip?download">http://prdownloads.sourceforge.net/lifetype/1.2_sociable.zip?download<br />
</a><br />
<strong>Licenza</strong>: GPL</p>
<p><strong>Autore</strong>: <a href="http://www.paulstimesink.com/" target="_blank">Paul Westbrook</a>&nbsp;
</p>
<p>
<span style="font-size: large"><u>Descrizione</u></span></p>
<p>Questo plugin &egrave; un port del plugin Sociable di WordPress scritto da Peter Harkins (http://push.cx/sociable) <br />
<u><span style="font-size: large"><br />
Configurazione</span></u></p>
<p>Il pannello di questo plugin pu&ograve; essere trovato nella sezione <strong>Centro di controllo -&gt; Appearance Management<br />
</strong><br />
Spuntate la prima casella presente nella parte alta della finestra per ablitarlo.<br />
Poi spuntate le caselle dei social network all&#8217;interno dei quali volete condividere i vostri articoli.</p>
<p>La guida ufficiale dice di inserire nella sezione<strong> &lt;head&gt;</strong> dell<strong>&#8216;header.template</strong> la seguente stringa di codice:
</p>
<blockquote><p>
	{$sociable-&gt;showCSS()}
</p></blockquote>
<p>
<br />
A noi non &egrave; servita perch&eacute; il plugin non sembra includere nessun nuovo CSS. Comunque provate ad inserirla ugualmente ed eventualmente controllate il codice del vostro blog con ctrl+u.</p>
<p>Infine aggiungete il seguente codice in <strong>post.template</strong>:
</p>
<blockquote><p>
	{assign var=&quot;postId&quot; value=$post-&gt;getId()}
</p></blockquote>
<blockquote><p>
	{$sociable-&gt;show($postId)}
</p></blockquote>
<p>
<br />
Noi per fare in modo che gli applets dei social network apparissero solo nel momento in cui si apre un articolo ( e non nelle pagine principali ) abbiamo fatto una lieve modifica
</p>
<blockquote><p>
	{if $post}<br />
	{assign var=&quot;postId&quot; value=$post-&gt;getId()}<br />
	{$sociable-&gt;show($postId)}<br />
	{/if}
</p></blockquote>
<p>
<br />
inserita nella sezione {else}</p>
<p>Dopo di ch&eacute; nel nostro caso abbiamo dovuto fare qualche modifica sul css principale del tema per rendere l&#8217;effetto grafico pi&ugrave; piacevole ( ma questa &egrave; una questione che varia da blog a blog a seconda del template utilizzato ).
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_79 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/10/20/noblogs-tutorial-sociable-plugin/">NoBlogs tutorial: Sociable plugin</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>NoBlogs tutorial: Submission ( blogging collaborativo )</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/31/noblogs-tutorial-submission-blogging-collaborativo/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/31/noblogs-tutorial-submission-blogging-collaborativo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2009 16:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[NoBlogs]]></category>
		<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tutorial]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/01/31/noblogs-tutorial-submission-blogging-collaborativo/</guid>
		<description><![CDATA[Questo plugin propone la possibilit&#224; di rendere il vostro NoBlogs uno strumento di blogging collaborativo. La maggior parte dei NoBloggers gi&#224; utilizza i commenti per scambiarsi opinioni o chiacchierare con chiunque voglia farlo. Utilizzando anche questo plugin si da la possibilit&#224; ai vostri affezzionati lettori di inviarvi articoli completi, dando loro accesso al editor html [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
<img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/scrittura_mano_.jpg" hspace="15" align="left" />
</p>
<p>
Questo plugin propone la possibilit&agrave; di rendere il vostro <a href="http://noblogs.org">NoBlogs</a> uno strumento di blogging collaborativo.<br />
La maggior parte dei NoBloggers gi&agrave; utilizza i commenti per scambiarsi opinioni o chiacchierare con chiunque voglia farlo.<br />
Utilizzando anche questo plugin si da la possibilit&agrave; ai vostri affezzionati lettori di inviarvi articoli completi, dando loro accesso al editor html grafico del vostro blog.<br />
Una volta ricevuti gli articoli potete scegliere o meno se pubblicarli, contattare l&#8217;autore e magari di dare vita ad una fruttuosa collaborazione con i netizen interessati ai temi del vostro NoBlogs.
</p>
<p>
Come sempre rinviamo all&#8217; <a href="https://forum.autistici.org/" target="_blank">R*Forum</a> di <a href="http://www.autistici.org">AI</a> o ai commenti qua sotto in caso di suggerimenti o di problemi relativi all&#8217;implementazione del plugin<span id="more-64"></span></p>
<p><a href="http://wiki.lifetype.net/index.php/Plugin_submissions" target="_blank">LINK ORIGINALE</a></p>
<p><u><span style="font-size: x-large">Plugin: <strong>Submissions</strong></span></u></p>
<p>Ultima versione: 20070423</p>
<p>Download link: <a href="http://prdownloads.sourceforge.net/lifetype/1.2_submissions.zip?download" target="_blank">http://prdownloads.sourceforge.net/lifetype/1.2_submissions.zip?download</a></p>
<p>Licenza: GPL</p>
<p>Autore: &quot;The LifeType Project&quot;
</p>
<p>
<u><span style="font-size: x-large">Descrizione </span></u>
</p>
<p>
Questo plugin permette ai visitatori esterni, che non sono utenti del blog, di inviare articoli, come avviene in molti portali di news on line. </p>
<p>Gli utenti avranno accesso al tipico editor html per poter comporre articoli e potranno anche scrivere il loro nickname e il loro contatto e-mail, il titolo, il contenuto dell&#8217;articolo ed infine selezionarne le categorie.</p>
<p>Utilizzando questo plugin, gli articoli inviati dagli utenti&nbsp; verranno aggiunti al database come qualsiasi altro articolo: il loro status sar&agrave; per&ograve; quello di &quot;Bozze&quot; e non compariranno sulla pagina principale fino a che lo stato dell&#8217;articolo non sar&agrave; cambiato in &quot;Pubblicato&quot;. <br />
Le informazioni a proposito dell&#8217;utente che ha postato l&#8217;articolo sarannno salvate nei relativi campi &quot;Inviato da&quot; e &quot;Indirizzo del mittente&quot;</p>
<p><u><span style="font-size: x-large">Configurazione</span></u></p>
<p>Questo plugin ha bisogno di essere abilitato prima di essere utilizzato. <br />
La sua configurazione in NoBlogs pu&ograve; essere trovata in <strong>Gestione-&gt; Gestione Articoli<br />
</strong><br />
Una volta giunti in questo pannello di configurazione dovete spuntare le due voci presenti
</p>
<ul>
<li><strong>Enable plugin</strong> ( per abilitarlo )</li>
<li><strong>Enable editor</strong> ( per abilitare l&#8217;utilizzo dell&#8217; editor html grafico )</li>
</ul>
<p>
Una volta compiute queste due semplici operazioni si crea una pagina di default dove gli utenti non iscritti al blog possono inviare articoli. </p>
<p>Questa pagina pu&ograve; essere raggiunta al seguente indirizzo:<br />
<em><br />
http://iltuoblog.noblogs.org/index.php?op=submissionForm&amp;blogId=X</em></p>
<p>dove X &egrave; il numero identificativo del tuo blog.</p>
<p>Poich&eacute; ricordare l&#8217; indirizzo &egrave; troppo difficile e poco pratco, il plugin ha inclusa una funzione che lo genera in modo automatico rendendolo facilmente accessibile a chiunque voglia farne uso.
</p>
<p>
Sar&agrave; sufficente aggiungere la seguente riga in uno dei template per mostrare il link che porta al form per comporre ed inviare l&#8217;articolo.
</p>
<blockquote><p>
	&lt;a href=&quot;{$submissions-&gt;pluginTemplatePage()}&quot;&gt;Mandaci una storia!&lt;/a&gt; 
</p></blockquote>
<p>
<br />
Dove inserire questa riga di codice? Potete fare differenti scelte: nel <strong>footer.template</strong> o nel <strong>panel.template</strong> ( magari accludendoci un del banner ) oppure potete inserirla nel <strong>post.template</strong> o in entrambi.</p>
<p><u><span style="font-size: x-large">Note</span></u>
</p>
<p>
Questo plugin utilizza due template che definiscono look della pagina di invio degli articoli e della pagina di feedback.<br />
Il primo template si chiama <strong>submitform.template</strong> ed il secondo &egrave; chiamato <strong>accepted.template</strong>.<br />
Questi template sono condivisi da tutti gli utenti ed &egrave; possibile modificarli a seconda del vostro gusto e delle vostre preferenze ( magari potreste sentire la necessit&agrave; di inserire una policy da rendere nota a chiunque voglia inviare un articolo).<br />
In ogni caso NON MODIFCATE i nomi dei campi nel form di invio o altrimenti il plugin non funzioner&agrave;.
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/31/noblogs-tutorial-submission-blogging-collaborativo/">NoBlogs tutorial: Submission ( blogging collaborativo )</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>NoBlogs tutorial: Iconize plugin</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/27/noblogs-tutorial-iconize-plugin/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/27/noblogs-tutorial-iconize-plugin/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2009 19:38:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[NoBlogs]]></category>
		<category><![CDATA[Oggetti grafici]]></category>
		<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tutorial]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/01/27/noblogs-tutorial-iconize-plugin/</guid>
		<description><![CDATA[I link sono divertenti ma spesso possono anche essere terribili. Ogni giorno ce ne troviamo di fronte centinaia e li seguiamo, pur non avendo idea di dove dove potranno condurci Con la piccola e semplice tecnica che stiamo per proporvi, illuminerete la rotta ai naviganti che si avventurano per il tumultuoso arcipelago di NoBlogs rendendo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
I link sono divertenti ma spesso possono anche essere terribili.<img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/icons-for-text-link-iconize.gif" border="0" hspace="13" vspace="0" width="356" height="194" align="right" /> Ogni giorno ce ne troviamo di fronte centinaia e li seguiamo, pur non avendo idea di dove dove potranno condurci
</p>
<p>
Con la piccola e semplice tecnica che stiamo per proporvi, illuminerete la rotta ai naviganti che si avventurano per il tumultuoso arcipelago di <a href="http://noblogs.org">NoBlogs</a> rendendo chiara l&#8217;identificazione di un link facendo corrispondere ad esso un&#8217; icona univoca ( come nella figura qui a fianco).
</p>
<p>
E allora, forse, aggirarsi nella agitata mutevolezza dei vostri template sar&agrave; senz&#8217;altro pi&ugrave; piacevole e pi&ugrave; facile per un visitatore proveniente da altre acque.
</p>
<p>
Questo tutorial &egrave; come gli altri parecchio semplice da seguire, ma in caso vi siate appena affiacciati al mondo di <a href="http://lifetype.net" target="_blank">Lifetype</a> o abbiate dei problemi potete, come sempre, venire a sporgere le vostre lamentele sull&#8217;<a href="https://forum.autistici.org">R*Forum</a> di AI o segnalarle qua sotto con un commento.<span id="more-63"></span>
</p>
<p>
<u><span style="font-size: x-large">Plugin: <strong>Iconize</strong></span></u><a href="http://wiki.lifetype.net/index.php/Plugin_iconize" target="_blank"></a>
</p>
<p>
<a href="http://wiki.lifetype.net/index.php/Plugin_iconize" target="_blank">LINK ORIGINALE</a></p>
<p><strong>Nome</strong>: Iconize</p>
<p><strong>Ultima versione</strong>: 20070310</p>
<p><strong>Download link</strong>: <a href="http://downloads.sourceforge.net/lifetype/1.2_iconize.zip?download" target="_blank">http://downloads.sourceforge.net/lifetype/1.2_iconize.zip?download</a></p>
<p><strong>Licenza</strong>: GPL</p>
<p><strong>Autore</strong>: poolie
</p>
<p>
<u><span style="font-size: x-large">Descrizione</span></u>
</p>
<p>
Il plugin Iconize vi permette di mostrare delle piccole icone allegate ai link degli articoli del vostro Noblogs per dare ai visitatori un migliore feedback visivo. Per avere un idea di ci&ograve; di cui stiamo parlando date un&#8217;occhiata al <a href="http://www.pooliestudios.com/projects/iconize/" target="_blank">sito web di Iconize</a> o aggiratevi un p&ograve; per il nostro blog: vedrete alcuni esempi.<br />
<u><span style="font-size: x-large"><br />
Configurazione</span></u>
</p>
<p>
Trovate il pannello di configurazione del plugin in <strong>Centro di controllo-&gt; Apearance Management</strong>
</p>
<ol>
<li>Spuntate l&#8217;icona <strong>&quot;Enable Plugin&quot;</strong></li>
<li>Utilizzanod il Blog Template Editor che trovate sotto Centro di Controllo-&gt;Stili per il blog modificate l&#8217;<strong>header.template</strong> e aggiungete prima dell&#8217;intestazione &lt;/head&gt; il seguente pezzo di&nbsp; codice:</li>
</ol>
<blockquote>
<p>
	{if $iconize}<br />
	{if $iconize-&gt;isEnabled()}<br />
	{$iconize-&gt;getJavascriptCode()}<br />
	{/if}<br />
	{/if}
	</p>
</blockquote>
<p>
Cos&igrave; facendo dovreste ottenere l&#8217;effetto di cui vi parlavamo: per esempio in parte al vostro indirizzo e-mail apparir&agrave; una busta, in parte ad un link che porta ad un filmato apparir&agrave; una pellicola, in parte ad un link che porta ad un pdf apparir&agrave; un pdf e cos&igrave; via. Alla prossima.
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/27/noblogs-tutorial-iconize-plugin/">NoBlogs tutorial: Iconize plugin</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Hack cannuccia wireless &#8211; Come potenziare la vostra antenna wireless con pochi spiccioli</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/10/hack-cannuccia-wireless-come-potenziare-la-vostra-antenna-wireless-con-pochi-spiccioli/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/10/hack-cannuccia-wireless-come-potenziare-la-vostra-antenna-wireless-con-pochi-spiccioli/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2009 23:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Hacking]]></category>
		<category><![CDATA[Oggetti videoelettronici]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Wireless]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/01/10/hack-cannuccia-wireless-come-potenziare-la-vostra-antenna-wireless-con-pochi-spiccioli/</guid>
		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; http://www.archive.org/flv/FlowPlayerWhite.swf La qualit&#224;, come &#232; noto, si paga. Ma in tempi di crisi vale la pena di sottrarre questo valore aggiunto alle grandi catene dell&#8217;elettronica, appropriandocene e formandoci con l&#8217;attitudine e la pratica dell&#8217;hacking hardware e, auspicabilmente, facendo circolare il reddito risparmiato in circuiti pi&#249; affidabili&#160; Questa simpatica videoguida mostra come potenziarsi con pochi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>http://www.archive.org/flv/FlowPlayerWhite.swf</p>
<p>
La qualit&agrave;, come &egrave; noto, si paga. Ma in tempi di crisi vale la pena di sottrarre questo valore aggiunto alle grandi catene dell&#8217;elettronica, appropriandocene e formandoci con l&#8217;attitudine e la pratica dell&#8217;hacking hardware e, auspicabilmente, facendo circolare il reddito risparmiato in circuiti pi&ugrave; affidabili&nbsp; <img src='http://infofreeflow.noblogs.org/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' />  </p>
<p>Questa simpatica videoguida mostra come potenziarsi con pochi spiccioli la vecchia antenna wireless buona giusto per interferire con il vostro telefonino nel metro quadrato circostante, e quantomeno renderla funzionale per il suo scopo originario. Invitiamo tutt* a segnalarci altri video in lingua (con un audio minimamente decente, please!) sull&#8217;argomento che reputino interessanti da tradurre. Buona visione&#8230;</p>
<p><a href="http://www.archive.org/details/HackCannucciaWireless" target="_blank">Link al video su Archive</a>
</p>
<p>
<a href="http://www.metacafe.com/watch/837885/wifi_antenna_hack/" target="_blank">Link Originale</a>
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/10/hack-cannuccia-wireless-come-potenziare-la-vostra-antenna-wireless-con-pochi-spiccioli/">Hack cannuccia wireless &#8211; Come potenziare la vostra antenna wireless con pochi spiccioli</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Bloccare i server pubblicitari con dnsmasq</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/03/bloccare-i-server-pubblicitari-con-dnsmasq/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/03/bloccare-i-server-pubblicitari-con-dnsmasq/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 14:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Hacking]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tutorial]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/01/03/bloccare-i-server-pubblicitari-con-dnsmasq/</guid>
		<description><![CDATA[Quello che segue &#232; la traduzione di un piccolo tutorial su come utilizzare dnsmasq ( un server dhcp ma sopratutto un risolutore dns adatto alle lan domestiche ) per bloccare i banner inviati dai server pubblicitari&#160; che spesso infestano le nostre ( altrimenti felici ) sessioni di navigazione. Lo abbiamo utilizzato con Debian negli internet [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Quello che segue &egrave; la traduzione di un piccolo tutorial su come utilizzare <a href="http://packages.debian.org/etch/dnsmasq" target="_blank">dnsmasq</a> ( un server dhcp ma sopratutto un risolutore <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Domain_Name_System" target="_blank">dns</a> adatto alle lan domestiche ) per bloccare i banner inviati dai server pubblicitari&nbsp; che spesso infestano le nostre ( altrimenti felici ) sessioni di navigazione. <br />
Lo abbiamo utilizzato con <a href="http://www.debian.org" target="_blank">Debian</a> negli internet point che abbiamo creato in tutti gli spazi occupati e liberati dal <a href="http://crash.noblogs.org/" target="_blank">Laboratorio Crash!</a> durante i differenti percorsi di lotta che si sono susseguiti negli ultimi anni.</p>
<p>In Debian per installare dnsmasq utilizzate il comando:
</p>
<p>
<em>apt-get install dnsmasq</em>
</p>
<p>
Nel file <strong>/etc/dnsmasq.conf</strong> troverete tutte le voci di configurazione abbondantemente commentate in modo tale da permettervi di scegliere la configurazione che ritenete pi&ugrave; adatta alle vostre necessit&agrave;.</p>
<p>Perch&eacute; utilizzarlo? Sceglilo da te il tuo motivo. </p>
<p>Pu&ograve; essere per una forma di rifuto ai continui stimoli che vi invitano all&#8217;iper consumo. Anche perch&eacute; magari di seguire le indicazioni del premier e di consumare a natale per salvare oggi le banche che ieri hanno fatto da intermediatrici bancarie, vendendo consapevolmente le obbligazioni marcie della Parmalat <strong>PROPRIO NON TI VA</strong>. </p>
<p>Pu&ograve; essere perch&eacute; ti fa incazzare terribilmente vedere la tua linea internet ( che gi&agrave; paghi a caro prezzo, spesso in cambio di un servizio pessimo ) rallentatata da continue pubblicit&agrave; non richieste.</p>
<p>Pu&ograve; essere che non ti va di trovarti la cache del browser piena di cookie di doubleclick, il cui scopo, come in un circolo vizioso, &egrave; tracciarti e profilarti sempre di pi&ugrave; fino a portare allo stremo la tua forza di sopportazione per obbligarti a comprare qualcosa prima o poi.</p>
<p>Pu&ograve; essere per un senso di fastidio permanente nel vedere pubblicizzato l&#8217;ultimo inutile, luccicante e costoso gingillo della Apple per ascoltare gli mp3&nbsp; ( che tanto comunque non potrai mai comprarti perch&eacute; se gi&agrave; prima arrivavi si e no a fine mese tra affitto, universit&agrave;, bollette, tasse ecc ecc ecc, ora che Sacconi ha avuto la bella pensata di proporre <a href="http://www.infoaut.org/articolo/sacconi-propone-la-settimana-corta-a-salario-ridotto/" target="_blank">la settimana corta a salario ridotto</a> sono proprio cazzi tuoi ) </p>
<p><em>( Oh per&ograve; mi raccomando&#8230; Non ti scaricare la musica pirata che uccide la cultura, <a href="http://www.inventati.org/ricordibastardi/iouccido.html" target="_blank">Faletti</a> (magari!)&nbsp; finanzia il terrorismo, il mercato del narcotraffico e degli organi umani , ti fa spendere di pi&ugrave; ( dice la saggia <a href="http://www.gabriellacarlucci.it/2008/12/19/i-pirati-informatici-spendono-di-piu/" target="_blank">Gabriella Carlucci</a>, un tempo soubrette di punta del peggiore trash televisivo italiano domenicale e oggi figura di spicco della Commissione Collaborazione Italia &#8211; Messico della camera dei deputati ) &egrave; un crimine e sopratutto non permette ai vertici della SIAE di avere la loro vacanzetta extra a Thaiti a Pasqua mentre tu non hai avuto neppure la tredicesima a Natale )</em></p>
<p>Buona lettura, e se avete suggerimenti in merito a come migliorare questo piccolo script ( realizzato da <a href="http://www.debian-administration.org/users/lindenle" target="_blank">lindenle</a> e apparso su <a href="http://www.debian-administration.org/" target="_blank">Debian Administration</a> ) non esitate a segnalarceli.<span id="more-57"></span><a href="http://www.debian-administration.org/articles/535" target="_blank"></a>
</p>
<p>
<a href="http://www.debian-administration.org/articles/535" target="_blank">LINK ORIGINALE</a>
</p>
<p>
Marted&igrave; stavo chiacchierando su IRC con un collega che mi raccontava incazzato del nuovo aggiornamento per Bind9, il quale, non rendeva pi&ugrave; possibile il blocco automatico dei server di pubblicit&agrave;. Naturalmente ero curioso e gli ho chiesto di che stesse parlando.</p>
<p>Mi ha indirizzato verso il sito <a href="http://www.debian-administration.org/articles/535" rel="nofollow">pgl.yoyo.org/adservers</a> che mantiene aggiornata una lista dei domini conosciuti di server pubblicitari. L&#8217;avido navigatore del web che &egrave; in me ha deciso immediatamente che non avrebbe potuto vivere un instante di pi&ugrave;, tormentato dai banner pubblicitari durante le incursioni in rete dalla mia postazione di casa, e cos&igrave; ho deciso di risolvere questo problema.<br />
La soluzione pi&ugrave; semplice sarebbe stata quella di chiedere a &quot;Roberto&quot; i suoi script e installare Bind9 sul mio server. Per&ograve; ci utilizzo gi&agrave; dnsmasq e cos&igrave; ho pensato che ci doveva ugualmente essere un modo di bloccare gli ads pubblicitari anche con quello.<br />
Leggendo la pagina di manuale ho trovato le seguenti indicazioni.</p>
<p><em>A, &#8211;address=/&lt;domain&gt;/ [domain/] &lt;ipaddr&gt;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Specify an IP address to&nbsp; return&nbsp; for&nbsp; any&nbsp; host&nbsp; in&nbsp; the&nbsp; given<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; domains.&nbsp;&nbsp; Queries in the domains are never forwarded and always<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; replied to with the specified IP address which may&nbsp; be&nbsp; IPv4&nbsp; or<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; IPv6.&nbsp; To&nbsp; give&nbsp; both&nbsp; IPv4 and IPv6 addresses for a domain, use<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; repeated -A flags.&nbsp; Note that /etc/hosts and DHCP&nbsp; leases&nbsp; over-<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ride this for individual names. A common use of this is to redi-<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; rect the entire doubleclick.net domain to&nbsp; some&nbsp; friendly&nbsp; local<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; web&nbsp; server&nbsp; to avoid banner ads. The domain specification works<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; in the same was as for &#8211;server, with&nbsp; the&nbsp; additional&nbsp; facility<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; that&nbsp; /#/&nbsp; matches&nbsp; any&nbsp; domain.&nbsp; Thus &#8211;address=/#/1.2.3.4 will<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; always return 1.2.3.4 for any query not answered from /etc/hosts<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; or&nbsp; DHCP&nbsp; and&nbsp; not sent to an upstream nameserver by a more spe-<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; cific &#8211;server directive.&quot;</em></p>
<p>
Sembrava esattamente ci&ograve; che volevo. Questa opzione redirige ogni server di un determinato dominio ad uno specifico indirizzo ip. Ora ci&ograve; di cui avevo bisogno era buttare gi&ugrave; uno script per scaricare la lista, riscrivere il mio file di configurazione dnsmasq.conf e far ripartire ad intervalli regolari il demone di dnsmasq.</p>
<p>Il seguente bash script &egrave; il risultato di circa un&#8217;oretta di hacking fatto ieri. Cosa fa? Scarica la lista dei server di pubblicit&agrave; da yoyo, riscrive &quot;etc/dnsmasq.conf&quot; e riavvia il server ( n.d.t: in realt&agrave; riavvia il demone di dnsmasq che funge da risolutore locale di domini ).</p>
<blockquote><p>
	<span style="color: #000080"><em>#!/bin/sh</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	### piccolo script che scarica una lista di server pubblicitari e che </em><br />
	<em><br />
	###se utilizzato con dnsmasq li blocca.</em><br />
	<em><br />
	###</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# l&#8217;indirizzo ip dove vogliamo mandare la richiesta, invece che</em><br />
	<em><br />
	#ai server pubblicitari ( potete usare anche 127.0.0.1 )</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	addcatcherip=&#8217;192.168.1.4&#8242;</em><br />
	<em><br />
	configfile=/etc/dnsmasq.conf</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# the args to add to the request to the yoyo server, to tell it that we want</em><br />
	<em><br />
	# a hosts file and that we want to redirect to the addcatcher</em><br />
	<em><br />
	listurlargs=&quot;hostformat=nohtml&amp;showintro=0&amp;mimetype=plaintext&quot;</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# URL del server da cui scaricare la lista dei server di pubblicit&agrave;</em><br />
	<em><br />
	listurl=&quot;http://pgl.yoyo.org/adservers/serverlist.php?${listurlargs}&quot;</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# in questo file potete agiungere a mano i domini che volete bloccare ma che non</em><br />
	<em><br />
	#sono inclusi nella lista di yoyo</em><br />
	<em><br />
	extrasfile=&#8217;/etc/banner_add_hosts.manual&#8217;</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	## comando per ricaricare dnsmasq &#8211; cambialo a seconda</em><br />
	<em><br />
	##del sistema che utilizzi</em><br />
	<em><br />
	reloadcmd=&#8217;/etc/init.d/dnsmasq restart&#8217; &nbsp;</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# file temporanei da usare</em><br />
	<em><br />
	tmpfile=&quot;/tmp/.adlist.$$&quot;</em><br />
	<em><br />
	tmpconffile=&quot;/tmp/.dnsmasq.conf.$$&quot;</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# comando per scaricare la lista (alternatives commented out)</em><br />
	<em><br />
	fetchcmd=&quot;/usr/bin/wget -q -O $tmpfile $listurl&quot;</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	$fetchcmd </em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# aggiungi&nbsp; i nomi di dominio extra</em><br />
	<em><br />
	&nbsp;[ -f &quot;$extrasfile&quot; ]&nbsp; &amp;&amp; cat $extrasfile &gt;&gt; $tmpfile</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# controlla che il file temporaneo esista prima di sovrascrivere la lista esistente</em><br />
	<em><br />
	if&nbsp; [ ! -s $tmpfile ] </em><br />
	<em><br />
	then</em><br />
	<em><br />
	echo &quot;temp file &#8216;$tmpfile&#8217; either doesn&#8217;t exist or is empty; quitting&quot;</em><br />
	<em><br />
	exit</em><br />
	<em><br />
	fi</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	# prepara una lista fresca fresca di server pubblicitari che dnsmasq rifiuti</em><br />
	<em><br />
	cat $configfile | grep -v &quot;address=&quot; &gt; $tmpconffile</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	while read line; do</em><br />
	<em><br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp; ADDRESS=&quot;/${line}/${addcatcherip}&quot;</em><br />
	<em><br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp; echo &quot;address=&quot;${ADDRESS}&quot;&quot; &gt;&gt; $tmpconffile</em><br />
	<em><br />
	done &lt; $tmpfile </em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	mv $tmpconffile $configfile</em><br />
	<em><br />
	$reloadcmd</em><br />
	<em><br />
	rm $tmpfile</em><br />
	<em><br />
	exit</em><br />
	<em><br />
	</em><br />
	<em><br />
	##GAME OVER!</em></span>
</p></blockquote>
<p>
<em><br />
</em><br />
Questo script inoltre ha una simpatica funzione per cui i nomi dei domini che si vogliono rifiutare o a cui non ci si vuole connettere possono anche eventualmente essere aggiunti a mano nel file <strong>/etc/banner_add_hosts.manual</strong></p>
<p>Ho installato lo script nella cartella <strong>/usr/local/bin</strong> e ho cambiato i permessi a 700 poi ho eseguito lo script</p>
<p><em>$ sudo cp update_bannerhosts /usr/local/bin<br />
$ sudo chown root.root /usr/local/bin/update_bannerhosts<br />
$ sudo chmod 700 /usr/local/bin/update_bannerhosts<br />
$ sudo&nbsp; /usr/local/bin/update_bannerhosts<br />
Restarting DNS forwarder and DHCP server: dnsmasq.<br />
</em><br />
Dando un&#8217;occhiata al mio /etc/dnsmasq.conf ho notato che erano state aggiunte dallo script molte nuove linee con nuovi indirizzi.<br />
<em><br />
address=&quot;/ac.rnm.ca/192.168.1.4&quot;<br />
address=&quot;/accelerator-media.com/192.168.1.4&quot;<br />
address=&quot;/action.ientry.net/192.168.1.4&quot;<br />
address=&quot;/actionsplash.com/192.168.1.4&quot;<br />
address=&quot;/actualdeals.com/192.168.1.4&quot;<br />
</em><br />
In seguito ho eseguito alcuni piccoli test per verificare che tutti i domini di server pubblicitari venissero rediretti verso il mio addcatcherip.</p>
<p><em>$ nslookup doubleclick.net<br />
Server:&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 192.168.1.4<br />
Address:&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 192.168.1.4#53</p>
<p>Name:&nbsp;&nbsp; doubleclick.net<br />
Address: 192.168.1.4<br />
$ nslookup ads.doubleclick.net<br />
Server:&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 192.168.1.4<br />
Address:&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 192.168.1.4#53</p>
<p>Name:&nbsp;&nbsp; ads.doubleclick.net<br />
Address: 192.168.1.4<br />
&nbsp;</em><br />
In questo modo ogni server presente nel dominio doubleclick.net viene risolto verso il mio indirizzo ip locale. Il seguente grosso test &egrave; stato di aprire una pagina web e controllare che i banner pubblicitari fossero spariti. Ho scelto heise.de a il grande banner pubblicitario in cima alla pagina non c&#8217;era pi&ugrave;. Successo!</p>
<p>L&#8217;ultima fase di questo piccolo progetto &egrave; stata quella di aggiungere a crontab un comando per cui lo script veniva eseguito ogni 4 ore per aggiornare la lista dei server pubblicitari:<br />
<em><br />
$ cat /etc/cron.d/update_bannerhosts</p>
<p>#Update the banner hosts&#8230;<br />
0 0,4,8,12,16,18,20 * * * root /usr/local/bin/update_bannerhosts</em></p>
<p>Spero che questo piccolo script aiuti qualcuno a sbarazzarsi dei banner pubblicitari senza avere la necessit&agrave; di installare ed imparare l&#8217;uso di Bind9.
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_57 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/03/bloccare-i-server-pubblicitari-con-dnsmasq/">Bloccare i server pubblicitari con dnsmasq</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/01/03/bloccare-i-server-pubblicitari-con-dnsmasq/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Info Enclosure 2.0 &#8211; di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 22:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/</guid>
		<description><![CDATA[Storicamente, il fenomeno delle enclosures ha rappresentato un momento chiave della transizione dall&#8217;economia agraria a quella industriale:nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;700, recintare privatizzandole le terre comuni (i commons per antonomasia) non significava solo imporre un sistema di diritti di propriet&#224;, ma anche creare un esercito di disoccupati &#8211; i contadini la cui sussistenza dipendeva dal libero [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Storicamente, il fenomeno delle enclosures ha rappresentato un momento chiave della transizione dall&#8217;economia agraria a quella industriale:nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;700, recintare privatizzandole le terre comuni (i commons per antonomasia) non significava solo imporre un sistema di diritti di propriet&agrave;, ma anche creare un esercito di disoccupati &#8211; i contadini la cui sussistenza dipendeva dal libero accesso a quelle terre &#8211; pronto a riversarsi nelle citt&agrave; e ad accettare condizioni di vita e lavoro degradanti, oltre a qualsiasi miseria graziosamente concessa dai nuovi padroni dell&#8217;industria, pur di sfuggire allo spettro della fame.&nbsp; </p>
<p>Contrariamente alla retorica neoliberista, questa ci appare come la vera &quot;Tragedy of Commons&quot;, che duecento anni dopo puntualmente si ripresenta come farsa, o amara ironia della sorte, se consideriamo il carattere apparentemente speculare e gli obiettivi delle nuove enclosures del cyberspazio, e della nuova manodopera che le subisce.</p>
<p>Infatti, con un altro parallelo, se fino allo scoppio rovinoso della bolla della New Economy delocalizzazione voleva dire riposizionamento del capitale fisso, chiudendo impianti produttivi nei paesi a capitalismo avanzato &#8211; ad alto tasso di conflittualit&agrave; in fabbrica e a compiuta formalizzazione dei diritti dei lavoratori &#8211; e spostandoli in altri dove il lavoro veniva (e viene) disciplinato dallo schiavismo e dalla coercizione, nella terra promessa (per gli imprenditori) del Web 2.0, delocalizzazione vuol dire riposizionamento del capitale umano sfruttabile, da una fascia ristretta di professionisti istruiti e remunerati &#8211; che avevano modellato in relativa autonomia la prima internet sui propri bisogni e desideri &#8211; ad una massa di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prosumer" target="_blank">prosumer</a>-dilettanti, inconsapevoli della messa a valore,della inforecinzione del proprio tempo libero e delle proprie passioni operata dei nuovi infolatifondisti. Con la differenza, rispetto a fine &#8217;700, che non &egrave; il tozzo di pane per sopravvivere la miseria da questi ultimi elargita ma la sensazione, sempre inesausta e bisognosa di riscontri, data agli internauti di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/31/orgoglio-e-gloria-del-web-2.0-un-saggio-di-geert-lovink" target="_blank">essere riusciti a gratificare s&eacute; stessi</a>.</p>
<p>Ovviamente ci&ograve; non pu&ograve; avvenire senza ingenti investimenti in infrastrutture, sia di comunicazione che di storaggio, che catturino nelle loro maglie la mole pi&ugrave; ampia possibile di dati e creazioni personali, da cui ricavare trend per proporre adeguati servizi a pagamento. Un numero sempre crescente di esse viene progettato al fine di privilegiare la circolazione di beni digitali e servizi in rete consumati in conformit&agrave; con le regole del capitale rispetto agli altri. E la pi&ugrave; generale prospettiva di una internet asincrona &#8211; che gi&agrave; vediamo nella <a href="http://www.antidigitaldivide.org/modules.php?op=modload&amp;name=News&amp;file=article&amp;sid=580" target="_blank">banda di telecom elargita a due velocit&agrave;</a>, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/04/switzerland-come-testare-la-neutralit-del-proprio-isp" target="_blank">nei blocchi contro il P2P di Comcast</a>, e <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/11/save-the-internet-un-video-sulla-net-neutrality" target="_blank">nelle campagne in favore di corsie preferenziali per la distribuzione di contenuti in rete</a> &#8211; &egrave; solo l&#8217;ultimo tassello, la pietra tombale, l&#8217;istituzionalizzazione definitiva di questo disegno di controllo del cyberspazio.</p>
<p>Il contributo di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick che segue completa <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi" target="_blank">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright</a>, da noi recentemente tradotto in italiano.</p>
<p>Ricostruisce i passaggi di aggregazione attorno al Web 2.0 di un immaginario capitalista; di come questo abbia vampirizzato, distrutto, e riassemblato attorno alle proprie esigenze l&#8217;economia delle dot com, e disperso la classe dei lavoratori della conoscenza che le alimentava; di come il processo di creazione di valore sotteso al Web 2.0 si basi su media effimeri come sensazionalismo, tormentoni e marketing emozionale; di come parallelamente rappresenti una chive di volta nel contrattacco e nella normalizzazione dall&#8217;alto sia verso il fenomeno P2P sia verso quella neutralit&agrave; che ha sempre caratterizzato la rete fin dalle sue origini, riproponendo infrastrutture e modelli di distribuzione di beni e servizi digitali centralizzati ( e per questo facilmente controllabili e censurabili ); evidenziando in sintesi come di fatto il modello comunicativo del tanto decantato secondo web, rappresenti a tutti gli effetti uno strumento paradigmatico di controllo biopolitico volto all&#8217;esproprio ed all&#8217;imbrigliamento dell&#8217;intelligenza collettiva grazie a meccanismi e dispositivi di sfruttamento estensivo e di perenne messa al lavoro di un&#8217;intera societ&agrave;, calata in modo brutale nel ciclo vertiginoso di crisi e ristrutturazione del Capitale.</p>
<p>Buona lettura e buon 2009 da parte di tutto il collettivo di IFF!<span id="more-55"></span>
</p>
<div align="right">
<span style="font-size: medium"><strong><span>InfoEnclosure 2.0</span></strong></span>
</div>
<div align="right">
di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick
</div>
<p>
<a href="http://telekommunisten.net/InfoEnclosure-2.0" target="_blank">LINK ORIGINALE</a>&nbsp;
</p>
<p>
Wikipedia dice che il &quot;Web 2.0, una frase coniata da O&#8217;Reilly Media nel 2004, si riferisce ad una presunta seconda generazione di servizi internet &quot; come siti di social networking, wiki, strumenti di comunicazione, e &#8216;folksonomies&#8217; &quot; che enfatizzano la collaborazione online e lo sharing tra gli utenti.&quot;</p>
<p>E&#8217; da notare l&#8217;utilizzo della parola &quot;presunta&quot;. Come probabilmente Wikipedia, la pi&ugrave; grande opera collaborativa della storia ed uno degli attuali beniamini della comunit&agrave; di internet, dovrebbe sapere. A differenza di molti dei membri della generazione del Web 2.0, Wikipedia &egrave; controllata da una fondazione no-profit, percepisce reddito solo tramite donazioni e rilascia i suoi contenuti sotto la GNU Free Documentation License, in copyleft. E&#8217; significativo che Wikipedia continui a dire: &quot;il Web 2.0 &egrave; divenuto un popolare tormentone ( sebbene maldefinito e spesso soggetto a critica) in determinate comunit&agrave; tecniche e di marketing.&quot;</p>
<p>La comunit&agrave; del free software &egrave; stata incline al sospetto, se non apertamente sprezzante, nei confronti del nomignolo Web 2.0. Tim Berners-Lee liquid&ograve; l&#8217;espressione affermando: &quot;Il Web 2.0 &egrave; certamente un&#8217;espressione gergale, nessuno nemmeno sa cosa significhi.&quot; E continua, notando che: &quot;significa utilizzare gli standard che sono stati prodotti da tutta la gente al lavoro sul Web 1.0.&quot;</p>
<p>In realt&agrave; non c&#8217;&egrave; n&eacute; un Web 1.0 n&eacute; un Web 2.0, c&#8217;&egrave; uno sviluppo costante di applicazioni online che non pu&ograve; essere chiaramente delimitato.</p>
<p>Nel tentativo di definire cosa sia il Web 2.0, &egrave; pacifico dire che molti degli sviluppi importanti sono stati mirati a permettere alla comunit&agrave; di creare, modificare, e condividere contenuti in modalit&agrave; precedentemente disponibili solamente ad organizzazioni centralizzate che disponevano di costosi pacchetti software, dipendenti pagati per gestire gli aspetti tecnici del sito e dipendenti pagati per creare contenuti solitamente pubblicati esclusivamente sul sito dell&#8217;organizzazione stessa.</p>
<p>Un&#8217;azienda Web 2.0 cambia fondamentalmente il modo di produzione dei contenuti internet. Web application e servizi sono divenuti pi&ugrave; economici e facili da implementare e, permettendo l&#8217;accesso a queste applicazioni da parte degli utenti finali, un&#8217;azienda pu&ograve; efficacemente esternalizzare la creazione e l&#8217;organizzazione dei propri contenuti agli utenti finali stessi. Contrariamente al modello tradizionale del provider di contenuti che provvede a pubblicare gli stessi, con l&#8217;utente finale ad usufruirne, il nuovo modello permette al sito dell&#8217;azienda di fungere da portale centralizzato tra gli utenti, che sono sia creatori che consumatori.</p>
<p>Per l&#8217;utente, l&#8217;accesso a queste applicazioni aumenta la propria capacit&agrave; di creare e pubblicare contenuti che in precedenza gli avrebbero richiesto l&#8217;acquisto di software per il desktop ed il possesso di un bagaglio di conoscenze tecnologiche maggiore. Ad esempio, due dei principali mezzi di produzione testuale nel Web 2.0 sono i blog ed i wiki che permettono all&#8217;utente di creare e pubblicare contenuti direttamente dal loro browser senza alcun bisogno reale di conoscere i linguaggi di markup ed i protocolli di file transfer o syndication,tutto ci&ograve; senza la necessit&agrave; di acquistare alcun software.</p>
<p>L&#8217;utilizzo delle web application per sostituire il software su desktop &egrave; ancora pi&ugrave; significativa per l&#8217;utente quando si tratta di contenuto che non sia meramente testuale. Non solo si possono creare e modificare pagine web nel browser senza acquistare software di editing html, ma le fotografie possono essere uploadate e manipolate online attraverso il browser stesso, senza la necessit&agrave; di costose applicazioni desktop di manipolazione delle immagini. Una ripresa video su videocamera domestica pu&ograve; essere inviata ad un sito di video hosting, caricata, codificata, implementata in una pagina HTML, pubblicata, taggata, e ridiffusa per il web, tutto tramite il browser dell&#8217;utente.</p>
<p>Nell&#8217;articolo di Paul Graham sul Web 2.0, l&#8217;autore scompone i differenti ruoli della comunit&agrave;/utente in ruoli pi&ugrave; specifici, vale a dire il Professionista, il Dilettante, e l&#8217;Utente (pi&ugrave; nello specifico, l&#8217;utente finale). I ruoli del Professionista e dell&#8217;Utente erano, secondo Graham, ben compresi nel Web 1.0, ma il Dilettante non aveva una posizione molto ben definita. Come Graham lo descrive in &quot;What Business Can Learn From Open Source&quot;, il Dilettante ama semplicemente lavorare, senza alcuna preoccupazione per il compenso o la propriet&agrave; di quell&#8217;opera; in fase di sviluppo, il Dilettante contribuisce al software open source, laddove il Professionista viene pagato per il proprio lavoro proprietario.</p>
<p>La caratterizzazione del &quot;Dilettante&quot; da parte di Graham ne ricorda una di If I Ran The Circus, del Dr. Seuss, in cui il giovane Morris McGurk parla dello staff del suo immaginario Circo McGurkus:</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>*</strong> <br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; I miei lavoratori amano lavorare. Dicono, &quot;Mettici al lavoro! Per favore, mettici al lavoro! Lavoreremo ed escogiteremo cos&igrave; tante sorprese da non vederne nemmeno la met&agrave; anche con quaranta occhi!?</p>
<p>E, mentre il &quot;Web 2.0&quot; potrebbe non significare niente per Tim Berners-Lee, che vede le innovazioni recenti come niente pi&ugrave; che sviluppo progressivo del web, per i venture capitalists, che come Morris McGurk fantasticano di lavoratori instancabili che producono contenuti inesauribili senza richiedere per ci&ograve; una paga, suona stupendo. E senza dubbio, da YouTube a Flickr fino a Wikipedia, davvero non se ne vedrebbe la met&agrave; nemmeno con quaranta occhi.</p>
<p>Tim Berners-Lee ha ragione. Non c&#8217;&egrave; nulla dal punto di vista del tecnico o dell&#8217;utente nel Web 2.0 che non abbia le proprie radici nel Web 1.0 e non ne sia un&#8217;evoluzione naturale. La tecnologia associata all&#8217;icona del Web 2.0 era possible ed in alcuni casi gi&agrave; disponibile anzitempo, ma l&#8217;hype che ne circonda quest&#8217;utilizzo &egrave; stato di certo influenzato dalla crescita dei siti internet di Web 2.0.</p>
<p>Internet (che, in realt&agrave;, rappresenta pi&ugrave; che il web) ha sempre implicato la condivisione tra utenti. Di fatto, Usenet, un sistema di messaging distribuito, &egrave; funzionante dal 1979! Da molto prima persino del Web 1.0, Usenet ha ospitato discussioni, giornalismo &quot;dilettantistico&quot;, e permesso la condivisione di foto e file. Come internet, &egrave; un sistema distribuito non posseduto o controllato da nessuno. E&#8217; questa qualit&agrave;, una mancanza di propriet&agrave; e di controllo centrale, che differenzia servizi come Usenet dal Web 2.0.</p>
<p>Se Web 2.0 deve proprio significare qualcosa, il suo significato ricade nella logica del venture capital. Il Web 2.0 rappresenta il ritorno degli investimenti nelle start-up di internet. Dopo lo scoppio delle dotcom (la vera fine del Web 1.0) quegli ammiccanti dollari-investimento avevano bisogno di una nuova ragione per scommettere sulle imprese online. &quot;Costruitele ed arriveranno&quot;, l&#8217;atteggiamento dominante del boom delle dotcom anni &#8217;90, assieme all&#8217;effimera &quot;new economy&quot;, non era pi&ugrave; attraente dopo il fallimento di tante imprese. Costruire infrastruttura e finanziare capitalizzazione reale non era pi&ugrave; quello che cercavano gli investitori. Catturare valore creato da altri, tuttavia, si dimostr&ograve; rappresentare una proposizione pi&ugrave; attraente.</p>
<p>Web 2.0 &egrave; il Boom degli Investimenti Internet 2.0. Web 2.0 &egrave; un modello di business, vuol dire cattura privata di valore creato della comunit&agrave;. Nessuno nega che la tecnologia di siti come YouTube, ad esempio, sia banale. Questo &egrave; pi&ugrave; che evidenziato dall&#8217;ampio numero di servizi identici come DailyMotion. Il valore reale di YouTube non &egrave; creato dagli sviluppatori del sito, ma piuttosto viene creato dalle persone che caricano i video sul sito. Eppure, quando YouTube &egrave; stato comprato per oltre un miliardo dello stock di azioni di Google, quanto di questo stock &egrave; stato acquisito da quelli che avevano creato tutti questi video?<br />
Zero. Zilch. Nada. Ottimo, se sei il gestore di un&#8217;azienda Web 2.0.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>*</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il valore prodotto dagli utenti di servizi Web 2.0 come YouTube viene catturato dagli investitori capitalisti. In alcuni casi, l&#8217;effettivo contenuto che apportano alimenta la propriet&agrave; dei detentori del sito. L&#8217;appropriazione privata del valore creato da una comunit&agrave; &egrave; un tradimento delle promesse della tecnologia di condivisione e della libera cooperazione.</p>
<p>A differenza del Web 1.0, in cui gli investitori spesso finanziavano costose acquisizioni di capitale, sviluppo software e creazione di contenuti, un investitore del Web 2.0 ha bisogno principalmente di finanziare la generazione di hype, marketing e chiacchiericcio. L&#8217;infrastruttura &egrave; largamente disponibile a buon mercato, il contenuto &egrave; gratuito ed il costo del software, almeno di quanto di esso non sia anche gratuito, &egrave; trascurabile. Di base, fornendo banda e spazio su disco potete diventare un sito internet di successo, se siete in grado di vendervi efficacemente.</p>
<p>Il successo principale di un&#8217;azienda Web 2.0 arriva dal suo relazionarsi alla comunit&agrave; e, pi&ugrave; nello specifico, dall&#8217;abilit&agrave; dell&#8217;azienda di &quot;imbrigliare l&#8217;intelligenza collettiva&quot;, per come la mette O&#8217;Reilly. Le aziende del Web 1.0 erano troppo monolitiche ed unilaterali nel proprio approccio al contenuto. &quot;Success stories&quot; nella transizione dal Web 1.0 al Web 2.0 si sono basate sulla capacit&agrave; di un&#8217;azienda di rimanere monolitica nel suo brand contenutistico o, ancora meglio, nella sua aperta propriet&agrave; di quel contenuto, dischiudendo allo stesso tempo il metodo di creazione di quel contenuto alla comunit&agrave;. Yahoo! cre&ograve; un portale verso il contenuto della comunit&agrave;, mentre il rinvenimento di quel contenuto restava compito del motore centralizzato. EBay permette alla comunit&agrave; di vendere le sue merci, mentre essa possiede il mercato di quelle merci. Amazon, vendendo gli stessi prodotti di molti altri siti, ha ottenuto successo permettendo alla comunit&agrave; di partecipare al &quot;flusso&quot; attorno ai propri prodotti.</p>
<p>Dato che i capitalisti che investono nelle start-up del Web 2.0 spesso non ne finanziano la prima capitalizzazione, il loro comportamento diventa peraltro marcatamente parassitario. Arrivano spesso in ritardo nel processo, quando la creazione di valore ha una buona spinta, e vi si inseriscono per assumerne la propriet&agrave; ed utilizzare il proprio potere finanziario per promuovere il servizio, spesso entro il contesto di una rete egemonica di importanti e ben finanziati partner. Ci&ograve; significa che le aziende che non siano acquisite da capitale di ventura finiscono a corto di liquidit&agrave; e vengono estromesse dal club.</p>
<p>In tutti questi casi, il valore del sito internet non &egrave; creato dai dipendenti pagati dell&#8217;azienda che lo gestisce, ma dagli utenti che ne usufruiscono. Con tutta l&#8217;enfasi sul contenuto creato dalla comunit&agrave; e dalla condivisione, &egrave; facile lasciarsi sfuggire l&#8217;altro lato dell&#8217;esperienza del Web 2.0: propriet&agrave; di tutto questo contenuto e capacit&agrave; di monetizzarne il valore. Per l&#8217;utente ci&ograve; non si mostra tanto spesso, fa solo parte dei bei caratteri nei loro MySpace Terms of Service agreement, oppure &egrave; il Flickr.com nell&#8217;indirizzo url delle loro foto. Di solito, non appare come un problema per la comunit&agrave;, &egrave; un piccolo prezzo da pagare per l&#8217;utilizzo di queste meravigliose applicazioni e per il notevole effetto sui risultati dei motori di ricerca quando si ricerca il proprio nome. Dato che la maggior parte degli utenti non ha accesso a mezzi alternativi di produrre e pubblicare i loro stessi contenuti, sono attratti da siti come MySpace e Flickr.</p>
<p>Nel frattempo, il mondo aziendale stava spingendo un&#8217;idea completamente diversa della Superstrada dell&#8217;Informazione, producendo &#8216;servizi online&#8217; monolitici e centralizzati come CompuServe, Prodigy ed AOL. Ci&ograve; che divideva questi da internet &egrave; che questi erano sistemi centralizzati a cui tutti gli utenti si connettevano direttamente &#8211; mentre internet &egrave; una rete peer-to-peer in cui ogni dispositivo con un indirizzo internet pubblico pu&ograve; comunicare in modo diretto con ogni altro dispositivo. Questo &egrave; ci&ograve; che rende possibile la tecnologia peer-to-peer, ma anche ci&ograve; che rende possibili gli internet service provider.</p>
<p>Si dovrebbe aggiungere che molti progetti open source possono essere citati come le innovazioni chiave nello sviluppo del Web 2.0: software liberi come Linux, Apache, PHP, MySQL, Python, etc. sono la spina dorsale del Web 2.0, e del web stesso. Ma c&#8217;&egrave; un difetto fondamentale in tutti questi progetti, nei termini di ci&ograve; a cui O&#8217;Reilly si riferisce come le Core Competencies delle Aziende Web 2.0, cio&eacute; il controllo su di fonti di dati uniche e difficili da ricreare, che si arricchiscono man mano che pi&ugrave; persone le utilizzano&nbsp; &quot;imbrigliando l&#8217;intelligenza collettiva&quot; che attirano. Permettere alla comunit&agrave; di contribuire apertamente e di utilizzare quel contributo, entro il contesto di un sistema proprietario in cui il possidente controlli il contenuto, &egrave; una caratteristica di un&#8217;azienda Web 2.0 di successo. Tuttavia, permettere alla comunit&agrave; di possedere quello che crea, non lo &egrave;. Quindi, per avere successo e creare profitti per gli investitori, un&#8217;azienda Web 2.0 ha bisogno di creare meccanismi di condivisione e collaborazione che siano controllati centralmente. La mancanza di controllo centrale esperita da Usenet ed altre tecnologie controllate da pari &egrave; il difetto fondamentale. Beneficiano di esse solo i loro utenti, non gli investitori assenti, dato che non sono &quot;possedute&quot;.</p>
<p>Quindi, dato che il Web 2.0 &egrave; finanziato dal Capitalismo versione 2006, Usenet viene per lo pi&ugrave; dimenticata. Mentre tutti utilizzano Digg e Flickr, e YouTube vale un miliardo di dollari, PeerCast, un network innovativo di video streaming peer-to-peer in tempo reale, in attivit&agrave; da diversi anni in pi&ugrave; rispetto a YouTube, &egrave; virtualmente sconosciuto.</p>
<p>Da un punto di vista tecnico, le tecnologie distribuite e peer-to-peer(P2P) sono molto pi&ugrave; efficienti dei sistemi del Web 2.0. Facendo miglior utilizzo delle risorse di rete con l&#8217;impiego di computer connessioni di rete degli utenti, il P2P evita la formazione di colli di bottiglia creati da sistemi centralizzati e permette che il contenuto venga pubblicato con infrastrutture minori &#8211; spesso con nient&#8217;altro che un computer e la connessione internet domestica. I sistemi P2P non richiedono i colossali centri dati di siti come YouTube. La mancanza di infrastruttura centrale si manifesta anche con una mancanza di controllo centrale &#8211; vale a dire censura, spesso un problema di &#8216;comunit&agrave;&#8217; di propriet&agrave; privata che spesso si piegano a gruppi di pressione pubblici e privati ed impongono limitazioni sui tipi di contenuti permessi.<br />
Inoltre, la mancanza di grandi database centralizzati per l&#8217;incrocio di informazioni degli utenti racchiude un forte vantaggio in termini di privacy.</p>
<p>Da questa prospettiva, si pu&ograve; dire che il Web 2.0 sia l&#8217;attacco preventivo del capitalismo contro i sistemi P2P. Nonostante i suoi molti svantaggi rispetto a questi, il Web 2.0 &egrave; maggiormente attraente per gli investitori, e quindi ha pi&ugrave; capitali per finanziare e promuovere soluzioni centralizzate. Il risultato finale di tutto ci&ograve; &egrave; che l&#8217;investimento capitalista &egrave; fluito nelle soluzioni centralizzate rendendole di semplice ed economica o gratuita adozione per produttori di informazione privi di competenze tecniche. In tal modo questa facilit&agrave; di accesso, paragonata all&#8217;intraprendere l&#8217;impresa maggiormente stimolante e costosa di possedere i propri mezzi di produzione di informazione, ha creato un proletariato informazionale &quot;senza terra&quot;, pronto a fornire manodopera alienata ai fini di creazione di contenuti per i nuovi info-latifondisti del Web 2.0.</p>
<p>Viene spesso detto che internet ha colto di sorpresa il mondo aziendale, sbucando come fece da universit&agrave; finanziate con soldi pubblici e dalla ricerca militare. Fu promossa per mezzo di un&#8217;industria a domicilio di piccoli internet service provider indipendenti in grado di spremere soldi dalla fornitura di accesso alla rete costruita e finanziata dallo stato.</p>
<p>Internet sembrava un anatema per l&#8217;immaginario capitalista. Il Web 1.0, il boom originario delle dotcom, fu caratterizzato da una corsa al controllo dell&#8217;infrastruttura, per consolidare gli internet service provider indipendenti. Mentre il denaro veniva sperperato abbastanza a caso, laddove gli investitori si scervellavano per capire per cosa questo media potesse effettivamente essere utilizzato, la missione complessiva ottenne un ampio successo. Nel 1996, un account internet vi era molto probabilmente fornito da alcune piccole aziende locali. Dieci anni dopo, mentre alcune delle aziende pi&ugrave; piccole erano sopravvissute, la maggioranza della gente otteneva i propri accessi internet da<br />
colossali aziende di telecomunicazioni. La missione del Boom degli Investimenti Internet 1.0 era di distruggere i service provider indipendenti, e di reinstallare al comando grandi e ben finanziate aziende.</p>
<p>La missione del Web 2.0 &egrave; di distruggere l&#8217;aspetto P2P di internet. Di rendere voi, il vostro computer, e la vostra connessione internet dipendenti dall&#8217;allacciamento ad un servizio centralizzato che controlli la vostra capacit&agrave; di comunicare. Il Web 2.0 &egrave; la rovina dei sistemi liberi e peer-to-peer ed il ritorno dei monolitici &quot;servizi online&quot;.<br />
Qui, un dettaglio rivelatore &egrave; che la maggior parte delle connessioni internet domestiche o lavorative negli anni &#8217;90 &#8211; connessioni modem ed ISDN &#8211; fossero sincrone, uguali nella loro capacit&agrave; di inviare e ricevere dati. Per design, la vostra connessione vi permetteva di essere egualmente un produttore ed un consumatore di informazione. D&#8217;altro canto, le moderne connessioni DSL e via cavo sono asincrone, permettendovi di scaricare informazione velocemente, ma caricarne lentamente. Senza menzionare il fatto che molti contratti di servizi internet vi proibiscono di gestire server sul vostro circuito di consumatore, arrivando a staccarvi il servizio qualora facciate altrimenti.</p>
<p>Il capitalismo, radicato nell&#8217;idea di ricavare profitto per mezzo di una fetta di propriet&agrave; inattiva, richiede controllo centralizzato, senza il quale i produttori non avrebbero motivo di dividere il proprio reddito con azionisti esterni. Perci&ograve;, il capitalismo &egrave; incompatibile con le reti P2P libere, e quindi, fino a quando il finanziamento dello sviluppo di internet proverr&agrave; da azionisti privati alla ricerca di cattura di valore tramite il possesso di risorse su internet, la rete diverr&agrave; solamente pi&ugrave; limitata e centralizzata.</p>
<p>Si dovrebbe notare che, persino nel caso della produzione tra pari basata sui common, fino a quando i common e l&#8217;appartenenza al gruppo di pari sono limitati e gli input (come il cibo per i produttori ed i computer che utilizzano) sono acquisiti dall&#8217;esterno del gruppo di pari basato sui common, allora gli stessi produttori potrebbero essere complici nella cattura sfruttatrice di questo valore di manodopera.<br />
Quindi, al fine di affrontare realmente l&#8217;ineguale cattura di valore di lavoro alienato, l&#8217;accesso ai common e l&#8217;appartenenza al gruppo di pari devono essere estese quanto pi&ugrave; possibile, verso l&#8217;inclusione in un sistema completo di beni e servizi. Solo quando tutti i beni produttivi saranno disponibili dai produttori basati sui common, tutti i produttori potranno trattenere il valore del prodotto del loro lavoro.</p>
<p>E mentre i common informazionali possono avere la possibilit&agrave; di giocare un ruolo nello spostare la societ&agrave; verso modalit&agrave; di produzione pi&ugrave; inclusive, una qualunque speranza reale di una nuova generazione di servizi internet genuini e in grado di arricchire le comunit&agrave; non &egrave; radicata nella creazione di risorse centralizzate e detenute privatamente, ma piuttosto nella creazione di sistemi cooperativi, P2P e basati sui common, posseduti da tutti e da nessuno. Sebbene piccola ed oscura per gli standard odierni, con il suo focus su applicazioni peer-to-peer come Usenet ed email, la prima internet era una risorsa assai comune e condivisa. Assieme alla commercializzazione di internet ed all&#8217;emergenza del finanziamento capitalista arriva la recinzione dei common dell&#8217;informazione, traducendo ricchezze pubbliche in profitti privati. Quindi il Web 2.0. non deve essere pensato come una seconda generazione sia dello sviluppo tecnico che di quello sociale di internet, ma piuttosto come alla seconda onda della recinzione capitalista dei Common dell&#8217;Informazione.</p>
<p>Virtualmente tutte le risorse internet pi&ugrave; utilizzate possono essere sostituite da alternative P2P. Google potrebbe venire rimpiazzato da un sistema di ricerca P2P, in cui ogni browser ed ogni webserver sarebbero nodi attivi nel processo di ricerca; anche Flickr e YouTube potrebbero venire rimpiazzati da applicazioni del tipo di PeerCast ed eDonkey, che permettano agli utenti di utilizzare i propri computer e connessioni internet per condividere in modo collaborativo le proprie immagini e video. Tuttavia, sviluppare risorse internet richiede l&#8217;applicazione di ricchezza, e finch&eacute; la fonte di questa ricchezza consister&agrave; nel capitale finanziario, il grande potenziale peer-to-peer di internet rimarr&agrave; irrealizzato.
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/">Info Enclosure 2.0 &#8211; di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright  &#8211; Oltre il Copyleft, verso dei Commons Autonomi</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/</link>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 01:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/</guid>
		<description><![CDATA[Fin dalla prima Info Free Flow, il dibattito sul copyleft ci ha sempre accompagnato nella nostra ricerca come naturale complemento della nostra critica al software proprietario: come strategia per costruire vie di fuga ed immaginari di conflitto rispetto all&#8217;insostenibile condizione di ingessamento di arti e saperi nelle spire di un sistema di propriet&#224; intellettuale escludente, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
<span style="font-size: small">Fin dalla prima <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2006/12/01/info-free-flow-1.0-dal-controllo-delle-informazioni-alle-strategie-di-resistenza-digitale" target="_blank">Info Free Flow</a>, il dibattito sul copyleft ci ha sempre accompagnato nella nostra ricerca come naturale complemento della nostra critica al software proprietario: come strategia per costruire vie di fuga ed immaginari di conflitto rispetto all&#8217;insostenibile condizione di ingessamento di arti e saperi nelle spire di un sistema di propriet&agrave; intellettuale escludente, eterodiretto e parassitario.</p>
<p>Al riproporsi sfinente di sempre nuove estensioni dei diritti di propriet&agrave; su opere di autori scomparsi da anni (quando non decenni) e delle continue crociate contro la &quot;pirateria multimediale&quot; abbiamo opposto la libert&agrave; di circolazione e riproduzione delle opere insita nelle licenze creative commons come, da una prospettiva pi&ugrave; informatica, ci siamo opposti alle chiusure del codice e alle implementazioni di una volont&agrave; di controllo spaziale e temporale delle modalit&agrave; di fruizione di beni informazionali come il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Digital_rights_management" target="_blank">DRM</a>; oggi, tuttavia, proseguiamo il nostro percorso in un panorama profondamente mutato.<br />
<span id="more-56"></span><br />
Allo stesso modo in cui le grandi software companies hanno sussunto pratiche ed orientamenti della cultura open &#8211; come Ippolita ha mirabilmente mostrato nel suo <a href="http://ippolita.net/onf" target="_blank">Open non &egrave; Free</a> &#8211; con l&#8217;ingresso trionfale delle licenze creative commons nei circuiti della grande distribuzione e l&#8217;esplosione dei social network si profilano all&#8217;orizzonte prospettive analoghe per il copyleft: un mondo in cui alla rendita come diritto di sfruttamento dell&#8217;opera dell&#8217;ingegno da parte dei colossi della grande distribuzione subentri la rendita intesa come diritto di esproprio dell&#8217;intelligenza e della produzione informazionale collettiva da parte dei nuovi intermediari e monopolisti dei portali attraverso cui queste si esprimono e si ricombinano.</p>
<p>Come giustamente invita Geert Lovink <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/31/orgoglio-e-gloria-del-web-2.0-un-saggio-di-geert-lovink" target="_blank">nel suo ultimo saggio</a>, &egrave; giunta l&#8217;ora di dotarsi di strumenti concettuali in grado di superare l&#8217;ideologia del free nel momento in cui esso, paradossalmente e senza soluzione di continuit&agrave;, si trasforma in uno strumento di rinnovato controllo del flusso informazionale e di perpetuazione di clamorose diseguaglianze economiche. Di elaborare commons i cui produttori possano trattenere e condivere in autonomia la ricchezza creata.</p>
<p>In tal senso, vogliamo aprire il dibattito con la traduzione italiana di questa proposta di Dmytri Kleiner, anarchico tedesco, animatore della mailing list <a href="http://www.nettime.org/" target="_blank">Nettime</a> e fondatore di <a href="http://telekommunisten.net/" target="_blank">Telekommunisten</a>, una cooperativa/mutua di telefonia modellata sui principi di una determinata accezione del copyleft: il Copyfarleft. </p>
<p>Buona lettura! </p>
<p><a href="http://telekommunisten.net/CopyjustrightCopyfarleft" target="_blank">LINK ORIGINALE</a></span>
</p>
<p>
&nbsp;
</p>
<p>
<strong><span style="font-size: large">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright</span></strong>
</p>
<p>
<span style="font-size: small">di Dmytri Kleiner</span>
</p>
<p>
<span style="font-size: large"><span style="font-size: small">Nel campo dello sviluppo software il copyleft si &egrave; dimostrato essere un mezzo enormemente efficace di creare un common di informazione, di cui beneficino largamente tutti coloro la cui produzione dipenda da esso. Tuttavia, molti artisti, musicisti, scrittori, cineasti ed altri produttori di informazione restano scettici del fatto che un sistema basato sul copyleft, in cui ognuno sia libero di riprodurre il loro lavoro, possa garantire loro di che vivere.</p>
<p>Le licenze copyleft garantiscono la libert&agrave; della propriet&agrave; intellettuale richiedendo che il riutilizzo e la redistribuzione dell&#8217;informazione sia governata dalle &quot;quattro libert&agrave;&quot;: le libert&agrave; di utilizzo, studio, modifica e redistribuzione.</p>
<p>Tuttavia, la propriet&agrave; &egrave; nemica della libert&agrave;. E&#8217; la propriet&agrave;, la capacit&agrave; di controllare asset produttivi a distanza, la capacit&agrave; di &quot;possedere&quot; qualcosa adibito ad uso produttivo da un&#8217;altra persona, che rende possibile il soggiogamento degli individui e delle comunit&agrave;. Laddove la propriet&agrave; &egrave; sovrana, i detentori di propriet&agrave; scarsa possono negare la vita negando l&#8217;accesso alla propriet&agrave; oppure, se non negando del tutto la vita, obbligando i viventi a lavorare come schiavi, senza alcun compenso al di fuori dei propri costi di riproduzione.</p>
<p>David Ricardo descrisse per primo la Rendita Economica. Semplicemente, la Rendita Economica &egrave; il reddito che il proprietario di un asset produttivo pu&ograve; guadagnare solamente possedendolo, non adoperandolo per qualcosa, ma semplicemente tramite la propriet&agrave; di esso. Perci&ograve;, la Rendita &egrave; il ritorno economico per permettere agli altri l&#8217;utilizzo della propriet&agrave;. Cosa pagherebbe una persona per il diritto all&#8217;esistenza? Bene, pagherebbe tutto ci&ograve; che produce, meno il proprio costo di sussistenza. Questa &egrave; la posizione basilare di trattativa esperita da tutti noi, nati in un mondo posseduto interamente da altri.</p>
<p>
LA LEGGE FERREA DEI SALARI</p>
<p>La rendita permette ai detentori di propriet&agrave; scarsa di ridurre i lavoratori senza propriet&agrave; alla sussistenza, come David Ricardo spiega nella sua &quot;Legge Ferrea dei Salari&quot; nel suo saggio Sui Salari: &#8216; Il prezzo naturale del lavoro &egrave; quel prezzo che &egrave; necessario per rendere in grado i lavoratori, l&#8217;uno con l&#8217;altro, di sussistere e perpetuare la propria razza&#8217;. [1]</p>
<p>Il significato della sussistenza non dovrebbe essere ridotto al mero minimo richiesto per sopravvivere e riprodursi effettivamente. Persino ai tempi di Ricardo, molti lavoratori non erano generalmente nella posizione in cui il mancato guadagno di un penny li facesse accasciare e morire. Piuttosto, i lavoratori, per loro stessa definizione, sono incapaci di guadagnare abbastanza per fare qualcosa oltre al procurarsi da vivere.</p>
<p>Si sostiene spesso che la legge ferrea dei salari non si applichi a causa della differenza tra il prezzo &#8216;naturale&#8217; teorico ed il prezzo di mercato effettivo del lavoro, ma ci&ograve; non rappresenta un&#8217;argomentazione contro la Legge Ferrea. Finch&eacute; i lavoratori non possiedono la propriet&agrave;, qualunque aumento dei salari ottengano verr&agrave; spazzato via dall&#8217;inflazione, molto spesso come risultato dell&#8217;accresciuta competizione monetaria per gli spazi e dell&#8217;innalzamento delle rendite terriere. Ridurre i salari reali tramite l&#8217;inflazione in alternativa a ridurre i salari monetari funziona a causa dell&#8217; &#8216;illusione della moneta&#8217;.</p>
<p>Come scrive John Maynard Keynes nella sua Teoria Generale dell&#8217;Occupazione, dell&#8217;Interesse e della Moneta: &lsquo;Viene detto, a volte, che sarebbe illogico per la forza lavoro resistere ad una riduzione dei salari monetari ma non resistere ad una riduzione dei salari reali [...] l&#8217;esperienza indica che la forza lavoro si comporta effettivamente in questo modo.&#8217;[2]</p>
<p>L&#8217;inflazione, per lo pi&ugrave; nella forma della rendita economica, impedisce ai lavoratori di guadagnare abbastanza per accumulare essi stessi propriet&agrave; di asset produttivi, e li mantiene dipendenti dai detentori della propriet&agrave;.</p>
<p>Ci&ograve; che la legge ferrea dei salari realmente significa &egrave; che i lavoratori, come classe, non possono divenire detentori della propriet&agrave; e quindi non possono sottrarsi dal fatto che i detentori della propriet&agrave; si approprino del prodotto del loro lavoro. Questo crea interessi differenti tra i &lsquo;proprietari&rsquo; di asset produttivi scarsi ed il resto della societ&agrave;.</p>
<p>Nell&#8217;accezione moderna, si assume che la rendita economica si applichi ad ogni asset produttivo scarso. Al tempo di Ricardo questo era in primo luogo la terra. Nel suo Saggio sui Profitti, David Ricardo argomenta: &lsquo;l&#8217;interesse del proprietario terriero &egrave; sempre opposto all&#8217;interesse di ogni altra classe nella comunit&agrave;.&rsquo;[3]</p>
<p>Questa opposizione viene chiamata lotta di classe &ndash; la lotta di quelli che producono contro quelli che possiedono. Il socialismo e tutti gli altri movimenti della &lsquo;sinistra&rsquo; iniziano da questa lotta di classe come proprio punto di partenza.</p>
<p>Il Socialismo &egrave; la convinzione che i produttori stessi debbano possedere i mezzi di produzione e che la rendita non &egrave; nient&#8217;altro che il furto dei proprietari nei confronti dei produttori. Come famosamente argoment&ograve; Pierre-Joseph Proudhon nel suo miliare &lsquo;Cos&#8217;&egrave; la Propriet&agrave;?&rsquo; pubblicato nel 1840: &#8216;La propriet&agrave; &egrave; un furto&#8217;.[4]</p>
<p>La propriet&agrave; non &egrave; un fenomeno naturale, ma piuttosto qualcosa che viene creato dalla legge. La capacit&agrave; di estrarre rendita dipende dalla capacit&agrave; individuale di controllare una risorsa scarsa, anche nel momento in cui questa sta venendo utilizzata da qualcun&#8217;altro. In altre parole, la capacit&agrave; di costringere l&#8217;altra persona a pagare per essa. Oppure, in termini di produzione, di costringerla a dividere il prodotto del proprio lavoro con il detentore della propriet&agrave;. Controllo a distanza.</p>
<p>In questo modo, la rendita &egrave; possibile solo fino a quando &egrave; supportata dalla forza, che viene di buon grado fornita da parte dello stato ai detentori della propriet&agrave;. Senza i mezzi per costringere chi metta la propriet&agrave; ad utilizzo produttivo a dividere il prodotto del proprio lavoro con l&#8217;assente e ozioso detentore della propriet&agrave;, quest&#8217;ultimo non potrebbe guadagnarsi da vivere, n&eacute; tantomeno accumulare altra propriet&agrave;. Come sostiene Ernest Mandel ne Il Materialismo Storico e lo Stato Capitalista (1980): &lsquo;senza la violenza di stato capitalista, non esiste capitalismo sicuro.&rsquo;<br />
Lo scopo della propriet&agrave; &egrave; di assicurare che una classe non proprietaria esista per produrre la ricchezza goduta da una classe possidente. La propriet&agrave; non &egrave; amica del lavoro. Questo non per dire che i lavoratori individuali non possano divenire detentori della propriet&agrave;, ma piuttosto che fare cos&igrave; significa sfuggire alla loro classe. &#8216;Success stories&#8217; individuali non cambiano il dato generale. Come scherzava Gerald Cohen, &#8216;Voglio innalzarmi assieme alla mia classe, non sopra alla mia classe!&#8217;</p>
<p>La situazione globale attuale conferma che di fatto i lavoratori, come classe, non sono in grado di accumulare propriet&agrave;. Uno studio dell&#8217;Istituto Mondiale per le Ricerche sull&#8217;Economia dello Sviluppo all&#8217;Universit&agrave; delle Nazioni Unite riferisce che il solo 1% pi&ugrave; ricco degli adulti possiede il 40% degli asset globali nell&#8217;anno 2000, e che il 10% pi&ugrave; ricco degli adulti arriva all&#8217;85% del totale mondiale. [5]</p>
<p>La met&agrave; inferiore della popolazione adulta mondiale possiede appena l&#8217;1% della ricchezza globale. Ampie statistiche, molte indicanti una crescente disparit&agrave; mondiale, sono incluse nel rapporto.</p>
<p>E&#8217; nel contesto di questa grande disparit&agrave; di ricchezza e della lotta tra le classi che ogni indagine sulla propriet&agrave; intellettuale deve essere compresa.</p>
<p>La Propriet&agrave; Intellettuale, copyright incluso, &egrave; l&#8217;estensione della propriet&agrave; agli asset immateriali, all&#8217;informazione. Il copyright &egrave; una costruzione legale che prova a rendere funzionanti alcuni tipi di ricchezza immateriale allo stesso modo della ricchezza materiale, affinch&eacute; possano essere posseduti, controllati e scambiati.</p>
<p>Sfortunatamente, viene spesso detto che la propriet&agrave; intellettuale &egrave; concepita per permettere ai produttori di informazione di guadagnarsi da vivere. <br />
Di permettere ai musicisti, ad esempio, di ricavare denaro dalla musica che compongono. Tuttavia, una comprensione della lotta di classe rende chiaro che fino a quando la classe possidente desideri avere la musica, deve permettere ai musicisti di guadagnarsi da vivere. Non richiedono la propriet&agrave;&nbsp; intellettuale a tal fine. Piuttosto, richiedono la propriet&agrave; intellettuale affinch&eacute; i detentori della propriet&agrave;, non i musicisti, possano ricavare denaro dalla musica composta dai musicisti.</p>
<p>In qualunque sistema di propriet&agrave;, i musicisti non possono trattenere collettivamente maggiore propriet&agrave; del prodotto del proprio lavoro di quanto non possano fare i lavoratori di una manifattura tessile. Lo scopo della propriet&agrave; intellettuale, per riprendere la mia affermazione precedente, &egrave; di assicurare che esista una classe non proprietaria per produrre l&#8217;informazione da cui una classe possidente ricava profitto. La propriet&agrave; intellettuale non &egrave; amica del lavoratore creativo, n&eacute; intellettuale.</p>
<p>
LA LEGGE FERREA DEGLI INTROITI DA COPYRIGHT</p>
<p>Il sistema di controllo privato dei mezzi di pubblicazione, distribuzione, promozione e della produzione dei media garantisce che gli artisti e tutti gli altri lavoratori creativi non possano guadagnare pi&ugrave; della propria sussistenza. Che tu sia un biochimico, un musicista, un ingegnere informatico od un cineasta, hai ceduto con una firma tutti i tuoi diritti d&#8217;autore ai detentori della propriet&agrave;, prima che questi diritti abbiano qualsiasi reale valore finanziario, per nulla pi&ugrave; che i costi di riproduzione del tuo lavoro. Questa &egrave; ci&ograve; che chiamo la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright.</p>
<p>Esistono, tuttavia, importanti differenze tra la propriet&agrave; intellettuale e la propriet&agrave; fisica. La propriet&agrave; fisica &egrave; scarsa e soggetta a rivalit&agrave;, mentre la propriet&agrave; intellettuale pi&ograve; essere copiata, non ha quasi costi di riproduzione e pu&ograve; essere simultaneamente utilizzata da chiunque abbia una copia.</p>
<p>E&#8217; esattamente questa caratteristica di riproducibilit&agrave; illimitata che richiede al regime di copyright di trasformare l&#8217;informazione in propriet&agrave;. Nel lungo termine, il valore di scambio di ogni bene riproducibile viene spinto dalla competizione verso il suo costo di riproduzione. Dato che esistono poche barriere alla riproduzione di un asset informativo, esso pu&ograve; non avere valore di scambio oltre alla manodopera ed alle risorse richieste per riprodurlo. In altre parole, non possiede di per s&eacute; valore di scambio a lungo termine. Cos&igrave;, i detentori della propriet&agrave; (ancora una volta, da non confondere con i produttori) hanno bisogno di leggi per impedire questa riproduzione. Solo rendendo illegale per altri il copiare i detentori possono estrarre rendita dalla copia.</p>
<p>Mentre la propriet&agrave; stessa viene creata dalla legge, gli asset materiali sono scarsi e rivali per natura. Tuttavia, dato che l&#8217;informazione copiabile &egrave; resa scarsa solo dalla legge, pu&ograve; anche essere resa abbondante dalla legge, il che ci porta, finalmente, al copyleft.</p>
<p>
COPYLEFT E COPYRIGHT</p>
<p>L&#8217;informazione pu&ograve; non avere alcun valore di scambio senza il copyright, ma certamente possiede valore d&#8217;uso senza il copyright e vi sono parecchi produttori d&#8217;informazione la cui motivazione promana dal creare questo valore d&#8217;uso, sia che possa catturare direttamente il valore di scambio, o meno. Perci&ograve; non &egrave; sorprendente che l&#8217;idea del copyleft &egrave; assurta alla prominenza nello sviluppo del software, alla nascita della comunit&agrave; del free software.</p>
<p>Il software viene utilizzato nella produzione. Virtualmente ogni ufficio, accademia e fabbrica si affida al software nel proprio lavoro giornaliero, dato che per tutte queste organizzazioni il valore d&#8217;uso del software pu&ograve; essere direttamente tradotto in valore di scambio nel corso della loro normale produzione, non vendendo direttamente il software, ma effettuando qualsiasi proprio business, vendendo qualunque proprio prodotto ed utilizzando il software per incrementare la propria produttivit&agrave;.</p>
<p>Pagare per le licenze software ed accettarne i termini restrittivi non &egrave; nei loro interessi. Come David Ricardo disse riguardo ai proprietari terrieri, l&#8217;interesse di una software company come Microsoft &egrave; sempre opposto all&#8217;interesse di ogni utente del software.</p>
<p>Le organizzazioni che utilizzano software (scuole, fabbriche, uffici, imprese di e-commerce) impiegano collettivamente molti pi&ugrave; sviluppatori software che le poche compagnie che vendono software proprietario, come Microsoft. Cos&igrave;, il free software &egrave; per loro molto attraente: permette loro di ridurre i propri costi di sviluppo individuale gestendo collettivamente uno stock comune di asset software.</p>
<p>Mikko Mustonen della Helsinki School of Economics, argomenta persino che a volte le compagnie che vendono licenze proprietarie hanno un forte incentivo a contribuire al free software. Nel suo paper del 2005, &lsquo;When Does a Firm Support Substitute Open Source Programming?&rsquo; Mustonen spiega:</p>
<p>Un&#8217;azienda che vende un programma sotto copyright ha l&#8217;incentivo di supportare programmi sostituti in copyleft, laddove il supporto crei compatibilit&agrave; tra i programmi ed i programmi dimostrino effetti di rete.[6]</p>
<p>Cos&igrave; il valore d&#8217;uso del free software &egrave; richiesto da organizzazioni che possono pagare sviluppatori di software per produrlo, anche se essi non possiedono un copyright esclusivo su di esso.</p>
<p>Eppure, il free software non &egrave; stato meramente concepito come un mezzo di ridurre il costo di sviluppo di software aziendale. Richard Stallman, l&#8217;inventore della General Public Licence (GPL) sotto cui viene rilasciata buona parte del free software scrive sul sito web della sua organizzazione:</p>
<p>Il mio lavoro sul free software &egrave; motivato da un fine idealistico: diffondere la libert&agrave; e la cooperazione. Voglio incoraggiare il free software a diffondersi, rimpiazzando il software proprietario che proibisce la cooperazione, e cos&igrave; rendere migliore la nostra societ&agrave;.[7]</p>
<p>Questo spirito di cooperazione non &egrave; certo un caso unico tra gli sviluppatori di software, altri produttori creativi hanno espresso il desiderio di lavorare su uno stock comune, un &lsquo;common&rsquo; di materiale intellettuale nella loro pratica. Come risultato, il copyleft &egrave; andato oltre il mondo del software, propagandosi anche nelle arti. Musicisti, scrittori ed altri artisti hanno iniziato a rilasciare i propri lavori sotto licenze copyleft modellate sulla GPL.</p>
<p>Tuttavia esiste un problema: l&#8217;arte non &egrave;, nella maggior parte dei casi, un comune input per la produzione allo stesso modo del software. I detentori della propriet&agrave; supporteranno la creazione di software copyleft per le ragioni descritte, tuttavia nella maggior parte dei casi, non supporteranno la creazione di arte copyleft. Perch&eacute; dovrebbero farlo? Come tutte le informazioni copiabili, non ha valore di scambio diretto e, a differenza del software, di solito non ha neppure un valore d&#8217;uso nella produzione. Il suo valore d&#8217;uso esiste solo tra i cultori di quest&#8217;arte, e se i detentori della propriet&agrave; non possono imporre ad essi un pagamento per il diritto alla copia, cosa ne viene di buono per loro? E se i detentori della propriet&agrave; non supporteranno l&#8217;arte copyleft, che viene distribuita liberamente, chi lo far&agrave;? La risposta non &egrave; chiara. In alcuni casi, lo farebbero istituzioni come fondi culturali privati e statali, ma questi possono supportare solamente un numero di artisti molto ristretto, e solo impiegando dubbi e sostanzialmente in qualche modo arbitrari criteri di selezione nel decidere chi riceva tale finanziamento e chi no.</p>
<p>Il copyleft, come sviluppato dalla comunit&agrave; del free software, non rappresenta quindi un&#8217;opzione praticabile per la maggior parte degli artisti. Persino per gli sviluppatori di software si applica la legge ferrea dei salari: potrebbero riuscire a guadagnarsi di che vivere, ma niente di pi&ugrave;; i detentori della propriet&agrave; cattureranno ancora il valore completo del prodotto del loro lavoro.</p>
<p>Il copyleft quindi non &egrave; in grado di &lsquo;rendere migliore la societ&agrave;&rsquo; in nessun senso materiale, perch&eacute; non solo non &egrave; praticabile per molte categorie di lavoratori, ma &egrave; la maggioranza del valore di scambio extra, creata dai produttori dell&#8217;informazione copyleft, ad essere sempre catturata dai detentori della propriet&agrave; materiale.</p>
<p>Dato che il copyleft non pu&ograve; permettere ai lavoratori di accumulare ricchezza oltre la sussistenza, da solo non pu&ograve; cambiare la distribuzione degli asset produttivi, il che rappresenta ci&ograve; che ogni strategia rivoluzionaria deve cercar di fare. Eppure, l&#8217;emersione del free software, del filesharing e di forme artistiche basate sul campionamento e sul riutilizzo di altri media ha creato un serio problema per il sistema tradizionale del copyright.</p>
<p>Le industrie musicali e cinematografiche, in particolare, si trovano in mezzo a ci&ograve; che fondamentalmente equivale a una guerra senza quartiere contro i loro stessi consumatori per impedire loro di scaricare e campionare la loro propriet&agrave;. E&#8217; chiaro che la tecnologia digitale di rete pone un serio problema alle industrie discografiche e cinematografiche.</p>
<p>Negli stadi precedenti del movimento del free software la maggior parte delle aziende, e specialmente le software companies, reag&igrave; molto negativamente all&#8217;idea del copyleft, e cerc&ograve; di combatterla con le stesse tattiche aggressive che la Recording Industry Association of America (RIAA) ed i suoi amici stanno scatenando contro la comunit&agrave; del filesharing. Tra le pi&ugrave; famose, le azioni legali della SCO contro le compagnie che utilizzano o promuovono Linux.[8]</p>
<p>Le azioni della RIAA possono essere comprese allo stesso modo, come una reazione conservatrice per proteggere i propri interessi. Tuttavia, non tutti i detentori della propriet&agrave; credono che l&#8217;azione legale possa impedire a nuove tecnologie di emergere. Molti credono che l&#8217;industria musicale e cinematografica dovr&agrave; adattarsi e che la legge sul copyright debba essere modificata per questo ambiente in trasformazione.</p>
<p>COPYJUSTRIGHT</p>
<p>Cos&igrave;, proprio come il capitale si &egrave; unito al movimento del software copyleft per ridurre il costo dello sviluppo del software, esso si sta anche unendo al movimento artistico copyright-dissidente per integrare il filesharing ed il campionamento in un sistema di controllo altrimenti basato sulla propriet&agrave;.</p>
<p>Dato che il copyleft non permette l&#8217;estrazione della rendita per il diritto di copia, ci&ograve; che i detentori della propriet&agrave; vogliono non &egrave; qualcosa che sfidi il regime della propriet&agrave;, ma piuttosto crei altre categorie e sottocategorie affinch&eacute; pratiche come il filesharing ed il remixing possano esistere entro il regime della propriet&agrave;. In altre parole, copyjustright. Una versione pi&ugrave; flessibile del copyright che possa adattarsi ad utilizzi moderni, ma comunque ultimamente incarnare e proteggere la logica del controllo. L&#8217;esempio pi&ugrave; lampante di ci&ograve; sono i cosidetti Creative Commons e la miriade di licenze &lsquo;just right&rsquo;. &lsquo;Alcuni diritti riservati&rsquo;, il motto del sito dice tutto.</p>
<p>La legge ferrea degli introiti da copyright rende ovvio che non sar&agrave; per i creatori di musica, video ed altri lavori creativi sotto licenza che &#8216;alcuni diritti saranno riservati&#8217;, dato che gli artisti non hanno mezzi per contrattare niente di pi&ugrave; della sussistenza. Degli &lsquo;alcuni diritti&rsquo; riservati, quello primario &egrave; il diritto dei creatori di trasferire la propriet&agrave; di questi lavori alla classe possidente. Ogniqualvolta la classe possidente vi trovi interessi per assumerne la propriet&agrave; e, ovviamente, del tutto nei termini da essa dettati.</p>
<p>Questa legge ferrea &egrave; illustrata in &lsquo;Artists&rsquo; Earnings and Copyright&rsquo;[9] di Martin Kretschmer, dove egli conclude che &lsquo;Il creatore ha poco da guadagnare dall&#8217;esclusivit&agrave;&rsquo; e nel suo studio del 2006, Empirical Evidence On Copyright Earnings[10] che afferma: &lsquo;gli introiti provenienti da attivit&agrave; non-copyrighted, e persino non-artistiche rappresentano un&#8217;importante fonte di reddito per molti creatori&rsquo; includendo molte statistiche sconcertanti, come ad esempio il dato che il compenso mediano distribuito dalla Performing Right Society (UK) nel 1994 ai suoi detentori di copyright &egrave; stato di &pound;84.</p>
<p>Quindi, se n&eacute; il copyleft, il copyright od il copyjustright possono superare la legge ferrea ed aumentare infine la ricchezza degli artisti e di altri lavoratori come classe, esistono del tutto ragioni per cui un socialista possa interessarsi alle licenze di propriet&agrave; intellettuale?</p>
<p>I socialisti promuovono l&#8217;idea che la ricchezza debba essere distribuita pi&ugrave; giustamente ed equamente, e controllata dalle persone che la producono. Forse, il metodo migliore per far s&igrave; che questo avvenga &egrave; attraverso imprese, cooperative e consigli decentralizzati e di propriet&agrave; dei lavoratori. Per i socialisti interessati nell&#8217;auto-organizzazione dei lavoratori e nella produzione basata sui common come mezzi di lotta di classe, la risposta &egrave; un &#8216;s&igrave;&#8217;.</p>
<p>Per la stessa ragione per cui le organizzazioni capitaliste supportano il software copyleft, in qualit&agrave; di rappresentante di uno stock comune di valore d&#8217;uso che possono applicare alla produzione per creare valore di scambio e quindi far soldi, la produzione basata sui common e quindi tutte le imprese auto-organizzate dei lavoratori possono anch&#8217;esse beneficiare di tale stock comune di arte copyleft, e possono incorporare gli artisti nelle loro imprese collettive e condividere il reddito risultante.</p>
<p>Come gli International Workers of the World enunciano nel preambolo alla loro Constituzione (1905):</p>
<p>Al posto del motto conservatore, &#8216;un salario onesto giornaliero per un lavoro onesto giornaliero&#8217;, dobbiamo inscrivere sul nostro stendardo la parola d&#8217;ordine rivoluzionaria, &#8216;Abolizione del sistema dei salari&#8217;. E&#8217; una missione storica per la classe operaia sbarazzarsi del capitalismo. L&#8217;esercito della produzione deve essere organizzato, non solo per la lotta giornaliera contro i capitalisti, ma anche per proseguire la produzione quando il capitalismo sar&agrave; stato deposto. Organizzandosi industrialmente stiamo formando la strutture della nuova societ&agrave; entro il guscio della vecchia.</p>
<p>COPYFARLEFT</p>
<p>Perch&eacute; il copyleft abbia qualsiasi potenziale rivoluzionario, deve essere Copyfarleft. Deve insistere sulla propriet&agrave; da parte dei lavoratori dei mezzi di produzione.</p>
<p>A tal fine, una licenza non pu&ograve; avere un singolo set di termini per tutti i fruitori, ma piuttosto deve avere regole differenti per classi differenti. Nello specifico, un set di regole per chi lavori entro il contesto della propriet&agrave; dei lavoratori e della produzione basata sui common, ed un altro per chi impieghi nella produzione la propriet&agrave; privata ed il lavoro salariato.</p>
<p>Una licenza copyfarleft dovrebbe rendere possibile per i produttori condividere liberamente e trattenere il valore del prodotto del proprio lavoro, in altre parole deve essere possibile per i lavoratori guadagnare applicando il proprio lavoro alla mutua propriet&agrave;, ma impossibile per i detentori della propriet&agrave; privata guadagnare utilizzando lavoro salariato. </p>
<p>Cos&igrave;, sotto una licenza copyfarleft, una stamperia cooperativa, di propriet&agrave; dei lavoratori, potrebbe essere libera di riprodurre, distribuire e modificare l&#8217;insieme dei common a proprio piacimento, ma ad un editore privato ne sarebbe precluso il libero accesso. </p>
<p>Un trend nei lavori degli artisti pro-copyleft sembra esservi connesso. Le licenze copyleft Non-Commerciali creano due set di regole, con utilizzi teoricamente endogeni (che si originano entro i common) &lsquo;non-commerciali&rsquo; che vengono permessi, mentre gli utilizzi esogeni (che si originano al di fuori dei common) &lsquo;commerciali&rsquo; sono proibiti, eccetto che con il consenso degli autori originali. Esempi di tali licenze includono la licenza Creative Commons Non Commerciale Condividi allo Stesso Modo.</p>
<p>Tuttavia, al fine di creare termini endogeni per i common, le stesse opere devono essere nei common, e fino a quando gli autori riserveranno il diritto di guadagnare da tali opere e preverranno altri produttori basati sui common dal farlo, l&#8217;opera non pu&ograve; essere affatto considerata essere nei common, &egrave; un&#8217;opera privata. Come tale, non pu&ograve; avere termini common non endogeni, come richiederebbe una licenza copyfarleft. Questo problema di creare &lsquo;azioni common&rsquo; per le opere che non siano realmente un insieme di common &egrave; tipica dell&#8217;approccio Copyjustright, che caratterizza le Creative Commons.</p>
<p>Una licenza copyfarleft deve consentire l&#8217;uso commerciale basato sui common, negando la possibilit&agrave; di trarre profitto dallo sfruttamento del lavoro salariato. L&#8217;approccio copyleft Non-Commerciale non fa niente di tutto ci&ograve;, prevenendo il commercio basato sui common, e limitando lo sfruttamento del salario solamente col richiedere agli sfruttatori di dividere parte del bottino con il cosiddetto autore originale. In nessun modo ci&ograve; supera la legge ferrea, sia per gli autori che per altri lavoratori.</p>
<p>&lsquo;Non Commerciale&rsquo; non &egrave; un modo appropriato di descrivere il confine endogeno/esogeno richiesto. Tuttavia, non esiste un&#8217;altra licenza common che fornisca un framework giuridico adeguato per l&#8217;utilizzo da parte dei produttori basati sui common.</p>
<p>Solo una licenza che effettivamente prevenga l&#8217;impiego di propriet&agrave; alienata e di lavoro salariato nella riproduzione degli altrimenti liberi common dell&#8217;informazione pu&ograve; cambiare la distribuzione della ricchezza.</span></span>
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright  &#8211; Oltre il Copyleft, verso dei Commons Autonomi</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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