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	<title>InfoFreeFlow &#187; Sorveglianza</title>
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		<title>Il declino dello smart /soft power della Casa Bianca: quando a crollare è l&#8217;ideologia liberale della rete.</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 20:41:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Relazione meeting &#8220;Contropotere nella crisi&#8221; Bologna 13 &#8211; 14 Ottobre Abbiamo costruito questa relazione con l&#8217;intento di socializzare in un ambito il più possibile allargato una serie di indicazioni di orientamento politico-culturale arrivateci dagli ultimi due anni di mobilitazioni globali. La rivoluzione tunisina, quella egiziana, il movimento #15M ed anche quello NoTav hanno messo al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Relazione meeting &#8220;Contropotere nella crisi&#8221; Bologna 13 &#8211; 14 Ottobre</strong></em></p>
<p>Abbiamo costruito questa relazione con l&#8217;intento di socializzare in un ambito il più possibile allargato una serie di indicazioni di orientamento politico-culturale arrivateci dagli ultimi due anni di mobilitazioni globali.</p>
<p>La rivoluzione tunisina, quella egiziana, il movimento #15M ed anche quello NoTav hanno messo al centro di un mondo in crisi l&#8217;attualità della rivoluzione, delle sue pratiche ma anche delle sue <strong>parole</strong>. In questo senso hanno anche ribadito <strong>la centralità di saper agire la dimensione comunicativa nei conflitti odierni</strong>, individuando in essa, ed in particolar modo nella rete (ma non solo), un <strong>campo di battaglia</strong> dove colpire per disarticolare quelle tecnologie politiche, quelle narrazioni e quei dispositivi retorici che legittimano le politiche di austerità e che, per utilizzare una metafora, sono le piattaforme, le rampe di lancio da cui partono le operazioni di aggressione neoliberista ai territori.</p>
<p>Social media, ambienti di comunicazione elettronica e piattaforme globali di comunicazione hanno messo a nudo tutta la loro ambivalenza, provocando così una <strong>torsione dell&#8217;immaginario</strong>: non solo formidabili dispositivi di cattura della cooperazione sociale e del valore prodotto in rete – grazie ai quali il tempo di lavoro si dilata fino a sovrapporsi perfettamente con il tempo della vita – ma anche luoghi dove sono andati dispiegandosi una pluralità di processi di soggettivazione ed organizzazione dei movimenti globali. Nessun medium ovviamente è sufficiente <em>tout court</em> alla complessità di un processo di organizzazione rivoluzionaria ma allo stesso tempo non esiste organizzazione senza identità, e non esiste identità senza processi di comunicazione, rappresentazioni condivise ed un accumulo di memoria storica delle lotte.<span id="more-822"></span></p>
<p>Nel momento stesso in cui individuiamo Internet come campo di battaglia, rifiutiamo immediatamente quella visione post-moderna che ne aveva segnato gli albori: il sogno compiuto liberale-positivista, dove un fare scientifico, sempre meno condizionato dalla sfera dei valori, subentrava alle grandi narrazioni ideologiche ed alle teorie del conflitto. Al contrario oggi, l&#8217;idea della rete come quella di una <strong>grande agorà globale</strong>, frutto di un sapere tecnico in grado di generare armonia ed equilibrio tra gli elementi dell&#8217;ecosistema sociale, sta progressivamente lasciando spazio a quella di un <strong>terreno di contesa</strong>, attraversato da conflitti sempre più aspre, spie di tensioni latenti sia all&#8217;interno del sistema politico internazionale sia della stessa compagine del capitalismo digitale.</p>
<p>Guardiamo infatti quanto accaduto intorno al primo <strong>“sciopero di internet</strong>” lanciato a gennaio da Wikipedia contro due leggi, lo Stop Online Piracy Act ed il Protect IP Act, proposte e sostenute dalle lobby del copyright alla camera statunitense. Scopo di questi due disegni legislativi sarebbe stato quello di introdurre una regolamentazione più stringente rispetto a quella attualmente in vigore sui contenuti digitali coperti da proprietà intellettuale. Un&#8217;ipotesi che ha ovviamente trovato un&#8217;opposizione nettissima da parte delle grandi internet companies come Google, Facebook, Amazon, le quali hanno avuto un ruolo di primo piano in questa vicenda. Si è oggettivamente trattato del <strong>momento di protesta più ampio mai verificatosi nella storia della rete</strong>: ad essere coinvolti sono stati circa 200 milioni di utenti e decine di migliaia di siti auto oscuratisi in segno di protesta per 24 ore. La narrazione nel circuito mainstream è stata pressoché unanime nel tratteggiare quando accaduto come uno scontro tra libertà e censura.</p>
<p>In realtà a fronteggiarsi sono stati prima di tutto due modelli di business, due diverse anime del capitalismo digitale. Da una parte l&#8217;<strong>industria del copyright</strong>, impegnata a difendere una posizione di rendita parassitaria e obsoleta, resa antistorica dalle mutazioni materiali che hanno investito in modo irreversibile il mercato dell&#8217;informazione negli ultimi 20 anni. Da un&#8217;altra le grande <strong>aziende dell&#8217;ICT</strong> che, non solo, sono protagoniste del più grande processo di concentrazione oligopolistica della storia del capitalismo ma i cui servizi sono oggi a pieno titolo <strong>elementi costitutivi della comunicazione sociale</strong>. Il vero dato che emerge da questa vicenda è stata <strong>la grande capacità di mobilitazione politica</strong> della Silicon Valley che si è mostrata in grado di influenzare profondamente l&#8217;opinione pubblica mondiale. Lo stesso Obama, anche in vista delle elezioni di novembre, si è mostrato intimorito ed ha minacciato il veto presidenziale qualora le due leggi in questione fossero andate in porto.</p>
<p>D&#8217;altra parte lo stesso Obama conosceva già perfettamente il potere che questi attori sono in grado di esercitare.</p>
<p>Nel 2008 la sua corsa alle presidenziali aveva avuto come <strong>principali sponsor</strong> (sia in termini di strategia politica che di finanziamenti) i colossi informatici della <em>bay area</em>: l&#8217;immaginario di partecipazione dal basso evocato dal web era stato allora uno dei dispositivi retorici portanti nel discorso del <em>change</em> obamiano. Non a caso ad elezione conclusa le multinazionali del web 2.0 cominciano ad occupare posti nevralgici del potere politico a Washington, principalmente al tavolo del dipartimento di Stato di Hillary Clinton. <strong>Vengono così coinvolti e diventano parte attiva nella strategia di rilancio dell&#8217;egemonia statunitense</strong> nel mondo: uno dei primi punti all&#8217;ordine del giorno del programma obamiano ma anche e sopratutto una <strong>necessità politica dell&#8217;establishment</strong> che, dopo gli anni bui del nuovo unilateralismo dei neocon, era alla ricerca di nuove forme di esercizio della capacità statunitense di leadership globale.</p>
<p>Le grandi multinazionali dell&#8217;ICT statunitense diventano in questo senso espressione principe del <strong>soft power</strong> USA, sia nella sua dimensione agentiva che in quella strutturale. Sono considerate un vettore formidabile di penetrazione culturale, oltre che economica e finanziaria. Diventano il perno di una serie di strategie di diplomazia pubblica da parte di Washington, basate sulla creazione di un&#8217;<strong>immagine positiva</strong><strong> </strong>ed di un <strong>ambiente favorevol</strong>e intorno alle politiche della Casa Bianca. L&#8217;obbiettivo è quello di di riposizionare il brand a stelle e strisce sul mercato simbolico dell&#8217;opinione pubblica globale, rafforzarne la legittimità, intessere network di relazioni positive in cui cooptare soggetti terzi per avviare, come sostenuto da Carlo Formenti, «un <strong>processo di colonizzazione economica e culturale</strong> e <strong>plasmare nuove élite</strong> capaci di garantire, a livello locale, gli interessi di un capitale globale che oggi ha esigenze più complesse di quelle delle multinazionali del petrolio».</p>
<p>Questa strategia, ci ricorda Raffaele Sciortino, sembra però difettare di un <em>grand design</em> (anche solo lontanamente equiparabile a quello adottato durante la guerra fredda contro l&#8217;URSS) e proprio nelle ultime settimane ha messo a nudo una serie di contraddizioni e limiti che potrebbero essere di non facile risoluzione.</p>
<p>Il riferimento è ovviamente alla pubblicazione su YouTube del video “The innocence of Muslims” ed agli assalti alle ambasciate. Una vicenda che ha lasciato segni profondi nelle strategie di transizione democratiche in Nord Africa. Gli stessi movimenti salafiti – soffocati dalla primavera araba, numericamente esigui e privi di radicamento sociale – ne hanno tratto una boccata di ossigeno inaspettata, raccogliendo dal terreno dello scontro un&#8217;agibilità mediatica e politica, a dispetto dei partiti di ispirazione islamica moderata, neo-alleati degli USA nell&#8217;area.</p>
<p>Ed in questo quadro non sono state certo di aiuto alla Casa Bianca le scelte intraprese da Google. Da una parte Mountain View ha ignorato le richieste di rimozione del video avanzate da numerosi paesi nord-africani, mediorientali e del sud-est asiatico ed anche dallo stesso Dipartimento di Stato. Da un&#8217;altra però, in modo del tutto unilaterale, ha impedito l&#8217;accesso al video in Libia ed in Egitto, scavalcando i governi locali che non avevano avanzato alcuna richiesta in proposito.</p>
<p>Ponendo in essere una strenua difesa del suo potere decisionale all&#8217;interno dell&#8217;ecosistema informativo di sua proprietà, <strong>Google ha voluto ribadire il suo ruolo di primo piano nei processi di governance globale</strong>. Così facendo però ha provocato un vero e proprio <em>casus belli</em> che, nelle settimane successive, ha aperto uno spazio politico dove sono andati accelerandosi processi di balcanizzazione e frammentazione della rete che sono in atto in realtà già da diverso tempo. Alcuni attori di peso relativamente minore (<strong>Pakistan, Sudan, Indonesia </strong>e<strong> Bangladesh</strong>) ne hanno approfittato per oscurare temporaneamente l&#8217;intero network di YouTube sul loro territorio (e anche l&#8217;<strong>India</strong> nella regione del Kashmir ha fatto altrettanto). La <strong>Russia</strong> ha trovato in questa vicenda il pretesto per legittimare l&#8217;entrata in vigore di un nuovo disegno di legge il cui intento è quello di assicurarsi un maggior controllo sulle comunicazioni in rete e sulle imprese di ICT che operano nella sua infosera. In <strong>Brasile</strong> si è verificato addirittura l&#8217;arresto del principale dirigente di Google per l&#8217;America Latina dopo che Mountain View ha rifiutato di rimuovere il video “The Innnocence of Muslims” ed altri due video che violavano la legge brasiliana sulla campagna elettorale. In <strong>Iran</strong> infine la questione è stata tratta a pretesto per tagliare fuori dallo spazio digitale locale Google e Gmail e lanciare il progetto di una <em>internet halal</em>: una intranet locale, fortemente sottoposta al controllo dell&#8217;autorità centrale, dotata di servizi omologhi a quelli di Google ma sviluppati in lingua farsi e gestiti da imprese locali.</p>
<p>Quest&#8217;insieme di fatti e circostanze disegna un mosaico che va ben al di del video “The Innocence of Muslims”: esso è <strong>spia di una serie di tensioni che sono andate accumulandosi negli ultimi anni e che stanno cominciando ad emergere su un piano internazionale</strong>. Questa vicenda allude infatti ad uno scontro sempre più serrato tra due tra due grandi modelli di governance della rete che si stanno confrontando tra di loro.</p>
<p>Il primo, quello impostosi fino ad oggi e sostenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è il cosiddetto regime dei <em>multi-stake holders</em>, nato dal grande processo di deregulation del mercato delle telecomunicazioni verso la fine degli anni &#8217;80. <strong>Esso prevede che alcune delle principali leve e funzioni di regolazione di internet siano in mano alle grandi internet companies private statunitensi</strong><strong> (ed indirettamente a Washington)</strong>. Una situazione che i paesi BRIC ed una schiera di altre potenze non occidentali considerano ormai inaccettabile ed a cui stanno lavorando per sostituire questo apparato di regolamentazione con delle procedure di <strong>controllo multi-governativo</strong> sotto l&#8217;egida ONU.</p>
<p><strong>La posta in gioco di questo scontro è l&#8217;imposizione di nuovi standard tecnici di regolamentazione della rete i quali, come ha sottolineato Saskia Sassen, pur essendo stati fino a questo momento emanati da un&#8217;insieme di autorità private hanno svolto una funzione pubblica normativa e legislativa globale.</strong></p>
<p>Una loro rinegoziazione significherebbe il venir meno di quei presupposti che fino a questo momento hanno favorito la globalizzazione dell&#8217;economia nel senso auspicato dalle grandi corporation statunitensi dell&#8217;ICT, il progetto egemonico di cui esse sono architravi ed anche quella teoria di <em>full spectrum dominance</em> elaborata dal Pentagono che vuole gli Stati Uniti come principali garanti e controllori dei <em>commons</em> globali strategici (tra cui appunto il cyberspazio).</p>
<p>La messa in discussione di questi standard è a nostro avviso sintomo di un&#8217;<strong>accentuata multipolarità nei rapporti di forza globali</strong> e dell&#8217;emersione di diverse <strong>geografie di potere</strong>. Assistiamo per esempio ad una polarizzazione del valore economico prodotto in rete, ad Ovest verso gli Stati Uniti e ad est verso la Cina e l&#8217;India con l&#8217;Europa che diventa sempre più periferica. Oppure a differenti livelli di penetrazione dei social network commerciali nei diversi mercati globali (in Cina, in Iran, in Brasile, in Russia, nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, piattaforme come Facebook o non sono presenti oppure coprono fette di mercato non significative), differenti livelli di penetrazione linguistica, di digital divide, di concentrazione del traffico dati, di infrastrutture di comunicazione strategiche (come i cavi transoceanici), di dislocazione di capitale fisso e di capitale umano. Affiorano quindi geografie di potere che coinvolgono aspetti materiali ed immateriali del web e che stratificandosi tra loro, tracciano confini di esclusione ed inclusione nei network globali, provocando un processo di frammentazione della rete ed il venir meno dei suoi caratteri di universalità ed omogeneità.</p>
<p><strong>Siamo di fronte all&#8217;inizio di una fase che sottende a nuove composizioni di rapporti di forza nello scenario globale</strong>.</p>
<p>Ne è stata riprova quest&#8217;estate l&#8217;ennesimo episodio dell&#8217;epopea di Julian Assange, ancora oggi asserragliato nell&#8217;ambasciata ecuadoregna a Londra. La querelle scoppiata ad agosto tra Londra e Quito relativamente alla concessione dell&#8217;asilo politico al fondatore di Wikileaks ha poco a che fare con i rapporti diplomatici tra i due paesi ed ancora meno con la questione della libertà di stampa o di espressione.</p>
<p><strong>Al centro della contesa sono piuttosto tutta una serie di equilibri regionali e locali. </strong>Proprio l&#8217;Ecuador, nella figura dell&#8217;attuale presidente Rafael Correa, nel 2008 aveva segnato una tappa importante del nuovo corso nelle relazioni diplomatiche tra Occidente atlantico e Sud America, estinguendo il debito nazionale e definendolo immorale.<strong> </strong>Una decisione che aveva causato immediatamente la condanna dell&#8217;FMI e degli Stati Uniti ma che al contempo aveva visto un&#8217;alzata di scudi in difesa delle politiche ecuadoregne da parte dei governi dell&#8217;area: Venezuela, Bolivia, Brasile, Argentina. E proprio Cristina Kirchner solo pochi giorni prima che il caso Assange esplodesse, aveva estinto il debito di 12 miliardi di euro, contratto dal paese con l&#8217;FMI e di cui l&#8217;Argentina aveva rifiutato le misure di rigore economico dopo la bancarotta del 2003. A questo si aggiunga inoltre la recente adesione di Chavez al MERCOSUR: un atto ufficiale che ha accelerato il processo di unificazione economica del Sud America ed indica, in un&#8217;ottica di più ampio respiro, <strong>una svolta dell&#8217;area verso un modello economico-politico non più asservito al colonialismo statunitense ed europeo</strong>. Una tendenza politica che l&#8217;Ecuador ed i suoi alleati hanno voluto ribadire anche garantendo l&#8217;asilo politico a Julian Assange: in effetti era dai tempi del muro che una personalità invisa all&#8217;occidente godesse di una protezione tanto ostinata da parte di un paese non allineato. Significativa è stata anche la scelta di Londra, uno dei centri della finanza mondiale, come palcoscenico della rappresentazione andata in onda, ed ancora più significativa la scelta del <strong>protagonista</strong> di questa rappresentazione: la “nemesi del mondo libero”, il nemico pubblico numero uno, l&#8217;erede di Osama Bin Laden. Che incarna però caratteri squisitamente occidentali, considerato com&#8217;è il paladino della libertà di espressione nell&#8217;era dell&#8217;informazione. La figura di Assange è infatti investita del potere simbolico che spetta all&#8217;eroe, al sabotatore solitario che ha fatto esplodere le contraddizioni presenti nella narrazione ideologica intessuta da Washington e Londra negli ultimi 20 anni. Per questo motivo è stato il grimaldello mediatico ideale per forzare quel panorama di rapporti di forza in ebollizione a cui abbiamo fatto riferimento.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/10/18/il-declino-dello-smart-soft-power-della-casa-bianca-quando-a-crollare-e-lideologia-liberale-della-rete/">Il declino dello smart /soft power della Casa Bianca: quando a crollare è l&#8217;ideologia liberale della rete.</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Intercettazioni cilene. Nuovi retroscena sul “caso Bombas”</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Aug 2012 16:12:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Altro che bombas. L&#8217;inchiesta che ha portato in carcere 14 anarchici cileni si sta dimostrando un caso di sorveglianza digitale pervasiva. A denunciarlo una mail anonima inviata al portale Cryptome.org. &#160; Sono allarmanti le rivelazioni apparse pochi giorni fa sul portale Cryptome.org. Il sito, che da ormai diversi anni divulga documenti riservati, ha pubblicato una [...]]]></description>
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<p style="text-align: justify;"><em>Altro che bombas. L&#8217;inchiesta che ha portato in carcere 14 anarchici cileni si sta dimostrando un caso di sorveglianza digitale pervasiva. A denunciarlo una mail anonima inviata al portale Cryptome.org.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/all-seeing_surveillance.jpg" alt="alt" width="150" height="150" />Sono allarmanti le rivelazioni apparse pochi giorni fa sul portale Cryptome.org. Il sito, che da ormai diversi anni divulga documenti riservati, ha pubblicato una mail – mittente anonimo e titolo sibilino: <em>“Comments from Chile”</em> – dove emerge l&#8217;ampio ricorso a metodologie e tecniche pervasive di sorveglianza digitale adottate dalle forze dell&#8217;ordine di Santiago. A farne le spese sono stati alcuni collettivi anarchici locali, coinvolti strumentalmente in un&#8217;inchiesta durata quattro anni che ha toccato più di duecento persone ed alcuni paesi stranieri (Italia compresa).</p>
<h2>Il “caso Bombas”</h2>
<p style="text-align: justify;">La vicenda in questione è quella salita agli altari della cronaca sotto il nome di <em>“Caso Bombas”</em>. Si tratta di un&#8217;indagine della polizia cilena in merito ad una serie di esplosioni verificatesi a Santiago a partire dal 2005. A finire nel mirino sono stati alcune decine di <em>“okupa”</em> cileni, colpiti il 14 agosto 2010 da gravi provvedimenti restrittivi che hanno portato all&#8217;arresto di quattordici persone. Nove rimarranno in carcere per quasi due anni con accuse pesantissime sulle spalle: prima fra tutte quella di associazione illecita con finalità di terrorismo.<span id="more-776"></span> Gli incartamenti dei PM che compongono l&#8217;impianto accusatorio parlano di una non meglio precisata <em>«organizzazione gerarchica»</em> coadiuvata da un <em>«livello operativo»</em> individuato negli abitanti di alcune case occupate di Santiago e nel gruppo di militanti, impegnati nelle attività sociali e politiche organizzate dalla biblioteca anarchica “Sacco e Vanzetti”.L&#8217;inchiesta arriva a toccare anche l&#8217;Italia, quando le autorità cilene ventilano la possibilità di estradizione per due persone accusate di essere i <em>«finanziatori»</em> del gruppo. La loro colpa? Aver messo a disposizione un conto corrente da cui era stata versata una modesta somma di denaro: 900 euro raccolti in alcune iniziative pubbliche di solidarietà per sostenere le spese legali degli arrestati. Il processo, cominciato nel novembre del 2011, si rivela subito per quello che é: un castello di carta traballante che si regge su accuse senza fondamento. Alla gogna mediatica approntata da giornali e televisioni nazionali fanno da contraltare sordide speculazioni della polizia, presentate in aula come prove sebbene prive di qualsivoglia carattere investigativo, un “collaboratore di giustizia” considerato poco attendibile finanche dagli stessi magistrati ed una serie di prove, atte a dimostrare la colpevolezza degli imputati, considerate a dir poco inconcludenti. Il primo giugno di quest&#8217;anno arriva la sentenza: non esiste alcuna organizzazione, non esiste alcun covo, non esistono né fiancheggiatori né finanziatori. Tutte e tutti assolti, tutte e tutti liberi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Commenti dal Cile&#8230;</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma la storia è tutt&#8217;altro che conclusa. E quello che doveva essere l&#8217;epilogo è solo il prologo di un nuovo capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">A pochi giorni dalla lettura della motivazioni della sentenza (avvenuta il 13 luglio) appaiono su Cryptome.org i “commenti dal Cile”. Lo scenario dipinto nella mail per quanto inquietante è <em>«tutt&#8217;altro che improbabile»</em> ha affermato un partecipante al progetto Autistici/Inventati che ha rilasciato alcune dichiarazioni per Infoaut. <em>«Le richieste di copie del flusso di posta ai vari gmail, hotmail, ecc» </em>ha aggiunto<em> «sono comuni»</em>. Ecco perché il quadro pennellato dalla mail apparsa su Cryptome non può che destare interesse in media-attivisti, hacker e quanti ogni giorno fanno di tecnologie ed ambienti digitali una piattaforma di lancio per le lotte. L&#8217;autore, che afferma di essere entrato in possesso dei registri dell&#8217;indagine, mette nero su bianco quali tecniche sarebbero state messe a punto per condurre le investigazioni relative del “caso bombas”. Accanto al armamentario “analogico” adoperato dalle forze dell&#8217;ordine, fatto di intercettazioni telefoniche, ambientali e schedature fotografiche di massa – nella mail si parla di circa 200 persone attenzionate – fa capolino prepotentemente anche quello digitale. Non sono pochi infatti gli elementi raccolti dalla polizia attraverso l&#8217;intercettazione dell&#8217;equipaggiamento standard utilizzato da attivisti e militanti nella loro comunicazione quotidiana on-line.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="result_box"></a>Si va dalle trascrizioni di conversazioni effettuate su <strong>MSN</strong> fino alle fotografie di schermate prese da <strong>Hotmail</strong> mediante l&#8217;impiego di strumenti di informatica forense. Numerosi sono inoltre gli account di posta <strong>Gmail</strong> e quelli <strong>Facebook</strong> violati dalla divisione informatica dei corpi di pubblica sicurezza. Anche alcune sessioni di chat avvenute attraverso <strong>Crypto.cat</strong>, un servizio di comunicazione orientato alla privacy ed alla sicurezza, sono finite nelle mani delle autorità cilene. E la lente di ingrandimento degli investigatori si è posata anche su <strong>Riseup.net</strong>: l&#8217;infrastruttura del popolare provider, noto per fornire servizi di comunicazione a migliaia di realtà di movimento sparse per il mondo, è stata infatti sottoposta ad una dettagliata analisi. Dalle risultanze delle indagini, non pare però che la sicurezza dei suoi server sia stata violata. Così come al riparo da occhi indiscreti sarebbero state anche tutte quelle comunicazioni intercettate ma non decodificate dalla polizia, perché messe in sicurezza attraverso l&#8217;impiego di algoritmi di crittografia forte, come <strong>OTR</strong> o <strong>PGP</strong>. Cosa che deve avere indispettito non poco i pubblici ministeri impegnati nell&#8217;indagine, tanto da spingerli a sollecitare un intervento del <strong>FBI</strong>, nella speranza che questo potesse toglier loro le castagne dal fuoco. Un rapporto consolidato quello tra Santiago e Washington, almeno a quanto emerge dalla lettura degli stralci di alcuni quotidiani cileni. Secondo <em>“La Tercera”</em> infatti, tra le istituzioni di polizia dei due paesi americani esisteva già da diversi anni un forte rapporto di cooperazione, iniziato nel 2001 in occasione di alcuni pacchi bomba indirizzati all&#8217;ambasciata statunitense ed intensificatosi con il montare del “caso Bombas”. La consulenza degli uomini in nero del <em>Burau</em> sarebbe stata richiesta <em>«in </em><em>particolare per quanto riguarda la fabbricazione degli ordigni e le informazioni sulle organizzazioni anarchiche in tutto il mondo».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non è chiaro come la polizia di Santiago sia entrata in possesso di tali dati. Ma fra gli scenari ventilati nella mail apparsa su Cryptome quello più probabile (è opinione anche della crew di Autistici/Inventati) prevederebbe l&#8217;installazione di malware su uno o più computer degli indagati: fatto che potrebbe essere avvenuto in seguito ad uno dei tanti sequestri di materiale informatico a cui il gruppo al centro delle indagini è stato sottoposto nel corso degli anni.</p>
<h2 style="text-align: justify;">&#8230;ma tutto il mondo è paese</h2>
<p style="text-align: justify;">Uno scenario simile è ipotizzabile anche in Italia? <em>«Pensiamo di si»</em> sostiene in chat il compagno di Autistici/Inventati che abbiamo contattato <em>«anche se è difficile dire in che misura, dato che da noi, al di la di episodi specifici verificatisi in passato»</em> dice riferendosi allo scandalo Telecom-Sismi del 2006 (su cui una commissione parlamentare aveva prodotto un&#8217;ampia documentazione) <em>«non esiste alcun dibattito pubblico sul tema, né alcuna forma di trasparenza»</em>. Ma al di la degli eventi isolati <em>«tutto il mondo e&#8217; paese»</em> chiosa l&#8217;intervistato. <em>«Si tratta di capire che se la comunicazione si sposta verso il web e la rete, sopratutto con la diffusione degli smartphone, anche il controllo si sposterà in quella direzione, con tutti i problemi che ne conseguono. In Cile, in Italia e nel mondo in generale. Si aggiunge un tassello insomma e la questione si complica». </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://cryptome.org/2012/07/chile-comments.htm">Comments from Chile</a>: il documento originale apparso su Cryptom.org (vedi sotto la traduzione a cura della redazione di Infoaut.org</li>
<li><a href="http://cavallette.noblogs.org/2012/08/7902">Commenti dal Cile</a>: il post del blog di Autistici/Intentati sulla questione.</li>
<li><a href="http://cavallette.noblogs.org/2012/08/7925">Note su Crypto.cat</a>: altro post di Cavallette con link e discussioni in merito al progetto</li>
<li><a href="http://cablesearch.org/cable/view.php?id=09SANTIAGO1070">Cable 09SANTIAGO1070</a> : gli stralci de “La Tercera” dove si trattano i rapporti tra FBI ed autorità cilene</li>
</ul>
<h2>Commenti dal Cile</h2>
<p><em>(traduzione della mail apparsa su Cryptome a cura della redazione di Infoaut.org)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>31 Luglio 2012</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><strong>Commenti dal Cile </strong></div>
<p><img class="alignright" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/cryptome-01.jpg" alt="alt" width="190" height="75" />&nbsp;</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><em>Alla comunità della sicurezza concentrata sul supporto ai combattenti sociali in tutto il mondo. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per prima cosa, grazie per tutti i vostri sforzi nel costruire strumenti per la liberazione umana e sociale, questo è un feedback dal Cile scritto come suggestione da alcuni di voi, che speriamo apprezzerete. Diverse parti di questo materiale non sono state ottenute legalmente, non intendo fornire alcune prove a riguardo, potendo ciò comportare il rintracciamento delle persone che hanno aiutato ad ottenere queste informazioni, mettendoli di fronte a capi d&#8217;imputazione penali e torture negli interrogatori. Se volete controllare se queste affermazioni siano vere, controllate i link forniti ed informatevi a riguardo con chi è in Cile. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nota: Anche se sappiamo che il vostro lavoro è principalmente concentrato sul medio oriente, diversi strumenti che avete costruito sono stati d&#8217;aiuto in semplici questioni giornaliere come la privacy. Non abbiamo a che vedere con le stesse condizioni o circostanze di alcuni compagni del medio oriente. Stiamo provando a creare un mondo nuovo alieno ai valori capitalisti, e con lo sradicamento totale della gerarchia. A riguardo, passiamo all&#8217;offensiva ovunque, e potete esprimere giudizi a riguardo quanto volete.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il 14 agosto del 2010 diversi squat sono stati perquisiti. 14 compagni sono stati messi in prigione come anarchici e squatter, ma con capi di imputazione di associazione terrorista. La polizia per 4 anni ha effettuato indagini su una serie di esplosioni di bombe a Santiago, ed ha deciso che quei 14 compagni ne fossero responsabili. Quando ho detto “ha deciso” è perché diverse prove erano falsità, alcuni testimoni sono stati pagati, ma lo abbiamo saputo solo nel 2012, quando i 14 sono stati liberati senza imputazioni. Il direttore di quest&#8217;operazione è attualmente un alto funzionario del governo, come premio per quanto ha fatto, ma lo Stato non pensava che ogni “prova” di cui disponesse sarebbe caduta una volta scoperta la verità in proposito.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo era il contesto. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alcune persone (possono essere una, due, tre, infinite) hanno deciso di controllare le prove di ciò. Hanno ottenuto una copia di diversi registri investigativi ed una lista di più di 200 persone che stavano venendo investigate. Quella lista è stata pubblicata sul sito Hommodolars nel maggio 2011 </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.hommodolars.org/web/spip.php?article4031">http://www.hommodolars.org/web/spip.php?article4031</a> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La lista includeva diversi anarchici, sostenitori dei popoli indigeni e media-attivisti quali persone sospettate per le esplosioni. Tutte queste persone hanno avuto i loro telefoni intercettati per anni, senza alcuna resistenza da parte di una compagnia telefonica, ma tutti loro con un avviso di garanzia. Nessuno dei telefoni è stato intercettato illegalmente secondo la legge cilena, ma la privacy di queste 200 persone è stata violata e nessuno di essi era connesso alle esplosioni. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I registri delle indagini hanno diverso materiale interessante riguardo al comportamento della polizia locale, ma eccovi quanto per voi c&#8217;è bisogno di sapere: </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Prima serie di registri (al 2010): </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C&#8217;erano fotografie molto ravvicinate di ogni persona investigata. I registri hanno più di 200 sospetti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C&#8217;erano trascrizioni di diverse conversazioni telefoniche, anche delle chat di hotmail messenger. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C&#8217;erano schermate prese da account di hotmail.com da file ottenuti utilizzando il software Forensic Toolkit, la linea inferiore dei file li rivela essere file temporanei. Almeno una persona è interessata.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C&#8217;erano schermate prese da password violate di account gmail.com. Almeno 4 persone sono interessate. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C&#8217;erano diverse analisi superficiali di servizi web e pagine web: flickr.com, blogspot.com, entodaspartes.org, santiago.indymedia.org, valparaiso.indymedia.org, nodo50.org wordpress.com, indymedia.org, riseup.net. I dati includono l&#8217;ubicazione fisica dei tag html utilizzati, dei relativi nomi e cose del genere. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C&#8217;erano esempi di trascrizioni di chat effettuate con OTR, e di mail che utilizzavano PGP in ascii. Non sono state violate. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mentre il caso si dirigeva in un vicolo cieco, le indagini sono continuate. Ci sono più di 400 persone nella lista delle indagini. Questo è quanto si è rinvenuto. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Serie di registri attuale (al 2012): </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cosa vi si trova: </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Almeno 4 chat di crypto.cat sono state intercettate e trascritte. (Feb 2012) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Si è acceduto a più di 20 account di gmail.com. (2010-2012) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Si è acceduto a diversi account di facebook.com, con molti dati trascritti. (2010-2012) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Diverse lamentele contro OTR e PGP sulle memorie interne. Hanno chiesto l&#8217;aiuto dell&#8217;FBI per romperli, nessun dato aggiuntivo a riguardo. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Investigazioni più approfondite verso i siti internet, incluse visite della polizia ad alcune persone che lavorano su progetti di media alternativi. C&#8217;è una forte analisi di riseup.net&#8230; dal software che utilizza, alla sua ubicazione, ai contatti mail, al codice sorgente ed ai gruppi che li usano. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cosa non vi si trova: </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Nessuna menzione di tor, i2p o freenet. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Nessuna menzione di account violati di riseup.net. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Nessuna menzione su come hanno ottenuto quei dati. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma possiamo sempre chiedere agli interessati. Quanto per voi c&#8217;è più di interessante qui è come abbiano avuto accesso ai log delle chat di crypto.cat. Quelle chat sono state prese dalle 19 alle 23 in 4 giorni diversi. Non sappiamo come le abbiano avute, ma abbiamo ridotto le possibilità a due scenari. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La prima è che un computer cileno sia stato infettato da dello spyware, una volta confiscato (le perquisizioni sono continuate fino ad ora, senza che vi siano persone collegate al caso delle bombe), non possiamo essere sicuri di questo. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La seconda è ciò che è accaduto nel 2005 ad un progetto italiano, amico dei cileni, di nome Inventati. Le polizie cilena ed italiana lavorano congiuntamente su questo e diversi casi, così quella è una possibilità, inoltre sappiamo che l&#8217;host di questo servizio web è negli USA e che l&#8217;FBI sta attualmente aiutando il Cile nelle indagini su attivisti e progetti di media online. Quel caso è documentato qui.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.inventati.org/ai/crackdown/">http://www.inventati.org/ai/crackdown/</a> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Uno dei client di questi log di chat era una macchina con ubuntu 11.10, senza segnalazioni di aver accettato certificati o notifiche particolari. Il browser principale era mozilla firefox, senza l&#8217;uso di tor. La chat trascritta è stata riconosciuta e non conteneva informazioni importanti se non l&#8217;organizzazione di alcune attività per raccogliere fondi per il supporto ai prigionieri politici. Questo computer era parte di solo una delle chat. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;altro dato interessante è che, sebbene sia molto popolare nelle cerchie di attivisti (più di pgp, probabilmente quanto otr), non venga fatta alcuna menzione di TOR. Non sappiamo cosa significhi ciò, probabilmente si tratta solo di tecnologia troppo recente per qui, ma è un dato notevole. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma non mi è stato richiesto di scrivere tutto ciò solo per informarvi di ciò che non va con gmail, hotmail e facebook, cosa è compromesso con crypto.cat e perché il vostro lavoro sia importante per le persone a sud che combattono per la giustizia sociale. Si, possiamo affrontare le sconfitte, ma è veramente demoralizzante vedere 30 ufficiali di polizia devastare la tua casa e sputtanare tutta la tua vita a causa della tua posizione politica e di vita&#8230;tutto trasmesso in televisione. Nessuno di loro era collegato alle bombe, nessuno di noi è collegato alle bombe, è solo una scusa per fotterci le vite. Abbiamo bisogno che continuiate a lavorare su questo, ed istruire le persone ovunque. La nostra dittatura è finita nel 1990, ma prima di ciò l&#8217;unico modo per sopravvivere come resistenza era quello di condividere saperi e pratiche, ed abbiamo bisogno di ribadirlo oggi. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Grazie per i vostri sforzi, e scusate il mio inglese. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ps. Ho allegato una richiesta ufficiale di informazioni dal Cile alla Microsoft come vecchia e non problematica (per chiunque di noi) prova.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo account verrà abbandonato dopo questa mail.</em></p>
<p><em><img src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/chile-comments.jpg" alt="alt" width="400" height="600" /></em></p>
</div>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/08/12/intercettazioni-cilene-nuovi-retroscena-sul-caso-bombas/">Intercettazioni cilene. Nuovi retroscena sul “caso Bombas”</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Pronto? Skype ti ascolta</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Aug 2012 14:34:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
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		<category><![CDATA[facebook]]></category>
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		<description><![CDATA[Avviso ai naviganti. La privacy su Skype fa acqua da tutte le parti. Ed il mito della sua impenetrabilità cola a picco. È tempo di abbandonare la nave? Una settimana nell&#8217;occhio del ciclone per la l&#8217;azienda produttrice del software di telefonia VOIP (Voice over IP) più popolare al mondo. Skype, acquistata poco più di un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Avviso ai naviganti. La privacy su Skype fa acqua da tutte le parti. Ed il mito della sua impenetrabilità cola a picco. È tempo di abbandonare la nave?</em></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/skype_ti_ascolta.jpg"><img class="alignleft  wp-image-753" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" title="skype_ti_ascolta" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/skype_ti_ascolta.jpg" alt="" width="203" height="197" /></a>Una settimana nell&#8217;occhio del ciclone per la l&#8217;azienda produttrice del software di telefonia <strong>VOIP</strong> (<em>Voice over IP</em>) più popolare al mondo. <strong>Skype</strong>, acquistata poco più di un anno fa da <strong>Microsoft</strong> per la cifra da capogiro di 8,5 miliardi di dollari, è finita al centro delle polemiche per aver siglato dei nuovi protocolli di collaborazione con le autorità di polizia statunitensi. Grazie al suo ausilio tecnico, l&#8217;FBI ed altre agenzie di intelligence si troverebbero ora nelle condizioni di entrare facilmente in possesso dei dati personali e delle conversazioni degli utenti. È quanto sostenuto da un articolo apparso sul <em>Washignton Post</em> pochi giorni fa.</p>
<h2><span style="font-size: medium;">Dubbi, segreti e bug nel codice</span></h2>
<p align="JUSTIFY">Quella del quotidiano statunitense è una notevole stoccata al mito dell&#8217;impenetrabilità di Skype. L&#8217;ennesima a dire la verità. Nata nel 2003, acquistata da <strong>Ebay</strong> nel 2005 e passata poi sotto l&#8217;ombrello di casa Redmon nel 2011, Skype era originariamente basata su un&#8217;efficace combinazione di <strong>crittografia</strong> forte e di un&#8217;architettura <strong>P2P</strong> decentralizzata. Fatto che rendeva l&#8217;intercettazione delle chiamate internet e delle sessioni di chat da parte delle autorità quantomeno complessa. Ma certo, non impossibile.<span id="more-754"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Già in passato infatti, alcuni documenti resi pubblici da Wikileaks avevano rivelato come la polizia tedesca avesse commissionato ad un&#8217;impresa privata la realizzazione di una sorta di “<strong>trojan</strong> di stato”: un software malevolo, dal costo economico proibitivo, il cui compito era precisamente quello di intercettare le comunicazioni degli utenti Skype. Una vicenda questa che aveva suscitato non poco clamore e che aveva attirato anche l&#8217;attenzione della <strong>Electronic Frontier Foundation</strong> (storica associazione statunitense per la difesa dei diritti e delle libertà digitali), immediatamente attivatasi per capire se anche l&#8217;FBI fosse dotato di simili strumenti di sorveglianza. Sempre l&#8217;EFF durante la primavera araba, aveva messo in guardia i rivoltosi nord africani dall&#8217;utilizzare Skype con troppa disinvoltura in caso di comunicazioni sensibili: già allora erano note diverse vulnerabilità nel software, tali da permettere l&#8217;intercettazione delle sessioni di chat da parte di soggetti terzi. Anche in Italia, durante le indagini sulla cosiddetta “P4”, gli investigatori avevano fatto ricorso a tecniche di intercettazione che avevano reso possibile la registrazione delle conversazioni dei soggetti coinvolti, traditi proprio dalla troppa fiducia risposta nel famoso software VOIP.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la più grossa problematica legata alla sicurezza di Skype risiede da sempre in tre parole: <em><strong>security through obscurity</strong></em><em> </em>(o sicurezza tramite segretezza). Tema da sempre caldissimo all&#8217;interno della comunità hacker mondiale, si tratta di un principio (più volte rivelatosi fallimentare in passato) secondo cui tenere segreto il funzionamento interno di un sistema lo renda più sicuro. Un modello di sicurezza adottato anche da Skype che, come è noto, è un programma proprietario, i cui codici sorgenti sono chiusi e non accessibili all&#8217;occhio attento degli esperti. Nessuno, a parte ovviamente l&#8217;azienda produttrice, sa davvero come funzioni il software e quale livello reale di sicurezza sia in grado di garantire.</p>
<h2><span style="font-size: medium;">Intercettazioni per tutti!</span></h2>
<p align="JUSTIFY">Quel che è invece certo è che le rivelazioni del Washington Post segnano un punto di svolta rispetto al passato. Se fino a questo momento la sorveglianza degli utenti che utilizzavano il servizio VOIP era demandata ad escamotage piuttosto complessi, mirati contro singoli o gruppi ristretti di utenti e la cui realizzazione poteva richiedere un notevole dispendio di risorse dal punto di vista economico, ora lo stato dell&#8217;arte dell&#8217;intercettazione sembra aver voltato pagina.</p>
<p align="JUSTIFY">E le notizie di questi ultimi giorni appaiono come una conferma dei <em>rumors</em> che si rincorrevano in rete già da diverso tempo. O almeno da maggio, quando il il ricercatore <strong>Kostya Kortchinsky</strong> ha pubblicato sul suo blog i risultati di un&#8217;indagine effettuata sull&#8217;infrastruttura del network di comunicazione VOIP. Dall&#8217;analisi dell&#8217;esperto di sicurezza è emerso come negli ultimi mesi i connotati della rete Skype abbiano subito profonde modifiche: il design P2P di un tempo ha lasciato il passo ad un&#8217;architettura <strong>centralizzata</strong>, in cui le comunicazioni degli utenti sono smistate da un numero sempre minore di “<strong>supernodi</strong>”, direttamente in mano ai gestori del network. Ovvero Microsoft: un nome che certo non è sinonimo di tutela della privacy o delle libertà digitali degli utenti.</p>
<h2><span style="font-size: medium;">L&#8217;eccezione che conferma la regola</span></h2>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/Skype-capture-unit.gif"><img class="alignleft  wp-image-752" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" title="Skype-capture-unit" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/Skype-capture-unit-300x124.gif" alt="" width="302" height="124" /></a>Dopo il polverone sollevato dal quotidiano statunitense, la replica dell&#8217;azienda è arrivata a stretto giro dalle colonne del suo blog. Affidata ad un articolo firmato da <strong>Mark Gillet</strong>, <em>Chief Development and Operations Officer, </em>la versione ufficiale della compagnia smentisce che la ristrutturazione tecnica del network di Skype sia stata posta in essere per motivi di sorveglianza. Al contrario, si tratterebbe di una misura realizzata per migliorare l&#8217;esperienza degli utenti e che in nessun modo<em> «</em><em>facilita le intercettazioni, né aumenta l&#8217;accondiscendenza di Skype nei confronti di eventuali richieste da parte di organi di sicurezza».</em> L&#8217;unica eccezione, chiosa Gillet, è rappresentata dalla Cina dove la legge impone il filtraggio delle comunicazioni. <span style="text-decoration: underline;">Ma proprio questo passaggio del comunicato sembra esserne il punto debole.</span> Non è chiaro infatti che cosa dovrebbe impedire a tali eccezioni di moltiplicarsi – siano esse dichiarate o meno, legali o illegali – anche ad altre latitudini. Una preoccupazione condivisa anche da <strong>Tamir Israel</strong>, avvocato e docente di politiche di internet presso l&#8217;Università di Ottawa in Canada. Commentando le possibili ricadute dell&#8217;ultima mossa di Skype, Tamir ha dichiarato : <em><em>«Se tali back door venissero implementato da Skype in Canada e negli Stati Uniti, allora probabilmente saranno implementate in tutto il mondo»</em></em><em>. </em>La “sicurezza nazionale”, si sa, è un argomento valido per tutte le stagioni e per tutti i regimi politici. Non passerà probabilmente troppo tempo prima che altri governi si presentino alla corte di <strong>Steve Ballmer</strong> per accampare a loro volta pretese di sorveglianza. E Microsoft avrà tutto l&#8217;interesse ad accontentarli. E, perché no, a farci affari insieme.</p>
<h2><span style="font-size: medium;">I precedenti</span></h2>
<p align="JUSTIFY">Va detto che la mossa di Skype si inserisce in un trend, consolidatosi da diversi anni, che vede le multinazionali dell&#8217;ICT uniformarsi alle legislazioni dei paesi in cui operano – e spesso fornire tecnologie di controllo ai governi locali – pur di ottenere tutela giuridica e mantenere salda la propria presenza all&#8217;interno di mercati considerati come strategici. E questo a maggior ragione se la multinazionale in questione si chiama Microsoft e da sempre coltiva rapporti privilegiati con Washington. Ma la collaborazione di Skype con i <em>man in black</em> del bureau non è il primo caso di cyber-repressione salito agli altari della cronaca (e, temiamo, non sarà l&#8217;ultimo). Era già successo in passato alla RIM in occasione dei London Riots dell&#8217;agosto 2011 e prima ancora nel 2010, quando l&#8217;azienda canadese aveva offerto la propria collaborazione all’Arabia Saudita, consegnandole i PIN ed i codici dei BlackBerry registrati all&#8217;interno dei propri confini nazionali. E solo pochi giorni prima che il caso Skype scoppiasse, era stato Facebook ad essere investito dalla bufera: pietra dello scandalo in quella circostanza un algoritmo segreto, recentemente adottato dal social network in blu, il cui compito è quello di scandagliare ed archiviare le conversazioni di milioni di utenti. La bontà di questa misura di controllo sarebbe dimostrata, secondo Repubblica, dal fatto che <em>«almeno un pedofilo sia stato identificato e bloccato grazie all&#8217;intervento dell&#8217;algoritmo»</em>. Motivazione non dissimile da quella addotta dalla dirigenza Skype (<em>«Misura necessaria per contrastare l&#8217;Islam radicale»</em>). Pedofilia e terrorismo dunque: da dieci anni a questa parte, due <em>buzzword</em> tra le più gettonate per addomesticare un&#8217;opinione pubblica internazionale inebetita un clima di emergenza infinita. A cui oggi viene presentato il conto. E da pagare c&#8217;è un prezzo inaccettabile: la sistematica violazione della privacy e delle libertà di centinaia di milioni di utenti.</p>
<h2><span style="font-size: medium;">Software update in progress&#8230; please, don&#8217;t wait!</span></h2>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/guardian_project.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-751" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" title="guardian_project" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/08/guardian_project-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a>“<em>It&#8217;s time for Skype”.</em> Così recitava lo slogan dell&#8217;ultima campagna di marketing lanciata solo un paio di mesi fa dalla divisione VOIP di Microsoft. Ed in effetti si, è vero. Anche per Skype è arrivato il tempo di dismettere quell&#8217;ultimo impalpabile brandello di ethos libertario dei primordi per vestire i panni del grande fratello.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma verrebbe da dire che è anche l&#8217;ora di cominciare a praticare alternative con cui mantenere un certo controllo sui propri dati personali. Se è vero che Skype ha ormai raggiunto una massa critica, tale da renderlo (almeno per ora) un servizio insostituibile nella nostra comunicazione quotidiana, è altrettanto vero che non mancano le opzioni per quanti desiderino mettersi al riparo dall&#8217;occhio elettronico di multinazionali e governi impiccioni. L&#8217;espansione del mercato degli smartphone segna sicuramente lo zenith di un&#8217;epoca ben descritta dal motto <em>“Privacy? You can have zero privacy!”. </em>Ma allo stesso tempo sembra aver ridato nuova linfa ai propositi <em><strong>cypherpunk</strong></em> di coloro che ambiscono ad escogitare soluzioni efficaci per aggirare le maglie, sempre più strette, del controllo in rete. Un esempio? <strong>Guardian Project</strong>, una comunità di hacker ed esperti di sicurezza il cui obbiettivo è quello di <em>«creare applicazioni e firmware open source modificato per telefoni commerciali, che possano essere usati in tutto il mondo, da chiunque voglia proteggere le proprie comunicazioni ed i propri dati personali da intrusioni e monitoraggi ingiustificati».</em></p>
<p align="JUSTIFY">A buon intenditor poche parole&#8230; purché siano criptate!</p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Approfondimenti</strong></span></span></p>
<ul>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://www.washingtonpost.com/business/economy/skype-makes-chats-and-user-data-more-available-to-police/2012/07/25/gJQAobI39W_story.html">Skype makes chats and user data more available to police</a>: l&#8217;articolo del Washington Post</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/1462-microsoft-skype-ultima-chiamata-per-il-mobile">Microsoft &#8211; Skype, ultima chiamata per il mobile</a>: sull&#8217;acquisizione di Skype da parte di Microsoft</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="https://www.computerworld.com/s/article/9059840/Have_German_cops_commissioned_Skype_hacking_Trojan_">Have German cops commissioned Skype-hacking Trojan?</a> : i cybercop tedeschi alle prese con Skype</span></li>
<li><a name="firstHeading"></a><span style="font-size: small;"><a href="http://wikileaks.org/wiki/Skype_and_SSL_Interception_letters_-_Bavaria_-_Digitask">Skype and SSL Interception letters &#8211; Bavaria – Digitask</a> : Wikileaks 1</span></li>
<li><a name="firstHeading1"></a><span style="font-size: small;"><a href="http://wikileaks.org/wiki/Skype_and_the_Bavarian_trojan_in_the_middle">Skype and the Bavarian trojan in the middle</a> : Wikileaks 2</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="https://www.eff.org/foia/foia-skype-surveillance">Skype surveillance</a>: il dossier dell&#8217;EFF sul monitoraggio di Skype da parte dell&#8217;FBI</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://cavallette.noblogs.org/2011/01/7197">Autodifesa internazionale contro la sorveglianza</a>: il manuale di difesa digitale diffuso dalla EFF durante la primavera araba e tradotto da Autistici/Inventati.</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sicurezza_tramite_segretezza">Sicurezza tramite segretezza</a>: una breve spiegazione</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://punto-informatico.it/3527209/PI/Commenti/insicurezze-skype-apre-alle-intercettazioni.aspx">Skype apre alla intercettazioni?</a> : un ottimo ed accessibile articolo tecnico di Corrado Giustozzi</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://expertmiami.blogspot.it/2012/05/skype-does-away-with-random-supernodes.html">Skype does away with random supernodes</a> : l&#8217;articolo di Kostya Kortchinsky</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/2330-">#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa</a>: la collaborazione di RIM con le autorità britanniche durante i London Riot dell&#8217;agosto 2011</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="http://blogs.skype.com/en/2012/07/what_does_skypes_architecture_do.html">What does Skype architecture do?</a> : la replica di Skype all&#8217;articolo apparso sul Washington Post</span></li>
<li><span style="font-size: small;"><a href="https://guardianproject.info/">GuardianProject.info</a>: il sito di Guardian Project</span></li>
</ul>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/08/02/pronto-skype-ti-ascolta/">Pronto? Skype ti ascolta</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;occhio elettronico di Washington sul movimento No War</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/07/17/locchio-elettronico-di-washington-sul-movimento-no-war/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2012 16:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[no war]]></category>
		<category><![CDATA[trenitalia]]></category>
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		<description><![CDATA[Washington sorvegliava in modo esteso il movimento No War italiano nel 2003. È quanto emerge da due cable pubblicati da Wikileaks in questi giorni. Tempismo perfetto. Quello a cui Wikileaks, nel bene e nel male, ci ha abituato negli ultimi mesi. A pochi giorni dalla sentenza della Corte di Cassazione sui fatti del G8 di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/07/occhio-elettronico.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-741" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" title="occhio_elettronico" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/07/occhio-elettronico.jpg" alt="" width="168" height="168" /></a>Washington sorvegliava in modo esteso il movimento No War italiano nel 2003. È quanto emerge da due cable pubblicati da Wikileaks in questi giorni.</em></p>
<p>Tempismo perfetto. Quello a cui Wikileaks, nel bene e nel male, ci ha abituato negli ultimi mesi. A pochi giorni dalla sentenza della Corte di Cassazione sui fatti del G8 di Genova, che ha confermato in via definitiva le condanne per gli imputati accusati di devastazione e saccheggio, l&#8217;organizzazione che fa capo a Julian Assange gioca le sue carte anche in questa partita, proprio quando i protagonisti di quella fase politica (definita impropriamente dal mainstream con l&#8217;abusatissima etichetta &#8220;no global&#8221;) tornano sotto la luce dei riflettori.</p>
<p>Due nuovi cable, inviati nel febbraio 2003 dall&#8217;ambasciata di Roma agli uffici del dipartimento di Stato, rivelano come Washington avesse messo sotto stretta ed estesa sorveglianza le comunicazioni di alcune delle realtà politiche animatrici della prima ondata del movimento No War. A turbare il sonno dell&#8217;ambasciatore Spogli e dei vertici dell&#8217;amministrazione Bush erano sopratutto le iniziative di <em>trainstopping</em>: azioni dirette di massa, praticate dal movimento con l&#8217;intento di fermare i “treni della morte”: quei convogli speciali che trasportavano materiale logistico ed equipaggiamento bellico statunitense destinato al teatro di guerra iracheno. Meno preoccupante veniva invece considerata l&#8217;opposizione dei sindacati confederali (<em>«abbaiano ma non mordono»</em>), bollata come <em>«simbolica e minimale»</em>.<span id="more-742"></span></p>
<p>Dai telegrammi citati però, non emerge quale istituzione abbia intessuto la rete di spionaggio nei confronti degli attivisti mobilitatisi per opporsi allo scoppio del secondo conflitto del Golfo. Fuori questione invece è la stretta collaborazione tra Washington e Roma, anche grazie alla collaborazione di Trenitalia. L&#8217;azienda ferroviaria infatti partecipava attivamente all&#8217;unità di crisi istituita dal ministero dell&#8217;Interno per predisporre un insieme di contromisure volte ad indebolire le iniziative del movimento. Una vicenda, quella delle iniziative di <em>trainstopping</em>, non priva di strascichi giudiziari: in diverse città italiane erano stati numerosi i militanti finiti sotto processo per essersi opposti attivamente alla guerra. E la stessa Trenitalia aveva <a href="http://www.autistici.org/ai/trenitalia/legaldocs.php">citato in giudizio il collettivo Autistici/Inventati</a> per aver ospitato sui suoi server <a href="http://www.autistici.org/zenmai23/trenitalia/">un sito fake</a> che accusava l&#8217;azienda di avere le mani sporche di sangue per l&#8217;appoggio prestato supinamente ai militari americani.</p>
<h5><span style="text-decoration: underline;">I cable di Wikileaks</span></h5>
<ul>
<li><a href="http://www.cablegatesearch.net/cable.php?id=03ROME810">Government Of Italy Has Handle On Trainstopping</a></li>
<li><code><a href="http://wikileaks.org/cable/2003/03/03ROME928.html">Italian Unions Bark, But Shouldn't Bite, On Military Transhipments</a></code></li>
</ul>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/07/17/locchio-elettronico-di-washington-sul-movimento-no-war/">L&#8217;occhio elettronico di Washington sul movimento No War</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sceriffi della rete e cyber-ronde</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 14:06:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[agcom]]></category>
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		<category><![CDATA[Santo Versace]]></category>

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		<description><![CDATA[In attesa del parere della Commissione Europea e della World Intellectual Property Organization (WIPO) sulla tanto discussa delibera AGCOM, in questi giorni è stata presentata in parlamento, da 19 deputati del Pdl tra cui Elena Centemero e Santo Versace , una proposta di legge “in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/09/Internet_-_Good_Or_Bad_da_Mikey_G_Ottawa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-597" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/09/Internet_-_Good_Or_Bad_da_Mikey_G_Ottawa-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" /></a>In attesa del parere della <strong>Commissione Europea </strong>e della World Intellectual Property Organization (<strong>WIPO</strong>) sulla tanto discussa <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/1962-server-is-too-busy-agcom-travolta-dalla-protesta-in-rete">delibera AGCOM</a>, in questi giorni è stata presentata in parlamento, da 19 deputati del Pdl tra cui Elena Centemero e Santo Versace , una <a href="http://www.camera.it/Camera/view/doc_viewer_full?url=http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/stampati/pdf/16PDL0051750.pdf&amp;back_to=http://www.camera.it/126?PDL=4549&amp;leg=16&amp;tab=2">proposta di legge</a> <em>“in  materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della  società dell’informazione e per il contrasto delle violazioni dei  diritti di proprietà </em><em>industriale operate mediante la rete interne”</em><em>.</em> Un disegno di legge identico a <a href="http://www.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/16PDL0051450.pdf">quello</a> presentato in estate dal leghista Fava (alla faccia del diritto d&#8217;autore!).</p>
<p>Si tratta di 2 articoli che vanno a modificare rispettivamente gli art. 16 (<em>Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – </em><em>hosting</em>) e 17 (<em>Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza</em>) del decreto legislativo n. 70 del 2003.</p>
<p>Nella  prima parte si obbligano i provider a rimuovere e disabilitare  l&#8217;accesso a risorse che violano il copyright o che promuovo il commercio  di marchi contraffatti, ma a differenza della normativa odierna a poter  “avvertire” il provider non sarà soltanto l&#8217;autorità competente ma “<em>qualunque soggetto interessato </em>”. <strong>Utenti propensi alla censura che si trasformano in cyber-ronde al servizio del diritto d&#8217;autore</strong>.  Tutto questo senza passare attraverso l&#8217;autorità giudiziaria e senza,  di fatto, la necessità, né la possibilità, di controllare l&#8217;effettiva  natura delle accuse prima di proseguire con la cancellazione, la  disabilitazione o il blocco dell&#8217;accesso.<span id="more-596"></span></p>
<p>La seconda parte che prevede la non responsabilità preventiva e, come da titolo, “<em>l&#8217;assenza dell&#8217;obbligo generale di sorveglianza</em>” è ancora più inquietante e al tempo stesso contraddittoria. Infatti il testo dell&#8217;articolo prevede la <strong>responsabilità civile e penale</strong> per il &#8220;<em>prestatore  che non abbia adempiuto al dovere di diligenza che è ragionevole  attendersi da esso e che è previsto dal diritto al fine di individuare e  prevenire taluni tipi di attività illecite</em>”, altro che assenza dell&#8217;obbligo di sorveglianza. Inoltre <strong>i provider per adempire al loro dovere di poliziotti della rete dovranno adottare filtri preventivi </strong>atti ad impedire l&#8217;accesso a contenuti illeciti e infine stilare delle vere e proprie <strong>liste di utenti recidivi a cui impedire l&#8217;accesso alle piattaforme o addirittura alla rete stessa</strong>, una sorta di <strong><a href="http://www.itespresso.it/tutti-i-numeri-di-hadopi-la-legge-dei-tre-colpi-53384.html">HADOPI</a> </strong>all&#8217;italiana.</p>
<p>Insomma  un ulteriore attacco ai diritti dei netizens nostrani e potere assoluto  nelle mani dei provider stimolati dalle lobbies. A preoccupare è  soprattutto la velocità con cui la proposta si sta muovendo, molto  probabilmente per fare da sponda alla delibera AGCOM <a href="http://punto-informatico.it/3231616/PI/News/agcom-enforcement-rimandato-novembre.aspx">prevista per novembre</a>.  Un duro colpo anche per l&#8217;e-commerce, in un momento in cui, tra manovre  lacrime e sangue, si vorrebbe far pagare i costi della crisi ai soliti  noti per difendere i profitti di pochi. La partita è ancora tutta  aperta, la posta in gioco altissima e le rivendicazioni delle piazze  virtuali non faranno altro che portare ulteriore rabbia e indignazione  in quelle piazze reali che già stanno scaldando i motori in vista del 15  ottobre e di un autunno-inverno che si preannunciano davvero molto,  molto caldi.</p>
<p><em>InfoFreeFlow (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/09/22/sceriffi-della-rete-e-cyber-ronde/">Sceriffi della rete e cyber-ronde</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/08/11/ukriot-cyberinsorti-ed-hacker-contro-la-polizia-diffusa/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 09:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Battleground]]></category>
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		<description><![CDATA[“If you see a brother&#8230; SALUT! If you see a fed&#8230; SHOOT!”: questo il monito infuocato di uno dei tanti messaggi rimbalzati nei giorni scorsi tra le messaggerie della Londra in sommovimento. &#160; Di pari passo col dilagare della sommossa nel tessuto metropolitano, da Peckham ad Oxford Circus, da Croydon ad Hackney, i quartieri londinesi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/bbm-london-riots-thumb-396x386-1036161.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-583" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/bbm-london-riots-thumb-396x386-1036161-300x292.jpg" alt="" width="300" height="292" /></a><strong><em> </em><em> “If you see a brother&#8230; SALUT! If you see a fed&#8230; SHOOT!”</em>:</strong> questo il monito infuocato di uno dei tanti messaggi rimbalzati nei giorni scorsi tra le messaggerie della Londra in sommovimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di pari passo col dilagare della sommossa nel tessuto metropolitano, da Peckham ad Oxford Circus, da Croydon ad Hackney, i quartieri londinesi si trasformavano in hashtag di Twitter; e con l&#8217;estensione dei disordini al resto del Regno i #tottenhamriots divenivano #londonriots fino ad ingigantirsi in #ukriots. Una cassa di risonanza enorme per gli insorti che hanno sfidato l&#8217;apparato altamente specializzato della MET, la polizia metropolitana in grado di contare sul panopticon orwelliano delle CCTV &#8211; le onnipresenti telecamere a circuito chiuso che fanno del regno insulare uno dei paesi più sorvegliati al mondo &#8211; e sul sistema cifrato di radiotrasmissione Airwave.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ma il cuore dell&#8217;organizzazione e del coordinamento delle azioni è stato il servizio di messaggistica gratuito BBM </strong>(BlackBerry Messenger, che gira esclusivamente sullo smartphone dell&#8217;azienda canadese RiM, uno dei più diffusi tra i teenager d&#8217;oltremanica),  la cui natura privata e pseudoanonima ha reso difficile l&#8217;opera di contrasto ai disordini; con lo scambio di informazioni e coordinate che avveniva attraverso messaggi individuali e “broadcast” da uno a molti, ripubblicati solo parzialmente o successivamente sugli altri social network.</p>
<p><span id="more-577"></span></p>
<p>Un&#8217;impotenza da parte delle forze dell&#8217;ordine resa evidente dagli arresti di tre teenager britannici, rei di &#8220;incitamento alla violenza&#8221; , attraverso i propri commenti su Facebook e Twitter. Ma se il network di Palo Alto si è rifiutato di sospendere gli account dei <em>rioters</em> davanti alle richieste in tal senso di Scotland Yard, tutt&#8217;altro discorso va fatto per la RiM: la quale si è dimostrata fin da subito prontissima alla collaborazione con le autorità di polizia, <strong>offrendo loro l&#8217;accesso alle chiavi di cifratura della messaggistica del BBM </strong>(allo stesso modo di quanto fatto lo scorso anno con le autorità degli Emirati Arabi Uniti e dell&#8217;Arabia Saudita, regimi in prima linea nella repressione della Primavera Araba e del proprio dissenso interno). Non solo, l&#8217;indisponibilità dell&#8217;azienda nella serata di mercoledì di confermare o smentire la possibilità di sospensione del servizio nell&#8217;area londinese ne ha fatto temere per ore l&#8217;imminente censura; <strong>un&#8217;eventualità inedita in occidente.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a name="firstHeading"></a>Una posizione presa di mira da più parti, a cui il colpo più duro è stato assestato dalla crew hacker TeaMp0isoN  (già nota per aver defacciato la pagina Facebook e diffuso gli archivi dei membri dell&#8217;English Defense League, organizzazione emergente nel panorama dell&#8217;estrema destra britannica): violato il blog ufficiale Inside BlackBerry, il gruppo ha provveduto a rilasciare un comunicato in cui si invitava l&#8217;azienda canadese a desistere dalla collaborazione con le autorità<strong> sotto la minaccia di rendere a loro volta pubblici indirizzi e riferimenti dei dipendenti di RiM stessa.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Va segnalato come i social network</strong> (“aperti” e “chiusi”) <strong>non siano stati solamente attraversati dal conflitto, ma anche dagli occhi sempre più numerosi degli organi della grande stampa:</strong> dai cronisti del Guardian e di BskyB accorsi sul BBM per richiedere interviste, a quelli della Reuters impegnati nella diretta via Twitter fino al nostrano Corriere della Sera; il cui direttore De Bortoli (da poco sbarcato sul network cinguettante) dopo aver lanciato l&#8217;appello ai propri lettori a commentare la giornata attraverso l&#8217;hashtag #londonriots ha composto a suo piacere un collage dei tweet prodotti, che ha trovato spazio anche nella versione cartacea del quotidiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dinamiche di crowdsourcing familiari alle forze dell&#8217;ordine britanniche, che non hanno esitato a servirsene nella caccia al wanted 2.0</strong>: nei giorni scorsi la MET ha riversato sulla rete una quantità di foto segnaletiche estrapolate dal sistema delle CCTV, pronte per essere sottoposte al vaglio di un esercito di spie e delatori attraverso le gallerie di Tumblr e Flickr &#8211; mentre collaudate reti di polizia diffusa come Crimestoppers hanno prontamente riconfigurato le proprie interfacce web per connettere al meglio i due terminali della reazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Chiamate alle armi che cercano di dividere la middle class britannica impoverita dalle rivendicazioni profonde degli insorti</strong>; e veicolate sotto altre forme e modalità anche da personaggi di spicco dello sport e della cultura come il calciatore Wayne Rooney (i cui eccessi glorificati dai tabloid di Murdoch evidentemente non possono valere per i comuni sudditi di sua maestà) e l&#8217; “artista ed attivista” Dan Thompson,  promotore dell&#8217;iniziativa #riotscleanup: l&#8217;invito a munirsi di scope e scoponi ed usarli per cancellare le tracce di un disagio ormai fattosi materialità nelle strade. La risposta di uno spicchio di comunità intrappolato nelle maglie mediali della rete conservatrice, o nel caso peggiore ad essa partecipe, e pronto ad occultare l&#8217;abisso sociale di Brixton lucidando le vetrine della Londra preolimpica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Infofreeflow per Infoaut</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/08/11/ukriot-cyberinsorti-ed-hacker-contro-la-polizia-diffusa/">#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Anonymous non da tregua a Vitrociset</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/08/03/anonymous-non-da-tregua-a-vitrociset/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 11:52:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Altre grane per la multinazionale italiana della difesa. Sullo sfondo una situazione economica tutt&#8217;altro che rosea, il mercato della sicurezza ICT, i suoi attori e la sua posta in palio. Sono state giornate frenetiche, avvicendatesi tra chat, blog e darknet, quelle intercorse tra la «dissociazione» di Anonymous dall&#8217;attacco al CNAIPIC e l&#8217;ormai noto defacciamento del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><em><strong>Altre grane per la multinazionale italiana della difesa. Sullo sfondo una situazione economica tutt&#8217;altro che rosea, il mercato della sicurezza ICT, i suoi attori e la sua posta in palio.</strong></em></p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/vitrociset_epicfail.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-567" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/vitrociset_epicfail-300x296.png" alt="" width="300" height="296" /></a>Sono state giornate frenetiche, avvicendatesi tra chat, blog e darknet, quelle intercorse tra la «dissociazione» di Anonymous dall&#8217;attacco al CNAIPIC e l&#8217;ormai noto defacciamento del sito di Vitrociset che tanta risonanza ha avuto sia nelle blogosfera nazionale sia nei maggiori organi di informazione (che hanno ripresa la notizia solo 48 ore dopo).</p>
<p>Il primo atto va in scena venerdì 29 luglio. Qualcuno prende il controllo del<a href="http://anonops-ita.blogspot.com/"> blog ufficiale di Anonymous Italia</a> cancellandone tutti i contenuti in esso presenti. Sulla bacheca rimangono solo alcuni frammenti di conversazione estrapolati dalla chat che è da sempre luogo di incontro degli hacktivisti. Le parole riportate sembrerebbero indicare un coinvolgimento del network degli anonimi italiani nell&#8217;attacco al CNAIPIC. Ma<em> “medium is the message”</em> ed il significato è chiaro. L&#8217;intenzione è quella di smentire <a href="http://www.news2u.it/wp-content/uploads/2011/07/anonymous-polizia.jpg">il comunicato diramato mercoledì 27 agosto</a> con cui Anonymous prendeva le distanze dall&#8217;attacco al Centro Nazionale Anticrimine Infromatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche. Se poi questa smentita arrivi dall&#8217;interno della comunità di Anonymous o per opera di un attore esterno non ci è dato saperlo. Comunque sia andata l&#8217;obbiettivo viene pienamente raggiunto: Anonymous Italia e LulzSec nel loro canale di chat indicano come loro <a href="http://anon-news.blogspot.com/">nuovo blog</a> lo stesso in cui stanno continuando le pubblicazioni dei leak del CNAIPIC. L&#8217;assunzione di responsabilità (diretta o indiretta) sembra essere confermata.<span id="more-571"></span></p>
<p>Breve intervallo e sabato 30 luglio ricominciano le danze. Intorno alle ore 16 viene violata la pagina web di <a href="http://www.vitrociset.it/index/">Vitrociset</a>, multinazionale italiana operante nei settori di difesa, trasporto, spazio e sicurezza.  Al posto dei progetti di homeland security commercializzati dall&#8217;azienda romana, campeggia  per circa un&#8217;ora <a href="http://anon-news.blogspot.com/2011/07/antisec-vitrocisetit-owned-opitaly.html">un comunicato</a> beffardo, recante in calce la firma di Anonymous e LulzSec. <em>«Una piccola scorribanda»</em> dicono le due sigle dell&#8217;hacktivismo nostrano. Un&#8217;azione volta a mettere in evidenza la scarsa competenza ed affidabilità di un&#8217;azienda che dovrebbe garantire l&#8217;operatività e la sicurezza di infrastrutture come <a href="http://roma.indymedia.org/articolo/21189">EDA, il network interpolizie di sua proprietà</a>.</p>
<p>A fare da corollario a questa vicenda una fugace battaglia scatenatasi su Wikipedia. Nelle ore immediatamente successive all&#8217;attacco alla voce Vitrociset dell&#8217;enciclopedia on-line fa mostra di se anche la notizia della violazione subita dall&#8217;azienda. Notizia più volte cancellata da <a href="http://matteoflora.com/2011/08/vitrociset-modifica-wikipedia-per-fare-sparire-attacco/">un indirizzo IP facente riferimento proprio a Vitrociset</a>. Una tira e molla durato qualche ora e terminato con la definitiva registrazione di quanto avvenuto sabato 30 luglio.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/vitrociset_t.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-569" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/vitrociset_t.jpg" alt="" width="297" height="91" /></a>Oltre al defacciamento della pagina vengono anche rilasciati <a href="http://pastebin.com/4LUxvUxN">account e dati personali</a> appartenenti a dipendenti e consulenti di Vitrociset. Poi il colpo di scena finale. Il sito, rimasto off-line per 72 ore, torna ad essere raggiungibile. Ma solo per una manciata di ore. Nella notte fra il 2 ed il 3 agosto Anonymous e LulzSec lo defacciano nuovamente lasciando <a href="http://anon-news.blogspot.com/2011/08/antisec-vitrocisetit-owned-part-ii.html">un messaggio che ha un tono a metà tra la burla e la sfida</a> <em>«Ehi Vitrociset! Ma ci siete o ci fate? CI SONO ANCORA FALLE NEI VOSTRI SISTEMI!!» .</em></p>
<p>Una pessima pubblicità per l&#8217;azienda di Eoarda Wessellosky e per i suoi <em>«alti standard di sicurezza ed affidabilità»</em>. Che va ad aggiungersi ad altre grane collezionate negli ultimi tempi.</p>
<p>Infatti, nonostante <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/84148/vitrociset_la_rete_interpolizie_non_in_vendita">nel suo ultimo comunicato</a> la società abbia genericamente parlato di dati positivi registrati nel semestrale, <a href="http://www.technapoli.it/wps/wcm/connect/aerospaziocampania/ita/homenews/notizie/vitrociset+chiude+il+bilancio+2010+in+forte+calo?stile=grande">il suo bilancio 2010 è in rosso</a>. A fronte di 170 milioni di euro di fatturato ne sono stati registrati circa 60 di perdite con conseguente cassa integrazione per 170 dei suoi 700 dipendenti (a tutt&#8217;oggi è aperta una vertenza sindacale in merito). Una brutta gatta da pelare per il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-03-23/scelta-bontempi-vertice-vitrociset-085520.shtml?uuid=AavSFoID&amp;fromSearch">nuovo amministratore delegato Antonio Bontempi</a>, il cui insediamento, avvenuto a marzo di quest&#8217;anno,  ha chiuso l&#8217;era di Tommaso Pompei, l&#8217;uomo che aveva guidato l&#8217;acquisizione di EDA e fatto entrare Vitrociset nella cordata CAI. Bontempi (il cui ultimo incarico risale a diversi anni fa come viceamministratore delegato di Alenia Marconi Systems, gruppo di Finmeccanica poi ribattezzato con il nuovo nome di Selex Sistemi Integrati) viene eletto per adempiere ad un chiaro mandato: quotare Vitrociset in borsa o venderne fondi e quote significative. Opzioni ambedue impossibilitate tanto dalla critica situazione economica profilatasi negli ultimi tempi quanto dall&#8217;interventismo della famiglia Crociani che sembra aver bloccato ogni interesse della comunità finanziaria.</p>
<p>Oltre a questo c&#8217;è da rilevare come i progetti di “Homeland Security” (commercializzazione e commesse di progetti per la “sicurezza nazionale”) di Vitrociset si trovino di fatto ad affrontare la concorrenza di Finmeccanica.</p>
<p>Il gruppo guidato da Guaraglino per diversi anni controlla un pezzo consistente dell&#8217;azienda nata nel 1992 dalla fusione di VitroSelenia e Ciset. Nel 2008 ne sostiene anche una prima ipotesi di ricapitalizzazione attraverso una robusta iniezione di liquidità (circa 70 milioni di euro). Poi con un colpo di teatro inatteso (conseguenza dell&#8217;ingresso di Vitrociset nella cordata CAI) decide di farsi da parte. Con la scelta di Finmeccanica di non esercitare i diritti di opzione sulla sua quota, detenuta attraverso la Selex Sistemi Integrati, l&#8217;intera ricapitalizzazione viene sottoscritta dalla famiglia Crociani.</p>
<p>Così mentre Vitrociset si assicura il controllo di EDA  per una cifra ridicola (28 milioni di euro) la quota di Finmeccanica scende dal 10% al 1,5%. Da qui la scelta di intraprendere una propria strada.</p>
<p>È <a href="http://www.selex-comms.com/internet/">Selex Communications</a> a tracciare la via cominciando ad implementare una rete radiomobile nazionale basata sullo standard TETRA in Veneto, Emilia Romagna, Basilicata, Campania, Calabria e parte del Piemonte nell&#8217;ambito del «Programma Interpolizie per una rete nazionale delle Forze di Polizia». <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/83148/tetra_in_lombardia_selex_vince_commessa_da_milioni">L&#8217;ultima commessa vinta dal gruppo di Finmeccanica risale al 25 maggio di quest&#8217;anno</a>. 20 milioni di euro sborsati dalla Lombardia per la creazioni di una centrale interforze di Protezione Civile in vista dell&#8217;expo 2015.</p>
<p>Uno slancio che sembra acquistare maggior vigore quando il 28 marzo 2011 <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/82190/elsag_datamat_e_selex_communications_via_alla_fusione">il consiglio di amministrazione di Finmeccanica da il via alla fusione</a> di due delle sue maggiori società nel settore dell&#8217;elettronica per la difesa e la sicurezza. Così il primo giugno dall&#8217;unione tra Selex Communications e Elsag Datamag – azienda  sui cui server, lo segnaliamo per dovere di cronaca, pende quella che è al momento l&#8217;unica ipotesi investigativa in relazione all&#8217;incursione al CNAIPIC – nasce <a href="http://www.selexelsag.com/internet/">Selex Elsag</a>. Oltre a mettere in atto la consueta sforbiciata al  personale <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/83013/fusione_elsagselex_cassa_integrazione_per_dipendenti">con 650 dipendenti su 7000 in cassa integrazione</a>,  l&#8221;operazione ha l&#8217;obbiettivo di <em>«creare un centro di competenza […] nel settore dell&#8217;ICT, della Sicurezza,dell&#8217;Automazione e delle telecomunicazioni»</em>. Insomma un nuovo polo del gruppo che andrà ad affiancarsi agli altri già esistenti. Ivi compreso ovviamente Selex Sistemi Integrati che opera nell&#8217;ambito dei grandi sistemi per la Difesa e l&#8217;Homeland Security.</p>
<p style="text-align: right"><em>InfoFreeFlow per Infoaut</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vedi anche</p>
<ul>
<li><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/07/26/anonymous-e-lulzsec-fanno-breccia-nelle-difese-del-cnaipic/">Anonymous 	e Lulzsec fanno breccia nelle difese del CNAIPIC</a></li>
<li><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/07/28/anonymous-ci-ripensa-vitrociset-tira-dritto/">Anonymous 	ci ripensa. Vitrociset tira dritto</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/08/03/anonymous-non-da-tregua-a-vitrociset/">Anonymous non da tregua a Vitrociset</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Anonymous ci ripensa. Vitrociset tira dritto</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 18:52:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri pomeriggio intorno alle 15 un colpo di scena ha sparigliato le carte in tavola sulla vicenda dell&#8217;attacco informatico al CNAIPIC che ha tenuto banco questa settimana. Sul blog ufficiale di Anonymous Italia è apparso un comunicato che ha negato qualsiasi responsabilità o coinvolgimento nella sottrazione degli 8 GB di documenti riservati dai server della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/07/euro-police.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-563" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/07/euro-police-300x213.png" alt="" width="300" height="213" /></a>Ieri pomeriggio intorno alle 15 un colpo di scena ha sparigliato le carte in tavola sulla <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/07/26/anonymous-e-lulzsec-fanno-breccia-nelle-difese-del-cnaipic/">vicenda dell&#8217;attacco informatico al CNAIPIC</a> che ha tenuto banco questa settimana. Sul blog ufficiale di Anonymous Italia è apparso <a href="http://anonops-ita.blogspot.com/2011/07/comunicato-ufficiale-anonymous-italy.html">un comunicato</a> che ha negato qualsiasi responsabilità o coinvolgimento nella  sottrazione degli 8 GB di documenti riservati dai server della polizia  postale. La presa di distanze è fortissima. Le mani che hanno vergato le  poche righe rilasciate in rete utilizzano un termine inequivocabile: «<em>dissociazione»</em>.</p>
<p>Difficile  capire cosa possa essere successo nelle ultime 48 ore all&#8217;interno del  frastagliato arcipelago degli anonimi. Certo è che quest&#8217;ultimo  comunicato arriva come un fulmine a ciel sereno. Ed è oggettivamente  indice di una pessima gestione politica e comunicativa dell&#8217;operazione  #antisec italiana. Impossibile non notare la discrepanza tra il livello  di comunicazione pubblica tenuto nei due giorni successivi all&#8217;attacco e  le pesanti parole del post pubblicato in bacheca ieri pomeriggio. I  messaggi sul blog, gli aggiornamenti del <a href="http://www.facebook.com/operation.payback.ita">profilo Facebook</a>, i tweet dell&#8217;account <a href="http://twitter.com/#%21/LulzSecItaly">LulzSecItaly</a> ed il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=4sXExamDniE&amp;feature=player_embedded">video</a> presentato sul canale Youtube fra lunedì e martedì, avevano fatto  pensare, se non ad un coinvolgimento diretto, quanto meno ad un supporto  alla crew (nome NKTW load) che afferma di aver bucato bucato i sistemi  di difesa della polizia postale.<span id="more-562"></span></p>
<p>Ma, fatto ancora più  singolare, mentre dal blog Anonops-Ita vengono cancellati i post  inerenti l&#8217;attacco, le release dei documenti sottratti al server dello  CNAIPIC stanno continuando. E vengono pubblicizzate sia dal medesimo  profilo Facebook attraverso cui era stato diramato il comunicato di  dissociazione, sia da un <a href="http://anon-news.blogspot.com/">blog</a> creato ad hoc questa notte a nome della “Legion of Anonymous Doom”.</p>
<p>Tutti  elementi che fanno pensare ad uno scontro, o forse una scissione, che  si sta consumando all&#8217;interno del network dei senza volto italiani dopo  gli avvenimenti di lunedì.</p>
<p>Nel frattempo proseguono gli  accertamenti della Postale che continua a mantenere un basso profilo su  quanto accaduto nei giorni precedenti. Le poche comunicazioni sono  affidate ad un <a href="http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/07/27/news/anonymous_si_dissocia_dall_attacco_al_cnaipic-19694064/">virgolettato</a> riportato da Repubblica denso di contraddizioni e non detti: pur  essendo al vaglio degli inquirenti unì ipotesi investigativa che sta  concentrando la sua attenzione su una società controllata da  Finmeccanica, la violazione dei server all&#8217;attuale non viene ancora ne  smentita ne confermata. Inoltre viene messa in dubbio l&#8217;autenticità di <em>alcuni</em> dei documenti resi pubblici ma non la loro totalità.</p>
<p>Ci sono però altri fatti ed attori che stanno emergendo a fare da corollario a questa vicenda. Sempre ieri pomeriggio <a href="http://www.vitrociset.it/index/">Vitrociset</a> (una delle principali società italiane nel comparto della sicurezza e  della difesa, controllata al 90% degli eredi di Camillo Crociani,  presidente di Finmeccanica negli anni &#8217;70 e coinvolto nello scandalo  Lockheed) <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/84148/vitrociset_la_rete_interpolizie_non_in_vendita">ha rilasciato alle agenzie stampa un comunicato</a> «<em>in riferimento ai recenti fatti di cronaca</em>». In esso viene precisato che Vitrociset <em>«non intende vendere alcun ramo di azienda, né tantomeno la </em><em><strong>Rete Interpolizi</strong></em><em><strong>e</strong> </em>(n.d.r: il grassetto è nostro)<em> entrata nel perimetro aziendale nel 2009 »</em>.  Si tratterebbe, prosegue il comunicato, di un asset strategico dell&#8217;azienda su cui sono stati fatti ingenti investimenti.</p>
<p>Pur nella necessità di gettare piena luce sul significato di tale dichiarazione, essa fa emergere come di fatto la <a href="http://www.vitrociset.it/index/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=294:rete-interpolizie&amp;catid=106:sicurezza&amp;lang=it">Rete Interpolizie</a> italiana, ovvero il network di coordinamento e comunicazione tra  Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, sia di fatto oggi in mano a  dei privati.</p>
<p>Lo stesso CNAIPIC d&#8217;altra parte nasce sotto la stella degli investimenti Vitrociset.</p>
<p>Anche  se la sua struttura romana viene inaugurata nel 2009, la storia del  Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle  infrastrutture critiche è più lunga. Ideato sull&#8217;onda del decreto Pisanu  nel 2005, opera per diversi anni nel totale vuoto normativo, privo di  risorse e finanziamenti. Solo le donazioni di Telecom e Microsoft, che  forniscono l&#8217;apparecchiatura operativa necessaria, gli permettono di  andare avanti.</p>
<p>Una situazione che si trascina fino al <a href="http://poliziadistato.it/articolo/15664/">23 giugno 2009</a> quando, sotto gli occhi di Maroni, Alfano e Letta, viene tagliato il  nastro delle nuove sedi romane situate in Tuscolana e Trastevere. Un  salto di qualità reso possibile solo dai capitali di Vitrociset.  L&#8217;azienda infatti, fra il maggio ed il giugno del 2009, <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/74471/vitrociset_acquisisce_eda_e_punta_al_business_dei_servizi_ict">acquisisce EDA</a> (società nata nel 2001 da uno spin-off di Ericsson ed avente come core  business l’offerta di servizi Ict per le imprese e la Pubblica  Amministrazione) dando nuovo slancio al progetto della Rete  Interpolizie.</p>
<p>Resta il fatto che il vuoto legislativo in  cui operava il CNAIPIC sembra protrarsi a tutt&#8217;oggi. L&#8217;iter normativo  previsto dal decreto Pisanu che, in diverse fasi, avrebbe dovuto portare  all&#8217;individuazione delle strutture critiche poste sotto la sorveglianza  della task force della polizia postale, non è mai andato in porto.  L&#8217;ultimo fumoso decreto ministeriale (che rinviava all&#8217;identificazione  di tali strutture ad un secondo momento) risale al 9 gennaio del 2008 e  porta la firma dell&#8217;allora ministro degli interni Giuliano Amato. Poi  più nulla.</p>
<p><em>InfoFreeFlow per Infoaut</em></p>
<p><em><br />
</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/07/28/anonymous-ci-ripensa-vitrociset-tira-dritto/">Anonymous ci ripensa. Vitrociset tira dritto</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>The Battleground</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 14:30:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno. 140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>John Perry Barlow <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/33969186053160960">ha affermato</a> che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.</div>
<p>140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-406" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A partire dall&#8217;esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all&#8217;interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.</p>
<p>Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.</p>
<p>Oltre a causare uno sconquasso geopolitico che sta rapidamente mutando il volto delle relazioni internazionali,<span style="text-decoration: underline"> l&#8217;esplosione delle rivolte sociali sulle coste del Mediterraneo ha visto un ruolo significativo della rete all&#8217;interno dei processi rivoluzionari dispiegatisi nell&#8217;area</span>. Nelle fasi insurrezionali e post-insurrezionali magrebine, Internet è emersa sia come dispositivo con cui lanciare l&#8217;attacco al potere costituito sia come strumento importante nella possibilità di costruzione di una società altra.</p>
<p>Ma per quanto ci riguarda è chiaro che questi fenomeni non possono e non devono essere guardati attraverso la rudimentale, puerile e spesso strumentale apologia che individua nei social media il carburante quando non addirittura (!!) la causa scatenante delle rivolte. Ci interessa invece, una volta di più, coglierne l&#8217;affascinante ambivalenza situata all&#8217;incrocio tra potenza e limiti della rete, dove in pochi click gli switch sociali instradano il flusso delle informazioni da un network all&#8217;altro.<span id="more-407"></span></p>
<h2>Tecnofan vs tecnorealisti</h2>
<p>L&#8217;articolo in cui Bernard -Henri Lévy sul Corriere sostiene che il motore della rivoluzione tunisina «non è stato evidentemente il proletariato» ma «gli internauti» equivale ad uno uno sputo impregnato di sugo d&#8217;aragosta in faccia al popolo tunisino. Forse impegnato a stendere l&#8217;ultimo numero della sua prestigiosa rivista, l&#8217;intellettuale francese ha scordato le centinaia di giovani che a vent&#8217;anni hanno deciso di ribellarsi contro un regime mafioso-clientelare scivolato sul crinale scosceso della crisi globale, versando il loro sangue sui selciati di Tunisi, Sfax, Kasserine e Sidi Bouzid. Solo per curiosità: da quando gli internauti sono diventati una classe sociale?</p>
<p>Che piaccia o meno agli opinionisti di mezzo mondo impegnati a sgomitare per ritagliarsi il loro pezzettino di notorietà sulle colonne di quotidiani, quella in corso in Nord Africa non è stata né la rivoluzione del pane né dei gelsomini. E tanto meno è stata la rivoluzione di Twitter, di Wikileaks o di Anonymous. «Cento di noi» diceva il movimento tunisino nei suoi forum on-line e nelle sue assemblee «non sono morti per una zolletta di zucchero o per Youtube».</p>
<p>Il propulsore reale delle rivolte degli ultimi due mesi non è la rete in se e per se, ma le masse scese in piazza per cui <span style="text-decoration: underline">l&#8217;uso della tecnologia</span> (pur con le debite differenze che si sono date tra Tunisia, Egitto e Libia) <span style="text-decoration: underline">può essere tutt&#8217;al più un coefficiente importante, ma certo insufficiente per dare sostanza al protagonismo ed alle istanze politiche radicali avanzate.</span></p>
<p>E a dire la verità lascia un po&#8217; interdetti questa meraviglia per l&#8217;improvvisa scoperta della rete come luogo di conflittualità: in parte perché questo avveniva da tempo (seppur in forme più acerbe), ma più in generale perché, come sostenuto già una decina d&#8217;anni fa da M.Castells,<span style="text-decoration: underline"> se nella società industriale la storia del movimento operaio non può essere separato dalla fabbrica come ambito organizzativo, quella dei movimenti odierni non può non vedere nella rete un luogo analogo.</span></p>
<p>Questo però non deve significare l&#8217;esaltazione acritica di uno strumento che ha fra le sue principali caratteristiche, come sostenuto dal giornalista Malcom Gladwell, quello di creare <strong>legami deboli</strong>. Legami sui quali è ben difficile pensare possano innestarsi le basi organizzative di movimenti insurrezionali scagliatisi contro feroci regimi dittatoriali di durata pluridecennale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Inoltre Internet, a dispetto delle affabulazioni propinateci nella sua fase aurorale, non ha mai livellato né uniformato le culture o i processi sociali. Attribuire ad un singolo fattore un cambiamento rivoluzionario di massa che si da l&#8217;obbiettivo di ridisegnare l&#8217;orizzonte futuro e presente, significa semplicemente ripescare una visione positivista della politica.</span>Una visione con cui poter ignorare comodamente, non solo il quadro ed il momento storico in cui tali cambiamenti emergono, ma più in generale, il fatto che tra sfera digitale e non digitale esistano tanto rapporti di interdipendenza quanto di assoluta specificità (definiti da Saskia Sassen come <strong>embricazioni</strong>). Senza avere la pretesa di delineare un insieme esaustivo dei coefficienti in gioco per comprendere la possibilità di utilizzo della rete all&#8217;interno di uno scenario di conflitto, possiamo comunque indicarne alcuni: qual&#8217;è il livello di alfabetizzazione informatica di una popolazione? Qual&#8217;è il livello di diffusione di internet in un paese? Che tipo di utilizzo viene fatto dei social network? Qual&#8217;è livello di sviluppo delle infrastrutture? Che cosa ci dicono i numeri relativamente sulla diffusione di cellulari e smartphone? Quali sono le caratteristiche demografiche di chi utilizza la rete? I servizi internet sono accessibili da un punto di vista economico? Qual&#8217;è il rapporto del regime politico con la sfera mediale? I network broadcast a chi appartengono? Che atteggiamento ha la classe politica dirigente verso i giornalisti locali e stranieri? Esistono realtà consolidate di mediattivismo e di sperimentazione delle nuove tecnologie?</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È necessario dunque considerare la combinazione di un certo numero di variabili, di fattori oggettivi e soggettivi, di interfacce sociali, di reddito e di genere frapposte tra i dispositivi e chi ne fa uso per comprendere le reali possibilità dispiegate delle tecnologia digitali.</span></p>
<p>Non stiamo ovviamente negando l&#8217;importanza della rete nelle rivolte che infiammano il Mediterraneo: vogliamo semplicemente sottolineare come il ruolo di Internet vada compreso in modo molto più approfondito di quanto sia stato fatto fino ad ora. Non è un compito che possiamo pensare di esaurire noi in poche righe. Qualsiasi ipotesi andrà necessariamente messa a verifica negli anni che verranno e sugli altri campi di battaglia su cui tutti e tutte noi combatteremo. Ma tracciare alcune delle tendenze che emergono dall&#8217;osservazione empirica, questo si, è possibile.</p>
<h2>Simboli, immaginario e contro-comunicazione</h2>
<p>Come qualche tempo fa ha scritto Bada Nasciufo in un <a href="http://www.infoaut.org/blog/editoriali/item/371-il-graphic-design-delle-rivolte">bell&#8217;editoriale su Infoaut</a>, la rete ha innanzi tutto veicolato simboli ed emozioni di cui una nuova soggettività internazionale, da Londra fino a Tunisi, si sta nutrendo.<span style="text-decoration: underline"> La circolarità di sentimenti e di saperi interconnessi nella sfera pubblica del Web è stata dirompente come non mai ed ha lasciato segni indelebili nell&#8217;immaginario collettivo globale.</span></p>
<p>Una riprova tangibile ne sono le reti internazionali attivatesi quando la censura del regime tunisino nei confronti del web si faceva più dura, o ancora durante il black out dell&#8217;internet egiziana. Quelli sorti non sono stati movimenti d&#8217;opinione ma reti di solidarietà attiva che, sfruttando l&#8217;hype scatenatosi attorno ad hashtag come <a href="https://twitter.com/infofreeflow/sidibouzid">#sidibouzid</a> o <a href="https://twitter.com/infofreeflow/jan25">#jan25</a>, hanno scagliato attacchi contro le agenzie governative dei regimi arabi responsabili della censura.</p>
<p>Grande è stata la creatività nel rispolverare dall&#8217;armadio tecnologie analogiche come modem a 56k, server <a href="http://www.xs4all.nl/%7Escorpio/egypt.txt">dial-up</a> per le chiamate internazionali o <a href="http://werebuild.eu/wiki/Egypt/Ham_radio">ponti radio</a> ed ancora più grande è stata la capacità di decentralizzare l&#8217;implementazione di servizi utili al popolo egiziano per dargli voce (anche se, è importante sottolineare, che quelle messe in campo sono state soluzioni tattiche dettate dall&#8217;emergenzialità del momento, oltre la quale l&#8217;utilizzo di queste tecnologie avrebbe avuto scarsa rilevanza).</p>
<p>Gli attori emersi hanno mostrato di avere la capacità di giocare con i media tradizionali, senza porsi in modo preconcetto nei loro confronti. Un esempio finora vincente <a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/427-we-are-anonymous">di cui abbiamo già parlato</a> è stato Anonymous. <span style="text-decoration: underline">La sua forza reale è stata quella di saper leggere la struttura dei media ed agirla.</span> Forza senza la quale i cortei virtuali prodotti tramite l&#8217;utilizzo del software LOIC sono un semplice esercizio tecnico, poco efficace perché incapace di mettere a nudo e colpire i punti deboli dell&#8217;avversario.</p>
<p>Nulla a che fare con la sapiente operazione di marketing lanciata dall&#8217;accoppiata delle meraviglie Google-Twitter che con <a href="https://twitter.com/speak2tweet">Speak2Tweet</a> ha provato a ritagliarsi un ruolo nella storia. Bando all&#8217;euforia degli entusiasti di Mountain View, a che serve un servizio di questo genere? È lento (bisogna ascoltarsi i messaggi), non prevede alcun tipo di indicizzazione dei contenuti, non presenta alcuna garanzia di affidabilità (chi ha lasciato il messaggio e perché?). Sarà senz&#8217;altro un patrimonio importante per gli storici un giorno ma l&#8217;utilità effettiva che può aver avuto per ora ci sfugge.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È abbastanza ovvio invece rimarcare come i social network abbiano contribuito a dare una copertura internazionale ampia e variegata degli eventi, ma questo è avvenuto con modalità ed intensità diverse a seconda dei contesti.</span> È valso in particolar modo per la Tunisia, un paese che a differenza dell&#8217;Egitto o della Libia riveste un&#8217;importanza geopolitica di secondo piano: le sue rivolte sono state infatti deliberatamente ignorate dal circuito internazionale mediatico fino a pochi giorni prima della caduta di Ben Ali. In Egitto tutto questo si è dato in modo diverso in particolar modo dopo la mossa poco lungimirante di Mubarak di chiudere la rete egiziana: da quel momento in avanti a farla da padrone è stata Al Jazeera che non a caso ha cominciato a subire attacchi fisici ed informativi (con il <a href="http://www.broadbandtvnews.com/2011/02/01/al-jazeera-claims-unprecedented-interference/">jamming</a> delle sue frequenze satellitari). Diverso ancora il caso della Libia dove sono emersi pochi profili Twitter in grado di diramare informazioni certe e dove la copertura mediatica resa possibile dal satellite è stata neutralizzata dall&#8217;oscuramento delle frequenze di Al Jazeera e delle reti telefoniche satellitari (una mossa rivolta chiaramente contro i giornalisti stranieri sul territorio, dato che il satellite rimane un mezzo di comunicazione ancora costoso e poco accessibile).</p>
<p><span style="text-decoration: underline">La capacità di diffusione dell&#8217;informazione in tempo reale</span>, oltre a svolgere una funzione documentale per l&#8217;opinione pubblica internazionale, <span style="text-decoration: underline">ha permesso di produrre anche una narrazione degli eventi contrapposta a quella televisiva dei regimi.</span> Quest&#8217;ultima è stata caratterizzata per aver giocato su uno dei piani più tradizionali della politica fatta comunicazione: con l&#8217;obbiettivo di dividere la piazza sia Ben Ali che Mubarak hanno tentato la carta del bastone (ovvero la minaccia verso chi protestava indicando al loro interno la presenza di non meglio prezzolati agenti stranieri) e della carota (elezioni entro sei mesi, dipartita dal potere entro pochi mesi, nuovi posti di lavoro, avvio di riforme). Il web e la piazza semplicemente non li hanno ascoltati e hanno contribuito a neutralizzare il discorso della rappresentazione televisiva contrapponendone una propria.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Oltre a questo va segnalato che la rete è stata anche uno strumento direttamente al servizio delle lotte sui territori.</span> In che misura questo sia avvenuto e quale rilevanza abbia davvero avuto lo potremo capire solo nei prossimi anni. Ma in Tunisia (un paese dove esistono fattori oggettivi come un forte sviluppo delle infrastrutture ed una profonda penetrazione di Internet all&#8217;interno di una popolazione giovane ed istruita) nella fase immediatamente post-insurrezionale <strong>Google Maps è stato utilizzato in modo collaborativo</strong> <a href="http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF&amp;msa=0&amp;msid=204429933743412451505.000499e53c5acb4ba7229">per mettere in atto pratiche di autodifesa dei quartieri</a>. Sono state infatti create mappe su cui segnalare istantaneamente la presenza degli squadroni della morte dell&#8217;RCD ed altre minacce. Inoltre le reti cellulari mobili permettevano di conoscere in <em>real-time</em> gli spostamenti della polizia, gli andamenti dei cortei ed i resoconti degli scontri che simultaneamente infiammavano varie località del paese.</p>
<h2>Un altro modo di dire Facebook</h2>
<p>Abbiamo già spiegato quali sono i motivi che ci spingono a dissentire profondamente con la visione positivista ed acritica che identifica il mezzo con il movimento stesso o con la causa scatenante delle rivolte. Specularmente però, <span style="text-decoration: underline">quanto accaduto negli ultimi mesi ci induce a dubitare in misura sempre maggiore della prospettiva teorica che continua ad individuare i social network commerciali esclusivamente come dispositivi omologanti che tendono a polverizzare la comunicazione sociale, come un&#8217;arma di distrazione di massa o uno strumento di annientamento della privacy di gruppi ed individui.</span></p>
<p>Certo meccanismi e dispositivi come la <strong>viralità dell&#8217;informazione</strong>, la possibilità di accedervi in<strong>mobilità</strong>, la creazione di insiemi relazionali, il <strong>data-mining</strong>, il <strong>tagging</strong> e la <strong>geoidentificazione</strong>, sono ovviamente pensati ed implementati dalle grandi multinazionali per renderci produttivi e mettere a valore ogni nostra singola attività nel quotidiano privandoci di possibilità di riservatezza.</p>
<p>Ma l&#8217;utilizzo di questi strumenti è ormai evidente che non si da solo lungo questa direttrice. <span style="text-decoration: underline">Quando un&#8217;intelligenza politica ha avuto la necessità di immaginarne una torsione (pur restando aderente e non estraniandosi alle logiche con cui essi sono stati costruiti) l&#8217;ha fatto producendo forme di partecipazione distribuita.</span></p>
<p>Lo stesso intreccio dei piani spaziale e temporale che finora abbiamo conosciuto come sinonimo di sfruttamento e precarietà, del lavoro infinito e del consumo coatto di informazione, negli ultimi due mesi ha assunto anche un altro significato: quello di una possibile auto-organizzazione e militanza globale, ancora tutta da costruire, in via di definizione e non scevra di contraddizioni, ma resasi comunque manifesta sotto diverse spoglie.</p>
<p>Proporre un&#8217;ipotesi di questo tipo ovviamente non significa affermare che la tecnologia non è ne buona ne cattiva o che sia diventata improvvisamente un terreno neutro su cui muoversi in totale libertà. Significa piuttosto rilevare che l&#8217;ambivalenza che la caratterizza è stata messa a nudo al di fuori delle nicchie specialistiche ed elitarie che pure hanno verso queste tematiche un approccio critico ma spesso esclusivamente etico.</p>
<p>Tutti ormai sappiamo che non può esistere né privacy, né sicurezza né controllo dei propri dati all&#8217;interno di un social network come Facebook. Tutti ormai sappiamo che questo ci rende suscettibili di sorveglianza e di ritorsioni politiche da parte dei governi contro cui lottiamo (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=252&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">la stessa EFF ha sentito la necessità di riaffermarlo con forza in pieno black-out egiziano</a>).</p>
<p>Sopratutto però hanno dimostrato di saperlo i movimenti nord africani che hanno deciso di andare oltre a questo problema, sentendo la necessità di stabilire un equilibrio tra la dinamica repressiva ed il mantenimento di una presenza forte e ramificata in un luogo che a ragione hanno visto come fondamentale. L&#8217;uso di TOR, delle VPN e di altri sistemi di elusione dei dispositivi di censura è salito alle stelle (<a href="https://blog.torproject.org/blog/measuring-tunisian-tor-usage">grafico 1</a> - <a href="https://blog.torproject.org/blog/recent-events-egypt">grafico 2</a>). E questo, una volta di più, non fa che mettere in evidenza un fatto che ciclicamente si ripete da un punto di vista storico, ovvero che <em>è nei momenti di lotta che i soggetti scoprono nuovi bisogni, necessità e desideri su cui innestano processi di alfabetizzazione e creatività.</em></p>
<p>C&#8217;è da chiedersi in sintesi: è così lontano dalla realtà ipotizzare che l&#8217;utilizzo conflittuale del digitale in Nord Africa, da cui ne sono emersi limiti e potenza, non abbia come ricaduta, in Africa ma anche qui in Occidente, l&#8217;innesco di una nuova riflessione culturale e politica verso la rete ed i rapporti di forza che la attraversano?</p>
<p>In questo senso qualcosa già si è mosso in Tunisia. Visto il ruolo centrale che ha avuto la rete nelle mobilitazioni non è privo di senso attendersi che la sensibilità e l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica locale verso tematiche inedite come l&#8217;accesso ai dati, i diritti digitali o quello alla privacy sarà fortissima (ed infatti il governo ad interim ha dovuto immediatamente rimuovere i blocchi della censura web e si è impegnato a garantire la libertà d&#8217;espressione dei cittadini tunisini, particolarmente su Internet). Ma non solo. Con una lettera indirizzata a Mark Zuckerberg firmata da diversi attivisti e blogger viene riconosciuto a Facebook «<em>un ruolo non trascurabile nella circolazione delle informazioni riguardanti gli eventi in Tunisia</em>». Allo stesso tempo però vi si afferma che <em>«questi dati, rilasciati su Facebook, appartengono ugualmente al popolo tunisino»</em>. Dunque per la sua importanza storica la nuvola di informazioni delle lotte tunisine non può essere considerata proprietà esclusiva di un&#8217;azienda privata, ma è percepita come patrimonio presente e futuro di una nazione in costruzione, e per questo ne viene richiesta la piena accessibilità. Una prima rivendicazione che, pure nella sua formalità, è radicale<span style="text-decoration: underline"> perché va a mettere in discussione uno dei principi cardine dell&#8217;economia e del potere di Facebook</span>: l&#8217;enclosure che blinda i dati creati dagli utenti. Una prima crepa nel muro dorato che recinta il social network di Palo Alto? Certo a farlo crollare non sarà una semplice lettera. Ma le richieste in essa avanzate affondano le loro radici in un processo rivoluzionario in divenire. E questo le carica di attrattiva e mordente ben più di quanto ne potrebbero mai avere diaspore senza meta o suicidi di massa di qualche migliaio di avatar.</p>
<h2>Governamentalità in rete: dalla censura al consenso</h2>
<p>Ma le rivolte tunisine, egiziane e libiche ci dicono altro ancora. Ci parlano degli scenari presenti e futuri delle guerre di informazione, della miopia dei regimi arabi abbattuti e della loro incapacità di comprendere il vero potere che scorre impetuoso nelle sovrapposizione tra reti sociali e tecnologiche.</p>
<p>Può sembrare strano ma, a nostro avviso, in questi scenari non sarà affatto la censura a farla da padrone. O almeno non solo. Continuare a produrre articoli con mappe colorate ed interattive dove segnalare i paesi o i siti più censurati al mondo, in un futuro molto prossimo potrebbe essere un&#8217;operazione giornalistica buona giusto per un post su Wired.it</p>
<p>Il blackout dell&#8217;internet egiziana, ha destato profonda impressione nell&#8217;opinione pubblica internazionale. Di fronte agli occhi di un pubblico globale il detto secondo cui «<em>Internet reagisce alla censura come se questa fosse una disfunzione tecnica</em>» è stato letteralmente sbriciolato. Tanto meglio perché era solo un lascito residuale di un epoca tramontata da un pezzo. Una diceria che non rendeva giustizia della complessità su cui oggi si articola e si stratifica la governance globale dell&#8217;informazione. <span style="text-decoration: underline">Nessun protocollo vi garantirà mai la libertà se dall&#8217;altra parte governi ed autorità statali hanno dimostrato di poterne neutralizzare l&#8217;efficacia in qualsiasi momento.</span> Chi oggi continua a raccontare questa favoletta per bambini è un ingenuo che ancora non si è scrollato di dosso le suggestioni della prima internet. Oppure vuole continuare a tenervi lontani dalla partecipazione attiva facendovi credere che un click di mouse, un software o un file di configurazione possano sostituire la politica.</p>
<p>Al di la del comprensibile clamore suscitato (un evento storico senza precedenti), lo switch-off predisposto dal regime di Mubarak o il sistema di censura Ammar404 sono semplicemente l&#8217;emblema di approccio politico arretrato alla regolazione dei flussi d&#8217;informazione. E per i popoli insorti e vittoriosi, non possiamo che rallegrarcene.</p>
<p>Il buio in cui è caduta l&#8217;infosfera egiziana non ha sortito nessuno degli effetti che l&#8217;autocrate del Cairo si prefiggeva di raggiungere. Anzi, i suoi risultati sono stati controproducenti.</p>
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<ul>
<li>Ovviamente le manifestazioni ed i cortei non hanno subito nessun contraccolpo di particolare portata.</li>
<li>Per di più la risonanza avuta da questo fatto ha rafforzato la determinazione dei network di attivismo internazionale, che prontamente si sono mossi per ridare voce al popolo egiziano attraverso l&#8217;utilizzo di tecnologie analogiche.</li>
<li>Inoltre con questa sua mossa disperata il regime ha ulteriormente deteriorato la sua proiezione internazionale mettendo in serio imbarazzo gli alleati a stelle e strisce (dopo che negli ultimi anni la macchina da guerra comunicativa della Casa Bianca aveva a più riprese messo sotto accusa la censura cinese).</li>
<li>A questo si aggiunga che il blocco della rete non ha comunque impedito una copertura internazionale degli eventi grazie ai satelliti di Al Jazeera (e non a caso Gheddafi intuendo il pericolo ha cominciato a sabotarne le frequenze <a href="http://en.ammonnews.net/article.aspx?articleNO=11489">prima ancora</a> della caduta del suo omologo egiziano). Copertura senza la quale, non abbiamo dubbi, lo spargimento di sangue sarebbe stato molto più cruento.</li>
<li>Infine i costi economici sono stati tutto meno che trascurabili. <a href="http://blogs.forbes.com/parmyolson/2011/02/03/how-much-did-five-days-of-no-internet-cost-egypt/">Le prime stime provvisorie si attestavano intorno ai 90 milioni</a> di dollari ma c&#8217;è chi sostiene che la cifra finale sia <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-12357694">destinata a lievitare</a>.</li>
</ul>
</div>
<p>Tutto questo è indice e segno tangibile della mancanza di una qualsivoglia strategia politica volta a gestire le comunicazioni digitali. Anche <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/26673/Egitto%2C+Vodafone%3A+costretti+dal+governo+a+mandare+sms+pro-Mubarak">l&#8217;invio di migliaia e miglia di SMS</a> per chiamare la manifestazione del 2 febbraio a favore del regime è espressione di un colpo di coda menato alla cieca per istinto di sopravvivenza. Troppo tardi, quando tutto era ormai perduto.</p>
<p>E più in generale esprimono una visione arretrata del potere. Un potere che viene immaginato da chi lo esercita esclusivamente come autorità nei confronti degli individui e non come rapporto sociale costruito. Un potere che si muove a senso unico, incapace di percepirsi al di la della violenza e della coercizione che non pensa a di puntellare le sue fondamenta grazie alla produzione di discorso e consenso. Un potere che mentre traccia barriere esterne ed innalza muri di byte sembra non aver minimamente afferrato quello che è la vera potenzialità delle reti. <span style="text-decoration: underline">Che non è quella di trasportare informazioni ovunque ed a velocità stratosferica, ma di fare e disfare una fiducia da cui saper trarre legittimazione politica.</span></p>
<p>I regimi nord-africani crollati su di loro hanno dimostrato di non comprendere che nell&#8217;epoca delle reti, in una società altamente globalizzata ed informatizzata dove la circolazione dell&#8217;informazione è una delle architravi del capitalismo, rallentare o bloccare completamente i flussi di dati è uncosto più che un vantaggio.</p>
<p>Altrove invece questo lo si è capito. La Cina, <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/07/12/disorganici-google-o-gli-attivisti-cinesi/">spesso raccontata dalla prospettiva universalistica dei media occidentali</a> come esempio più barbaro di censura e negazione dei diritti civili, ha saputo dispiegare il suo potere ben al di la della creazione di avamposti cyber-militari posti a guardia del suo perimetro digitale informativo (l&#8217;arcinoto Great Firewall) ma ha saputo immaginare la rete come luogo di condivisione degli scopi e dei fini ultimi del sistema.</p>
<p>Simone Pieranni nei suoi “<a href="http://www.china-files.com/home.php">China Files</a>” ci ha <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-vi-prego-sul-web-cinese/">ben spiegato</a> che la sorveglianza sulla rete cinese è in effetti resa agevole dal fatto che gli utenti cinesi si colleghino ad Internet da quelli che sono i tre principali gateway del paese. È vero anche che esiste un cosiddetto “esercito dei 50 cents” (dalla paga oraria corrisposta) composto da migliaia di persone che setacciano i social media segnalandone i contenuti proibiti o moderando le discussioni.</p>
<p>Questo però non sembra preoccupare particolarmente la stragrande maggioranza degli internauti dello sterminato impero asiatico. Sia perché le barriere virtuali predisposte da Pechino sono facilmente aggirabili grazie all&#8217;utilizzo di un qualsiasi proxy ma sopratutto perché in pochi sentono la necessità di accedere alle pagine di Facebook perennemente bloccate.</p>
<p>L&#8217;ufficio della Propaganda cinese negli anni ha creato tutta una serie di omologhi locali «armonizzati» dei social media occidentali con le stesse funzionalità. All&#8217;interno di queste piattaforme hanno luogo quelle che sono le attività più classiche delle piattaforme nostrane. Anche al dissenso (purché innocuo) viene lasciato spazio. Anzi, i protagonisti virtuali del “Bagaglino” locale con la loro comicità che punge il potere senza metterlo in discussione, riescono addirittura a diventare delle star chiamate a tenere <em>lectio magistralis</em> nelle università di Pechino.</p>
<p>Insomma, a fronte di una possibile minaccia rappresentata dalla libertà che Internet permette, le autorità del paese hanno pensato di conciliare il controllo dei flussi di informazione con «la distribuzione gratuita di oppiacei virtuali».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È <strong>anche</strong> in questo modo che il partito continua a mantenere una presenza costante all&#8217;interno della vita della popolazione, immaginando la tecnologia digitale nella sua maggior espressione politica, ovvero nel condizionamento della vita, delle abitudini e delle attitudini relazionali.</span></p>
<p>L&#8217;aver compreso la commistione tra flusso libero di informazioni e capillarità dei media sociali, <a href="http://blog.ilmanifesto.it/chipsandsalsa/2010/08/31/la-marcia-virtuale-verso-lo-stato-armonioso/">ci racconta invece Matteo Miavaldi</a>, non ha portato solo alla creazione di social network caratterizzati dal più utopistico degli ideali cinesi (ovvero l&#8217;armonia) dove imbrigliare l&#8217;interattività in un entertainement dalla tradizione epica. Non è solo un luogo dove si mettono in scena le prove generali di una società modello caratterizzata dalla felice convivenza tra persone a cui fa da contraltare il ruolo delle autorità illuminate che si occupano di tutto il resto. <span style="text-decoration: underline">Questo dispositivo di propaganda soft è infatti anche un enorme macchina mangia soldi, tanto che QQ, il clone autarchico di Twitter, è fra i primi 10 al mondo indicizzati da Alexa Rank.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline">Il potere a rete</span> dunque non è semplicemente una forma di sorveglianza o un uso della forza messo in atto da un agente di controllo trascendente collocato al di fuori dal sociale (come è stato nel caso dell&#8217;Egitto o della Tunisia). <span style="text-decoration: underline">Esso invece è un processo continuo di costruzione della legittimità che si dispiega collocandosi all&#8217;interno dei luoghi politici presenti nella società, amalgamandosi ad essa e perpetrandone l&#8217;ordine.</span></p>
<p>Mubarak e Ben Ali hanno pensato che la rete servisse per giocare a guardie e ladri mentre <span style="text-decoration: underline">nell&#8217;era dell&#8217;informazione i flussi informativi non si combattono erigendo muri, ma creando altri flussi di comunicazione o deviandone il corso nel proprio frame di senso.</span></p>
<h2>Illusione o realtà?</h2>
<p>Se la veicolazione di simboli e delle emozioni ad essi connaturate è stata una delle principali funzioni dei social network durante le insurrezioni del risveglio arabo, nulla vieta (come abbiamo visto nel caso della Cina) che questo meccanismo possa diventare uno strumento straordinario nelle mani dei governi e della repressione.</p>
<p>Come <a href="http://www.rferl.org/content/interview_morozov_internet_democracy_promotion/2284105.html">Evgeny Morozov ha sottolineato</a> (ma anche molti altri prima di lui),<span style="text-decoration: underline"> se i social network possono avere un&#8217;utilità per sondare gli umori dell&#8217;infosfera a fini commerciali (pensate ai<em>trending topics</em> di Twitter) cosa impedisce di farne un uso speculare per fini di sorveglianza politica?</span></p>
<p>Ma la rete può anche essere usata per distruggere fiducia e legami all&#8217;interno di un gruppo sociale.<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;insignificanza materiale del simbolo e delle informazioni con cui esso viene costruito hanno anche da questo punto di vista ricadute estremamente concrete.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><em>Real time non significa realtà.</em></span> Un social network come Twitter, dati i meccanismi che lo governano, si presta anche ad essere un luogo particolarmente florido per mettere in campo vere e proprie operazioni di disinformazione o di “netwar”. Questa strategia viene definita dalla Rand Corporation come «<em>l&#8217;insieme delle attività poste in essere per disturbare, danneggiare, o modificare ciò che una determinata popolazione conosce o crede di conoscere a proposito di se stessa o della realtà circostante</em>».<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;obbiettivo è l&#8217;opinione, la mente, le emozioni del nemico ed esso viene raggiunto agendo capillarmente sulla fiducia che una popolazione ha nei suo canali di comunicazione.</span></p>
<p>Già in passato avevamo sottolineato come i processi di formazione delle opinioni su Twitter siano analoghi a quelle delle convenzioni di Wall Street, per le similitudini nel loro funzionamento con i meccanismi dell&#8217;economia finanziaria. Il social network di Biz Stone pur essendo uno strumento di informazione eccezionale ed in tempo reale, è allo stesso tempo una delle espressioni più compiute della comunicazione fondata su convenzioni ed automatismi. Cosi come accade nel mercato finanziario gli utenti puntano all&#8217;informazione che gli altri considerano buona (come un&#8217;azione in rialzo o una news particolarmente retwittata). <a href="http://gigaom.com/2011/01/19/twitter-is-a-great-tool-but-what-happens-when-its-wrong/">Ma cosa succede quando qualcosa va male?</a> Cosa accade quando un&#8217;informazione falsa viene immessa nel circuito tecnologico e neurale di Twitter? Spesso si producono hype che sfuggono ad ogni logica e ad ogni forma di controllo e sono in grado di propagare veri e propri turbini di disinformazione e panico a cui possono involontariamente partecipare anche profili particolarmente influenti a cui spesso prestiamo attenzione.</p>
<p>A causa della natura del social network in questione (un flusso ininterrotto, distribuito ed asincrono di informazioni) e del fatto che non esista una funzione di correzione dei tweet inviati, tutto questo può accadere con facilità. Ed è accaduto anche al di fuori di scenari concitati e confusi come quelli magrebini. A dicembre dopo la sparatoria in Arizona contro la deputata della camera Gabrielle Giffords, a distanza di diverse ore dall&#8217;accaduto su Twitter continuavano a circolare ricostruzioni false degli avvenimenti nonostante gli stessi media mainstream avessero a loro volta rettificato le versioni iniziali diffuse. Per usare le parole di Mathew Ingram: <em>«When a mistake get distributed, there&#8217;s no single source that can send out a correction»</em>. Non solo: in alcuni contesti per lo più dominati dalla scarsità informativa (e quindi dalla difficoltà di prefigurare scenari di medio-lungo termine) può addirittura convenire a tutte le parti in causa alimentare una convenzione falsa &#8211; come accaduto in passato con la speculazione al rialzo sullo sviluppo della New Economy, la storia si è ripetuta con il presunto dilagare dei focolai ribelli nei primi giorni della rivolta segnalato dall&#8217;account twitter del Libyan Youth Movement e largamente retwittato &#8211; che da un lato ha galvanizzato i rivoltosi rispetto ad un fenomeno molto più contenuto, ma dall&#8217;altro ha beneficiato i sostenitori del regime, sottovalutati nella loro reale forza.</p>
<p>Queste considerazioni ci fanno tornare immediatamente ad alcuni eventi tunisini accaduti a ridosso della caduta di Ben Ali. Innanzi tutto a tratti non è mancata una certa confusione dovuta al fatto che molti tweeter in segno di solidarietà con la rivolta hanno modificato la loro collocazione, rendendo più complessa la ricerca di tweet (raffinabile proprio utilizzando criteri geografici). In secondo luogo nella notte del 12 gennaio proprio su Twitter si sono diffuse false voci in merito ad un colpo di stato militare in Tunisia. Anche grossi snodi della comunicazione di movimento (come Nawaat, Takriz ed SBZ_news) hanno dato credito a questi <em>rumors</em>. Rilevatane l&#8217;infondatezza la mattina seguente, chi aveva commesso l&#8217;errore si è affretto a scusarsi pubblicamente mentre molti utenti reclamavano a gran voce che fossero diffuse solo notizie effettivamente confermate. Il rischio in essere era che in quelle ore cruciali, vedendo venir meno il suo ruolo di intermediario credibile nella ricostruzione degli eventi, “l&#8217;infrastruttura molle” di tweeters tunisini perdesse molta della credibilità accumulata fino a quel momento, perdendo la fiducia che era riuscita a conquistarsi.</p>
<p>Dopo la caduta del regime invece, in misura sempre maggiore hanno cominciato a spuntare come funghi account twitter in sostegno all&#8217;RCD e a Gannouchi o che esprimevano la necessità che un certo livello di censura tornasse ad essere presente in rete.</p>
<p>Le realtà del movimento tunisino hanno capito come <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">Ammar404</a> fosse ancora presente in rete, non sotto le vesti del censore, ma con l&#8217;intento di diffondere panico e terrore.</p>
<p><em>«Tunisian cyber police using zombie accounts on facebook to spread misinformation on how ghannouchi isn&#8217;t that bad&#8230; loosers.»</em></p>
<p>Anche i profili Facebook sono stati utilizzati contro i soggetti più in vista della cyber-rivolta. Recentemente è stato aperta una pagina Facebook contro Takriz, una delle realtà storiche del mediattivismo tunisino. Oltre a diffondere video falsi e foto degli attivisti di Takriz, montare accuse di affiliazione alla CIA, battere la grancassa della propaganda pro RCD e seminare disinformazione svolgendo un ruolo complementare a quello di Neesma TV (la televisione di Berlusconi e del nipotino di Bourguiba) questa pagina è anche un punto di organizzazione dei lealisti di Ben Ali. Attraverso questa sono stati lanciati <em>storm</em> di segnalazione a Facebook della pagina di Takriz. Ad un momento prestabilito centinaia di cani da guardia del vecchio regime si riuniscono sulla piattaforma di Zuckerberg e cominciano a mandare segnalazioni agli amministratori perché chiudano la pagina di Takriz in quanto colpevole di incitamento alla violenza. <span style="text-decoration: underline">Una modalità organizzativa molto simile a quella di un netstrike.</span></p>
<p>Così come i social network possono essere tanto un formidabile mezzo di informazione o uno strumento di disinformazione, allo stesso modo possono moltiplicare l&#8217;immaginario o evirarlo. Se chiedete a qualcuno “Qual&#8217;è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla rivoluzione egiziana?” molti probabilmente risponderebbero Piazza Tahrir (che non a caso è divenuto uno degli hashtag più diffusi proprio su Twitter). Eppure questa rappresentazione univoca rischia di dare un&#8217;immagine eccessivamente parziale di quanto avvenuto sulle strade egiziane prima e dopo il 25 gennaio. La repressione non è stata solo quella degli sgherri che a dorso di cammello brandivano scimitarre e bastoni per terrorizzare i manifestanti ma è stata anche quella delle fucilate alla schiena dell&#8217;esercito contro i rivoltosi di Suez. La ribellione non è stata solo quella di chi pacificamente e con ostinazione a deciso di piantare la tenda per giorni e giorni fino alla caduta del regime ma è anche quella di chi si è scontrato con la polizia strada per strada. <span style="text-decoration: underline">È lecito chiedersi allora quale portato storico potrebbe lasciare questa fotografia con i bordi tagliati di netto sia nell&#8217;immediato futuro politico del nuovo Egitto, sia nell&#8217;immaginario di tutti i movimenti globali che sempre di più in queste ore guardano al divampare del fuoco nordafricano ed arabo.</span></p>
<p>Continuando l&#8217;analogia con il mercato finanziario ed utilizzando le parole di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) : «<em>L&#8217;illusione è diventata realtà. E più reale diventa più accanitamente la vogliono</em>».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Anche questo è il Battleground, il vostro ed il nostro campo di battaglia.</span></p>
<p>Un luogo dove non c&#8217;è divisione fra partecipazione civile e militare. Dove a tempo di 140 caratteri si smontano LOIC e si limano hashtag. Dove bisogna tanto sfuggire alla censura quanto saper dirottare lo scorrere furioso dell&#8217;informazione nell&#8217;intersecarsi vasto e pulsante di reticoli neurali, fisici e tecnologici che innervano le reti sociali sparse ai quattro angoli del globo.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/">The Battleground</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>We are anonymous!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 14:06:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/02/we_are_anonymous.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-398" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/02/we_are_anonymous-300x173.jpg" alt="" width="300" height="173" /></a></p>
<p>Uno degli attori che è definitivamente emerso da questi due mesi di conflittualità diffusa in rete a cavallo tra la vicenda Wikileaks e le insurrezioni sulle coste del mediterraneo è senza ombra di dubbio Anonymous. Sono tanti i segni che lo indicano: per l&#8217;hashtag <strong>#anonymous</strong>, Twitter, il termometro della rete, segna sempre temperature altissime.  Per il Guardian on-line Anonymous è diventato <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/anonymous">una categoria</a> del settore tecnologia. I suoi nemici hanno predisposto una serie di contromisure per prevenirne le azioni: Microsoft ha inserito LOIC &#8211; il   software utilizzato da migliaia di utenti per effettuare gli attacchi di DDOS (Distribuited Denial Of Service) contro una pluralità di obbiettivi – nella sua lista di virus, l&#8217;FBI ha stilato <a href="http://punto-informatico.it/3078674/PI/News/anonymous-alla-porta-fbi.aspx">40 mandati di perquisizione</a> per riuscire a dare un volto ai senzavolto e le polizie europee <a href="http://punto-informatico.it/3078108/PI/News/uk-arrestati-cinque-anonymous.aspx">hanno arrestato qualche sedicenne</a> da esibire come trofeo asserendo: «È lui la mente».<span id="more-400"></span></p>
<p>Certo a pochi giorni dall&#8217;avvio di <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=352">#OpItaly</a> (la cui <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=400">seconda portata</a> verrà servita questa domenica alle ore 15 in contemporanea con le manifestazioni delle donne e sempre contro il sito governo.it) risulta essere difficile comprendere le caratteristiche di questo attore basandosi esclusivamente sui resoconti ufficiali diffusi dalle gazzette di quotidiani e network televisivi italiani. Nell&#8217;edizione delle 18.30 di domenica 6 febbraio Studio Aperto ha apertamente sbeffeggiato gli anonymous per non essere riusciti ad atterrare completamente il sito del governo italiano. Nessun agenzia di stampa ha minimamente fatto riferimento al ruolo avuto da questa sigla nelle rivolte tunisine ed egiziane (tracciando invece un nesso circoscritto all&#8217;immagine di Wikileaks e di Assange, proprio nei giorni in cui prende vita il processo di demolizione dell&#8217;immagine pubblica dell&#8217;hacker australiano). Repubblica si è spinta un po&#8217; più in la (per motivi evidentemente strumentali) e ha giocato a confondere le acque, accostando l&#8217;immagine di Anonymous ad un attacco effettuato contro l&#8217;infrastruttura informatica del Nasdaq, eseguito con modalità e finalità che nulla hanno in comune con le operazioni di cui il network dei senza volto si è reso protagonista. Al limite del ridicolo sono state le dichiarazioni dei dirigenti della Polizia Postale che hanno sbandierato ai quattro venti la preparazione dei cybercop italiani nell&#8217;affrontare la <em>minaccia</em>. Dopo aver sostenuto di essere venuti a conoscenza dell&#8217;attacco intercettando le comunicazioni del gruppo (in realtà #OpItaly era stata lanciata pubblicamente intorno al 20 gennaio con tanto di sondaggio telematico per la scelta dell&#8217;obbiettivo, al fine di permettere una partecipazione diffusa anche nella sua progettazione) hanno immediatamente sottolineato che nessun furto di dati personali era stato portato a termine (un risultato eccellente se si tiene conto che MAI le operazioni pubbliche di Anonymous hanno avuto questo intento). Curioso il fatto che questo tipo di dichiarazioni venga puntualmente diffuso da diversi mesi a questa parte dopo ogni azione portata avanti da Anonymous.</p>
<p>Curioso ma tutto sommato facile da capire se si scruta appena sotto il pelo dell&#8217;acqua. Come al solito è necessario decifrare le immagini che i media di regime diffondono per comprendere la finalità che li anima. Che nel nostro caso è quella di sospingere Anonymous in un collaudato segmento di marginalità deviante: quello della criminalità informatica, della rappresentazione del gruppo clandestino di hacker in combutta con i “terroristi” di Wikileaks (<em>ipse dixit</em> Sarah Palin). Una rappresentazione assolutamente parziale, e non solo perché gli attivisti di Anonymous <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-06/gruppo-hacker-anonymous-legitto-154409.shtml?audio&amp;uuid=AabCbB6C">rilasciano dichiarazioni</a> ed intrattengono rapporti con i media (cosa che difficilmente farà mai la Russian Business Network), non solo perché inscenano <a href="http://www.youtube.com/watch?v=1fu3Yr829SM&amp;feature=iv&amp;annotation_id=annotation_236729">manifestazioni pubbliche</a> nella real-life (se ancora questa categoria può essere utilizzata in senso dicotomico rispetto alla vita in rete), non solo perché difficilmente si può parlare di Anonymous come organizzazione <em>tout court</em> , ma perché gli strumenti, le pratiche, le modalità di organizzazione i comunicati fanno pensare a tutt&#8217;altro.</p>
<p>Ad ogni modo precisiamo fin da subito che non siamo qui per intessere lodi ne fare apologie. Avventurarsi nella disamina dietrologica (che pure impazza negli ultimi mesi) è solitamente il sintomo di una malattia comunemente chiamata idiozia,  e ugualmente dare letture organiche ed onnicomprensive in questo caso non è possibile. Semplicemente vogliamo mettere in evidenza alcuni degli aspetti che più ci hanno colpito: in particolar modo la capacità che questa sigla ha dimostrato nel riuscire a creare immaginario, nel veicolare una visione sia in merito alle trasformazioni che stanno coinvolgendo la rete sia sul ruolo che la rete potrebbe darsi nei processi di trasformazione dell&#8217;esistente.</p>
<h2>Non solo hacker</h2>
<p>Più che un organizzazione vera e propria Anonymous è un brand (o se preferite un logo) costruito riformulando icone di consumo culturale (l&#8217;immaginario del fumetto “V per Vendetta” poi venuto alla ribalta grazie all&#8217;omonima produzione cinematografica ed il romanzo “Fight Club” di Chuck Palahniuk poi trasformato in un film da David Fincher),  dotate di profonda trasversalità e facilmente riconoscibili e riproducibili (alcune maschere di V erano presenti anche domenica 6 febbraio a Villa San Martino).</p>
<p>Non senza ragione si può ritenere che Anonymous, al momento della sua genesi, avesse alle spalle un piccolo gruppo ristretto maggiormente organizzato, sicuramente composto da hacker che sanno il fatto loro, ma anche (e sopratutto diremmo noi) da soggetti che conoscono profondamente il funzionamento del circuito mainstream ufficiale e le tecniche con cui far circolare l&#8217;informazione in rete.  Un gruppo che in un primo momento può aver formulato delle linee guida sulle modalità di azione da seguire, le quali però, possono essere facilmente apprese, replicate e riprese in mano da una moltitudine di gruppi locali di qualsiasi nazionalità e territorio (cosa che effettivamente sta accadendo).</p>
<p>La comunità che che si sta coagulando attorno all&#8217;identità a maglie larghe che pazientemente viene intessuta filo dopo filo, non è un santuario di hacker della prima ora. O almeno non solo. Al contrario essa sembra ispirata da un principio ordinatore in cui tutti sono necessari e possono avere un ruolo indipendentemente dalle<em> skills</em> informatiche che si possiedono. Grafici, moderatori di forum, ideologi, portavoce che gestiscono il rapporto con i media, amministratori di sistema e procacciatori di news (datevi un&#8217;occhiata all&#8217;account Twitter <a href="https://twitter.com/anonymousirc">AnonymousIrc</a>: sforna notizie di notevole interesse e da una copertura dei media globali a tempo record). Non serve insomma essere Kevin Mitnick per prendere parte alla vita del gruppo. Anzi, il mito dell&#8217;hacker solitario e geniale è qualcosa che appare in contrapposizione alla capacità di inclusione del marchio Anonymous.</p>
<p>I media (o almeno la loro stragrande maggioranza) a volte con un certa miopia, a volte con un certo opportunismo, identificano il fenomeno esclusivamente con gli attacchi portati avanti contro diversi obbiettivi. Molte bene. Accontentiamoli e partiamo anche noi dalla punta dell&#8217;iceberg, riproponendoci di scendere però fino ai fondali su cui poggia, tentando una disamina più accurata. Con una doverosa premessa: gli Anonymous si dotano di una combinazione di strumenti tecnologici e comunicativi in grado di sortire una pluralità di effetti che non si esauriscono con un down temporaneo di un sito internet.<br />
L&#8217;idea degli attacchi di <a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/DDOS#Distributed_attack">DDOS</a> e la modalità distribuita con cui vengono messi in atto non ha nulla di originale da un punto di vista tecnico. Si tratta di un riadattamento della pratica del <a href="http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=Netstrike">netstrike</a> le cui origini risalgono agli anni &#8217;90. In Italia erano diventati uno strumento  ed una pratica diffusa nella scena del mediattivismo (il primo netstrike venne lanciato da Strano network nel 1995 come forma di protesta nei confronti degli esperimenti nucleari francesi nell&#8217;atollo di Mururoa). Il funzionamento è semplice: ad un momento prestabilito centinaia o migliaia di persone cominciano e connettersi simultaneamente al server di un sito web tentando di saturane la capacità di banda e rendendolo inaccessibile per diverse ore. Tanto i netstrike di allora quanto i DDOS di oggi vengono considerati da chi li pratica come una forma di blocco stradale o un sit-in di fronte ad un obbiettivo. Ed esattamente oggi come allora questo tipo di pratica non mira a produrre danni fisici all&#8217;infrastruttura prescelta (vi sfidiamo a indicarci un comunicato che affermi il contrario), ma oltre a renderla inaccessibile per qualche tempo, <em>permette di ottenere una forte visibilità mediatica, generando dibattito sul problema che si voleva mettere in luce.</em></p>
<p>Gli attacchi effettuati da Anonymous negli ultimi tempi però possono contare su tutta una serie di coefficenti in grado di renderli assai efficaci sotto diversi punti di vista.</p>
<p>Prima di tutto va presa in considerazione la semplicità e la grande utilizzabilità degli strumenti con cui questi vengono portati avanti. <a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">LOIC</a> è un eseguibile che richiede semplicemente di essere installato (praticamente su qualsiasi sistema operativo) e può essere utilizzato senza che sia necessaria alcuna particolare abilità. Allo stesso tempo il software in questione (con buona pace di Microsoft) non inietta virus e non è neppure particolarmente raffinato o dotato di chissà quale potenza di fuoco. Effettivamente è improprio utilizzare il termine DDOS per definire gli attacchi di cui stiamo parlando. Come ha <a href="http://owni.eu/2010/12/17/the-anonymous-wikileaks-protests-are-a-mass-demo-against-control/">giustamente sottolineato Richard Stallman</a>, esprimendo un parere in merito, il DDOS solitamente configura una tecnica d&#8217;attacco che si basa sull&#8217;uso di botnet, ovvero estese  reti dormienti di computer zombie (infettati ad insaputa del proprietario) attivate ad un dato momento dall&#8217;attaccante nei confronti di un bersaglio. Nel nostro caso invece sono gli anonymous stessi che decidono di mettere a disposizione le loro risorse, la loro banda, i loro computer per inscenare una manifestazione di massa.</p>
<p>Le piattaforme utilizzate per organizzare, coordinare e preparare gli attacchi sono per lo più servizi commerciali ad ampia diffusione e non darknet, magari capaci di garantire un forte livello di anonimato, ma spesso molto lente e scarsamente accessibili per chi non è dotato di un minimo conoscenze tecniche. Servizi che fanno della semplicità d&#8217;uso il loro motto, e che chiunque per un motivo o per l&#8217;altro ha utilizzato (o può facilmente imparare ad utilizzare).</p>
<p>Apparentemente la scelta degli anonymous di situare i loro<em> rendez-vous</em>, i loro punti di ritrovo, su piattaforme di questo genere (come Google, Yahoo, Twitter o Facebook) appare come una vulnerabilità, un motivo di debolezza. Tutta la loro infrastruttura di organizzazione e comunicazione è in effetti completamente nelle mani di soggetti privati, in grado di esercitare un potere assoluto nel recinto informatico di loro proprietà. La mossa però pare calcolata sotto diversi profili. <strong>Primo</strong>: la grande acessibilità che queste piattaforme permettono ed a cui già abbiamo fatto cenno. <strong>Secondo</strong>: la rimozione di account Twitter, profili Facebook, blog, forum e servizi di varia natura è una contromisura di scarsa efficacia di per se, dato che questi servizi hanno fra le loro caratteristiche principali quella di propagare in modo virale l&#8217;informazione. E&#8217; facile sostituirli in breve tempo ricreando la rete di relazioni che si aveva in precedenza. <strong>Terzo</strong>: se cavalcato in modo adeguato un atto repressivo di questo tipo (magari effettuato su larga scala) è motivo di ulteriore visibilità ed allo stesso tempo rappresenta un danno di immagine per quelle imprese che, dopo aver costruito la loro identità su valori come la libertà di informazione, si ritrovano ad interpretare il ruolo di censori. Insomma questa scelta rende possibile su un ampio palcoscenico l&#8217;emersione delle contraddizioni tra il vero volto dei giganti del capitalismo informazionale e l&#8217;ideologia che essi propugnano per motivi strumentali a fine di marketing e creazione dell&#8217;immagine. Quella stessa immagine, quell&#8217;incarnazione di un concetto che oggi è parte integrante del valore di un&#8217;azienda. Questo d&#8217;altra parte spiegherebbe i non pochi imbarazzi in cui Facebook e Twitter erano incappati a dicembre dopo gli attacchi effettuati contro Mastercard e Visa, quando a gran voce la Casa Bianca richiedeva la rimozione delle pagine da cui tali attacchi erano coordinati.</p>
<p>Nonostante questo pare che gli anonymous non siano degli sprovveduti e sappiano che questo gioco si può rompere: avvertono la potenza ma anche la vulnerabilità di questo tipo di scelta, tanto da aver lanciato con piglio strategico un <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=376">progetto di sperimentazione per lo sviluppo di reti decentralizzate</a>. Ancora una volta questo dimostra che, come spesso accade storicamente, <em>i processi di alfabetizzazione non sono frutto di un impostazione etica verso un problema, ma derivano dalla necessità pratica di risolverlo in un momento di lotta</em>. Pragmatici ed in grado di guardare lontano, non c&#8217;è che dire.</p>
<p>Anche i DDOS si muovono lungo una direttrice mediatica con risultati efficaci, portando all&#8217;attenzione di milioni di spettatori le motivazioni ideali che ne sono all&#8217;origine. Giocando sulla contrapposizione <em>«Loro hanno le armi, noi abbiamo i computer»</em> gli anonymous affermano di non amare il disordine sociale, ma sembrano essere perfettamente consci che per la società in rete bloccare la circolazione delle informazioni è un atto d&#8217;insubordinazione rilevante. Gli attacchi nei confronti di Mastercard o Visa non hanno influito di per se sul funzionamento delle transazioni on-line, né hanno causato danni di alcun tipo ai sistemi che le gestiscono. <em>Rappresentano però un atto di riprogrammazione dell&#8217;immagine che queste società si danno nel network globale</em>, sottolineandone il ruolo di complicità nel tentativo di affondare Wikileaks, colpevole agli occhi del grande pubblico solo di aver fatto emergere il volto più oscuro ed imbarazzante del potere.</p>
<p>Allo stesso tempo quando il marchio Anonymous lancia in grande stile le sue operazioni determina  un livello di attenzione che indirettamente ha un ruolo nella riuscita degli attacchi, nutrendosi di un coefficente psicologico comunemente chiamato&#8230; <em>curiosità</em>. Quando, come è accaduto questa domenica in Italia, la notizia viene rilanciata dal complesso mediatico, centinaia di migliaia di curiosi provano a loro volta ad accedere al sito posto sotto attacco per verificarne l&#8217;efficacia. Così facendo partecipano involontariamente alla saturazione di banda del server remoto.</p>
<p>Eppure anche nel momento in cui Anonymous per necessità si produce in azioni dal sapore più marcatamente hacker <em>non rinuncia mai a mettere al centro del suo discorso la comunicazione ed un certo gusto per la spettacolarità</em>. Dopo il pandemonio di dicembre l&#8217;azienda di sicurezza informatica statunitense HBGary, su impulso del FBI si era messa sulle traccie degli anonymous, e negli ultimi giorni era arrivata a sostenere pubblicamente di averne individuato il nocciolo duro e di essere pronta a rivelarne (leggi vendere a peso d&#8217;oro) l&#8217;identità alle autorità statunitensi. <a href="http://www.p2pnet.net/story/48686">La risposta non si è fatta attendere ed è stata semplicemente devastante</a>. L&#8217;attacco messo in atto contro contro i server della HBGary non ha comportato questa volta un DDOS. Dopo essere penetrati nei sistemi di sicurezza dell&#8217;azienda ed aver sottratto e-mail, documenti riservati ed il codice sorgente di molti dei prodotti di sicurezza firmati HBGary gli anonymous che hanno fatto? Li hanno rivenduti alla concorrenza per autofinanziarsi? Hanno iniettato codice malevolo nel software HBGary? Nient&#8217;affatto. Li hanno pubblicati in rete e, come cigliegina sulla torta, hanno violato l&#8217;account twitter di uno dei dirigenti durante il Superbowl.<br />
<em>“Was it mentioned that #<a href="http://search.twitter.com/search?q=Anonymous"><span style="color: #0000ff"><strong>Anonymous</strong></span></a> obtained source code of HBGary security products? No, well it is so. What a disaster. #<a href="http://search.twitter.com/search?q=GameOver"><span style="color: #0000ff"><strong>GameOver</strong></span></a><a href="https://twitter.com/HBGaryPR">HBGaryPR</a></em> @<span style="color: #0000ff"><strong><br />
</strong></span><br />
Già. <strong>Game over</strong>. Perché per un azienda di sicurezza informatica subire un incursione di questo genere non può che significare una sola cosa: perdere di fronte a tutto il pianeta la faccia, il capitale reputazionale accumulato e chiudere i battenti. Non è l&#8217;incursione in se che produce questo effetto ovviamente. <em>È il fatto che tutto il mondo lo sappia</em>. Ma è chiaro pure che gli anonymous con questa azione spettacolarmente congegnata hanno voluto mandare una serie di messaggi in altre direzioni. <strong>Prima di tutto</strong> hanno rassicurato gli attivisti che ne formano la larga comunità, messa sotto pressione dopo gli arresti perpetrati da diverse polizie negli ultimi mesi. <strong>In secondo luogo</strong> hanno lanciato un chiaro avvertimento a chiunque in futuro possa pensare di mettersi contro di loro e sfidarli. <strong>Infine</strong> hanno alimentato ancora una volta la loro immagine agli occhi del mondo, che non è certo quella del vandalismo informatico a cui i media ci vorrebbero abituare, ma è quella di silenziosi combattenti della rete che, sapendo quali tasti toccare, riescono ad innescare con le loro gesta una reazione a catena.<br />
Attenzione però. Anonymous non è solo un icona che si limita a produrre dibattito nell&#8217;opinione pubblica internazionale per mettere sotto pressione i governi mondiali. Certo, accade anche questo come è stato nel caso dell&#8217;<a href="http://www.anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=374">Operazione Tharir</a>, dove il lancio di un tweetstorm verso gli account di Barack Obama e della Casa Bianca ha contribuito a suo modo a far si che quella piazza continuasse ad essere il centro del mondo. È anche una rete formidabile di solidarietà ed attivismo internazionale che durante le insurrezioni tunisine ed egiziane ha messo a disposizione conoscenze, e risorse tecniche come proxy, fax, VPN e tutta una serie di altri strumenti utili per permettere alle popolazioni locali di riprendere in mano il filo della narrazione digitale senza essere tracciati dagli sgherri informatici di regime.  Di più. L&#8217; <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=118">#OpTunisia</a> si è spinta fino a <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=171">mettere sotto scacco i sistemi di posta elettronica governativi</a>, con il chiaro intento di portare il caos fra le fila dell&#8217;establishment di Ben Ali. Ed in momenti di crisi che rischiano di mettere a repentaglio un potere ventennale una mail che arriva con dieci minuti di ritardo può fare la differenza sia sulla piazza che nel palazzo.</p>
<h2>Essere Anonymous!</h2>
<p>Ma la cifra del valore comunicativo delle tattiche di Anonymous, la sua sintesi più completa ce la regala una lettura dello schema con cui vengono cesellati i loro comunicati, che pur essendo soggetti a variazioni stilistiche e formali a seconda del momento in cui vengono stilati si articolano fondamentalmente in tre passaggi.</p>
<p><strong>L&#8217;incipit</strong> è un messaggio chiaro alle istutuzioni dello stato teatrodella crisi  attenzionata in quel dato momento da Anonymous. Ne vengono denunciati i crimini, le malefatte, le iniquità senza dimenticare gli alleati o i responsabili diretti ed indiretti (a loro volta capi di stato o alleati regionali ed internazionali) che con la loro complicità o acquiscienza ne hanno permesso la protrazione. Così facendo gli anonymous (che amano definirsi &#8220;vigilanti della rete&#8221;) si ritagliano un ruolo di sorveglianza nei confronti del potere.</p>
<p><strong>Nel secondo passaggio</strong> gli anonymous, invece che porsi come postulanti, dettano richieste precise: porre fine a tali crimini. Se le loro condizioni non verranno rispettate sanzioneranno il soggetto interessato (sia esso uno Stato, un governo o una grande compagnia) entrando in azione e dando vita ad azioni di rivolta, autodifesa e sabotaggio in senso lato.</p>
<p><strong>Infine</strong> il comunicato tende a concludersi con due differenti forme di appello. Da una parte Anonymous si rivolge ai cittadini coinvolti in tale crisi facendo sentir loro che una rete di solidarietà internazionale si sta muovendo per appogiare la loro causa, invitandoli però allo stesso tempo a prendere in mano il loro destino. Da un altra invita i “cittadini del mondo” ad unirsi alla sua lotta. <strong>«Join Us!»</strong>, l&#8217;arruolamento è aperto e fra le fila della legione sotto l&#8217;ombrello del loro “banner of resistance” tutti possono partecipare alla lotta, senza distinzioni di razza, sesso o religione. Una lotta dell&#8217;umanità intera dove non si è spettatori passivi ma dove bisogna scegliersi un ruolo nel campo di battaglia della storia. Fa da corollario una citazione ad effetto (da Keny Arcana a Ghandi) e l&#8217;immancabile logo situato in alto a destra che richiama quello delle nazioni unite. Che non è un mero detour o uno sberleffo. <em>Esprime un carattere di ufficialità, quasi fosse un messaggio diplomatico P2P ovvero da pari a pari e non tra oppressori ed oppressi.</em></p>
<p>Qual&#8217;è il link fra questi 3 passaggi?<em> L&#8217;essere Anonymous</em>. Tutti possono mettere in atto opera di sorveglianza nei confronti del potere per renderlo trasparente (<em>«Noi vediamo te, ma tu non vedi noi. Non dimentichiamo. Siamo ovunque, siamo Anonymous»</em>). Tutti possono scagliarvisi contro quando questo non rispetta le regole (<em>«Ti possiamo colpire in qualsiasi momento e non sai da che parte arriveremo. Non perdoniamo. Siamo Ovunque. Siamo Anonymous»</em>). Tutti possono unirsi a questa battaglia. (<em>«Siamo sempre di più. Siamo una legione. Siamo Ovunque. Siamo Anonymous»</em>).</p>
<p>Non si è Anonymous (o almeno non solo) perché si è anonimi o non rintracciabili in rete, ma <em>si è Anonymous perché tutti possono esserlo ovunque ed in qualsiasi momento</em>. E questa condizione oggi non esprime più un livello di atomizzazione o subordinazione. Subisce una torsione radicale.<em> E diventa potenza.</em></p>
<h2>Limiti e sfide per il futuro</h2>
<p>Tenendo assieme lo zero e l&#8217;unità, l&#8217;immediato e l&#8217;infinito Anonymous è riuscito ad emergere come attore credibile sul palcoscenico della governance mediale globale.</p>
<p>Questo però non devono indurci a dimenticare i limiti insiti nella sua formulazione distribuita e P2P, né tanto meno le sfide che sarà chiamato ad affrontare nel prossimo futuro.</p>
<p><em>La capacità di inclusione del linguaggio che esso esprime ne rappresenta la forza ed al tempo stesso la debolezza</em>: si tratta di contenitori enormemente ampi (libertà, diritti fondamentali, diritti umani, libertà di informazione) che, scontando la mancanza di un ambito di discussione più continuo, riflessivo e programmatico rispetto a quelli offerti dalla piattaforma di Anonymous (in cui la parte del leone la fa la comunicazione istantanea e non vincolante della chat), possono certo tradursi in catalizzatori delle emozioni e delle passioni dei cyber-rivoltosi con cui fondersi nella narrazione conflittuale operata dal diluvio dei post in tempo reale, ma allo stesso tempo rischiano di riprodurre le contraddizioni tutte politiche della rete balcanizzata.</p>
<p>Se infatti nella realtà, chiedendoci cosa significhi &#8220;diritto fondamentale&#8221; per uno statunitense e cosa per un cinese, potremmo ipotizzare (semplificando brutalmente e forse eccessivamente) che per il primo il concetto si avvicini più alla tutela dell&#8217;autorealizzazione individuale mentre per il secondo alla preservazione della stabilità sociale, non possiamo pensare che &#8211; in assenza di una prospettiva internazionalista tutta da costruire &#8211; ciò non si rifletta sulle loro modalità di protesta in rete.</p>
<p>E nemmeno che la comunicazione sulla piattaforma Anonymous sia impermeabile alla viralità dei messaggi provenienti dal mainstream rispetto alla &#8220;rivoluzione di google-twitter-facebook&#8221; (che assumono un sapore post-coloniale, se come si diceva in precedenza quelle stesse multinazionali sembrano tutt&#8217;altro che sorde alle richieste censorie dei governi occidentali &#8211; vedi il caso wikileaks ) ed alle considerazioni politiche (<em>«portiamogli la democrazia, così avranno libere elezioni e potranno eleggere un buon presidente»</em> &#8211; nel momento in cui la crisi politica della democrazia occidentale e la radicalità delle forme di contropotere espresse nel Maghreb autorizzano a battere tutt&#8217;altre ipotesi di autogoverno). Insomma, occorre tenere presente le possibili dinamiche di strumentalizzazione di questi contenuti che se riempiti di qualsiasi significato, non declinato in modalità più specifiche <em>rischiano di non averne più alcuno o magari di essere dirottati verso qualcosa che Anonymous non è</em> (e questo vale allo stesso modo anche per le sue modalità di organizzazione liquide).</p>
<p>Inoltre Anonymous nasce e si sviluppa a cavallo di un&#8217;epoca di transizione per internet ed i suoi comunicati, dove sovente esiste un riferimento alle originarie libertà che la rete era stata in grado di dischiudere al momento del suo processo di massificazione (pur con tutte le innegabili contraddizioni che questo processo aveva determinato) sembrano indicare una percezione ed una preoccupazione diffusa all&#8217;interno della comunità relativamente a tali trasformazioni. Dopo l&#8217;era del rame (la convergenza di tecnologie digitali e telefoni), anche quella dell&#8217;ADSL sta per fare il suo tempo, pronta a lasciare il passo a quella del mobile. Un&#8217;era di cui le infrastrutture non sono state ancora finanziate e, non abbiamo dubbi, che presenterà  un conto salato agli utenti della rete. <em>La fine della net neutrality insomma avvierà processi di depotenziamento della rete in quanto luogo di organizzazione della politica e di produzione culturale: è una sfida li dietro l&#8217;angolo che ci aspetta, ed anche chi si sente Anonymous non potrà sottrarvisi.</em></p>
<p>Infine non si può non tener presente che <em>gli scenari di conflitto non sono e non devono essere interpretati come panorami statici  ma come funi tirate ed in movimento da affrontare con l&#8217;intelligenza dinamica e sempre pronta a cambiare passo dei trapezisti.</em> Le tattiche (mediatiche e non) di Anonymous stanno iniziando ad essere sottoposte alle attenzioni della controparte; se questa finora, laddove ne abbia avuto la possibilità, può essersi limitata a mettere in campo quelle tattiche di provocazione ed inquinamento dell&#8217;informazione già impiegate sulle pagine dei social network, non è detto che in futuro non ricorra a contromosse più sofisticate. Ad esempio, strumenti straordinari di auto-organizzazione come le piattaforme temporanee di scrittura partecipativa &#8211; allestite durante la rivolta tunisina per segnalare numeri di telefono, mappe ed indirizzi internet utili, potrebbero finire sovradeterminati da pochi individui ben coordinati; non necessariamente per diffondere informazioni false ma anche, semplicemente, di non utili agli obiettivi prioritari per i rivoltosi sul campo. Perplessità accentuate dalla lettura dei vari &#8220;manuali del rivoltoso&#8221;, circolati in rete nelle ultime settimane.</p>
<p>Se il nemico continuerà a raffinare queste strategie, <em>Anonymous affronterà la sua più grande sfida per non essere neutralizzato e ricacciato nel dimenticatoio della storia: reinventarsi in continuazione mantenendo allo stesso tempo quelle caratteristiche che gli hanno permesso di diventare un catalizzatore planetario di significato ed attenzione.</em></p>
<p>I numeri e le intelligenze per farlo li ha: è una legione, è ovunque, è Anonymous.
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