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	<title>InfoFreeFlow &#187; Social network</title>
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		<title>Il declino dello smart /soft power della Casa Bianca: quando a crollare è l&#8217;ideologia liberale della rete.</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 20:41:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Relazione meeting &#8220;Contropotere nella crisi&#8221; Bologna 13 &#8211; 14 Ottobre Abbiamo costruito questa relazione con l&#8217;intento di socializzare in un ambito il più possibile allargato una serie di indicazioni di orientamento politico-culturale arrivateci dagli ultimi due anni di mobilitazioni globali. La rivoluzione tunisina, quella egiziana, il movimento #15M ed anche quello NoTav hanno messo al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Relazione meeting &#8220;Contropotere nella crisi&#8221; Bologna 13 &#8211; 14 Ottobre</strong></em></p>
<p>Abbiamo costruito questa relazione con l&#8217;intento di socializzare in un ambito il più possibile allargato una serie di indicazioni di orientamento politico-culturale arrivateci dagli ultimi due anni di mobilitazioni globali.</p>
<p>La rivoluzione tunisina, quella egiziana, il movimento #15M ed anche quello NoTav hanno messo al centro di un mondo in crisi l&#8217;attualità della rivoluzione, delle sue pratiche ma anche delle sue <strong>parole</strong>. In questo senso hanno anche ribadito <strong>la centralità di saper agire la dimensione comunicativa nei conflitti odierni</strong>, individuando in essa, ed in particolar modo nella rete (ma non solo), un <strong>campo di battaglia</strong> dove colpire per disarticolare quelle tecnologie politiche, quelle narrazioni e quei dispositivi retorici che legittimano le politiche di austerità e che, per utilizzare una metafora, sono le piattaforme, le rampe di lancio da cui partono le operazioni di aggressione neoliberista ai territori.</p>
<p>Social media, ambienti di comunicazione elettronica e piattaforme globali di comunicazione hanno messo a nudo tutta la loro ambivalenza, provocando così una <strong>torsione dell&#8217;immaginario</strong>: non solo formidabili dispositivi di cattura della cooperazione sociale e del valore prodotto in rete – grazie ai quali il tempo di lavoro si dilata fino a sovrapporsi perfettamente con il tempo della vita – ma anche luoghi dove sono andati dispiegandosi una pluralità di processi di soggettivazione ed organizzazione dei movimenti globali. Nessun medium ovviamente è sufficiente <em>tout court</em> alla complessità di un processo di organizzazione rivoluzionaria ma allo stesso tempo non esiste organizzazione senza identità, e non esiste identità senza processi di comunicazione, rappresentazioni condivise ed un accumulo di memoria storica delle lotte.<span id="more-822"></span></p>
<p>Nel momento stesso in cui individuiamo Internet come campo di battaglia, rifiutiamo immediatamente quella visione post-moderna che ne aveva segnato gli albori: il sogno compiuto liberale-positivista, dove un fare scientifico, sempre meno condizionato dalla sfera dei valori, subentrava alle grandi narrazioni ideologiche ed alle teorie del conflitto. Al contrario oggi, l&#8217;idea della rete come quella di una <strong>grande agorà globale</strong>, frutto di un sapere tecnico in grado di generare armonia ed equilibrio tra gli elementi dell&#8217;ecosistema sociale, sta progressivamente lasciando spazio a quella di un <strong>terreno di contesa</strong>, attraversato da conflitti sempre più aspre, spie di tensioni latenti sia all&#8217;interno del sistema politico internazionale sia della stessa compagine del capitalismo digitale.</p>
<p>Guardiamo infatti quanto accaduto intorno al primo <strong>“sciopero di internet</strong>” lanciato a gennaio da Wikipedia contro due leggi, lo Stop Online Piracy Act ed il Protect IP Act, proposte e sostenute dalle lobby del copyright alla camera statunitense. Scopo di questi due disegni legislativi sarebbe stato quello di introdurre una regolamentazione più stringente rispetto a quella attualmente in vigore sui contenuti digitali coperti da proprietà intellettuale. Un&#8217;ipotesi che ha ovviamente trovato un&#8217;opposizione nettissima da parte delle grandi internet companies come Google, Facebook, Amazon, le quali hanno avuto un ruolo di primo piano in questa vicenda. Si è oggettivamente trattato del <strong>momento di protesta più ampio mai verificatosi nella storia della rete</strong>: ad essere coinvolti sono stati circa 200 milioni di utenti e decine di migliaia di siti auto oscuratisi in segno di protesta per 24 ore. La narrazione nel circuito mainstream è stata pressoché unanime nel tratteggiare quando accaduto come uno scontro tra libertà e censura.</p>
<p>In realtà a fronteggiarsi sono stati prima di tutto due modelli di business, due diverse anime del capitalismo digitale. Da una parte l&#8217;<strong>industria del copyright</strong>, impegnata a difendere una posizione di rendita parassitaria e obsoleta, resa antistorica dalle mutazioni materiali che hanno investito in modo irreversibile il mercato dell&#8217;informazione negli ultimi 20 anni. Da un&#8217;altra le grande <strong>aziende dell&#8217;ICT</strong> che, non solo, sono protagoniste del più grande processo di concentrazione oligopolistica della storia del capitalismo ma i cui servizi sono oggi a pieno titolo <strong>elementi costitutivi della comunicazione sociale</strong>. Il vero dato che emerge da questa vicenda è stata <strong>la grande capacità di mobilitazione politica</strong> della Silicon Valley che si è mostrata in grado di influenzare profondamente l&#8217;opinione pubblica mondiale. Lo stesso Obama, anche in vista delle elezioni di novembre, si è mostrato intimorito ed ha minacciato il veto presidenziale qualora le due leggi in questione fossero andate in porto.</p>
<p>D&#8217;altra parte lo stesso Obama conosceva già perfettamente il potere che questi attori sono in grado di esercitare.</p>
<p>Nel 2008 la sua corsa alle presidenziali aveva avuto come <strong>principali sponsor</strong> (sia in termini di strategia politica che di finanziamenti) i colossi informatici della <em>bay area</em>: l&#8217;immaginario di partecipazione dal basso evocato dal web era stato allora uno dei dispositivi retorici portanti nel discorso del <em>change</em> obamiano. Non a caso ad elezione conclusa le multinazionali del web 2.0 cominciano ad occupare posti nevralgici del potere politico a Washington, principalmente al tavolo del dipartimento di Stato di Hillary Clinton. <strong>Vengono così coinvolti e diventano parte attiva nella strategia di rilancio dell&#8217;egemonia statunitense</strong> nel mondo: uno dei primi punti all&#8217;ordine del giorno del programma obamiano ma anche e sopratutto una <strong>necessità politica dell&#8217;establishment</strong> che, dopo gli anni bui del nuovo unilateralismo dei neocon, era alla ricerca di nuove forme di esercizio della capacità statunitense di leadership globale.</p>
<p>Le grandi multinazionali dell&#8217;ICT statunitense diventano in questo senso espressione principe del <strong>soft power</strong> USA, sia nella sua dimensione agentiva che in quella strutturale. Sono considerate un vettore formidabile di penetrazione culturale, oltre che economica e finanziaria. Diventano il perno di una serie di strategie di diplomazia pubblica da parte di Washington, basate sulla creazione di un&#8217;<strong>immagine positiva</strong><strong> </strong>ed di un <strong>ambiente favorevol</strong>e intorno alle politiche della Casa Bianca. L&#8217;obbiettivo è quello di di riposizionare il brand a stelle e strisce sul mercato simbolico dell&#8217;opinione pubblica globale, rafforzarne la legittimità, intessere network di relazioni positive in cui cooptare soggetti terzi per avviare, come sostenuto da Carlo Formenti, «un <strong>processo di colonizzazione economica e culturale</strong> e <strong>plasmare nuove élite</strong> capaci di garantire, a livello locale, gli interessi di un capitale globale che oggi ha esigenze più complesse di quelle delle multinazionali del petrolio».</p>
<p>Questa strategia, ci ricorda Raffaele Sciortino, sembra però difettare di un <em>grand design</em> (anche solo lontanamente equiparabile a quello adottato durante la guerra fredda contro l&#8217;URSS) e proprio nelle ultime settimane ha messo a nudo una serie di contraddizioni e limiti che potrebbero essere di non facile risoluzione.</p>
<p>Il riferimento è ovviamente alla pubblicazione su YouTube del video “The innocence of Muslims” ed agli assalti alle ambasciate. Una vicenda che ha lasciato segni profondi nelle strategie di transizione democratiche in Nord Africa. Gli stessi movimenti salafiti – soffocati dalla primavera araba, numericamente esigui e privi di radicamento sociale – ne hanno tratto una boccata di ossigeno inaspettata, raccogliendo dal terreno dello scontro un&#8217;agibilità mediatica e politica, a dispetto dei partiti di ispirazione islamica moderata, neo-alleati degli USA nell&#8217;area.</p>
<p>Ed in questo quadro non sono state certo di aiuto alla Casa Bianca le scelte intraprese da Google. Da una parte Mountain View ha ignorato le richieste di rimozione del video avanzate da numerosi paesi nord-africani, mediorientali e del sud-est asiatico ed anche dallo stesso Dipartimento di Stato. Da un&#8217;altra però, in modo del tutto unilaterale, ha impedito l&#8217;accesso al video in Libia ed in Egitto, scavalcando i governi locali che non avevano avanzato alcuna richiesta in proposito.</p>
<p>Ponendo in essere una strenua difesa del suo potere decisionale all&#8217;interno dell&#8217;ecosistema informativo di sua proprietà, <strong>Google ha voluto ribadire il suo ruolo di primo piano nei processi di governance globale</strong>. Così facendo però ha provocato un vero e proprio <em>casus belli</em> che, nelle settimane successive, ha aperto uno spazio politico dove sono andati accelerandosi processi di balcanizzazione e frammentazione della rete che sono in atto in realtà già da diverso tempo. Alcuni attori di peso relativamente minore (<strong>Pakistan, Sudan, Indonesia </strong>e<strong> Bangladesh</strong>) ne hanno approfittato per oscurare temporaneamente l&#8217;intero network di YouTube sul loro territorio (e anche l&#8217;<strong>India</strong> nella regione del Kashmir ha fatto altrettanto). La <strong>Russia</strong> ha trovato in questa vicenda il pretesto per legittimare l&#8217;entrata in vigore di un nuovo disegno di legge il cui intento è quello di assicurarsi un maggior controllo sulle comunicazioni in rete e sulle imprese di ICT che operano nella sua infosera. In <strong>Brasile</strong> si è verificato addirittura l&#8217;arresto del principale dirigente di Google per l&#8217;America Latina dopo che Mountain View ha rifiutato di rimuovere il video “The Innnocence of Muslims” ed altri due video che violavano la legge brasiliana sulla campagna elettorale. In <strong>Iran</strong> infine la questione è stata tratta a pretesto per tagliare fuori dallo spazio digitale locale Google e Gmail e lanciare il progetto di una <em>internet halal</em>: una intranet locale, fortemente sottoposta al controllo dell&#8217;autorità centrale, dotata di servizi omologhi a quelli di Google ma sviluppati in lingua farsi e gestiti da imprese locali.</p>
<p>Quest&#8217;insieme di fatti e circostanze disegna un mosaico che va ben al di del video “The Innocence of Muslims”: esso è <strong>spia di una serie di tensioni che sono andate accumulandosi negli ultimi anni e che stanno cominciando ad emergere su un piano internazionale</strong>. Questa vicenda allude infatti ad uno scontro sempre più serrato tra due tra due grandi modelli di governance della rete che si stanno confrontando tra di loro.</p>
<p>Il primo, quello impostosi fino ad oggi e sostenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è il cosiddetto regime dei <em>multi-stake holders</em>, nato dal grande processo di deregulation del mercato delle telecomunicazioni verso la fine degli anni &#8217;80. <strong>Esso prevede che alcune delle principali leve e funzioni di regolazione di internet siano in mano alle grandi internet companies private statunitensi</strong><strong> (ed indirettamente a Washington)</strong>. Una situazione che i paesi BRIC ed una schiera di altre potenze non occidentali considerano ormai inaccettabile ed a cui stanno lavorando per sostituire questo apparato di regolamentazione con delle procedure di <strong>controllo multi-governativo</strong> sotto l&#8217;egida ONU.</p>
<p><strong>La posta in gioco di questo scontro è l&#8217;imposizione di nuovi standard tecnici di regolamentazione della rete i quali, come ha sottolineato Saskia Sassen, pur essendo stati fino a questo momento emanati da un&#8217;insieme di autorità private hanno svolto una funzione pubblica normativa e legislativa globale.</strong></p>
<p>Una loro rinegoziazione significherebbe il venir meno di quei presupposti che fino a questo momento hanno favorito la globalizzazione dell&#8217;economia nel senso auspicato dalle grandi corporation statunitensi dell&#8217;ICT, il progetto egemonico di cui esse sono architravi ed anche quella teoria di <em>full spectrum dominance</em> elaborata dal Pentagono che vuole gli Stati Uniti come principali garanti e controllori dei <em>commons</em> globali strategici (tra cui appunto il cyberspazio).</p>
<p>La messa in discussione di questi standard è a nostro avviso sintomo di un&#8217;<strong>accentuata multipolarità nei rapporti di forza globali</strong> e dell&#8217;emersione di diverse <strong>geografie di potere</strong>. Assistiamo per esempio ad una polarizzazione del valore economico prodotto in rete, ad Ovest verso gli Stati Uniti e ad est verso la Cina e l&#8217;India con l&#8217;Europa che diventa sempre più periferica. Oppure a differenti livelli di penetrazione dei social network commerciali nei diversi mercati globali (in Cina, in Iran, in Brasile, in Russia, nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, piattaforme come Facebook o non sono presenti oppure coprono fette di mercato non significative), differenti livelli di penetrazione linguistica, di digital divide, di concentrazione del traffico dati, di infrastrutture di comunicazione strategiche (come i cavi transoceanici), di dislocazione di capitale fisso e di capitale umano. Affiorano quindi geografie di potere che coinvolgono aspetti materiali ed immateriali del web e che stratificandosi tra loro, tracciano confini di esclusione ed inclusione nei network globali, provocando un processo di frammentazione della rete ed il venir meno dei suoi caratteri di universalità ed omogeneità.</p>
<p><strong>Siamo di fronte all&#8217;inizio di una fase che sottende a nuove composizioni di rapporti di forza nello scenario globale</strong>.</p>
<p>Ne è stata riprova quest&#8217;estate l&#8217;ennesimo episodio dell&#8217;epopea di Julian Assange, ancora oggi asserragliato nell&#8217;ambasciata ecuadoregna a Londra. La querelle scoppiata ad agosto tra Londra e Quito relativamente alla concessione dell&#8217;asilo politico al fondatore di Wikileaks ha poco a che fare con i rapporti diplomatici tra i due paesi ed ancora meno con la questione della libertà di stampa o di espressione.</p>
<p><strong>Al centro della contesa sono piuttosto tutta una serie di equilibri regionali e locali. </strong>Proprio l&#8217;Ecuador, nella figura dell&#8217;attuale presidente Rafael Correa, nel 2008 aveva segnato una tappa importante del nuovo corso nelle relazioni diplomatiche tra Occidente atlantico e Sud America, estinguendo il debito nazionale e definendolo immorale.<strong> </strong>Una decisione che aveva causato immediatamente la condanna dell&#8217;FMI e degli Stati Uniti ma che al contempo aveva visto un&#8217;alzata di scudi in difesa delle politiche ecuadoregne da parte dei governi dell&#8217;area: Venezuela, Bolivia, Brasile, Argentina. E proprio Cristina Kirchner solo pochi giorni prima che il caso Assange esplodesse, aveva estinto il debito di 12 miliardi di euro, contratto dal paese con l&#8217;FMI e di cui l&#8217;Argentina aveva rifiutato le misure di rigore economico dopo la bancarotta del 2003. A questo si aggiunga inoltre la recente adesione di Chavez al MERCOSUR: un atto ufficiale che ha accelerato il processo di unificazione economica del Sud America ed indica, in un&#8217;ottica di più ampio respiro, <strong>una svolta dell&#8217;area verso un modello economico-politico non più asservito al colonialismo statunitense ed europeo</strong>. Una tendenza politica che l&#8217;Ecuador ed i suoi alleati hanno voluto ribadire anche garantendo l&#8217;asilo politico a Julian Assange: in effetti era dai tempi del muro che una personalità invisa all&#8217;occidente godesse di una protezione tanto ostinata da parte di un paese non allineato. Significativa è stata anche la scelta di Londra, uno dei centri della finanza mondiale, come palcoscenico della rappresentazione andata in onda, ed ancora più significativa la scelta del <strong>protagonista</strong> di questa rappresentazione: la “nemesi del mondo libero”, il nemico pubblico numero uno, l&#8217;erede di Osama Bin Laden. Che incarna però caratteri squisitamente occidentali, considerato com&#8217;è il paladino della libertà di espressione nell&#8217;era dell&#8217;informazione. La figura di Assange è infatti investita del potere simbolico che spetta all&#8217;eroe, al sabotatore solitario che ha fatto esplodere le contraddizioni presenti nella narrazione ideologica intessuta da Washington e Londra negli ultimi 20 anni. Per questo motivo è stato il grimaldello mediatico ideale per forzare quel panorama di rapporti di forza in ebollizione a cui abbiamo fatto riferimento.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/10/18/il-declino-dello-smart-soft-power-della-casa-bianca-quando-a-crollare-e-lideologia-liberale-della-rete/">Il declino dello smart /soft power della Casa Bianca: quando a crollare è l&#8217;ideologia liberale della rete.</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fringuelli, galli nel pollaio e vecchie volpi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 19:08:26 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prendiamo la parola in merito al dibattito sviluppatesi nelle ultime settimane su una mutazione in senso mainstream di Twitter in Italia. Un&#8217;urgenza dettata dall&#8217;importante ruolo rivestito dai social media nelle mobilitazioni degli ultimi mesi, in particolare quelle NoTav.</em></p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/12/alg_twitter-tv1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-637" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/12/alg_twitter-tv1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Sembrava un battibecco tra fringuelli. Invece era una questione di galli nel pollaio. Molto più numerosi e grossi di quanto uno si potrebbe aspettare.</p>
<p>Pietra dello scandalo il <em>flame</em> tra Guzzanti, Fiorello e Jovanotti. Se altrove il gossip e le ruggini <em>on line</em> tra star rappresentano uno dei piatti classici serviti al tavolo dell&#8217;intrattenimento quotidiano, da noi è forse la prima volta che una controversia sui social media tra i protagonisti del jet set italiano trova spazio tra la righe e le frequenze del mainstream. Effetto assicurato. Rete italiana in fibrillazione e sbrodolante di riflessioni ed opinioni ad ampio ventaglio: dalle guide sull&#8217;utilizzo di Twitter che richiamano all&#8217;ordine gli apostati appena sbarcati sulla piattaforma di microblogging alle dotte discussioni tra “esperti” che si interrogano sulla <em>vexata quaestio</em>: Twitter è un social media?</p>
<p>Ma la trasformazione della geografia mediatica italiana (e nello specifico di Twitter) non è cominciata l&#8217;altro ieri con una baruffa tra personaggi famosi. È un processo in corso da diverso tempo, accelerato da una pluralità di spinte e dal protagonismo di diversi attori.<span id="more-639"></span></p>
<p>Una delle primissime cause che ne stanno alla base? Ovviamente l&#8217;esplosione del mercato degli smartphone. Senza dover scomodare la santa trinità <em>Android-Iphone-BlackBerry</em>, oggi se compri un cellulare (anche quelli ultra <em>low-cost</em> che viaggiano su UMTS) ci trovi dentro Twitter. Che, poco alla volta, anche qui da noi, sta diventando un segmento importante di un&#8217;audience che vede nei social network una fonte di informazione ed intrattenimento sempre più importante.</p>
<p>Non sembrano essere solo gli <em>spin-doctor</em> dei VIP ad averlo capito se anche alcuni degli editori più tradizionali iniziano ad individuare il terreno degli smartphone come nuova linea dello scontro lungo cui concentrare le proprie forze ed App. Un esempio è Mediaset, che in pompa magna e sotto lo sguardo assopito di un Napolitano non esattamente a suo agio con le nuove tecnologie, ha presentato la sua applicazione per “telefonini intelligenti” targata TgCom.</p>
<p>Ma tornando alla piattaforma di microblogging, Twitter sta iniziando una fase di socializzazione già sperimentata da altri media e forme di rapporti economici in passato. <em>È un po&#8217; la storia della new economy a dire la verità</em>: l&#8217;utenza si allarga da un pubblico &#8220;specialistico&#8221; – fine conoscitore dei suoi comandi avanzati, usi creativi e netiquette – ad una massa a cui di tutto ciò nulla interessa, per la quale nel migliore dei casi il retweet è fare propria l&#8217;opinione del tweet originale.</p>
<p>Le recenti <em>flame</em> hanno solo visto aggravarsi un trend che notavamo già in passato: non solo parallelamente ai profili storici di Twitter, da quelli affermati di movimento ai micro diari personali, sono nate delle twitstar liberal, ma l&#8217;ingresso in massa di personaggi pubblici dello spettacolo e dei media mainstream ha prodotto un ingresso altrettanto di massa di un&#8217;orda acritica di fanboy e fangirl, la cui voglia di confronto non sembra maggiore di quella dei commentatori alle notizie del Corriere o de La Repubblica. Una dinamica che in parte sembra ripetere lo sbarco di Grillo in rete, la sua presa di protagonismo grazie anche al capitale reputazionale accumulato (e poi reinvestito nella sua discesa in politica) e la riconfigurazione del pubblico dei suoi seguaci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>L&#8217;eterno ritorno degli old media</h3>
<p>Per il giornalismo nostrano fino a qualche tempo fa il rapporto con i 140 caratteri era poca cosa. Si riduceva nella maggior parte dei casi ad un corollario di costume, ad una presa d&#8217;atto che il colore del nostro tempo aveva assunto altre tonalità. Alla narrazione degli eventi storici che hanno punteggiato l&#8217;ultimo anno, ha fatto da cornice un&#8217;interminabile sequela di articoli che puntualmente arrivavano a raccontare la frenesia dei social network scatenatasi a ridosso della morte di Bin Laden, della fuga di Ben Ali, dei saccheggi di Londra o delle dimissioni di Berlusconi. Twitter è stato comunque in prima pagina come spaccato soggettivo delle reazioni del pubblico.</p>
<p>Ma le cose cominciano a cambiare. Ed il conglomerato mainstream di casa nostra getta lo sguardo ad altre latitudini (oltre oceano ed oltre manica) cercando di assumere i social media come fonte di legittimazione oltre che di vettore informativo.</p>
<p>Le battaglie referendarie di giugno e le lotte contro la TAV hanno mostrato il fianco scoperto del nemico: ai meccanismi inceppatisi della televisione generalista si è aggiunta<em> </em>la totale mancanza di presa sui social media da parte del mainstream, la sua incapacità di sedimentare linguaggio e senso comune su quel terreno di scontro. L&#8217;affondo della neutralizzazione mediatica (ricamata grossolanamente sull&#8217;evocazione dell&#8217;onnipresente nemesi del black bloc in Val Susa) ha mancato il colpo. Una lezione per il nemico che ha cominciato a metterla in pratica.</p>
<p>Da luglio in poi lo sbarco di grandi firme su Twitter si è trasformato ben presto in un&#8217;emorragia di reporter ed inviati, direttori e vice-direttori di testata. A volte con risultati assai discutibili: qualche consulente dovrebbe spiegare al vice-direttore del Carlino che proprio a nessuno interessano le lamentazioni in 140 caratteri di un vecchio trombone; altre seguendo una logica ed un&#8217;impostazione più mirata: le redazioni locali di Repubblica, per esempio, stanno strutturando i loro account a partire da una mappatura dei profili e delle community più influenti che già esistono su un territorio e con cui entrare in relazione.</p>
<p>Questo significa che, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/04/sotto-il-tunnel-i-media-diventano-follower" target="_blank">come afferma Luca Alagna</a>, <em>«i media stanno diventando follower»?</em> che <em>«siamo di fronte ad un cambiamento che avviene dal basso e chi è in alto si deve adeguare»</em>?</p>
<p>Tutt&#8217;altro.<br />
Il passaggio alla logica dello stream e la capacità di informarne l&#8217;opinione pubblica richiede conoscenze, mentalità e sopratutto risorse. Per stare a galla e contare, che si tratti di un social network o di una piattaforma di blogging, c&#8217;è bisogno di <em>know how</em>, capitale reputazionale ed investimenti economici. Le voci si moltiplicano ma non assumono tutte lo stesso valore.</p>
<p>La recente inchiesta del Guardian sul ruolo svolto da Twitter nei riots che hanno infiammato Londra quest&#8217;estate lo ribadisce senza mezzi termini: fra i 200 profili che più hanno influenzato l&#8217;infosfera di Twitter dal 6 al 10 agosto spiccano i professionisti dell&#8217;informazione ed i grandi network editoriali. E la prima posizione assegnata all&#8217;account @RiotCleanUp non rappresenta un&#8217;anomalia, ma conferma questa tendenza, vista l&#8217;attenzione e lo spazio, riservato all&#8217;iniziativa promossa dallo pseudo-artista Dan Thompson, proprio dalle televisioni e dai quotidiani mondiali.</p>
<p>E lo stesso dicasi per l&#8217;infosfera di Twitter delimitata dai confini della lingua italiana. <a href="http://www.resonancers.com/bylang/it">Le classifiche di Resonancers</a> con bio e volti noti di scrittori, attori, giornalisti, cantanti e calciatori somigliano ad un mash up tra quelle di MTV e “Tv Sorrisi e Canzoni”.</p>
<p>La sfera pubblica di Twitter sembra allora essere soggetta a due movimenti, orizzontali e verticali, solo apparentemente contrapposti tra di loro: da una parte essa si dilata all&#8217;infinito mentre da un&#8217;altra produce una gerarchizzazione dei flussi di comunicazione e delle categorie di senso che vengono prodotte. Tutti parlano in un rumore di fondo che si fa sempre più assordante ma sono pochi quelli che riescono davvero a farsi ascoltare e ancora meno quelli in grado di tirare le redini del gioco.</p>
<p>Un gioco di sottrazione dell&#8217;immaginario che ricompone e riassorbe la molteplicità dei vettori informativi intorno a pochi centri propulsori, impoverendo così l&#8217;esperienza stessa vissuta dall&#8217;utente in rete.</p>
<p>Ma, detta per inciso, che il mainstream ed i suoi modelli di comunicazione stiano colonizzando il web, è una tendenza più generale rappresentata tanto dalla <a href="http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/10/31/carlo-formenti-youtube-tv-il-vecchio-che-avanza/">riaffermazione di vecchi modelli di business sui new media</a> quanto dalle <a href="http://www.dicorinto.it/testate/emergency/emergency-facebook-contro-tutti">bolle prodotte dagli algoritmi di Facebooke e Google</a> che circoscrivono in senso <em>omofilo</em> (l&#8217;inclinazione a parlare solo con chi ci somiglia) la relazioni degli utenti sul web.</p>
<p>Il rischio è che per i movimenti si ricreino ghetti telematici, comunicativi e di immaginario: a ciò vanno contrapposte semplificazione del linguaggio ed incisività, &#8220;pancia&#8221; emozionale e <em>spinoza</em> ironia; capire dove si giocano i meccanismi di socialità su Twitter per innervarli e produrre esodo dal discorso della classe dominante nei momenti di confronto, attorno alla cui rappresentazione mediale si gioca una vertenzialità permanente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Smascherare i ventriloqui del buzz</h3>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/12/FoxDM2304_468x371.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-638" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/12/FoxDM2304_468x371-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a>Dicendo tutto questo non vogliamo attribuire a Twitter o ai social media una centralità nel panorama informativo italiano che di fatto (ancora) non hanno. E tanto meno vogliamo rieccheggiare il dibattito idiota, che pure ha luogo in certi ambiti di movimento, che contrappone media tradizionali e non, dimenticando una legge fondamentale della teoria dell&#8217;informazione. Ovvero che mai storicamente i nuovi media hanno sostituito quelli vecchi. Ne assumono il linguaggio e li trasformano, adattandoli alle proprie dinamiche, provocando allo stesso tempo una reazione dell&#8217;<em>old</em> che si reinventa a sua volta inserendosi in quella scia diffusa di senso.</p>
<p>Il mainstream insomma sta diventando partecipato e l&#8217;ecosistema informativo italiano è segnato da un sempre più accentuato livello di integrazione tra media generalisti e sociali.</p>
<p>Ma il <em>“popolo della rete”</em> non è solo un&#8217;ulteriore comoda fonte informativa cui attingere. A dispetto di quanto scritto fino ad ora, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/12/12/informazione-reti-unificate.html">il sondaggio recentemente pubblicato di Demos-Coop</a> sul gradimento dei media, ci dice come l&#8217;informazione su internet, sopratutto tra gli italiani più giovani, venga ritenuta più libera e quindi più credibile.</p>
<p>Appare quindi ancora ben salda nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;equazione che tende ad identificare le reti con la democrazia, che coltiva ideologicamente l&#8217;illusione di una contrapposizione bipolare tra ambienti comunicativi, nonostante questi siano di fatto sempre più popolati ed informati dagli attori di sempre.</p>
<p>Se la gente ha più fiducia nei blog e nei social network, perché privarsi di una mano di vernice fresca con cui ridare un tono di oggettività democratica al proprio metodo operativo ed al tempo stesso rafforzarne l&#8217;efficacia e la pervasività? È lo stesso principio su cui si basano le pratiche di <em>buzz marketing virale</em>: mi fido di chi è (o in questo caso appare) più vicino a me e che <em>sento</em> di conoscere.</p>
<p>E questo senza dimenticare che, dalle parti di Repubblica, qualcuno sta pensando di diventare un punto di riferimento per quella <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2009/02/03/facebook-e-lascesa-della-cyberborghesia-1/">cyber-borghesia</a> che <em>«senza essere geek usa la Rete, che ne ha un’idea associata solo a stretti interessi personali che oscillano fra informazione ed intrattenimento, che deve il suo ingresso alla facilità di interfaccia ed al fatto che gli altri sono connessi». </em>Una classe media digitale il cui processo di ascesa potrebbe vedere una brusca accelerata con il berlusconismo sul viale del tramonto (se non sul piano culturale almeno su quello economico).</p>
<p>Se questa è la strategia, i media nostrani dovranno raffinarla ed agirla in fretta, prima che altre volpi ben più smaliziate (vedi l&#8217;imminente sbarco della Huffington in Italia) vengano a fare un sol boccone di tutti i galli nel pollaio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/" target="_blank">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/12/14/fringuelli-galli-nel-pollaio-e-vecchie-volpi/">Fringuelli, galli nel pollaio e vecchie volpi</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 09:28:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“If you see a brother&#8230; SALUT! If you see a fed&#8230; SHOOT!”: questo il monito infuocato di uno dei tanti messaggi rimbalzati nei giorni scorsi tra le messaggerie della Londra in sommovimento. &#160; Di pari passo col dilagare della sommossa nel tessuto metropolitano, da Peckham ad Oxford Circus, da Croydon ad Hackney, i quartieri londinesi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/bbm-london-riots-thumb-396x386-1036161.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-583" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/08/bbm-london-riots-thumb-396x386-1036161-300x292.jpg" alt="" width="300" height="292" /></a><strong><em> </em><em> “If you see a brother&#8230; SALUT! If you see a fed&#8230; SHOOT!”</em>:</strong> questo il monito infuocato di uno dei tanti messaggi rimbalzati nei giorni scorsi tra le messaggerie della Londra in sommovimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di pari passo col dilagare della sommossa nel tessuto metropolitano, da Peckham ad Oxford Circus, da Croydon ad Hackney, i quartieri londinesi si trasformavano in hashtag di Twitter; e con l&#8217;estensione dei disordini al resto del Regno i #tottenhamriots divenivano #londonriots fino ad ingigantirsi in #ukriots. Una cassa di risonanza enorme per gli insorti che hanno sfidato l&#8217;apparato altamente specializzato della MET, la polizia metropolitana in grado di contare sul panopticon orwelliano delle CCTV &#8211; le onnipresenti telecamere a circuito chiuso che fanno del regno insulare uno dei paesi più sorvegliati al mondo &#8211; e sul sistema cifrato di radiotrasmissione Airwave.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ma il cuore dell&#8217;organizzazione e del coordinamento delle azioni è stato il servizio di messaggistica gratuito BBM </strong>(BlackBerry Messenger, che gira esclusivamente sullo smartphone dell&#8217;azienda canadese RiM, uno dei più diffusi tra i teenager d&#8217;oltremanica),  la cui natura privata e pseudoanonima ha reso difficile l&#8217;opera di contrasto ai disordini; con lo scambio di informazioni e coordinate che avveniva attraverso messaggi individuali e “broadcast” da uno a molti, ripubblicati solo parzialmente o successivamente sugli altri social network.</p>
<p><span id="more-577"></span></p>
<p>Un&#8217;impotenza da parte delle forze dell&#8217;ordine resa evidente dagli arresti di tre teenager britannici, rei di &#8220;incitamento alla violenza&#8221; , attraverso i propri commenti su Facebook e Twitter. Ma se il network di Palo Alto si è rifiutato di sospendere gli account dei <em>rioters</em> davanti alle richieste in tal senso di Scotland Yard, tutt&#8217;altro discorso va fatto per la RiM: la quale si è dimostrata fin da subito prontissima alla collaborazione con le autorità di polizia, <strong>offrendo loro l&#8217;accesso alle chiavi di cifratura della messaggistica del BBM </strong>(allo stesso modo di quanto fatto lo scorso anno con le autorità degli Emirati Arabi Uniti e dell&#8217;Arabia Saudita, regimi in prima linea nella repressione della Primavera Araba e del proprio dissenso interno). Non solo, l&#8217;indisponibilità dell&#8217;azienda nella serata di mercoledì di confermare o smentire la possibilità di sospensione del servizio nell&#8217;area londinese ne ha fatto temere per ore l&#8217;imminente censura; <strong>un&#8217;eventualità inedita in occidente.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a name="firstHeading"></a>Una posizione presa di mira da più parti, a cui il colpo più duro è stato assestato dalla crew hacker TeaMp0isoN  (già nota per aver defacciato la pagina Facebook e diffuso gli archivi dei membri dell&#8217;English Defense League, organizzazione emergente nel panorama dell&#8217;estrema destra britannica): violato il blog ufficiale Inside BlackBerry, il gruppo ha provveduto a rilasciare un comunicato in cui si invitava l&#8217;azienda canadese a desistere dalla collaborazione con le autorità<strong> sotto la minaccia di rendere a loro volta pubblici indirizzi e riferimenti dei dipendenti di RiM stessa.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Va segnalato come i social network</strong> (“aperti” e “chiusi”) <strong>non siano stati solamente attraversati dal conflitto, ma anche dagli occhi sempre più numerosi degli organi della grande stampa:</strong> dai cronisti del Guardian e di BskyB accorsi sul BBM per richiedere interviste, a quelli della Reuters impegnati nella diretta via Twitter fino al nostrano Corriere della Sera; il cui direttore De Bortoli (da poco sbarcato sul network cinguettante) dopo aver lanciato l&#8217;appello ai propri lettori a commentare la giornata attraverso l&#8217;hashtag #londonriots ha composto a suo piacere un collage dei tweet prodotti, che ha trovato spazio anche nella versione cartacea del quotidiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dinamiche di crowdsourcing familiari alle forze dell&#8217;ordine britanniche, che non hanno esitato a servirsene nella caccia al wanted 2.0</strong>: nei giorni scorsi la MET ha riversato sulla rete una quantità di foto segnaletiche estrapolate dal sistema delle CCTV, pronte per essere sottoposte al vaglio di un esercito di spie e delatori attraverso le gallerie di Tumblr e Flickr &#8211; mentre collaudate reti di polizia diffusa come Crimestoppers hanno prontamente riconfigurato le proprie interfacce web per connettere al meglio i due terminali della reazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Chiamate alle armi che cercano di dividere la middle class britannica impoverita dalle rivendicazioni profonde degli insorti</strong>; e veicolate sotto altre forme e modalità anche da personaggi di spicco dello sport e della cultura come il calciatore Wayne Rooney (i cui eccessi glorificati dai tabloid di Murdoch evidentemente non possono valere per i comuni sudditi di sua maestà) e l&#8217; “artista ed attivista” Dan Thompson,  promotore dell&#8217;iniziativa #riotscleanup: l&#8217;invito a munirsi di scope e scoponi ed usarli per cancellare le tracce di un disagio ormai fattosi materialità nelle strade. La risposta di uno spicchio di comunità intrappolato nelle maglie mediali della rete conservatrice, o nel caso peggiore ad essa partecipe, e pronto ad occultare l&#8217;abisso sociale di Brixton lucidando le vetrine della Londra preolimpica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Infofreeflow per Infoaut</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/08/11/ukriot-cyberinsorti-ed-hacker-contro-la-polizia-diffusa/">#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Note a margine dell&#8217;E-G8</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/07/note-a-margine-dell-eg8/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 15:28:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio.  Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico, visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/eg8_parigi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-482" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/eg8_parigi-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a>È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state  riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio.   Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è  certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico,  visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della terra avevano  posto all&#8217;ordine del giorno il nodo della govenance globale della rete.</p>
<p>Il fatto che siano effettivamente riusciti ad affrontarlo è però tutt&#8217;altro paio di maniche.<br />
Le  dichiarazioni ufficiali susseguitesi fin dall&#8217;apertura dei lavori hanno  infatti messo in risalto come, dietro alla formalità conciliante del  linguaggio diplomatico e d&#8217;impresa, esistesse un malcelato arroccamento  dei diversi partecipanti su posizioni pregresse e consolidate da tempo.</p>
<p>Gli opposti schieramenti hanno sfoderato per la “grande occasione” il meglio del loro armamentario ideologico.<span id="more-483"></span></p>
<p>Sarkozy  ha optato per un richiamo civilizzatore nella lotta contro la categoria  metafisica del “male” che, a suo dire, galoppa inarrestabile lungo le  sconfinate e selvagge praterie della rete.</p>
<p>Il duo  Schmidt/Zuckenberg ha preferito sventolare il più rassicurante (e a  dirla tutta ormai logoro) vessillo della libertà d&#8217;espressione contro  qualsiasi forma di retrograda censura.</p>
<p>I manager delle telcom  hanno preferito rappresentarsi come i garanti dei posti di lavoro di un  mercato messo in crisi da profitti che spiccano il volo verso le nuvole  informatiche delle web company statunitensi (ma anche indiane e cinesi).</p>
<p>In basso a destra invece troviamo le lobby del copyright a  suonare il disco rotto della tutela della creatività degli artisti  contro i famelici predatori che stanno facendo un sol boccone dei loro  business miliardari.</p>
<p>A leggere le dichiarazioni ufficiali uno  potrebbe pensare di trovarsi a cospetto di una congrega di benefattori e  santi impegnati in una lotta senza esclusione di colpi per il bene  dell&#8217;umanità. Ma l&#8217;abito non fa il monaco e quello riunitosi a Parigi è  una gotha di intoccabili disposti a scannarsi tra di loro pur di  spremere fino all&#8217;ultimo centesimo dai bit in transito sui network  comunicativi globali.  Per capire di più è necessario accostare i pezzi  del puzzle e decodificarne il significato. L&#8217;immagine che ci si para di  fronte agli occhi, pur non mostrando particolari caratteri di novità,  permette allo stesso tempo di tracciare una mappatura degli interessi  politici ed economici che si stanno scontrando per il predominio della  rete.</p>
<p><strong><br />
Il piccolo Napoleone all&#8217;ombra dei titani</strong></p>
<p>Nei  giorni precedenti al summit erano stati lanciati  diversi allarmi sul  fatto che Sarkozy potesse utilizzare l&#8217;eg8 come momento in cui  predisporre e concordare ulteriori misure di controllo della rete.  Vero  è che stiamo parlando di un personaggio politico ispiratore e padre di  una delle leggi più retrograde in tutto il panorama mondiale per ciò che  riguarda la repressione del P2P. Ma era allo stesso tempo improbabile  che il novello Napoleone serbasse nella manica chissà quali assi con cui  tenere testa a leviatani come Google o Facebook che già in passato  hanno preferito confezionarsi regole su misura senza chiedere permessi a  chicchessia.</p>
<p>Ed infatti l&#8217;<em>imprimatur</em> gollista dato da  Sarkozy nel discorso d&#8217;apertura dei lavori, con il richiamo al ruolo dei  governi come unici depositari della volontà popolare,  se può forse  aver sortito un qualche effetto propagandistico al di la delle Alpi –  d&#8217;altra parte le elezioni presidenziali sono alla porta ed il buon  Nicholas ha deliberatamente propugnato un visione di stampo transalpino  più che una qualche ipotesi architettata di concerto con gli altri  leader del “<em>mondo libero</em>” – non ha avuto alcun precipitato concreto, ed è anzi stata neutralizzato prima e durante il vertice.</p>
<p>L&#8217;istituzione, avvenuta circa un mese prima del <em>rendez-vous</em> parigino, del piccolo <a href="http://www.itespresso.it/in-francia-nasce-il-consiglio-nazionale-del-digitale-51772.html"><strong>Consiglio Nazionale Digitale</strong></a>,  formato da esperti e rappresentanti delle maggiori imprese tecnologiche  francesi ed avente il compito di mantenere una stretta relazione col  governo per gli affari concernenti Internet, sembra davvero poca cosa  rispetto a quanto messo in atto da Facebook qualche settimana più tardi.</p>
<p>A pochi giorni dall&#8217;eg8 il social network più popolare del mondo ha messo in piedi un <a href="http://punto-informatico.it/3171645/PI/News/facebook-nuovi-ambasciatori-social.aspx"><strong>battaglione di diplomatici</strong></a> da inviare ai quattro angoli della rete. Lo scopo è quello di gestire i  rapporti con i singoli governi nazionali in modalità bilaterale e  mediare sulle regolamentazioni che di volta in volta potrebbero  intaccare gli affari delle piattaforma in blu.</p>
<p>Durante i  dibattiti svoltisi nel corso della due giorni Facebook, per bocca di  Sheryl Sandberg, ha sottolineato il proprio peso «<em>sia che si tratti della vendita di cioccolatini che di importanti questioni politiche come è avvenuto nelle rivolte arabe</em>». Zuckenberg ha fatto da eco ribadendo che in un mondo ormai interconnesso <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/II-fondatore-Zuckerberg-Dopo-Facebook-il-potere-non-pu%F2-pi%F9-fare-da-solo-La-Stampa.pdf"><strong>il potere non può più pensare di fare da solo</strong></a>.   Il CEO di Google, Eric Schmidt non ha voluto essere da meno, affermando  senza mezzi termini che la politica dovrebbe ben guardarsi dal provare a  governare la rete, un ecosistema ormai autonomo e con regole proprie in  rapida e costante evoluzione. Affermazioni che hanno incassato anche  l&#8217;appoggio del  fedele alleato britannico <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2011/may/24/david-cameron-resist-internet-regulation"><strong>David Cameron</strong></a>, probabilmente anche in virtù dei <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/05/29/news/google_evade_le_tasse-16917224/"><strong>rapporti privilegiati</strong></a> che il partito conservatore intrattiene con Mountain View.</p>
<p>Le  internet company statunitensi hanno bocciato in blocco e senza appello  la proposta di Sarkozy, contrapponendo ad essa una logica di governance  reticolare ed informale. Logica in cui d&#8217;altronde hanno loro il coltello  dalla parte del manico, forti come sono dell&#8217;oligopolio esercitato  sull&#8217;<em>accesso</em> all&#8217;informazione e sui suoi <em>processi di creazione. </em></p>
<p><strong>Valzer a palazzo</strong></p>
<p>Il  piatto forte di questo G8 di Internet è stata la discussione  sviluppatasi sull&#8217;attuale modello economico del web, attorno al quale  sempre più va accumulandosi un coacervo di tensioni tra i cosiddetti OTT  (Over The Top, ovvero i fornitori di contenuti come Google, Facebook o  Apple) e le TLC.</p>
<p>I primi oltre ad incamerare miliardi trimestre  dopo trimestre, stanno generando una quantità di traffico tale da  obbligare le seconde (già prostrate nei rendiconti annuali da un sempre  maggiore utilizzo su smartphone di software per il VOIP e l&#8217;Instant  Messenging) a continui e dispendiosi interventi di potenziamento e  ristrutturazione dei network. Una situazione questa che certo non  permette di attrarre  nuovi fondi da reinvestire nella costruzione di  reti di nuova generazione a banda larga, date anche le scarse garanzie  che gli operatori di telefonia sotto pressione sembrano poter offrire in  termini di ritorno dei profitti.</p>
<p>Non stupisce il fatto che  questa problematica sia stata affrontata all&#8217;interno di un G8 di  Internet lanciato da una presidenza europea.</p>
<p>È vero che il  fenomeno a cui abbiamo accennato è di carattere globale e coinvolge  tutti gli operatori di telefonia: emblematiche in questo senso le parole  dell&#8217;indiano Sunil Mittal, presidente di Bharti Airtel, una delle più  grosse telcom del mondo («<em>È questa la questione che il G8 dovrebbe affrontare con urgenza</em>»). Nè sembra delineare prospettive più rosee  <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/83248/mobile_si_profila_uno_scenario_da_incubo"><strong>uno studio di Juniper Research</strong></a> che per il 2015 prevede uno scenario in cui i costi affrontati dalle TLC potrebbero superare le entrate.</p>
<p>Ma  è altrettanto vero che l&#8217;attuale modello di economia della rete sta  letteralmente polarizzando i profitti (USA da una parte, India e Cina  dall&#8217;altra) lasciando all&#8217;Europa le briciole. Un recente <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/05/23/Net_economy/eG8_Franco_Bernabe_telecom_italia_Carlo_De_Benedetti_l_espresso_Luca_Ascani.html"><strong>rapporto di COE-REXECODE</strong></a> ha messo in luce il forte ritardo accumulato dalla Francia e  dall&#8217;Europa nello sviluppo dell&#8217;economia digitale. Lo spazio economico  del vecchio continente è si unificato dall&#8217;euro, ma frammentato in una  babele linguistica di mercati nazionali che <a href="http://www.itespresso.it/le-lingue-straniere-rallentano-le-commerce-ue-52019.html"><strong>sta ostacolando il decollo dell&#8217;e-commerce</strong></a>.  La battaglia per l&#8217;affermazione degli standard sui sistemi operativi  per smartphone ed il conseguente predominio sul mercato delle apps, è  affare di esclusiva competenza statunitense (Microsoft, Apple e Google).  L&#8217;uscita dall&#8217;<em>impasse</em> richiederebbe insomma un sostegno  governativo ai grandi attori dell&#8217;economia digitale tale da metterli in  condizione di investire nell&#8217;ultrabroadband.</p>
<p>Non è un caso che nel lanciare il meeting Sarkozy avesse apertamente dichiarato di voler discutere l&#8217;ipotesi di una “<a href="http://www.reuters.com/article/2011/04/27/us-france-g8-internet-idUSTRE73Q5NB20110427"><strong>digital taxation</strong></a>” e di una maggiore regolamentazione per le più importanti compagnie internet.</p>
<p>Un&#8217;intenzione  ribadita durante il vertice che ha incassato il sostanziale appoggio  della commissaria europea per l&#8217;agenda digitale Neelie Kroes. Terminate  le fatiche per la messa a punto di un <a href="http://www.itespresso.it/la-ue-parte-da-600-milioni-di-euro-per-la-rete-di-domani-51872.html"><strong>primo piano di finanziamenti</strong></a> avente  l&#8217;obbiettivo di «<em>usare le finanze pubbliche in “modo intelligente” per far leva sugli investimenti industriali</em>»  e permettere all&#8217;Unione Europea di rivaleggiare su scala globale, la  Kroes si è presentata a Parigi in gran rispolvero.  Durante il summit ha  riconfermato la necessità di introdurre una <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/05/25/Net_economy/Neelie_Kroes_Digital_Agenda_eG8_Nicolas_Sarkozy_internet_203526.html"><strong>più ampia regolamentazione per il mercato di Internet</strong></a> sostenendo che «<em>le aziende devono assumersi le loro responsabilità, altrimenti sono capace di intervenire e pronta a farlo</em>».  Parole che suonano come una minaccia verso i player statunitensi, se si  tiene conto del ruolo sanzionatorio svolto già in passato dalla  commissione nei confronti di titani come Microsoft. Il traguardo da  tagliare è il raggiungimento di un accordo che veda la cooperazione di  governi, enti regolatori ed aziende per la stesura di regole in grado di  risollevare le sorti dell&#8217;Unione Europea nel mercato del digitale.</p>
<p>Ad  un simile compromesso puntano chiaramente le stesse TLC ma  possibilmente seguendo traiettorie diverse e meno vincolanti. Più che  introdurre un&#8217;ulteriore regolamentazione l&#8217;intervento pubblico dovrebbe  semmai produrne una riduzione lasciando le mani libere agli operatori di  telefonia. Lo dice chiaramente<a href="https://encrypted.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB8QFjAA&amp;url=http://www.key4biz.it/News/2011/05/25/Policy/Google_Facebook_France_Telecom_Stephane_Richard_Eric_Schmidt_eG8_Larry_Page_203525.html&amp;ei=X1LrTfnQLNO4hAeM8bG6Bg&amp;usg=AFQjCNEJBnb-_FS1DTtEhH_RiGz3bnbP2g"><strong> Franco Bernabé</strong></a>, amministratore delegato di Telecom Italia, che se da una parte richiede una forte <strong>attenzione della politica</strong>,  lo fa per invocare una maggior flessibilità da parte dei legislatori ed  una riduzione dell&#8217;asimmetria normativa che separa le TLC dagli OTT.  L&#8217;obbiettivo è quello di giungere ad una soluzione “statunitense”,  frutto esclusivamente di una negoziazione privata tra i diversi attori  del mercato, simile a quella che sembra aver preso piede negli <em>states</em> con la proposta congiunta Verizon/Google,  ratificata passivamente dalla FCC nel dicembre 2010.</p>
<p>E gli OTT? Ancora una volta le parole di Schmidt non lasciano spazio a fraintesi. «<em>Prima  di pensare a progetti di regolamentazione, chiediamo ai governi di  studiare soluzioni tecnologiche per risolvere i problemi da un punto di  vista globale. La miglior politica per un governo è dare banda larga  fissa e mobile a tutti i cittadini</em>». Tasse? Neanche a parlarne.  Regole?  Non servono! I governi pensino ad incentivare il nostro  business ed il resto lo farà il mercato. Ed in questa direzione va letto  il richiamo al diritto di accesso inserito anche nel documento finale  inviato a Deauville. Come ha spiegato un lucidissimo <a href="https://encrypted.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB8QFjAA&amp;url=http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/05/30/news/se_il_potere_non_ascolta_il_popolo_di_internet-16933679/&amp;ei=m1LrTaq2I8yxhAe6svm6Bg&amp;usg=AFQjCNHG2abLNad8lKzntgwZ3U2L20Vlmw"><strong>Stefano Rodotà</strong></a> «<em>la  sua indicazione si concreta in una richiesta volta sopratutto a rendere  possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse  pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più  profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è  il libero accesso alla conoscenza in rete</em>».</p>
<p>Ma che questa  fosse la posizione di Google lo si sapeva ben prima che le danze  cominciassero sotto la tensostruttura del Louvre che ha ospitato il  congresso. Il gigante di Mountain View ai primi di marzo aveva infatti  commissionato  alla Boston Consulting Group (per evidenti fini  propagandistici) il cosiddetto <a href="http://www.itespresso.it/e-g8-il-summit-internet-a-parigi-52187.html"><strong>rapporto Mc Kinsey</strong></a>:  uno studio sull&#8217;impatto esercitato dal “fattore internet” sull&#8217;economia  mondiale. I risultati che ne emergono più che per i termini  quantitativi o per la pretesa scientificità,  vanno letti per il valore  simbolico che assumono. Secondo lo studio la rete vale il 2,7 % del PIL  mondiale, il 3,4 % del PIL dei paesi di G8 e BRIC (ed ha contribuito al  10% della loro crescita negli ultimi 5 anni). <em>Dulcis in fundo</em> Internet creerebbe cinque posti di lavoro per ogni due che ne distrugge.</p>
<p>Insomma,  mentre gli avidi despoti della vecchia Europa  tentano di regolare  qualcosa che si regola già benissimo da solo (?!?), magari imponendo  nuove tasse, i giovani rampanti sognatori di quella grande fabbrica di  sogni che è  la rete tirano la carretta di un mondo in crisi.  Civilizzazione? Brutta parola, e dal sapore coloniale. Altro che regole,  è sufficiente diffondere le reti tecnologiche che rappresentano il vero  fattore di sviluppo nei paesi emergenti. Recessione? Nessun problema,  ci pensa il mercato digitale a creare nuovi posti di lavoro e a far  girare l&#8217;economia!</p>
<p>In attesa che il buon Schmidt presenti il  rapporto Mc Kinsey ai milioni di ex-lavoratori dell&#8217;ITC duramente  colpiti dalle crisi degli anni 2000, ai <em>knowledge workers</em> costretti a condizioni sempre più feroci di sfruttamento e flessibilità o  agli operai cinesi di Foxconn (crediamo che in una situazione simile <a href="http://www.itespresso.it/limpatto-dellincendio-a-foxconn-52146.html"><strong>a prendere fuoco </strong></a>non  sarebbe certo un Ipad),  bisogna rilevare che la posizione di Google  sembra essere passata anche in Francia, se è vero che a pochi giorni  dalla fine del meeting France Telecom (controllata per il 27%  dell&#8217;Eliseo) <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/83256/france_telecom_pronta_allalleanza_con_google"><strong>si è detta disponibile ad un alleanza con Mountain View</strong></a> per discutere insieme nuovi modi di generare guadagni. Sullo sfondo la  creazione di tariffe maggiorate in cambio di una banda di miglior  qualità migliore e la fine della Net Neutrality anche in Europa.</p>
<p><strong>Libertà di espressione o innovazione? Nessuna delle due</strong></p>
<p>Alcuni  commentatori hanno affermato che la distanza che intercorre tra la  posizioni di Sarkozy e quelle delle web company USA è sinonimo di una  differente impostazione nell&#8217;intendere la “libertà” sul web: l&#8217;Europa  portatrice di una visione più restrittiva e tradizionale, gli Stati  Uniti all&#8217;insegna di una presunta libertà assoluta. Quest&#8217;ultima è una  baggianata da far sbellicare, se non fosse che tra una risata e l&#8217;altra  potrebbero venire alla mente fatti poco allegri come i progetti di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/06/30/switch-off-the-internet-wtf/"><strong>kill switch</strong></a> della rete, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/"><strong>la censura messa in atto durante l&#8217;esplosione del Cable Gate</strong></a> dal dipartimento di Stato Usa o ancora i massicci investimenti del Pentagono in cyberwar.</p>
<p>La  questione in realtà è tutt&#8217;altra.  Semplicemente il fatto è che oggi  alla Casa Bianca i nuovi padroni sono i giganti del 2.0, protagonisti  assoluti del più massiccio processo di concentrazione economica nella  storia del capitalismo. Una posizione di forza da cui le regole del  gioco si dettano, non si concordano. E attori come Google, Facebook o  Amazon necessitano della minor regolamentazione possibile per ciò che  concerne questioni come la tutela della proprietà intellettuale, la  privacy, il controllo dei dati degli utenti (temi che infatti sono  rimasti sullo sfondo del summit). E se regolamentazione deve essere, che  almeno sia decisa in famiglia e poi approvata supinamente dal  legislatore (come è stato nel caso della già citata proposta congiunta  dell&#8217;agosto 2010 Google-Verizon sulla net neutrality).</p>
<p>È questa  dunque, la libertà di espressione a cui Google e soci fanno riferimento:  una libertà completamente funzionale ed aderente ai principi  ultraliberisti del mercato, figlia di una visione “f<em>uori dal controllo</em>”  elaborata da Kevin Kelly 15 anni fa e oggi fatta propria dagli Eric  Schmidt di turno, sempre pronti a celebrare l&#8217;armonia sistemica indotta  dalla rediviva mano invisibile.</p>
<p>Cibernetica liberale a parte, un  discorso simile va fatto anche per Sarkozy ed i suoi omologhi se è vero  che, come ha sottolineato Carlo Formenti sul Corriere «<em>nemmeno gli  argomenti dei governi sono esenti da sospetti: se le imprese camuffano  il desiderio di tenersi le mani libere da impegno per la libertà di  espressione, i governi camuffano il desiderio di mantenere il controllo  sulle rispettive porzioni del web per amore dell&#8217;innovazione</em>»</p>
<p><em><strong>Prosumer&#8230;. PRRRR!!!</strong></em></p>
<p>Quella  andata in scena a Parigi è stata una girandola di contrapposizioni e  tensioni culminate in un nulla di fatto ben sintetizzato dalle  conclusioni della due giorni. Il documento inoltrato al G8 svoltosi a  Deauville il 26 e 27 maggio esprime posizioni talmente ambigue da far  pensare che l&#8217;accordo raggiunto per la sua stesura non avesse in realtà  messo d&#8217;accordo proprio nessuno.</p>
<p>Se qualcuno si aspettava davvero  una presa di posizione su temi che si stanno facendo giorno dopo giorno  più scottanti come la privacy, la tutela dei dati personali, la censura  è rimasto a bocca asciutta: a fare la parte del leone all&#8217;interno della  due giorni di discussione è stata l&#8217;economia.</p>
<p>Crediamo che  questo fatto e la stessa composizione degli invitati al meeting (le  grandi internet company, l&#8217;industria dei contenuti, le compagnie  telefoniche, ministri francesi e qualche rappresentante della UE) siano  un ulteriore conferma di quanto oggi frasi come “<strong>internet la fanno gli utenti</strong>”  suonino vuote e prive di significato. Altro che netizen! I due miliardi  di utenti che attraversano la rete sono al più da considerare come  prosumer senza diritti e senza alcuna voce in capitolo sul futuro della  rete. Il messaggio lanciato dai soggetti che si sono scontrati a Parigi è  ben preciso: seppur da prospettive diverse, governi e capitalismo 2.0  considerano Internet come cosa loro, sia esso una riserva privata di  caccia da cui spremere profitti immensi o un territorio da sottoporre a  forme di rigido controllo politico e sociale. La rete non è solo questo e  le rivolte nord africane lo hanno evidenziato con forza. Ma ci hanno  anche insegnato che non sarà il potere comunicativo del “popolo della  rete” ( un fantomatico soggetto eterogeneo, privo di qualsivoglia  organizzazione ed incapace di esprimere la benché minima istanza  politica) a ribaltare questa situazione.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/07/note-a-margine-dell-eg8/">Note a margine dell&#8217;E-G8</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>La spettacolare morte di #osama</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 11:04:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Osama is trending!(o era Obama?) Non c&#8217;è che dire! Un fine settimana degno di Walt Disney per l&#8217;infosfera globale: il principe sposa Cenerentola con un matrimonio da favola e l&#8217;orco cattivo muore. Sull&#8217;atmosfera fiabesca aleggia l&#8217;ectoplasma di papa Wojtytla: la circolarità di sentimenti ed emozioni prodottasi tra media broadcast e social network deve aver dato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Osama is trending!(o era Obama?)</h2>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/05/foxnews.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-459" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/05/foxnews-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a>Non c&#8217;è che dire! Un fine settimana degno di Walt Disney per l&#8217;infosfera globale: il principe sposa Cenerentola con un matrimonio da favola e l&#8217;orco cattivo muore. Sull&#8217;atmosfera fiabesca aleggia l&#8217;ectoplasma di papa Wojtytla: la circolarità di sentimenti ed emozioni prodottasi tra media broadcast e social network deve aver dato alla testa all&#8217;onorevole Biancofiore del PDL, che in preda ad una crisi mistica ha gridato al miracolo, causando lo sdegno imbarazzato del Vaticano. Dulcis in fundo una chicca dal sapore frodiano ce la regala la Fox <a href="http://twitpic.com/4s8z16" target="_blank">annunciando in diretta</a> la morte di Obama Bin Laden: a guardare il razzismo del suo linguaggio ed i veementi attacchi contro il presidente statunitense verrebbe da pensare più ad un <em>lapsus</em> che ad una gaffe.</p>
<p>Non manca il sarcasmo in rete di fronte alla morte del leader di Al Qaeda: c&#8217;è chi si chiede se finalmente sarà possibile portarsi il bagno schiuma in aereo o se l&#8217;incarnazione del male non abbia segretamente ceduto al fascino dell&#8217;Iphone 4 bianco o magari al vizio (tutt&#8217;altro che occidentale) di quattro amene chiacchiere sui social network. Attivata per sbaglio la geolocalizzazione dei tweet?</p>
<p>Dal sapore più amaro e retorico sono invece i tweet di coloro che si domandano se l&#8217;affermazione della categoria metafisica del terrore nel nostro immaginario non abbia effettivamente vinto visto il caro prezzo pagato per “sconfiggerlo”: nella lunga lista delle “casualties” prodottasi a cavallo delle due guerre scatenate per dare la caccia ad un singolo personaggio possiamo elencare centinaia di migliaia di vittime civili e le nostre libertà fondamentali. <em>Mission accomplished?<span id="more-460"></span></em></p>
<p>Immancabili i fake e le voci che lanciano la teoria del complotto, mente molti account facenti riferimento alle rivoluzioni nord africane in corso hanno mostrato indifferenza per la dipartita del simbolo di una corrente politica scalzata e rifiutata dai movimenti della primavera araba.</p>
<p>Puntuali come la morte (per l&#8217;appunto)<a href="http://www.oneitsecurity.it/02/05/2011/osama-bin-laden-ucciso-via-agli-attacchi-blackhat-seo/"> i </a><a href="http://www.oneitsecurity.it/02/05/2011/osama-bin-laden-ucciso-via-agli-attacchi-blackhat-seo/" target="_blank"><em>crackers</em></a><a href="http://www.oneitsecurity.it/02/05/2011/osama-bin-laden-ucciso-via-agli-attacchi-blackhat-seo/"> di turn</a>o che, sfruttando l&#8217;interesse e l&#8217;attenzione suscitate dal clamore della vicenda ed accostando false notizie e video alla morte dell&#8217;emiro saudita, sono riusciti a diffondere malware avente come obbiettivo l&#8217;accesso ai dati personali degli utenti. Era già avvenuto con il <a href="http://www.oneitsecurity.it/14/03/2011/terremoto-in-giappone-sul-web-attacchi-blackhat-seo/" target="_blank">terremoto giapponese</a> e con le vicende erotico/giudiziarie di Berlusconi. D&#8217;altra parte se l&#8217;anello debole della sicurezza informatica è l&#8217;uomo perché non sfruttarne le debolezze emotive per avere accesso al sistema? Il <em>social engeneering</em> oggi non può che passare anche per i social network.</p>
<p>Insomma: <strong>Osama is trending!</strong> Pellegrinaggio virtuale (che fa tanto Cogne) sui luoghi dell&#8217;accaduto tramite Flickr e Google Maps, a cui fanno da corredo migliaia di tweet e post su Facebook al secondo per uno spasmodico brulicare di voci assordante che fa impazzire i social network. C&#8217;è ne è per tutti i gusti e tutte le latitudini. Un aspetto rimarcato da molti quotidiani e network, evidentemente a corto di inventiva visto che ormai non dovrebbe essere più una novità per nessuno il fatto che la rete sia una <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/10/21/news/come_twitter_influenza_wall_street-8296933/" target="_blank">sonda dello stato d&#8217;animo degli utenti</a>, uno strumento con cui effettuare lo screening digitale dell&#8217;opinione pubblica e più in generale un termometro degli umori che attraversano la società. È già accaduto in passato (come durante il <em>Cablegate</em>, a ridosso del terremoto in Giappone e della barbara uccisione di Vittorio Arrgoni per arrivare fino al “Royal Wedding” di pochi giorni fa) e continuerà in futuro ogni qual volta si produrranno eventi, per un motivo o per un altro, in grado di scuotere l&#8217;attenzione pubblica mondiale.</p>
<h2>L&#8217;ha detto prima Twitter!</h2>
<p>La morte di Osama Bin Laden però ci regala anche un quadretto interessante tanto sulla complessità dell&#8217;articolazione del sistema mediale quanto sull&#8217;incrollabile fede dei cyber entusiati che non si lasciano sfuggire un&#8217;occasione per tessere le lodi dei social media e della loro potenza comunicativa. <strong>«Twitter l&#8217;ha detto prima degli altri!»</strong> è l&#8217;eco che rimbalza diffusamente tra blog, forum e profili on line. I devoti di San Biz Stone esultano per la velocità con cui la notizia del trapasso di Bin Laden è stata diffusa dal social network di Palo Alto, segno inequivocabile della manifesta e schiacciante supremazia dei nuovi media su quelli vecchi. Battuti anche i tempi di beatificazione di papa Wojtyla i cui fedeli tornano a casa dalla trasferta romana con un po&#8217; di amaro in bocca.</p>
<p>In effetti la vulgata vuole che l&#8217;estromissione dal mondo terreno di Osama Bin Laden sia stata, per dirla con un termine 2.0 à la page, <em>livebloggata</em> da un programmatore pachistano che si trovava nelle vicinanze del luogo dove è accaduto il raid delle forze speciali statunitensi. Peccato si tratti di una panzana buona giusto per i convegni di “esperti di nuovi media” che ormai spuntano come funghi infestando le università.</p>
<p>Mario Todeschini  ha <a href="https://encrypted.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB4QFjAA&amp;url=http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2011/05/02/ma-veramente-osama-lha-fatto-fuori-twitter/&amp;ei=9YPATZv0EsvLswb11aDDBQ&amp;usg=AFQjCNGGYu536TMjkgNlir73zRTf8KBLtA" target="_blank">ricostruito la dinamica</a> con cui si è diffusa la notizia della morte di Bin Laden . Il giornalista ci ha spiegato bene come in realtà, Sohaib Athar, il blogger in questione, prontamente innalzato alla carica di eroe del citizen journalism per 36 ore, abbia semplicemente segnalato dal suo account la presenza di diversi elicotteri nel sobborgo di Abbotabad (il luogo dove è avvenuto il blitz delle forze speciali USA), senza avere in realtà la minima idea di quanto stava avvenendo. La sua popolarità è esplosa solo nel momento in cui è stata diffusa da diversi media la voce che proprio ad Abbotabad era in corso una grossa operazione dei corpi d&#8217;élite statunitense. Solo allora il nome del sobborgo pachistano in cui si svolgeva l&#8217;operazione è diventato un termine particolarmente ricercato su Twitter e solo allora i suoi tweet sono stati ricollegati a quanto stava avvenendo, permettendogli di avere i suoi 15000 followers di gloria. <em>Ergo</em> il buon Sohaib non ha realizzato alcuno scoop giornalistico.</p>
<p>Per la cronaca: a quanto pare il titolo di <em>new-media-hero</em> sembra essere ambito da tutti meno che dal povero programmatore pachistano. Con parecchie ore di sonno arretrato, sommerso da email e richieste di contatto su Skype <a href="http://twitter.com/#%21/ReallyVirtual/status/65015803543695360" target="_blank">è stato costretto a dichiarare</a> che Bin Laden non l&#8217;aveva ucciso lui e che voleva solo essere lasciato in pace.</p>
<h2>Media integrati&#8230;</h2>
<p>Qualche tempo fa <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/" target="_blank">scrivevamo</a> di come l&#8217;affabulazione della “Twitter Revolution” nella sua eccessiva semplificazione rendesse inintellegibili e depoliticizzasse agli occhi dei più le cause profonde delle rivolte e dei conflitti nord africani. A questo vanno senz&#8217;altro aggiunte <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CCIQFjAA&amp;url=http://blog.ulisesmejias.com/2011/01/30/the-twitter-revolution-must-die/&amp;ei=-ITATfS-K4ua-waZ1qD7Aw&amp;usg=AFQjCNH50fRJtf-iSIMwC2SH_AG1ME6_og" target="_blank">le interessanti considerazioni di Ulisses Mejias</a> il quale ha messo sotto accusa il noto sintagma in quanto sinonimo dell&#8217; inestinguibile mitologia che continua a correlare acriticamente e strumentalmente la diffusione delle tecnologie digitali con l&#8217;espansione dei processi democratici.</p>
<p>Una mistificazione che sembra attraversare in maniera più edulcorata anche la vicenda “<em>Bin Laden TANGO DOWN</em>”, immediatamente rilanciata come espressione di un citizen journalism insorgente. Un equivoco indotto che ha il grave difetto di interpretare a senso unico ed in modo riduttivo le modalità di circolazione dell&#8217;informazione e che non permette di decifrare le dinamiche complesse su cui si struttura il sistema mediale.</p>
<p>Continuare a produrre un&#8217;analisi dei flussi di comunicazione e del loro precipitato politico a partire dalla dicotomia che vede contrapposti vecchi e nuovi media è indice di miopia. Affermare che oggi l&#8217;internet sociale abbia ormai un suo ruolo affermato all&#8217;interno del sistema informativo non può farci dimenticare quanto essa faccia parte di un sistema integrato di comunicazione (come ha ricordato in un <a href="http://www.internazionale.it/i-gelsomini-tunisini-viaggiano-in-rete/" target="_blank">suo recente intervento</a> anche Manuel Castells) composto tanto da social network e televisioni, blog e carta stampata, fax e telefoni, forum e piazze. Forse può essere utile per rinfrescare la memoria la fotografia della bandiera di Al Jazeera che, nei primi giorni dell&#8217;insurrezione libica e immediatamente a ridosso di quella egiziana, garriva al vento sul quartier generale dei rivoltosi a Bengasi. Occorrono immagini più evocative per esplicitare il protagonismo dei network televisivi nella narrazione e nella costruzione dello spettacolo globale?</p>
<p>Non stiamo affatto assistendo alla fine <em>tout court</em> di vecchie gerarchie, ma semmai ad un rimpasto di poteri, ad una “riforma” del sistema d&#8217;informazione, all&#8217;interno del quale i vecchi attori continuano ad avere un ruolo fondamentale. Lo spiazzamento iniziale dei media broadcast, derivante dalla massificazione delle tecnologie digitali, sta lentamente lasciando il passo a nuove forme di collaborazione con gli attori emergenti. Risultato? Uno sfruttamento mutuale delle reciproche potenzialità comunicative.</p>
<p>Questo è esattamente quanto avvenuto per l&#8217;evento dell&#8217;anno subito trasformato in una celebrazione mediale globale . Vediamo come.</p>
<p>Brian Stelter sul New York Times, <a href="http://mediadecoder.blogs.nytimes.com/2011/05/01/how-the-osama-announcement-leaked-out/" target="_blank">ha dettagliatamente circostanziato</a> le modalità con cui la notizia è trapelata al di fuori della Casa Bianca. Un classico meccanismo <em>top-to-down</em>, partito da alcuni alti papaveri di Washington in contatto sia con le sale di comando politiche e militari dove in quelle ore si schiacciavano pulsanti rossi, sia con personaggi accreditati dell&#8217;establishment mediatico statunitense.</p>
<p>Con circa due ore di anticipo sul discorso di Obama, Dan Pfeiffer (direttore delle comunicazioni delle Casa Bianca) dal suo account Twitter (ed immaginiamo anche tramite altre comunicazioni private) mette in allerta i giornalisti dei maggiori network statunitensi (che a loro volta erano stati avvisati di tornare al lavoro da alcune mail provenienti dalle loro redazioni). Già allora era noto che il discorso presidenziale avrebbe avuto come tema la sicurezza nazionale .</p>
<p>Meno di un&#8217;ora dopo Keith Urbhan, capo di gabinetto dell&#8217;ex segretario alla difesa Donald Rumsfeld (una persona assolutamente interna all&#8217;élite di Washington e ben informata sui fatti) fa trapelare di essere venuto a conoscenza da una fonte attendibile dell&#8217;uccisione dello sceicco del terrore (si scoprirà poi che questa fonte è un non meglio specificato produttore televisivo).</p>
<p>A pochi minuti dalle 23 invece sono fonti anonime interne al Pentagono ed alla Casa Bianca a far circolare la notizia fra i reporters della capitale. Dopo altri quindici minuti, mentre su Facebook si moltiplicano con una velocità di dodici al secondo i post contenenti la parola “bin Laden”, sulle prime pagine dei siti web del New York Times e dell&#8217;Huffington Post troneggiano a caratteri cubitali titoli che con quaranta minuti di anticipo sul discorso di Obama informano la loro audience della morte di Osama.</p>
<p>La stessa CNN, interrompe i suoi programmi per dare la breaking news (riverberata immediatamente anche in rete) e fa registrare allo stesso tempo un enorme afflusso di contatti sul suo sito web (all&#8217;una di notte saranno 88 milioni, una cifra semplicemente spaventosa).</p>
<p>Tutti questi elementi miscelati tra loro creano in rete un&#8217;attesa spasmodica per le parole di Obama. Touchscreen, tastiere e mouse, si fanno bollenti facendo aumentare la frenesia di minuto in minuto. E in questo contesto accade un fatto senza precedenti: durante la trasmissione del discorso televisivo di Obama viene pubblicata una media di 4000 tweet al secondo che, a detta stessa di Twitter, è <a href="http://techcrunch.com/2011/05/02/bin-laden-announcement-twitter-traffic-spikes-higher-than-the-super-bowl/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+Techcrunch+%28TechCrunch%29" target="_blank">la più alta mai raggiunta nella storia del social network</a>.</p>
<p>Ad Iphone spento e mente lucida dovrebbe quindi venire in soccorso di chiunque un minimo di razionalità tale da suggerire che quanto è accaduto non si configura affatto come un evento ad appannaggio di rete e social network. Semmai quella a cui abbiamo assistito e partecipato è stata una grande celebrazione della vittoria di tipo cross mediale, frutto dell&#8217;intreccio e della bifocalità articolata tra gli schermi di televisioni e smartphone. In questo senso è interessante <a href="http://news.cnet.com/8301-31001_3-20059058-261.html" target="_blank"> un sondaggio stilato da Cnet</a> che, pur non avendo valore statistico per via della limitatezza e della non scientificità del campione, mette bene in evidenza come televisione, radio e passaparola abbiano rappresentato per più della metà degli intervistati la fonte della notizia della morte di Bin Laden.</p>
<p>Da un <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/05/02/misurare-la-modernita-con-i-matrimoni-reali" target="_blank">recente articolo di Giovanni Boccia Artieri</a> pubblicato su Apogeonline dove si spiega come la strategia crossmediale voluta da quelle vecchie ciabatte che sono gli Windsowr abbia caricato di attesa il “Royal Wedding”, emerge come la rete non sia da considerare esclusivamente come luogo di propagazione dei contenuti, ma anche uno spazio strategico nella preparazione e nella costruzione di un evento. In questo senso l&#8217;aspettativa che si viene a creare online è un elemento strategico per coinvolgere il pubblico e traghettarlo a forza fino al clou dello spettacolo (che sia questo il discorso di Obama o il goffo bacio scambiato tra i due rampolli reali).</p>
<p>Utilizzando altre parole (e nello specifico <a href="http://techcrunch.com/2011/05/02/twitter-media-amplifies/" target="_blank">quelle di Eirck Schonfeld</a>) Twitter non sostituisce affatto i vecchi canali di informazione ma è in grado sia di amplificarne la potenza (come è stato nel caso del discorso presidenziale) sia di incanalare la propria audience verso gli altri media compresi quelli “vecchi”. E questo è tanto più vero dal momento che, molte delle informazioni diffuse al momento dell&#8217;uccisione di Bin Laden erano nient&#8217;altro che un fedele riverbero delle parole pronunciate in televisione dagli ancorman delle varie CNN, ABC,CBS etc etc .</p>
<p>Un&#8217;operazione ben architettata dallo staff di comunicazione di Obama? Un aiuto involontario giunto dal tweet di Urbahn Keith? Una strategia di comunicazione dell&#8217;amministrazione americana indirizzata a costruire un determinato rapporto di fiducia e vicinanza rispetto alla popolazione?</p>
<p>O forse più semplicemente un evento prodottosi a cavallo di quella che ormai è una commistione consolidata tra diversi sistemi di comunicazione che tendono a compenetrarsi progressivamente. Sta di fatto che il risultato è stato quello di una celebrazione mediale della morte del nemico, alla cui costruzione ha partecipato chiunque, attraverso le conversazioni che penetravano capillarmente, fuso orario dopo fuso orario, rimbalzando nella quotidianità di milioni di persone, dal piccolo al grande schermo, dai social network ai luoghi lavorativi, dalle televisioni alle chiacchiere nei bar.</p>
<p>E questo senza dimenticare che anche gli “stantii” quotidiani statunitensi (tanto quelli locali quanto quelli internazionali) hanno giocato un ruolo significativo <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CCIQFjAA&amp;url=http://mashable.com/2011/05/02/newspapers-extra-editions-bin-laden/&amp;ei=rYjATZfSOsGA-wbtt-T5Aw&amp;usg=AFQjCNEkFTbTyfhXNz5H_vwFR3LqzIlTRg" target="_blank">traendone a loro volta un certo beneficio</a>: prime pagine cambiate all&#8217;ultimo minuto e tirature raddoppiate. Era dai tempi della guerra del golfo che il Times non fermava le rotative.</p>
<p>Alla faccia della crisi degli “old media”.</p>
<h2>.. e diversi palcoscenici</h2>
<p>Più che blaterare scemenze sullo spodestamento della vecchie aristocrazie massmediatiche, oltre a rimarcare quella che è la strutturazione integrata del sistema informativo globale, ci pare piuttosto utile provare ad esaminare le funzioni politiche di tale spettacolo e come potrebbero essere agite.</p>
<p>Come sempre la lettura che si può fare non va a senso unico se anche Fox News, la voce del partito Repubblicano e del Tea Party, ha immediatamente provato a far passare l&#8217;evento come il frutto maturo della politica bushista.</p>
<p>È chiaro però che, se è vero che il nascondiglio in cui si rifugiava Bin Laden <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/28259/Pakistan,+il+rifugio+di+bin+Laden+sotto+osservazione+da+agosto" target="_blank">era tenuto sotto stretta sorveglianza da agosto</a>, non è privo di senso interrogarsi sulle dinamiche temporali da cui è scaturita l&#8217;azione dei Navy Seals statunitensi.</p>
<p>Questo non significa ovviamente alimentare le sempiterne teorie del complotto o gli entusiasmi delle <em>evergreen</em> signore Fletcher in fregola di dietrologia (specialmente di fronte ad un evento come questo in cui è presumibilmente coinvolto tutto il battaglione dei servizi segreti statunitensi e mediorientali), ma significa piuttosto osservare il contesto che fa da sfondo all&#8217;eliminazione della nemesi dell&#8217;occidente, tenendo sempre presente il vecchio adagio clausewitizano che impone di chiederci quali sono gli scopi politici dell&#8217;utilizzo dello strumento militare.</p>
<p><strong>Due brevi spunti di riflessione allora.</strong></p>
<p>Primo, è impossibile non notare come l&#8217;eliminazione di Bin Laden si concretizzi a pochi giorni dall&#8217;avvio della campagna elettorale per le elezioni di novembre 2012. Se pure a detta di molti commentatori la partita finale si giocherà sul nodo della disastrata situazione economica statunitense, è innegabile che per l&#8217;indebolito Obama, uscito mal concio dal banco di prova delle elezioni di midterm, fiaccato nella credibilità delle numerose promesse non mantenute e costretto infine a mostrare il suo certificato di nascita per provare le sue origini a stelle e strisce, l&#8217;aver messo a segno un colpo di questo calibro rappresenta un bel rilancio propagandistico di quel “<em>Yes We Can!</em>” che aveva segnato la sua elezione. Un “Yes We Can! già pronunciato bello forte nei discorsi istituzionali delle cene di gala del <em>day after</em>. Un “Yes We can!” a cui si affianca il nuovo emblematico slogan “It beguns with Us” per rigalvanizzare quella massa di volontari che nel 2008 fecero la fortuna dell&#8217;astro nascente dell&#8217;Illinois.</p>
<p>Secondo non si può dimenticare il quadro della rivoluzione araba che non ha usato il discorso dell&#8217;islamismo radicale come narrazione e pratica per accendere la scintilla e proseguire nello sviluppo di movimenti insurrezionali, che ovunque si sono mostrati indifferenti o decisamente ostili all&#8217;ideologia salafita individuata come nemica. A questo si aggiunga che, proprio nel giorno in cui Zuckerberg e Obama davano il via alla campagna elettorale nella sede centrale di Facebook inscenando un siparietto carico di significati, il Times eleggeva come uomo più influente del mondo Wael Ghoneim (il dirigente di Goolge rapito in Egitto dagli sgherri di Mubarak prima della caduta del regime). Non è difficile capire di conseguenza che, con la liquidazione di Bin Laden trasmessa in mondovisione, Obama si sia candidato di diritto di fronte alle masse arabe come uomo del rinnovamento della immagine statunitense nel mondo. Un rilancio che era uno degli obbiettivi del suo primo mandato e che potrebbe essere operato anche grazie all&#8217;esercizio di un soft-power yankee mediato dai grandi social media e dalla loro rappresentazione (e questo a maggior ragione nel momento in cui ormai gli uomini del capitalismo 2.0 sono attori di primissimo piano del gotha politico washingtoniano).</p>
<p><em>Insomma&#8230; lo spettacolo continua.</em></p>
<p style="text-align: right"><em>InfoFreeFlow per Infoaut</em></p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/05/04/la-spettacolare-morte-di-osama/">La spettacolare morte di #osama</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ritorno dalla frontiera &#8211; Seconda parte</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 11:07:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vestiti nuovi per la finanza? E&#8217; noto come Rockefeller Jr. &#8211; dopo lo smembramento da parte dell&#8217;antitrust statunitense della Standard Oil nelle oggi note &#8220;sette sorelle&#8221; del petrolio &#8211; per necessità ed opportunità avviò tutta una serie di investimenti nel mercato finanziario ed immobiliare, garantendo la tenuta del suo patrimonio e perpetuando il mito della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/04/Immagine1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-455" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/04/Immagine1.jpg" alt="" width="300" height="279" /></a>Vestiti nuovi per la finanza?</h2>
<p>E&#8217; noto come Rockefeller Jr. &#8211;  dopo lo smembramento da parte dell&#8217;antitrust statunitense della Standard  Oil nelle oggi note &#8220;sette sorelle&#8221; del petrolio &#8211; per necessità ed  opportunità avviò tutta una serie di investimenti nel mercato  finanziario ed immobiliare, garantendo la tenuta del suo patrimonio e  perpetuando il mito della propria dinastia fino ai giorni nostri.</p>
<p>Oggi  il contesto è quello dell&#8217;economia dell&#8217;informazione del web: non  quella degli anni &#8217;90, indifferenziata e fruibile solo a pochi addetti  ai lavori, ma quella segmentata e personalizzata attuale, soggetta a  convenzioni e comportamenti mimetici con cui gli utenti economizzano la  propria attenzione rispetto al diluvio informazionale. E se da un lato  le capacità regolatorie dell&#8217;antitrust sono ridotte ai minimi termini  dall&#8217;altro nessuno degli infolatifondisti del web 2.0 disdegna il  ricorso a svariate forme di investimento &#8211; per la necessità di  riprodurre i propri servizi e l&#8217;opportunità di espandersi in nuove e  strategiche dimensioni dell&#8217;economia reale e finanziaria.</p>
<p>Come <a href="../post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-prima-parte/">abbiamo</a> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/">scritto</a> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/05/11/twitter-come-wall-street/">altrove</a> si è sempre data una certa consonanza nei meccanismi di valorizzazione  del linguaggio nei due ambiti, propria del paradigma produttivo  informazionale che li ricomprende; oggi però sembra presentarsi  un&#8217;ibridazione anche dei loro vocabolari specialistici, se da una parte  assistiamo al lancio in sordina delle Google Ventures e dall&#8217;altra  all&#8217;indizione solenne ed ultimativa degli stress test bancari  (progettati per valutare la capacità di tenuta degli istituti di credito  in ipotetici scenari emergenziali).</p>
<p>Ma che dire dell&#8217;ingresso in  borsa degli stessi intermediari informazionali? Un po&#8217; di cifre:  l&#8217;esordio in borsa di LinkedIn (90 milioni di utenti) potrebbe vedere  un&#8217;offerta pubblica iniziale di almeno 2 miliardi di dollari; GroupOn  (70 milioni di utenti), almeno 4.8 miliardi di dollari; Facebook (600  milioni di utenti), 50 miliardi di dollari (tra cui i recenti  investimenti di 450 milioni di Goldman Sachs su cui torneremo tra poco)  Una stima quest&#8217;ultima superiore al valore di Yahoo!, Time Warner ed  eBay. Altri attori come Skype, Twitter e l&#8217;azienda di social gaming  Zynga stanno considerando simili passaggi. Tutto questo, ed in parte la  necessità di convogliare la realtà caotica e complessa dei rapporti di  produzione del terzo millennio entro schemi di riferimento familiari fa  domandare molti: ci stiamo dirigendo verso una <a href="http://dealbook.nytimes.com/2011/03/27/is-it-a-new-tech-bubble-lets-see-if-it-pops/">bolla del web 2.0</a>?<span id="more-456"></span></p>
<p>Nell&#8217;epoca  del capitalismo della crisi (condizione che non produce automaticamente  il suo opposto), è lecita la preoccupazione che la smobilitazione dei  capitali dal settore dell&#8217;immobiliare &#8211; in cui si erano riversati  all&#8217;indomani dello scoppio della bolla delle <em>dot com</em> &#8211; possa  ricreare condizioni di instabilità diffusa nel sistema internazionale.  Le prime avvisaglie si sono registrate tra luglio ed ottobre dello  scorso anno, periodo in cui la cosiddetta &#8220;guerra delle valute&#8221; ha visto  migrare ingenti fondi speculativi verso i mercati emergenti meno  toccati dalla crisi finanziaria (mettendone a rischio la stabilità nel  lungo termine) e non a caso sono stati effettuati i suddetti &#8220;stress  test&#8221; sulla tenuta delle principali banche europee.</p>
<p>Tuttavia, gli  attuali intermediari del web come Google, Facebook, Skype, Twitter e  LinkedIn non sono i progetti fumosi ed ideali della prima internet.  Hanno avuto tempo di mostrarsi al mondo per cosa sono e per cosa  servono, acquisendo notevoli basi d&#8217;utenza e rimanendo al di fuori degli  alti e bassi del mercato borsistico degli anni 2000. Più di recente, a  partire dalle modalità di raccolta fondi della campagna presidenziale di  Barack Obama nel 2008 e passando per l&#8217;Onda Verde iraniana del 2009  fino ad arrivare all&#8217;attuale sommovimento nel mondo arabo, hanno  dimostrato di esercitare un potere politico notevole: tale da  convogliare su di essi una quantità di investimenti in termini di  capitali, saperi ed organizzazione che rende difficile pensare allo  scoppio di una bolla del web 2.0 che risparmi le infrastrutture portanti  della produzione economica e della comunicazione contemporanee.</p>
<p>Altre considerazioni sostengono questa ipotesi. E&#8217; possibile che i <em>robber baron</em> di fine &#8217;800 &#8211; inizi &#8217;900 avessero un peso tale sul mercato finanziario  da condizionarne in larga parte l&#8217;andamento; però non è dato sapere se  avessero mai accarezzato l&#8217;ipotesi di divenire essi stessi istituzioni  ed arbitri di quel mercato. Oggi Google non è solo entrato in Borsa, ma <em>nella</em> Borsa: affidando al proprio senior manager Hal Varian, teorico per  eccellenza dell&#8217;Economia della Conoscenza, la creazione di indici (<a href="http://www.tomshw.it/cont/news/google-price-index-misura-l-inflazione-e-non-sbaglia/27500/1.html">come quello dei prezzi al consumo</a>) basati sulle sue statistiche, Google sembra assicurarsi la <em>root</em> istituzionale delle informazioni su cui le proiezioni macroeconomiche e  le costruzioni di senso borsistiche hanno luogo, proponendosi essa  stessa come nuova struttura del Mercato.</p>
<p>Nemmeno i social network sono al di fuori di queste dinamiche, iniziando a configurarsi come luoghi in cui si delineano <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-08/trading-oggi-social-impare-184405.shtml">convergenze</a> tra comunicazione, formazione ed investimento finanziari: studi delle Università di Monaco, di Manchester e dell&#8217;Indiana <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-12976254">ripresi dalla BBC</a> sostengono la capacità dei <em>tweet</em> aggregati in base alle parole chiave del mercato finanziario di  rispecchiare l&#8217;andamento dell&#8217;indice Dow Jones con un&#8217;accuratezza  dell&#8217;87% e di generare un ritorno sugli investimenti del 15%. Da questi  studi è nato persino un clone di Twitter dedicato di nome Tweettrader e  non sorprende che Twitter stesso abbia recentemente imposto un <a href="http://punto-informatico.it/3093466/PI/News/twitter-ubermedia-intermittenza.aspx">giro di vite sui suoi client</a> con la finalità di conseguire un maggior controllo sulla propria interfaccia.</p>
<p>Alla  luce di tali evoluzioni ci si può interrogare sulla recente  sostituzione di Eric Schmidt al vertice di Google con Larry Page: è  accaduto perché il cofondatore di Google ha compreso il funzionamento di  Wall Street? Oppure perché (dopo anni di frequentazioni con le centrali  del <em>venture capital</em>) internet è diventata come Wall Street? Non sarebbe questo un bene, data la <em>vision</em> di apertura e trasparenza dei dati alla base della cultura d&#8217;impresa di  Facebook e Google, quasi una panacea all&#8217;annoso problema posto dalle  asimmetrie informative alla finanza aziendale, ed ai guasti provocati  dal far west (ancora!) dei mercati borsistici non regolamentati dei  prodotti derivati?</p>
<p>Ironicamente, i principali attori del web 2.0  si preparano a sbarcare e sbancare in borsa nel modo più opaco e meno  diretto possibile: in attesa dell&#8217;offerta pubblica iniziale, per la  quale come detto si stanno mobilitando i principali istituti di credito  statunitensi (ma non solo), Facebook si sta finanziando attraverso il  collocamento delle proprie azioni possedute dai dipendenti e dai  primissimi investitori su mercati secondari e piattaforme web come  SharesPost e SecondMarket; mercati privati, chiusi ed autoreferenziali  che permettono agli advisor finanziari del social network di Palo Alto  come Goldman Sachs di raccogliere fondi da molteplici clienti da  convogliare in un&#8217;unica scatola nera di finanziamenti pro-Facebook da  essa gestita. Il che, ad esempio, previene l&#8217;obbligo di quotazione  immediata dell&#8217;azienda che superi il tetto dei 500 investitori, prevista  dalle <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Denaro-Lettera/2010/12/31/FINANZA-Cosi-Facebook-e-Twitter-sconvolgono-i-mercati/137848/">regolazioni a tutela dell&#8217;interesse pubblico</a> che una simile entità arriva ad assumere.</p>
<p>Con  un altro parallelo, le modalità di divulgazione dei bilanci delle  aziende del web 2.0 richiamano quelle delle statistiche di crescita di  un contesto tutt&#8217;altro che trasparente: quello dell&#8217;economia cinese &#8211;  altra grande frontiera degli investimenti contemporanei (anche se in  questo caso centrale nelle filiere della produzione materiale piuttosto  che di quella informazionale).</p>
<p>Come dalla &#8220;fabbrica del mondo&#8221;  cinese si sono snocciolati negli ultimi 10 anni dati di crescita a  doppia cifra, senza credibili riscontri sulla loro origine e sulle loro  effettive ricadute, ma mantenendo la rete web nazionale sufficientemente  aperta da veicolare la convenzione di questo boom economico, dai  database semipermeabili (si tratta delle stesse architetture di rete del  &#8220;Great Firewall of China&#8221;, dopotutto!) dei colossi del web 2.0  traspariva la crescente partecipazione degli internauti a questi network  e la loro socializzazione senza che per lungo tempo (ed in molti casi  tuttora) si sia trovato un modello di business sostenibile per essi, né  si siano mai pubblicati i loro bilanci dettagliati. Se l&#8217;apertura delle  informazioni si sovrappone all&#8217;apertura delle economie come forma della  circolazione capitalista attuale, non c&#8217;è da sorprendersi della recente <em>disclosure</em> <a href="http://news.slashdot.org/story/11/01/07/1648251/Facebooks-Revenues-Leaked">in stile Wikileaks</a> dei bilanci aziendali di Facebook a margine delle summenzionate manovre di Goldman Sachs; un&#8217;&#8221;<em>openness</em>&#8221;  che ha probabilmente l&#8217;unico compito di solleticare una convenzione  allettante rispetto al collocamento finanziario del colosso  californiano, replicando allo stesso tempo il velo di incertezza sulle  reali dimensioni del fenomeno come avvenuto in terra cinese.</p>
<p>I re  del web 2.0 ed i loro cortigiani affermano di essere nudi anche se sono  vestiti benissimo, e rivisti sotto questa luce i proclami di Zuckerberg e  Schmidt sulla fine della privacy e l&#8217;avvento della trasparenza suonano  po&#8217; come quelle vecchie raccomandazioni liberiste degli anni &#8217;90: sempre  pronte a bacchettare le economie africane &#8211; per gli incentivi che  queste offrivano alle imprese nazionali e la scarsa apertura a quelle  estere &#8211; ma fautrici in casa loro di politiche volte a blindare precisi  interessi e categorie sociali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(continua&#8230;)
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/04/19/ritorno-dalla-frontiera-seconda-parte/">Ritorno dalla frontiera &#8211; Seconda parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ritorno dalla frontiera &#8211; Prima parte</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/29/ritorno-dalla-frontiera-prima-parte/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 22:48:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1885. Diversi anni sono passati dall&#8217;esaurimento degli ultimi bagliori nei setacci dei cercatori d&#8217;oro californiani, sostituiti dalle scintille dei mezzi meccanizzati della grande industria mineraria. E&#8217; in quest&#8217;anno che Leland Stanford - ex-governatore della California e magnate delle ferrovie su cui tanti partecipanti alla grande corsa all&#8217;oro avevano viaggiato verso l&#8217;ultima frontiera &#8211; fonda l&#8217;omonima [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/ritorno_dalla_frontiera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-439" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/ritorno_dalla_frontiera-300x278.jpg" alt="" width="300" height="278" /></a>1885</strong>. Diversi anni sono passati dall&#8217;esaurimento  degli ultimi bagliori nei setacci dei cercatori d&#8217;oro californiani,  sostituiti dalle scintille dei mezzi meccanizzati della grande industria  mineraria. E&#8217; in quest&#8217;anno che <strong>Leland Stanford </strong>-  ex-governatore della California e magnate delle ferrovie su cui tanti  partecipanti alla grande corsa all&#8217;oro avevano viaggiato verso l&#8217;ultima  frontiera &#8211; fonda l&#8217;omonima <strong>università </strong>a sud di San Francisco, in quella che più avanti prenderà il nome di <strong>Silicon Valley</strong>. <strong>115 anni dopo</strong>,  proprio da quella stessa università sembra essere partita una nuova  corsa all&#8217;oro di direzione speculare alla precedente: popolata da attori  che, ricchi di reputazione ed informazioni, ma affamati di asset e  capitali, tornano dalla frontiera a colonizzare il mondo dell&#8217;economia  reale come di quella finanziaria, puntando verso là dove tutto è  iniziato: la East Coast, New York, Wall Street.</p>
<p>Un mito, quello della frontiera americana, che<strong> negli anni &#8217;90</strong> si rinnova con l&#8217;internet di massa e la new economy: si è scritto di come nell&#8217;immaginario statunitense alla lotta contro la <em>wilderness</em>,  &#8220;la barbarie della natura e dei popoli&#8221;, subentri l&#8217;ideologia  californiana e la sua promessa della salvezza attraverso la tecnologia.  Quella che nello <a href="http://www.arpnet.it/chaos/californ.htm">storico documento</a> di Barbrook e Cameron procede attraverso <strong>l&#8217;alleanza tra <em>hippies</em> e <em>yuppies</em></strong>,  le classi sociali cruciali nell&#8217;emersione del paradigma dell&#8217;economia  in rete e a rete, della finanziarizzazione e della conoscenza, unite dal  collante del capitale di ventura. Ed un ritorno che parte dalle  innovazioni introdotte nel cammino verso quella frontiera e dalle nuove  energie che hanno il compito di sostenerne il paradigma produttivo: dove  c&#8217;erano le ferrovie ora scorrono i cavi delle broadband, ed il petrolio  di Rockefeller cede il passo alle energie verdi.<span id="more-440"></span></p>
<p>Molti sono i protagonisti di quest&#8217;ondata, e tra i principali figura indubbiamente <strong>Google</strong>; grande sopravvissuta al naufragio della <em>new economy</em> (o dovremmo dire fortunata scopritrice dell&#8217;oro californiano?), nello  scorso decennio la start-up di Page, Brin e Schmidt ha saputo  consolidarsi fino al dominio assoluto ma temporaneo del mercato dei  mercati, quello della ricerca delle informazioni in rete. Da questo <em>core business</em> l&#8217;azienda di <strong>Mountain View</strong> si è rapidamente affermata come fornitore di applicazioni, servizi e  beni digitali in rete, attraverso piattaforme interconnesse in quella  &#8220;googlesfera&#8221; in grado di ricostruire profili di consumo a partire da  una progressiva accumulazione delle preferenze dei suoi utenti. Una  traiettoria non dissimile da quella delle classiche operazioni di  consolidamento settoriale nelle industrie tradizionali e che non per  niente sta venendo replicata da altri attori: ad esempio Facebook,  fresco di acquisizione delle start-up Beluga (per comunicare in mobilità  tra gruppi privati di amici) e Snaptu (per utilizzare alcune sue  funzionalità anche sui vecchi telefonini e conquistare i mercati  emergenti). Ed è stata proprio la creatura di Mark Zuckerberg, assieme a  Twitter, LinkedIn, Flickr, LastFM e tutti gli altri <strong>social network </strong>a  rivoluzionare le modalità di circolazione dell&#8217;informazione sul web:  decostruendone e ricostruendone il mercato con la creazione di database  tematici di profilazioni individuali e collettive innervati  principalmente dal general intellect dei propri utenti anziché da  algoritmi come <em>PageRank</em>.</p>
<p>Tuttavia negli ultimi anni  sembra configurarsi un&#8217;ulteriore evoluzione a cui accennavamo qualche  riga sopra: quella del rimodellamento della struttura economica sulle  esigenze di quell&#8217;&#8221;<a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/it/wiki/Internet_delle_cose">Internet delle Cose</a>&#8221;  teorizzata al MIT di Boston ma divenuta realtà a partire dalla Bay Area  di San Francisco. In questo Google, forte non solo del consolidamento  del suo ruolo come intermediario di rete ma anche delle ingenti somme  raccolte attraverso la propria riuscita e profittevole capitalizzazione  di borsa &#8211; ambito di finanziamento, ma anche dell&#8217;esercizio del potere &#8211;  si pone ancora all&#8217;avanguardia di questo processo di espansione  nell&#8217;economia reale a partire da tutte quelle industrie che, in senso  lato, rappresentano l&#8217;&#8221;indotto&#8221; della distribuzione del suo &#8220;prodotto&#8221; &#8211;  autosufficienza energetica, archiviazione, trasmissione di dati.  Quattro sono i campi principali in cui Google indirizza e finanzia  sempre più direttamente<strong> la sua ricerca</strong> (attraverso borse di studio come i <a href="http://research.google.com/university/relations/focused_research_awards.html">Google Research Awards</a> e la sussidiaria di venture capital <a href="http://www.google.com/ventures/">Google Ventures</a>):  intelligenza artificiale, utilizzo dei cellulari come strumenti di  raccolta dati per la salute pubblica ed il monitoraggio dell&#8217;ambiente,  efficienza energetica degli elaboratori, privacy (ovviamente da  intendersi in senso modulare); ma anche box per la televisione <em>on demand</em> e prototipi di auto elettriche. Un processo che non si arresta: come  cerchi concentrici dopo il lancio di un sasso in uno stagno, le imprese  del web 2.0 cercano di estendere ad ondate la loro proiezione sulla  superficie del reale.</p>
<h2>Your world is connected</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto finora  introdotto non va rimosso dal contesto delle grandi trasformazioni  economiche e tecnologiche degli anni 2000: da una parte gli azionisti  dei grandi hedge fund sono alla ricerca di <strong>nuovi mercati</strong> da conquistare, dopo il tracollo globale prodottosi a partire dalla  crisi del mercato immobiliare statunitense del 2007 (settore a sua volta  foraggiato dai capitali in fuga dal crac della new economy).  Dall&#8217;altra, i progressi delle reti wireless e la <strong>semplificazione delle interfacce </strong>e  del design dei dispositivi telematici hanno visto l&#8217;affermazione a  livello mainstream (sempre nel 2007 con la commercializzazione  dell&#8217;IPhone di Apple) degli <strong><em>smartphone</em> </strong>come  strumenti di navigazione web; strumenti sempre più centrali in un  mondo-mercato affamato di mobilità e portabilità dell&#8217;informazione e dei  suoi media.</p>
<p>E&#8217; con questi passaggi che si affermano alcune forme di <strong>colonizzazione del reale </strong>e  della sua economia da parte dei reduci della frontiera: ad esempio  determinate forme di implementazione e fruizione della realtà aumentata  (la sovrapposizione di molteplici livelli informativi agli oggetti  dell&#8217;esperienza sensoriale). La quale cessa di essere una funzionalità  tecnica su cui speculare in asettici laboratori e fumose <em>press conferences</em>, per divenire un<strong> terreno dei rapporti di produzione</strong>;  su cui catalogazioni e costruzioni di senso collaborative dal basso si  muovono in quella che vuole costituirsi come struttura di  intermediazione totale dei beni reali e digitali (ruolo che in passato  hanno provato a giocare, in ambito ben più limitato e settoriale, attori  come RIAA e MPAA) da parte di vecchi e nuovi <strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/">infolatifondisti del Web 2.0</a></strong>.</p>
<p>Così, ai fini di qualificare le esperienze individuali e collettive, la<strong> geolocalizzazione</strong>, il <em>check-in</em>,  la connessione del proprio mondo a quello degli intermediari di rete  divengono il punto di convergenza ed il fulcro dell&#8217;incontro tra  economia reale e virtuale. Un esempio viene dal social network <strong>FourSquare</strong> in cui &#8211; autenticandosi un certo numero di volte al servizio da una  qualunque posizione, attività o luogo localizzato nel mondo reale &#8211; si  ha la possibilità di redarre descrizioni per gli altri utenti, segnalare  i posti più interessanti delle città, socializzare tutta una serie di  itinerari quotidiani a fini ludici e meno ludici. Tuttavia non manca,  anzi è pervasivo l&#8217;aspetto commerciale: fidelizzazione dei clienti che  effettuano più check-in presso un negozio, profilazione in base alle  categorie di acquisti per segnalare loro gli esercizi maggiormente (?)  attraenti, fino ad arrivare alla creazione delle abitudini più  appropriate per accaparrarsi il badge più esclusivo della multinazionale  X &#8211; tutte attività per cui FourSquare riceve una percentuale.</p>
<p>Altro attore emergente a godere di simili meccanismi di rendita è<strong> GroupOn</strong>,  un sito che raccoglie sconti ed offerte presso varie attività città per  città, che vengono corrisposte in presenza di un numero minimo di  consumatori: così l&#8217;attività si pubblicizza o si libera di scorte di  magazzino, mentre GroupOn trattiene per sé parte delle transazioni.</p>
<p>Anche  qui, forti delle loro economie di scopo, Google e Facebook hanno  iniziato ad investire, annunciando l&#8217;aggiunta alle proprie funzionalità  &#8220;Places&#8221; (che replicano Foursquare) delle &#8220;Google Offers&#8221; e dei  &#8220;Facebook Deals&#8221; (di funzionamento simile a quelli di GruopOn), e  contando entrambe di implementare nel prossimo futuro proprie  piattaforme di pagamento mobile (Google Checkout) o di valuta interna  (Facebook Credits); ma il discorso vale anche per altre aziende immerse  dalla prima ora nel settore dell&#8217;e-commerce quali E-bay, che dallo  scorso dicembre con l&#8217;acquisizione di Milo.com offre la possibilità di  ricercare e pubblicizzare prodotti presso esercizi localizzati.</p>
<p>Ma quali sono<strong> gli effetti</strong> di queste trasformazioni nei rapporti tutti materiali dell&#8217;economia sulle istituzioni finanziarie e sul potere politico?</p>
<p><em>(continua&#8230;)</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/29/ritorno-dalla-frontiera-prima-parte/">Ritorno dalla frontiera &#8211; Prima parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>The Battleground</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 14:30:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno. 140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>John Perry Barlow <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/33969186053160960">ha affermato</a> che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.</div>
<p>140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-406" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A partire dall&#8217;esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all&#8217;interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.</p>
<p>Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.</p>
<p>Oltre a causare uno sconquasso geopolitico che sta rapidamente mutando il volto delle relazioni internazionali,<span style="text-decoration: underline"> l&#8217;esplosione delle rivolte sociali sulle coste del Mediterraneo ha visto un ruolo significativo della rete all&#8217;interno dei processi rivoluzionari dispiegatisi nell&#8217;area</span>. Nelle fasi insurrezionali e post-insurrezionali magrebine, Internet è emersa sia come dispositivo con cui lanciare l&#8217;attacco al potere costituito sia come strumento importante nella possibilità di costruzione di una società altra.</p>
<p>Ma per quanto ci riguarda è chiaro che questi fenomeni non possono e non devono essere guardati attraverso la rudimentale, puerile e spesso strumentale apologia che individua nei social media il carburante quando non addirittura (!!) la causa scatenante delle rivolte. Ci interessa invece, una volta di più, coglierne l&#8217;affascinante ambivalenza situata all&#8217;incrocio tra potenza e limiti della rete, dove in pochi click gli switch sociali instradano il flusso delle informazioni da un network all&#8217;altro.<span id="more-407"></span></p>
<h2>Tecnofan vs tecnorealisti</h2>
<p>L&#8217;articolo in cui Bernard -Henri Lévy sul Corriere sostiene che il motore della rivoluzione tunisina «non è stato evidentemente il proletariato» ma «gli internauti» equivale ad uno uno sputo impregnato di sugo d&#8217;aragosta in faccia al popolo tunisino. Forse impegnato a stendere l&#8217;ultimo numero della sua prestigiosa rivista, l&#8217;intellettuale francese ha scordato le centinaia di giovani che a vent&#8217;anni hanno deciso di ribellarsi contro un regime mafioso-clientelare scivolato sul crinale scosceso della crisi globale, versando il loro sangue sui selciati di Tunisi, Sfax, Kasserine e Sidi Bouzid. Solo per curiosità: da quando gli internauti sono diventati una classe sociale?</p>
<p>Che piaccia o meno agli opinionisti di mezzo mondo impegnati a sgomitare per ritagliarsi il loro pezzettino di notorietà sulle colonne di quotidiani, quella in corso in Nord Africa non è stata né la rivoluzione del pane né dei gelsomini. E tanto meno è stata la rivoluzione di Twitter, di Wikileaks o di Anonymous. «Cento di noi» diceva il movimento tunisino nei suoi forum on-line e nelle sue assemblee «non sono morti per una zolletta di zucchero o per Youtube».</p>
<p>Il propulsore reale delle rivolte degli ultimi due mesi non è la rete in se e per se, ma le masse scese in piazza per cui <span style="text-decoration: underline">l&#8217;uso della tecnologia</span> (pur con le debite differenze che si sono date tra Tunisia, Egitto e Libia) <span style="text-decoration: underline">può essere tutt&#8217;al più un coefficiente importante, ma certo insufficiente per dare sostanza al protagonismo ed alle istanze politiche radicali avanzate.</span></p>
<p>E a dire la verità lascia un po&#8217; interdetti questa meraviglia per l&#8217;improvvisa scoperta della rete come luogo di conflittualità: in parte perché questo avveniva da tempo (seppur in forme più acerbe), ma più in generale perché, come sostenuto già una decina d&#8217;anni fa da M.Castells,<span style="text-decoration: underline"> se nella società industriale la storia del movimento operaio non può essere separato dalla fabbrica come ambito organizzativo, quella dei movimenti odierni non può non vedere nella rete un luogo analogo.</span></p>
<p>Questo però non deve significare l&#8217;esaltazione acritica di uno strumento che ha fra le sue principali caratteristiche, come sostenuto dal giornalista Malcom Gladwell, quello di creare <strong>legami deboli</strong>. Legami sui quali è ben difficile pensare possano innestarsi le basi organizzative di movimenti insurrezionali scagliatisi contro feroci regimi dittatoriali di durata pluridecennale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Inoltre Internet, a dispetto delle affabulazioni propinateci nella sua fase aurorale, non ha mai livellato né uniformato le culture o i processi sociali. Attribuire ad un singolo fattore un cambiamento rivoluzionario di massa che si da l&#8217;obbiettivo di ridisegnare l&#8217;orizzonte futuro e presente, significa semplicemente ripescare una visione positivista della politica.</span>Una visione con cui poter ignorare comodamente, non solo il quadro ed il momento storico in cui tali cambiamenti emergono, ma più in generale, il fatto che tra sfera digitale e non digitale esistano tanto rapporti di interdipendenza quanto di assoluta specificità (definiti da Saskia Sassen come <strong>embricazioni</strong>). Senza avere la pretesa di delineare un insieme esaustivo dei coefficienti in gioco per comprendere la possibilità di utilizzo della rete all&#8217;interno di uno scenario di conflitto, possiamo comunque indicarne alcuni: qual&#8217;è il livello di alfabetizzazione informatica di una popolazione? Qual&#8217;è il livello di diffusione di internet in un paese? Che tipo di utilizzo viene fatto dei social network? Qual&#8217;è livello di sviluppo delle infrastrutture? Che cosa ci dicono i numeri relativamente sulla diffusione di cellulari e smartphone? Quali sono le caratteristiche demografiche di chi utilizza la rete? I servizi internet sono accessibili da un punto di vista economico? Qual&#8217;è il rapporto del regime politico con la sfera mediale? I network broadcast a chi appartengono? Che atteggiamento ha la classe politica dirigente verso i giornalisti locali e stranieri? Esistono realtà consolidate di mediattivismo e di sperimentazione delle nuove tecnologie?</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È necessario dunque considerare la combinazione di un certo numero di variabili, di fattori oggettivi e soggettivi, di interfacce sociali, di reddito e di genere frapposte tra i dispositivi e chi ne fa uso per comprendere le reali possibilità dispiegate delle tecnologia digitali.</span></p>
<p>Non stiamo ovviamente negando l&#8217;importanza della rete nelle rivolte che infiammano il Mediterraneo: vogliamo semplicemente sottolineare come il ruolo di Internet vada compreso in modo molto più approfondito di quanto sia stato fatto fino ad ora. Non è un compito che possiamo pensare di esaurire noi in poche righe. Qualsiasi ipotesi andrà necessariamente messa a verifica negli anni che verranno e sugli altri campi di battaglia su cui tutti e tutte noi combatteremo. Ma tracciare alcune delle tendenze che emergono dall&#8217;osservazione empirica, questo si, è possibile.</p>
<h2>Simboli, immaginario e contro-comunicazione</h2>
<p>Come qualche tempo fa ha scritto Bada Nasciufo in un <a href="http://www.infoaut.org/blog/editoriali/item/371-il-graphic-design-delle-rivolte">bell&#8217;editoriale su Infoaut</a>, la rete ha innanzi tutto veicolato simboli ed emozioni di cui una nuova soggettività internazionale, da Londra fino a Tunisi, si sta nutrendo.<span style="text-decoration: underline"> La circolarità di sentimenti e di saperi interconnessi nella sfera pubblica del Web è stata dirompente come non mai ed ha lasciato segni indelebili nell&#8217;immaginario collettivo globale.</span></p>
<p>Una riprova tangibile ne sono le reti internazionali attivatesi quando la censura del regime tunisino nei confronti del web si faceva più dura, o ancora durante il black out dell&#8217;internet egiziana. Quelli sorti non sono stati movimenti d&#8217;opinione ma reti di solidarietà attiva che, sfruttando l&#8217;hype scatenatosi attorno ad hashtag come <a href="https://twitter.com/infofreeflow/sidibouzid">#sidibouzid</a> o <a href="https://twitter.com/infofreeflow/jan25">#jan25</a>, hanno scagliato attacchi contro le agenzie governative dei regimi arabi responsabili della censura.</p>
<p>Grande è stata la creatività nel rispolverare dall&#8217;armadio tecnologie analogiche come modem a 56k, server <a href="http://www.xs4all.nl/%7Escorpio/egypt.txt">dial-up</a> per le chiamate internazionali o <a href="http://werebuild.eu/wiki/Egypt/Ham_radio">ponti radio</a> ed ancora più grande è stata la capacità di decentralizzare l&#8217;implementazione di servizi utili al popolo egiziano per dargli voce (anche se, è importante sottolineare, che quelle messe in campo sono state soluzioni tattiche dettate dall&#8217;emergenzialità del momento, oltre la quale l&#8217;utilizzo di queste tecnologie avrebbe avuto scarsa rilevanza).</p>
<p>Gli attori emersi hanno mostrato di avere la capacità di giocare con i media tradizionali, senza porsi in modo preconcetto nei loro confronti. Un esempio finora vincente <a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/427-we-are-anonymous">di cui abbiamo già parlato</a> è stato Anonymous. <span style="text-decoration: underline">La sua forza reale è stata quella di saper leggere la struttura dei media ed agirla.</span> Forza senza la quale i cortei virtuali prodotti tramite l&#8217;utilizzo del software LOIC sono un semplice esercizio tecnico, poco efficace perché incapace di mettere a nudo e colpire i punti deboli dell&#8217;avversario.</p>
<p>Nulla a che fare con la sapiente operazione di marketing lanciata dall&#8217;accoppiata delle meraviglie Google-Twitter che con <a href="https://twitter.com/speak2tweet">Speak2Tweet</a> ha provato a ritagliarsi un ruolo nella storia. Bando all&#8217;euforia degli entusiasti di Mountain View, a che serve un servizio di questo genere? È lento (bisogna ascoltarsi i messaggi), non prevede alcun tipo di indicizzazione dei contenuti, non presenta alcuna garanzia di affidabilità (chi ha lasciato il messaggio e perché?). Sarà senz&#8217;altro un patrimonio importante per gli storici un giorno ma l&#8217;utilità effettiva che può aver avuto per ora ci sfugge.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È abbastanza ovvio invece rimarcare come i social network abbiano contribuito a dare una copertura internazionale ampia e variegata degli eventi, ma questo è avvenuto con modalità ed intensità diverse a seconda dei contesti.</span> È valso in particolar modo per la Tunisia, un paese che a differenza dell&#8217;Egitto o della Libia riveste un&#8217;importanza geopolitica di secondo piano: le sue rivolte sono state infatti deliberatamente ignorate dal circuito internazionale mediatico fino a pochi giorni prima della caduta di Ben Ali. In Egitto tutto questo si è dato in modo diverso in particolar modo dopo la mossa poco lungimirante di Mubarak di chiudere la rete egiziana: da quel momento in avanti a farla da padrone è stata Al Jazeera che non a caso ha cominciato a subire attacchi fisici ed informativi (con il <a href="http://www.broadbandtvnews.com/2011/02/01/al-jazeera-claims-unprecedented-interference/">jamming</a> delle sue frequenze satellitari). Diverso ancora il caso della Libia dove sono emersi pochi profili Twitter in grado di diramare informazioni certe e dove la copertura mediatica resa possibile dal satellite è stata neutralizzata dall&#8217;oscuramento delle frequenze di Al Jazeera e delle reti telefoniche satellitari (una mossa rivolta chiaramente contro i giornalisti stranieri sul territorio, dato che il satellite rimane un mezzo di comunicazione ancora costoso e poco accessibile).</p>
<p><span style="text-decoration: underline">La capacità di diffusione dell&#8217;informazione in tempo reale</span>, oltre a svolgere una funzione documentale per l&#8217;opinione pubblica internazionale, <span style="text-decoration: underline">ha permesso di produrre anche una narrazione degli eventi contrapposta a quella televisiva dei regimi.</span> Quest&#8217;ultima è stata caratterizzata per aver giocato su uno dei piani più tradizionali della politica fatta comunicazione: con l&#8217;obbiettivo di dividere la piazza sia Ben Ali che Mubarak hanno tentato la carta del bastone (ovvero la minaccia verso chi protestava indicando al loro interno la presenza di non meglio prezzolati agenti stranieri) e della carota (elezioni entro sei mesi, dipartita dal potere entro pochi mesi, nuovi posti di lavoro, avvio di riforme). Il web e la piazza semplicemente non li hanno ascoltati e hanno contribuito a neutralizzare il discorso della rappresentazione televisiva contrapponendone una propria.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Oltre a questo va segnalato che la rete è stata anche uno strumento direttamente al servizio delle lotte sui territori.</span> In che misura questo sia avvenuto e quale rilevanza abbia davvero avuto lo potremo capire solo nei prossimi anni. Ma in Tunisia (un paese dove esistono fattori oggettivi come un forte sviluppo delle infrastrutture ed una profonda penetrazione di Internet all&#8217;interno di una popolazione giovane ed istruita) nella fase immediatamente post-insurrezionale <strong>Google Maps è stato utilizzato in modo collaborativo</strong> <a href="http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF&amp;msa=0&amp;msid=204429933743412451505.000499e53c5acb4ba7229">per mettere in atto pratiche di autodifesa dei quartieri</a>. Sono state infatti create mappe su cui segnalare istantaneamente la presenza degli squadroni della morte dell&#8217;RCD ed altre minacce. Inoltre le reti cellulari mobili permettevano di conoscere in <em>real-time</em> gli spostamenti della polizia, gli andamenti dei cortei ed i resoconti degli scontri che simultaneamente infiammavano varie località del paese.</p>
<h2>Un altro modo di dire Facebook</h2>
<p>Abbiamo già spiegato quali sono i motivi che ci spingono a dissentire profondamente con la visione positivista ed acritica che identifica il mezzo con il movimento stesso o con la causa scatenante delle rivolte. Specularmente però, <span style="text-decoration: underline">quanto accaduto negli ultimi mesi ci induce a dubitare in misura sempre maggiore della prospettiva teorica che continua ad individuare i social network commerciali esclusivamente come dispositivi omologanti che tendono a polverizzare la comunicazione sociale, come un&#8217;arma di distrazione di massa o uno strumento di annientamento della privacy di gruppi ed individui.</span></p>
<p>Certo meccanismi e dispositivi come la <strong>viralità dell&#8217;informazione</strong>, la possibilità di accedervi in<strong>mobilità</strong>, la creazione di insiemi relazionali, il <strong>data-mining</strong>, il <strong>tagging</strong> e la <strong>geoidentificazione</strong>, sono ovviamente pensati ed implementati dalle grandi multinazionali per renderci produttivi e mettere a valore ogni nostra singola attività nel quotidiano privandoci di possibilità di riservatezza.</p>
<p>Ma l&#8217;utilizzo di questi strumenti è ormai evidente che non si da solo lungo questa direttrice. <span style="text-decoration: underline">Quando un&#8217;intelligenza politica ha avuto la necessità di immaginarne una torsione (pur restando aderente e non estraniandosi alle logiche con cui essi sono stati costruiti) l&#8217;ha fatto producendo forme di partecipazione distribuita.</span></p>
<p>Lo stesso intreccio dei piani spaziale e temporale che finora abbiamo conosciuto come sinonimo di sfruttamento e precarietà, del lavoro infinito e del consumo coatto di informazione, negli ultimi due mesi ha assunto anche un altro significato: quello di una possibile auto-organizzazione e militanza globale, ancora tutta da costruire, in via di definizione e non scevra di contraddizioni, ma resasi comunque manifesta sotto diverse spoglie.</p>
<p>Proporre un&#8217;ipotesi di questo tipo ovviamente non significa affermare che la tecnologia non è ne buona ne cattiva o che sia diventata improvvisamente un terreno neutro su cui muoversi in totale libertà. Significa piuttosto rilevare che l&#8217;ambivalenza che la caratterizza è stata messa a nudo al di fuori delle nicchie specialistiche ed elitarie che pure hanno verso queste tematiche un approccio critico ma spesso esclusivamente etico.</p>
<p>Tutti ormai sappiamo che non può esistere né privacy, né sicurezza né controllo dei propri dati all&#8217;interno di un social network come Facebook. Tutti ormai sappiamo che questo ci rende suscettibili di sorveglianza e di ritorsioni politiche da parte dei governi contro cui lottiamo (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=252&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">la stessa EFF ha sentito la necessità di riaffermarlo con forza in pieno black-out egiziano</a>).</p>
<p>Sopratutto però hanno dimostrato di saperlo i movimenti nord africani che hanno deciso di andare oltre a questo problema, sentendo la necessità di stabilire un equilibrio tra la dinamica repressiva ed il mantenimento di una presenza forte e ramificata in un luogo che a ragione hanno visto come fondamentale. L&#8217;uso di TOR, delle VPN e di altri sistemi di elusione dei dispositivi di censura è salito alle stelle (<a href="https://blog.torproject.org/blog/measuring-tunisian-tor-usage">grafico 1</a> - <a href="https://blog.torproject.org/blog/recent-events-egypt">grafico 2</a>). E questo, una volta di più, non fa che mettere in evidenza un fatto che ciclicamente si ripete da un punto di vista storico, ovvero che <em>è nei momenti di lotta che i soggetti scoprono nuovi bisogni, necessità e desideri su cui innestano processi di alfabetizzazione e creatività.</em></p>
<p>C&#8217;è da chiedersi in sintesi: è così lontano dalla realtà ipotizzare che l&#8217;utilizzo conflittuale del digitale in Nord Africa, da cui ne sono emersi limiti e potenza, non abbia come ricaduta, in Africa ma anche qui in Occidente, l&#8217;innesco di una nuova riflessione culturale e politica verso la rete ed i rapporti di forza che la attraversano?</p>
<p>In questo senso qualcosa già si è mosso in Tunisia. Visto il ruolo centrale che ha avuto la rete nelle mobilitazioni non è privo di senso attendersi che la sensibilità e l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica locale verso tematiche inedite come l&#8217;accesso ai dati, i diritti digitali o quello alla privacy sarà fortissima (ed infatti il governo ad interim ha dovuto immediatamente rimuovere i blocchi della censura web e si è impegnato a garantire la libertà d&#8217;espressione dei cittadini tunisini, particolarmente su Internet). Ma non solo. Con una lettera indirizzata a Mark Zuckerberg firmata da diversi attivisti e blogger viene riconosciuto a Facebook «<em>un ruolo non trascurabile nella circolazione delle informazioni riguardanti gli eventi in Tunisia</em>». Allo stesso tempo però vi si afferma che <em>«questi dati, rilasciati su Facebook, appartengono ugualmente al popolo tunisino»</em>. Dunque per la sua importanza storica la nuvola di informazioni delle lotte tunisine non può essere considerata proprietà esclusiva di un&#8217;azienda privata, ma è percepita come patrimonio presente e futuro di una nazione in costruzione, e per questo ne viene richiesta la piena accessibilità. Una prima rivendicazione che, pure nella sua formalità, è radicale<span style="text-decoration: underline"> perché va a mettere in discussione uno dei principi cardine dell&#8217;economia e del potere di Facebook</span>: l&#8217;enclosure che blinda i dati creati dagli utenti. Una prima crepa nel muro dorato che recinta il social network di Palo Alto? Certo a farlo crollare non sarà una semplice lettera. Ma le richieste in essa avanzate affondano le loro radici in un processo rivoluzionario in divenire. E questo le carica di attrattiva e mordente ben più di quanto ne potrebbero mai avere diaspore senza meta o suicidi di massa di qualche migliaio di avatar.</p>
<h2>Governamentalità in rete: dalla censura al consenso</h2>
<p>Ma le rivolte tunisine, egiziane e libiche ci dicono altro ancora. Ci parlano degli scenari presenti e futuri delle guerre di informazione, della miopia dei regimi arabi abbattuti e della loro incapacità di comprendere il vero potere che scorre impetuoso nelle sovrapposizione tra reti sociali e tecnologiche.</p>
<p>Può sembrare strano ma, a nostro avviso, in questi scenari non sarà affatto la censura a farla da padrone. O almeno non solo. Continuare a produrre articoli con mappe colorate ed interattive dove segnalare i paesi o i siti più censurati al mondo, in un futuro molto prossimo potrebbe essere un&#8217;operazione giornalistica buona giusto per un post su Wired.it</p>
<p>Il blackout dell&#8217;internet egiziana, ha destato profonda impressione nell&#8217;opinione pubblica internazionale. Di fronte agli occhi di un pubblico globale il detto secondo cui «<em>Internet reagisce alla censura come se questa fosse una disfunzione tecnica</em>» è stato letteralmente sbriciolato. Tanto meglio perché era solo un lascito residuale di un epoca tramontata da un pezzo. Una diceria che non rendeva giustizia della complessità su cui oggi si articola e si stratifica la governance globale dell&#8217;informazione. <span style="text-decoration: underline">Nessun protocollo vi garantirà mai la libertà se dall&#8217;altra parte governi ed autorità statali hanno dimostrato di poterne neutralizzare l&#8217;efficacia in qualsiasi momento.</span> Chi oggi continua a raccontare questa favoletta per bambini è un ingenuo che ancora non si è scrollato di dosso le suggestioni della prima internet. Oppure vuole continuare a tenervi lontani dalla partecipazione attiva facendovi credere che un click di mouse, un software o un file di configurazione possano sostituire la politica.</p>
<p>Al di la del comprensibile clamore suscitato (un evento storico senza precedenti), lo switch-off predisposto dal regime di Mubarak o il sistema di censura Ammar404 sono semplicemente l&#8217;emblema di approccio politico arretrato alla regolazione dei flussi d&#8217;informazione. E per i popoli insorti e vittoriosi, non possiamo che rallegrarcene.</p>
<p>Il buio in cui è caduta l&#8217;infosfera egiziana non ha sortito nessuno degli effetti che l&#8217;autocrate del Cairo si prefiggeva di raggiungere. Anzi, i suoi risultati sono stati controproducenti.</p>
<div>
<ul>
<li>Ovviamente le manifestazioni ed i cortei non hanno subito nessun contraccolpo di particolare portata.</li>
<li>Per di più la risonanza avuta da questo fatto ha rafforzato la determinazione dei network di attivismo internazionale, che prontamente si sono mossi per ridare voce al popolo egiziano attraverso l&#8217;utilizzo di tecnologie analogiche.</li>
<li>Inoltre con questa sua mossa disperata il regime ha ulteriormente deteriorato la sua proiezione internazionale mettendo in serio imbarazzo gli alleati a stelle e strisce (dopo che negli ultimi anni la macchina da guerra comunicativa della Casa Bianca aveva a più riprese messo sotto accusa la censura cinese).</li>
<li>A questo si aggiunga che il blocco della rete non ha comunque impedito una copertura internazionale degli eventi grazie ai satelliti di Al Jazeera (e non a caso Gheddafi intuendo il pericolo ha cominciato a sabotarne le frequenze <a href="http://en.ammonnews.net/article.aspx?articleNO=11489">prima ancora</a> della caduta del suo omologo egiziano). Copertura senza la quale, non abbiamo dubbi, lo spargimento di sangue sarebbe stato molto più cruento.</li>
<li>Infine i costi economici sono stati tutto meno che trascurabili. <a href="http://blogs.forbes.com/parmyolson/2011/02/03/how-much-did-five-days-of-no-internet-cost-egypt/">Le prime stime provvisorie si attestavano intorno ai 90 milioni</a> di dollari ma c&#8217;è chi sostiene che la cifra finale sia <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-12357694">destinata a lievitare</a>.</li>
</ul>
</div>
<p>Tutto questo è indice e segno tangibile della mancanza di una qualsivoglia strategia politica volta a gestire le comunicazioni digitali. Anche <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/26673/Egitto%2C+Vodafone%3A+costretti+dal+governo+a+mandare+sms+pro-Mubarak">l&#8217;invio di migliaia e miglia di SMS</a> per chiamare la manifestazione del 2 febbraio a favore del regime è espressione di un colpo di coda menato alla cieca per istinto di sopravvivenza. Troppo tardi, quando tutto era ormai perduto.</p>
<p>E più in generale esprimono una visione arretrata del potere. Un potere che viene immaginato da chi lo esercita esclusivamente come autorità nei confronti degli individui e non come rapporto sociale costruito. Un potere che si muove a senso unico, incapace di percepirsi al di la della violenza e della coercizione che non pensa a di puntellare le sue fondamenta grazie alla produzione di discorso e consenso. Un potere che mentre traccia barriere esterne ed innalza muri di byte sembra non aver minimamente afferrato quello che è la vera potenzialità delle reti. <span style="text-decoration: underline">Che non è quella di trasportare informazioni ovunque ed a velocità stratosferica, ma di fare e disfare una fiducia da cui saper trarre legittimazione politica.</span></p>
<p>I regimi nord-africani crollati su di loro hanno dimostrato di non comprendere che nell&#8217;epoca delle reti, in una società altamente globalizzata ed informatizzata dove la circolazione dell&#8217;informazione è una delle architravi del capitalismo, rallentare o bloccare completamente i flussi di dati è uncosto più che un vantaggio.</p>
<p>Altrove invece questo lo si è capito. La Cina, <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/07/12/disorganici-google-o-gli-attivisti-cinesi/">spesso raccontata dalla prospettiva universalistica dei media occidentali</a> come esempio più barbaro di censura e negazione dei diritti civili, ha saputo dispiegare il suo potere ben al di la della creazione di avamposti cyber-militari posti a guardia del suo perimetro digitale informativo (l&#8217;arcinoto Great Firewall) ma ha saputo immaginare la rete come luogo di condivisione degli scopi e dei fini ultimi del sistema.</p>
<p>Simone Pieranni nei suoi “<a href="http://www.china-files.com/home.php">China Files</a>” ci ha <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-vi-prego-sul-web-cinese/">ben spiegato</a> che la sorveglianza sulla rete cinese è in effetti resa agevole dal fatto che gli utenti cinesi si colleghino ad Internet da quelli che sono i tre principali gateway del paese. È vero anche che esiste un cosiddetto “esercito dei 50 cents” (dalla paga oraria corrisposta) composto da migliaia di persone che setacciano i social media segnalandone i contenuti proibiti o moderando le discussioni.</p>
<p>Questo però non sembra preoccupare particolarmente la stragrande maggioranza degli internauti dello sterminato impero asiatico. Sia perché le barriere virtuali predisposte da Pechino sono facilmente aggirabili grazie all&#8217;utilizzo di un qualsiasi proxy ma sopratutto perché in pochi sentono la necessità di accedere alle pagine di Facebook perennemente bloccate.</p>
<p>L&#8217;ufficio della Propaganda cinese negli anni ha creato tutta una serie di omologhi locali «armonizzati» dei social media occidentali con le stesse funzionalità. All&#8217;interno di queste piattaforme hanno luogo quelle che sono le attività più classiche delle piattaforme nostrane. Anche al dissenso (purché innocuo) viene lasciato spazio. Anzi, i protagonisti virtuali del “Bagaglino” locale con la loro comicità che punge il potere senza metterlo in discussione, riescono addirittura a diventare delle star chiamate a tenere <em>lectio magistralis</em> nelle università di Pechino.</p>
<p>Insomma, a fronte di una possibile minaccia rappresentata dalla libertà che Internet permette, le autorità del paese hanno pensato di conciliare il controllo dei flussi di informazione con «la distribuzione gratuita di oppiacei virtuali».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È <strong>anche</strong> in questo modo che il partito continua a mantenere una presenza costante all&#8217;interno della vita della popolazione, immaginando la tecnologia digitale nella sua maggior espressione politica, ovvero nel condizionamento della vita, delle abitudini e delle attitudini relazionali.</span></p>
<p>L&#8217;aver compreso la commistione tra flusso libero di informazioni e capillarità dei media sociali, <a href="http://blog.ilmanifesto.it/chipsandsalsa/2010/08/31/la-marcia-virtuale-verso-lo-stato-armonioso/">ci racconta invece Matteo Miavaldi</a>, non ha portato solo alla creazione di social network caratterizzati dal più utopistico degli ideali cinesi (ovvero l&#8217;armonia) dove imbrigliare l&#8217;interattività in un entertainement dalla tradizione epica. Non è solo un luogo dove si mettono in scena le prove generali di una società modello caratterizzata dalla felice convivenza tra persone a cui fa da contraltare il ruolo delle autorità illuminate che si occupano di tutto il resto. <span style="text-decoration: underline">Questo dispositivo di propaganda soft è infatti anche un enorme macchina mangia soldi, tanto che QQ, il clone autarchico di Twitter, è fra i primi 10 al mondo indicizzati da Alexa Rank.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline">Il potere a rete</span> dunque non è semplicemente una forma di sorveglianza o un uso della forza messo in atto da un agente di controllo trascendente collocato al di fuori dal sociale (come è stato nel caso dell&#8217;Egitto o della Tunisia). <span style="text-decoration: underline">Esso invece è un processo continuo di costruzione della legittimità che si dispiega collocandosi all&#8217;interno dei luoghi politici presenti nella società, amalgamandosi ad essa e perpetrandone l&#8217;ordine.</span></p>
<p>Mubarak e Ben Ali hanno pensato che la rete servisse per giocare a guardie e ladri mentre <span style="text-decoration: underline">nell&#8217;era dell&#8217;informazione i flussi informativi non si combattono erigendo muri, ma creando altri flussi di comunicazione o deviandone il corso nel proprio frame di senso.</span></p>
<h2>Illusione o realtà?</h2>
<p>Se la veicolazione di simboli e delle emozioni ad essi connaturate è stata una delle principali funzioni dei social network durante le insurrezioni del risveglio arabo, nulla vieta (come abbiamo visto nel caso della Cina) che questo meccanismo possa diventare uno strumento straordinario nelle mani dei governi e della repressione.</p>
<p>Come <a href="http://www.rferl.org/content/interview_morozov_internet_democracy_promotion/2284105.html">Evgeny Morozov ha sottolineato</a> (ma anche molti altri prima di lui),<span style="text-decoration: underline"> se i social network possono avere un&#8217;utilità per sondare gli umori dell&#8217;infosfera a fini commerciali (pensate ai<em>trending topics</em> di Twitter) cosa impedisce di farne un uso speculare per fini di sorveglianza politica?</span></p>
<p>Ma la rete può anche essere usata per distruggere fiducia e legami all&#8217;interno di un gruppo sociale.<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;insignificanza materiale del simbolo e delle informazioni con cui esso viene costruito hanno anche da questo punto di vista ricadute estremamente concrete.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><em>Real time non significa realtà.</em></span> Un social network come Twitter, dati i meccanismi che lo governano, si presta anche ad essere un luogo particolarmente florido per mettere in campo vere e proprie operazioni di disinformazione o di “netwar”. Questa strategia viene definita dalla Rand Corporation come «<em>l&#8217;insieme delle attività poste in essere per disturbare, danneggiare, o modificare ciò che una determinata popolazione conosce o crede di conoscere a proposito di se stessa o della realtà circostante</em>».<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;obbiettivo è l&#8217;opinione, la mente, le emozioni del nemico ed esso viene raggiunto agendo capillarmente sulla fiducia che una popolazione ha nei suo canali di comunicazione.</span></p>
<p>Già in passato avevamo sottolineato come i processi di formazione delle opinioni su Twitter siano analoghi a quelle delle convenzioni di Wall Street, per le similitudini nel loro funzionamento con i meccanismi dell&#8217;economia finanziaria. Il social network di Biz Stone pur essendo uno strumento di informazione eccezionale ed in tempo reale, è allo stesso tempo una delle espressioni più compiute della comunicazione fondata su convenzioni ed automatismi. Cosi come accade nel mercato finanziario gli utenti puntano all&#8217;informazione che gli altri considerano buona (come un&#8217;azione in rialzo o una news particolarmente retwittata). <a href="http://gigaom.com/2011/01/19/twitter-is-a-great-tool-but-what-happens-when-its-wrong/">Ma cosa succede quando qualcosa va male?</a> Cosa accade quando un&#8217;informazione falsa viene immessa nel circuito tecnologico e neurale di Twitter? Spesso si producono hype che sfuggono ad ogni logica e ad ogni forma di controllo e sono in grado di propagare veri e propri turbini di disinformazione e panico a cui possono involontariamente partecipare anche profili particolarmente influenti a cui spesso prestiamo attenzione.</p>
<p>A causa della natura del social network in questione (un flusso ininterrotto, distribuito ed asincrono di informazioni) e del fatto che non esista una funzione di correzione dei tweet inviati, tutto questo può accadere con facilità. Ed è accaduto anche al di fuori di scenari concitati e confusi come quelli magrebini. A dicembre dopo la sparatoria in Arizona contro la deputata della camera Gabrielle Giffords, a distanza di diverse ore dall&#8217;accaduto su Twitter continuavano a circolare ricostruzioni false degli avvenimenti nonostante gli stessi media mainstream avessero a loro volta rettificato le versioni iniziali diffuse. Per usare le parole di Mathew Ingram: <em>«When a mistake get distributed, there&#8217;s no single source that can send out a correction»</em>. Non solo: in alcuni contesti per lo più dominati dalla scarsità informativa (e quindi dalla difficoltà di prefigurare scenari di medio-lungo termine) può addirittura convenire a tutte le parti in causa alimentare una convenzione falsa &#8211; come accaduto in passato con la speculazione al rialzo sullo sviluppo della New Economy, la storia si è ripetuta con il presunto dilagare dei focolai ribelli nei primi giorni della rivolta segnalato dall&#8217;account twitter del Libyan Youth Movement e largamente retwittato &#8211; che da un lato ha galvanizzato i rivoltosi rispetto ad un fenomeno molto più contenuto, ma dall&#8217;altro ha beneficiato i sostenitori del regime, sottovalutati nella loro reale forza.</p>
<p>Queste considerazioni ci fanno tornare immediatamente ad alcuni eventi tunisini accaduti a ridosso della caduta di Ben Ali. Innanzi tutto a tratti non è mancata una certa confusione dovuta al fatto che molti tweeter in segno di solidarietà con la rivolta hanno modificato la loro collocazione, rendendo più complessa la ricerca di tweet (raffinabile proprio utilizzando criteri geografici). In secondo luogo nella notte del 12 gennaio proprio su Twitter si sono diffuse false voci in merito ad un colpo di stato militare in Tunisia. Anche grossi snodi della comunicazione di movimento (come Nawaat, Takriz ed SBZ_news) hanno dato credito a questi <em>rumors</em>. Rilevatane l&#8217;infondatezza la mattina seguente, chi aveva commesso l&#8217;errore si è affretto a scusarsi pubblicamente mentre molti utenti reclamavano a gran voce che fossero diffuse solo notizie effettivamente confermate. Il rischio in essere era che in quelle ore cruciali, vedendo venir meno il suo ruolo di intermediario credibile nella ricostruzione degli eventi, “l&#8217;infrastruttura molle” di tweeters tunisini perdesse molta della credibilità accumulata fino a quel momento, perdendo la fiducia che era riuscita a conquistarsi.</p>
<p>Dopo la caduta del regime invece, in misura sempre maggiore hanno cominciato a spuntare come funghi account twitter in sostegno all&#8217;RCD e a Gannouchi o che esprimevano la necessità che un certo livello di censura tornasse ad essere presente in rete.</p>
<p>Le realtà del movimento tunisino hanno capito come <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">Ammar404</a> fosse ancora presente in rete, non sotto le vesti del censore, ma con l&#8217;intento di diffondere panico e terrore.</p>
<p><em>«Tunisian cyber police using zombie accounts on facebook to spread misinformation on how ghannouchi isn&#8217;t that bad&#8230; loosers.»</em></p>
<p>Anche i profili Facebook sono stati utilizzati contro i soggetti più in vista della cyber-rivolta. Recentemente è stato aperta una pagina Facebook contro Takriz, una delle realtà storiche del mediattivismo tunisino. Oltre a diffondere video falsi e foto degli attivisti di Takriz, montare accuse di affiliazione alla CIA, battere la grancassa della propaganda pro RCD e seminare disinformazione svolgendo un ruolo complementare a quello di Neesma TV (la televisione di Berlusconi e del nipotino di Bourguiba) questa pagina è anche un punto di organizzazione dei lealisti di Ben Ali. Attraverso questa sono stati lanciati <em>storm</em> di segnalazione a Facebook della pagina di Takriz. Ad un momento prestabilito centinaia di cani da guardia del vecchio regime si riuniscono sulla piattaforma di Zuckerberg e cominciano a mandare segnalazioni agli amministratori perché chiudano la pagina di Takriz in quanto colpevole di incitamento alla violenza. <span style="text-decoration: underline">Una modalità organizzativa molto simile a quella di un netstrike.</span></p>
<p>Così come i social network possono essere tanto un formidabile mezzo di informazione o uno strumento di disinformazione, allo stesso modo possono moltiplicare l&#8217;immaginario o evirarlo. Se chiedete a qualcuno “Qual&#8217;è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla rivoluzione egiziana?” molti probabilmente risponderebbero Piazza Tahrir (che non a caso è divenuto uno degli hashtag più diffusi proprio su Twitter). Eppure questa rappresentazione univoca rischia di dare un&#8217;immagine eccessivamente parziale di quanto avvenuto sulle strade egiziane prima e dopo il 25 gennaio. La repressione non è stata solo quella degli sgherri che a dorso di cammello brandivano scimitarre e bastoni per terrorizzare i manifestanti ma è stata anche quella delle fucilate alla schiena dell&#8217;esercito contro i rivoltosi di Suez. La ribellione non è stata solo quella di chi pacificamente e con ostinazione a deciso di piantare la tenda per giorni e giorni fino alla caduta del regime ma è anche quella di chi si è scontrato con la polizia strada per strada. <span style="text-decoration: underline">È lecito chiedersi allora quale portato storico potrebbe lasciare questa fotografia con i bordi tagliati di netto sia nell&#8217;immediato futuro politico del nuovo Egitto, sia nell&#8217;immaginario di tutti i movimenti globali che sempre di più in queste ore guardano al divampare del fuoco nordafricano ed arabo.</span></p>
<p>Continuando l&#8217;analogia con il mercato finanziario ed utilizzando le parole di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) : «<em>L&#8217;illusione è diventata realtà. E più reale diventa più accanitamente la vogliono</em>».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Anche questo è il Battleground, il vostro ed il nostro campo di battaglia.</span></p>
<p>Un luogo dove non c&#8217;è divisione fra partecipazione civile e militare. Dove a tempo di 140 caratteri si smontano LOIC e si limano hashtag. Dove bisogna tanto sfuggire alla censura quanto saper dirottare lo scorrere furioso dell&#8217;informazione nell&#8217;intersecarsi vasto e pulsante di reticoli neurali, fisici e tecnologici che innervano le reti sociali sparse ai quattro angoli del globo.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/">The Battleground</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>We are anonymous!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 14:06:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/02/we_are_anonymous.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-398" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/02/we_are_anonymous-300x173.jpg" alt="" width="300" height="173" /></a></p>
<p>Uno degli attori che è definitivamente emerso da questi due mesi di conflittualità diffusa in rete a cavallo tra la vicenda Wikileaks e le insurrezioni sulle coste del mediterraneo è senza ombra di dubbio Anonymous. Sono tanti i segni che lo indicano: per l&#8217;hashtag <strong>#anonymous</strong>, Twitter, il termometro della rete, segna sempre temperature altissime.  Per il Guardian on-line Anonymous è diventato <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/anonymous">una categoria</a> del settore tecnologia. I suoi nemici hanno predisposto una serie di contromisure per prevenirne le azioni: Microsoft ha inserito LOIC &#8211; il   software utilizzato da migliaia di utenti per effettuare gli attacchi di DDOS (Distribuited Denial Of Service) contro una pluralità di obbiettivi – nella sua lista di virus, l&#8217;FBI ha stilato <a href="http://punto-informatico.it/3078674/PI/News/anonymous-alla-porta-fbi.aspx">40 mandati di perquisizione</a> per riuscire a dare un volto ai senzavolto e le polizie europee <a href="http://punto-informatico.it/3078108/PI/News/uk-arrestati-cinque-anonymous.aspx">hanno arrestato qualche sedicenne</a> da esibire come trofeo asserendo: «È lui la mente».<span id="more-400"></span></p>
<p>Certo a pochi giorni dall&#8217;avvio di <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=352">#OpItaly</a> (la cui <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=400">seconda portata</a> verrà servita questa domenica alle ore 15 in contemporanea con le manifestazioni delle donne e sempre contro il sito governo.it) risulta essere difficile comprendere le caratteristiche di questo attore basandosi esclusivamente sui resoconti ufficiali diffusi dalle gazzette di quotidiani e network televisivi italiani. Nell&#8217;edizione delle 18.30 di domenica 6 febbraio Studio Aperto ha apertamente sbeffeggiato gli anonymous per non essere riusciti ad atterrare completamente il sito del governo italiano. Nessun agenzia di stampa ha minimamente fatto riferimento al ruolo avuto da questa sigla nelle rivolte tunisine ed egiziane (tracciando invece un nesso circoscritto all&#8217;immagine di Wikileaks e di Assange, proprio nei giorni in cui prende vita il processo di demolizione dell&#8217;immagine pubblica dell&#8217;hacker australiano). Repubblica si è spinta un po&#8217; più in la (per motivi evidentemente strumentali) e ha giocato a confondere le acque, accostando l&#8217;immagine di Anonymous ad un attacco effettuato contro l&#8217;infrastruttura informatica del Nasdaq, eseguito con modalità e finalità che nulla hanno in comune con le operazioni di cui il network dei senza volto si è reso protagonista. Al limite del ridicolo sono state le dichiarazioni dei dirigenti della Polizia Postale che hanno sbandierato ai quattro venti la preparazione dei cybercop italiani nell&#8217;affrontare la <em>minaccia</em>. Dopo aver sostenuto di essere venuti a conoscenza dell&#8217;attacco intercettando le comunicazioni del gruppo (in realtà #OpItaly era stata lanciata pubblicamente intorno al 20 gennaio con tanto di sondaggio telematico per la scelta dell&#8217;obbiettivo, al fine di permettere una partecipazione diffusa anche nella sua progettazione) hanno immediatamente sottolineato che nessun furto di dati personali era stato portato a termine (un risultato eccellente se si tiene conto che MAI le operazioni pubbliche di Anonymous hanno avuto questo intento). Curioso il fatto che questo tipo di dichiarazioni venga puntualmente diffuso da diversi mesi a questa parte dopo ogni azione portata avanti da Anonymous.</p>
<p>Curioso ma tutto sommato facile da capire se si scruta appena sotto il pelo dell&#8217;acqua. Come al solito è necessario decifrare le immagini che i media di regime diffondono per comprendere la finalità che li anima. Che nel nostro caso è quella di sospingere Anonymous in un collaudato segmento di marginalità deviante: quello della criminalità informatica, della rappresentazione del gruppo clandestino di hacker in combutta con i “terroristi” di Wikileaks (<em>ipse dixit</em> Sarah Palin). Una rappresentazione assolutamente parziale, e non solo perché gli attivisti di Anonymous <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-06/gruppo-hacker-anonymous-legitto-154409.shtml?audio&amp;uuid=AabCbB6C">rilasciano dichiarazioni</a> ed intrattengono rapporti con i media (cosa che difficilmente farà mai la Russian Business Network), non solo perché inscenano <a href="http://www.youtube.com/watch?v=1fu3Yr829SM&amp;feature=iv&amp;annotation_id=annotation_236729">manifestazioni pubbliche</a> nella real-life (se ancora questa categoria può essere utilizzata in senso dicotomico rispetto alla vita in rete), non solo perché difficilmente si può parlare di Anonymous come organizzazione <em>tout court</em> , ma perché gli strumenti, le pratiche, le modalità di organizzazione i comunicati fanno pensare a tutt&#8217;altro.</p>
<p>Ad ogni modo precisiamo fin da subito che non siamo qui per intessere lodi ne fare apologie. Avventurarsi nella disamina dietrologica (che pure impazza negli ultimi mesi) è solitamente il sintomo di una malattia comunemente chiamata idiozia,  e ugualmente dare letture organiche ed onnicomprensive in questo caso non è possibile. Semplicemente vogliamo mettere in evidenza alcuni degli aspetti che più ci hanno colpito: in particolar modo la capacità che questa sigla ha dimostrato nel riuscire a creare immaginario, nel veicolare una visione sia in merito alle trasformazioni che stanno coinvolgendo la rete sia sul ruolo che la rete potrebbe darsi nei processi di trasformazione dell&#8217;esistente.</p>
<h2>Non solo hacker</h2>
<p>Più che un organizzazione vera e propria Anonymous è un brand (o se preferite un logo) costruito riformulando icone di consumo culturale (l&#8217;immaginario del fumetto “V per Vendetta” poi venuto alla ribalta grazie all&#8217;omonima produzione cinematografica ed il romanzo “Fight Club” di Chuck Palahniuk poi trasformato in un film da David Fincher),  dotate di profonda trasversalità e facilmente riconoscibili e riproducibili (alcune maschere di V erano presenti anche domenica 6 febbraio a Villa San Martino).</p>
<p>Non senza ragione si può ritenere che Anonymous, al momento della sua genesi, avesse alle spalle un piccolo gruppo ristretto maggiormente organizzato, sicuramente composto da hacker che sanno il fatto loro, ma anche (e sopratutto diremmo noi) da soggetti che conoscono profondamente il funzionamento del circuito mainstream ufficiale e le tecniche con cui far circolare l&#8217;informazione in rete.  Un gruppo che in un primo momento può aver formulato delle linee guida sulle modalità di azione da seguire, le quali però, possono essere facilmente apprese, replicate e riprese in mano da una moltitudine di gruppi locali di qualsiasi nazionalità e territorio (cosa che effettivamente sta accadendo).</p>
<p>La comunità che che si sta coagulando attorno all&#8217;identità a maglie larghe che pazientemente viene intessuta filo dopo filo, non è un santuario di hacker della prima ora. O almeno non solo. Al contrario essa sembra ispirata da un principio ordinatore in cui tutti sono necessari e possono avere un ruolo indipendentemente dalle<em> skills</em> informatiche che si possiedono. Grafici, moderatori di forum, ideologi, portavoce che gestiscono il rapporto con i media, amministratori di sistema e procacciatori di news (datevi un&#8217;occhiata all&#8217;account Twitter <a href="https://twitter.com/anonymousirc">AnonymousIrc</a>: sforna notizie di notevole interesse e da una copertura dei media globali a tempo record). Non serve insomma essere Kevin Mitnick per prendere parte alla vita del gruppo. Anzi, il mito dell&#8217;hacker solitario e geniale è qualcosa che appare in contrapposizione alla capacità di inclusione del marchio Anonymous.</p>
<p>I media (o almeno la loro stragrande maggioranza) a volte con un certa miopia, a volte con un certo opportunismo, identificano il fenomeno esclusivamente con gli attacchi portati avanti contro diversi obbiettivi. Molte bene. Accontentiamoli e partiamo anche noi dalla punta dell&#8217;iceberg, riproponendoci di scendere però fino ai fondali su cui poggia, tentando una disamina più accurata. Con una doverosa premessa: gli Anonymous si dotano di una combinazione di strumenti tecnologici e comunicativi in grado di sortire una pluralità di effetti che non si esauriscono con un down temporaneo di un sito internet.<br />
L&#8217;idea degli attacchi di <a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/DDOS#Distributed_attack">DDOS</a> e la modalità distribuita con cui vengono messi in atto non ha nulla di originale da un punto di vista tecnico. Si tratta di un riadattamento della pratica del <a href="http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=Netstrike">netstrike</a> le cui origini risalgono agli anni &#8217;90. In Italia erano diventati uno strumento  ed una pratica diffusa nella scena del mediattivismo (il primo netstrike venne lanciato da Strano network nel 1995 come forma di protesta nei confronti degli esperimenti nucleari francesi nell&#8217;atollo di Mururoa). Il funzionamento è semplice: ad un momento prestabilito centinaia o migliaia di persone cominciano e connettersi simultaneamente al server di un sito web tentando di saturane la capacità di banda e rendendolo inaccessibile per diverse ore. Tanto i netstrike di allora quanto i DDOS di oggi vengono considerati da chi li pratica come una forma di blocco stradale o un sit-in di fronte ad un obbiettivo. Ed esattamente oggi come allora questo tipo di pratica non mira a produrre danni fisici all&#8217;infrastruttura prescelta (vi sfidiamo a indicarci un comunicato che affermi il contrario), ma oltre a renderla inaccessibile per qualche tempo, <em>permette di ottenere una forte visibilità mediatica, generando dibattito sul problema che si voleva mettere in luce.</em></p>
<p>Gli attacchi effettuati da Anonymous negli ultimi tempi però possono contare su tutta una serie di coefficenti in grado di renderli assai efficaci sotto diversi punti di vista.</p>
<p>Prima di tutto va presa in considerazione la semplicità e la grande utilizzabilità degli strumenti con cui questi vengono portati avanti. <a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">LOIC</a> è un eseguibile che richiede semplicemente di essere installato (praticamente su qualsiasi sistema operativo) e può essere utilizzato senza che sia necessaria alcuna particolare abilità. Allo stesso tempo il software in questione (con buona pace di Microsoft) non inietta virus e non è neppure particolarmente raffinato o dotato di chissà quale potenza di fuoco. Effettivamente è improprio utilizzare il termine DDOS per definire gli attacchi di cui stiamo parlando. Come ha <a href="http://owni.eu/2010/12/17/the-anonymous-wikileaks-protests-are-a-mass-demo-against-control/">giustamente sottolineato Richard Stallman</a>, esprimendo un parere in merito, il DDOS solitamente configura una tecnica d&#8217;attacco che si basa sull&#8217;uso di botnet, ovvero estese  reti dormienti di computer zombie (infettati ad insaputa del proprietario) attivate ad un dato momento dall&#8217;attaccante nei confronti di un bersaglio. Nel nostro caso invece sono gli anonymous stessi che decidono di mettere a disposizione le loro risorse, la loro banda, i loro computer per inscenare una manifestazione di massa.</p>
<p>Le piattaforme utilizzate per organizzare, coordinare e preparare gli attacchi sono per lo più servizi commerciali ad ampia diffusione e non darknet, magari capaci di garantire un forte livello di anonimato, ma spesso molto lente e scarsamente accessibili per chi non è dotato di un minimo conoscenze tecniche. Servizi che fanno della semplicità d&#8217;uso il loro motto, e che chiunque per un motivo o per l&#8217;altro ha utilizzato (o può facilmente imparare ad utilizzare).</p>
<p>Apparentemente la scelta degli anonymous di situare i loro<em> rendez-vous</em>, i loro punti di ritrovo, su piattaforme di questo genere (come Google, Yahoo, Twitter o Facebook) appare come una vulnerabilità, un motivo di debolezza. Tutta la loro infrastruttura di organizzazione e comunicazione è in effetti completamente nelle mani di soggetti privati, in grado di esercitare un potere assoluto nel recinto informatico di loro proprietà. La mossa però pare calcolata sotto diversi profili. <strong>Primo</strong>: la grande acessibilità che queste piattaforme permettono ed a cui già abbiamo fatto cenno. <strong>Secondo</strong>: la rimozione di account Twitter, profili Facebook, blog, forum e servizi di varia natura è una contromisura di scarsa efficacia di per se, dato che questi servizi hanno fra le loro caratteristiche principali quella di propagare in modo virale l&#8217;informazione. E&#8217; facile sostituirli in breve tempo ricreando la rete di relazioni che si aveva in precedenza. <strong>Terzo</strong>: se cavalcato in modo adeguato un atto repressivo di questo tipo (magari effettuato su larga scala) è motivo di ulteriore visibilità ed allo stesso tempo rappresenta un danno di immagine per quelle imprese che, dopo aver costruito la loro identità su valori come la libertà di informazione, si ritrovano ad interpretare il ruolo di censori. Insomma questa scelta rende possibile su un ampio palcoscenico l&#8217;emersione delle contraddizioni tra il vero volto dei giganti del capitalismo informazionale e l&#8217;ideologia che essi propugnano per motivi strumentali a fine di marketing e creazione dell&#8217;immagine. Quella stessa immagine, quell&#8217;incarnazione di un concetto che oggi è parte integrante del valore di un&#8217;azienda. Questo d&#8217;altra parte spiegherebbe i non pochi imbarazzi in cui Facebook e Twitter erano incappati a dicembre dopo gli attacchi effettuati contro Mastercard e Visa, quando a gran voce la Casa Bianca richiedeva la rimozione delle pagine da cui tali attacchi erano coordinati.</p>
<p>Nonostante questo pare che gli anonymous non siano degli sprovveduti e sappiano che questo gioco si può rompere: avvertono la potenza ma anche la vulnerabilità di questo tipo di scelta, tanto da aver lanciato con piglio strategico un <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=376">progetto di sperimentazione per lo sviluppo di reti decentralizzate</a>. Ancora una volta questo dimostra che, come spesso accade storicamente, <em>i processi di alfabetizzazione non sono frutto di un impostazione etica verso un problema, ma derivano dalla necessità pratica di risolverlo in un momento di lotta</em>. Pragmatici ed in grado di guardare lontano, non c&#8217;è che dire.</p>
<p>Anche i DDOS si muovono lungo una direttrice mediatica con risultati efficaci, portando all&#8217;attenzione di milioni di spettatori le motivazioni ideali che ne sono all&#8217;origine. Giocando sulla contrapposizione <em>«Loro hanno le armi, noi abbiamo i computer»</em> gli anonymous affermano di non amare il disordine sociale, ma sembrano essere perfettamente consci che per la società in rete bloccare la circolazione delle informazioni è un atto d&#8217;insubordinazione rilevante. Gli attacchi nei confronti di Mastercard o Visa non hanno influito di per se sul funzionamento delle transazioni on-line, né hanno causato danni di alcun tipo ai sistemi che le gestiscono. <em>Rappresentano però un atto di riprogrammazione dell&#8217;immagine che queste società si danno nel network globale</em>, sottolineandone il ruolo di complicità nel tentativo di affondare Wikileaks, colpevole agli occhi del grande pubblico solo di aver fatto emergere il volto più oscuro ed imbarazzante del potere.</p>
<p>Allo stesso tempo quando il marchio Anonymous lancia in grande stile le sue operazioni determina  un livello di attenzione che indirettamente ha un ruolo nella riuscita degli attacchi, nutrendosi di un coefficente psicologico comunemente chiamato&#8230; <em>curiosità</em>. Quando, come è accaduto questa domenica in Italia, la notizia viene rilanciata dal complesso mediatico, centinaia di migliaia di curiosi provano a loro volta ad accedere al sito posto sotto attacco per verificarne l&#8217;efficacia. Così facendo partecipano involontariamente alla saturazione di banda del server remoto.</p>
<p>Eppure anche nel momento in cui Anonymous per necessità si produce in azioni dal sapore più marcatamente hacker <em>non rinuncia mai a mettere al centro del suo discorso la comunicazione ed un certo gusto per la spettacolarità</em>. Dopo il pandemonio di dicembre l&#8217;azienda di sicurezza informatica statunitense HBGary, su impulso del FBI si era messa sulle traccie degli anonymous, e negli ultimi giorni era arrivata a sostenere pubblicamente di averne individuato il nocciolo duro e di essere pronta a rivelarne (leggi vendere a peso d&#8217;oro) l&#8217;identità alle autorità statunitensi. <a href="http://www.p2pnet.net/story/48686">La risposta non si è fatta attendere ed è stata semplicemente devastante</a>. L&#8217;attacco messo in atto contro contro i server della HBGary non ha comportato questa volta un DDOS. Dopo essere penetrati nei sistemi di sicurezza dell&#8217;azienda ed aver sottratto e-mail, documenti riservati ed il codice sorgente di molti dei prodotti di sicurezza firmati HBGary gli anonymous che hanno fatto? Li hanno rivenduti alla concorrenza per autofinanziarsi? Hanno iniettato codice malevolo nel software HBGary? Nient&#8217;affatto. Li hanno pubblicati in rete e, come cigliegina sulla torta, hanno violato l&#8217;account twitter di uno dei dirigenti durante il Superbowl.<br />
<em>“Was it mentioned that #<a href="http://search.twitter.com/search?q=Anonymous"><span style="color: #0000ff"><strong>Anonymous</strong></span></a> obtained source code of HBGary security products? No, well it is so. What a disaster. #<a href="http://search.twitter.com/search?q=GameOver"><span style="color: #0000ff"><strong>GameOver</strong></span></a><a href="https://twitter.com/HBGaryPR">HBGaryPR</a></em> @<span style="color: #0000ff"><strong><br />
</strong></span><br />
Già. <strong>Game over</strong>. Perché per un azienda di sicurezza informatica subire un incursione di questo genere non può che significare una sola cosa: perdere di fronte a tutto il pianeta la faccia, il capitale reputazionale accumulato e chiudere i battenti. Non è l&#8217;incursione in se che produce questo effetto ovviamente. <em>È il fatto che tutto il mondo lo sappia</em>. Ma è chiaro pure che gli anonymous con questa azione spettacolarmente congegnata hanno voluto mandare una serie di messaggi in altre direzioni. <strong>Prima di tutto</strong> hanno rassicurato gli attivisti che ne formano la larga comunità, messa sotto pressione dopo gli arresti perpetrati da diverse polizie negli ultimi mesi. <strong>In secondo luogo</strong> hanno lanciato un chiaro avvertimento a chiunque in futuro possa pensare di mettersi contro di loro e sfidarli. <strong>Infine</strong> hanno alimentato ancora una volta la loro immagine agli occhi del mondo, che non è certo quella del vandalismo informatico a cui i media ci vorrebbero abituare, ma è quella di silenziosi combattenti della rete che, sapendo quali tasti toccare, riescono ad innescare con le loro gesta una reazione a catena.<br />
Attenzione però. Anonymous non è solo un icona che si limita a produrre dibattito nell&#8217;opinione pubblica internazionale per mettere sotto pressione i governi mondiali. Certo, accade anche questo come è stato nel caso dell&#8217;<a href="http://www.anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=374">Operazione Tharir</a>, dove il lancio di un tweetstorm verso gli account di Barack Obama e della Casa Bianca ha contribuito a suo modo a far si che quella piazza continuasse ad essere il centro del mondo. È anche una rete formidabile di solidarietà ed attivismo internazionale che durante le insurrezioni tunisine ed egiziane ha messo a disposizione conoscenze, e risorse tecniche come proxy, fax, VPN e tutta una serie di altri strumenti utili per permettere alle popolazioni locali di riprendere in mano il filo della narrazione digitale senza essere tracciati dagli sgherri informatici di regime.  Di più. L&#8217; <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=118">#OpTunisia</a> si è spinta fino a <a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=171">mettere sotto scacco i sistemi di posta elettronica governativi</a>, con il chiaro intento di portare il caos fra le fila dell&#8217;establishment di Ben Ali. Ed in momenti di crisi che rischiano di mettere a repentaglio un potere ventennale una mail che arriva con dieci minuti di ritardo può fare la differenza sia sulla piazza che nel palazzo.</p>
<h2>Essere Anonymous!</h2>
<p>Ma la cifra del valore comunicativo delle tattiche di Anonymous, la sua sintesi più completa ce la regala una lettura dello schema con cui vengono cesellati i loro comunicati, che pur essendo soggetti a variazioni stilistiche e formali a seconda del momento in cui vengono stilati si articolano fondamentalmente in tre passaggi.</p>
<p><strong>L&#8217;incipit</strong> è un messaggio chiaro alle istutuzioni dello stato teatrodella crisi  attenzionata in quel dato momento da Anonymous. Ne vengono denunciati i crimini, le malefatte, le iniquità senza dimenticare gli alleati o i responsabili diretti ed indiretti (a loro volta capi di stato o alleati regionali ed internazionali) che con la loro complicità o acquiscienza ne hanno permesso la protrazione. Così facendo gli anonymous (che amano definirsi &#8220;vigilanti della rete&#8221;) si ritagliano un ruolo di sorveglianza nei confronti del potere.</p>
<p><strong>Nel secondo passaggio</strong> gli anonymous, invece che porsi come postulanti, dettano richieste precise: porre fine a tali crimini. Se le loro condizioni non verranno rispettate sanzioneranno il soggetto interessato (sia esso uno Stato, un governo o una grande compagnia) entrando in azione e dando vita ad azioni di rivolta, autodifesa e sabotaggio in senso lato.</p>
<p><strong>Infine</strong> il comunicato tende a concludersi con due differenti forme di appello. Da una parte Anonymous si rivolge ai cittadini coinvolti in tale crisi facendo sentir loro che una rete di solidarietà internazionale si sta muovendo per appogiare la loro causa, invitandoli però allo stesso tempo a prendere in mano il loro destino. Da un altra invita i “cittadini del mondo” ad unirsi alla sua lotta. <strong>«Join Us!»</strong>, l&#8217;arruolamento è aperto e fra le fila della legione sotto l&#8217;ombrello del loro “banner of resistance” tutti possono partecipare alla lotta, senza distinzioni di razza, sesso o religione. Una lotta dell&#8217;umanità intera dove non si è spettatori passivi ma dove bisogna scegliersi un ruolo nel campo di battaglia della storia. Fa da corollario una citazione ad effetto (da Keny Arcana a Ghandi) e l&#8217;immancabile logo situato in alto a destra che richiama quello delle nazioni unite. Che non è un mero detour o uno sberleffo. <em>Esprime un carattere di ufficialità, quasi fosse un messaggio diplomatico P2P ovvero da pari a pari e non tra oppressori ed oppressi.</em></p>
<p>Qual&#8217;è il link fra questi 3 passaggi?<em> L&#8217;essere Anonymous</em>. Tutti possono mettere in atto opera di sorveglianza nei confronti del potere per renderlo trasparente (<em>«Noi vediamo te, ma tu non vedi noi. Non dimentichiamo. Siamo ovunque, siamo Anonymous»</em>). Tutti possono scagliarvisi contro quando questo non rispetta le regole (<em>«Ti possiamo colpire in qualsiasi momento e non sai da che parte arriveremo. Non perdoniamo. Siamo Ovunque. Siamo Anonymous»</em>). Tutti possono unirsi a questa battaglia. (<em>«Siamo sempre di più. Siamo una legione. Siamo Ovunque. Siamo Anonymous»</em>).</p>
<p>Non si è Anonymous (o almeno non solo) perché si è anonimi o non rintracciabili in rete, ma <em>si è Anonymous perché tutti possono esserlo ovunque ed in qualsiasi momento</em>. E questa condizione oggi non esprime più un livello di atomizzazione o subordinazione. Subisce una torsione radicale.<em> E diventa potenza.</em></p>
<h2>Limiti e sfide per il futuro</h2>
<p>Tenendo assieme lo zero e l&#8217;unità, l&#8217;immediato e l&#8217;infinito Anonymous è riuscito ad emergere come attore credibile sul palcoscenico della governance mediale globale.</p>
<p>Questo però non devono indurci a dimenticare i limiti insiti nella sua formulazione distribuita e P2P, né tanto meno le sfide che sarà chiamato ad affrontare nel prossimo futuro.</p>
<p><em>La capacità di inclusione del linguaggio che esso esprime ne rappresenta la forza ed al tempo stesso la debolezza</em>: si tratta di contenitori enormemente ampi (libertà, diritti fondamentali, diritti umani, libertà di informazione) che, scontando la mancanza di un ambito di discussione più continuo, riflessivo e programmatico rispetto a quelli offerti dalla piattaforma di Anonymous (in cui la parte del leone la fa la comunicazione istantanea e non vincolante della chat), possono certo tradursi in catalizzatori delle emozioni e delle passioni dei cyber-rivoltosi con cui fondersi nella narrazione conflittuale operata dal diluvio dei post in tempo reale, ma allo stesso tempo rischiano di riprodurre le contraddizioni tutte politiche della rete balcanizzata.</p>
<p>Se infatti nella realtà, chiedendoci cosa significhi &#8220;diritto fondamentale&#8221; per uno statunitense e cosa per un cinese, potremmo ipotizzare (semplificando brutalmente e forse eccessivamente) che per il primo il concetto si avvicini più alla tutela dell&#8217;autorealizzazione individuale mentre per il secondo alla preservazione della stabilità sociale, non possiamo pensare che &#8211; in assenza di una prospettiva internazionalista tutta da costruire &#8211; ciò non si rifletta sulle loro modalità di protesta in rete.</p>
<p>E nemmeno che la comunicazione sulla piattaforma Anonymous sia impermeabile alla viralità dei messaggi provenienti dal mainstream rispetto alla &#8220;rivoluzione di google-twitter-facebook&#8221; (che assumono un sapore post-coloniale, se come si diceva in precedenza quelle stesse multinazionali sembrano tutt&#8217;altro che sorde alle richieste censorie dei governi occidentali &#8211; vedi il caso wikileaks ) ed alle considerazioni politiche (<em>«portiamogli la democrazia, così avranno libere elezioni e potranno eleggere un buon presidente»</em> &#8211; nel momento in cui la crisi politica della democrazia occidentale e la radicalità delle forme di contropotere espresse nel Maghreb autorizzano a battere tutt&#8217;altre ipotesi di autogoverno). Insomma, occorre tenere presente le possibili dinamiche di strumentalizzazione di questi contenuti che se riempiti di qualsiasi significato, non declinato in modalità più specifiche <em>rischiano di non averne più alcuno o magari di essere dirottati verso qualcosa che Anonymous non è</em> (e questo vale allo stesso modo anche per le sue modalità di organizzazione liquide).</p>
<p>Inoltre Anonymous nasce e si sviluppa a cavallo di un&#8217;epoca di transizione per internet ed i suoi comunicati, dove sovente esiste un riferimento alle originarie libertà che la rete era stata in grado di dischiudere al momento del suo processo di massificazione (pur con tutte le innegabili contraddizioni che questo processo aveva determinato) sembrano indicare una percezione ed una preoccupazione diffusa all&#8217;interno della comunità relativamente a tali trasformazioni. Dopo l&#8217;era del rame (la convergenza di tecnologie digitali e telefoni), anche quella dell&#8217;ADSL sta per fare il suo tempo, pronta a lasciare il passo a quella del mobile. Un&#8217;era di cui le infrastrutture non sono state ancora finanziate e, non abbiamo dubbi, che presenterà  un conto salato agli utenti della rete. <em>La fine della net neutrality insomma avvierà processi di depotenziamento della rete in quanto luogo di organizzazione della politica e di produzione culturale: è una sfida li dietro l&#8217;angolo che ci aspetta, ed anche chi si sente Anonymous non potrà sottrarvisi.</em></p>
<p>Infine non si può non tener presente che <em>gli scenari di conflitto non sono e non devono essere interpretati come panorami statici  ma come funi tirate ed in movimento da affrontare con l&#8217;intelligenza dinamica e sempre pronta a cambiare passo dei trapezisti.</em> Le tattiche (mediatiche e non) di Anonymous stanno iniziando ad essere sottoposte alle attenzioni della controparte; se questa finora, laddove ne abbia avuto la possibilità, può essersi limitata a mettere in campo quelle tattiche di provocazione ed inquinamento dell&#8217;informazione già impiegate sulle pagine dei social network, non è detto che in futuro non ricorra a contromosse più sofisticate. Ad esempio, strumenti straordinari di auto-organizzazione come le piattaforme temporanee di scrittura partecipativa &#8211; allestite durante la rivolta tunisina per segnalare numeri di telefono, mappe ed indirizzi internet utili, potrebbero finire sovradeterminati da pochi individui ben coordinati; non necessariamente per diffondere informazioni false ma anche, semplicemente, di non utili agli obiettivi prioritari per i rivoltosi sul campo. Perplessità accentuate dalla lettura dei vari &#8220;manuali del rivoltoso&#8221;, circolati in rete nelle ultime settimane.</p>
<p>Se il nemico continuerà a raffinare queste strategie, <em>Anonymous affronterà la sua più grande sfida per non essere neutralizzato e ricacciato nel dimenticatoio della storia: reinventarsi in continuazione mantenendo allo stesso tempo quelle caratteristiche che gli hanno permesso di diventare un catalizzatore planetario di significato ed attenzione.</em></p>
<p>I numeri e le intelligenze per farlo li ha: è una legione, è ovunque, è Anonymous.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/02/11/we-are-anonymous/">We are anonymous!</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>#SidiBouzid vs Ammar404: censorship #fail !</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jan 2011 20:45:06 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non conosce soste la guerra che in queste ore si sta combattendo senza esclusione di colpi sugli stream dei network globali e nord africani. Uno scenario convulso, terribile ed allo stesso tempo affascinante  che mette a nudo come le suggestioni cyberpunk dei romanzi di William Gibson, non siano più semplicmente una categoria letteraria, frutto di una mente geniale nella sua capacità di scrutare fra le pieghe di un futuro di la a venire, ma entrino a pieno titolo nella declinazione odierna e presente delle categorie del conflitto. <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/01/OpTunisia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-388" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/01/OpTunisia-300x198.jpg" alt="" width="275" height="181" /></a></p>
<p>Sullo scacchiere tunisino si stanno muovendo in queste ore diversi giocatori che, studiandosi a vicenda, provano a chiudere la partita. Obbiettivo: il controllo della rete di comunicazione internet tunisina e la narrazione di fronte al mondo della sanguinosa rivolta che da ormai 10 giorni infiamma lo stato nord africano e ne fa tremare i vertici del regime.</p>
<p>Il sistema di censura Ammar404 (soprannominato come l&#8217;ex-ministro dell&#8217;interno responsabile della preparazione del Summit sulla Società dell&#8217;Informazione tunisino del 2005) che, ormai è evidente, era stato predisposto con cura già da diversi mesi dalle autorità di Tunisi per tenere sotto controllo una popolazione <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_in_Tunisia">sempre maggiormente informatizzata</a>, sembra però avere grosse difficoltà a contenere effettivamente il flusso di comunicazioni che poco alla volta sta travolgendo le barriere appositamente poste a recinto dell&#8217;infosfera tunisina. Ma andiamo con ordine.<span id="more-389"></span></p>
<p>Ieri dalla rete sono emersi numerosi dettagli sulle modalità con cui gli sgherri di Ben Ali hanno tentato di mettere in scacco le comunicazioni dei blogger dissidenti e  di tutti coloro che appoggiandosi a diversi social network, ne stanno facendo uno dei centri propulsori nell&#8217;organizzazione della rivolta. Da una parte ATI (Agencie Tunisienne d&#8217;Internet, il braccio armato del ministero delle comunicazioni tunisine) ha implementato diversi strumenti atti a <a href="http://www.thetechherald.com/article.php/201101/6651/Tunisian-government-harvesting-usernames-and-passwords">sottrarre agli utenti le password</a> di accesso ai loro account Gmail, Yahoo e Facebook. Un &#8216;operazione che in gergo tecnico viene definita come phishing, solitamente utilizzata per rubare credenziali di accesso ai conti di banking on-line, anche se qui, è chiaro, l&#8217;obbiettivo è ben altro.<br />
Specularmente ATI ha provato ad <a href="http://english.aljazeera.net/indepth/features/2011/01/20111614145839362.html">inibire l&#8217;accesso ai social network tramite https</a>, un diffuso standard di comunicazione cifrata, necessario in questo momento per tutelare l&#8217;efficacia e la capillarità dell&#8217;informazione e delle lotte che ne scaturiscono.  Tradotto in altri termini, l&#8217;apparato statale tunisino ha tentato di trafugare le identità on-line di diverse migliaia di persone per prendere il controllo dei canali di informazione che stanno svolgendo un ruolo di coordinamento e di copertura mediatica delle proteste.</p>
<p>Sono continuati inoltre <a href="http://torrentfreak.com/pirate-party-members-arrested-in-tunisian-censorship-revolt-110108/">gli arresti di blogger e cyberhacktivisti dissidenti</a> fra cui diversi membri del partito pirata tunisino. Significativo il fatto che la presenza di uno di questi sia stata segnalata all&#8217;interno dell&#8217;edificio del ministero degli interni grazie alle <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/tunisia-sparizioni-arresti-e-censure-per-blogger-e-attivisti-impegnati-nelle-attuali-proteste/">funzioni di geo-localizzazione cellulare permesse dal social network Foursqaure</a>. Tra gli arrestati spiccano anche hacktivisti del colllettivo <a href="http://nawaat.org/portail/">nawaat.org</a>, che già l&#8217;anno scorso avevano pubblicamente accusato il governo di aver sottratto dati sensibili a migliaia di cittadini dalle loro caselle di posta.</p>
<p>La cifra di quanto sta accadendo può essere colta osservando il flusso di informazioni che la vicenda tunisina sta muovendo su Twitter. Inserendo gli hashtag #sidibouzid e #OpTunisia nel motore di ricerca del noto social network si accede ad una quantità enorme di informazioni in continuo aggiornamento minuto dopo minuto: filmati, fotografie, link in lingua araba e francese, punti di raccolta dei dimostranti ed obbiettivi da colpire.</p>
<p>Si perché la rete di hacker Anonymous non sta venendo meno alle promesse fatte al momento del lancio di &#8220;Operazione Tunisia&#8221;. Dopo gli attacchi dei giorni scorsi messi a segno contro alcune delle più importanti organizzazioni governative, dopo aver offerto a sua volta una copertura degli eventi in corso, Anonymous ha rilanciato  puntando ancora più forte. È stata pubblicizzata in queste ultime ore una nuova missione (nome in codice &#8220;<a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=171">Operation Tunisiamail</a>&#8220;) dal sapore &#8220;Search and Destroy&#8221;. L&#8217;intento è quello di individuare i server che gestiscono il sistema di comunicazione di posta elettronica del governo tunisino e metterli fuori gioco. Attraverso una <a href="http://anonnews.org/chat/">chat</a> vengono coordinate le azioni da intraprendere e probabilmente viene dato ad eventuali <em>whistleblower </em>del regime di Ben Ali un canale di comunicazione su cui far transitare le coordinate contro cui puntare i cannoni LOIC, il software usato dai tempi dell&#8217;operazione PayBack per portare avanti in maniera coordinata gli attacchi DDOS.</p>
<p>Infine gli stessi Anonymous hanno reso disponibile del codice utilizzabile da qualsiasi utente (attraverso Greasemonkey, una versatile estensione di Firefox), utile per bypassare i codici malevoli del governo a cui abbiamo fatto riferimento sopra.</p>
<p>Non si può inoltre rifuggire da una riflessione sull&#8217;attegiamento dei media occidentali di fronte alla rivolta di questi giorni. E sono emblematici e carichi di significati ancora una volta alcuni tweet dell&#8217;account twitter <a href="https://twitter.com/AnonNewsNet">Anon News Network</a>:</p>
<p><em>&#8220;@<a rel="nofollow" href="https://twitter.com/NYTimes">NYTimes</a> Hey guys, did you realize there was a revolution going on in <a title="#Tunisia" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23Tunisia">#Tunisia</a>? And main info channels are FB and Twitter? <a title="#SidiBouzid" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23SidiBouzid">#SidiBouzid</a> &#8220;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>&#8220;For those not <a title="#DDoS" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23DDoS">#DDoS</a>-ing, plz let the @<a rel="nofollow" href="https://twitter.com/NYTimes">NYTimes</a> know that there&#8217;s a revolution in <a title="#Tunisia" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23Tunisia">#Tunisia</a> <a rel="nofollow" href="http://goo.gl/mixjx" target="_blank">http://goo.gl/mixjx</a> <a title="#SidiBouzid" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23SidiBouzid">#SidiBouzid</a> <a title="#Anonymous" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23Anonymous">#Anonymous</a> <a title="#AnonOps" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23AnonOps">#AnonOps</a> &#8220;</em></p>
<p>Non solo questa rivolta ha dimostrato per l&#8217;ennesima volta l&#8217;insufficienza dei media tradizionali, surclassati dai social network nella copertura dell&#8217;evento (mettendo a nudo come la crisi della carta stampata non sia da imputare rozzamente e tout court alla gratuità dell&#8217;informazione on line ma abbia radici molto più profonde, legate alla modalità di approccio obsolete al giornalismo), ma mostra in modo inequivocabile la profonda ipocrisia di un mainstream sempre pronto a magnificare per puro calcolo la rabbia dei ragazzi dell&#8217;onda verde iraniana o ad indignarsi per la censura di Pechino, salvo poi <a href="http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/01/20111981222719974.html">tacere</a> l&#8217;una e l&#8217;altra nel caso tunisino.</p>
<p>D&#8217;altro canto, il favoreggiamento dei colossi del capitalismo informazionale occidentale verso la dittatura del paese nordafricano si esprime in modalità anche più esplicite: la OpenNet Initiative <a href="http://opennet.net/research/profiles/tunisia">riporta</a> l&#8217;utilizzo da parte delle autorità telematiche tunisine del programma di filtraggio SmartFilter, elaborato dall&#8217;azienda californiana Secure Computing ed in seguito acquisito da McAfee: una piattaforma capace di prevenire l&#8217;accesso ai siti in base a diverse categorizzazioni (tra cui i contenuti GLBT e le risorse legate a privacy ed anonimato) grazie al fatto che, passando tutto il traffico a linea fissa degli undici provider tunisini sui server dell&#8217;ATI, ogni visita ad una pagina scomoda produrrà proprio quell&#8217;errore 404 “File Not Found”, che i netizen tunisini associano ad Ammar.<br />
Operazioni di filtraggio a cui <a href="http://anarcat.koumbit.org/censuretunisie">danno man forte</a> le soluzioni di web caching di un&#8217;altra azienda statunitense, la NetApp &#8211; la cui NetCache ha facilitato la costruzione di un vero e proprio &#8220;proxy trasparente&#8221;, usato dall&#8217;ATI per reindirizzare le richieste http dei netizen tunisini.</p>
<p>Una doppia morale ormai sotto gli occhi di tutti che, pur dando grattacapi <a href="http://213.251.145.96/cable/2009/07/09TUNIS492.html">non indifferenti</a> alle strutture diplomatiche occidentali, non consente loro di chiudere il sipario sull&#8217;epopea della marionetta Ben Ali messa in scena con tanta pena.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">#SidiBouzid vs Ammar404: censorship #fail !</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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