<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>InfoFreeFlow &#187; Proprietà intellettuale</title>
	<atom:link href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/category/proprieta-intellettuale/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://infofreeflow.noblogs.org</link>
	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
	<lastBuildDate>Wed, 15 May 2013 13:19:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5.1</generator>
<atom:link rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com"/><atom:link rel="hub" href="http://superfeedr.com/hubbub"/>		<item>
		<title>Sceriffi della rete e cyber-ronde</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/09/22/sceriffi-della-rete-e-cyber-ronde/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/09/22/sceriffi-della-rete-e-cyber-ronde/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 14:06:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[agcom]]></category>
		<category><![CDATA[copyright]]></category>
		<category><![CDATA[intermediari]]></category>
		<category><![CDATA[Santo Versace]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.org/?p=596</guid>
		<description><![CDATA[In attesa del parere della Commissione Europea e della World Intellectual Property Organization (WIPO) sulla tanto discussa delibera AGCOM, in questi giorni è stata presentata in parlamento, da 19 deputati del Pdl tra cui Elena Centemero e Santo Versace , una proposta di legge “in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/09/Internet_-_Good_Or_Bad_da_Mikey_G_Ottawa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-597" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/09/Internet_-_Good_Or_Bad_da_Mikey_G_Ottawa-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" /></a>In attesa del parere della <strong>Commissione Europea </strong>e della World Intellectual Property Organization (<strong>WIPO</strong>) sulla tanto discussa <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/1962-server-is-too-busy-agcom-travolta-dalla-protesta-in-rete">delibera AGCOM</a>, in questi giorni è stata presentata in parlamento, da 19 deputati del Pdl tra cui Elena Centemero e Santo Versace , una <a href="http://www.camera.it/Camera/view/doc_viewer_full?url=http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/stampati/pdf/16PDL0051750.pdf&amp;back_to=http://www.camera.it/126?PDL=4549&amp;leg=16&amp;tab=2">proposta di legge</a> <em>“in  materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della  società dell’informazione e per il contrasto delle violazioni dei  diritti di proprietà </em><em>industriale operate mediante la rete interne”</em><em>.</em> Un disegno di legge identico a <a href="http://www.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/16PDL0051450.pdf">quello</a> presentato in estate dal leghista Fava (alla faccia del diritto d&#8217;autore!).</p>
<p>Si tratta di 2 articoli che vanno a modificare rispettivamente gli art. 16 (<em>Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – </em><em>hosting</em>) e 17 (<em>Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza</em>) del decreto legislativo n. 70 del 2003.</p>
<p>Nella  prima parte si obbligano i provider a rimuovere e disabilitare  l&#8217;accesso a risorse che violano il copyright o che promuovo il commercio  di marchi contraffatti, ma a differenza della normativa odierna a poter  “avvertire” il provider non sarà soltanto l&#8217;autorità competente ma “<em>qualunque soggetto interessato </em>”. <strong>Utenti propensi alla censura che si trasformano in cyber-ronde al servizio del diritto d&#8217;autore</strong>.  Tutto questo senza passare attraverso l&#8217;autorità giudiziaria e senza,  di fatto, la necessità, né la possibilità, di controllare l&#8217;effettiva  natura delle accuse prima di proseguire con la cancellazione, la  disabilitazione o il blocco dell&#8217;accesso.<span id="more-596"></span></p>
<p>La seconda parte che prevede la non responsabilità preventiva e, come da titolo, “<em>l&#8217;assenza dell&#8217;obbligo generale di sorveglianza</em>” è ancora più inquietante e al tempo stesso contraddittoria. Infatti il testo dell&#8217;articolo prevede la <strong>responsabilità civile e penale</strong> per il &#8220;<em>prestatore  che non abbia adempiuto al dovere di diligenza che è ragionevole  attendersi da esso e che è previsto dal diritto al fine di individuare e  prevenire taluni tipi di attività illecite</em>”, altro che assenza dell&#8217;obbligo di sorveglianza. Inoltre <strong>i provider per adempire al loro dovere di poliziotti della rete dovranno adottare filtri preventivi </strong>atti ad impedire l&#8217;accesso a contenuti illeciti e infine stilare delle vere e proprie <strong>liste di utenti recidivi a cui impedire l&#8217;accesso alle piattaforme o addirittura alla rete stessa</strong>, una sorta di <strong><a href="http://www.itespresso.it/tutti-i-numeri-di-hadopi-la-legge-dei-tre-colpi-53384.html">HADOPI</a> </strong>all&#8217;italiana.</p>
<p>Insomma  un ulteriore attacco ai diritti dei netizens nostrani e potere assoluto  nelle mani dei provider stimolati dalle lobbies. A preoccupare è  soprattutto la velocità con cui la proposta si sta muovendo, molto  probabilmente per fare da sponda alla delibera AGCOM <a href="http://punto-informatico.it/3231616/PI/News/agcom-enforcement-rimandato-novembre.aspx">prevista per novembre</a>.  Un duro colpo anche per l&#8217;e-commerce, in un momento in cui, tra manovre  lacrime e sangue, si vorrebbe far pagare i costi della crisi ai soliti  noti per difendere i profitti di pochi. La partita è ancora tutta  aperta, la posta in gioco altissima e le rivendicazioni delle piazze  virtuali non faranno altro che portare ulteriore rabbia e indignazione  in quelle piazze reali che già stanno scaldando i motori in vista del 15  ottobre e di un autunno-inverno che si preannunciano davvero molto,  molto caldi.</p>
<p><em>InfoFreeFlow (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</em>
<div class="privacy_share_buttons_post_596 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/09/22/sceriffi-della-rete-e-cyber-ronde/">Sceriffi della rete e cyber-ronde</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/09/22/sceriffi-della-rete-e-cyber-ronde/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;anomalia italiana di Internet</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/25/lanomalia-italiana-di-internet/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/25/lanomalia-italiana-di-internet/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:32:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[intermediari]]></category>
		<category><![CDATA[mediaset]]></category>
		<category><![CDATA[yahoo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.org/?p=434</guid>
		<description><![CDATA[È di ieri la notizia di un&#8217;altra sentenza contro i motori di ricerca che si rendono &#8220;responsabili&#8221; di linkare materiali illeciti. Dopo la vicenda Google-Vividown, questa volta la scure della magistratura è caduta sulla testa di Yahoo, resasi colpevole di fornire fra i suoi risultati di ricerca indirizzi di siti che permettono la visione di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/anomalia_italiana_internet.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-433" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/anomalia_italiana_internet-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>È di ieri <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/03/23/news/basta_link_a_siti_di_film_pirata_una_sentenza_inibisce_yahoo_-14012819/?ref=HRER2-1">la notizia</a> di un&#8217;altra sentenza contro i motori di ricerca che si rendono  &#8220;responsabili&#8221; di linkare materiali illeciti. Dopo la vicenda  Google-Vividown, questa volta la scure della magistratura è caduta sulla  testa di <strong>Yahoo</strong>, resasi colpevole di fornire fra i suoi  risultati di ricerca indirizzi di siti che permettono la visione di  contenuti e materiali audiovisivi coperti da diritto d&#8217;autore. E  l&#8217;Italia è sempre più vicina all&#8217;affermazione del principio di  responsabilità nell&#8217;intermediazione dell&#8217;informazione on-line.</p>
<p>Puntualizziamo. <strong>Lungi da noi difendere i motori di ricerca </strong>che  effettivamente svolgono un ruolo di intermediazione informativa e  culturale di primissimo piano, dato che rappresentano uno dei <em>gate</em> principali nell&#8217;accesso all&#8217;informazione. Lungi da noi prendere le  parti di attori economici privati che sulla base di criteri stabiliti  dalla segretezza dei loro algoritmi svolgono una funzione a carattere  pubblico senza che questa venga attualmente regolamentata al pari degli  altri media audiovisivi. E lungi da noi stracciarci le vesti (anche  perché altrimenti non sapremo più quali abiti indossare) per dei  soggetti privati che possono permettersi di esercitare a briglie sciolte  un potere spaventoso anche sotto il profilo politico oltre che  economico. Ribadiamolo: il potere oggi riposa sulla punta  dell&#8217;informazione ed i motori di ricerca negli ultimi anni ne hanno  spesso attuato forme di governance scellerate.<span id="more-434"></span></p>
<p>Ma  qui la questione è altra. Ormai siamo al ridicolo. Siamo spettatori  dell&#8217;ennesima puntata degradante di una sitcom all&#8217;italiana che sta  inchiodando la cultura digitale del nostro paese all&#8217;età del rame. Le  soluzioni ipotizzate dall&#8217;apparato giuridico e legislativo italiano per  porre argine allo strapotere dei motori di ricerca e dei nodi di  aggregazione dell&#8217;informazione non hanno né capo né coda, perché  applicano vecchi principi giuridici (la tutela di un diritto d&#8217;autore  anacronistico come le canzonette di Renzo Arbore) a situazioni,  chiamiamole così, &#8220;nuove&#8221;.</p>
<p>Il punto vero è che però nel contesto italiano non potrebbe essere altrimenti.</p>
<p>Diversamente  tutto il settore televisivo, cinematografico e musicale (che, non  dimentichiamolo, negli anni ha svolto un ruolo fondamentale  nell&#8217;affermazione del modello culturale berlusconiano) vedrebbe  improvvisamente venir meno quell&#8217;ombrello che fino a questo momento l&#8217;ha  messo al riparo dalla concorrenza. Si, perché anche questo significa <strong>“lotta alla pirateria&#8221; </strong>nel vocabolario politico italiano: <strong>disarcionare da cavallo con ogni mezzo necessario i &#8220;competitors&#8221; </strong>pericolosi,  per trotterellare in tranquillità verso il traguardo del prossimo  bilancio trimestrale. Se qui la situazione è stagnante, altrove tycoon  ben più potenti del nano di Arcore, sono stati costretti a modificare  radicalmente il loro business plan: è fresca fresca l&#8217;alleanza tra  Murdoch e Apple per ridare vigore ai bilanci della disastrata News Corp,  strozzata dalla crisi e dalla &#8220;concorrenza sleale e parassitaria&#8221; di  Google News (<em>ipse dixit</em> la vecchia gallinaccia australiana) che  dalla crisi non è stata neanche sfiorata.  Ma se l&#8217;Italia segna la sua  imbarazzante arretratezza agli occhi del mondo inseguendo l&#8217;atomo,  quando nel palinsesto in tutto il pianeta va in onda 24 ore su 24 &#8220;<em>Fukushima mon amour</em>&#8220;, non si capisce perché guardando lo schermo da un&#8217;angolatura differente dovrebbero emergere elementi di novità.</p>
<p>Ed  in effetti questa sconsolante sentenza tenta di affermare un principio  giuridico unico al mondo, tratteggiando una linea di continuità con  quella di <strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/02/27/netwar-on-videocracy/">Google contro Vividown</a> </strong>del  febbraio dell&#8217;anno scorso. Si trattava, allora come oggi, di una  sentenza di diritto privato. Fatto che però non impedì all&#8217;ambasciatore  statunitense di esternare tutte le rimostranze di Washington sulla  questione (caso più unico che raro dal punto di vista delle relazioni  internazionali). Una divergenza di punti di vista che nei <strong>cables </strong>poi  rilasciati da Wikileaks assumevano toni assai meno diplomatici,  espressione di una preoccupazione diffusa da diverso tempo tra gli  addetti del settore.</p>
<p>Ovvero che in Italia c&#8217;è un<strong> tentativo di uccidere la rete e ritagliare un&#8217;infosfera a misura di Mediaset</strong>.  O così oppure si perde il controllo della sfera mediatica italiana. E  dalle parti di Palazzo Grazioli l&#8217;idea non piace proprio a nessuno.
<div class="privacy_share_buttons_post_434 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/25/lanomalia-italiana-di-internet/">L&#8217;anomalia italiana di Internet</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/25/lanomalia-italiana-di-internet/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Info Free Flow (seconda parte)</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 14:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[Finanziarizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/</guid>
		<description><![CDATA[Dopo la bolla della New Economy&#8230; Al di l&#224; delle motivazioni pi&#249; squisitamente economiche dello scoppio della bolla delle Dot Com nel 2000, c&#8217;&#232; da riflettere sulla distanza antropologica tra previsioni degli investitori e design dell&#8217;architettura di rete degli anni &#8217;90. In quel periodo erano necessarie notevoli competenze specialistiche per usufruire di un computer e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Dopo la bolla della<br />
New Economy&#8230;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Al di l&agrave; delle<br />
motivazioni pi&ugrave; squisitamente economiche dello scoppio della bolla<br />
delle Dot Com nel 2000, c&#8217;&egrave; da riflettere sulla distanza<br />
antropologica tra previsioni degli investitori e design<br />
dell&#8217;architettura di rete degli anni &#8217;90. In quel periodo erano<br />
necessarie notevoli competenze specialistiche per usufruire di un<br />
computer e per navigare in una rete che, sebbene in transizione verso<br />
l&#8217;uso civile, aveva le sue radici ancora nei progetti dei<br />
<em>cybersoviet</em>, compensando i prerequisiti tecnici richiesti a<br />
chi vi si avvicinasse con un&#8217;elevata scalabilit&agrave; ed orizzontalit&agrave;.<br />
L&#8217;infrastruttura di rete e la capacit&agrave; di storaggio e trasmissione<br />
dei dati non erano ancora cos&igrave; elaborate da facilitare la<br />
partecipazione del grande pubblico ad un&#8217;economia di beni e servizi<br />
immateriali come quella prospettata dalla retorica positivista dei<br />
redattori di <em>Wired</em>. In altre parole, la bolla della New<br />
Economy &egrave; stata dovuta ad errori di sopravvalutazione da parte del<br />
mercato della assorbibilit&agrave; dei servizi delle dot com, della loro<br />
monetizzabilit&agrave; e del livello di competenza dei loro utenti. Slogan<br />
del tempo prospettavano: &quot;arricchisciti in fretta&quot; o<br />
&ldquo;costruiamole, poi arriveranno&rdquo;, ma ci&ograve; si &egrave; dimostrato a lungo<br />
termine insostenibile, davanti alla mancanza di un design in grado di<br />
permettere agli investitori/utenti di orientarsi tra ed usufruire di<br />
dispositivi in grado di offrire loro servizi e contemporaneamente<br />
mettere a lavoro la propria esperienza. Il colpo alla FIRE economy a<br />
fine anni &#8217;90 deriva anche da un deficit di economia ICE<br />
(intellectual, cultural, educational) che non poteva essere colmato,<br />
a meno di non abbassarne l&#8217;asticella ad un target dotato di<br />
competenze pi&ugrave; generiche e dandogli modo di metterle a valore.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<span id="more-83"></span>&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il crollo delle Dot Com<br />
comporta un profondo ripensamento delle dinamiche della cosiddetta<br />
&quot;economia della conoscenza&quot;, spesso enfaticamente ed<br />
ottimisticamente posta come &quot;economia dell&#8217;abbondanza&quot;: se<br />
&egrave; vero che con i costi di riproduzione marginali dei beni<br />
immateriali tendenti allo zero la circolazione degli stessi viene<br />
assai facilitata, &egrave; anche vero che non tutti possiedono abbastanza<br />
tempo e risorse cognitive ed interpretative non solo per goderne, ma<br />
alle volte nemmeno per intercettarli. Si pone il problema<br />
dell&#8217;economia dell&#8217;attenzione, che non rappresenta certo il ritorno<br />
alla scarsit&agrave; tradizionale, bens&igrave; una declinazione di questa<br />
variabile rispetto allo scenario della New Economy. Il deficit di<br />
attenzione dell&#8217;operaio sociale della New Economy &egrave; profondamente<br />
intrecciato alle dinamiche della finanziarizzazione e della<br />
parcellizzazione del lavoro precedentemente discusse: questi processi<br />
hanno s&igrave; generato redditi aggiuntivi (distribuendoli in modo<br />
ineguale), ma distruggendo al contempo salario e stabilit&agrave;<br />
occupazionale (con le ristrutturazioni e le esternalizzazioni) e<br />
dirottando il tempo di attenzione dei lavoratori-consumatori dalla<br />
ricerca di beni e servizi a quella di lavoro. E&#8217; un problema presente<br />
e persistente persino nella nuova new economy del Web 2.0 in cui -<br />
nonostante le avanzate tecniche di profilazione, di <em>tailored<br />
advertising</em> e la messa a lavoro di risorse e competenze<br />
extra-lavorative con la messa a valore del tempo libero &#8211; resta o<br />
diventa ancora pi&ugrave; scarso in rapporto all&#8217;offerta il tempo di<br />
attenzione da dedicare alla ricerca ed consumo di beni e servizi<br />
informazionali.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
La grande lezione<br />
impartita dalla bolla delle dot com riguarda la posizione della forza<br />
lavoro: essa non &egrave; solo un costo salariale e un produttore di<br />
attenzione, ma anche un reddito ed un consumatore di attenzione.<br />
Anche&nbsp;in questo la rete si dimostra non un paradiso della<br />
gratuit&agrave; e della disponibilit&agrave; sconfinata di beni e servizi, bens&igrave;<br />
un ambiente regolato da interazioni niente affatto differenti<br />
rispetto al reale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Riaprire la Frontiera<br />
della Sussunzione: Personalizzazione di Massa</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<br />
Se nel mondo della<br />
finanziarizzazione &egrave; la nuda vita ad essere messa a valore, ci&ograve;<br />
comporta un collegamento diretto con la necessit&agrave; di determinare<br />
questo valore ai fini di un suo migliore inserimento e scambio sul<br />
mercato. Non si tratta esclusivamente di vita ed esperienze<br />
antropiche: l&#8217;intero mondo naturale e le sue manifestazioni vanno<br />
ridotte a quantit&agrave;, reificati, sia per venire fruiti inclusivamente<br />
dal pi&ugrave; ampio numero possibile di soggetti, sia per essere collocati<br />
sul mercato e permettere a questo di scommettere sulle loro<br />
oscillazioni. Nel postfordismo fino alla bolla delle dot com, ci&ograve; &egrave;<br />
stato possibile solo in parte, a causa di evidenti limiti<br />
infrastrutturali.&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Questa rivoluzione<br />
silenziosa viene messa in secondo piano dall&#8217;altra spinta<br />
capitalista, ma qualitativa, dell&#8217;apertura delle frontiere<br />
internazionali al libero mercato: sia a livello globale (con<br />
l&#8217;istituzione dell&#8217;OMC nel 1995) che regionale (ad esempio con<br />
l&#8217;implementazione del trattato di Maastricht in Europa), l&#8217;irruzione<br />
di merci straniere sui mercati nazionali sembrava rappresentare la<br />
soluzione alla saturazione di questi ultimi. Tuttavia, il tentativo,<br />
od il passaggio, di proporre beni terziari ed immateriali<br />
standardizzati, come in una sorta di prosecuzione del consumo di<br />
massa fordista in cui al modello T si sostituiscono le scarpe Nike,<br />
il Big Mac, ecc. (in un fordismo di beni terziari, immateriali) ha<br />
prodotto opposizione e conflitto. Il pensiero unico e la<br />
globalizzazione subiscono a distanza ravvicinata da parte di una<br />
pluralit&agrave; di movimenti, consumatori, resistenze &#8211; spinta da<br />
motivazioni diversificate e a volte antitetiche &#8211; il triplice colpo<br />
sociale (Seattle 1999) economico (Dot Com 2000) e politico (Genova e<br />
Twin Towers 2001) che porta il capitale alla ristrutturazione sotto<br />
l&#8217;insegna della personalizzazione di massa, il riconoscimento della<br />
possibilit&agrave; di costruire un mercato su un soggetto a partire dalla<br />
sua propria identit&agrave;. Per inciso, <em><strong>si nota una ciclicit&agrave;<br />
affine al decennio rosso, in cui il conflitto sociale (dal &#8217;68)<br />
precede la crisi economica (anni &#8217;70) e la ricalibrazione del sistema<br />
politico (Thatcherismo/Reaganismo)</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>E&#8217; con il crollo<br />
delle dot com che si chiude la transizione post-fordista e si apre la<br />
fase del biocapitalismo</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Ad inizi anni 2000, di<br />
pari passo con la presa d&#8217;atto del deficit di istruzione del grande&nbsp;<br />
pubblico nei confronti delle applicazioni dell&#8217;internet dei<br />
<em>cybersoviet</em> e delle asimmetrie informative tra di esso ed i<br />
<em>knowledge worker</em> della finanza, iniziano a concretizzarsi<br />
quelle infrastrutture, dispositivi e design applicativi in grado di<br />
abbattere i costi di accesso per la collettivit&agrave; all&#8217;interfaccia<br />
sussuntiva di rete globale, ed aumentarne i margini di profittabilit&agrave;<br />
per il capitale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Leve parallele di questa<br />
tendenza sono le rivoluzioni nelle capacit&agrave; di portabilit&agrave; e<br />
storaggio dell&#8217;informazione, sintetizzate dall&#8217;affermazione<br />
progressiva del <em>cloud computing</em> e del &quot;software come<br />
servizio&quot;. Come si vedr&agrave; in dettaglio pi&ugrave; avanti,<br />
l&#8217;abbattimento dei costi e l&#8217;aumento delle capacit&agrave; dei dispositivi<br />
di storaggio permettono alle grandi imprese dell&#8217;information<br />
technology di dotarsi di enormi datacenter sui cui server su cui far<br />
girare un crescente numero di servizi.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il primo e pi&ugrave;<br />
emblematico di essi, in rapporto alla fase che si stava aprendo, &egrave;<br />
quello della <em><strong>webmail</strong></em>: fino ad anni &#8217;90 inoltrati, la<br />
fruizione di internet passava per l&#8217;abbonamento ad internet service<br />
provider a dimensione prevalentemente locale, fornitori di<br />
connettivit&agrave; e servizi web. Uno di questi ultimi, la casella di<br />
posta elettronica &#8211; che consentiva per la prima volta al grande<br />
pubblico di scambiarsi messaggi online in tempo reale &#8211; prevedeva di<br />
default l&#8217;installazione di un client per scaricarli sul proprio<br />
computer.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;entrata sul mercato dei<br />
provider delle telco, desiderose di mettere a profitto un canale<br />
mediale su cui esercitavano un monopolio naturale in molti casi<br />
pressoch&eacute; assoluto, oltrech&eacute; al moltiplicarsi dell&#8217;offerta di<br />
servizi online di attori del mondo software come Microsoft, reca con<br />
s&eacute; l&#8217;offerta di spazio web da cui accedere alle proprie<br />
informazioni. <em><strong>Quasi vent&#8217;anni dopo l&#8217;ubiquit&agrave; dell&#8217;accesso al<br />
credito, viene posta l&#8217;ubiquit&agrave; di accesso ed immissione delle<br />
informazioni in rete, amplificandone la portata e le occasioni di<br />
valorizzazione</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Da qui al credito mobile<br />
ed alla connessione internet via smartphone, vero e proprio culmine<br />
delle innovazioni biocapitaliste, vi &egrave; tutta una successione di<br />
importantissimi passaggi, che portano al consolidamento di una serie<br />
di dispositivi volti ad assicurare la concentrazione dei nuovi<br />
profitti prodotti: sul versante finanzario, che interessa la messa <em><strong>a<br />
valore</strong></em> capitalista dell&#8217;informazione (oltre che della nuda<br />
vita), segnaliamo gli strumenti derivati ed il microcredito. Sul<br />
versante informatico, che interessa la messa <em><strong>a lavoro</strong></em><br />
capitalista dell&#8217;informazione, si possono citare l&#8217;introduzione di<br />
digitalizzazione, banda larga, memorie di massa; delle licenze<br />
Creative Commons; del software open source. Quest&#8217;insieme di<br />
dispositivi risponde all&#8217;esigenza capitalista di trasformare un<br />
mercato di massa, finanche nella sua variante postfordista, in una<br />
massa di mercati per superarne la standardizzazione e l&#8217;esclusivit&agrave;<br />
che la globalizzazione aveva prodotto e contro cui era esplosa una<br />
stagione di antagonismo:
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
1) Includendo quanti pi&ugrave; soggetti possibile nel<br />
mercato
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
2) Dando loro la<br />
possibilit&agrave; di usufruire di prodotti altamente personalizzati
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
Ma in che modo?
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Costruzione<br />
finanziaria del Biocapitalismo</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nel novembre 1999, dopo<br />
che la proposta di legge ottiene una schiacciante maggioranza in<br />
Congresso, il presidente statunitense Clinton promulga il<br />
<em><strong>Gramm-Leach-Bliley Act (GLBA)</strong></em>, noto anche come<br />
<em><strong>Financial Services Modernization Act</strong></em><strong>. </strong>Accogliendo<br />
richieste pi&ugrave; che decennali da parte di operatori finanziari come<br />
Citigroup, (che gi&agrave; operavano in tal senso nell&#8217;illegalit&agrave;, e che<br />
avevano la possibilit&agrave; di supervisionare la stesura della legge<br />
grazie ai loro lobbisti in Congresso, ed ad appoggi come il<br />
segretario al tesoro Rubin nell&#8217;amministrazione) veniva a cadere il<br />
divieto di fusione tra banche commerciali, d&#8217;investimento ed agenzie<br />
assicurative introdotto nel 1933 dal Glass-Steagall Act, emanato dopo<br />
la Grande Depressione del 1929. Si venivano a creare veri e propri<br />
supermarket della finanza, in cui la spinta a coprire ogni stadio ed<br />
ogni contingenza del credito e del risparmio comportavano la corsa<br />
sempre pi&ugrave; vertiginosa ad acquisizioni di attivit&agrave; e fusioni tra<br />
operatori con target anche molto differenti.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Fatto cruciale, la legge esentava esplicitamente da<br />
ogni regolazione, controllo e registrazione da parte della SEC (la<br />
commissione statunitense di vigilanza sulla borsa valori) derivati<br />
come i contratti di swap sui titoli, avallandone cos&igrave; l&#8217;esistenza di<br />
un mercato parallelo.
</p>
<p align="JUSTIFY">
&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Boom degli strumenti<br />
derivati&nbsp;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nella scia del riassetto<br />
istituzionale appena discusso, i derivati diventano lo strumento<br />
principe per allargare la partecipazione al processo di<br />
finanziarizzazione a fasce di popolazione sempre pi&ugrave; ampie. Come?<br />
Questi prodotti finanziari sono titoli il cui valore di mercato &egrave;<br />
correlato a quello di altri (azioni, obbligazioni, valute, indici,<br />
tassi, materie prime, altri derivati, ecc.), cio&eacute; al loro andamento<br />
borsistico; se io effettuo un investimento rischioso posso tutelarmi<br />
dalla sua eventuale cattiva performance acquistando il derivato<br />
adeguato &#8211; che pu&ograve; prevedere la copertura delle perdite con<br />
l&#8217;acquisto di un altro titolo o paniere di titoli dall&#8217;andamento pi&ugrave;<br />
prevedibile, con un rimborso alla stregua di un premio assicurativo,<br />
o altro ancora.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Un esempio di derivati sono le opzioni (Covered<br />
Warrant): esse danno il <em><strong>diritto</strong></em> a vendere o comprare un<br />
titolo ad un dato prezzo e/o durante/allo scadere di un certo<br />
periodo. Se mi impegno a comprare un lingotto d&#8217;oro tra un mese al<br />
prezzo attuale, ma nel frattempo il prezzo dell&#8217;oro scende, con<br />
l&#8217;opzione adatta ho la facolt&agrave; di recedere dall&#8217;accordo.<br />
Se da<br />
una parte la variet&agrave;, versatilit&agrave;, ed alienabilit&agrave; dei derivati a<br />
terzi ne assicura il successo come strumenti di copertura del rischio<br />
(<em>hedging</em>) tramite la creazione di piani di investimento<br />
personalizzati, dall&#8217;altro ne favorisce lo scambio su mercati in<br />
larga parte informali e non regolamentati, oltrech&eacute; a fini<br />
speculativi (fino al 2008 negli USA se con il derivato adatto si<br />
acquistava un titolo pagandolo dopo un mese, speculando sulla caduta<br />
del prezzo del titolo in quell&#8217;intervallo era possibile ricavare un<br />
profitto anche senza disporre di capitali per garantire<br />
l&#8217;operazione): anche in questo riemerge la concatenazione della<br />
riproduzione sociale allargata a quella del capitale.&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Microcredito</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nonostante la loro<br />
popolarit&agrave;, i derivati non risolvono il problema di chi al grande<br />
casin&ograve; della borsa non pu&ograve; partecipare per gravi deficit<br />
infrastrutturali e di competenze, i non-investitori per definizione<br />
come ad esempio gli ultrapoveri dei paesi in via di sviluppo.
</p>
<p align="JUSTIFY">
E&#8217; qui che interviene il microcredito, creando un<br />
bacino di nuovi consumatori nel riprodurre un surrogato di <em>basic<br />
income</em>, nella misura in cui si presta denaro a soggetti privi di<br />
occupazione fissa e referenze creditizie pregresse.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il rischio del capitale,<br />
endogenizzato e compresso in tal modo, viene per&ograve; a riemergere sotto<br />
altre forme: tassi d&#8217;interesse molto elevati, che in alcuni contesti<br />
raggiungono percentuali usurarie; tendenza a privatizzare reti di<br />
protezione sociale locali, sottraendo in tal modo alle comunit&agrave;<br />
strumenti di autogoverno; scarsa attenzione alle condizioni<br />
lavorative del debitore, cosicch&eacute; esso si trova in svariati casi ad<br />
affidarsi a lavori usuranti o informali, o a ricorrere ad altri<br />
prestiti, o addirittura diventare un vero e proprio lavoratore<br />
salariato nelle sussidiarie messe in piedi ad hoc dalle istituzioni<br />
di microcredito.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Costruzione<br />
informatica del Biocapitalismo</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Come detto in precedenza,<br />
per rendere effettiva la valorizzazione biocapitalista occorre<br />
operare la quantificazione delle infinite variabili che sottendono<br />
alla nostra percezione del mondo e dei viventi, e quindi del sapere.<br />
Lasciando per un po&#8217; da parte le declinazioni di tale quantificazione<br />
maggiormente afferenti all&#8217;ambito produttivo &#8211; dai crediti<br />
universitari alle agenzie di rating alle certificazioni di qualit&agrave; -<br />
concentriamoci sul processo seminale di riduzione dei fenomeni<br />
audiovisivi da valori continui a valori discreti.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Infrastrutture e<br />
dispositivi di massa per effettuarlo e veicolare &#8211; acquisendo e<br />
riproducendo &#8211; tali fenomeni esistevano gi&agrave; (scanner/stampanti,<br />
registratori e videoregistratori); la novit&agrave; introdotta nel tardo<br />
postfordismo degli anni &#8217;90 sta tutta nel supporto su cui gli<br />
audiovisivi verranno riversati, cio&eacute; della convergenza sul formato<br />
digitale. Al di l&agrave; degli standard proprietari come l&#8217;MP3 (1994) per<br />
l&#8217;audio ed il DIVX (1999) per il video, e dei nuovi strumenti<br />
impiegati (come le fotocamere e videocamere digitali&nbsp; degli anni<br />
&#8217;90), la novit&agrave; &egrave; rappresentata dalla trasposizione in bit dei<br />
fenomeni audiovisivi, che riduce la durata di un brano e la qualit&agrave;<br />
di un video alla stessa dimensione. Infatti, per sua stessa<br />
definizione, tutto ci&ograve; che &egrave; digitale (da <em>digitus</em>, numero)<br />
pu&ograve; essere quantificabile e quantificato; e tutto ci&ograve; che pu&ograve;<br />
essere quantificato pu&ograve; essere commerciato. L&#8217;architettura di rete<br />
della prima internet era generalmente caratterizzata dalla parit&agrave;<br />
tra capacit&agrave; di upload e download; se ci&ograve; favoriva la<br />
moltiplicazione dei provider ed evitava i colli di bottiglia dello<br />
streaming (che si basa sulla trasmissione di dati a partire da un<br />
server centralizzato) essa era certamente deleteria per chi volesse<br />
trarre profitto dalle dinamiche generate da una fruizione di massa<br />
della rete, che doveva basarsi incondizionatamente sulla velocit&agrave; di<br />
download di una quantit&agrave; di beni e servizi informatici da parte del<br />
grande pubblico. E&#8217; a tal fine che nel 1998 nasce l&#8217;ADSL (<em>Asymmetric<br />
Digital Subscriber Line</em>) che, appunto, penalizza la capacit&agrave; di<br />
upload di dati da parte dell&#8217;utenza in favore di quella di download.<br />
Completa questo mosaico la commercializzazione a fine anni &#8217;90 delle<br />
memorie di massa portatili: grazie ai progressi della<br />
miniaturizzazione si opera un salto di qualit&agrave; nella mobilizzazione<br />
quantitativa e qualitativa dei dati: quantitativa rispetto al numero<br />
di informazioni e beni di consumo digitali da poter immagazzinare e<br />
di cui disporre, qualitativa laddove ad interi archivi di nastri di<br />
audio e videocassette, enciclopedie cartacee e persino agli stessi<br />
floppy disc, cd e dvd, si sostituiscono hard disk portatili e<br />
semplici pendrive USB.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Licenze Creative<br />
Commons</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;introduzione di queste<br />
licenze nel 2002 ad opera del giurista di Stanford Lawrence Lessig -<br />
desideroso di estendere i valori e le attitudini alla base del<br />
&quot;movimento&quot; dell&#8217;Open Source all&#8217;intero spettro delle opere<br />
dell&#8217;ingegno &#8211; rappresenta il primo vero tentativo di gettare le basi<br />
di una sistematizzazione dei diritti di propriet&agrave; sui beni immessi<br />
in rete. Possono porsi in forma di condizione o combinazione di<br />
condizioni che ne regolano la circolazione in un regime di <em>copyleft</em>:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- Attribuzione (BY) (deve<br />
essere citato l&#8217;autore originale dell&#8217;opera)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- No opere derivate (ND)<br />
(l&#8217;opera non deve essere modificata)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- Condividi allo stesso<br />
modo (SA) (secondo quanto stabilito dall&#8217;autore dell&#8217;opera<br />
originaria)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- Non commerciale (NC)<br />
(tranne che per l&#8217;autore stesso)
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
Prestabilire tali condizioni facilita la<br />
diffusione e la rielaborazione di saperi ed opere in misura maggiore<br />
rispetto a quanto avvenga per quelli posti sotto copyright: a tal<br />
fine il pubblico dominio sarebbe inefficace, potendo un&#8217;opera<br />
rilasciata in tal modo venire privatizzata semplicemente apportandole<br />
qualche piccola modifica e rivendicandone la paternit&agrave;. Prendiamo ad<br />
esempio il settore dell&rsquo;editoria: un&rsquo;opera sotto copyright, una<br />
volta esaurito il suo ciclo commerciale, pu&ograve; finire non ristampata<br />
per lunghi anni e divenire introvabile, anche in presenza di una<br />
nicchia di consumatori disposta a pagare per averla, mentre ci&ograve; non<br />
accade se essa viene rilasciata in creative commons, laddove essa pu&ograve;<br />
essere reperita ed eventualmente sfruttata commercialmente piuttosto<br />
che essere lasciata ai soli vecchi intermediari editoriali. Va<br />
comunque evidenziato, a scanso di equivoci, come tutto ci&ograve; non crei<br />
di per s&eacute; un economia di tipo comunista: la valorizzazione<br />
dell&#8217;opera rilasciata sotto licenze creative commons avviene a valle<br />
della sua pubblicazione, venendo realizzata principalmente sotto<br />
forma di pubblicit&agrave; ed accesso a contenuti premium proposti da chi<br />
possieda l&#8217;infrastruttura attraverso cui viene veicolata: mediatore<br />
che molto raramente coincide con l&#8217;autore. Inoltre, non vi &egrave;<br />
esplicito riconoscimento del carattere sociale che la rielaborazione<br />
del sapere o del bene riveste, e l&#8217;autore pu&ograve; prevenirne l&#8217;utilizzo<br />
commerciale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Software Open Source</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il movimento del Software<br />
Libero, fondato da Richard Stallmann nel 1983 si prefiggeva di<br />
sviluppare software licenziato sotto queste condizioni:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di eseguire il<br />
programma per qualsiasi scopo
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di studiare il<br />
programma e modificarlo
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di copiare il<br />
programma in modo da aiutare il prossimo
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di migliorare<br />
il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo<br />
tale che tutta la comunit&agrave; ne tragga beneficio
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
inserite nel framework<br />
giuridico della licenza GNU GPL (la cui prima elaborazione risale al<br />
1989 e la seconda al 1991); il tutto per proteggere il codice<br />
dall&#8217;appropriazione proprietaria, ampliatasi di concerto con il boom<br />
dei brevetti universitari degli anni &#8217;80. Non solo: la condizione di<br />
viralit&agrave;, cio&eacute; dell&#8217;applicazione della licenza GNU GPL anche alle<br />
modifiche del software rilasciato sotto di essa, favoriva la<br />
circolazione non solo del codice in s&eacute;, ma anche del modello di<br />
sviluppo software e dell&#8217;etica hacker ad esso sotteso.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nel 1998 alcuni esponenti<br />
del movimento del Software Libero, con il fine di renderlo appetibile<br />
per il big business, danno vita alla Open Source Initiative: ci&ograve;<br />
porta all&#8217;ingresso graduale del venture capitalism nelle comunit&agrave; di<br />
sviluppo software, introducendo al loro interno tempistiche e<br />
finalit&agrave; commerciali. Sono diversi i passaggi organizzativi e<br />
gestionali delle start up della OSI che gettano ponti verso il big<br />
business dell&#8217;<em>information technology</em>: tra di essi la<br />
calendarizzazione delle release di nuove versioni dei loro software<br />
(laddove in precedenza essi venivano rilasciati nel momento in cui<br />
raggiungevano un livello di stabilit&agrave; reputato soddisfacente, o<br />
rispettavano altri parametri di usabilit&agrave; stabiliti dagli<br />
sviluppatori), la tolleranza o la rivendicazione esplicita della<br />
presenza di pezzi di codice proprietario all&#8217;interno di software<br />
libero e di programmi proprietari all&#8217;interno di sistemi operativi<br />
liberi, la formalizzazione aziendalista dei ruoli della comunit&agrave; di<br />
sviluppo.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Tuttavia il salto di<br />
qualit&agrave; dell&#8217;open source in ambito enterprise avviene con<br />
l&#8217;implementazione al suo interno delle piattaforme L.A.M.P. (sinergia<br />
di sistema operativo Linux, web server Apache, database MySQL, e<br />
linguaggi di programmazione Perl, Python e PHP): aperte e gratuite,<br />
consentono per questo alle aziende di risparmiare sulla sicurezza e<br />
sulle licenze software. E&#8217; da notare come grazie alla loro elevata<br />
stabilit&agrave; conquistino il mercato dei server e si ritrovino per<br />
questo sia alla base delle infrastrutture dell&#8217;internet in generale<br />
che di molte popolari web application gestite dai nuovi intermediari<br />
dell&#8217;informazione (Google, Facebook,ecc.), volte ad incanalare dati<br />
ed elaborazioni dei loro utenti come si vedr&agrave; tra poco.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Conseguenze</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
L&#8217;implementazione delle Web Application (dalla<br />
posta elettronica fino ai portali di investimento finanziario online)<br />
determina la crisi del soggetto del lavoratore della conoscenza: con<br />
l&rsquo;aumento della potenza di calcolo a disposizione dell&rsquo;utenza e<br />
le nuove web application disponibili &#8211; come blog, wiki, fotoritocco<br />
online &#8211; non occorrono pi&ugrave; l&#8217;acquisto di software per il desktop e/o<br />
il possesso di un ampio bagaglio di conoscenze tecnologiche per<br />
produrre e consumare beni digitali che possano trovare anche uno<br />
sbocco di mercato. Per il dilettante che, ricordiamolo, si pone al<br />
centro di quest&#8217;ultimo processo produttivo dedicandovi<br />
prevalentemente il suo tempo libero, viene coniata l&#8217;etichetta di<br />
<em><strong>prosumer</strong></em> (produttore, consumatore e rielaboratore di<br />
informazioni e beni digitali allo stesso tempo). Per sfruttare il suo<br />
lavoro le imprese del web 2.0, secondo la definizione data da &#8216;O<br />
Reilly:
</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Si concentrano<br />
	sull&#8217;offerta di servizi piuttosto che su quella di pacchetti<br />
	software.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Usano il web come<br />
	architettura di partecipazione e non solo di comunicazione e<br />
	distribuzione di prodotti, informazioni e conoscenze.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Elaborano efficienti<br />
	strategie di sfruttamento di intelligenza collettiva dei propri<br />
	utenti
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Adottano modelli di<br />
	business che sfruttano la creativit&agrave; fondata sul remixing di<br />
	oggetti culturali esistenti.
	</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">
Focalizzando i loro sforzi sulla profilazione della<br />
coda lunga &#8211; la massa di mercati di beni di nicchia che i prosumer<br />
prediligono, e che quantitativamente nel suo complesso sopravanza la<br />
quota di mercato dei prodotti generalisti.
</p>
<p align="JUSTIFY">
E il lavoratore della conoscenza? Forse il pi&ugrave;<br />
emblematico colpo di coda della tecno-elite &egrave; stato quello attuato<br />
da Jon Postel, informatico californiano ed architetto dell&rsquo;internet<br />
moderna: il fallimento del suo atto di disobbedienza contro<br />
l&#8217;accentramento dell&#8217;autorit&agrave; di attribuzione dei domini internet -<br />
operato dal governo americano &#8211; che lo vide convogliare a scopo<br />
dimostrativo sul suo computer i rootserver della rete mondiale, &egrave;<br />
anche quello del lavoratore della conoscenza nel perpetuare la<br />
propria riproduzione.<br />
La maggior parte di tutta questa<br />
composizione di classe sprofonda nel precariato; ascende nell&#8217;ambito<br />
residuale ma importantissimo delle attivit&agrave; che richiedono<br />
flessibilit&agrave;, creativit&agrave;, problem-solving generalizzato e<br />
comunicazione complessa &#8211; cio&eacute;, attivit&agrave; non routinarie che non<br />
possano (ancora) essere svolte da macchine &#8211; chi presenti invece tali<br />
competenze.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Inoltre, i lavoratori<br />
della conoscenza solo nella fase espansiva dell&#8217;economia a rete hanno<br />
visto coincidere le loro finalit&agrave; con quelli della riproduzione<br />
economica, che nel biocapitalismo &egrave; legata alla riproduzione della<br />
vita stessa: il prosumer viene costruito dalle informazioni che<br />
consuma/produce. E si noti come la classe subentrante cannibalizzi la<br />
precedente: i lavoratori della conoscenza prosperano sui dispositivi<br />
informatici che destrutturano l&rsquo;operaio massa, e vengono disfatti<br />
dalle web application utilizzate dai prosumer, ormai veri e propri<br />
<em><strong>infoproletari</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Quindi anche nella<br />
composizione sociale la &ldquo;distruzione creatrice&rdquo; segue<br />
l&rsquo;innovazione?
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Ancora sull&#8217; economia<br />
dell&#8217;attenzione&#8230;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Davanti al limite umano<br />
alla raccolta ed elaborazione di dati nel rumore di fondo della rete,<br />
acquistano importanza istituzioni e dispositivi di intermediazione<br />
informazionale. Come osserva Magnus Eriksson, pi&ugrave; il valore<br />
economico dell&#8217;informazione statica tende allo zero, pi&ugrave; diventa<br />
importante l&#8217;accesso alla comunit&agrave; che circonda quelle informazioni,<br />
perch&eacute; &egrave; la comunit&agrave; che gli conferisce un significato, che<br />
<em>determina se alle fine valgono qualcosa</em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Quindi da una parte vi<br />
sono i grandi portali dell&#8217;immissione di informazioni in rete: Google<br />
e Facebook da un lato e le piattaforme finanziarie dall&#8217;altro &#8211; che<br />
non a caso iniziano a convergere. Dall&#8217;altra, certificazioni e<br />
strumenti volti a scremare questi portali per estrapolarne ci&ograve; che<br />
fa pi&ugrave; al caso nostro: da quelle rilasciate dall&#8217;ufficialit&agrave; delle<br />
agenzie di rating (incaricate di valutare i titoli delle imprese in<br />
base alla loro rischiosit&agrave; &#8211; una variazione del rating comporta la<br />
variazione del tasso d&#8217;interesse associato ad un determinato titolo)<br />
a quelle pi&ugrave; informali degli aggregatori, dei feed RSS, e delle<br />
applicazioni di Social Bookmarking.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>E sugli intermediari<br />
del Web 2.0&#8230;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Come spiega Dmytri<br />
Kleiner in <em><strong>Infoenclosure 2.0</strong></em>:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
&quot;Un investitore del<br />
Web 2.0 ha bisogno principalmente di finanziare la generazione di<br />
hype, marketing e chiacchiericcio. L&#8217;infrastruttura &egrave; largamente<br />
disponibile a buon mercato, il contenuto &egrave; gratuito ed il costo del<br />
software, almeno di quanto di esso non sia anche gratuito, &egrave;<br />
trascurabile. Di base, fornendo banda e spazio su disco potete<br />
diventare un sito internet di successo, se siete in grado di vendervi<br />
efficacemente.
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
Il successo principale di un&#8217;azienda Web 2.0<br />
arriva dal suo relazionarsi alla comunit&agrave; o, pi&ugrave; precisamente,<br />
nella capacit&agrave; di un&#8217;azienda di rimanere monolitica nel suo brand<br />
contenutistico o, ancora meglio, nella sua aperta propriet&agrave; di quel<br />
contenuto, dischiudendo allo stesso tempo il metodo di creazione di<br />
quel contenuto alla comunit&agrave;&quot; &#8211; come accade per le<br />
compravendite effettuate su Ebay, su cui il sito incassa una<br />
percentuale, o per la produzione di informazioni e valore aggiunto<br />
sui propri prodotti effettuata da Amazon, la quale permette ai suoi<br />
utenti di copartecipare alla costruzione del proprio database<br />
librario: dinamica questa tutt&#8217;altro che limitata al web 2.0 e che<br />
verr&agrave; brevemente ripresa nel prossimo paragrafo &#8211; &quot;Caratteristica<br />
imprescindibile di queste operazioni &egrave; il controllo centralizzato e<br />
verticale dell&#8217;azienda web 2.0 sul server del suo applicativo.</p>
<p>Dato<br />
che i capitalisti che investono nelle start-up del Web 2.0 spesso non<br />
ne finanziano la prima capitalizzazione, il loro comportamento<br />
diventa peraltro marcatamente parassitario. Arrivano spesso in<br />
ritardo nel processo, quando la creazione di valore ha una buona<br />
spinta, e vi si inseriscono per assumerne la propriet&agrave; ed utilizzare<br />
il proprio potere finanziario per promuovere il servizio, spesso<br />
entro il contesto di una rete egemonica di importanti e ben<br />
finanziati partner.&quot;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Grazie agli strumenti<br />
open source di data mining e profilazione delle preferenze dei loro<br />
utenti, i social network ed i motori di ricerca le aggregano e ne<br />
ricavano dei trend, che reimmettono in rete sotto forma di &ldquo;video<br />
pi&ugrave; cliccato&rdquo;, &ldquo;brano pi&ugrave; ascoltato&rdquo;, ecc, anche se<br />
l&#8217;opinione della maggioranza non rispecchia necessariamente la<br />
qualit&agrave; di un contenuto. Tutto ci&ograve; fa saltare all&#8217;occhio la stretta<br />
corrispondenza di tali comportamenti imitativi in rete con quelli che<br />
avvengono sui mercati finanziari, sede in cui essi vengono<br />
direttamente valorizzati.
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p><strong>Automatismi di rete: convenzione,<br />
razionalit&agrave; mimetica e comportamenti gregari</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Se accogliamo il<br />
parallelo tra il lavoratore della conoscenza e l&#8217;artigiano che -<br />
grazie alle sue innovazioni &#8211; alla vigilia della rivoluzione<br />
industriale preparava il terreno per l&#8217;avvento dei dispositivi di<br />
organizzazione scientifica del lavoro, e continuiamo ipotizzando una<br />
&quot;proletarizzazione&quot; dell&#8217;ambiente di lavoro informazionale<br />
di rete, possiamo a questo punto chiederci se e come si possano<br />
declinare nel contemporaneo quelle forme di lavoro routinario<br />
condivise dagli operai fordisti come la catena di montaggio, che<br />
rappresentavano per essi allo stesso tempo un vettore sia di<br />
alienazione che di riconoscimento reciproco come classe accomunata<br />
dagli stessi bisogni ed obiettivi. Introduciamo due importanti<br />
differenze tra la vecchia e la nuova catena produttiva:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
1) nel primo caso <em><strong>gli<br />
automatismi si trasfigurano in dispositivi impersonali ed alienanti,<br />
mentre gli automatismi in rete si pongono come co-partecipazione alla<br />
produzione e riproduzione della propria vita</strong></em>. Ci&ograve; si estende<br />
a tutte quelle forme di lavoro del consumatore che esondano dalle<br />
fibre ottiche di internet per materializzarsi nel montaggio della<br />
libreria Ikea da parte dell&#8217;acquirente piuttosto che nella prova di<br />
prodotti &quot;omaggio&quot;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
2) <em><strong>gli automatismi<br />
della fabbrica sono giocati sul lavoro morto, quello che rispecchia<br />
la visibilit&agrave; e materialit&agrave; della catena produttiva, mentre gli<br />
automatismi di rete, come le convenzioni ed i comportamenti gregari<br />
sono giocati sul lavoro vivo e sulla sua tendenza ad interiorizzare<br />
legami deboli ed interagire con schemi concettuali riduzionisti per<br />
rapportarsi, partecipare o sfruttare la socialit&agrave; complessa.</strong></em><br />
La definizione di questi automatismi &egrave; tutt&#8217;altro che<br />
predeterminata, perch&eacute; deriva sia dalla reputazione, credibilit&agrave; e<br />
legittimit&agrave; degli attori sociali che li determinano che delle<br />
piattaforme che li veicolano (giornali, volantini, bollettini,<br />
televisioni, blog, social network&#8230;) e in questo senso l&#8217;intera<br />
medialit&agrave; diventa territorio di conflitto incessante, che porta sia<br />
il segno del potere che quello del contropotere.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Tali automatismi corrispondono alla <em><strong>convenzione</strong></em>,<br />
basata su idee vaghe ma sostenute da uno spaccato trasversale di<br />
investitori e <em>netizen</em>, e consolidata dai mezzi di<br />
comunicazione che si accontentano spesso di convalidare tale<br />
conoscenza indotta dagli stessi investitori, e la <em><strong>razionalit&agrave;<br />
mimetica</strong></em>, che indica un comportamento di massa di tipo<br />
gregario basato sul deficit di informazione dei singoli, che si<br />
affidano alla convenzione come economizzatore di complessit&agrave;, e<br />
riproduce un comportamento imitativo. Ad esempio in finanza la<br />
modalit&agrave; di comunicazione di ci&ograve; che gli &ldquo;altri&rdquo; considerano un<br />
buon titolo su cui investire conta pi&ugrave; del suo valore effettivo: ci&ograve;<br />
porta alla teoria del &ldquo;<em>momentum investing</em>&rdquo;, che consiglia<br />
di puntare sugli investimenti rialzisti, vale a dire quelli su cui si<br />
stia precipitando la massa degli investitori, spesso diretti da chi<br />
possieda un alto capitale reputazionale (dal tesoriere della Federal<br />
Reserve a Beppe Grillo&#8230;)
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
<strong>Dalla Fucina alla Nuvola. Una conclusione<br />
provvisoria</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY">
In una riedizione delle dinamiche della rivoluzione<br />
industriale, con i dispositivi del controllo sociale messi al<br />
servizio della riproduzione economica, le maglie delle nuove<br />
<em>enclosure</em>, quelle del sapere, tornano a restringersi. La<br />
celebrazione del &ldquo;dilettante&rdquo;, cio&eacute; dell&#8217;infoproletario,<br />
rispetto all&#8217;&rdquo;esperto&rdquo;, il vecchio lavoratore della conoscenza,<br />
non &egrave; che una maschera edulcorante per celare l&#8217;esodo di questa<br />
nuova figura lavorativa dalle &quot;campagne&quot; preinformazionali,<br />
le vecchie forme di lavoro ormai recintate dai dispositivi di<br />
sussunzione biocapitalisti e dall&#8217;organizzazione toyotista, per<br />
alienare la propria manodopera informazionale (i propri dati<br />
personali: e verrebbe da chiedersi se in un simile contesto le<br />
pratiche antagoniste in rete degli anni &#8217;90 e dei primi anni 2000,<br />
come le campagne in difesa della privacy rappresentino un assurdo o<br />
un lusso oppure una via di fuga ancora percorribile e necessaria)<br />
nelle moderne fabbriche, i portali delle web application. Un esodo<br />
quasi sempre drammatico, laddove sull&#8217;infoproletario si sovrappongono<br />
appunto le condizioni preinformazionali, di migranti dei contadini<br />
inurbati dei paesi in via di sviluppo, o di precari dei lavoranti a<br />
progetto e sottopagati dei paesi del capitalismo maturo. Dove un<br />
tempo gli operai si perdevano nel fumo delle fabbriche e nei rumori<br />
dei macchinari ora gli info-operai si perdono nella nuvola<br />
dell&#8217;informazione riduzionista e nel rumore di fondo della rete,<br />
mentre ritorna a divaricarsi la forbice tra essi ed i possidenti,<br />
infolatifondisti punti di snodo e controllo della ricchezza prodotta<br />
dalla rete allargata &#8211; dai vecchi media broadcast e baronati<br />
universitari ai nuovi aggregatori, dispositivi di profilazione e alle<br />
cloud pi&ugrave; o meno compiute e ramificate, che arrivano ad offrire ai<br />
loro utenti spazio su disco online dove riversare le proprie<br />
informazioni: e, utilizzando un&#8217;espressione informatica, il vivere la<br />
propria esperienza in rete sottostando all&#8217;imposizione del &quot;lato<br />
server&quot; che queste ultime pongono in essere non rappresenta<br />
altro che l&#8217;ultima forma di schiavit&ugrave; prodotta dalla<br />
ristrutturazione biocapitalista.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Bibliografia Critica</strong>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Andrea Fumagalli,<em> Finanza Fai da Te</em>,<br />
DeriveApprodi 2001
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Andr&eacute; Gorz, <em>L&#8217;immateriale</em>,<br />
Bollati Boringhieri 2003
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Andr&eacute; Gorz, <em>Miserie del Presente,<br />
Ricchezza del possibile</em>, ManifestoLibri 1998
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Carlo Formenti, <em>Cybersoviet</em>,<br />
Raffaello Cortina Editore 2008
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Christian Marazzi, <em>Capitale&amp;Linguaggio</em>,<br />
DeriveApprodi 2002
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Christian Marazzi, <em>Finanza Bruciata</em>,<br />
Casagrande 2009
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Dmytri Kleiner, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi"><em>Copyfarleft,<br />
copyjustright e la legge ferrea degli introiti da copyright &#8211; oltre<br />
il copyleft verso dei commons autonomi</em></a> 2007
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Dmytri Kleiner e Brian Wyrick,<br />
<a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2.0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick"><em>Infoenclosure<br />
2.0</em></a> 2007
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
E-Laser, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/02/10/il-sapere-liberato"><em>Il<br />
Sapere Liberato</em></a>, Feltrinelli 2005
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Geert Lovink, <em>Internet non &egrave; il<br />
Paradiso</em>, Apogeo 2004
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Geert Lovink, <em>Zero Comments</em>,<br />
Mondadori 2008
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ippolita, <a href="http://ippolita.net/onf"><em>Open<br />
non &egrave; Free</em></a>, Eleuthera 2005
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ippolita, <a href="http://ippolita.net/google"><em>Luci<br />
ed Ombre di Google</em></a>, Feltrinelli 2007
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Nicholas Carr, <em>Il Lato Oscuro della<br />
Rete</em>, ETAS 2008
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Nick-Dyer Whiteford, <a href="http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&amp;friendId=193634469&amp;blogId=291692113"><em>High-tech<br />
Proletariat</em></a><a href="http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&amp;friendId=193634469&amp;blogId=291692113">,</a><br />
in<a href="http://www.fims.uwo.ca/people/faculty/dyerwitheford/"><br />
</a><a href="http://www.fims.uwo.ca/people/faculty/dyerwitheford/"><em>Cybermarx:<br />
Cycles and Circuits of Struggle in High Technology Capitalism</em></a>,<br />
University of Illinois Press 1999
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Richard Barbrook ed Andy Cameron,<br />
<a href="http://www.pol-it.org/ital/barbrook8.htm"><em>L&#8217;Ideologia<br />
Californiana</em></a> 1995
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_83 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/">Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Info Free Flow (seconda parte)</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Lavoro in rete e senza rete &#8211; Dialogo con Carlo Formenti &#8211; Prima parte</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 11:50:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte/</guid>
		<description><![CDATA[Come gi&#224; abbiamo avuto modo di scrivere su queste pagine, se in Italia (e non solo) esistono ancora voci capaci di trattare il fenomeno della rete in maniera disincantata e non celebrativa ma al contempo propositiva e non appesantita dai ceppi della tecnofobia pi&#249; reazionaria, una di esse &#232; senz&#8217;altro quella di Carlo Formenti, docente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Come gi&agrave; abbiamo avuto modo di scrivere su queste pagine, se in Italia<br />
(e non solo) esistono ancora voci capaci di trattare il fenomeno della<br />
rete in maniera disincantata e non celebrativa ma al contempo<br />
propositiva e non appesantita dai ceppi della tecnofobia pi&ugrave;<br />
reazionaria, una di esse &egrave; senz&#8217;altro quella di Carlo Formenti,<br />
docente di teoria e tecnica dei nuovi media all&#8217;Universit&agrave; di Lecce,<br />
collaboratore del Corriere della Sera, autore di testi importantissimi<br />
per una lettura critica dei mutamenti economici, sociologici e politici<br />
avvenuti a partire dall&#8217;emersione di internet come terreno di<br />
produzione immateriale e conflitto, quali &quot;Mercanti di Futuro&quot;,&quot; <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/07/cybersoviet-utopie-postdemocratiche-e-nuovi-media">Cybersoviet</a>&quot;e &quot;Se Questa &egrave; Democrazia&quot;.</p>
<p>Abbiamo<br />
avuto la possibilit&agrave; di averlo con noi al seminario &quot;Cyberpopulismi,<br />
crisi dell&#8217;internet libertaria ed architetture di rete securitarie&quot;,<br />
tenutosi lo scorso 20 maggio nell&#8217;ambito del <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/21/not-net-working-la-rete-non-un-media-seminari-di-autoformazione">ciclo di seminari Not [Net] Working &#8211; La Rete non &egrave; un Media</a><br />
presso la Facolt&agrave; di Lettere e Filosofia dell&#8217;Universit&agrave; di Bologna, e<br />
iniziamo con questo post la pubblicazione integrale del suo intervento.<br />
<span id="more-76"></span>
</p>
<p>
&#8211;
</p>
<p>
<em><strong>IFF:<br />
Nell&#8217;aprire questo dialogo vorremmo in qualche modo provare a<br />
ricollegarci ad alcune questioni emerse tra i seminari con il gruppo di ricerca Ippolita<br />
e quello con Raffaele Sciortino per cercare di andare ad indagare con<br />
te quel ciclo virtuoso che si produce a cavallo tra i concetti di<br />
linguaggio, comunit&agrave;, fiducia e lavoro volontario, che di questi<br />
ultimi tempi ha preso il nome di &quot;Web 2.0&quot;.<br />
</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Non<br />
&egrave; certo un caso che ti proponiamo una riflessione sul linguaggio,<br />
dato esso riveste una ruolo primario e propulsivo nei processi<br />
produttivi delle economie pi&ugrave; avanzate ed allo stesso tempo ha dato<br />
vita anche alla mitologia ( che hai a pi&ugrave; riprese esplorato e<br />
scomposto nelle tue opere ) in merito ad una presunta democrazia<br />
insita negli strumenti digitali ed in una supposta &quot;natura&quot;<br />
intrinsecamente anarchica della rete.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Non<br />
&egrave; raro, nel momento in cui si tende ad affrontare la questione della<br />
creazione di valore in rete, soffermarsi su quelli che sono gli<br />
aspetti pi&ugrave; evidenti ma non per questo pi&ugrave; significativi.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Ne<br />
&egrave; un esempio l&#8217;onnipresente questione della profilazione, volta alla<br />
cattura delle informazioni in tutti i suoi flussi, con l&#8217;obbiettivo<br />
ultimo di estrarne insiemi di senso per riuscire a sfruttare i<br />
mercati che proliferano nelle nicchie culturali pi&ugrave; celate.</strong></em>
</p>
<p>
<em><strong>Nonostante<br />
la nostra formazione tecnica ( e quindi immediatamente politica ) ci<br />
abbia portato pi&ugrave; volte a soffermarci su tale questione, ci sembra<br />
che essa vada via via perdendo di interesse con gli anni. Questo<br />
anche perch&eacute; affrontando questo ambito di discussione, pu&ograve; capitare<br />
di cadere in un&#8217;ottica tecnocratica, dove il materializzarsi della<br />
distopia del grande fratello esclude automaticamente la possibilit&agrave;<br />
di qualsiasi orizzonte di liberazione.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>La<br />
profilazione della &quot;coda lunga&quot; ( descritta da Anderson,<br />
direttore di Wired nell&#8217;omonimo saggio ), ci appare solo il punto di<br />
approdo finale di un pi&ugrave; lungo ed interessante percorso che ci ha<br />
portato ad interrogarci su come essa si sviluppi.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Una<br />
prima risposta che abbiamo provato a darci, e che va costruita su<br />
diversi fronti, trova il suo fuoco nell&#8217;investimento economico,<br />
linguistico e simbolico atto alla creazione di localit&agrave; di tipo<br />
relazionale definite in spazi delimitati dai media.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Cerchiamo<br />
di fare alcuni esempi per rendere pi&ugrave; chiaro questo concetto e per<br />
rilanciarti poi il volano della discussione.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Google<br />
&egrave; un soggetto dell&#8217;attuale panorama con cui ci siamo ritrovati a<br />
confrontarci spesso in quanto paradigma del web 2.0. Un modello di<br />
business che oggi &egrave; di fatto reinterpretato e copiato da una<br />
moltitudine di altre aziende che operano nel mercato dei meta-dati.<br />
Allo stesso tempo non &egrave; difficile incappare in rappresentazioni che<br />
tendono a dipingerlo come una piovra capace di estendere i suoi<br />
tentacoli fra le maglie del web, fino ad incarnare il sogno di<br />
diventare esso stesso il contenitore dell&#8217;intera Internet. Eppure<br />
questa descrizione ci sembra inappropriata ( o forse sarebbe meglio<br />
dire limitata ) poich&eacute; trova il suo perno<br />
solo in alcune espressioni tecnologiche ( e senz&#8217;altro tecnocratiche<br />
) del gigante di Mountain View ( come per esempio il famigerato page<br />
rank).</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>G.<br />
in realt&agrave; per poter sfruttare l&#8217;economia derivante dalla coda lunga<br />
( di cui ci sembra appunto che i processi di profilazione siano<br />
proprio gli ultimi ad essere messi in atto ) combatte la cosiddetta<br />
&quot;guerra degli standard&quot;.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Semplificando<br />
al massimo questo concetto, combatte vere e proprie guerre<br />
commerciali per fare in modo che un numero sempre maggiore di utenti<br />
e di programmatori utilizzi e sviluppi i suoi servizi, in modo<br />
tale che nel lungo periodo essi diventino un modello di riferimento<br />
impossibile da non utilizzare.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Ma<br />
quali sono le armi con cui combatte la guerra?</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Certo<br />
attira a se i cervelli migliori e fa un sapiente e dosato utilizzo<br />
dell&#8217;open source (abbattendo cos&igrave; i costi ) ma gioca anche da anni<br />
una battaglia senza quartiere sul linguaggio, diretto ed indiretto,<br />
arrivando addirittura a creare una vera e propria filosofia aziendale<br />
tutta incentrata sull&#8217;utente e sulle sue necessit&agrave;, dando vita di<br />
riflesso un&#8217;immagine positiva del proprio io.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>I<br />
punti salienti della sua &ldquo;mission&rdquo; sono esemplari:</strong></em>
</p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>La<br />
	centralit&agrave; dell&#8217;utente</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>La<br />
	rapidit&agrave; nell&#8217;accesso alle informazioni ( &ldquo;Google &egrave; l&#8217;unico sito<br />
	al mondo che vuole che gli utenti che vi attraccano lo lascino al<br />
	pi&ugrave; presto&rdquo; ).</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>Il<br />
	ricorso al concetto di democrazia in relazione allo stampo<br />
	scientifico ( e quindi in una visione positivista considerata pi&ugrave;<br />
	&quot;giusta&quot; ed &quot;equa&quot; ) dell&#8217;indicizzazione dei contenuti prodotti dagli<br />
	utenti e la fiducia prodotta da questo meccanismo.</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>La<br />
	totale accessibilit&agrave; e ubiquit&agrave; dei servizi di Big G. ( senza<br />
	dimenticarne ovviamente la &ldquo;gratuit&agrave;&rdquo;)</strong></em>
	</p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Dal<br />
punto di vista dell&#8217;utente questo sembra produrre una vera e propria<br />
identificazione nella mission di Google generando cos&igrave; la fiducia<br />
che sta alla base delle reti di relazione e delle comunit&agrave;.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Allo<br />
stesso modo appare altrettanto interessante il rapporto tra Big G. e<br />
l&#8217;open source: una rapporto che &egrave; volto alla cooptazione della<br />
metodologia di produzione del sapere delle comunit&agrave; hacker la quale<br />
viene posta a servizio del &ldquo;gigante buono&rdquo;, con tutta una serie<br />
di conseguenti vantaggi che vanno dalla riduzione dei costi fino&nbsp; &#8211; pure in questo caso &#8211; alla<br />
costruzione della sua immagine positiva.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Anche<br />
in quest&#8217;ambito G. produce delle comunit&agrave;:<br />
</strong></em>
</p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>Fa<br />
	operazioni pubblicitarie e dichiarazioni pubbliche di amore verso le<br />
	comunit&agrave; open source, dichiarandosene debitore</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>Crea<br />
	progetti estivi come la &ldquo;Summer of code&rdquo; dove premia con qualche migliaio di<br />
	dollari i migliori programmatori in grado di apportare modifiche<br />
	importanti ai suoi progetti</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>Offre<br />
	strumenti tecnici di alto livello per la creazione di software come<br />
	librerie condivise ed utilizzabili gratuitamente</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>Finanzia<br />
	progetti open source</strong></em>
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	<em><strong>Gioca<br />
	sull&#8217;immagine estrosa, liberatoria, geniale ed allo stesso tempo<br />
	altamente professionale che il software a codice aperto ha creato<br />
	negli anni.</strong></em>
	</p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Si tratta di altri elementi che portano ad un&#8217;identificazione di vasti strati delle comunit&agrave;<br />
open source nella mission aziendale di Google, il quale si ritrova a<br />
poter disporre di schiere di cervelli motivati che lavorano spesso in<br />
modo gratuito, non facendo quindi pi&ugrave; ricorso agli strumenti<br />
fordisti tipici di asservimento della forza lavoro ma mettendo in<br />
atto la cooptazione della creativit&agrave; collettiva che si sviluppa<br />
nelle comunit&agrave; che ha attirato a se.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Si<br />
verifica cos&igrave; una vera e propria compenetrazione fra gli obbiettivi<br />
vitali del singolo e gli obbiettivi aziendali.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>La<br />
profilazione in tutto questo arriva  in un momento successivo ed &egrave;<br />
resa possibile dopo che si &egrave; dato vita ad un&#8217;operazione di<br />
linguaggio, reiterata negli anni, che ha creato quell&#8217;immaginario di<br />
fiducia tale da rendere possibile un&#8217;estesa e sedimentata economia<br />
relazionale.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Molte<br />
altre aziende rincorrono dinamiche simili. Ne sono esempio gli<br />
aggregatori della blogosfera, come l&#8217;italiano Liquida.it</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>A<br />
questo proposito esiste una significativa intervista, rilasciata a &ldquo;Salva<br />
con Nome&rdquo; da uno dei personaggi di rifermento dell&#8217;azienda, in una<br />
puntata che non a caso aveva come tema centrale il concetto di<br />
&ldquo;prosumer&rdquo;, ovvero del produttore consumatore di informazioni.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Anche qui &egrave; interessante notare come in una miscela di linguaggio geek,<br />
brillante, smart, tutto infarcito di termini &ldquo;open sourceggianti&rdquo;,<br />
l&#8217;accento venga posto su un concetto particolare, ovvero sul fatto<br />
che Liquida ( figlia della Banzai SPA, una delle pi&ugrave; grandi agenzia<br />
di advertising on line in Italia ) non sia un semplice aggregatore,<br />
quanto piuttosto una &quot;valorizzatore di contenuti&quot;, il cui<br />
scopo &egrave; far emergere il sapere e le conoscenze di qualit&agrave; che<br />
vengono prodotte dagli utenti della blogosfera.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Inoltre<br />
se diamo uno sguardo alla mission di Liquida.it noteremo<br />
non poche somiglianze con quella di Google, come per esempio il<br />
richiamo a termini come &quot;democrazia&quot; e<br />
&quot;meritocrazia&quot;, conclamati come elementi inscritti nel DNA<br />
stesso dell&#8217;azienda.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>Sappiamo<br />
invece che la realt&agrave; &egrave; ben diversa, essendo che Liquida si propone<br />
sostanzialmente di aggregare il numero pi&ugrave; ampio possibile di<br />
contenuti ed articoli disponibili nella blogosfera italiana, in modo<br />
tale da accumulare backlink, scavalcare nel ranking i siti da cui<br />
le vengono forniti i contenuti  e trarre quindi vantaggio in termini<br />
monetari dagli strumenti di pubblicit&agrave; mirata proposti proprio dai<br />
motori di ricerca.</strong></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<br />
Formenti: Il<br />
meccanismo che abbiamo visto in atto negli ultimi decenni, se lo<br />
analizziamo dal punto di vista della storia del modo di produzione<br />
capitalistico, &egrave; in realt&agrave; vecchissimo. Ha un solo elemento di<br />
effettiva novit&agrave;: la sua mostruosa accelerazione temporale.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Un<br />
famoso antropologo ungherese dell&#8217;economia, Karl Polanyi,<br />
relativamente poco apprezzato in campo marxista perch&eacute; considerato<br />
&quot;eretico&quot;, ha il merito di aver descritto la storia del<br />
capitalismo come un&#8217;alternanza di fasi di desocializzazione e<br />
risocializzazione. Polanyi smonta in profondit&agrave; l&#8217;ideologia del mercato<br />
capitalistico come &quot;natura&quot;, cio&egrave; come un insieme di<br />
relazioni sociali naturali, a partire da un&#8217;analisi concreta di come,<br />
nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;600 e inizio &#8217;700, si sono create le<br />
condizioni di un mercato del lavoro capitalistico attraverso il<br />
sistema delle &quot;enclosure&quot;.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
La<br />
classe operaia inglese si &egrave; formata attraverso un processo politico,<br />
grazie al fatto cio&egrave; che la corona ha permesso l&#8217;espropriazione dei<br />
commons e delle propriet&agrave; demaniali delle comunit&agrave; di contea da<br />
parte dei landlords.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Dove<br />
prima c&#8217;era una societ&agrave; feudale in cui non esisteva la propriet&agrave;<br />
della terra in senso moderno &#8211; i feudatari non erano proprietari ma<br />
funzionari della corona che affidava loro la gestione del territorio -<br />
si procede all&#8217;espropriazione delle terre comuni per sradicare l&#8217;<br />
economia agricola di sussistenza non fondata sul mercato. In tempi<br />
brevissimi la terra diventa propriet&agrave; privata e le famiglie<br />
contadine, private della possibilit&agrave; di sopravvivere coltivando<br />
piccoli appezzamenti, sono costrette a vendere la propria forza<br />
lavoro, lavorando come braccianti nei nuovi fondi che si trasformano<br />
in vere e proprie imprese capitalistiche .
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Quello<br />
che ho appena descritto &egrave; un caso particolare di un processo che si<br />
ripete ciclicamente in tutta la storia del capitalismo: il mercato<br />
nasce come una sorta di &quot;escrescenza&quot; generata dal potere<br />
politico che distrugge le economie tradizionali di sussistenza.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Tuttavia<br />
non le distrugge mai completamente: in primo luogo perch&eacute; esistono<br />
sempre dei residui. Uno di questi (che ha accompagnato tutta la<br />
storia del capitalismo, e che tutt&#8217;ora esiste in determinate<br />
condizioni regionali ) &egrave; per esempio il lavoro riproduttivo delle<br />
donne, il quale resta fuori dal ciclo di produzione capitalistico<br />
finch&eacute; non viene distrutta la famiglia nucleare borghese, per cui<br />
tutta una serie di servizi destinati alle persone, che venivano in<br />
precedenza erogati grazie al lavoro gratuito delle donne, vengono<br />
esteriorizzati e diventano merci.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Si<br />
tratta di un processo che continuamente vede i &quot;commons&quot;,<br />
prodotto di meccanismi di aggregazione sociale anteriori al<br />
capitalismo, finire assorbiti dalla sfera del mercato attraverso<br />
processi di individualizzazione, frammentazione e mercatizzazione.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
I<br />
cicli storici all&#8217;interno di cui si generano queste dinamiche sono<br />
cicli di lungo periodo.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Quello<br />
che &egrave; successo con la rivoluzione digitale ( cio&egrave;  con la<br />
trasformazione del computer da strumento di elaborazione dei dati e<br />
di gestione delle grandi amministrazioni a mezzo di comunicazione,<br />
con lo sviluppo della rete e con la popolarizzazione di queste<br />
tecnologie che si &egrave; determinata  con l&#8217;avvento del web all&#8217;inizio<br />
degli anni &#8217;90) &egrave; stato un processo estremamente veloce, nel senso<br />
che in questo caso la mercatizzazione di funzioni vitali, di<br />
relazioni sociali non sottoposte al mercato &egrave; avvenuta con una<br />
rapidit&agrave; spaventosa.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ovviamente<br />
il processo &egrave; stato favorito e accompagnato anche in questo caso da<br />
interventi politici massicci, come la deregulation dei mercati<br />
finanziari avviata dal governo Tatcher in Inghilterra e<br />
dall&#8217;amministrazione Regan negli Stati Uniti, come la<br />
deregolamentazione dei media, come lo smantellamento progressivo del<br />
welfare state e la conseguente privatizzazione dei servizi sociali<br />
(che in precedenza erano stati trasferiti dalla famiglia allo stato<br />
nell&#8217;ambito di una contrattazione tra lavoratori,classe borghese e<br />
stato).
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Le<br />
reti di computer consentono di aumentare massicciamente la<br />
produttivit&agrave; anche di questo tipo di servizi, creando le condizioni<br />
di sviluppo di un terziario avanzato, che a partire dalla fine degli<br />
anni &#8217;70 e dall&#8217;inizio degli anni &#8217;80 cresce a ritmi molto rapidi.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Il<br />
terzo grande processo di ristrutturazione capitalistica favorito da<br />
interventi politici, prima nei paesi anglosassoni e poi nel resto dei<br />
paesi sviluppati dell&#8217;occidente , &egrave; il processo di decentramento<br />
produttivo.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Parlare<br />
di fabbrica a rete o di impresa a rete, come fa Castells, &egrave; ormai<br />
del tutto insufficiente, poich&eacute; sta succedendo qualcosa di molto pi&ugrave;<br />
radicale.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Oggi<br />
le imprese sono marchi che &quot;galleggiano&quot; sulla produzione<br />
sociale e che non hanno pi&ugrave; alcuna necessit&agrave; di organizzare il<br />
processo produttivo all&#8217;interno della fabbrica, nemmeno della<br />
fabbrica a rete. Lo fanno ancora ovviamente, ma con una riduzione<br />
sempre pi&ugrave; drastica degli strati di forza lavoro con cui<br />
intrattengono un rapporto normato e contrattualizzato.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ricapitolando,<br />
possiamo indicare le origini del ciclo di cui stiamo parlando in 3<br />
diversi momenti:
</p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	Smantellamento<br />
	della classe operaia fordista,
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	Decentramento<br />
	produttivo
	</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm">
	Possibilit&agrave;<br />
	di gestione efficiente da parte delle nuove tecnologie di processi<br />
	produttivi distribuiti &#8211; sia di tipo tradizionale che di tipo<br />
	innovativo. Grazie all&#8217;avvento del web quest&#8217;ultimo processo subisce<br />
	un accelerazione formidabile, nella misura in cui mette al lavoro le<br />
	comunit&agrave; virtuali sfruttando la creativit&agrave; di milioni di persone<br />
	che non necessitano pi&ugrave; di elevate competenze tecniche ( come<br />
	invece avveniva all&#8217;epoca delle BBS o di Usenet ).
	</p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ma<br />
torniamo al discorso iniziale, ovvero alla descrizione di come il<br />
capitale subordina e distrugge i commons attraverso processi<br />
politici.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Questo<br />
meccanismo non &egrave; stato inventato dalle dot-com o dal capitalismo di<br />
internet, il quale &egrave; piuttosto intervenuto solo dopo che la<br />
socialit&agrave; in rete aveva creato le comunit&agrave; virtuali in quanto forme<br />
di aggregazione sociale spontanee.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Questi<br />
meccanismi di aggregazione, nella loro fase iniziale, erano<br />
fortemente connotati da un punto di vista contro-culturale ed<br />
ideologico in quanto avevano come protagonisti gli hacker e i<br />
comitati di ingegneri che hanno creato Internet.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Il<br />
mio lavoro sui &quot;Cybersoviet&quot; &egrave; nato da questa idea:<br />
studiando come funzionavano le procedure decisionali all&#8217;interno dei<br />
comitati di hacker ed ingegneri  che costruivano dal basso le<br />
tecnologie di rete, ho notato che c&#8217;erano forti analogie con il<br />
meccanismo decisionale della democrazia partecipativa e diretta<br />
sviluppato da alcune esperienze storiche del movimento operaio, per<br />
esempio il fatto che le decisioni non venivano prese non a colpi di<br />
maggioranza ma discutendo fino a raggiungere una sostanziale<br />
unanimit&agrave;, oppure il fatto la comunit&agrave; dei pari sceglie i suoi<br />
leader carismatici ma li considera revocabili in qualsiasi momento e<br />
non attribuisce loro alcuna delega.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Questo<br />
meccanismo, non appena si &egrave; passati dalla dimensione di avanguardia<br />
e contro-culturale delle prime comunit&agrave; alla dimensione di massa, &egrave;<br />
stato in parte neutralizzato, ma conserva interesse in quanto esempio<br />
di aggregazione sociale spontanea ed autonoma.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
E<br />
questo vale in parte anche per le comunit&agrave; dei &ldquo;fan&rdquo; ( di un<br />
particolare prodotto, di un software, di un serial tv, di un genere<br />
musicale, di un film o di un videogioco ) descritte da un autore come<br />
Jenkins, che si appropriano dei prodotti dell&#8217;industria culturale e<br />
li riciclano dentro processi comunitari spontanei di socializzazione<br />
pi&ugrave; o meno alternativi.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Come<br />
si appropria il capitale di queste comunit&agrave;? Come le trasforma in<br />
serbatoio di lavoro gratuito? Come trasforma questi meccanismi da<br />
forme di aggregazione spontanea a dispositivi di accumulazione<br />
capitalistica?
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p>
Il<br />
problema vero &egrave; da dove arrivano i quattrini. Wikipedia non fa un<br />
euro di profitti. Un motore di ricerca come Google all&#8217;inizio non<br />
aveva nessun modello di business mentre societ&agrave; come Amazon ed eBay<br />
hanno a loro volta dovuto penare a lungo prima di realizzare un<br />
utile. E allora? Allora occorre fare i conti quei meccanismi<br />
economici che sono ormai davanti  agli occhi di tutti grazie<br />
all&#8217;attuale crisi finanziaria (ma che si erano gi&agrave; manifestati nel<br />
2000-2001 in occasione della bolla speculativa delle dot-com).</p>
<p>I<br />
nodo centrale &egrave; il processo di finanziarizzazione subito dal<br />
capitale globale negli ultimi decenni.
</p>
<p>
Per<br />
generare il profitto industriale dovrebbe valere ancora la legge del<br />
valore-lavoro di Marx, il quale tuttavia aveva gi&agrave; intuito, nei<br />
Grundrisse, che raggiunto un certo livello di sviluppo del general<br />
intellect e la legge non avrebbe pi&ugrave; potuto funzionare. Nella misura<br />
in cui il sapere collettivo diventa direttamente produttivo di valore<br />
quest&#8217;ultimo non pu&ograve; pi&ugrave; essere misurato dalle leggi del mercato.</p>
<p>
</p>
<p>
L&#8217;unica<br />
possibilit&agrave; diventa quella di un&#8217;appropriazione diretta della<br />
produttivit&agrave; del lavoro sociale per via politica.  Quando l&#8217;oggetto<br />
principale delle transazioni economiche sono idee, conoscenze ed<br />
informazioni &quot;l&#8217;economia della scarsit&agrave;&quot;, come &egrave; stato<br />
spiegato dagli stessi autori neoliberali alla Benkler, non funziona pi&ugrave;. E allora si<br />
crea scarsit&agrave; artificiale attraverso meccanismi giuridici come la<br />
propriet&agrave; intellettuale o attraverso delle dinamiche monopolistiche<br />
di controllo di tecnologie. <br />
I nuovi modelli di<br />
business sono incarnati da imprese come Google, che ha acquisito  una<br />
capacit&agrave; di controllo monopolistico sul mercato dell&#8217;advertising e<br />
che non produce nulla dal punto di vista della produzione<br />
capitalistica tradizionale industriale ma vende i propri utenti agli<br />
inserzionisti pubblicitari.</p>
<p>
</p>
<p>
Esiste<br />
un meccanismo duplice meccanismo che si fonda, da un lato,<br />
sull&#8217;appropriazione politica attraverso la creazione di scarsit&agrave;<br />
artificiale (per esempio grazie alle leggi sulla propriet&agrave;<br />
intellettuale), dall&#8217;altro lato , sui processi di<br />
finanziarizzazione.<br />
Oggi vediamo come persino da destra (vedi<br />
Tremonti) si levano voci  contro gli eccessi della finanza<br />
&quot;creativa&quot;, voci che invocano il ritorno all&#8217;economia<br />
reale, ma la verit&agrave; &egrave;  che la finanziarizzazione, anche nei suoi<br />
aspetti pi&ugrave; estremi, non &egrave; speculazione n&eacute; parassitismo. Non ha<br />
senso fare distinzioni tra un capitalismo buono e vecchio, che<br />
produceva beni materiali, ed un neocapitalismo cattivo e speculativo<br />
che &egrave; quello finanziario. Il capitalismo vive di profitto e non &egrave;<br />
interessato a come lo ottiene: per Marx il lavoro produttivo non &egrave;<br />
quello materiale ma &egrave; quello che produce plusvalore. Quindi se il<br />
plusvalore arriva da processi finanziari allora il capitale investe<br />
nel settore finanziario.<br />
Come funzionava il meccanismo della Net<br />
Economy? Qualche anno fa ho pubblicato per Einaudi un libro che si<br />
chiama &quot;Mercanti di Futuro&quot; nel quale raccontavo come la<br />
New Economy non fosse nient&#8217;altro che la vendita di aspettative su<br />
profitti futuri. Perch&eacute; il valore delle azioni era di 10-100-1000<br />
volte superiore al valore degli asset reali di un&#8217;impresa? Perch&eacute;<br />
veniva venduta la produttivit&agrave; del lavoro sociale, non gi&agrave; di<br />
quell&#8217;azienda ma delle comunit&agrave; di cui quell&#8217;azienda riusciva ad<br />
appropriarsi e su cui riusciva a imporre il proprio marchio. &Egrave; un<br />
capitale che scommette sui profitti futuri. I venture capitalist che<br />
investivano nella Net economy sapevano benissimo che su 100 imprese<br />
che imprese che finanziavano, almeno 99 sarebbero fallite perch&eacute; non<br />
avevano alcun modello di business e che non si sarebbero mai rette<br />
sulle loro gambe.Ma se anche  una sola di queste imprese fosse<br />
riuscita ad appropriarsi del lavoro sociale di una comunit&agrave; avrebbe<br />
ripagato del fallimento di tutte le altre, perch&eacute; avrebbe potuto<br />
esordire sul mercato borsistico raggiungendo valori stratosferici in<br />
tempi brevissimi e regalando quindi denaro liquido alle imprese che,<br />
a quel punto, avrebbero avuto la possibilit&agrave; di aumentare i propri<br />
investimenti. Il punto non &egrave; crescere come le imprese della vecchia<br />
economia: Google ha solo 20000 dipendenti ma ha una capacit&agrave; di<br />
capitalizzazione maggiore di Ibm e Microsoft che ne hanno molti di<br />
pi&ugrave;. Il punto &egrave; quante e quali reti, quanto capitale sociale,<br />
riesci ad egemonizzare e a mobilitare per creare valore sfruttando il<br />
lavoro gratuito di milioni di persone. Tutto il resto &egrave; una<br />
questione di marketing, di conflitti tra marchi e di concorrenza tra<br />
imprese.
</p>
<p>
Badate<br />
che anche dentro la politica c&#8217;&egrave; questo problema di appropriazione e<br />
delle difficolt&agrave; che essa incontra. In questo momento sto<br />
coordinando una ricerca sull&#8217;uso di FaceBook in Puglia per le elezioni<br />
amministrative, ed i maldestri tentativi dei politici di utilizzare<br />
una piattaforma stressandola come media broadcast sono estremamente<br />
divertenti. Facebook &egrave; il luogo delle chiacchiere quindi passi dalla<br />
spettacolarizzazione alla personalizzazione, e per far funzionare<br />
quest&#8217;ultima devi interagire davvero con i gruppi di persone con cui<br />
crei le tue reti relazionali. La classe politica non ci riesce e<br />
quindi cosa fa? Paga delle persone a cui &egrave; delegato il lavoro di<br />
interazione ed ogni tanto fa figure pessime perch&eacute; non riescono ad<br />
usare lo strumento secondo i suoi principi di socialit&agrave; spontanea.<br />
<br />
Tornando per&ograve; al discorso sui nuovi meccanismi di appropriazione<br />
capitalistica, si tratta di capire se e quali conflitti nascano fra<br />
pratiche e comportamenti dell&#8217;utenza e dinamiche di sfruttamento<br />
commerciale. Contrariamente a quanto pensano i post-operaisti, io non<br />
credo che tutti i comportamenti conflittuali siano espressione<br />
dell&#8217;antagonismo delle moltitudini. Il fatto che milioni di persone<br />
scarichino illegalmente file mp3 non ha nulla, a mio parere, di<br />
particolarmente antagonistico. Ci&ograve; non toglie che tali comportamenti<br />
generino un attrito forte con alcuni settori di mercato fino a<br />
determinarne &#8211; come sta succedendo all&#8217;industria del cd &#8211; la rovina.<br />
Esiste per&ograve; tutta una serie di modelli capitalistici innovativi che<br />
possono funzionare tranquillamente senza copyright.
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_76 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte/">Lavoro in rete e senza rete &#8211; Dialogo con Carlo Formenti &#8211; Prima parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Netwar &#8211; Dopo la baia</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/18/netwar-dopo-la-baia/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/18/netwar-dopo-la-baia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 11:48:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/04/18/netwar-dopo-la-baia/</guid>
		<description><![CDATA[Pirate bay &#232; stata dichiarata colpevole. I responsabili della baia, sono stati condannati ad un anno di prigione e al pagamento di una sanzione di 2,7 milioni di euro per complicit&#224; nella violazione di diritti d&#8217;autore. Lo ha reso noto un tribunale di Stoccolma. I quattro sono Fredrik Neij, 30 anni, Gottfrid Svartholm, 24 anni, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Pirate bay &egrave; stata dichiarata colpevole. <br />
I responsabili della baia, sono stati condannati ad un anno di prigione e al pagamento di una sanzione di 2,7 milioni di euro per complicit&agrave; nella violazione di diritti d&#8217;autore. Lo ha reso noto un tribunale di Stoccolma. I quattro sono Fredrik Neij, 30 anni, Gottfrid Svartholm, 24 anni, Peter Sunde, 30 anni, il fondatore di Pirate Bay, e Carl Lundstr&ouml;m, 48 anni, accusato di aver investito dei fondi nelle attivit&agrave; del sito<br />
<img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/pirate_bay_net_war2.jpg" hspace="10" width="345" height="276" align="left" />
</p>
<p>
<u>Questa notizia ci pare abbia implicazioni profonde</u>, ma cerchiamo di sviluppare con ordine i punti del nostro ragionamento, evidenziandone prima gli aspetti posti sulla punta dell&#8217;iceberg per scendere poi negli abissi del <em>mare magnum</em> della rete su cui esso si poggia.</p>
<p>A prima vista la sentenza emessa da una corte di Stoccolma suona come una campana a morto per il P2P, quanto meno per il forte valore simbolico che assume: se &egrave; vero che non vi saranno conseguenze imeediate &egrave; altrettanto vero che viene colpito uno degli epicentri pi&ugrave; nevralgici della &ldquo;pirateria&rdquo;, da cui negli ultimi anni si &egrave; propagata una vera e propria emorragia di informazioni liberate dalla morsa della propriet&agrave; intellettuale.&nbsp; Infatti grazie all&#8217;ausilio della &ldquo;baia&rdquo; veniva facilitato lo scambio di file tramite Bittorrent, uno dei protocolli pi&ugrave; popolari in rete, tale da rappresentare una fetta considerevole delle connessioni che ogni giorno transitano sui network globali</p>
<p>I veterani delle battaglie in rete per&ograve; ricorderanno bene che non si tratta certo del primo caso in cui la condivisione di saperi veicolata dai media digitali, subisce colpi apparentemente mortali, per ritornare in auge e pi&ugrave; forte che mai dopo un paio di click. Era gi&agrave; successo con Napster e ci viene spontaneo credere che succeder&agrave; anche in questo caso.<br />
Lo stesso Sunde, da sempre il volto mediatico di TPB, ha fatto filtrare in anticipo la notizia della condanna su twitter, invitando alla calma: &ldquo;Non succeder&agrave; niente a TPB, a noi personalmente o al sistema di file sharing. Questo &egrave; solo un teatro per i media&quot;.<span id="more-72"></span></p>
<p>Viene spontaneo domandarsi se gli irriverenti bucanieri, non serbino qualche asso nella manica per il prossimo futuro, magari andando a rimettere mano al progetto in grado di cifrare l&#8217;intero traffico internet chiamato &ldquo;Transparent end-to-end encryption for the internet&rdquo; o IPETEE di cui si era parlato negli ultimi mesi.</p>
<p>Oltre a questo non pu&ograve; essere trascurata tra i possibili &quot;effetti collaterali&quot; in questo quadro, la sempre maggiore consapevolezza degli utenti di tutto il mondo in merito al ladrocinio e all&#8217;impoverimento della fecondazione culturale di saperi e conoscenze causata dalle major dell&#8217;entertainement e del software.
</p>
<p>
Consapevolezza,&nbsp; suffragata dalla capacit&agrave; delle macchine digitali e della rete di riprodurre e copiare infinitamente, che ha introdotto nell&#8217;immaginario collettivo il concetto di <strong>&ldquo;zero&rdquo;</strong>, smontando in modo irreversibile l&#8217;idea di una leggittimit&agrave; nel conseguimento del profitto sulle opere dell&rsquo;ingegno.
</p>
<p>
Consapevolezza che potrebbe diffondersi ancora pi&ugrave; a macchia d&#8217;olio data la popolarit&agrave; del vascello pirata ( su FaceBook il gruppo &ldquo;Free The Pirate Bay&rdquo;, conta<br />
126 mila iscritti, di cui pi&ugrave; di 3.500 aggiuntisi ex novo nella sola<br />
giornata di venerd&igrave; ) affondato dalla prima vittoria delle major musicali e non solo: Warner Bros, Sony Music Entertainment, Emi e Columbia Pictures ma anche il governo italiano del monopolio di mediaset, quello francese della &ldquo;dottrina dei&nbsp; tre schiaffi&rdquo; e quello inglese, tutti intenti in quest&#8217;ultimo periodo a disegnare dispositivi giuridici che nel fenomeno del P2P&nbsp; trovano il pretesto per porre in essere una trasformazione di matrice biopolitica degli ambienti &ldquo;virtuali&rdquo;. L&#8217;obbiettivo all&#8217;orizzonte &egrave; la realizzazione di un vero e proprio panopticon con cui rendere trasparente e tracciabile qualsiasi attivit&agrave; dei netizen.</p>
<p>Indipendentemente dalle mosse del quartetto svedese ( che ricalcando lo stile che lo ha sempre contraddistinto promette battaglia dichiarando <em>&lt;&lt; Come in tutti i buoni film, l&#8217;eroe all&#8217;inizio perde ma poi nel finale riesce a raggiungere una vittoria dai toni epici &gt;&gt;</em> ) e dal rimescolamento viscerale di umori che provocher&agrave;, <u>questa vicenda ci suggerisce delle considerazioni di carattere pi&ugrave; generale in merito ai destini della rete. Considerazioni che pur trovando la loro leva d&#8217;innesto sulla questione del P2P vorrebbero spingersi ben oltre, fino allo scenario dell&#8217;industria dei metadati</u>.</p>
<p>Riallacciandoci a quanto detto poche righe sopra vorremmo partire da un ragionamento di Luca Neri, autore di <strong>&ldquo;La Baia dei pirati&rdquo; </strong>( Ed. Cooper ). Si tratta di un libro di cui, pur non condividendone molte considerazioni, dobbiamo riconoscere l&#8217;intelligenza di fondo e la capacit&agrave; di proporre immagini efficaci, all&#8217;interno delle quali possiamo rintracciare una delle prime chiavi con cui leggere l&#8217;odierno verdetto della corte di Stoccolma.<br />
Neri afferma giustamente che in tempi in cui l&#8217;economia di scala sembra sotto molti aspetti essere prossima al declino, la pirateria, intesa come pratica di copia dell&#8217;informazione, appare quanto mai inarrestabile. E questa consapevolezza non viene certo dalle frange pi&ugrave; estreme dei movimenti di &ldquo;fight sharing&rdquo; ma dalla pancia del mostro che essi si propongono di stringere all&#8217;inguine. Fu proprio <strong>Microsoft</strong> nel 2002 a farsi carico di questa affermazione, mettendo in evidenza un dato di fatto: <em>&lt;&lt; In un mondo di computer che&nbsp; possono essere riprogrammati e di network ad alta velocit&agrave;, la protezione del copyright viene messa a dura prova &gt;&gt;</em>. <strong>L&#8217;avversario, impersonato nel nostro caso dai milioni di utenti</strong> che quotidianamente&nbsp; scambiano materiale tramite l&#8217;ausilio del portale gestito da Anakata &amp; Co <strong>non pu&ograve; insomma essere battuto</strong>. Si pu&ograve; tuttalpi&ugrave;&nbsp; pensare ad un <strong>sabotaggio dell&#8217;infrastruttura in cui esso dimora</strong>, con l&#8217;obbiettivo di sospingerla verso un panorama pi&ugrave; underground, <em>&lt;&lt; per renderla meno conveniente e visibile &gt;&gt;</em>. <br />
<u>Una forma di depotenziamento del fenomeno insomma, capace di stimolare la crescita di un frammentato ventaglio di Darknet, basate su comunit&agrave; private e chiuse, che in ultima istanza risulterebbero incontrollabili ma allo stesso tempo sarebbero assai meno temibili in termini di mancato profitto, considerata anche la ben pi&ugrave; limitata quantit&agrave; di contenuti disponibili in tali circuiti.</u></p>
<p>A nostro modo di vedere per&ograve; <u>diversi attori stanno giocando questa partita</u>, e la decisione dei giudici scandinavi potrebbe essere l&#8217;elemento in grado di farne scendere in campo altri ancora, provocando conseguenze pi&ugrave; a lungo termine e di ben altra portata. E non si tratta semplicemente di individui che hanno a cuore la libera condivisione e lo scambio dei saperi.<br />
Mimetizzata nel rumore di fondo generato da miliardi di siti web, portali e social network,<u> sta cominciando a scatenarsi in modo sempre meno silenzioso una vera e propria guerra fra capitali e forme di impresa</u>. <strong>E la decisione a proposito di TPB potrebbe giocare un ruolo strategico di primo piano in questo scenario.</strong></p>
<p>Innanzi tutto la corte svedese contesta ai pirati di essersi arricchiti tramite i banner pubblicitari ospitati sul sito.<br />
Un secondo dato, assolutamente centrale e rilevante di questa sentenza &egrave; che essa va a colpire il concetto di <strong>mediazione informazionale</strong> dipingendolo come illecito, o come forma di attivit&agrave; in grado di favorire l&#8217;illecito. </p>
<p>Chiunque abbia un minimo di esperienza sa perfettamente che pirate bay non ha mai ospitato alcun tipo di file protetto da copyright sui suoi server. La sua unica funzione &egrave; quella di ricerca di un particolare tipo di informazione ( il cosiddetto <strong>torrent</strong> ) in grado di mettere in comunicazione pi&ugrave; utenti per rendere agevole lo scambio di contenuti presenti sui loro harddisk.<br />
Attenzione. <br />
<u>Pirate bay non &egrave; certo l&#8217;unico portale in grado di compiere questa operazione.</u> Chi altri allora? Forse una qualche conventicola di oscuri guerriglieri informatici? <br />
Niente affatto. Stiamo parlando di <strong>Google</strong>.<br />
Provate a digitare nella search box del motore di Mountain View il seguente comando:<br />
<em><br />
&lt;contenuto che cercate&gt; filetype:torrent</em></p>
<p>Oppure</p>
<p><em>&lt;contenuto che cercate&gt; filetype:mp3</em></p>
<p>Il risultato che vi si porr&agrave; di fronte agli occhi potrebbe stupirvi: esattamente come TPB, lo stesso Google pu&ograve; permettervi l&#8217;accesso a dei torrent o addirittura a mp3, magari coperti da copyright ( pur non trovandosi questi sui server di Mountain View ).<br />
<u>E infatti buona parte della difesa della baia trovava la sua ragion d&#8217;essere proprio in questo dato tecnico</u>: nessuna violazione del copyright viene di fatto messa in atto in quanto gli utenti utilizzano una piattaforma di ricerca che in nessun modo ospita questi contenuti. <strong>Si tratta insomma di un&#8217;attivit&agrave; paragonabile a quella dei motori di ricerca</strong> o a quella di un forum sul quale gli utenti potevano trovare informazioni su come e dove scaricare questi contenuti.</p>
<p>&Egrave; consequenziale allora ritenere che questa sentenza, se avesse valore di precedente giuridico sul piano internazionale potrebbe diventare l&#8217;ariete di sfondamento nel contrattacco della &quot;vecchia&quot; industria dei contenuti contro la &quot;nuova&quot; industria della mediazione informativa. Perch&eacute;? Per capirlo facciamo qualche passo indietro,</p>
<p>Carlo Formenti in &ldquo;Cyber Soviet&rdquo; ha giustamente sottolineato come <u>Google sia un attore nient&#8217;affatto disinteressato nella lotta contro la &ldquo;vecchia propriet&agrave; intellettuale&rdquo;</u>. Ippolit&agrave; ci ha ben ricordato pi&ugrave; volte che<u> Big G. negli anni ha basato buona parte delle sue strategie commerciali investendo sul linguggio capace di creare comunit&agrave;, cooperazione e scambio di saperi</u> che pur essendo strettamente controllato da vita ad una fruttuosa <strong>economia relazionale</strong>.<br />
Pi&ugrave; in generale buona parte degli introiti dell&#8217;industria dei metadati ( il cosiddetto &ldquo;Web 2.0&rdquo;) derivano dalle attivit&agrave; di remixing di oggetti digitali esistenti, rese possibili dal lavoro volontario degli utenti, i quali mettendo in campo la loro creativit&agrave; intessono relazioni sociali costruite in una miriade di comunit&agrave; diverse. <br />
Quest&#8217;attivit&agrave; genera un variegato spettro informativo che &egrave; oggetto dei processi di data-mining il cui obbiettivo ultimo &egrave; quello di estrarne senso e valore. Un valore che spesso si concretizza e viene catturato dai proprietari delle grosse isole di aggregazione dati, attraverso attivit&agrave; di advertising on-line ( o pi&ugrave; semplicemente pubblicit&agrave; mirata).<br />
Per determinati settori dell&#8217;IT, Google in primis o le sue propaggini come&nbsp; Youtube e Google News , tale meccanismo raggiunge l&#8217;apice della sua efficacia se oliato da un regime di propriet&agrave; intellettuale che sia quanto meno flessibile ( o che non consideri certo come un crimine il fatto di reindirizzare l&#8217;utente sui contenuti immessi in rete da altri ). Inoltre tale flessibilit&agrave; &egrave; imprescindibile per gli attori dell&#8217;info-mercato: se la possibilit&agrave; di manipolazione dei bit da parte degli utenti subisse un forte giro di vite, rischierebbe di venir meno anche quella retorica &ldquo;democratica&rdquo; di partecipazione in rete su cui i social network hanno fondato quell&#8217;immaginario di &ldquo;bont&agrave;&rdquo;, fiducia ed informalit&agrave; che sta alla base del business.<br />
<u>Dato che buona parte del remixing di oggetti digitali pesca a piene mani da forme di sapere il cui valore &egrave; stato recintato legalmente tramite l&#8217;ausilio di copyright e simili, si capisce come questa danza sfrenata di informazioni sia stata detonatore di forti conflitti in seno al capitale stesso.</u> </p>
<p><em>&quot;Se qualcuno decidesse di denunciare Google</em> &#8211; punzecchia Sunde proiettandosi nel tradizionale paragone tra la Baia e un motore di ricerca &#8211; <em>sarebbe veramente interessante: <strong>andate e denunciate Google</strong>&quot;</em>. <br />
<u>Di fatto sta gi&agrave; avvenendo</u>: le prime &ldquo;divergenze&rdquo; tra i soggetti interessati hanno cominciato a manifestarsi in modo meno latente negli ultimi mesi.<br />
&Egrave; di marzo la notizia che pi&ugrave; che mai sembra essere una vera e propria <strong>dichiarazione di guerra</strong> tra l&#8217;industria dell&#8217;informazione &ldquo;open&rdquo; e quella &ldquo;closed&rdquo;.<br />
Con una mossa del tutto inaspettata Youtube ha dichiarato <u>non sostenibile</u> l&#8217;accordo proposto e precedentemente sottoscritto con la Performing Right Society, societ&agrave; che raccoglie i proventi dei diritti da destinare ad etichette, artisti e compositori, congelando cos&igrave; dal network brittannico tutti i video tutelati da PRS. <br />
L&#8217;accordo, scrive Vincenzo Gentile su PI, &lt;&lt;prevedeva la diffusione di contenuti premium relativi a band e artisti britannici in maniera trasversale, passando da realt&agrave; affermate alle novit&agrave; emergenti sulla scena. I rapporti tra le due societ&agrave; si sarebbero incrinati proprio in fase di negoziazione di un nuovo contratto: <u>secondo YouTube la proposta fatta da PRS sarebbe stata del tutto al di fuori delle possibilit&agrave; e delle aspettative economiche dell&#8217;azienda</u>, che ha quindi deciso di congelare ogni singolo video frutto del precedente accordo in attesa di una risoluzione&gt;&gt;.<br />
&Eacute; seguita dopo pochi giorni una netta dichiarazione di un altro &ldquo;mostro sacro&rdquo; della vecchia industria dei contenuti, l&#8217;Associated Press, che si &egrave; scagliata contro Google, accusandolo di violazione del copyright per fini commerciali e promettendo battaglie legali. L&#8217;accusa &egrave; quella di utilizzare come cavallo di troia per la pubblicit&agrave; le news prodotte dalle testate globali, senza dare nulla in cambio.</p>
<p>Anche solo guardando a questi due casi, &egrave; abbastanza intuibile come <u>la sentenza di oggi avr&agrave; probabilmente ripercussioni su questi ambiti e dinamiche di mercato, il cui caposaldo &egrave; proprio la <strong>mediazione informazionale</strong>.</u> Non &egrave; difficile immaginare che ne possa scaturire un riassestamento degli equilibri in rete, che hanno visto negli ultimi anni l&#8217;attitudine di Google a porsi come mediatore globale nel reperimento di dati ed informazioni, e da cui &egrave; derivata una posizione di chiara subordinazione della vecchia &eacute;lite della comunicazione broadcast old-style. <br />
&Egrave; nostra opinione che ci troviamo di fronte ad uno scenario in cui una serie di conflitti verranno messi in campo, non con l&#8217;obbiettivo di andare ad una lunga e sanguinosa ( economicamente parlando ) guerra da concludersi con l&#8217;eliminazione di una delle due parti in causa, ma con <u>l&#8217;intento strategico di trovare un accordo per l&#8217;integrazione tra business diversi.</u> </p>
<p><strong>Le conseguenze di tale interazione potrebbero avere risvolti drammatci, sopratutto per le libert&agrave; degli utenti in rete</strong>: proprio l&#8217;AP nella sua sortita pubblica di cui parlavamo poc&#8217;anzi ed in cui &egrave; stata lanciata contro GoogleNews l&#8217;accusa di parassitismo, ha paventato la possibilit&agrave; che <u>l&#8217;informazione</u> oltre a dover passare per una negoziazione delle licenze, <u>debba essere ingabbiata e tracciata al fine consentire il godimento dei diritti di propriet&agrave; intellettuale</u> verso coloro che li detengono. </p>
<p><strong>La guerra insomma &egrave; appena cominciata e presto infurier&agrave; su molti fronti. </strong>
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_72 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/18/netwar-dopo-la-baia/">Netwar &#8211; Dopo la baia</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/18/netwar-dopo-la-baia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cybersoviet: utopie postdemocratiche e nuovi media</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/07/cybersoviet-utopie-postdemocratiche-e-nuovi-media/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/07/cybersoviet-utopie-postdemocratiche-e-nuovi-media/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 19:45:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/04/07/cybersoviet-utopie-postdemocratiche-e-nuovi-media/</guid>
		<description><![CDATA[Se c&#8217;&#232; qualcosa che nella sperduta periferia telematica Italia &#8211; avvolta da una cappa di ignoranza e retorica su cosa sia e a cosa serva la rete &#8211; non cessa mai di stupirci &#232; il potenziale apocalittico o messianico che chi si balocca con la politica online, dai picciotti di Giampierone D&#8217;Alia ai grillini del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Se c&#8217;&egrave; qualcosa che nella sperduta periferia telematica Italia &#8211; avvolta da una cappa di ignoranza e retorica su cosa sia e a cosa serva la rete &#8211; non cessa mai di stupirci &egrave; il potenziale apocalittico o messianico che chi si balocca con la politica online, dai picciotti di Giampierone D&#8217;Alia ai grillini del comico genovese, non si stanca mai di attribuire ad internet, fonte di ogni male terreno o di ogni possibile emancipazione collettiva.</p>
<p><img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/cybersoviet.jpg" hspace="20" align="right" />Per noi Info Free Flowers, inguaribili paranoici e guastafeste, la rete non &egrave; uno strumento sovrannaturale ma umano, e come tale soggetto ai mutamenti nei rapporti di forza tra chi la costruisce, chi ne fa uso e chi vorrebbe regolarla; non &egrave; un semplice media (se consideriamo i processi di messa a lavoro dell&#8217;intelligenza collettiva online che abbiamo gi&agrave; esaminato in passato) e, anche volendo prenderla in esame come tale, non ci sembra rappresentare quel trionfo di comunicazione orizzontale e paritaria che il trionfalismo nuovista ci dipinge; per finire, nel momento in cui viene meno il controllo degli utenti sui propri strumenti di navigazione e comunicazione, la rete non &egrave; pi&ugrave; una griglia di contatti, ma una recinzione predisposta a far scorrere lo spirito di curiosit&agrave; e ricerca nei canali degli schematismi omologanti, talvolta dettati dalla censura.</p>
<p>E&#8217; grazie a libri come Cybersoviet di <a href="http://www.pazlab.net/formenti" target="_blank">Carlo Formenti</a> che possiamo dotarci di nuovi spunti di riflessione &#8211; non consolanti ma sicuramente comprensivi &#8211; rispetto a cosa sia diventata l&#8217;internet negli anni zero e quali soggetti si muovano nei suoi meandri: chi &egrave; impegnato come noi nella costruzione di percorsi politici liberati dal basso vi ritrover&agrave; un compendio comparato e trasversale dei diversi approcci teorici di ricerca di una composizione di classe in rete; altri che si avvicinano per la prima volta a queste tematiche, investiti dalla quantit&agrave; e qualit&agrave; delle conclusioni delle varie scuole di teoria della rete riportate dall&#8217;autore, potranno essere sorpresi dall&#8217;apparente ambiguit&agrave; di alcuni accostamenti &#8211; come ad esempio quello di posizioni anarchiche e liberali unite nella critica alle mani regolatorie della &quot;vecchia&quot; politica &#8211; che con la lettura del libro si scopriranno invece perfettamente funzionali allo sviluppo dell&#8217;internet cyberpop simboleggiata dal web 2.0.</p>
<p>Cybersoviet pone con forza la necessit&agrave; di ritracciare un confine tra sfera pubblica e sfera privata della comunicazione per sfuggire alla privatizzazione ed all&#8217;omologazione<br />
strisciante del dibattito, mette a nudo il sostrato effimero ed esibizionista su cui poggiano le narrazioni ottimiste della soggettivizzazione biografica dei blogger, illustra come l&#8217;internet e gli internauti attuali stiano pi&ugrave; o meno inconsapevolmente rivolgendosi verso architetture ostili a quel modello di rete libera ed autonoma che era il world wide web degli anni &#8217;90.</p>
<p>Ma qui non ci cimenteremo in una recensione del libro, che piuttosto vi consigliamo di procurarvi per apprezzarlo nella sua ricchezza e completezza. Preferiamo, offrendovi una serie di risorse come il breve bignami della quarta parte del libro qui di seguito, aprire un dibattito ed uno spazio di riflessione, che continuer&agrave; a manifestarsi ben presto in incontri e momenti di socialit&agrave;. Restate sintonizzati!<span id="more-69"></span>
</p>
<div align="center">
<span style="font-size: medium"><strong>MITO N&deg;1: LA RETE NON PUO&#8217; ESSERE CONTROLLATA</strong></span>
</div>
<p>
Nasce da due credenze:
</p>
<ol>
<li>Che i principi dell&#8217;ordinamento liberaldemocratico americano si traslino automaticamente nelle pratiche e nello &quot;spirito della rete&quot;</li>
<li>Che l&#8217;architettura di rete sia di per s&eacute; refrattaria alla censura</li>
</ol>
<p>
<br />
In realt&agrave;, con la guerra al terrorismo, i principi liberaldemocratici hanno lasciato il passo alla legislazione d&#8217;emergenza sulla sicurezza nazionale in USA, che si sta rivolgendo verso il modello cinese per quanto riguarda il controllo sulla rete. Rispetto invece alla seconda credenza, nei primi anni &#8217;90 gli utenti della rete ne conoscevano il codice, plasmandone l&#8217;architettura sulle proprie esigenze. Oggi solo una piccola parte degli utenti della rete conosce il codice, sempre pi&ugrave; in mano ad imprese e governi che collaborano nel modellare l&#8217;architettura di rete in una prospettiva sempre pi&ugrave; commerciale e securitaria.</p>
<p>Nonostante il declino attuale della forma-Stato, le imprese si rivolgono ad essa su una sorta di &quot;mercato della legislazione&quot;, cos&igrave; da tutelare i propri affari dopo aver soppesato costi e benefici riguardo all&#8217;operare o meno in un dato Stato. Esempio principe &egrave; quello di Yahoo e Google che, nonostante fossero soggetti alle leggi statunitensi e potessero farlo valere, si sono sottoposti alle leggi cinesi pur di tutelare i propri investimenti in quel paese.</p>
<p>Per Formenti &egrave; in corso una &quot;balcanizzazione&quot; di internet, a causa di tre eventi concorrenti:<br />
A) &quot;Rinazionalizzazione&quot; di internet, con l&#8217;aumento del numero di utenti non occidentali e la moltiplicazione di pagine e servizi in lingua a loro dedicati, in grado inoltre di venire in contro ad esigenze etniche e culturali specifiche.</p>
<p>B) Geoidentificazione statale securitaria, come avviene con il Great Firewall of China: un&#8217;infrastruttura che &#8211; oltre a rappresentare un formidabile mezzo di controllo sociale &#8211; essendo stata mutuata dalle piattaforme progettate ed utilizzate delle imprese occidentali per la profilazione commerciale, ne mantiene tale funzione per sostenere lo sviluppo dell&#8217;economia cinese.</p>
<p>C) Controllo statale sulle sedi fisiche dei nuovi intermediari (Google,Ebay, ecc.)</p>
<p>A fronte delle potenziali minacce per la libert&agrave; di navigazione ed espressione in rete ventilate da questi fenomeni, si potrebbe controbattere che pratiche liberatorie come lo scambio di file a mezzo P2P non siano state stroncate, nonostante le feroci campagne legali delle major e la legislazione statale; ma Formenti sostiene che l&#8217;obiettivo di una legge non &egrave; razionalmente quello di eliminare un dato fenomeno, bens&igrave; di contenerlo entro limiti accettabili. Quindi, se il P2P non &egrave; stato stroncato completamente (come voleva la vecchia industria delle major), &egrave; stato ridimensionato abbastanza da permettere lo sviluppo del filesharing commerciale e legale.</p>
<p>Conclusione: la depoliticizzazione del &quot;diritto&quot; di internet spiana la strada alla sua privatizzazione: non sono pi&ugrave; gli utenti ad ottenere l&#8217;autonomia dai governi, ma le imprese. Ci&ograve; determina un contesto in cui i modelli contrattuali soppiantano le convenzioni internazionali, aprendo la strada ad un &quot;capitalismo senza propriet&agrave;&quot; e ad una democrazia di impostazione censitaria, cio&eacute; discriminante in base alla ricchezza dei cittadini.<br />
Contro tutto ci&ograve;, occorre rivendicare la legittimit&agrave; di produzione di diritto autonomo da parte degli utenti, a partire dalle pratiche di mediazione e composizione dei conflitti in rete.</p>
<div align="center">
<span style="font-size: medium"><strong>MITO N&deg;2: LA TRASPARENZA E&#8217; SEMPRE BUONA</strong></span>
</div>
<p>
La trasparenza tra potere e cittadini &egrave; fortemente asimmetrica; storicamente, la diffusione dei media ha messo in crisi la privacy ad ogni nuovo passaggio, fino ad arrivare alla trasparenza &quot;assoluta&quot; del web.<br />
Il mercato invita a barattare la privacy con la comodit&agrave;; lo stato invita a barattare la privacy con la sicurezza.</p>
<p>Proteggere il corpo elettronico &egrave; diverso e pi&ugrave; difficile rispetto al corpo reale; &egrave; possibile solo tramite strumenti tecnici e giuridici in grado di &quot;garantire il godimento di una serie di nuovi diritti come il diritto di conoscere chi, come e perch&eacute; possiede dati che ci riguardano &#8211; e di controllare l&#8217;uso che ne viene fatto; il diritto alla rettifica o cancellazione di dati falsi, illegittimamente raccolti, detenuti oltre i termini previsti; il diritto di effettuare le proprie scelte di vita al riparo dal controllo pubblico e senza dover subire alcun tipo di stigmatizzazione sociale; il &quot;diritto all&#8217;oblio&quot; nei confronti di atti, idee o opinioni che hanno caratterizzato la nostra personalit&agrave; in passato e che oggi non condividiamo pi&ugrave; [...]; il diritto di costruire liberamente la nostra sfera privata; il diritto a &quot;non essere semplificato, trasformato in oggetto, valutato fuori dal contesto&quot;.&quot;<br />
La difesa di questi diritti da parte dei progressisti &egrave; difficile per due motivi:
</p>
<ol>
<li>Retaggio borghese dell&#8217;istituzione della privacy, che in ci&ograve; viene vista da alcuni come estensione della propriet&agrave; privata e da altri come succube/soccombente alle ragioni del mercato.</li>
<li>Compenetrazione tra sorvegliati e sorveglianti (a causa dell&#8217;esibizionismo dei primi, come testimonia il fenomeno dei reality, e dell&#8217;esasperazione del ruolo dei secondi), senza peraltro che venga meno il bisogno, in talune situazioni, di &quot;vedere e non essere visti&quot;.</li>
</ol>
<p>
In questo, i media dal basso esercitano pressione sul potere affinch&eacute; questo si &quot;apra&quot;, fornendo proprie rappresentazioni sul web (vedi discorsi politici su YouTube, blog, ecc.); tuttavia queste finestre vengono fruite solo da minoranze attive e connesse, in diversi casi per pura curiosit&agrave; sulla vita privata dei politici (che assecondano questa curiosit&agrave; nei video in cui intermezzano proposte politiche a stralci di vissuto quotidiano).</p>
<p>L&#8217;ideologia della trasparenza &egrave; sostenuta dalla &quot;vetrinizzazione&quot;, la necessit&agrave; di rendere visibile 24 ore su 24 il proprio corpo/lavoro per ottenere riconoscimento sociale da parte degli altri, per &quot;non essere soli&quot;.</p>
<p>In questo, la blogosfera (da intendersi non come comunit&agrave; omogenea, bens&igrave; come piattaforma condivisa da diversi gruppi culturali, politici, sociali&#8230;) si presenta come esibizionista ed autoreferenziale (non professionalizzante, in quanto c&#8217;&egrave; un&#8217;opera di verifica delle fonti molto minore di quanto non si creda): c&#8217;&egrave; poca informazione originale autoprodotta, molta informazione rielaborata, moltissima informazione personale, a cui le corporation fanno riferimento per vendere i propri prodotti e scongiurarne recensioni negative. Alcuni autori esaltano l&#8217;approccio personale/autobiografico/dilettantistico dei nuovi blogger, ritenendolo in grado di superare sia l&#8217;impostazione comunicativa dei vecchi media che quella del blogger &quot;impegnato&quot;, che ignora l&#8217;attuale commistione tra spazio pubblico e privato e cerca di confutare le posizioni dei vecchi media con il loro linguaggio.</p>
<p>In realt&agrave;, l&#8217;autocostruzione di identit&agrave; che i nuovi blogger fanno di s&eacute; non pu&ograve; essere avulsa dalla dipendenza dai fattori sociali a cui &egrave; soggetta non appena inizia a definirsi nel concreto: la &quot;soggettivizzazione biografica&quot; riduce il potenziale conflittuale delle forme di socialit&agrave; in rete nel momento in cui legittima la vetrinizzazione/cultura esibizionista e cancella il confine tra pubblico e privato.<br />
La posizione anarco-liberale, che vede la sfera pubblica come approdo automatico del discorso individuale (in accordo con le possibilit&agrave; del mezzo tecnologico e le pratiche comunicative ad esso annesse) non fa i conti con gli automatismi ed i filtri che i nuovi intermediari (es. Google, ma anche il tecnocontrollo statale) applicano sulle possibilit&agrave; di conseguire rilevanza pubblica delle opinioni personali.</p>
<div align="center">
<strong><span style="font-size: medium">MITO N&deg;3: LO SCIAME E&#8217; SEMPRE INTELLIGENTE</span></strong>
</div>
<p>
Altri miti associati al &quot;dio rete&quot; degli anarco-liberali (allo stesso modo delle &quot;virt&ugrave;&quot; del &quot;dio-mercato&quot; per i liberali):</p>
<p><u>1) INTERNET LIMITERA&#8217; L&#8217;INEGUAGLIANZA NELL&#8217;ACCESSO ALLE INFORMAZIONI</u></p>
<p>In realt&agrave; esiste il problema del digital divide, aggravato dalle pi&ugrave; complesse infrastrutture e competenze richieste per fruire del media internet rispetto ad altri come TV e cellulari. Persino negli USA solo un 40% della popolazione (in maggioranza bianco, maschio, istruito) pu&ograve;, in teoria, disporre delle infrastrutture necessarie per partecipare alla &quot;YouTube politics&quot;.</p>
<p><u>2) INTERNET AIUTA A SVILUPPARE DI PER SE&#8217; SENSO CRITICO E PARTECIPAZIONE</u></p>
<p>In realt&agrave;, in Italia i 2/3 della popolazione sono poco o per nulla preparati all&#8217;utilizzo di internet; il restante 1/3 si divide equamente tra &quot;technofan&quot; (verso cui si evolvono i 2/3 sopracitati), cio&eacute; consumatori poco critici di gadget tecnologici, ed &quot;eclettici&quot;, dotati di cultura e criticit&agrave;: si prospetta un &quot;cultural divide&quot; in cui questi ultimi resterebbero una minoranza.</p>
<p><u>3) INTERNET E&#8217; UNA COMUNITA&#8217; ORIZZONTALE DOVE TUTTI POSSONO FAR PESARE UGUALMENTE LE PROPRIE OPINIONI</u></p>
<p>Internet non &egrave; una rete casuale, in cui vi &egrave; comunicazione paritaria da nodo a nodo; in internet alcuni attori concentrano le connessioni di altri, come opinion leader virtuali. Molti di questi sono avvantaggiati dall&#8217;essere da maggior tempo in rete rispetto agli altri, e dalla reputazione accumulata offline, condizione che rende impossibile la parit&agrave; delle condizioni iniziali.</p>
<p>Le imprese sopravvissute alla bolla delle dot com condividono quattro caratteristiche comuni:
</p>
<ul>
<li>si concentrano sull&#8217;offerta di servizi piuttosto che su quella di pacchetti software</li>
<li>usano il web come architettura di partecipazione e non solo di comunicazione e distribuzione di prodotti, informazioni e conoscenze</li>
<li>elaborano efficienti strategie di sfruttamento dell&#8217;intelligenza collettiva dei propri utenti</li>
<li>adottano modelli di business che sfruttano la creativit&agrave; fondata sul remixing di oggetti culturali preesistenti</li>
</ul>
<p>
<br />
Con la digitalizzazione di saperi ed espressioni artistiche pu&ograve; diventare realt&agrave; lo sfruttamento della &quot;coda lunga&quot;, rispetto cui i siti web 2.0 fungono da filtro delle &quot;reali&quot; preferenze degli utenti; la messa a lavoro non retribuita dell&#8217;intelligenza collettiva di questi si manifesta in categorizzazioni (folksonomies), preferenze aggregate, recensioni e consigli per gli acquisti. Ci&ograve; sul piano economico. Su quello qualitativo, cuore dell&#8217;ideologia della &quot;saggezza delle folle&quot;, esistono quattro altri miti:<br />
<u><br />
1) SUPERIORITA&#8217; DEL MODELLO DI PRODUZIONE OPEN SOURCE</u></p>
<p>In realt&agrave; i progetti open di punta sono riservati a pochi programmatori, e gestiti su modelli organizzativi sempre pi&ugrave; aziendali e sempre meno comunitari.</p>
<p><u>2) QUALITA&#8217; DI PROGETTI COLLABORATIVI COME WIKIPEDIA</u></p>
<p>Wikipedia ha attraversato diversi periodi di crisi, per uscire dai quali &egrave; dovuta ricorrere all&#8217;adozione di filtri e gerarchie per il controllo di qualit&agrave;: allo stesso modo delle regolamentazioni storiche operate nei confronti del libero mercato, torna la &quot;mano visibile&quot; della politica rispetto alla &quot;mano invisibile&quot; della rete.</p>
<p><u>3) CAPACITA&#8217; DI AUTOREGOLAZIONE DEI BLOG</u></p>
<p>In realt&agrave;, le flame war hanno spinto alcuni blogger a richiedere ai propri utenti di attenersi a linee guida di comportamento formali; oltretutto, il giudizio dettato dalla &quot;saggezza delle folle&quot; non sempre procede da fatti oggettivi, ma piuttosto richiama nostalgie di controllo comunitario sui comportamenti individuali.</p>
<p><u>4) VALIDITA&#8217; DEGLI AUTOMATISMI DI RETE</u></p>
<p>Meccanismi come il PageRank di Google conducono ad una classificazione dei siti non paritaria ma filtrata in base al numero di link ad essi, cosa che non ne rispecchia la qualit&agrave;, bens&igrave; la popolarit&agrave;: e le scelte compiute fondandosi sulla popolarit&agrave; non portano alla democrazia, ma alla dittatura della maggioranza. Oltretutto Google sostiene l&#8217;open per ricavare profitto dalla profilazione della coda lunga.
</p>
<p>
In sintesi:<br />
<strong></strong>
</p>
<p>
<strong>Lotta alla vecchia propriet&agrave; intellettuale -&gt; Diritto al &quot;remixing&quot; -&gt; Capacit&agrave; di personalizzazione -&gt; Web 2.0 -&gt; Sfruttamento della coda lunga.</strong>
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_69 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/07/cybersoviet-utopie-postdemocratiche-e-nuovi-media/">Cybersoviet: utopie postdemocratiche e nuovi media</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/07/cybersoviet-utopie-postdemocratiche-e-nuovi-media/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Info Enclosure 2.0 &#8211; di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 22:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/</guid>
		<description><![CDATA[Storicamente, il fenomeno delle enclosures ha rappresentato un momento chiave della transizione dall&#8217;economia agraria a quella industriale:nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;700, recintare privatizzandole le terre comuni (i commons per antonomasia) non significava solo imporre un sistema di diritti di propriet&#224;, ma anche creare un esercito di disoccupati &#8211; i contadini la cui sussistenza dipendeva dal libero [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Storicamente, il fenomeno delle enclosures ha rappresentato un momento chiave della transizione dall&#8217;economia agraria a quella industriale:nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;700, recintare privatizzandole le terre comuni (i commons per antonomasia) non significava solo imporre un sistema di diritti di propriet&agrave;, ma anche creare un esercito di disoccupati &#8211; i contadini la cui sussistenza dipendeva dal libero accesso a quelle terre &#8211; pronto a riversarsi nelle citt&agrave; e ad accettare condizioni di vita e lavoro degradanti, oltre a qualsiasi miseria graziosamente concessa dai nuovi padroni dell&#8217;industria, pur di sfuggire allo spettro della fame.&nbsp; </p>
<p>Contrariamente alla retorica neoliberista, questa ci appare come la vera &quot;Tragedy of Commons&quot;, che duecento anni dopo puntualmente si ripresenta come farsa, o amara ironia della sorte, se consideriamo il carattere apparentemente speculare e gli obiettivi delle nuove enclosures del cyberspazio, e della nuova manodopera che le subisce.</p>
<p>Infatti, con un altro parallelo, se fino allo scoppio rovinoso della bolla della New Economy delocalizzazione voleva dire riposizionamento del capitale fisso, chiudendo impianti produttivi nei paesi a capitalismo avanzato &#8211; ad alto tasso di conflittualit&agrave; in fabbrica e a compiuta formalizzazione dei diritti dei lavoratori &#8211; e spostandoli in altri dove il lavoro veniva (e viene) disciplinato dallo schiavismo e dalla coercizione, nella terra promessa (per gli imprenditori) del Web 2.0, delocalizzazione vuol dire riposizionamento del capitale umano sfruttabile, da una fascia ristretta di professionisti istruiti e remunerati &#8211; che avevano modellato in relativa autonomia la prima internet sui propri bisogni e desideri &#8211; ad una massa di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prosumer" target="_blank">prosumer</a>-dilettanti, inconsapevoli della messa a valore,della inforecinzione del proprio tempo libero e delle proprie passioni operata dei nuovi infolatifondisti. Con la differenza, rispetto a fine &#8217;700, che non &egrave; il tozzo di pane per sopravvivere la miseria da questi ultimi elargita ma la sensazione, sempre inesausta e bisognosa di riscontri, data agli internauti di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/31/orgoglio-e-gloria-del-web-2.0-un-saggio-di-geert-lovink" target="_blank">essere riusciti a gratificare s&eacute; stessi</a>.</p>
<p>Ovviamente ci&ograve; non pu&ograve; avvenire senza ingenti investimenti in infrastrutture, sia di comunicazione che di storaggio, che catturino nelle loro maglie la mole pi&ugrave; ampia possibile di dati e creazioni personali, da cui ricavare trend per proporre adeguati servizi a pagamento. Un numero sempre crescente di esse viene progettato al fine di privilegiare la circolazione di beni digitali e servizi in rete consumati in conformit&agrave; con le regole del capitale rispetto agli altri. E la pi&ugrave; generale prospettiva di una internet asincrona &#8211; che gi&agrave; vediamo nella <a href="http://www.antidigitaldivide.org/modules.php?op=modload&amp;name=News&amp;file=article&amp;sid=580" target="_blank">banda di telecom elargita a due velocit&agrave;</a>, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/04/switzerland-come-testare-la-neutralit-del-proprio-isp" target="_blank">nei blocchi contro il P2P di Comcast</a>, e <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/11/save-the-internet-un-video-sulla-net-neutrality" target="_blank">nelle campagne in favore di corsie preferenziali per la distribuzione di contenuti in rete</a> &#8211; &egrave; solo l&#8217;ultimo tassello, la pietra tombale, l&#8217;istituzionalizzazione definitiva di questo disegno di controllo del cyberspazio.</p>
<p>Il contributo di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick che segue completa <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi" target="_blank">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright</a>, da noi recentemente tradotto in italiano.</p>
<p>Ricostruisce i passaggi di aggregazione attorno al Web 2.0 di un immaginario capitalista; di come questo abbia vampirizzato, distrutto, e riassemblato attorno alle proprie esigenze l&#8217;economia delle dot com, e disperso la classe dei lavoratori della conoscenza che le alimentava; di come il processo di creazione di valore sotteso al Web 2.0 si basi su media effimeri come sensazionalismo, tormentoni e marketing emozionale; di come parallelamente rappresenti una chive di volta nel contrattacco e nella normalizzazione dall&#8217;alto sia verso il fenomeno P2P sia verso quella neutralit&agrave; che ha sempre caratterizzato la rete fin dalle sue origini, riproponendo infrastrutture e modelli di distribuzione di beni e servizi digitali centralizzati ( e per questo facilmente controllabili e censurabili ); evidenziando in sintesi come di fatto il modello comunicativo del tanto decantato secondo web, rappresenti a tutti gli effetti uno strumento paradigmatico di controllo biopolitico volto all&#8217;esproprio ed all&#8217;imbrigliamento dell&#8217;intelligenza collettiva grazie a meccanismi e dispositivi di sfruttamento estensivo e di perenne messa al lavoro di un&#8217;intera societ&agrave;, calata in modo brutale nel ciclo vertiginoso di crisi e ristrutturazione del Capitale.</p>
<p>Buona lettura e buon 2009 da parte di tutto il collettivo di IFF!<span id="more-55"></span>
</p>
<div align="right">
<span style="font-size: medium"><strong><span>InfoEnclosure 2.0</span></strong></span>
</div>
<div align="right">
di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick
</div>
<p>
<a href="http://telekommunisten.net/InfoEnclosure-2.0" target="_blank">LINK ORIGINALE</a>&nbsp;
</p>
<p>
Wikipedia dice che il &quot;Web 2.0, una frase coniata da O&#8217;Reilly Media nel 2004, si riferisce ad una presunta seconda generazione di servizi internet &quot; come siti di social networking, wiki, strumenti di comunicazione, e &#8216;folksonomies&#8217; &quot; che enfatizzano la collaborazione online e lo sharing tra gli utenti.&quot;</p>
<p>E&#8217; da notare l&#8217;utilizzo della parola &quot;presunta&quot;. Come probabilmente Wikipedia, la pi&ugrave; grande opera collaborativa della storia ed uno degli attuali beniamini della comunit&agrave; di internet, dovrebbe sapere. A differenza di molti dei membri della generazione del Web 2.0, Wikipedia &egrave; controllata da una fondazione no-profit, percepisce reddito solo tramite donazioni e rilascia i suoi contenuti sotto la GNU Free Documentation License, in copyleft. E&#8217; significativo che Wikipedia continui a dire: &quot;il Web 2.0 &egrave; divenuto un popolare tormentone ( sebbene maldefinito e spesso soggetto a critica) in determinate comunit&agrave; tecniche e di marketing.&quot;</p>
<p>La comunit&agrave; del free software &egrave; stata incline al sospetto, se non apertamente sprezzante, nei confronti del nomignolo Web 2.0. Tim Berners-Lee liquid&ograve; l&#8217;espressione affermando: &quot;Il Web 2.0 &egrave; certamente un&#8217;espressione gergale, nessuno nemmeno sa cosa significhi.&quot; E continua, notando che: &quot;significa utilizzare gli standard che sono stati prodotti da tutta la gente al lavoro sul Web 1.0.&quot;</p>
<p>In realt&agrave; non c&#8217;&egrave; n&eacute; un Web 1.0 n&eacute; un Web 2.0, c&#8217;&egrave; uno sviluppo costante di applicazioni online che non pu&ograve; essere chiaramente delimitato.</p>
<p>Nel tentativo di definire cosa sia il Web 2.0, &egrave; pacifico dire che molti degli sviluppi importanti sono stati mirati a permettere alla comunit&agrave; di creare, modificare, e condividere contenuti in modalit&agrave; precedentemente disponibili solamente ad organizzazioni centralizzate che disponevano di costosi pacchetti software, dipendenti pagati per gestire gli aspetti tecnici del sito e dipendenti pagati per creare contenuti solitamente pubblicati esclusivamente sul sito dell&#8217;organizzazione stessa.</p>
<p>Un&#8217;azienda Web 2.0 cambia fondamentalmente il modo di produzione dei contenuti internet. Web application e servizi sono divenuti pi&ugrave; economici e facili da implementare e, permettendo l&#8217;accesso a queste applicazioni da parte degli utenti finali, un&#8217;azienda pu&ograve; efficacemente esternalizzare la creazione e l&#8217;organizzazione dei propri contenuti agli utenti finali stessi. Contrariamente al modello tradizionale del provider di contenuti che provvede a pubblicare gli stessi, con l&#8217;utente finale ad usufruirne, il nuovo modello permette al sito dell&#8217;azienda di fungere da portale centralizzato tra gli utenti, che sono sia creatori che consumatori.</p>
<p>Per l&#8217;utente, l&#8217;accesso a queste applicazioni aumenta la propria capacit&agrave; di creare e pubblicare contenuti che in precedenza gli avrebbero richiesto l&#8217;acquisto di software per il desktop ed il possesso di un bagaglio di conoscenze tecnologiche maggiore. Ad esempio, due dei principali mezzi di produzione testuale nel Web 2.0 sono i blog ed i wiki che permettono all&#8217;utente di creare e pubblicare contenuti direttamente dal loro browser senza alcun bisogno reale di conoscere i linguaggi di markup ed i protocolli di file transfer o syndication,tutto ci&ograve; senza la necessit&agrave; di acquistare alcun software.</p>
<p>L&#8217;utilizzo delle web application per sostituire il software su desktop &egrave; ancora pi&ugrave; significativa per l&#8217;utente quando si tratta di contenuto che non sia meramente testuale. Non solo si possono creare e modificare pagine web nel browser senza acquistare software di editing html, ma le fotografie possono essere uploadate e manipolate online attraverso il browser stesso, senza la necessit&agrave; di costose applicazioni desktop di manipolazione delle immagini. Una ripresa video su videocamera domestica pu&ograve; essere inviata ad un sito di video hosting, caricata, codificata, implementata in una pagina HTML, pubblicata, taggata, e ridiffusa per il web, tutto tramite il browser dell&#8217;utente.</p>
<p>Nell&#8217;articolo di Paul Graham sul Web 2.0, l&#8217;autore scompone i differenti ruoli della comunit&agrave;/utente in ruoli pi&ugrave; specifici, vale a dire il Professionista, il Dilettante, e l&#8217;Utente (pi&ugrave; nello specifico, l&#8217;utente finale). I ruoli del Professionista e dell&#8217;Utente erano, secondo Graham, ben compresi nel Web 1.0, ma il Dilettante non aveva una posizione molto ben definita. Come Graham lo descrive in &quot;What Business Can Learn From Open Source&quot;, il Dilettante ama semplicemente lavorare, senza alcuna preoccupazione per il compenso o la propriet&agrave; di quell&#8217;opera; in fase di sviluppo, il Dilettante contribuisce al software open source, laddove il Professionista viene pagato per il proprio lavoro proprietario.</p>
<p>La caratterizzazione del &quot;Dilettante&quot; da parte di Graham ne ricorda una di If I Ran The Circus, del Dr. Seuss, in cui il giovane Morris McGurk parla dello staff del suo immaginario Circo McGurkus:</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>*</strong> <br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; I miei lavoratori amano lavorare. Dicono, &quot;Mettici al lavoro! Per favore, mettici al lavoro! Lavoreremo ed escogiteremo cos&igrave; tante sorprese da non vederne nemmeno la met&agrave; anche con quaranta occhi!?</p>
<p>E, mentre il &quot;Web 2.0&quot; potrebbe non significare niente per Tim Berners-Lee, che vede le innovazioni recenti come niente pi&ugrave; che sviluppo progressivo del web, per i venture capitalists, che come Morris McGurk fantasticano di lavoratori instancabili che producono contenuti inesauribili senza richiedere per ci&ograve; una paga, suona stupendo. E senza dubbio, da YouTube a Flickr fino a Wikipedia, davvero non se ne vedrebbe la met&agrave; nemmeno con quaranta occhi.</p>
<p>Tim Berners-Lee ha ragione. Non c&#8217;&egrave; nulla dal punto di vista del tecnico o dell&#8217;utente nel Web 2.0 che non abbia le proprie radici nel Web 1.0 e non ne sia un&#8217;evoluzione naturale. La tecnologia associata all&#8217;icona del Web 2.0 era possible ed in alcuni casi gi&agrave; disponibile anzitempo, ma l&#8217;hype che ne circonda quest&#8217;utilizzo &egrave; stato di certo influenzato dalla crescita dei siti internet di Web 2.0.</p>
<p>Internet (che, in realt&agrave;, rappresenta pi&ugrave; che il web) ha sempre implicato la condivisione tra utenti. Di fatto, Usenet, un sistema di messaging distribuito, &egrave; funzionante dal 1979! Da molto prima persino del Web 1.0, Usenet ha ospitato discussioni, giornalismo &quot;dilettantistico&quot;, e permesso la condivisione di foto e file. Come internet, &egrave; un sistema distribuito non posseduto o controllato da nessuno. E&#8217; questa qualit&agrave;, una mancanza di propriet&agrave; e di controllo centrale, che differenzia servizi come Usenet dal Web 2.0.</p>
<p>Se Web 2.0 deve proprio significare qualcosa, il suo significato ricade nella logica del venture capital. Il Web 2.0 rappresenta il ritorno degli investimenti nelle start-up di internet. Dopo lo scoppio delle dotcom (la vera fine del Web 1.0) quegli ammiccanti dollari-investimento avevano bisogno di una nuova ragione per scommettere sulle imprese online. &quot;Costruitele ed arriveranno&quot;, l&#8217;atteggiamento dominante del boom delle dotcom anni &#8217;90, assieme all&#8217;effimera &quot;new economy&quot;, non era pi&ugrave; attraente dopo il fallimento di tante imprese. Costruire infrastruttura e finanziare capitalizzazione reale non era pi&ugrave; quello che cercavano gli investitori. Catturare valore creato da altri, tuttavia, si dimostr&ograve; rappresentare una proposizione pi&ugrave; attraente.</p>
<p>Web 2.0 &egrave; il Boom degli Investimenti Internet 2.0. Web 2.0 &egrave; un modello di business, vuol dire cattura privata di valore creato della comunit&agrave;. Nessuno nega che la tecnologia di siti come YouTube, ad esempio, sia banale. Questo &egrave; pi&ugrave; che evidenziato dall&#8217;ampio numero di servizi identici come DailyMotion. Il valore reale di YouTube non &egrave; creato dagli sviluppatori del sito, ma piuttosto viene creato dalle persone che caricano i video sul sito. Eppure, quando YouTube &egrave; stato comprato per oltre un miliardo dello stock di azioni di Google, quanto di questo stock &egrave; stato acquisito da quelli che avevano creato tutti questi video?<br />
Zero. Zilch. Nada. Ottimo, se sei il gestore di un&#8217;azienda Web 2.0.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>*</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il valore prodotto dagli utenti di servizi Web 2.0 come YouTube viene catturato dagli investitori capitalisti. In alcuni casi, l&#8217;effettivo contenuto che apportano alimenta la propriet&agrave; dei detentori del sito. L&#8217;appropriazione privata del valore creato da una comunit&agrave; &egrave; un tradimento delle promesse della tecnologia di condivisione e della libera cooperazione.</p>
<p>A differenza del Web 1.0, in cui gli investitori spesso finanziavano costose acquisizioni di capitale, sviluppo software e creazione di contenuti, un investitore del Web 2.0 ha bisogno principalmente di finanziare la generazione di hype, marketing e chiacchiericcio. L&#8217;infrastruttura &egrave; largamente disponibile a buon mercato, il contenuto &egrave; gratuito ed il costo del software, almeno di quanto di esso non sia anche gratuito, &egrave; trascurabile. Di base, fornendo banda e spazio su disco potete diventare un sito internet di successo, se siete in grado di vendervi efficacemente.</p>
<p>Il successo principale di un&#8217;azienda Web 2.0 arriva dal suo relazionarsi alla comunit&agrave; e, pi&ugrave; nello specifico, dall&#8217;abilit&agrave; dell&#8217;azienda di &quot;imbrigliare l&#8217;intelligenza collettiva&quot;, per come la mette O&#8217;Reilly. Le aziende del Web 1.0 erano troppo monolitiche ed unilaterali nel proprio approccio al contenuto. &quot;Success stories&quot; nella transizione dal Web 1.0 al Web 2.0 si sono basate sulla capacit&agrave; di un&#8217;azienda di rimanere monolitica nel suo brand contenutistico o, ancora meglio, nella sua aperta propriet&agrave; di quel contenuto, dischiudendo allo stesso tempo il metodo di creazione di quel contenuto alla comunit&agrave;. Yahoo! cre&ograve; un portale verso il contenuto della comunit&agrave;, mentre il rinvenimento di quel contenuto restava compito del motore centralizzato. EBay permette alla comunit&agrave; di vendere le sue merci, mentre essa possiede il mercato di quelle merci. Amazon, vendendo gli stessi prodotti di molti altri siti, ha ottenuto successo permettendo alla comunit&agrave; di partecipare al &quot;flusso&quot; attorno ai propri prodotti.</p>
<p>Dato che i capitalisti che investono nelle start-up del Web 2.0 spesso non ne finanziano la prima capitalizzazione, il loro comportamento diventa peraltro marcatamente parassitario. Arrivano spesso in ritardo nel processo, quando la creazione di valore ha una buona spinta, e vi si inseriscono per assumerne la propriet&agrave; ed utilizzare il proprio potere finanziario per promuovere il servizio, spesso entro il contesto di una rete egemonica di importanti e ben finanziati partner. Ci&ograve; significa che le aziende che non siano acquisite da capitale di ventura finiscono a corto di liquidit&agrave; e vengono estromesse dal club.</p>
<p>In tutti questi casi, il valore del sito internet non &egrave; creato dai dipendenti pagati dell&#8217;azienda che lo gestisce, ma dagli utenti che ne usufruiscono. Con tutta l&#8217;enfasi sul contenuto creato dalla comunit&agrave; e dalla condivisione, &egrave; facile lasciarsi sfuggire l&#8217;altro lato dell&#8217;esperienza del Web 2.0: propriet&agrave; di tutto questo contenuto e capacit&agrave; di monetizzarne il valore. Per l&#8217;utente ci&ograve; non si mostra tanto spesso, fa solo parte dei bei caratteri nei loro MySpace Terms of Service agreement, oppure &egrave; il Flickr.com nell&#8217;indirizzo url delle loro foto. Di solito, non appare come un problema per la comunit&agrave;, &egrave; un piccolo prezzo da pagare per l&#8217;utilizzo di queste meravigliose applicazioni e per il notevole effetto sui risultati dei motori di ricerca quando si ricerca il proprio nome. Dato che la maggior parte degli utenti non ha accesso a mezzi alternativi di produrre e pubblicare i loro stessi contenuti, sono attratti da siti come MySpace e Flickr.</p>
<p>Nel frattempo, il mondo aziendale stava spingendo un&#8217;idea completamente diversa della Superstrada dell&#8217;Informazione, producendo &#8216;servizi online&#8217; monolitici e centralizzati come CompuServe, Prodigy ed AOL. Ci&ograve; che divideva questi da internet &egrave; che questi erano sistemi centralizzati a cui tutti gli utenti si connettevano direttamente &#8211; mentre internet &egrave; una rete peer-to-peer in cui ogni dispositivo con un indirizzo internet pubblico pu&ograve; comunicare in modo diretto con ogni altro dispositivo. Questo &egrave; ci&ograve; che rende possibile la tecnologia peer-to-peer, ma anche ci&ograve; che rende possibili gli internet service provider.</p>
<p>Si dovrebbe aggiungere che molti progetti open source possono essere citati come le innovazioni chiave nello sviluppo del Web 2.0: software liberi come Linux, Apache, PHP, MySQL, Python, etc. sono la spina dorsale del Web 2.0, e del web stesso. Ma c&#8217;&egrave; un difetto fondamentale in tutti questi progetti, nei termini di ci&ograve; a cui O&#8217;Reilly si riferisce come le Core Competencies delle Aziende Web 2.0, cio&eacute; il controllo su di fonti di dati uniche e difficili da ricreare, che si arricchiscono man mano che pi&ugrave; persone le utilizzano&nbsp; &quot;imbrigliando l&#8217;intelligenza collettiva&quot; che attirano. Permettere alla comunit&agrave; di contribuire apertamente e di utilizzare quel contributo, entro il contesto di un sistema proprietario in cui il possidente controlli il contenuto, &egrave; una caratteristica di un&#8217;azienda Web 2.0 di successo. Tuttavia, permettere alla comunit&agrave; di possedere quello che crea, non lo &egrave;. Quindi, per avere successo e creare profitti per gli investitori, un&#8217;azienda Web 2.0 ha bisogno di creare meccanismi di condivisione e collaborazione che siano controllati centralmente. La mancanza di controllo centrale esperita da Usenet ed altre tecnologie controllate da pari &egrave; il difetto fondamentale. Beneficiano di esse solo i loro utenti, non gli investitori assenti, dato che non sono &quot;possedute&quot;.</p>
<p>Quindi, dato che il Web 2.0 &egrave; finanziato dal Capitalismo versione 2006, Usenet viene per lo pi&ugrave; dimenticata. Mentre tutti utilizzano Digg e Flickr, e YouTube vale un miliardo di dollari, PeerCast, un network innovativo di video streaming peer-to-peer in tempo reale, in attivit&agrave; da diversi anni in pi&ugrave; rispetto a YouTube, &egrave; virtualmente sconosciuto.</p>
<p>Da un punto di vista tecnico, le tecnologie distribuite e peer-to-peer(P2P) sono molto pi&ugrave; efficienti dei sistemi del Web 2.0. Facendo miglior utilizzo delle risorse di rete con l&#8217;impiego di computer connessioni di rete degli utenti, il P2P evita la formazione di colli di bottiglia creati da sistemi centralizzati e permette che il contenuto venga pubblicato con infrastrutture minori &#8211; spesso con nient&#8217;altro che un computer e la connessione internet domestica. I sistemi P2P non richiedono i colossali centri dati di siti come YouTube. La mancanza di infrastruttura centrale si manifesta anche con una mancanza di controllo centrale &#8211; vale a dire censura, spesso un problema di &#8216;comunit&agrave;&#8217; di propriet&agrave; privata che spesso si piegano a gruppi di pressione pubblici e privati ed impongono limitazioni sui tipi di contenuti permessi.<br />
Inoltre, la mancanza di grandi database centralizzati per l&#8217;incrocio di informazioni degli utenti racchiude un forte vantaggio in termini di privacy.</p>
<p>Da questa prospettiva, si pu&ograve; dire che il Web 2.0 sia l&#8217;attacco preventivo del capitalismo contro i sistemi P2P. Nonostante i suoi molti svantaggi rispetto a questi, il Web 2.0 &egrave; maggiormente attraente per gli investitori, e quindi ha pi&ugrave; capitali per finanziare e promuovere soluzioni centralizzate. Il risultato finale di tutto ci&ograve; &egrave; che l&#8217;investimento capitalista &egrave; fluito nelle soluzioni centralizzate rendendole di semplice ed economica o gratuita adozione per produttori di informazione privi di competenze tecniche. In tal modo questa facilit&agrave; di accesso, paragonata all&#8217;intraprendere l&#8217;impresa maggiormente stimolante e costosa di possedere i propri mezzi di produzione di informazione, ha creato un proletariato informazionale &quot;senza terra&quot;, pronto a fornire manodopera alienata ai fini di creazione di contenuti per i nuovi info-latifondisti del Web 2.0.</p>
<p>Viene spesso detto che internet ha colto di sorpresa il mondo aziendale, sbucando come fece da universit&agrave; finanziate con soldi pubblici e dalla ricerca militare. Fu promossa per mezzo di un&#8217;industria a domicilio di piccoli internet service provider indipendenti in grado di spremere soldi dalla fornitura di accesso alla rete costruita e finanziata dallo stato.</p>
<p>Internet sembrava un anatema per l&#8217;immaginario capitalista. Il Web 1.0, il boom originario delle dotcom, fu caratterizzato da una corsa al controllo dell&#8217;infrastruttura, per consolidare gli internet service provider indipendenti. Mentre il denaro veniva sperperato abbastanza a caso, laddove gli investitori si scervellavano per capire per cosa questo media potesse effettivamente essere utilizzato, la missione complessiva ottenne un ampio successo. Nel 1996, un account internet vi era molto probabilmente fornito da alcune piccole aziende locali. Dieci anni dopo, mentre alcune delle aziende pi&ugrave; piccole erano sopravvissute, la maggioranza della gente otteneva i propri accessi internet da<br />
colossali aziende di telecomunicazioni. La missione del Boom degli Investimenti Internet 1.0 era di distruggere i service provider indipendenti, e di reinstallare al comando grandi e ben finanziate aziende.</p>
<p>La missione del Web 2.0 &egrave; di distruggere l&#8217;aspetto P2P di internet. Di rendere voi, il vostro computer, e la vostra connessione internet dipendenti dall&#8217;allacciamento ad un servizio centralizzato che controlli la vostra capacit&agrave; di comunicare. Il Web 2.0 &egrave; la rovina dei sistemi liberi e peer-to-peer ed il ritorno dei monolitici &quot;servizi online&quot;.<br />
Qui, un dettaglio rivelatore &egrave; che la maggior parte delle connessioni internet domestiche o lavorative negli anni &#8217;90 &#8211; connessioni modem ed ISDN &#8211; fossero sincrone, uguali nella loro capacit&agrave; di inviare e ricevere dati. Per design, la vostra connessione vi permetteva di essere egualmente un produttore ed un consumatore di informazione. D&#8217;altro canto, le moderne connessioni DSL e via cavo sono asincrone, permettendovi di scaricare informazione velocemente, ma caricarne lentamente. Senza menzionare il fatto che molti contratti di servizi internet vi proibiscono di gestire server sul vostro circuito di consumatore, arrivando a staccarvi il servizio qualora facciate altrimenti.</p>
<p>Il capitalismo, radicato nell&#8217;idea di ricavare profitto per mezzo di una fetta di propriet&agrave; inattiva, richiede controllo centralizzato, senza il quale i produttori non avrebbero motivo di dividere il proprio reddito con azionisti esterni. Perci&ograve;, il capitalismo &egrave; incompatibile con le reti P2P libere, e quindi, fino a quando il finanziamento dello sviluppo di internet proverr&agrave; da azionisti privati alla ricerca di cattura di valore tramite il possesso di risorse su internet, la rete diverr&agrave; solamente pi&ugrave; limitata e centralizzata.</p>
<p>Si dovrebbe notare che, persino nel caso della produzione tra pari basata sui common, fino a quando i common e l&#8217;appartenenza al gruppo di pari sono limitati e gli input (come il cibo per i produttori ed i computer che utilizzano) sono acquisiti dall&#8217;esterno del gruppo di pari basato sui common, allora gli stessi produttori potrebbero essere complici nella cattura sfruttatrice di questo valore di manodopera.<br />
Quindi, al fine di affrontare realmente l&#8217;ineguale cattura di valore di lavoro alienato, l&#8217;accesso ai common e l&#8217;appartenenza al gruppo di pari devono essere estese quanto pi&ugrave; possibile, verso l&#8217;inclusione in un sistema completo di beni e servizi. Solo quando tutti i beni produttivi saranno disponibili dai produttori basati sui common, tutti i produttori potranno trattenere il valore del prodotto del loro lavoro.</p>
<p>E mentre i common informazionali possono avere la possibilit&agrave; di giocare un ruolo nello spostare la societ&agrave; verso modalit&agrave; di produzione pi&ugrave; inclusive, una qualunque speranza reale di una nuova generazione di servizi internet genuini e in grado di arricchire le comunit&agrave; non &egrave; radicata nella creazione di risorse centralizzate e detenute privatamente, ma piuttosto nella creazione di sistemi cooperativi, P2P e basati sui common, posseduti da tutti e da nessuno. Sebbene piccola ed oscura per gli standard odierni, con il suo focus su applicazioni peer-to-peer come Usenet ed email, la prima internet era una risorsa assai comune e condivisa. Assieme alla commercializzazione di internet ed all&#8217;emergenza del finanziamento capitalista arriva la recinzione dei common dell&#8217;informazione, traducendo ricchezze pubbliche in profitti privati. Quindi il Web 2.0. non deve essere pensato come una seconda generazione sia dello sviluppo tecnico che di quello sociale di internet, ma piuttosto come alla seconda onda della recinzione capitalista dei Common dell&#8217;Informazione.</p>
<p>Virtualmente tutte le risorse internet pi&ugrave; utilizzate possono essere sostituite da alternative P2P. Google potrebbe venire rimpiazzato da un sistema di ricerca P2P, in cui ogni browser ed ogni webserver sarebbero nodi attivi nel processo di ricerca; anche Flickr e YouTube potrebbero venire rimpiazzati da applicazioni del tipo di PeerCast ed eDonkey, che permettano agli utenti di utilizzare i propri computer e connessioni internet per condividere in modo collaborativo le proprie immagini e video. Tuttavia, sviluppare risorse internet richiede l&#8217;applicazione di ricchezza, e finch&eacute; la fonte di questa ricchezza consister&agrave; nel capitale finanziario, il grande potenziale peer-to-peer di internet rimarr&agrave; irrealizzato.
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_55 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/">Info Enclosure 2.0 &#8211; di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright  &#8211; Oltre il Copyleft, verso dei Commons Autonomi</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 01:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/</guid>
		<description><![CDATA[Fin dalla prima Info Free Flow, il dibattito sul copyleft ci ha sempre accompagnato nella nostra ricerca come naturale complemento della nostra critica al software proprietario: come strategia per costruire vie di fuga ed immaginari di conflitto rispetto all&#8217;insostenibile condizione di ingessamento di arti e saperi nelle spire di un sistema di propriet&#224; intellettuale escludente, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
<span style="font-size: small">Fin dalla prima <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2006/12/01/info-free-flow-1.0-dal-controllo-delle-informazioni-alle-strategie-di-resistenza-digitale" target="_blank">Info Free Flow</a>, il dibattito sul copyleft ci ha sempre accompagnato nella nostra ricerca come naturale complemento della nostra critica al software proprietario: come strategia per costruire vie di fuga ed immaginari di conflitto rispetto all&#8217;insostenibile condizione di ingessamento di arti e saperi nelle spire di un sistema di propriet&agrave; intellettuale escludente, eterodiretto e parassitario.</p>
<p>Al riproporsi sfinente di sempre nuove estensioni dei diritti di propriet&agrave; su opere di autori scomparsi da anni (quando non decenni) e delle continue crociate contro la &quot;pirateria multimediale&quot; abbiamo opposto la libert&agrave; di circolazione e riproduzione delle opere insita nelle licenze creative commons come, da una prospettiva pi&ugrave; informatica, ci siamo opposti alle chiusure del codice e alle implementazioni di una volont&agrave; di controllo spaziale e temporale delle modalit&agrave; di fruizione di beni informazionali come il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Digital_rights_management" target="_blank">DRM</a>; oggi, tuttavia, proseguiamo il nostro percorso in un panorama profondamente mutato.<br />
<span id="more-56"></span><br />
Allo stesso modo in cui le grandi software companies hanno sussunto pratiche ed orientamenti della cultura open &#8211; come Ippolita ha mirabilmente mostrato nel suo <a href="http://ippolita.net/onf" target="_blank">Open non &egrave; Free</a> &#8211; con l&#8217;ingresso trionfale delle licenze creative commons nei circuiti della grande distribuzione e l&#8217;esplosione dei social network si profilano all&#8217;orizzonte prospettive analoghe per il copyleft: un mondo in cui alla rendita come diritto di sfruttamento dell&#8217;opera dell&#8217;ingegno da parte dei colossi della grande distribuzione subentri la rendita intesa come diritto di esproprio dell&#8217;intelligenza e della produzione informazionale collettiva da parte dei nuovi intermediari e monopolisti dei portali attraverso cui queste si esprimono e si ricombinano.</p>
<p>Come giustamente invita Geert Lovink <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/31/orgoglio-e-gloria-del-web-2.0-un-saggio-di-geert-lovink" target="_blank">nel suo ultimo saggio</a>, &egrave; giunta l&#8217;ora di dotarsi di strumenti concettuali in grado di superare l&#8217;ideologia del free nel momento in cui esso, paradossalmente e senza soluzione di continuit&agrave;, si trasforma in uno strumento di rinnovato controllo del flusso informazionale e di perpetuazione di clamorose diseguaglianze economiche. Di elaborare commons i cui produttori possano trattenere e condivere in autonomia la ricchezza creata.</p>
<p>In tal senso, vogliamo aprire il dibattito con la traduzione italiana di questa proposta di Dmytri Kleiner, anarchico tedesco, animatore della mailing list <a href="http://www.nettime.org/" target="_blank">Nettime</a> e fondatore di <a href="http://telekommunisten.net/" target="_blank">Telekommunisten</a>, una cooperativa/mutua di telefonia modellata sui principi di una determinata accezione del copyleft: il Copyfarleft. </p>
<p>Buona lettura! </p>
<p><a href="http://telekommunisten.net/CopyjustrightCopyfarleft" target="_blank">LINK ORIGINALE</a></span>
</p>
<p>
&nbsp;
</p>
<p>
<strong><span style="font-size: large">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright</span></strong>
</p>
<p>
<span style="font-size: small">di Dmytri Kleiner</span>
</p>
<p>
<span style="font-size: large"><span style="font-size: small">Nel campo dello sviluppo software il copyleft si &egrave; dimostrato essere un mezzo enormemente efficace di creare un common di informazione, di cui beneficino largamente tutti coloro la cui produzione dipenda da esso. Tuttavia, molti artisti, musicisti, scrittori, cineasti ed altri produttori di informazione restano scettici del fatto che un sistema basato sul copyleft, in cui ognuno sia libero di riprodurre il loro lavoro, possa garantire loro di che vivere.</p>
<p>Le licenze copyleft garantiscono la libert&agrave; della propriet&agrave; intellettuale richiedendo che il riutilizzo e la redistribuzione dell&#8217;informazione sia governata dalle &quot;quattro libert&agrave;&quot;: le libert&agrave; di utilizzo, studio, modifica e redistribuzione.</p>
<p>Tuttavia, la propriet&agrave; &egrave; nemica della libert&agrave;. E&#8217; la propriet&agrave;, la capacit&agrave; di controllare asset produttivi a distanza, la capacit&agrave; di &quot;possedere&quot; qualcosa adibito ad uso produttivo da un&#8217;altra persona, che rende possibile il soggiogamento degli individui e delle comunit&agrave;. Laddove la propriet&agrave; &egrave; sovrana, i detentori di propriet&agrave; scarsa possono negare la vita negando l&#8217;accesso alla propriet&agrave; oppure, se non negando del tutto la vita, obbligando i viventi a lavorare come schiavi, senza alcun compenso al di fuori dei propri costi di riproduzione.</p>
<p>David Ricardo descrisse per primo la Rendita Economica. Semplicemente, la Rendita Economica &egrave; il reddito che il proprietario di un asset produttivo pu&ograve; guadagnare solamente possedendolo, non adoperandolo per qualcosa, ma semplicemente tramite la propriet&agrave; di esso. Perci&ograve;, la Rendita &egrave; il ritorno economico per permettere agli altri l&#8217;utilizzo della propriet&agrave;. Cosa pagherebbe una persona per il diritto all&#8217;esistenza? Bene, pagherebbe tutto ci&ograve; che produce, meno il proprio costo di sussistenza. Questa &egrave; la posizione basilare di trattativa esperita da tutti noi, nati in un mondo posseduto interamente da altri.</p>
<p>
LA LEGGE FERREA DEI SALARI</p>
<p>La rendita permette ai detentori di propriet&agrave; scarsa di ridurre i lavoratori senza propriet&agrave; alla sussistenza, come David Ricardo spiega nella sua &quot;Legge Ferrea dei Salari&quot; nel suo saggio Sui Salari: &#8216; Il prezzo naturale del lavoro &egrave; quel prezzo che &egrave; necessario per rendere in grado i lavoratori, l&#8217;uno con l&#8217;altro, di sussistere e perpetuare la propria razza&#8217;. [1]</p>
<p>Il significato della sussistenza non dovrebbe essere ridotto al mero minimo richiesto per sopravvivere e riprodursi effettivamente. Persino ai tempi di Ricardo, molti lavoratori non erano generalmente nella posizione in cui il mancato guadagno di un penny li facesse accasciare e morire. Piuttosto, i lavoratori, per loro stessa definizione, sono incapaci di guadagnare abbastanza per fare qualcosa oltre al procurarsi da vivere.</p>
<p>Si sostiene spesso che la legge ferrea dei salari non si applichi a causa della differenza tra il prezzo &#8216;naturale&#8217; teorico ed il prezzo di mercato effettivo del lavoro, ma ci&ograve; non rappresenta un&#8217;argomentazione contro la Legge Ferrea. Finch&eacute; i lavoratori non possiedono la propriet&agrave;, qualunque aumento dei salari ottengano verr&agrave; spazzato via dall&#8217;inflazione, molto spesso come risultato dell&#8217;accresciuta competizione monetaria per gli spazi e dell&#8217;innalzamento delle rendite terriere. Ridurre i salari reali tramite l&#8217;inflazione in alternativa a ridurre i salari monetari funziona a causa dell&#8217; &#8216;illusione della moneta&#8217;.</p>
<p>Come scrive John Maynard Keynes nella sua Teoria Generale dell&#8217;Occupazione, dell&#8217;Interesse e della Moneta: &lsquo;Viene detto, a volte, che sarebbe illogico per la forza lavoro resistere ad una riduzione dei salari monetari ma non resistere ad una riduzione dei salari reali [...] l&#8217;esperienza indica che la forza lavoro si comporta effettivamente in questo modo.&#8217;[2]</p>
<p>L&#8217;inflazione, per lo pi&ugrave; nella forma della rendita economica, impedisce ai lavoratori di guadagnare abbastanza per accumulare essi stessi propriet&agrave; di asset produttivi, e li mantiene dipendenti dai detentori della propriet&agrave;.</p>
<p>Ci&ograve; che la legge ferrea dei salari realmente significa &egrave; che i lavoratori, come classe, non possono divenire detentori della propriet&agrave; e quindi non possono sottrarsi dal fatto che i detentori della propriet&agrave; si approprino del prodotto del loro lavoro. Questo crea interessi differenti tra i &lsquo;proprietari&rsquo; di asset produttivi scarsi ed il resto della societ&agrave;.</p>
<p>Nell&#8217;accezione moderna, si assume che la rendita economica si applichi ad ogni asset produttivo scarso. Al tempo di Ricardo questo era in primo luogo la terra. Nel suo Saggio sui Profitti, David Ricardo argomenta: &lsquo;l&#8217;interesse del proprietario terriero &egrave; sempre opposto all&#8217;interesse di ogni altra classe nella comunit&agrave;.&rsquo;[3]</p>
<p>Questa opposizione viene chiamata lotta di classe &ndash; la lotta di quelli che producono contro quelli che possiedono. Il socialismo e tutti gli altri movimenti della &lsquo;sinistra&rsquo; iniziano da questa lotta di classe come proprio punto di partenza.</p>
<p>Il Socialismo &egrave; la convinzione che i produttori stessi debbano possedere i mezzi di produzione e che la rendita non &egrave; nient&#8217;altro che il furto dei proprietari nei confronti dei produttori. Come famosamente argoment&ograve; Pierre-Joseph Proudhon nel suo miliare &lsquo;Cos&#8217;&egrave; la Propriet&agrave;?&rsquo; pubblicato nel 1840: &#8216;La propriet&agrave; &egrave; un furto&#8217;.[4]</p>
<p>La propriet&agrave; non &egrave; un fenomeno naturale, ma piuttosto qualcosa che viene creato dalla legge. La capacit&agrave; di estrarre rendita dipende dalla capacit&agrave; individuale di controllare una risorsa scarsa, anche nel momento in cui questa sta venendo utilizzata da qualcun&#8217;altro. In altre parole, la capacit&agrave; di costringere l&#8217;altra persona a pagare per essa. Oppure, in termini di produzione, di costringerla a dividere il prodotto del proprio lavoro con il detentore della propriet&agrave;. Controllo a distanza.</p>
<p>In questo modo, la rendita &egrave; possibile solo fino a quando &egrave; supportata dalla forza, che viene di buon grado fornita da parte dello stato ai detentori della propriet&agrave;. Senza i mezzi per costringere chi metta la propriet&agrave; ad utilizzo produttivo a dividere il prodotto del proprio lavoro con l&#8217;assente e ozioso detentore della propriet&agrave;, quest&#8217;ultimo non potrebbe guadagnarsi da vivere, n&eacute; tantomeno accumulare altra propriet&agrave;. Come sostiene Ernest Mandel ne Il Materialismo Storico e lo Stato Capitalista (1980): &lsquo;senza la violenza di stato capitalista, non esiste capitalismo sicuro.&rsquo;<br />
Lo scopo della propriet&agrave; &egrave; di assicurare che una classe non proprietaria esista per produrre la ricchezza goduta da una classe possidente. La propriet&agrave; non &egrave; amica del lavoro. Questo non per dire che i lavoratori individuali non possano divenire detentori della propriet&agrave;, ma piuttosto che fare cos&igrave; significa sfuggire alla loro classe. &#8216;Success stories&#8217; individuali non cambiano il dato generale. Come scherzava Gerald Cohen, &#8216;Voglio innalzarmi assieme alla mia classe, non sopra alla mia classe!&#8217;</p>
<p>La situazione globale attuale conferma che di fatto i lavoratori, come classe, non sono in grado di accumulare propriet&agrave;. Uno studio dell&#8217;Istituto Mondiale per le Ricerche sull&#8217;Economia dello Sviluppo all&#8217;Universit&agrave; delle Nazioni Unite riferisce che il solo 1% pi&ugrave; ricco degli adulti possiede il 40% degli asset globali nell&#8217;anno 2000, e che il 10% pi&ugrave; ricco degli adulti arriva all&#8217;85% del totale mondiale. [5]</p>
<p>La met&agrave; inferiore della popolazione adulta mondiale possiede appena l&#8217;1% della ricchezza globale. Ampie statistiche, molte indicanti una crescente disparit&agrave; mondiale, sono incluse nel rapporto.</p>
<p>E&#8217; nel contesto di questa grande disparit&agrave; di ricchezza e della lotta tra le classi che ogni indagine sulla propriet&agrave; intellettuale deve essere compresa.</p>
<p>La Propriet&agrave; Intellettuale, copyright incluso, &egrave; l&#8217;estensione della propriet&agrave; agli asset immateriali, all&#8217;informazione. Il copyright &egrave; una costruzione legale che prova a rendere funzionanti alcuni tipi di ricchezza immateriale allo stesso modo della ricchezza materiale, affinch&eacute; possano essere posseduti, controllati e scambiati.</p>
<p>Sfortunatamente, viene spesso detto che la propriet&agrave; intellettuale &egrave; concepita per permettere ai produttori di informazione di guadagnarsi da vivere. <br />
Di permettere ai musicisti, ad esempio, di ricavare denaro dalla musica che compongono. Tuttavia, una comprensione della lotta di classe rende chiaro che fino a quando la classe possidente desideri avere la musica, deve permettere ai musicisti di guadagnarsi da vivere. Non richiedono la propriet&agrave;&nbsp; intellettuale a tal fine. Piuttosto, richiedono la propriet&agrave; intellettuale affinch&eacute; i detentori della propriet&agrave;, non i musicisti, possano ricavare denaro dalla musica composta dai musicisti.</p>
<p>In qualunque sistema di propriet&agrave;, i musicisti non possono trattenere collettivamente maggiore propriet&agrave; del prodotto del proprio lavoro di quanto non possano fare i lavoratori di una manifattura tessile. Lo scopo della propriet&agrave; intellettuale, per riprendere la mia affermazione precedente, &egrave; di assicurare che esista una classe non proprietaria per produrre l&#8217;informazione da cui una classe possidente ricava profitto. La propriet&agrave; intellettuale non &egrave; amica del lavoratore creativo, n&eacute; intellettuale.</p>
<p>
LA LEGGE FERREA DEGLI INTROITI DA COPYRIGHT</p>
<p>Il sistema di controllo privato dei mezzi di pubblicazione, distribuzione, promozione e della produzione dei media garantisce che gli artisti e tutti gli altri lavoratori creativi non possano guadagnare pi&ugrave; della propria sussistenza. Che tu sia un biochimico, un musicista, un ingegnere informatico od un cineasta, hai ceduto con una firma tutti i tuoi diritti d&#8217;autore ai detentori della propriet&agrave;, prima che questi diritti abbiano qualsiasi reale valore finanziario, per nulla pi&ugrave; che i costi di riproduzione del tuo lavoro. Questa &egrave; ci&ograve; che chiamo la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright.</p>
<p>Esistono, tuttavia, importanti differenze tra la propriet&agrave; intellettuale e la propriet&agrave; fisica. La propriet&agrave; fisica &egrave; scarsa e soggetta a rivalit&agrave;, mentre la propriet&agrave; intellettuale pi&ograve; essere copiata, non ha quasi costi di riproduzione e pu&ograve; essere simultaneamente utilizzata da chiunque abbia una copia.</p>
<p>E&#8217; esattamente questa caratteristica di riproducibilit&agrave; illimitata che richiede al regime di copyright di trasformare l&#8217;informazione in propriet&agrave;. Nel lungo termine, il valore di scambio di ogni bene riproducibile viene spinto dalla competizione verso il suo costo di riproduzione. Dato che esistono poche barriere alla riproduzione di un asset informativo, esso pu&ograve; non avere valore di scambio oltre alla manodopera ed alle risorse richieste per riprodurlo. In altre parole, non possiede di per s&eacute; valore di scambio a lungo termine. Cos&igrave;, i detentori della propriet&agrave; (ancora una volta, da non confondere con i produttori) hanno bisogno di leggi per impedire questa riproduzione. Solo rendendo illegale per altri il copiare i detentori possono estrarre rendita dalla copia.</p>
<p>Mentre la propriet&agrave; stessa viene creata dalla legge, gli asset materiali sono scarsi e rivali per natura. Tuttavia, dato che l&#8217;informazione copiabile &egrave; resa scarsa solo dalla legge, pu&ograve; anche essere resa abbondante dalla legge, il che ci porta, finalmente, al copyleft.</p>
<p>
COPYLEFT E COPYRIGHT</p>
<p>L&#8217;informazione pu&ograve; non avere alcun valore di scambio senza il copyright, ma certamente possiede valore d&#8217;uso senza il copyright e vi sono parecchi produttori d&#8217;informazione la cui motivazione promana dal creare questo valore d&#8217;uso, sia che possa catturare direttamente il valore di scambio, o meno. Perci&ograve; non &egrave; sorprendente che l&#8217;idea del copyleft &egrave; assurta alla prominenza nello sviluppo del software, alla nascita della comunit&agrave; del free software.</p>
<p>Il software viene utilizzato nella produzione. Virtualmente ogni ufficio, accademia e fabbrica si affida al software nel proprio lavoro giornaliero, dato che per tutte queste organizzazioni il valore d&#8217;uso del software pu&ograve; essere direttamente tradotto in valore di scambio nel corso della loro normale produzione, non vendendo direttamente il software, ma effettuando qualsiasi proprio business, vendendo qualunque proprio prodotto ed utilizzando il software per incrementare la propria produttivit&agrave;.</p>
<p>Pagare per le licenze software ed accettarne i termini restrittivi non &egrave; nei loro interessi. Come David Ricardo disse riguardo ai proprietari terrieri, l&#8217;interesse di una software company come Microsoft &egrave; sempre opposto all&#8217;interesse di ogni utente del software.</p>
<p>Le organizzazioni che utilizzano software (scuole, fabbriche, uffici, imprese di e-commerce) impiegano collettivamente molti pi&ugrave; sviluppatori software che le poche compagnie che vendono software proprietario, come Microsoft. Cos&igrave;, il free software &egrave; per loro molto attraente: permette loro di ridurre i propri costi di sviluppo individuale gestendo collettivamente uno stock comune di asset software.</p>
<p>Mikko Mustonen della Helsinki School of Economics, argomenta persino che a volte le compagnie che vendono licenze proprietarie hanno un forte incentivo a contribuire al free software. Nel suo paper del 2005, &lsquo;When Does a Firm Support Substitute Open Source Programming?&rsquo; Mustonen spiega:</p>
<p>Un&#8217;azienda che vende un programma sotto copyright ha l&#8217;incentivo di supportare programmi sostituti in copyleft, laddove il supporto crei compatibilit&agrave; tra i programmi ed i programmi dimostrino effetti di rete.[6]</p>
<p>Cos&igrave; il valore d&#8217;uso del free software &egrave; richiesto da organizzazioni che possono pagare sviluppatori di software per produrlo, anche se essi non possiedono un copyright esclusivo su di esso.</p>
<p>Eppure, il free software non &egrave; stato meramente concepito come un mezzo di ridurre il costo di sviluppo di software aziendale. Richard Stallman, l&#8217;inventore della General Public Licence (GPL) sotto cui viene rilasciata buona parte del free software scrive sul sito web della sua organizzazione:</p>
<p>Il mio lavoro sul free software &egrave; motivato da un fine idealistico: diffondere la libert&agrave; e la cooperazione. Voglio incoraggiare il free software a diffondersi, rimpiazzando il software proprietario che proibisce la cooperazione, e cos&igrave; rendere migliore la nostra societ&agrave;.[7]</p>
<p>Questo spirito di cooperazione non &egrave; certo un caso unico tra gli sviluppatori di software, altri produttori creativi hanno espresso il desiderio di lavorare su uno stock comune, un &lsquo;common&rsquo; di materiale intellettuale nella loro pratica. Come risultato, il copyleft &egrave; andato oltre il mondo del software, propagandosi anche nelle arti. Musicisti, scrittori ed altri artisti hanno iniziato a rilasciare i propri lavori sotto licenze copyleft modellate sulla GPL.</p>
<p>Tuttavia esiste un problema: l&#8217;arte non &egrave;, nella maggior parte dei casi, un comune input per la produzione allo stesso modo del software. I detentori della propriet&agrave; supporteranno la creazione di software copyleft per le ragioni descritte, tuttavia nella maggior parte dei casi, non supporteranno la creazione di arte copyleft. Perch&eacute; dovrebbero farlo? Come tutte le informazioni copiabili, non ha valore di scambio diretto e, a differenza del software, di solito non ha neppure un valore d&#8217;uso nella produzione. Il suo valore d&#8217;uso esiste solo tra i cultori di quest&#8217;arte, e se i detentori della propriet&agrave; non possono imporre ad essi un pagamento per il diritto alla copia, cosa ne viene di buono per loro? E se i detentori della propriet&agrave; non supporteranno l&#8217;arte copyleft, che viene distribuita liberamente, chi lo far&agrave;? La risposta non &egrave; chiara. In alcuni casi, lo farebbero istituzioni come fondi culturali privati e statali, ma questi possono supportare solamente un numero di artisti molto ristretto, e solo impiegando dubbi e sostanzialmente in qualche modo arbitrari criteri di selezione nel decidere chi riceva tale finanziamento e chi no.</p>
<p>Il copyleft, come sviluppato dalla comunit&agrave; del free software, non rappresenta quindi un&#8217;opzione praticabile per la maggior parte degli artisti. Persino per gli sviluppatori di software si applica la legge ferrea dei salari: potrebbero riuscire a guadagnarsi di che vivere, ma niente di pi&ugrave;; i detentori della propriet&agrave; cattureranno ancora il valore completo del prodotto del loro lavoro.</p>
<p>Il copyleft quindi non &egrave; in grado di &lsquo;rendere migliore la societ&agrave;&rsquo; in nessun senso materiale, perch&eacute; non solo non &egrave; praticabile per molte categorie di lavoratori, ma &egrave; la maggioranza del valore di scambio extra, creata dai produttori dell&#8217;informazione copyleft, ad essere sempre catturata dai detentori della propriet&agrave; materiale.</p>
<p>Dato che il copyleft non pu&ograve; permettere ai lavoratori di accumulare ricchezza oltre la sussistenza, da solo non pu&ograve; cambiare la distribuzione degli asset produttivi, il che rappresenta ci&ograve; che ogni strategia rivoluzionaria deve cercar di fare. Eppure, l&#8217;emersione del free software, del filesharing e di forme artistiche basate sul campionamento e sul riutilizzo di altri media ha creato un serio problema per il sistema tradizionale del copyright.</p>
<p>Le industrie musicali e cinematografiche, in particolare, si trovano in mezzo a ci&ograve; che fondamentalmente equivale a una guerra senza quartiere contro i loro stessi consumatori per impedire loro di scaricare e campionare la loro propriet&agrave;. E&#8217; chiaro che la tecnologia digitale di rete pone un serio problema alle industrie discografiche e cinematografiche.</p>
<p>Negli stadi precedenti del movimento del free software la maggior parte delle aziende, e specialmente le software companies, reag&igrave; molto negativamente all&#8217;idea del copyleft, e cerc&ograve; di combatterla con le stesse tattiche aggressive che la Recording Industry Association of America (RIAA) ed i suoi amici stanno scatenando contro la comunit&agrave; del filesharing. Tra le pi&ugrave; famose, le azioni legali della SCO contro le compagnie che utilizzano o promuovono Linux.[8]</p>
<p>Le azioni della RIAA possono essere comprese allo stesso modo, come una reazione conservatrice per proteggere i propri interessi. Tuttavia, non tutti i detentori della propriet&agrave; credono che l&#8217;azione legale possa impedire a nuove tecnologie di emergere. Molti credono che l&#8217;industria musicale e cinematografica dovr&agrave; adattarsi e che la legge sul copyright debba essere modificata per questo ambiente in trasformazione.</p>
<p>COPYJUSTRIGHT</p>
<p>Cos&igrave;, proprio come il capitale si &egrave; unito al movimento del software copyleft per ridurre il costo dello sviluppo del software, esso si sta anche unendo al movimento artistico copyright-dissidente per integrare il filesharing ed il campionamento in un sistema di controllo altrimenti basato sulla propriet&agrave;.</p>
<p>Dato che il copyleft non permette l&#8217;estrazione della rendita per il diritto di copia, ci&ograve; che i detentori della propriet&agrave; vogliono non &egrave; qualcosa che sfidi il regime della propriet&agrave;, ma piuttosto crei altre categorie e sottocategorie affinch&eacute; pratiche come il filesharing ed il remixing possano esistere entro il regime della propriet&agrave;. In altre parole, copyjustright. Una versione pi&ugrave; flessibile del copyright che possa adattarsi ad utilizzi moderni, ma comunque ultimamente incarnare e proteggere la logica del controllo. L&#8217;esempio pi&ugrave; lampante di ci&ograve; sono i cosidetti Creative Commons e la miriade di licenze &lsquo;just right&rsquo;. &lsquo;Alcuni diritti riservati&rsquo;, il motto del sito dice tutto.</p>
<p>La legge ferrea degli introiti da copyright rende ovvio che non sar&agrave; per i creatori di musica, video ed altri lavori creativi sotto licenza che &#8216;alcuni diritti saranno riservati&#8217;, dato che gli artisti non hanno mezzi per contrattare niente di pi&ugrave; della sussistenza. Degli &lsquo;alcuni diritti&rsquo; riservati, quello primario &egrave; il diritto dei creatori di trasferire la propriet&agrave; di questi lavori alla classe possidente. Ogniqualvolta la classe possidente vi trovi interessi per assumerne la propriet&agrave; e, ovviamente, del tutto nei termini da essa dettati.</p>
<p>Questa legge ferrea &egrave; illustrata in &lsquo;Artists&rsquo; Earnings and Copyright&rsquo;[9] di Martin Kretschmer, dove egli conclude che &lsquo;Il creatore ha poco da guadagnare dall&#8217;esclusivit&agrave;&rsquo; e nel suo studio del 2006, Empirical Evidence On Copyright Earnings[10] che afferma: &lsquo;gli introiti provenienti da attivit&agrave; non-copyrighted, e persino non-artistiche rappresentano un&#8217;importante fonte di reddito per molti creatori&rsquo; includendo molte statistiche sconcertanti, come ad esempio il dato che il compenso mediano distribuito dalla Performing Right Society (UK) nel 1994 ai suoi detentori di copyright &egrave; stato di &pound;84.</p>
<p>Quindi, se n&eacute; il copyleft, il copyright od il copyjustright possono superare la legge ferrea ed aumentare infine la ricchezza degli artisti e di altri lavoratori come classe, esistono del tutto ragioni per cui un socialista possa interessarsi alle licenze di propriet&agrave; intellettuale?</p>
<p>I socialisti promuovono l&#8217;idea che la ricchezza debba essere distribuita pi&ugrave; giustamente ed equamente, e controllata dalle persone che la producono. Forse, il metodo migliore per far s&igrave; che questo avvenga &egrave; attraverso imprese, cooperative e consigli decentralizzati e di propriet&agrave; dei lavoratori. Per i socialisti interessati nell&#8217;auto-organizzazione dei lavoratori e nella produzione basata sui common come mezzi di lotta di classe, la risposta &egrave; un &#8216;s&igrave;&#8217;.</p>
<p>Per la stessa ragione per cui le organizzazioni capitaliste supportano il software copyleft, in qualit&agrave; di rappresentante di uno stock comune di valore d&#8217;uso che possono applicare alla produzione per creare valore di scambio e quindi far soldi, la produzione basata sui common e quindi tutte le imprese auto-organizzate dei lavoratori possono anch&#8217;esse beneficiare di tale stock comune di arte copyleft, e possono incorporare gli artisti nelle loro imprese collettive e condividere il reddito risultante.</p>
<p>Come gli International Workers of the World enunciano nel preambolo alla loro Constituzione (1905):</p>
<p>Al posto del motto conservatore, &#8216;un salario onesto giornaliero per un lavoro onesto giornaliero&#8217;, dobbiamo inscrivere sul nostro stendardo la parola d&#8217;ordine rivoluzionaria, &#8216;Abolizione del sistema dei salari&#8217;. E&#8217; una missione storica per la classe operaia sbarazzarsi del capitalismo. L&#8217;esercito della produzione deve essere organizzato, non solo per la lotta giornaliera contro i capitalisti, ma anche per proseguire la produzione quando il capitalismo sar&agrave; stato deposto. Organizzandosi industrialmente stiamo formando la strutture della nuova societ&agrave; entro il guscio della vecchia.</p>
<p>COPYFARLEFT</p>
<p>Perch&eacute; il copyleft abbia qualsiasi potenziale rivoluzionario, deve essere Copyfarleft. Deve insistere sulla propriet&agrave; da parte dei lavoratori dei mezzi di produzione.</p>
<p>A tal fine, una licenza non pu&ograve; avere un singolo set di termini per tutti i fruitori, ma piuttosto deve avere regole differenti per classi differenti. Nello specifico, un set di regole per chi lavori entro il contesto della propriet&agrave; dei lavoratori e della produzione basata sui common, ed un altro per chi impieghi nella produzione la propriet&agrave; privata ed il lavoro salariato.</p>
<p>Una licenza copyfarleft dovrebbe rendere possibile per i produttori condividere liberamente e trattenere il valore del prodotto del proprio lavoro, in altre parole deve essere possibile per i lavoratori guadagnare applicando il proprio lavoro alla mutua propriet&agrave;, ma impossibile per i detentori della propriet&agrave; privata guadagnare utilizzando lavoro salariato. </p>
<p>Cos&igrave;, sotto una licenza copyfarleft, una stamperia cooperativa, di propriet&agrave; dei lavoratori, potrebbe essere libera di riprodurre, distribuire e modificare l&#8217;insieme dei common a proprio piacimento, ma ad un editore privato ne sarebbe precluso il libero accesso. </p>
<p>Un trend nei lavori degli artisti pro-copyleft sembra esservi connesso. Le licenze copyleft Non-Commerciali creano due set di regole, con utilizzi teoricamente endogeni (che si originano entro i common) &lsquo;non-commerciali&rsquo; che vengono permessi, mentre gli utilizzi esogeni (che si originano al di fuori dei common) &lsquo;commerciali&rsquo; sono proibiti, eccetto che con il consenso degli autori originali. Esempi di tali licenze includono la licenza Creative Commons Non Commerciale Condividi allo Stesso Modo.</p>
<p>Tuttavia, al fine di creare termini endogeni per i common, le stesse opere devono essere nei common, e fino a quando gli autori riserveranno il diritto di guadagnare da tali opere e preverranno altri produttori basati sui common dal farlo, l&#8217;opera non pu&ograve; essere affatto considerata essere nei common, &egrave; un&#8217;opera privata. Come tale, non pu&ograve; avere termini common non endogeni, come richiederebbe una licenza copyfarleft. Questo problema di creare &lsquo;azioni common&rsquo; per le opere che non siano realmente un insieme di common &egrave; tipica dell&#8217;approccio Copyjustright, che caratterizza le Creative Commons.</p>
<p>Una licenza copyfarleft deve consentire l&#8217;uso commerciale basato sui common, negando la possibilit&agrave; di trarre profitto dallo sfruttamento del lavoro salariato. L&#8217;approccio copyleft Non-Commerciale non fa niente di tutto ci&ograve;, prevenendo il commercio basato sui common, e limitando lo sfruttamento del salario solamente col richiedere agli sfruttatori di dividere parte del bottino con il cosiddetto autore originale. In nessun modo ci&ograve; supera la legge ferrea, sia per gli autori che per altri lavoratori.</p>
<p>&lsquo;Non Commerciale&rsquo; non &egrave; un modo appropriato di descrivere il confine endogeno/esogeno richiesto. Tuttavia, non esiste un&#8217;altra licenza common che fornisca un framework giuridico adeguato per l&#8217;utilizzo da parte dei produttori basati sui common.</p>
<p>Solo una licenza che effettivamente prevenga l&#8217;impiego di propriet&agrave; alienata e di lavoro salariato nella riproduzione degli altrimenti liberi common dell&#8217;informazione pu&ograve; cambiare la distribuzione della ricchezza.</span></span>
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_56 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright  &#8211; Oltre il Copyleft, verso dei Commons Autonomi</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Intervista ad Info Free Flow &#8211; Parte 2</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/04/22/intervista-ad-info-free-flow-parte-2/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/04/22/intervista-ad-info-free-flow-parte-2/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 16:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2008/04/22/intervista-ad-info-free-flow-parte-2/</guid>
		<description><![CDATA[&#8230; continua da parte 1 &#8230; Propriet&#224; intellettuale e copyright, una necessaria medicina da ingurgitare, o un diga al libero flusso creativo? &#200; tautologico sostenere che la propriet&#224; intellettuale svolga effettivamente il ruolo di benzina dei &#8220;motori intellettuali&#8221; sociali e che senza di essa le opere dell&#8217;ingegno smetterebbero di proliferare e diffondersi. Si tratta di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
&#8230; continua da <a href="https://noblogs.org/" target="_blank">parte 1</a> &#8230;
</p>
<p><title></title></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Propriet&agrave; intellettuale e copyright,<br />
una necessaria medicina da</strong><strong> ingurgitare, o un diga al libero flusso creativo</strong>?
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
&Egrave; tautologico sostenere che la propriet&agrave; intellettuale svolga effettivamente il ruolo di benzina dei &ldquo;motori intellettuali&rdquo; sociali e che senza di essa le opere dell&#8217;ingegno smetterebbero di proliferare e diffondersi.<br />
Si tratta di un&#8217;affermazione, che &egrave; diventata comunemente accettata grazie a 30 anni di propaganda martellante a senso unico.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Anche dando solo uno sguardo superficiale ai meccanismi del capitalismo applicato all&#8217;informazione ci rendiamo subito conto del perch&eacute;.<br />
Il ciclo tipico della produzione capitalista
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<strong><em>concezione &#8211;&gt; produzione &#8211;&gt; distribuzione &#8211;&gt; consumo</em></strong>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
viene sostituito da<br />
<em></em>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<strong><em>concezione &#8211;&gt; riproduzione delle informazioni &#8211;&gt; produzione &#8211;&gt; distruzione &#8211;&gt; consumo</em></strong>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Questo cosa significa?<span id="more-32"></span> Significa che la riproduzione prende il posto della produzione la quale ha fondamentalmente un ruolo marginale ( documentazione e packaging ).<br />
Nell&#8217;industria del software come in quella degli OGM, la produzione consiste nella copia perfetta di un oggetto informatico e biologico e nella produzione fisica di un &ldquo;supporto&rdquo; per la sua diffusione.<br />
Gli introiti delle grandi multinazionali dell&#8217;informazione sono quindi basati sul totale controllo della distribuzione dei supporti e dell&#8217;uso delle informazioni in essi contenute che sono appunto gli oggetti della legislazione della propriet&agrave; intellettuale ( e se per esempio guardiamo i costi della musica o dei libri essi sono dovuti in gran parte alle spese di distribuzione, non finiscono certo nelle tasche di artisti o scrittori ).
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
In questo senso la necessit&agrave; del capitale di mantenere un controllo totale sui flussi informativi e di monopolizzarne intere fette di mercato ha modificato la concezione del sapere in un&#8217;ottica marcatamente privatistica ( anche laddove questa concezione era impensabile fino a pochi decenni fa ), causando tutta una serie di costi sociali non da poco.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Pensiamo al mondo della ricerca scientifica: da sempre uno dei principi che l&#8217;hanno contraddistinto &egrave; stata la circolazione delle scoperte e delle conoscenze affinch&eacute; potessero essere verificate dalla comunit&agrave;. Questo meccanismo oggi &egrave; stato distrutto dall&#8217;editoria scientifica che con l&#8217;imposizione del copyright sulle riviste di settore, il tessuto connettivo della comunit&agrave; scientifica, e di conseguenti altissimi costi, impedisce di fatto l&#8217;accesso a queste pubblicazioni a moltissime universit&agrave; ed ai singoli ricercatori, impossibilitate a sobbarcarsi queste spese.<br />
Sempre in questo campo anche la corsa al brevetto ha avuto dei risvolti negativi a livello globale: la ricerca &egrave; stata frenata (oggi la possibilit&agrave; di utilizzare una sequenza genetica &egrave; legata a doppio filo alla possibilit&agrave; di poter pagare cifre elevatissime in royalty all&#8217;azienda che l&#8217;ha brevettata ), l&#8217;universit&agrave; &egrave; stata ripensata sotto forma di impresa ed il suo prodotto, la sua moneta, &egrave; diventata la conoscenza che produce.<br />
Gli effetti pi&ugrave; devastanti di queste dinamiche poi si vedono nei paesi del terzo mondo su questioni come la salute pubblica: l&#8217;internazionalizzazione del regime di propriet&agrave; intellettuale, derivanti da accordi commerciali come i TRIPS o i GATT, non permettono la riproduzione di farmaci generici a basso costo, ma obbligano gli stati ( anche quelli pi&ugrave; poveri ) ad acquistarne dalle multinazionali che li producono.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Guardiamo invece al mondo dell&#8217;editoria: il mercato italiano ( che si pu&ograve; tranquillamente definire un oligopolio data la posizione affermata ed inattaccabile di poche &ldquo;eminenze grigie&rdquo; ) produce ogni anno la pubblicazione di CINQUANTACNQUEMILATESTI. Di questi la maggior parte vende meno di due copie. A prima vista non ci sembra una grande stimolazione del flusso creativo ma semmai il contrario: una vera e propria gabbia ( rigidamente architettata sulle esigenze del mercato ) per la circolazione delle idee, un&#8217; impossibilit&agrave; di autosostentamento  ed un relegamento della figura di operatore culturale ad un ambito sempre pi&ugrave; elitaristico.<br />
Di contro per fortuna ci sono esperienze positive anche in questo campo come l&#8217;ensemble narrativo <a href="http://www.kaizenlab.it/">KaiZen</a>: il loro ultimo libro &ldquo;La strategia dell&#8217;ariete&rdquo; pur essendo stato pubblicato sotto copyleft ha avuto una diffusione vastissima ( 7000 copie vendute ).<br />
Inoltre <a href="http://www.kaizenlab.it/">KaiZen</a> &egrave; una realt&agrave; che &egrave; stata capace di demolire, o quanto meno ha mostrato la mistificazione, di uno dei pilastri ideologici della propriet&agrave; intellettuale: l&#8217;idea dello scrittore solitario e geniale che deve possedere ci&ograve; che ha prodotto e rivendicarne la totale paternit&agrave;. Uno dei progetti che i <a href="http://www.kaizenlab.it/">KaiZen</a> portano avanti &egrave; <a href="http://www.romanzototale.it/">Romanzo Totale</a>, un sito in cui i membri del collettivo pubblicano le loro produzioni e le lasciano alla merc&eacute; ed della continua modifica e rielaborazione degli utenti che vogliono metterci le mani sopra.<br />
Andrea di gruppo Laser, ha definito questa pratica come &ldquo;<a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/03/13/la-strategia-del-cavallo">la strategia del cavallo</a> per battere il copyright&rdquo;: un racconto, una storia, un romanzo prodotti in copyleft proseguono nella loro rielaborazione in rete per poter essere poi pubblicati in copyleft, per poi essere rielaborati ed ancora ripubblicati. Con il copyright questo gioco non si pu&ograve; fare.<br />
Secondo noi inoltre &egrave; interessante questa visione del sapere perch&eacute; rifugge dalla visione di un opera dell&#8217;ingegno come di un semplice artefatto/oggetto cartaceo/merce ( nel caso del libro ) e la ricolloca in quello che &egrave; il suo contesto originario fatto di condivisione e di comunanza delle idee.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Se poi <em>volessimo</em> prendere il problema anche dal punto di vista del mercato ci rendiamo facilmente conto che la chiusura sulle posizioni del fondamentalismo della propriet&agrave; intellettuale &egrave; controproducente anche per il mercato stesso: le reti p2p e la loro diffusione capillare a livello sociale, potrebbero avere degli effetti positivi sulle vendite, abbassando moltissimo i costi di promozione. Qualcuno questo l&#8217;ha capito, qualcun altro no. Ed il fatto che i sistemi di condivisione siano fortemente osteggiati ( in primis proprio dalle major dell&#8217;entertainement ) &egrave; un chiaro segno della volont&agrave; oscurantista di voler continuare a privilegiare modelli di business vecchi e pi&ugrave; redditizi per chi ha costruito e controlla i monopoli dell&#8217;informazione.<br />
Questa situazione &egrave; resa sempre pi&ugrave; contraddittoria anche dal fatto che le stesse major hanno finalmente ammesso che i dati sulla &ldquo;pirateria&rdquo; ( che limiterebbe le vendite e danneggerebbe gli artisti ), dati che sono stati una delle giustificazioni principali per cui la rete &egrave; stata posta sotto attacco in questi ultimi anni, <a href="http://get-up-kids.noblogs.org/post/2008/01/26/mpaa-ammette-i-nostri-numeri-sul-p2p-sono-falsi">sono stati ampiamente gonfiati</a>.
</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
&nbsp;
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_32 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/04/22/intervista-ad-info-free-flow-parte-2/">Intervista ad Info Free Flow &#8211; Parte 2</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/04/22/intervista-ad-info-free-flow-parte-2/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Info Free Flow 3.0 &#8211; Report 2 &#8211; Proprietà intellettuale tra mercato globale e forme di resistenza</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/03/24/info-free-flow-3-0-report-2-propriet-intellettuale-tra-mercato-globale-e-forme-di-resistenza/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/03/24/info-free-flow-3-0-report-2-propriet-intellettuale-tra-mercato-globale-e-forme-di-resistenza/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 21:20:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copyleft]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Oggetti sonori]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2008/03/24/info-free-flow-3-0-report-2-propriet-intellettuale-tra-mercato-globale-e-forme-di-resistenza/</guid>
		<description><![CDATA[La prima giornata della terza edizione di Info Free Flow si &#232; svolta presso l&#8217;aula C autogestita dell&#8217;universit&#224; di scienze politiche, ed &#232; stata curata, oltre che dalla crew di Info Free Flow, anche dal CUA e dal collettivo SPA. Tre ore di intenso dibattito e di forte partecipazione degli studenti intervenuti hanno permesso di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La prima giornata della <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/01/30/info-free-flow-3.0" target="_blank">terza edizione di Info Free Flow</a> si &egrave; svolta presso l&#8217;<a href="http://aula-c.noblogs.org/">aula C autogestita</a> dell&#8217;universit&agrave; di scienze politiche, ed &egrave; stata curata, oltre che dalla crew di Info Free Flow, anche dal <a href="http://cua.noblogs.org/">CUA</a> e dal collettivo SPA.</p>
<p>
Tre ore di intenso dibattito e di forte partecipazione degli studenti intervenuti hanno permesso di gettare luce e di avere le idee un p&ograve; pi&ugrave; chiare su uno dei concetti chiave del sistema neo &#8211; liberista: la propriet&agrave; intellettuale.
</p>
<p>
Esperienze apparentemente diverse e contrastanti ( come possono sembrare quelle dell&#8217;ensemble narrativo <a href="http://www.kaizenlab.it/">Kai Zen</a> e del progetto <a href="http://www.libreremo.org/">libreremo</a> ) si sono confrontate, coinvolgendo i presenti, sulle molte possibilit&agrave; di libero accesso ai saperi, sul copyleft come arma per forzare le serrature che il capitalismo usa per controllare l&#8217;accesso ai flussi informativi, sulla situazione del mercato editoriale italiano e dei suoi soffocanti monopoli.
</p>
<p>
<img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/iff3_foto_aula_c.jpg" />
</p>
<p>
Andrea di Gruppo Laser,&nbsp; ha appassionato l&#8217;aula con il portato dell&#8217;esperienza del suo collettivo, autore di un&#8217; opera, &quot;<a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/02/10/il-sapere-liberato" target="_blank">Il sapere liberato</a>&quot;, importantissima nel panorama<br />
italiano della critica ai brevetti in campo scientifico.
</p>
<p>
Nel complesso &egrave; stata una giornata assolutamente positiva che speriamo possa aver posto le basi anche per delle collaborazioni future.
</p>
<p>
Vi proponiamo di seguito tutta una serie di materiali.
</p>
<p>
<a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/03/13/la-strategia-del-cavallo">La strategia del cavallo</a>, &egrave; un articolo che Andrea di gruppo Laser ha pubblicato con tutta una serie di sue impressioni sull&#8217;iniziativa.&nbsp;
</p>
<p>
Ecco qui invece gli audio registrati durante la giornata che speriamo possano sia permettere ai lettori del blog di farsi un&#8217;idea sulla questione sia di produrre nuovi stimoli e nuove idee per le prossime edizioni di Info Free Flow.
</p>
<p>
<span id="more-23"></span><strong>KaiZen</strong>
</p>
<p>
- L&#8217;esperienza dell&#8217;ensemble narrativo Kai Zen:
</p>
<p>
#Parte 1 </p>
<p><object data="http://noblogs.org/flash/mp3player/mp3player.swf" type="application/x-shockwave-flash" width="320" height="20"><param name="quality" value="best" /><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="movie" value="http://noblogs.org/flash/mp3player/mp3player.swf" /><param name="FlashVars" value="file=http://noblogs.org/flash/mp3&amp;height=20&amp;width=320" /></object></p>
<p>
A <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/resource/audio/view/crash_scorrete_lacrime_disse_lo_sceriffo.mp3" target="_blank">questo link</a> invece, potete trovare l&#8217;intervento di un&#8217;attivista del Laboratorio Crash, curatrice del libro &quot;Scorrete lacrime disse lo sceriffo&quot;, cui ha partecipato anche Valerio Evangelisti.
</p>
<p>
Di seguito pubblichiamo invece l&#8217;abstract di tutta la giornata.
</p>
<p>
<u><br />
Non smetteremo mai di sottolineare che i commenti sono aperti e che critiche ed opinioni dei nostri lettori sono sempre ben accette</u>.
</p>
<p>
Buona lettura.
</p>
<p>
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;
</p>
<p>
Nelle passate edizioni di Info Free Flow, a vario titolo ed in<br />
differenti campi, abbiamo sempre provato ad indagare il binomio sapere &ndash;<br />
potere: un binomio che assume il significato del dominio e  i tratti del<br />
governo biopolitico dell&#8217;individuo, relativamente ai processi di<br />
sorveglianza economica e controllo sociale dentro e fuori la rete.
</p>
<p>
Oggi, grazie all&#8217;intervento di una serie di realt&agrave; che hanno deciso di<br />
partecipare a questa edizione di I.F.F. , ci concentreremo in particolar<br />
modo su una delle pi&ugrave; evidenti forme di espressione capitalista di<br />
questo binomio, una delle architravi portanti e degli emblemi del<br />
sistema economico neoliberista: la propriet&agrave; intellettuale.
</p>
<p>
Questo concetto non &egrave; certamente nuovo ed &egrave; tangente alle dinamiche ed<br />
ai processi economici da almeno tre secoli: le prime forme di copyright<br />
( la pi&ugrave; tristemente nota declinazione giuridica della propriet&agrave;<br />
intellettuale applicata alle forme di espressione e alla produzione<br />
artistica ) risalgono all&#8217;industria editoriale del 600 in Inghilterra e<br />
fin d&#8217;allora furono oggetto di forti conflitti dovuti al tentativo<br />
dell&#8217;industria editoriale di
</p>
<p>
#1.Celare quella che era la funzione principale per cui il copyright era<br />
stato architettato ovvero favorire la distribuzione
</p>
<p>
#2.Sostenere il mito per cui esso era necessario per far fronte al<br />
sostentamento di scrittori ed artisti.
</p>
<p>
Negli ultimi trent&#8217;anni l&#8217;economia capitalista occidentale ha subito una<br />
forte trasformazione , diventando come la conosciamo oggi: il ruolo di traino del sistema economico che prima veniva svolto<br />
dall&#8217;industria ha assunto un peso nettamente minore ( o quanto meno &egrave;<br />
stato fortemente ridimensionato ), a favore di un economia dei beni<br />
immateriali che produce servizi e si basa sulla privatizzazione e sulla<br />
mercificazione di conoscenze ed informazioni.<br />
In un contesto segnato dalla nascita delle tecniche informazionali,<br />
della loro diffusione massificata, del digitale, delle reti, dalla<br />
riproducibilit&agrave; infinita delle informazioni e della messa a valore<br />
delle conoscenze dell&#8217;individuo, la propriet&agrave; intellettuale ha assunto<br />
quindi un valore ben pi&ugrave; determinante.
</p>
<p>
Questa trasformazione ha determinato tutta una serie di cambiamenti<br />
epocali di cui oggi vediamo le conseguenze: prima fra tutte, il<br />
ribaltamento della concezione del sapere e delle sue pratiche di<br />
ri/produzione, condivisione e diffusione.
</p>
<p>
<em>Da bene comune, collettivo ( perch&eacute; prodotto proprio da pratiche sociali ) ed in quanto tale utilizzabile da chicchessia senza il<br />
bisogno di ottenere alcun permesso, a bene privato frammentato in mille<br />
minuscoli ed inutilizzabili pezzettini.<br />
</em>
</p>
<p>
<em>Da risorsa illimitata, prodotta da una stratificazione di conoscenze<br />
dettata dagli impulsi e dalla continua elaborazione e moltiplicazione<br />
collettiva ( in ultima dalla condivisione ),  a risorsa limitata,<br />
concentrata e controllata da poche mani.<br />
</em>
</p>
<p>
<em>Da bene troppo prezioso ( socialmente parlando ) per poter avere un<br />
prezzo, a merce ricercatissima sui mercati e sulle piazze finanziarie<br />
dell&#8217;intero globo.</em>
</p>
<p>
L&#8217;imposizione di scarsit&agrave; artificiale, dettata da copyright, brevetti, da<br />
marchi, in ultima da forme di propriet&agrave; sul sapere, &egrave; stata costruita<br />
negli ultimi decenni dall&#8217;azione prolungata e rigorosa di un enorme<br />
apparato, composto da forze di mercato, organizzazioni sovranazionali,<br />
lobby e singoli stati adoperatisi per un internalizzazione del regime di<br />
propriet&agrave; intellettuale.<br />
Un apparato che ha giustificato questa sua azione con  una propaganda a<br />
senso unico il cui obbiettivo &egrave; il mantenimento di uno stato mentale,<br />
un&rsquo;attitudine verso il lavoro creativo, la quale dice che qualcuno deve<br />
possedere i prodotti della mente, controllare chi pu&ograve; copiarli e<br />
controllarne le possibilit&agrave; ed i modi del suo sviluppo.
</p>
<p>
Conseguenza diretta di questa propaganda &egrave; stata anche l&#8217;accettazione<br />
comune dell&#8217;idea secondo cui la propriet&agrave; intellettuale &egrave; il modo in cui<br />
la maggior parte dei creatori di prodotti dell&#8217;ingegno si guadagnano da<br />
vivere e che senza di essa i motori della produzione intellettuale si<br />
fermerebbero: gli artisti, gli scrittori, i ricercatori, i musicisti, i<br />
programmatori di software non solo non avrebbero i mezzi ma neppure le<br />
motivazioni per produrre nuove opere (!!).<br />
La creazione di questo regime di propriet&agrave; intellettuale e<br />
l&#8217;appropriazione forsennata dell&#8217;informazione, della cultura e dei<br />
prodotti dell&#8217;ingegno da parte di attori economici ha provocato una<br />
lunga lista di tensioni e  conflitti,  producendo specularmente costi<br />
sociali altissimi sia per creativit&agrave;, sia per l&#8217;accesso al sapere sia<br />
per la sua possibilit&agrave; di diffusione e manipolazione.<br />
Costi che paghiamo quotidianamente sulla nostra pelle in nome del motto<br />
schumpteriano per cui &ldquo;Se non c&#8217;&egrave; rendita non c&#8217;&egrave; innovazione&rdquo;.
</p>
<p>
L&#8217;estensione infinita del diritto di autore ha portato alla non &ndash;<br />
esistenza di un dominio pubblico per i media audio &ndash; video ed ad un<br />
sostanziale analfabetismo e passivit&agrave; nell&#8217;uso di questi media.
</p>
<p>
Per ci&ograve; che riguarda l&#8217;universit&agrave; invece il problema della<br />
mercificazione del sapere si articola su due differenti piani: da una<br />
parte poche case editoriali, scientifiche ed umanistiche, posseggono<br />
vasti strati delle pubblicazioni universitarie ( spesso pessime ) e<br />
creano di fatto dei blocchi monopolistici tali da imporre costi<br />
proibitivi per gli studenti  nel gi&agrave; drammatico quadro di precariet&agrave;<br />
esistenziale che affligge i soggetti sociali pi&ugrave; deboli .<br />
D&#8217;altra parte il volto e la natura della ricerca soni stato stravolti da<br />
trent&#8217;anni di progressiva affermazione dell&#8217;ideologia brevettuale, e<br />
sradicati da quel contesto fatto di condivisione, scambio ed anche<br />
competizione: principi che fino a pochi anni fa erano le travi portanti<br />
ed il tessuto connettivo della comunit&agrave; scientifica.
</p>
<p>
La globalizzazione dei brevetti ha arrecato seri ostacoli allo sviluppo<br />
dei paesi del sud del mondo stretti nella morsa brevettuale degli Stati<br />
Uniti, del Wipo e del Wto.
</p>
<p>
Allo stesso modo in ambito informatico 15 anni di monopolio della<br />
Microsoft hanno causato grossi danni: uno su tutti ( e diciamo uno<br />
perch&eacute; i danni specialmente in questo ambito sono stati molteplici e<br />
ripetuti nel tempo ) &egrave; stato il tentativo di relegare l&#8217;uso del computer<br />
e delle tecnologie digitali in un&#8217;ottica puramente commerciale e<br />
strumentale al lavoro, rendendo dipendenti gli utenti ed addestrandoli<br />
a conoscere il minimo indispensabile del funzionamento di un sistema<br />
operativo, giusto quello che serve per &ldquo;consumare informazioni&rdquo; o  per<br />
trasformare il tempo libero e la comunicazione in lavoro  24 ore su 24:<br />
la fluidit&agrave; delle reti diventa flessibilit&agrave; totale.
</p>
<p>
Accanto ai metodi di sfruttamento tipici della propriet&agrave; intellettuale<br />
tout court ( &ldquo;tutti i diritti riservati&rdquo; ) si manifestano oggi anche<br />
strategie commerciali basate sull&#8217;apertura dei saperi e dei codici<br />
laddove essa sia vantaggiosa per il profitto delle aziende: in campo<br />
informatico ( ma non solo ) il cosiddetto Open Source ( ovvero il<br />
software basato su un codice sorgente aperto ) rappresenta di fatto il<br />
nuovo volto della logica e della strategia capitalista: pi&ugrave; umano, ma<br />
non per questo meno feroce.
</p>
<p>
Open source e software libero non devono essere confusi, per quanto la<br />
somiglianza dei due termini possa trarre in inganno.<br />
Se il movimento del software libero infatti ha sempre posto come suo<br />
obbiettivo la creazione di alfabeti informatici, capaci di articolare in<br />
modo infinito nuove strumenti e  nuovi linguaggi, l&#8217;open source, con una<br />
logica TOTALMENTE interna al mercato, si preoccupa piuttosto di quali<br />
siano le modalit&agrave; migliori di definire un prodotto secondo criteri open,<br />
cooptando le capacit&agrave; cooperative di produzione del sapere nelle<br />
comunit&agrave; di sviluppatori di software.
</p>
<p>
Un dato finale su cui porre l&#8217;accento della riflessione &egrave; la fragilit&agrave;<br />
di questi monopoli.<br />
L&#8217;intrinseca capacit&agrave; di riprodurre all&#8217;infinito l&#8217;informazione tramite<br />
i mezzi informativi digitali e l&#8217;aumento esponenziale delle potenzialit&agrave;<br />
comunicative ed espressive di coloro che li usano, rende obsoleto il<br />
business su cui essi si basano.<br />
E proprio a causa di ci&ograve; i canali di produzione e distribuzione del<br />
sapere ( in primis la Rete ) vengono sottoposti a continue misure di<br />
polizia e di sorveglianza pervasiva spesso accompagnate da campagne di<br />
terrorismo e disinformazione mediatiche.
</p>
<p>
Questi conflitti e contraddizioni vengono messi a nudo quotidianamente<br />
da numerosi movimenti che in differenti ambiti si battono contro la<br />
privatizzazione del sapere. Dal movimento per il software libero, ai<br />
media cooperativi, a quello per le pubblicazioni aperte scientifiche<br />
fino alle nuove forma di net &#8211; art che proprio della cooperazione e del<br />
libero scambio di saperi, fanno il loro cavallo di battaglia.
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_23 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/03/24/info-free-flow-3-0-report-2-propriet-intellettuale-tra-mercato-globale-e-forme-di-resistenza/">Info Free Flow 3.0 &#8211; Report 2 &#8211; Proprietà intellettuale tra mercato globale e forme di resistenza</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/03/24/info-free-flow-3-0-report-2-propriet-intellettuale-tra-mercato-globale-e-forme-di-resistenza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
