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	<title>InfoFreeFlow &#187; Privacy</title>
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	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
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		<title>The Battleground</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 14:30:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno. 140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>John Perry Barlow <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/33969186053160960">ha affermato</a> che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.</div>
<p>140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-406" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A partire dall&#8217;esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all&#8217;interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.</p>
<p>Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.</p>
<p>Oltre a causare uno sconquasso geopolitico che sta rapidamente mutando il volto delle relazioni internazionali,<span style="text-decoration: underline"> l&#8217;esplosione delle rivolte sociali sulle coste del Mediterraneo ha visto un ruolo significativo della rete all&#8217;interno dei processi rivoluzionari dispiegatisi nell&#8217;area</span>. Nelle fasi insurrezionali e post-insurrezionali magrebine, Internet è emersa sia come dispositivo con cui lanciare l&#8217;attacco al potere costituito sia come strumento importante nella possibilità di costruzione di una società altra.</p>
<p>Ma per quanto ci riguarda è chiaro che questi fenomeni non possono e non devono essere guardati attraverso la rudimentale, puerile e spesso strumentale apologia che individua nei social media il carburante quando non addirittura (!!) la causa scatenante delle rivolte. Ci interessa invece, una volta di più, coglierne l&#8217;affascinante ambivalenza situata all&#8217;incrocio tra potenza e limiti della rete, dove in pochi click gli switch sociali instradano il flusso delle informazioni da un network all&#8217;altro.<span id="more-407"></span></p>
<h2>Tecnofan vs tecnorealisti</h2>
<p>L&#8217;articolo in cui Bernard -Henri Lévy sul Corriere sostiene che il motore della rivoluzione tunisina «non è stato evidentemente il proletariato» ma «gli internauti» equivale ad uno uno sputo impregnato di sugo d&#8217;aragosta in faccia al popolo tunisino. Forse impegnato a stendere l&#8217;ultimo numero della sua prestigiosa rivista, l&#8217;intellettuale francese ha scordato le centinaia di giovani che a vent&#8217;anni hanno deciso di ribellarsi contro un regime mafioso-clientelare scivolato sul crinale scosceso della crisi globale, versando il loro sangue sui selciati di Tunisi, Sfax, Kasserine e Sidi Bouzid. Solo per curiosità: da quando gli internauti sono diventati una classe sociale?</p>
<p>Che piaccia o meno agli opinionisti di mezzo mondo impegnati a sgomitare per ritagliarsi il loro pezzettino di notorietà sulle colonne di quotidiani, quella in corso in Nord Africa non è stata né la rivoluzione del pane né dei gelsomini. E tanto meno è stata la rivoluzione di Twitter, di Wikileaks o di Anonymous. «Cento di noi» diceva il movimento tunisino nei suoi forum on-line e nelle sue assemblee «non sono morti per una zolletta di zucchero o per Youtube».</p>
<p>Il propulsore reale delle rivolte degli ultimi due mesi non è la rete in se e per se, ma le masse scese in piazza per cui <span style="text-decoration: underline">l&#8217;uso della tecnologia</span> (pur con le debite differenze che si sono date tra Tunisia, Egitto e Libia) <span style="text-decoration: underline">può essere tutt&#8217;al più un coefficiente importante, ma certo insufficiente per dare sostanza al protagonismo ed alle istanze politiche radicali avanzate.</span></p>
<p>E a dire la verità lascia un po&#8217; interdetti questa meraviglia per l&#8217;improvvisa scoperta della rete come luogo di conflittualità: in parte perché questo avveniva da tempo (seppur in forme più acerbe), ma più in generale perché, come sostenuto già una decina d&#8217;anni fa da M.Castells,<span style="text-decoration: underline"> se nella società industriale la storia del movimento operaio non può essere separato dalla fabbrica come ambito organizzativo, quella dei movimenti odierni non può non vedere nella rete un luogo analogo.</span></p>
<p>Questo però non deve significare l&#8217;esaltazione acritica di uno strumento che ha fra le sue principali caratteristiche, come sostenuto dal giornalista Malcom Gladwell, quello di creare <strong>legami deboli</strong>. Legami sui quali è ben difficile pensare possano innestarsi le basi organizzative di movimenti insurrezionali scagliatisi contro feroci regimi dittatoriali di durata pluridecennale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Inoltre Internet, a dispetto delle affabulazioni propinateci nella sua fase aurorale, non ha mai livellato né uniformato le culture o i processi sociali. Attribuire ad un singolo fattore un cambiamento rivoluzionario di massa che si da l&#8217;obbiettivo di ridisegnare l&#8217;orizzonte futuro e presente, significa semplicemente ripescare una visione positivista della politica.</span>Una visione con cui poter ignorare comodamente, non solo il quadro ed il momento storico in cui tali cambiamenti emergono, ma più in generale, il fatto che tra sfera digitale e non digitale esistano tanto rapporti di interdipendenza quanto di assoluta specificità (definiti da Saskia Sassen come <strong>embricazioni</strong>). Senza avere la pretesa di delineare un insieme esaustivo dei coefficienti in gioco per comprendere la possibilità di utilizzo della rete all&#8217;interno di uno scenario di conflitto, possiamo comunque indicarne alcuni: qual&#8217;è il livello di alfabetizzazione informatica di una popolazione? Qual&#8217;è il livello di diffusione di internet in un paese? Che tipo di utilizzo viene fatto dei social network? Qual&#8217;è livello di sviluppo delle infrastrutture? Che cosa ci dicono i numeri relativamente sulla diffusione di cellulari e smartphone? Quali sono le caratteristiche demografiche di chi utilizza la rete? I servizi internet sono accessibili da un punto di vista economico? Qual&#8217;è il rapporto del regime politico con la sfera mediale? I network broadcast a chi appartengono? Che atteggiamento ha la classe politica dirigente verso i giornalisti locali e stranieri? Esistono realtà consolidate di mediattivismo e di sperimentazione delle nuove tecnologie?</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È necessario dunque considerare la combinazione di un certo numero di variabili, di fattori oggettivi e soggettivi, di interfacce sociali, di reddito e di genere frapposte tra i dispositivi e chi ne fa uso per comprendere le reali possibilità dispiegate delle tecnologia digitali.</span></p>
<p>Non stiamo ovviamente negando l&#8217;importanza della rete nelle rivolte che infiammano il Mediterraneo: vogliamo semplicemente sottolineare come il ruolo di Internet vada compreso in modo molto più approfondito di quanto sia stato fatto fino ad ora. Non è un compito che possiamo pensare di esaurire noi in poche righe. Qualsiasi ipotesi andrà necessariamente messa a verifica negli anni che verranno e sugli altri campi di battaglia su cui tutti e tutte noi combatteremo. Ma tracciare alcune delle tendenze che emergono dall&#8217;osservazione empirica, questo si, è possibile.</p>
<h2>Simboli, immaginario e contro-comunicazione</h2>
<p>Come qualche tempo fa ha scritto Bada Nasciufo in un <a href="http://www.infoaut.org/blog/editoriali/item/371-il-graphic-design-delle-rivolte">bell&#8217;editoriale su Infoaut</a>, la rete ha innanzi tutto veicolato simboli ed emozioni di cui una nuova soggettività internazionale, da Londra fino a Tunisi, si sta nutrendo.<span style="text-decoration: underline"> La circolarità di sentimenti e di saperi interconnessi nella sfera pubblica del Web è stata dirompente come non mai ed ha lasciato segni indelebili nell&#8217;immaginario collettivo globale.</span></p>
<p>Una riprova tangibile ne sono le reti internazionali attivatesi quando la censura del regime tunisino nei confronti del web si faceva più dura, o ancora durante il black out dell&#8217;internet egiziana. Quelli sorti non sono stati movimenti d&#8217;opinione ma reti di solidarietà attiva che, sfruttando l&#8217;hype scatenatosi attorno ad hashtag come <a href="https://twitter.com/infofreeflow/sidibouzid">#sidibouzid</a> o <a href="https://twitter.com/infofreeflow/jan25">#jan25</a>, hanno scagliato attacchi contro le agenzie governative dei regimi arabi responsabili della censura.</p>
<p>Grande è stata la creatività nel rispolverare dall&#8217;armadio tecnologie analogiche come modem a 56k, server <a href="http://www.xs4all.nl/%7Escorpio/egypt.txt">dial-up</a> per le chiamate internazionali o <a href="http://werebuild.eu/wiki/Egypt/Ham_radio">ponti radio</a> ed ancora più grande è stata la capacità di decentralizzare l&#8217;implementazione di servizi utili al popolo egiziano per dargli voce (anche se, è importante sottolineare, che quelle messe in campo sono state soluzioni tattiche dettate dall&#8217;emergenzialità del momento, oltre la quale l&#8217;utilizzo di queste tecnologie avrebbe avuto scarsa rilevanza).</p>
<p>Gli attori emersi hanno mostrato di avere la capacità di giocare con i media tradizionali, senza porsi in modo preconcetto nei loro confronti. Un esempio finora vincente <a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/427-we-are-anonymous">di cui abbiamo già parlato</a> è stato Anonymous. <span style="text-decoration: underline">La sua forza reale è stata quella di saper leggere la struttura dei media ed agirla.</span> Forza senza la quale i cortei virtuali prodotti tramite l&#8217;utilizzo del software LOIC sono un semplice esercizio tecnico, poco efficace perché incapace di mettere a nudo e colpire i punti deboli dell&#8217;avversario.</p>
<p>Nulla a che fare con la sapiente operazione di marketing lanciata dall&#8217;accoppiata delle meraviglie Google-Twitter che con <a href="https://twitter.com/speak2tweet">Speak2Tweet</a> ha provato a ritagliarsi un ruolo nella storia. Bando all&#8217;euforia degli entusiasti di Mountain View, a che serve un servizio di questo genere? È lento (bisogna ascoltarsi i messaggi), non prevede alcun tipo di indicizzazione dei contenuti, non presenta alcuna garanzia di affidabilità (chi ha lasciato il messaggio e perché?). Sarà senz&#8217;altro un patrimonio importante per gli storici un giorno ma l&#8217;utilità effettiva che può aver avuto per ora ci sfugge.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È abbastanza ovvio invece rimarcare come i social network abbiano contribuito a dare una copertura internazionale ampia e variegata degli eventi, ma questo è avvenuto con modalità ed intensità diverse a seconda dei contesti.</span> È valso in particolar modo per la Tunisia, un paese che a differenza dell&#8217;Egitto o della Libia riveste un&#8217;importanza geopolitica di secondo piano: le sue rivolte sono state infatti deliberatamente ignorate dal circuito internazionale mediatico fino a pochi giorni prima della caduta di Ben Ali. In Egitto tutto questo si è dato in modo diverso in particolar modo dopo la mossa poco lungimirante di Mubarak di chiudere la rete egiziana: da quel momento in avanti a farla da padrone è stata Al Jazeera che non a caso ha cominciato a subire attacchi fisici ed informativi (con il <a href="http://www.broadbandtvnews.com/2011/02/01/al-jazeera-claims-unprecedented-interference/">jamming</a> delle sue frequenze satellitari). Diverso ancora il caso della Libia dove sono emersi pochi profili Twitter in grado di diramare informazioni certe e dove la copertura mediatica resa possibile dal satellite è stata neutralizzata dall&#8217;oscuramento delle frequenze di Al Jazeera e delle reti telefoniche satellitari (una mossa rivolta chiaramente contro i giornalisti stranieri sul territorio, dato che il satellite rimane un mezzo di comunicazione ancora costoso e poco accessibile).</p>
<p><span style="text-decoration: underline">La capacità di diffusione dell&#8217;informazione in tempo reale</span>, oltre a svolgere una funzione documentale per l&#8217;opinione pubblica internazionale, <span style="text-decoration: underline">ha permesso di produrre anche una narrazione degli eventi contrapposta a quella televisiva dei regimi.</span> Quest&#8217;ultima è stata caratterizzata per aver giocato su uno dei piani più tradizionali della politica fatta comunicazione: con l&#8217;obbiettivo di dividere la piazza sia Ben Ali che Mubarak hanno tentato la carta del bastone (ovvero la minaccia verso chi protestava indicando al loro interno la presenza di non meglio prezzolati agenti stranieri) e della carota (elezioni entro sei mesi, dipartita dal potere entro pochi mesi, nuovi posti di lavoro, avvio di riforme). Il web e la piazza semplicemente non li hanno ascoltati e hanno contribuito a neutralizzare il discorso della rappresentazione televisiva contrapponendone una propria.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Oltre a questo va segnalato che la rete è stata anche uno strumento direttamente al servizio delle lotte sui territori.</span> In che misura questo sia avvenuto e quale rilevanza abbia davvero avuto lo potremo capire solo nei prossimi anni. Ma in Tunisia (un paese dove esistono fattori oggettivi come un forte sviluppo delle infrastrutture ed una profonda penetrazione di Internet all&#8217;interno di una popolazione giovane ed istruita) nella fase immediatamente post-insurrezionale <strong>Google Maps è stato utilizzato in modo collaborativo</strong> <a href="http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF&amp;msa=0&amp;msid=204429933743412451505.000499e53c5acb4ba7229">per mettere in atto pratiche di autodifesa dei quartieri</a>. Sono state infatti create mappe su cui segnalare istantaneamente la presenza degli squadroni della morte dell&#8217;RCD ed altre minacce. Inoltre le reti cellulari mobili permettevano di conoscere in <em>real-time</em> gli spostamenti della polizia, gli andamenti dei cortei ed i resoconti degli scontri che simultaneamente infiammavano varie località del paese.</p>
<h2>Un altro modo di dire Facebook</h2>
<p>Abbiamo già spiegato quali sono i motivi che ci spingono a dissentire profondamente con la visione positivista ed acritica che identifica il mezzo con il movimento stesso o con la causa scatenante delle rivolte. Specularmente però, <span style="text-decoration: underline">quanto accaduto negli ultimi mesi ci induce a dubitare in misura sempre maggiore della prospettiva teorica che continua ad individuare i social network commerciali esclusivamente come dispositivi omologanti che tendono a polverizzare la comunicazione sociale, come un&#8217;arma di distrazione di massa o uno strumento di annientamento della privacy di gruppi ed individui.</span></p>
<p>Certo meccanismi e dispositivi come la <strong>viralità dell&#8217;informazione</strong>, la possibilità di accedervi in<strong>mobilità</strong>, la creazione di insiemi relazionali, il <strong>data-mining</strong>, il <strong>tagging</strong> e la <strong>geoidentificazione</strong>, sono ovviamente pensati ed implementati dalle grandi multinazionali per renderci produttivi e mettere a valore ogni nostra singola attività nel quotidiano privandoci di possibilità di riservatezza.</p>
<p>Ma l&#8217;utilizzo di questi strumenti è ormai evidente che non si da solo lungo questa direttrice. <span style="text-decoration: underline">Quando un&#8217;intelligenza politica ha avuto la necessità di immaginarne una torsione (pur restando aderente e non estraniandosi alle logiche con cui essi sono stati costruiti) l&#8217;ha fatto producendo forme di partecipazione distribuita.</span></p>
<p>Lo stesso intreccio dei piani spaziale e temporale che finora abbiamo conosciuto come sinonimo di sfruttamento e precarietà, del lavoro infinito e del consumo coatto di informazione, negli ultimi due mesi ha assunto anche un altro significato: quello di una possibile auto-organizzazione e militanza globale, ancora tutta da costruire, in via di definizione e non scevra di contraddizioni, ma resasi comunque manifesta sotto diverse spoglie.</p>
<p>Proporre un&#8217;ipotesi di questo tipo ovviamente non significa affermare che la tecnologia non è ne buona ne cattiva o che sia diventata improvvisamente un terreno neutro su cui muoversi in totale libertà. Significa piuttosto rilevare che l&#8217;ambivalenza che la caratterizza è stata messa a nudo al di fuori delle nicchie specialistiche ed elitarie che pure hanno verso queste tematiche un approccio critico ma spesso esclusivamente etico.</p>
<p>Tutti ormai sappiamo che non può esistere né privacy, né sicurezza né controllo dei propri dati all&#8217;interno di un social network come Facebook. Tutti ormai sappiamo che questo ci rende suscettibili di sorveglianza e di ritorsioni politiche da parte dei governi contro cui lottiamo (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=252&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">la stessa EFF ha sentito la necessità di riaffermarlo con forza in pieno black-out egiziano</a>).</p>
<p>Sopratutto però hanno dimostrato di saperlo i movimenti nord africani che hanno deciso di andare oltre a questo problema, sentendo la necessità di stabilire un equilibrio tra la dinamica repressiva ed il mantenimento di una presenza forte e ramificata in un luogo che a ragione hanno visto come fondamentale. L&#8217;uso di TOR, delle VPN e di altri sistemi di elusione dei dispositivi di censura è salito alle stelle (<a href="https://blog.torproject.org/blog/measuring-tunisian-tor-usage">grafico 1</a> - <a href="https://blog.torproject.org/blog/recent-events-egypt">grafico 2</a>). E questo, una volta di più, non fa che mettere in evidenza un fatto che ciclicamente si ripete da un punto di vista storico, ovvero che <em>è nei momenti di lotta che i soggetti scoprono nuovi bisogni, necessità e desideri su cui innestano processi di alfabetizzazione e creatività.</em></p>
<p>C&#8217;è da chiedersi in sintesi: è così lontano dalla realtà ipotizzare che l&#8217;utilizzo conflittuale del digitale in Nord Africa, da cui ne sono emersi limiti e potenza, non abbia come ricaduta, in Africa ma anche qui in Occidente, l&#8217;innesco di una nuova riflessione culturale e politica verso la rete ed i rapporti di forza che la attraversano?</p>
<p>In questo senso qualcosa già si è mosso in Tunisia. Visto il ruolo centrale che ha avuto la rete nelle mobilitazioni non è privo di senso attendersi che la sensibilità e l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica locale verso tematiche inedite come l&#8217;accesso ai dati, i diritti digitali o quello alla privacy sarà fortissima (ed infatti il governo ad interim ha dovuto immediatamente rimuovere i blocchi della censura web e si è impegnato a garantire la libertà d&#8217;espressione dei cittadini tunisini, particolarmente su Internet). Ma non solo. Con una lettera indirizzata a Mark Zuckerberg firmata da diversi attivisti e blogger viene riconosciuto a Facebook «<em>un ruolo non trascurabile nella circolazione delle informazioni riguardanti gli eventi in Tunisia</em>». Allo stesso tempo però vi si afferma che <em>«questi dati, rilasciati su Facebook, appartengono ugualmente al popolo tunisino»</em>. Dunque per la sua importanza storica la nuvola di informazioni delle lotte tunisine non può essere considerata proprietà esclusiva di un&#8217;azienda privata, ma è percepita come patrimonio presente e futuro di una nazione in costruzione, e per questo ne viene richiesta la piena accessibilità. Una prima rivendicazione che, pure nella sua formalità, è radicale<span style="text-decoration: underline"> perché va a mettere in discussione uno dei principi cardine dell&#8217;economia e del potere di Facebook</span>: l&#8217;enclosure che blinda i dati creati dagli utenti. Una prima crepa nel muro dorato che recinta il social network di Palo Alto? Certo a farlo crollare non sarà una semplice lettera. Ma le richieste in essa avanzate affondano le loro radici in un processo rivoluzionario in divenire. E questo le carica di attrattiva e mordente ben più di quanto ne potrebbero mai avere diaspore senza meta o suicidi di massa di qualche migliaio di avatar.</p>
<h2>Governamentalità in rete: dalla censura al consenso</h2>
<p>Ma le rivolte tunisine, egiziane e libiche ci dicono altro ancora. Ci parlano degli scenari presenti e futuri delle guerre di informazione, della miopia dei regimi arabi abbattuti e della loro incapacità di comprendere il vero potere che scorre impetuoso nelle sovrapposizione tra reti sociali e tecnologiche.</p>
<p>Può sembrare strano ma, a nostro avviso, in questi scenari non sarà affatto la censura a farla da padrone. O almeno non solo. Continuare a produrre articoli con mappe colorate ed interattive dove segnalare i paesi o i siti più censurati al mondo, in un futuro molto prossimo potrebbe essere un&#8217;operazione giornalistica buona giusto per un post su Wired.it</p>
<p>Il blackout dell&#8217;internet egiziana, ha destato profonda impressione nell&#8217;opinione pubblica internazionale. Di fronte agli occhi di un pubblico globale il detto secondo cui «<em>Internet reagisce alla censura come se questa fosse una disfunzione tecnica</em>» è stato letteralmente sbriciolato. Tanto meglio perché era solo un lascito residuale di un epoca tramontata da un pezzo. Una diceria che non rendeva giustizia della complessità su cui oggi si articola e si stratifica la governance globale dell&#8217;informazione. <span style="text-decoration: underline">Nessun protocollo vi garantirà mai la libertà se dall&#8217;altra parte governi ed autorità statali hanno dimostrato di poterne neutralizzare l&#8217;efficacia in qualsiasi momento.</span> Chi oggi continua a raccontare questa favoletta per bambini è un ingenuo che ancora non si è scrollato di dosso le suggestioni della prima internet. Oppure vuole continuare a tenervi lontani dalla partecipazione attiva facendovi credere che un click di mouse, un software o un file di configurazione possano sostituire la politica.</p>
<p>Al di la del comprensibile clamore suscitato (un evento storico senza precedenti), lo switch-off predisposto dal regime di Mubarak o il sistema di censura Ammar404 sono semplicemente l&#8217;emblema di approccio politico arretrato alla regolazione dei flussi d&#8217;informazione. E per i popoli insorti e vittoriosi, non possiamo che rallegrarcene.</p>
<p>Il buio in cui è caduta l&#8217;infosfera egiziana non ha sortito nessuno degli effetti che l&#8217;autocrate del Cairo si prefiggeva di raggiungere. Anzi, i suoi risultati sono stati controproducenti.</p>
<div>
<ul>
<li>Ovviamente le manifestazioni ed i cortei non hanno subito nessun contraccolpo di particolare portata.</li>
<li>Per di più la risonanza avuta da questo fatto ha rafforzato la determinazione dei network di attivismo internazionale, che prontamente si sono mossi per ridare voce al popolo egiziano attraverso l&#8217;utilizzo di tecnologie analogiche.</li>
<li>Inoltre con questa sua mossa disperata il regime ha ulteriormente deteriorato la sua proiezione internazionale mettendo in serio imbarazzo gli alleati a stelle e strisce (dopo che negli ultimi anni la macchina da guerra comunicativa della Casa Bianca aveva a più riprese messo sotto accusa la censura cinese).</li>
<li>A questo si aggiunga che il blocco della rete non ha comunque impedito una copertura internazionale degli eventi grazie ai satelliti di Al Jazeera (e non a caso Gheddafi intuendo il pericolo ha cominciato a sabotarne le frequenze <a href="http://en.ammonnews.net/article.aspx?articleNO=11489">prima ancora</a> della caduta del suo omologo egiziano). Copertura senza la quale, non abbiamo dubbi, lo spargimento di sangue sarebbe stato molto più cruento.</li>
<li>Infine i costi economici sono stati tutto meno che trascurabili. <a href="http://blogs.forbes.com/parmyolson/2011/02/03/how-much-did-five-days-of-no-internet-cost-egypt/">Le prime stime provvisorie si attestavano intorno ai 90 milioni</a> di dollari ma c&#8217;è chi sostiene che la cifra finale sia <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-12357694">destinata a lievitare</a>.</li>
</ul>
</div>
<p>Tutto questo è indice e segno tangibile della mancanza di una qualsivoglia strategia politica volta a gestire le comunicazioni digitali. Anche <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/26673/Egitto%2C+Vodafone%3A+costretti+dal+governo+a+mandare+sms+pro-Mubarak">l&#8217;invio di migliaia e miglia di SMS</a> per chiamare la manifestazione del 2 febbraio a favore del regime è espressione di un colpo di coda menato alla cieca per istinto di sopravvivenza. Troppo tardi, quando tutto era ormai perduto.</p>
<p>E più in generale esprimono una visione arretrata del potere. Un potere che viene immaginato da chi lo esercita esclusivamente come autorità nei confronti degli individui e non come rapporto sociale costruito. Un potere che si muove a senso unico, incapace di percepirsi al di la della violenza e della coercizione che non pensa a di puntellare le sue fondamenta grazie alla produzione di discorso e consenso. Un potere che mentre traccia barriere esterne ed innalza muri di byte sembra non aver minimamente afferrato quello che è la vera potenzialità delle reti. <span style="text-decoration: underline">Che non è quella di trasportare informazioni ovunque ed a velocità stratosferica, ma di fare e disfare una fiducia da cui saper trarre legittimazione politica.</span></p>
<p>I regimi nord-africani crollati su di loro hanno dimostrato di non comprendere che nell&#8217;epoca delle reti, in una società altamente globalizzata ed informatizzata dove la circolazione dell&#8217;informazione è una delle architravi del capitalismo, rallentare o bloccare completamente i flussi di dati è uncosto più che un vantaggio.</p>
<p>Altrove invece questo lo si è capito. La Cina, <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/07/12/disorganici-google-o-gli-attivisti-cinesi/">spesso raccontata dalla prospettiva universalistica dei media occidentali</a> come esempio più barbaro di censura e negazione dei diritti civili, ha saputo dispiegare il suo potere ben al di la della creazione di avamposti cyber-militari posti a guardia del suo perimetro digitale informativo (l&#8217;arcinoto Great Firewall) ma ha saputo immaginare la rete come luogo di condivisione degli scopi e dei fini ultimi del sistema.</p>
<p>Simone Pieranni nei suoi “<a href="http://www.china-files.com/home.php">China Files</a>” ci ha <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-vi-prego-sul-web-cinese/">ben spiegato</a> che la sorveglianza sulla rete cinese è in effetti resa agevole dal fatto che gli utenti cinesi si colleghino ad Internet da quelli che sono i tre principali gateway del paese. È vero anche che esiste un cosiddetto “esercito dei 50 cents” (dalla paga oraria corrisposta) composto da migliaia di persone che setacciano i social media segnalandone i contenuti proibiti o moderando le discussioni.</p>
<p>Questo però non sembra preoccupare particolarmente la stragrande maggioranza degli internauti dello sterminato impero asiatico. Sia perché le barriere virtuali predisposte da Pechino sono facilmente aggirabili grazie all&#8217;utilizzo di un qualsiasi proxy ma sopratutto perché in pochi sentono la necessità di accedere alle pagine di Facebook perennemente bloccate.</p>
<p>L&#8217;ufficio della Propaganda cinese negli anni ha creato tutta una serie di omologhi locali «armonizzati» dei social media occidentali con le stesse funzionalità. All&#8217;interno di queste piattaforme hanno luogo quelle che sono le attività più classiche delle piattaforme nostrane. Anche al dissenso (purché innocuo) viene lasciato spazio. Anzi, i protagonisti virtuali del “Bagaglino” locale con la loro comicità che punge il potere senza metterlo in discussione, riescono addirittura a diventare delle star chiamate a tenere <em>lectio magistralis</em> nelle università di Pechino.</p>
<p>Insomma, a fronte di una possibile minaccia rappresentata dalla libertà che Internet permette, le autorità del paese hanno pensato di conciliare il controllo dei flussi di informazione con «la distribuzione gratuita di oppiacei virtuali».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È <strong>anche</strong> in questo modo che il partito continua a mantenere una presenza costante all&#8217;interno della vita della popolazione, immaginando la tecnologia digitale nella sua maggior espressione politica, ovvero nel condizionamento della vita, delle abitudini e delle attitudini relazionali.</span></p>
<p>L&#8217;aver compreso la commistione tra flusso libero di informazioni e capillarità dei media sociali, <a href="http://blog.ilmanifesto.it/chipsandsalsa/2010/08/31/la-marcia-virtuale-verso-lo-stato-armonioso/">ci racconta invece Matteo Miavaldi</a>, non ha portato solo alla creazione di social network caratterizzati dal più utopistico degli ideali cinesi (ovvero l&#8217;armonia) dove imbrigliare l&#8217;interattività in un entertainement dalla tradizione epica. Non è solo un luogo dove si mettono in scena le prove generali di una società modello caratterizzata dalla felice convivenza tra persone a cui fa da contraltare il ruolo delle autorità illuminate che si occupano di tutto il resto. <span style="text-decoration: underline">Questo dispositivo di propaganda soft è infatti anche un enorme macchina mangia soldi, tanto che QQ, il clone autarchico di Twitter, è fra i primi 10 al mondo indicizzati da Alexa Rank.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline">Il potere a rete</span> dunque non è semplicemente una forma di sorveglianza o un uso della forza messo in atto da un agente di controllo trascendente collocato al di fuori dal sociale (come è stato nel caso dell&#8217;Egitto o della Tunisia). <span style="text-decoration: underline">Esso invece è un processo continuo di costruzione della legittimità che si dispiega collocandosi all&#8217;interno dei luoghi politici presenti nella società, amalgamandosi ad essa e perpetrandone l&#8217;ordine.</span></p>
<p>Mubarak e Ben Ali hanno pensato che la rete servisse per giocare a guardie e ladri mentre <span style="text-decoration: underline">nell&#8217;era dell&#8217;informazione i flussi informativi non si combattono erigendo muri, ma creando altri flussi di comunicazione o deviandone il corso nel proprio frame di senso.</span></p>
<h2>Illusione o realtà?</h2>
<p>Se la veicolazione di simboli e delle emozioni ad essi connaturate è stata una delle principali funzioni dei social network durante le insurrezioni del risveglio arabo, nulla vieta (come abbiamo visto nel caso della Cina) che questo meccanismo possa diventare uno strumento straordinario nelle mani dei governi e della repressione.</p>
<p>Come <a href="http://www.rferl.org/content/interview_morozov_internet_democracy_promotion/2284105.html">Evgeny Morozov ha sottolineato</a> (ma anche molti altri prima di lui),<span style="text-decoration: underline"> se i social network possono avere un&#8217;utilità per sondare gli umori dell&#8217;infosfera a fini commerciali (pensate ai<em>trending topics</em> di Twitter) cosa impedisce di farne un uso speculare per fini di sorveglianza politica?</span></p>
<p>Ma la rete può anche essere usata per distruggere fiducia e legami all&#8217;interno di un gruppo sociale.<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;insignificanza materiale del simbolo e delle informazioni con cui esso viene costruito hanno anche da questo punto di vista ricadute estremamente concrete.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><em>Real time non significa realtà.</em></span> Un social network come Twitter, dati i meccanismi che lo governano, si presta anche ad essere un luogo particolarmente florido per mettere in campo vere e proprie operazioni di disinformazione o di “netwar”. Questa strategia viene definita dalla Rand Corporation come «<em>l&#8217;insieme delle attività poste in essere per disturbare, danneggiare, o modificare ciò che una determinata popolazione conosce o crede di conoscere a proposito di se stessa o della realtà circostante</em>».<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;obbiettivo è l&#8217;opinione, la mente, le emozioni del nemico ed esso viene raggiunto agendo capillarmente sulla fiducia che una popolazione ha nei suo canali di comunicazione.</span></p>
<p>Già in passato avevamo sottolineato come i processi di formazione delle opinioni su Twitter siano analoghi a quelle delle convenzioni di Wall Street, per le similitudini nel loro funzionamento con i meccanismi dell&#8217;economia finanziaria. Il social network di Biz Stone pur essendo uno strumento di informazione eccezionale ed in tempo reale, è allo stesso tempo una delle espressioni più compiute della comunicazione fondata su convenzioni ed automatismi. Cosi come accade nel mercato finanziario gli utenti puntano all&#8217;informazione che gli altri considerano buona (come un&#8217;azione in rialzo o una news particolarmente retwittata). <a href="http://gigaom.com/2011/01/19/twitter-is-a-great-tool-but-what-happens-when-its-wrong/">Ma cosa succede quando qualcosa va male?</a> Cosa accade quando un&#8217;informazione falsa viene immessa nel circuito tecnologico e neurale di Twitter? Spesso si producono hype che sfuggono ad ogni logica e ad ogni forma di controllo e sono in grado di propagare veri e propri turbini di disinformazione e panico a cui possono involontariamente partecipare anche profili particolarmente influenti a cui spesso prestiamo attenzione.</p>
<p>A causa della natura del social network in questione (un flusso ininterrotto, distribuito ed asincrono di informazioni) e del fatto che non esista una funzione di correzione dei tweet inviati, tutto questo può accadere con facilità. Ed è accaduto anche al di fuori di scenari concitati e confusi come quelli magrebini. A dicembre dopo la sparatoria in Arizona contro la deputata della camera Gabrielle Giffords, a distanza di diverse ore dall&#8217;accaduto su Twitter continuavano a circolare ricostruzioni false degli avvenimenti nonostante gli stessi media mainstream avessero a loro volta rettificato le versioni iniziali diffuse. Per usare le parole di Mathew Ingram: <em>«When a mistake get distributed, there&#8217;s no single source that can send out a correction»</em>. Non solo: in alcuni contesti per lo più dominati dalla scarsità informativa (e quindi dalla difficoltà di prefigurare scenari di medio-lungo termine) può addirittura convenire a tutte le parti in causa alimentare una convenzione falsa &#8211; come accaduto in passato con la speculazione al rialzo sullo sviluppo della New Economy, la storia si è ripetuta con il presunto dilagare dei focolai ribelli nei primi giorni della rivolta segnalato dall&#8217;account twitter del Libyan Youth Movement e largamente retwittato &#8211; che da un lato ha galvanizzato i rivoltosi rispetto ad un fenomeno molto più contenuto, ma dall&#8217;altro ha beneficiato i sostenitori del regime, sottovalutati nella loro reale forza.</p>
<p>Queste considerazioni ci fanno tornare immediatamente ad alcuni eventi tunisini accaduti a ridosso della caduta di Ben Ali. Innanzi tutto a tratti non è mancata una certa confusione dovuta al fatto che molti tweeter in segno di solidarietà con la rivolta hanno modificato la loro collocazione, rendendo più complessa la ricerca di tweet (raffinabile proprio utilizzando criteri geografici). In secondo luogo nella notte del 12 gennaio proprio su Twitter si sono diffuse false voci in merito ad un colpo di stato militare in Tunisia. Anche grossi snodi della comunicazione di movimento (come Nawaat, Takriz ed SBZ_news) hanno dato credito a questi <em>rumors</em>. Rilevatane l&#8217;infondatezza la mattina seguente, chi aveva commesso l&#8217;errore si è affretto a scusarsi pubblicamente mentre molti utenti reclamavano a gran voce che fossero diffuse solo notizie effettivamente confermate. Il rischio in essere era che in quelle ore cruciali, vedendo venir meno il suo ruolo di intermediario credibile nella ricostruzione degli eventi, “l&#8217;infrastruttura molle” di tweeters tunisini perdesse molta della credibilità accumulata fino a quel momento, perdendo la fiducia che era riuscita a conquistarsi.</p>
<p>Dopo la caduta del regime invece, in misura sempre maggiore hanno cominciato a spuntare come funghi account twitter in sostegno all&#8217;RCD e a Gannouchi o che esprimevano la necessità che un certo livello di censura tornasse ad essere presente in rete.</p>
<p>Le realtà del movimento tunisino hanno capito come <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">Ammar404</a> fosse ancora presente in rete, non sotto le vesti del censore, ma con l&#8217;intento di diffondere panico e terrore.</p>
<p><em>«Tunisian cyber police using zombie accounts on facebook to spread misinformation on how ghannouchi isn&#8217;t that bad&#8230; loosers.»</em></p>
<p>Anche i profili Facebook sono stati utilizzati contro i soggetti più in vista della cyber-rivolta. Recentemente è stato aperta una pagina Facebook contro Takriz, una delle realtà storiche del mediattivismo tunisino. Oltre a diffondere video falsi e foto degli attivisti di Takriz, montare accuse di affiliazione alla CIA, battere la grancassa della propaganda pro RCD e seminare disinformazione svolgendo un ruolo complementare a quello di Neesma TV (la televisione di Berlusconi e del nipotino di Bourguiba) questa pagina è anche un punto di organizzazione dei lealisti di Ben Ali. Attraverso questa sono stati lanciati <em>storm</em> di segnalazione a Facebook della pagina di Takriz. Ad un momento prestabilito centinaia di cani da guardia del vecchio regime si riuniscono sulla piattaforma di Zuckerberg e cominciano a mandare segnalazioni agli amministratori perché chiudano la pagina di Takriz in quanto colpevole di incitamento alla violenza. <span style="text-decoration: underline">Una modalità organizzativa molto simile a quella di un netstrike.</span></p>
<p>Così come i social network possono essere tanto un formidabile mezzo di informazione o uno strumento di disinformazione, allo stesso modo possono moltiplicare l&#8217;immaginario o evirarlo. Se chiedete a qualcuno “Qual&#8217;è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla rivoluzione egiziana?” molti probabilmente risponderebbero Piazza Tahrir (che non a caso è divenuto uno degli hashtag più diffusi proprio su Twitter). Eppure questa rappresentazione univoca rischia di dare un&#8217;immagine eccessivamente parziale di quanto avvenuto sulle strade egiziane prima e dopo il 25 gennaio. La repressione non è stata solo quella degli sgherri che a dorso di cammello brandivano scimitarre e bastoni per terrorizzare i manifestanti ma è stata anche quella delle fucilate alla schiena dell&#8217;esercito contro i rivoltosi di Suez. La ribellione non è stata solo quella di chi pacificamente e con ostinazione a deciso di piantare la tenda per giorni e giorni fino alla caduta del regime ma è anche quella di chi si è scontrato con la polizia strada per strada. <span style="text-decoration: underline">È lecito chiedersi allora quale portato storico potrebbe lasciare questa fotografia con i bordi tagliati di netto sia nell&#8217;immediato futuro politico del nuovo Egitto, sia nell&#8217;immaginario di tutti i movimenti globali che sempre di più in queste ore guardano al divampare del fuoco nordafricano ed arabo.</span></p>
<p>Continuando l&#8217;analogia con il mercato finanziario ed utilizzando le parole di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) : «<em>L&#8217;illusione è diventata realtà. E più reale diventa più accanitamente la vogliono</em>».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Anche questo è il Battleground, il vostro ed il nostro campo di battaglia.</span></p>
<p>Un luogo dove non c&#8217;è divisione fra partecipazione civile e militare. Dove a tempo di 140 caratteri si smontano LOIC e si limano hashtag. Dove bisogna tanto sfuggire alla censura quanto saper dirottare lo scorrere furioso dell&#8217;informazione nell&#8217;intersecarsi vasto e pulsante di reticoli neurali, fisici e tecnologici che innervano le reti sociali sparse ai quattro angoli del globo.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/">The Battleground</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>La polizia ci spia su Facebook? Tanto stupore per nulla</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2010 11:02:23 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Stupirsi del fatto che la polizia usi Facebook per spiare la attività degli utenti in rete, è un po&#8217; come stupirsi del fatto che all&#8217;ombra dei palazzi romani e delle emittenti televisive milanesi, gli esponenti del potere si dilettino a fare &#8220;bunga bunga&#8221; con giovani donzelle più o meno compiacenti. Solo i giornalisti del gruppo editoriale &#8220;L&#8217;Espresso&#8221; possono pensare che una notizia di questo genere abbia rilevanza o presenti davvero il benché minimo carattere di novità.</p>
<div id="attachment_356" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/10/minchia_commissario.jpg"><img class="size-medium wp-image-356 " src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/10/minchia_commissario-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Minchia commissà! Ci stanno spiando su Feisbuc!</p></div>
<p>L&#8217;articolo firmato da Giorgio Florian (<a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-polizia-ci-spia-su-facebook/2137277">&#8220;La polizia ci spia su Facebook&#8221;</a>) che tanto clamore ha destato negli ultimi due giorni, a nostro modo di vedere, è attraversata da una linea narrativa di una banalità disarmante, in cui la storiella dell&#8217;orso viene venduta come la rivelazione dell&#8217;anno.</p>
<p>Provando anche a dare una lettura della <a href="http://www.trasporti-oggi.it/archives/00036628.html"> smentita a tempo record</a> della polizia postale, fatta a mezzo ANSA alle ore 16.30 di giovedì, vediamo quali possono essere i piani su cui la questione va affrontata.</p>
<p><strong>Il primo</strong> è quello più ovvio che, <em>dal basso</em> della nostra esperienza militante, abbiamo già abbondantemente sedimentato nel bagaglio delle conoscenze quotidiane e sperimentato sulla nostra pelle. L&#8217;abuso degli strumenti digitali nelle indagini di polizia è qualcosa che nasce con il cellulare, ma che ha probabilmente origini molto più antiche ed analogiche. È semplicemente ovvio che la polizia nella sua opera costante di sorveglianza sui soggetti &#8220;devianti&#8221; abbia la possibilità di fare (e faccia effettivamente) largo uso di intercettazioni (telefoniche, ambientali ed informatiche) non autorizzate in alcun modo dalla magistratura. Chiedetelo a qualsiasi avvocato un pò scafato e ve lo confermerà senza troppe remore. Se fate caso alle parole di Antonio Apruzzese, direttore centrale della polizia postale, noterete che il fatto in se non viene assolutamente negato. Semplicemente si attesta che i cybercop &#8211; bontà loro &#8211; si muovono «<em>sempre con l&#8217;autorizzazione della magistratura. Anche perché nel caso contrario tutto ciò che si fa non avrebbe alcun valore processuale</em>». Il che però non significa che intercettazioni prive di valore probatorio in un&#8217;aula di tribunale (ovvero non utilizzabili nella formazione della prova) non possano essere fruttuosamente impiegate in attività di &#8220;prevenzione&#8221; e repressione.<span id="more-359"></span></p>
<p><strong>Il secondo</strong> aspetto da trattare invece, riguarda l&#8217;ipotesi che vengano messe in atto tattiche di social engeneering (ovvero &#8220;infiltrazioni&#8221; all&#8217;interno dei gruppi &#8220;virtuali&#8221; basati sulla dissimulazioni di un&#8217;identità) su Facebook ed altri social network. Una &#8220;breaking news&#8221; vecchia come il protocollo TCP/IP.<br />
Per rendersene conto basta partecipare ad un <a href="http://iisfa.it/IISFA_FORUM_2009_P.pdf">qualsiasi evento</a> (pubblico e pubblicizzato) che IISFA (International Information Systems Forensics Association) organizza più o meno ogni anno in collaborazione con l&#8217;Università di Bologna. IISFA è un&#8217;associazione no-profit che si occupa di informatica forense ovvero di indagini contro crimini informatici e non, volte al recupero di informazioni dalla rete e dai computer dei soggetti indagati.<br />
A questi raduni pubblici di cybersbirri non vengono svelati particolari segreti (come è ovvio che sia), ma partecipano scoppiettanti showman di fama consolidata (come il buon Matteo Flora) che, per guadagnarsi il loro tozzo di pane quotidiano, imbastiscono una sorta di performance in cui si illustrano rudimenti di data mining e principi di ricostruzione delle reti di relazioni personali dei soggetti attenzionati tramite l&#8217;ausilio di Facebook e di altri social network. Solitamente non è che emergano chissà quali rivelazioni eccezionali: semplicemente risulta chiaro, una volta di più, come Facebook sia fortemente sconsigliato per effettuare comunicazioni sensibili (né i profili privati, gli strumenti di chat o le caselle di posta del social network di Palo Alto sono ovviamente d&#8217;aiuto in questo senso).<span style="text-decoration: underline"> Detta in altri termini buona parte delle indagini poliziesche viene facilitata, e resa possibile nella stragrande maggioranza dei casi, sia dalla massificazione dello strumento, sia dal cattivo uso che i singoli ne fanno.</span></p>
<p>Bisogna però fare questa considerazione alla luce del fatto che Facebook è una struttura societaria in cui vengono investiti centinaia di milioni di dollari da aziende che si occupano principalmente di profilazione e advertising on-line. Questo perché l&#8217;architettura del codice di Facebook viene pensata e costruita in un&#8217;ottica tutta orientata all&#8217;estrapolazione massiva di dati dal profilo dell&#8217;individuo. Ecco dunque spiegato perché, come afferma Florian nel suo articolo, «<em>gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie dei bit</em>». Basta una breve lettura di David Lyon per capirlo, senza scatenare tutto &#8216;sto <em>can-can</em>.</p>
<p><strong>Il terzo</strong> piano riguarda invece il fatto che Facebook possa aver siglato segretamente un accordo di cooperazione con la polizia italiana per rendere più rapida la succitata opera di sorveglianza. È ovvio che un accordo di questo tipo, qualora fosse portato alla luce, sarebbe una gatta da pelare non di poco conto per un&#8217;azienda che proprio sulla questione della privacy viene attaccata in maniera continuativa da diverso tempo. Ed è altrettanto ovvio che si tratterebbe di un accordo palesemente in violazione con le leggi vigenti in Italia. <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/una-bomba-sui-cittadini-della-rete/2137275">Secondo Alessandro Gilioli</a> «<em>stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza del più forte</em>». D&#8217;accordo, ma attenzione: non sarebbe nient&#8217;altro che la formalizzazione di una situazione posta in essere già da tempo, ben prima della nascita di Facebook stesso.<br />
Siamo infatti dell&#8217;idea che il vespaio sollevato dall&#8217;articolo dell&#8217;Espresso non vada affrontato tanto &#8220;in punta di diritto&#8221; (quando mai in Italia lo stato di diritto ha rappresentato una soglia di non ritorno oltre il quale le forze di polizia non hanno osato spingersi nelle indagini?), ma possa piuttosto essere un&#8217;occasione di riflessione sulle condizioni materiali sviluppatesi negli ultimi vent&#8217;anni in seno al capitalismo informazionale.</p>
<p>È un contesto all&#8217;interno del quale dei soggetti privati (come i motori di ricerca, social network o provider telefonici) hanno accumulato un enorme mole di informazioni sui singoli, tale da permettere loro di esercitare un potere anche dai connotati marcatamente pubblici, sopratutto nel campo della comunicazione (nel nostro caso Facebook detiene l&#8217;accesso ad un archivio di informazioni personali talmente sterminato da far impallidire la STASI). Questo però non significa che tali soggetti non siano costretti ad una costante ri-contrattazione del loro ruolo con i poteri politici dei paesi in cui svolgono le loro attività commerciali, tanto più nell&#8217;era della &#8220;lotta al terrorismo globale&#8221;,  dove il concetto di privacy è stato soffocato dalla simbiosi tra l&#8217;affermazione delle necessità economiche delle grandi corporation hi-tech e la cessione di fette di riservatezza ai governi in cambio di &#8220;sicurezza&#8221;. La trasparenza sociale degli individui è stata capovolta ed il suo baricentro sospinto in maniera asimmetrica e sbilanciata dalla parte del potere, anche grazie all&#8217;opera incessante di legittimazione della openness da parte delle ideologie di rete neo-liberiste. Gli &#8220;effetti collaterali&#8221; sono ad ampio spettro e vanno dalla collaborazione gomito a gomito tra polizia giudiziaria ed i grossi aggregatori dell&#8217;informazione fino alla messa in cantiere di progetti alla <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/23351/Google+e+Cia,+insieme+per+spiarci">minority report</a> resi possibili dal contributo di Google.</p>
<p>In questo panorama allora, cosa ci sarebbe allora di tanto eccezionale nel fatto che Facebook predisponga &#8220;una corsia preferenziale&#8221; d&#8217;accesso per gli investigatori italiani, quando il <a href="http://www.autistici.org/ai/crackdown/">crackdown di Autistici</a> di 5 anni fa aveva già messo abbondantemente in luce forme di complicità e connivenza tra operatori del mondo delle telecomunicazioni e forze di polizia? (Per chi se lo fosse dimenticato, all&#8217;epoca con la scusa di mettere sotto controllo una singola casella di posta la polizia, con il tacito assenso di aruba, il provider su cui allora erano situati i server di AI, aveva messo sotto sorveglianza migliaia di account elettronici riconducibili al movimento antagonista italiano tutto).</p>
<p><span style="text-decoration: underline"><strong>A voler essere provocatori rispetto al tono dei commenti delle ultime ore</strong>, ci sembra una questione di lana caprina il fatto che tali pratiche vengano ratificate o meno in maniera ufficiale, mentre  è ben più rilevante che le condizioni materiali e politiche su cui essi poggiano e che rendono possibile una sorveglianza estesa sono già del tutto dispiegate.</span></p>
<p>Ridicola invece è la posizione dei lerci leccapiedi di Google in Italia (Punto Informatico), pronti a <a href="http://punto-informatico.it/3023490/PI/News/mani-della-polizia-facebook.aspx">stracciarsi le vesti</a> di fronte agli schermi translucidi dei loro iMac da 24 pollici all&#8217;idea che «<em> certe violazioni della legge sulla riservatezza verrebbero così praticate con disinvoltura</em>».</p>
<p><strong>Parbleu! Qualcuno pensi alle donne ed ai bambini!</strong></p>
<p>Era forse legale la chiusura delle centinaia di gruppi Facebook effettuate l&#8217;anno scorso sotto la pressione politica del Viminale e dei media di casa nostra? Erano forse state autorizzate da un qualche magistrato? Si trattava di sequestri preventivi regolarmente previsti dal codice penale? Ovviamente no, né pare consolante il fatto che allora si parlava di censura e oggi di sorveglianza.</p>
<p>Controesempio: perché si discute di cancellare il decreto Pisanu (un provvedimento che non ha avuto eguali negli altri paesi europei nemmeno negli anni più bui della guerra infinita, quanto forse nella ex-DDR, approvato anche dal centrosinistra) da un giorno all&#8217;altro? Ora come nel 2005, le nostre identità sulle reti wireless non sono &#8220;minacciate da malintenzionati pronti ad impersonarci&#8221;?<br />
<a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=13264">Ma veniamo a sapere</a> che i soldi per la banda larga (libertà di navigazione) non ci sono, così una soluzione alternativa si dovrà pur trovare&#8230;e la sicurezza?<br />
Non si tratta tanto di sottolineare l&#8217;incoerenza della volontà politica di una parte quanto di evidenziare, ancora una volta, l&#8217;assoluta  sindacabilità  ed effimerità della cosiddetta &#8220;legge&#8221; (e della buzzword della &#8220;legalità&#8221; che la incensa e la erige a totem monolitico) davanti alla costante ridefinizione dei rapporti di forza degli attori politici.</p>
<p>E non prendiamoci in giro. Che le forze dell&#8217;ordine italiane mettano in atto pratiche illegali in termini di sorveglianza è una banalità storica che tracima l&#8217;era digitale, le cui origini soggiacciono in una cultura poliziesca che trova la sua prima espressione nelle <a href="http://www.autistici.org/it/stuff/propaganda/print/privacy.pdf">schedature politiche fatte dai Carabinieri su larghe fette della popolazione</a> a partire dal secondo dopo guerra.</p>
<p>Certo che la crisi deve picchiare duro anche dalle parti dell&#8217;Espresso, perché per scrivere bagatelle di questo tipo e montarci sopra pure una bella polemichetta, vuol dire che ti pagano tre euro e cinquanta al pezzo e proprio non riesci ad arrivare a fine mese.</p>
<p>Quindi, scusate, ma è solo tanto stupore per nulla.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/10/30/la-polizia-ci-spia-su-facebook-tanto-stupore-per-nulla/">La polizia ci spia su Facebook? Tanto stupore per nulla</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mani tese e pugni chiusi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 12:41:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sabato 11 settembre “Il Resto del Carlino” ha aperto l&#8217;edizione locale con l&#8217;ennesimo scoop sensazionalistico della campagna &#8220;Diamoci una mano&#8221; sull&#8217;emergenza writing. A dire la verità il concetto di scoop ha una connotazione eccessivamente meritoria: “squallido” e “servizietto” sono due termini che forse meglio si prestano per definire le paginette vergate dalla &#8220;Torquemada de noantri&#8221; [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 11 settembre “Il Resto del Carlino” ha aperto l&#8217;edizione locale con <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/11/383254-cacciatore_virtuale.shtml">l&#8217;ennesimo scoop sensazionalistico</a> della campagna <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/diamoci_una_mano/index.shtml">&#8220;Diamoci una mano&#8221;</a> sull&#8217;emergenza writing. A dire la verità il concetto di  scoop ha una connotazione eccessivamente meritoria: “squallido” e “servizietto” sono due termini che forse meglio si prestano per definire le paginette vergate dalla &#8220;Torquemada de noantri&#8221; Federica Andolfi. <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/09/writer_a_bolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-349 alignleft" style="margin: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/09/writer_a_bolo-262x300.jpg" alt="" width="200" height="230" /></a></p>
<p>Il succo della notizia è questo: un cavaliere della rete solitario (ovvero senza amici) che per comodità chiameremo “Federica Andolfi”, avrebbe deciso di dare un senso alle sue grigie giornate (e sopratutto bianche nottate), ricostruendo l&#8217;identità anagrafica di alcuni writer attivi sul territorio bolognese. Tali informazioni sarebbero state impacchettate in un dossier di 250 «elementi probanti in formato jpeg» (cioè 250 immagini scaricate da Facebook, Flickr e Myspace), consegnato in questura dall&#8217;ex forzanovista Daniele Corticelli, capobastone della temibile organizzazione “Bologna Capitale”. Giunto in piazza Galilei sbracciando pur di dare al suo oscuro partituncolo 20 righe di notorietà, davanti ai flash dei fotografi (l&#8217;unico presente era quello della solita Federica Andolfi) ha dichiarato con sfumati toni politologici: «Mo &#8216;sti cornuti li teniamo ben per le palle. Noi cittadini di etnia bolognese vogliamo il sangue. Ora la polizia sa chi sono e deve picchiare duro». E poi, a degno coronamento del suo inappuntabile ragionamento, si è asciugato la bava alla bocca ed ha fatto un bel rutto soddisfatto.</p>
<p>In attesa che il meritato Pulitzer venga attribuito a Federica non sembra una cattiva idea quella di mettere i puntini sulle i, e chetare i bollenti spiriti del popolino.<span id="more-350"></span></p>
<p>Prima di tutto quelli consegnati in questura non sono elementi probatori. Tutt&#8217;al più rappresentano notizia di reato di fronte al quale il PM di turno potrà intraprendere due strade: o aprire un&#8217; indagine (consultandosi con la postale sulla spendibilità del dossier consegnato e successivamente ricominciando il lavoro da zero) o aprire gli scaffali dell&#8217;archivio e riporre «lo sconcertante dossier» nella già voluminosa cartella presente sotto la voce “cazzate”. Data la pressione mediatica di questi giorni non è improbabile che un&#8217;indagine venga effettivamente aperta. A quel punto tutto dipenderà dalla volontà persecutoria della procura di Bologna (che sappiamo essere tra le più oberate di processi in Italia). Ma ci sono buone motivazioni per ritenere che alla fine tutto potrebbe terminare con un buco nell&#8217;acqua. Non tanto perché &#8211; come è facile immaginare &#8211; nutriamo alcuna fiducia in un mitologico “buon senso” della magistratura (come dimostra la persecuzione giudiziaria protratta nei confronti di Bros, uno degli artisti più valenti del panorma meneghino ed italiano). Ciò che ci spinge a propendere per questa ipotesi è il fatto che la cosiddetta “obbligatorietà dell&#8217;azione penale” è solitamente oggetto di una meticolosa valutazione, frutto di una proporzione tra aspettativa, possibile risultato e costo delle indagini. E da questo punto di vista la manipolabilità delle informazioni in Internet non è certo d&#8217;aiuto.</p>
<p>Come è stato portato avanti il «<em>lavoro di intelligence</em><em>»</em> di cui ha fatto menzione il buon Corticelli? La fumosità dell&#8217;articolo del Carlino non ci permette in alcun modo di comprenderlo ma, visto che di tecnologie e rete qualcosina mastichiamo, ci sentiamo di azzardare un&#8217;ipotesi. Sempre che la cosiddetta “spia della rete” esista, la sua opera non è nient&#8217;altro che una delle espressioni più basse del data mining, ovvero di quell&#8217;attività, che, portata avanti con diverse metodologie, estrapola dati presenti da un insieme, li incrocia e tenta di dare loro senso e forma. Dal momento in cui non si ha accesso a risorse particolarmente sensibili (come i log dei server e gli indirizzi ip interessati) si tende invece ad utilizzare dati pubblici (foto, rose di relazioni, profili, tag e dati exif sulle fotografie pubblicate) che però non possono essere considerati a fini penali come riscontri oggettivi, salvo si decida di mettere in campo dispendiose perizie forensi, solitamente appaltate ad aziende private, cui viene delegato il compito di produrre la prova con costi di migliaia di euro al giorno. Si avete letto bene. Al giorno.</p>
<p>“Web 2.0” è sinonimo di user-generated-content: chiunque può apporre tag, link e commenti sotto una foto. Se domani marcassimo con il tag del nostro profilo Facebook le foto di alcuni dei murales incriminati (magari facendolo anche solo per esprimere apprezzamento verso questa forma d&#8217;arte o verso le crew che con la loro creatività ingrassano i muri felsinei) dovremmo forse temere di essere schedati ed inquisiti come vandali e danneggiatori del patrimonio pubblico?</p>
<p>A questa prima considerazione se ne possono aggiungere altre non irrilevanti. Chi si guarda attorno quando cammina per strada, sa bene che diversi dei writer citati nell&#8217;articolo di Andolfi non sono (purtroppo) più attivi da diverso tempo. Inoltre sussiste un principio chiamato “irretroattività dell&#8217;azione penale”. Dato che il writing rientra nella categoria dei reati penalmente rilevanti da solo un anno, chi si prenderebbe la briga di investire cifre cospicue per perseguire gli autori di pezzi di 3-4-5 anni fa? In questo caso infatti quand&#8217;anche ne venisse accertata la “colpevolezza” l&#8217;unico risultato ottenuto sarebbe una sanzione amministrativa. Ad ogni modo, nella malaugurata ipotesi che l&#8217;indagine prendesse davvero piede, sarebbero necessari mesi e mesi prima di giungere a risultati tangibili. Infine per evitare il problema in futuro, basterebbe prendere alcuni accorgimenti (come l&#8217;utilizzo di un profilo falso, magari condiviso con degli amici) ed imparare a tutelare la riservatezza dei propri dati con strumenti di crittografia ormai alla portata di tutti. La carriera del fantomatico cacciatore di taglie, immaginiamo iniziata sulle scoppiettanti note di &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=XMiy_UsrPDs">Fight for this love</a>&#8220;, si avvierebbe mestamente sul viale del tramonto con la sinfonia di &#8220;Requiem for a dream&#8221; a fare da tappeto sonoro.</p>
<p>Ora però cambiamo discorso: non ci passa neanche per l&#8217;anticamera del cervello di entrare nel falso dibattito “Writing si – Writing no – Writing come – Meglio dargli da dipingere le serrande dei negozi del centro o i cessi della stazione per farli stare buoni?”, e per quanto ci riguarda è fuori discussione che le pene attualmente inflitte a chi viene sorpreso a dipingere sono assolutamente spropositate e puzzano d&#8217;isteria collettiva.</p>
<p>Ci preme più sottolineare che, comunque vada a finire, sul piano comunicativo-politico questa vicenda svolge almeno 3 funzioni.</p>
<p>Prima di tutto ha il chiaro obbiettivo di mettere sotto pressione la scena del writing bolognese, gettandola nel tritacarne mediatico, mettendone alcuni singoli esponenti alla berlina (magari esponendoli al pubblico ludibrio, e lasciando che i commentatori del sito del Carlino si divertano a divulgarne false credenziali come è successo qualche giorno fa) e paventando a mezzo stampa un accerchiamento che non c&#8217;è:  per questo scopo si presta dunque alla perfezione l&#8217;immagine di un invisibile giustiziere della notte che, raccogliendo dati nei loro confronti, consegna alla polizia prove inconfutabili per metterli con le spalle al muro. Un meccanismo d&#8217;indagine dalla dubbia efficacia legale come abbiamo visto prima, ma sappiamo ormai bene come la dissimulazione e la creazione dei fatti svolgano un ruolo di regolazione attiva sui territori nei confronti dei tessuti sociali che li innervano (ed una conferma a questa tesi viene data dalle parole di G.Tonelli, direttore generale dell&#8217;ASCOM che <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/12/383502-ascom_graffitari.shtml">ha dichiarato ieri al Carlino</a>:«Speriamo che la nostra iniziativa<strong> </strong>— sottolinea Tonelli — permetta di ottenere dei veri risarcimenti e,<strong> soprattutto</strong>, <em>spinga i graffittari a riflettere che la loro attività non è più permessa né tollerata: se capiscono di essere seguiti, e che su di loro c’è della pressione, forse è la volta buona che, come si sono cancellati da Facebook e dagli altri siti Internet, si cancellino anche dai muri della città</em>».</p>
<p>Inoltre è ormai chiaro come la saturazione dei media locali sulla questione writing configuri lo spostamento dell&#8217;agenda setting su temi non rilevanti: per settimane è stato l&#8217;unico argomento a tenere banco, nel tentativo di coprire il vuoto di idee di una compagine politica cittadina che, di fronte all&#8217;imminenza delle elezioni, ha avuto e sta avendo grosse difficoltà, non solo ad esprimere un programma di governo, ma addirittura un candidato condiviso! Il concetto di “degrado” appare ormai sempre più come un magnete semantico che attira a se una cacofonia di concetti, per uniformarli e subordinarli in un&#8217;unica prospettiva lessicale, dialettica e politica. Così facendo si annullano problematicità, ricchezze e complessità che emergono dalle contraddizioni della vita cittadina, e lo svilimento di qualsiasi forma di dibattito (<strong>“Oh  ma non li starai mica difendendo vero? Attirano/Producono/Sono degrado!</strong>”) produce un comodo paravento dietro cui l&#8217;inadeguatezza della rappresentanza nel formulare proposte o escogitare soluzioni (che non siano le ruspe sul Reno o le ronde dei city angels) può trasformarsi in un più convincente e meno impegnativo spettacolino teatrale.</p>
<p>Infine è opinione di chi scrive che campagne lanciate dal Carlino come “Diamoci una mano”, ottemperino ad uno specifico traguardo: la creazione di comunità. Una comunità assediata e profondamente atomizzata, che intuendo (ma non comprendendo) i profondi mutamenti verso cui la società italiana si sta avviando, si sente rassicurata da una mobilitazione che afferma la conservazione dei valori che fino a questo momento le sono stati propri. Poco conta che questa mobilitazione si esaurisca nella frustrazione delle chiacchiere da bar, affogata sul fondo di un bianchino dopo otto ore passate al lavoro (quando va bene): essa è manifesta sulle pagine dei quotidiani e dei media locali, fa sentire parte di un&#8217;entità aleggiante ma allo stesso tempo evanescente, addita ciclicamente colpevoli ed untori mentre le dita tese si spezzano nello sforzo. E come unico risultato tangibile i cordoni della celere diventano una cornice blu che avvolge il ritratto dell&#8217;Italia di oggi</p>
<p>A ben guardarla però questa comunità, fa davvero paura: formata da uno nessuno e centomila, non la si trova nelle piazze che vorrebbe vuote e silenziose, né per le strade che vorrebbe monocromatiche e sbiadite. Tutt&#8217;al più se ne ravvisano le traccie in botteghe di legno umido marcescente, nelle feste di partito ridotte a show room delle più infime televendite e nelle segreterie di facoltà asettiche che sembrano sedi periferiche del ministero dell&#8217;amore. Ne fanno parte ex-fascisti in cerca di fama, <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/09/382002-alpini_arruolati.shtml" target="_blank">alpini in licenza</a>, “hacker” che fra un raccolto di scalogno nella loro Farmville su Facebook ed un acquisto su e-bay giocano a fare i piccoli fratelli per tenersi impegnati, anziane matrone dai capelli cotonati e con un trucco troppo pesante sul volto che non parlano mai con nessuno se non a fine mese quando suonano forte il campanello per reclamare il pagamento dell&#8217;affitto, macellai isterici che nel perenne momento dell&#8217;attesa assaggiano il sangue rimasto sul filo del coltellaccio con cui hanno affettato la carne che venderanno in sovrapprezzo, fruttivendoli islamofobici che invitano a tagliare le mani di artisti che sono una delle espressioni più belle della nostra città.</p>
<p><strong>Datevi pure una mano, ma fatelo tra di voi.</strong></p>
<p>Noi preferiamo stringere i pugni: siano essi quelli dei writer che, col tatto soffice dei loro polpastrelli su tappini e marker, schiaffeggiano il volto sbiadito della città; quelli dei <a href="http://noblogs.org/2010/06/03/new-noblogs/" target="_blank">veri hacker</a> che accarezzando nervosamente le tastiere  reinventano l&#8217;uso della rete o ne propongono uno antagonista; quelli di chi, come accaduto la sera del 10 settembre, decide di levarli belli alti, per rovinare la festa ai pifferai magici che, con le loro corti dei miracoli, pretenderebbero di sfamarci a “panem et circenses” mentre si ingozzano col nostro futuro.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/09/13/mani-tese-e-pugni-chiusi/">Mani tese e pugni chiusi</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Netwar on Videocracy</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 15:17:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un breve commento sulla vicenda Google-ViviDown Tre dirigenti di Google sono stati inchiodati al banco degli imputati per l&#8217;affare Vividown che li vedeva indagati per violazione della privacy e calunnia come conseguenza della mancata rimozione dal network di Google Video un filmato risalente al 2006. Protagonista un ragazzo down brutalmente vessato da dei coetanei in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="font-weight: normal"><span style="font-style: italic">Un breve commento sulla vicenda Google-ViviDown</span></h5>
<p><img style="margin: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/netwar_on_videocracy.jpeg" alt="" hspace="20" vspace="1" width="218" height="215" align="left" />Tre dirigenti di Google sono stati inchiodati al banco degli imputati per l&#8217;affare Vividown che li vedeva indagati per violazione della privacy e calunnia come conseguenza della mancata rimozione dal network di Google Video un filmato risalente al 2006. Protagonista un ragazzo down<br />
brutalmente vessato da dei coetanei in una scuola di Torino.<span> David Carl Drummond</span>,ex presidente del cda di Google Italia e ora senior vice president, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy; Peter Fleischer, responsabile policy Google sulla privacy per l&#8217;Europa sono<br />
stati ritenuti colpevoli dal giudice Oscar Magi di uno dei due reati loro attribuiti (violazione della privacy) e condannati a sei mesi di carcere con sospensione della pena</p>
<h4 style="font-weight: normal">Riassumendo in poche parole: il tribunale di Milano ha affermato la responsabilità di Google sui contenuti immessi dagli utenti sulle reti di sua<br />
proprietà. Il &#8220;Gigante Buono&#8221; non va dunque considerato come una scatola vuota o un mero condotto di diffusione dell&#8217;informazione, ma deve essere posto sul medesimo piano giuridico di qualsiasi altro editore.</h4>
<p>Ci pare improbabile calarci in un ruolo di azzeccagarbugli che non ci appartiene, né vogliamo unirci al totoscommesse sulle motivazioni della sentenza. Ugualmente non ci lasciamo appassionare da suggestioni in salsa ER sull&#8217;aviaria o sull&#8217;ultima sindrome cinese, <span style="font-style: italic">très à la page </span><em>bien sûr</em>, ma cariche di molto sensazionalismo e poca sostanza.<span id="more-89"></span></p>
<p>Trasversale a tutti i regimi politici, la smania di controllo della rete da parte di governi, servizi, polizie ed istituzioni militari di tutto il mondo punteggia un arco temporale di almeno 15 anni: dopo il fallimento del &#8220;Communications Decency Act&#8221; clintoniano del &#8217;96, una prima teorizzazione di tale necessità venne definita dalla Rand Corporation, <span style="font-style: italic">think thank</span><br />
ufficioso del Dipartimento di Stato USA, che individuava tra le caratteristiche più preoccupanti del defunto movimento no-global la sua capacità di espandersi e moltiplicarsi, facendo proprio l&#8217;uso dei network informativi globali. Passando per il Patriot Act post 9/11, si avvia sul viale del tramonto il mito transnazionale di Internet celebrato dai fasti del periodo negropontiano e <span style="font-weight: bold">già da diverso tempo ormai lo stato nazione sembra rientrare a gamba tesa su uno dei caratteri strutturali del nuovo quadro internazionale che aveva contribuito a decantarne il declino</span>. Vengono colmati gap giuridici e tecnologici per riprendere slancio in un&#8217;operazione di colonizzazione del &#8220;sesto continente&#8221;, affermandovi un principio di sovranità che sembrava impossibile da realizzare e allargando sfere di influenza su equilibri fino a ieri determinati da gestori di infrastrutture, nuovi mediatori e produttori di hardware e software. Ci sembra sensato sottolineare però che l&#8217;emergenza di una conflittualità sempre maggiore tra <span style="font-style: italic">Internet Culture</span>, soggetti economici che di essa fanno il proprio vessillo ideologico e governi nazionali trova le sue radici in geometrie variabili e dinamiche accomunate dal tentativo di spalmare le diverse reti internet<br />
su condizioni e rapporti di forza <span style="font-style: italic">locali</span>. E questo ci pare sia ciò che sta accadendo in Italia da diversi mesi a questa parte.</p>
<p>Agite su un piano culturale, giuridico e tecnologico vicende come quella dei <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/10/26/l-ayatollah-maroni-ed-i-cinesi-del-pd">gruppi &#8220;Uccidiamo Berlusconi&#8221;</a> o <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/12/17/bisogna-difendere-la-rete">pro-tartaglia</a>, <a href="http://punto-informatico.it/2810307/PI/News/mediaset-youtube-cerchi-distrugga.aspx">la condanna che obbliga YouTube</a> ad attuare operazioni di <span style="font-style: italic">search&amp;destroy</span> per tutelare i contenuti di casa Mediaset, l&#8217;imposizione della Cassazione di <a href="http://torrentfreak.com/the-pirate-bay-to-be-censored-in-italy-again-100207/">inibire ai provider l&#8217;accesso a ThePirateBay</a>, le mani tese dello strano trio De benedetti-Confalonieri-Murdoch verso<br />
GoogleNews, la sospensione dei finanziamenti alla banda larga, <a href="http://punto-informatico.it/2794487/PI/Commenti/tassa-sull-equo-compenso.aspx">il balzello Bondi</a> sui supporti digitali, <a href="http://cavallette.autistici.org/2009/12/6181">il tavolo di autoregolamentazione convocato dal Ministro Maroni</a> dopo il crack ambrosiano del naso del premier ed infine il <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=11662">decreto Romani</a> sono tutte misure ed iniziative volte a tamponare ed arginare l&#8217;esplosione di nuove forme di informazione, giornalismo, politica, socialità (ed anche impresa ovviamente) ricalcate sulla matrice socio-economica del network.</p>
<p>Un paradigma questo che è stato causa ed oggetto di un durissimo scontro tra &#8220;vecchia nobiltà&#8221; e &#8220;nuova borghesia&#8221; per il dominio su uno dei mercati chiave del capitalismo<br />
globale, quello che produce linguaggio e significato. Dalle due parti della barricata si fronteggiano forme di capitale differenti che negli anni hanno dato vita ad una messa a valore dell&#8217;informazione seguendo strategie d&#8217;impresa altrettanto differenti: un modello industriale di produzione centralizzato ed ancorato alle vecchie leggi proprietà intellettuale (mutuata in un virus trojan di controllo della rete) ed uno che invece esige &#8220;libertà&#8221; di circolazione, manipolazione e remix dell&#8217;informazione e di oggetti culturali preesistenti.</p>
<p>Quello partorito sotto le appuntite guglie del duomo è comunque un precedente dal carattere eccezionale che trova non a caso i suoi natali nell&#8217;anomalo panorama mediatico italiano segnato dall&#8217;ingombrante presenza del network Mediaset, il cui management privato risiede nei palazzi di governo. Non desta troppo stupore vedere <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Xv5bh4fbDkU" target="_blank">ex-soubrette</a>, AD,portaborse, <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=9984&amp;numero=949">uomini della SIAE</a> e magistratura esibirsi in riverenti salamelecchi, tesi ad assecondare i giustificati timori di un&#8217; intera classe politica ed imprenditoriale preoccupata di veder venir meno un potere ed un ruolo di mediazione all&#8217;origine di 20 anni di fortune politiche ed economiche.</p>
<p>Un accerchiamento su diversi fronti messo in atto sia per tutelare la propria quota di mercato pubblicitario rendendo meno appetibile Youtube, sia per configurare il mercato italiano come una sorta di area economica protetta e poco invitante per investitori esteri ed aspiranti competitors: dalla definizione del principio di responsabilità preventiva potrebbe derivare a cascata una regolamentazione in grado di garantire il predominio del principale player (spostandosi nell&#8217;ambito della pay per view, <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/01/22/Policy/sky_pornografia_parental_control_Conto_Tv_Marco_Crispino_satellite_digitale_terrestre_Dahlia.html">le quote taglia-pubblicità</a> del <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/01/14/Policy/decreto_romani_audiovisivo_spot_pubblicita_livestreaming_product_placement_Luca_Barbareschi_Fabiano_Fabiani.html">decreto Romani</a> sono una conferma abbastanza chiara della bontà di tale tesi). E certo salta all&#8217;occhio il fatto che tale sentenza arrivi proprio mentre <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/Mediaset-oltre-500-mln-di-pagine-viste-sul-sito-a-gennaio_4193204.html">Mediaset sbarca con un suo portale in rete</a>: una luccicante piattaforma di videostreaming per ora edificata con una logica broadcast, assolutamente incapace di incarnare gli aspetti &#8220;social&#8221; e vincenti degli altri concorrenti. Non stupisce dunque un commento di un utente twitter quando afferma &#8220;<span><span style="font-style: italic">C&#8217;è così tanta pubblicità su video.</span><span style="font-style: italic">mediaset</span><span style="font-style: italic">.it che con tutta la pazienza del mondo si fa prima a cercare gli stessi contenuti su YouTube <img src='http://infofreeflow.noblogs.org/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':(' class='wp-smiley' /> </span>&#8220;</span></p>
<p>Allo stesso tempo riconoscere la responsabilità degli intermediari dell&#8217;informazione sui contenuti pubblicati dagli utenti significa porre le basi  per imbrigliare tra lacci e lacciuoli burocratici la nascita di reti altre (e non si tratta di &#8220;semplici&#8221; piattaforme tecnologiche), magari organizzate, in grado di immaginare rappresentazioni e luoghi autonomi.</p>
<p>Facendo prevalere sicurezza su libertà, proprietà su accesso, rendendo complessa la fruizione dei nuovi media, la cultura della rete viene ricacciata ad un livello sotterraneo, messa in <span style="font-style: italic">stand by</span> nelle sue tradizioni più radicate e inibita nelle forme di socialità e creazione collettive che si è data e vuole continuare a darsi.</p>
<p>Sia chiaro che tale cultura, piaccia o meno, rimane in questo momento sotto la cappa di un&#8217;egemonia liberal-liberista: un velo candido di ardente libertarismo che nasconde diverse contraddizioni irrisolte, pronte ad esplodere una dopo l&#8217;altra come bubboni infetti.</p>
<p><span style="font-style: italic"><span>@<a class="tweet-url username" rel="nofollow" href="https://twitter.com/google">google</a> was not there to support <a class="tweet-url hashtag" title="#thepiratebay" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23thepiratebay">#thepiratebay</a>. Now they get to taste the same shit.</span><span><br />
<a class="entry-date" rel="bookmark" href="https://twitter.com/brokep/status/9583184517"><br />
<span>8:46 AM Feb 24th</span><br />
</a><br />
<span>via web</span><br />
</span></span><br />
<a class="tweet-url screen-name" title="Peter Sunde" href="https://twitter.com/brokep">brokep</a><span style="font-style: italic"><br />
Peter Sunde</span></p>
<p>Dopo aver preso le distanze da PirateBay (messa alla gogna nel 2009, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/18/netwar-dopo-la-baia">perché come Google ritenuta responsabile delle attività dei propri utenti</a>) ed aver fornito alle autorità di Pechino le sue tecnologie come strumento nella repressione dei dissidenti (riconoscendo la necessità di rispettare le leggi locali indipendentemente da un loro eventuale carattere &#8220;democratico&#8221;), <a href="http://googleitalia.blogspot.com/2010/02/una-grave-minaccia-per-il-web.html">Big G grida ora alla censura</a> denunciando una violazione di principi e libertà fondamentali in grado di mettere a repentaglio la vita stessa in rete, almeno per come<br />
l&#8217;abbiamo conosciuta finora. Principi e libertà che Mountain View aveva ritenuto utile mettere frettolosamente da parte per ritagliarsi una presenza strategica negli sterminati e popolosi mercati del sud-est asiatico.</p>
<p>Contraddizioni che, anche nel momento in cui saranno risolte con un sostanziale riallineamento degli assetti attuali a favore dell&#8217;anarco-capitalismo informativo, sono destinate a lasciare aperte questioni vecchie &#8211; come la privacy e la sorveglianza messa in atto sulle infrastrutture centralizzate del <a href="http://aclab.indivia.net/?id=cloud_computing">cloud computing</a> &#8211; e nuove &#8211; come la net-neutrality e la sistematica espropriazione del valore creato dagli utenti, disperso nei nodi di una filiera che foraggia chi detiene l&#8217;accesso ai gate dell&#8217;informazione prodotta da altri.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/02/27/netwar-on-videocracy/">Netwar on Videocracy</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il browser è mio e me lo gestisco io!</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 11:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

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		<description><![CDATA[Osservare il flusso di informazioni che si genera in rete &#232; sempre un&#8217;esperienza istruttiva: a volte se ne resta colpiti per la potenza circolare, a volte suscitano ammirazione le sofisticate tecniche comunicative di chi &#232; in grado di manipolarlo ed indirizzarlo, altre ancora provocano ilarit&#224; i grossolani autogol&#160; di chi se ne ritrova involontariamente sommerso. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Osservare il flusso di informazioni che si genera in rete &egrave; sempre<br />
un&#8217;esperienza istruttiva: a volte se ne resta colpiti per la potenza<br />
circolare, a volte suscitano ammirazione le sofisticate tecniche<br />
comunicative di chi &egrave; in grado di manipolarlo ed indirizzarlo, altre<br />
ancora provocano ilarit&agrave; i grossolani autogol&nbsp; di chi se ne ritrova<br />
involontariamente sommerso. E questo &egrave; il caso di cui vorremmo parlare<br />
oggi. <img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/marketing_virale.jpg" hspace="20" width="322" height="244" align="left" /></p>
<p>MediaFire &egrave; un servizio di file-hosting che offre spazio<br />
illimitato agli utenti che vi si registrano. Forse chi legge gi&agrave; lo<br />
conoscer&agrave;: si tratta di un&#8217;azienda web assimilabile a RapidShare o<br />
MegaUpload, tipici diversivi a cui spesso si fa ricorso durante le<br />
serate di noia passate in solitudine, quando l&#8217;ormai usurato hard disk<br />
esterno non ha pi&ugrave; nulla di stimolante da offrire e si cerca quindi<br />
disperatamente riparo fra i contenuti aggregati negli anfratti della<br />
rete.</p>
<p>Come la maggior parte delle forme di web-business ( quasi<br />
la totalit&agrave; a dire il vero ) anche questa si basa sulla pubblicit&agrave;:<br />
durante l&#8217;attesa per poter cominciare il download del film o del<br />
videogame a cui siete interessati dovete sorbirvi alcune tediose<br />
strisce pubblicitarie a cui normalmente quasi nessuno presta mai<br />
particolare attenzione (anche perch&eacute;, indipendentemente dall&#8217;attrattiva<br />
che determinati prodotti possono esercitare, il reddito disponibile ai<br />
pi&ugrave; ormai viene rosicchiato giorno dopo giorno come i metri che<br />
intercorrono tra due trincee in una guerra di posizione, rendendo<br />
qualsiasi necessit&agrave; o desiderio nulla pi&ugrave; che una mera velleit&agrave;).<span id="more-78"></span></p>
<p>Fatta questa premessa non stupisce che a qualcuno sia balenato per la testa un pensiero (<br />
<span style="font-weight: bold">&quot;Man, iskp that isht! &quot;</span><br />
) e che di conseguenza quel qualcuno abbia deciso di metterci le mani<br />
sopra, dandosi da fare per porre fine a tale supplizio, scrivendo una<br />
piccola estensione di Firefox ( <a href="https://addons.mozilla.org/en-US/firefox/addon/11243">SkipScreen</a> ) che aggira la pubblicit&agrave; ed il problema.</p>
<p>Quando<br />
si parla di aziende del &quot;web 2.0&quot; , di fronte ad un fatto di questo<br />
genere sarebbe lecito aspettarsi una certa composta rassegnazione<br />
dettata dal neo-positivismo strisciante: &egrave; ancora fresca la memoria del<br />
tecno-determinismo di Jerry Yang, quando nel 2000 irrise la sentenza di<br />
una corte parigina che imponeva a Yahoo! di inibire ai cittadini<br />
francesi l&#8217;accesso ad un sito che commerciava in cimeli nazisti. Le<br />
repliche dell&#8217;allora signore dei motori di ricerca alle richieste<br />
togate transalpine suonavano pi&ugrave; o meno cos&igrave;: <span style="font-weight: bold">&quot;Ehy baby, &egrave; la tecnologia!&quot;</span> ( poi la vicenda and&ograve; a finire in altro modo, ma questa &egrave; un&#8217;altra storia ). </p>
<p>Stessa<br />
risposta si potrebbe dare oggi alla signora Caterina &quot;Sugar&quot; Caselli,<br />
la quale, nel triste tentativo di difendere i profitti&nbsp; della sua<br />
oscura compagnia discografica, da diverso tempo <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=6744&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=">&egrave; impegnata in una crociata</a><br />
( ad armi impari ad onor del vero ) contro il Grande Satana della<br />
nostra epoca ( Internet, non Bin-Laden ), additandone uno dei maggiori<br />
adepti ( Google ) come demoniaco adescatore indebito e giustiziere<br />
implacabile della &quot;cultura altrui&quot;. Posizione difficilmente<br />
difendibile, e non solo per il discutibile assetto filosofico di tale<br />
asserzione: semplicemente la fruizione della musica non passa pi&ugrave; per<br />
gli scaffali dei negozi di dischi ma per le migliaia di micro-nicchie<br />
culturali che si creano sulle altrettante piattaforme ( legali o meno )<br />
presenti in rete, bypassando quella macchina generatrice di profitti<br />
che era l&#8217;industria discografica.<br />
<span style="font-weight: bold">Insomma &quot;zucchero&quot;&#8230; &Egrave; la tecnologia!</span><br />
Comprati il tuo social network e spera che qualcuno cominci a remixare<br />
e diffondere &quot;Nessuno mi pu&ograve; giudicare&quot;. Cos&igrave; resti fedele al tuo ruolo<br />
di burattinaia mainstream e magari qualche spicciolo riesci a<br />
ragganellarlo.</p>
<p>E MediaFire? Mediafire &egrave; un&#8217;azienda web, fresca,<br />
moderna! Ha chinato la testa di fronte all&#8217;estensione di Firefox di cui<br />
parlavamo sopra? Ha incassato dignitosamente sussurrando a denti<br />
stretti &quot;Tanto un modo per scipparvi soldi lo troveremo uguale&quot;? Ha<br />
smaltito la delusione creando un gruppo su Facebook chiamato: <span style="font-weight: bold">&quot; Ehy baby! That&#8217;s&#8230;&quot;</span> Beh insomma, avete capito.</p>
<p>Nossignore, loro non ci stanno!<br />
Loro<br />
se ne sbattono i sacrosanti attributi delle tecnologia se a fine mese<br />
il bilancio &egrave; in rosso ed il pallido spettro mortifero della bancarotta<br />
&egrave; in agguato dietro l&#8217;angolo. <a href="http://skipscreen.com/MediaFireTakedownRequest.pdf">Rifiutare i loro banner pubblicitari &egrave; come rubare!<br />
</a>E cos&igrave; hanno schierato il fior fior del loro team legale <span style="font-style: italic">parabellum</span> efficacemente affiancato da esperti di &quot;public relation&quot; di <span style="font-style: italic">indubbia</span> competenza, caricando a testa bassa ed intimando a Mozilla di rimuovere l&#8217;addon dalle loro directory.</p>
<p>Il che francamente &egrave; risibile: come <a href="http://www.eff.org/deeplinks/2009/10/its-my-browser-and-ill-auto-click-if-i-want">ha scritto giustamente la Electronic Frontier Foundation in merito alla vicenda</a>, il fatto che tali signori aprano un sito web per farci letteralmente <span style="font-style: italic">gli affari loro</span><br />
non significa che possiedano il browser di chi lo visita, n&eacute; che<br />
possano controllarlo e deciderne la configurazione o che tanto meno<br />
abbiano il potere di stabilire che cosa debba apparire sul schermo dei<br />
netizen in nome della loro professione di fede al <span style="font-style: italic">dio mercato</span>.</p>
<p>Per far comprendere l&#8217;assurdit&agrave; della vicenda proviamo a tracciare un parallelo.<br />
<a href="https://addons.mozilla.org/en-US/firefox/addon/3173">TrackMeNot</a><br />
&egrave; un&#8217; applicazione di Firefox che genera false richieste di ricerca<br />
rendendo teoricamente pi&ugrave; difficile la profilazione dei comportamenti<br />
del singolo utente, difendendone cos&igrave; la privacy. Vi immaginate Google<br />
che intima a Mozilla di rimuovere dall&#8217;elenco delle estensioni rese<br />
disponibili al pubblico TMN perch&eacute; questa contrae il prezzo di mercato&nbsp;<br />
dei suoi banner personalizzati ?<br />
&nbsp;<br />
Sarebbe una mossa quanto mai controproducente ( oltrech&eacute; inutile ) per diversi motivi: </p>
<ul>
<li>Google si guadagnerebbe il marchio infamante del censore pi&ugrave; di quanto non abbia fatto fin&#8217;ora.</li>
<li>Il software una volta rimosso riapparirebbe immediatamente in rete, mirrorato da decine di siti e piattaforme di filesharing.</li>
<li>Chi<br />
	lo sviluppa, verrebbe avvolto da un aura mitica di eroismo in quanto<br />
	eroe colpito dalla censura nella lotta contro l&#8217;arroganza<br />
	dell&#8217;industria dei meta-dati e troverebbe motivazioni, collaborazione e<br />
	supporto per migliorare il suo progetto.</li>
<li>Il passaparola in<br />
	rete si diffonderebbe in poche ore ed una porzione sempre maggiore di<br />
	utenti comincerebbe ad usufruirne generando query false e randomiche<br />
	capaci di creare ben pi&ugrave; problemi al PageRank di Mountain View&nbsp; di<br />
	quanti ne avesse in precedenza.&nbsp; </li>
</ul>
<p>Una dinamica simile si<br />
&egrave; materializzata per MediaFire: l&#8217;azione legale inscenata dai<br />
neo-piccoli-fratelli ha suscitato reazioni al limite dell&#8217;indignazione<br />
(non solo di EFF ma anche di diversi <a href="http://www.boingboing.net/2009/10/07/why-ad-blockers-ad-s.html">commentari on-line</a><br />
che vivono di annunci pubblicitari) che in un battito d&#8217;ali si sono<br />
trasformate in onde di cinguettii e segnalibri condivisi su Delicious,<br />
facendo impennare il numero di download di SkipScreen: dalla <a href="http://209.85.135.132/search?q=cache:59eG-Y1PSYEJ:https://addons.mozilla.org/en-US/firefox/addon/11243+skip+screen&amp;cd=1&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;client=iceweasel-a">cache di Google</a><br />
risulta che tra ieri ed oggi l&#8217;estensione aggira-pubblicit&agrave; (o se<br />
preferite la &quot;pistola fumante&quot; della rapina in rete) &egrave; stata scaricata<br />
circa 20000 volte. <br />
Risultato:<span style="text-decoration: underline"> se </span><span style="font-style: italic;text-decoration: underline">davvero</span><span style="text-decoration: underline"><br />
SkipScreen era una crepa nel sistema imprenditoriale di MediaFire ora<br />
grazie alla popolarit&agrave; di cui stata investita ed alla sua conseguente<br />
diffusione virale diventer&agrave; una voragine.</span></p>
<p>Nel frattempo <a href="http://skipscreen.com/">la crew che sviluppa SkipScreen</a>, dopo essere stata ad un passo dal martirio <a href="http://skipscreen.com/blog/2009/10/skipscreen-safe-for-now/">canta vittoria</a> , dichiarando fra i gorgheggi che <span style="font-style: italic">&quot;Wherever you need to click through ads or wait for countdowns, SkipScreen will be there to make your life easier&quot;</span> e anche che <span style="font-style: italic">&quot;SkipScreen will be tenaciously maintained and improving all the time&quot;</span>.</p>
<p>Questa vicenda &egrave; un giano bifronte. <br />
Se<br />
da una parte mette ben in risalto come per una certa corrente<br />
anarco-capitalista la condivisione e la libert&agrave; di circolazione delle<br />
informazioni siano da tutelare solo se controllate e portatrici di<br />
immediate ricadute benefiche sui profitti aziendali, da un&#8217; altra, come<br />
abbiamo gi&agrave; avuto modo di scrivere<span><span> sul <a href="http://twitter.com/infofreeflow">nostro canale Twitter</a>, rappresenta <span style="font-style: italic">&quot;un edificante esempio di intelligenza machiavellica, autolesionismo e sopratutto marketing virale&quot;</span>.</span></span>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/10/13/il-browser-mio-e-me-lo-gestisco-io/">Il browser è mio e me lo gestisco io!</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Frammenti di identità collettive dentro e fuori la rete &#8211; Dialogo con Carlo Formenti &#8211; Seconda Parte</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/26/frammenti-di-identit-collettive-dentro-e-fuori-la-rete-dialogo-con-carlo-formenti-seconda-parte/</link>
		<comments>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/26/frammenti-di-identit-collettive-dentro-e-fuori-la-rete-dialogo-con-carlo-formenti-seconda-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 10:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Web2.0?]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/09/26/frammenti-di-identit-collettive-dentro-e-fuori-la-rete-dialogo-con-carlo-formenti-seconda-parte/</guid>
		<description><![CDATA[Continuiamo con la trascrizione dell&#8217;intervento di Carlo Fomenti ai seminari di Not[Net]Working &#8211; La rete non &#232; un media , che hanno avuto luogo a Maggio nella facolt&#224; di lettere e filosfia di Bologna. In questa seconda parte si parla della creazione di soggettivit&#224; politiche nelle societ&#224; mediali. Buona lettura. Prima parte &#160; IFF: La [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Continuiamo con la trascrizione dell&#8217;intervento di <a href="http://pazlab.org/formenti/">Carlo Fomenti</a> ai seminari di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/21/not-net-working-la-rete-non-un-media-seminari-di-autoformazione" target="_blank">Not[Net]Working &#8211; La rete non &egrave; un media</a> , che hanno avuto luogo a Maggio nella facolt&agrave; di lettere e filosfia di Bologna. In questa seconda parte si parla della creazione di soggettivit&agrave; politiche nelle societ&agrave; mediali. Buona lettura.
</p>
<p>
<a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte">Prima parte </a>
</p>
<p>
<span id="more-77"></span>&nbsp;
</p>
<p>
<strong>IFF: La seconda riflessione che vorremmo porti &egrave; relativa al rapporto tra creazione di soggettivit&agrave; politica e strumenti di comunicazione nelle societ&agrave; mediali.<br />
Recentemente abbiamo avuto la possibilit&agrave; di seguire in proposito dei <a href="http://www.infoaut.org/articolo/formazione-della-soggettivita-nella-societa-mediale/">seminari tenuti da Silvano Cacciari</a> da cui sono emerse considerazioni interessanti che vanno ad intersecarsi anche con l&#8217;ambito dei network digitali.<br />
Il linguaggio della politica in epoca moderna, tende a rappresentare il soggetto come un soggetto emancipatorio, come elemento storico gravato di un portato di libert&agrave;.<br />
Guardando a tempi, che da un punto di vista storico sono senz&#8217;altro recenti, lo stesso operaismo italiano, se da una parte trova il suo snodo teorico fondamentale nella capacit&agrave; di individuare i punti pi&ugrave; alti della produzione capitalista e quindi nell&#8217;individuazione della soggettivit&agrave; in grado di farne esplodere le contraddizioni, da un altro ( almeno nella sua prima versione che possiamo individuare in un periodo compreso fra gli anni &#8217;50 ed i primi anni &#8217;70 ) tenta anche di individuare le capacit&agrave; comunicative di questo soggetto.<br />
Se pensiamo per esempio alle canzoni popolari degli anni 50 e 60, possiamo ritrovare in esse un medium capace di svolgere differenti funzioni.<br />
Da una parte esse sono una narrazione epica dello sciopero selvaggio, una lode ai suoi effetti liberatori, e quindi una rappresentazione di un immaginario di contrapposizione in grado di connettere e far parlare lo stesso linguaggio a milioni di persone mentre da un altra esse rappresentano un veicolo di trasmissione del know how di come si fa effettivamente gatto selvaggio.<br />
In questo caso ci trovavamo di fronte a strumenti mediali, che per quanto oggi possano essere considerati giustamente rudimentali rispetto al contesto attuale, avevano la capacit&agrave; di veicolare legame sociale e comportamenti antropologici, individuando capacit&agrave; comunicative che erano in grado fare societ&agrave;, strumenti comunicativi in nessun modo subordinati a quelli capitalisti.<br />
Questa dinamica viene a mancare in Italia gi&agrave; dalla seconda met&agrave; degli anni &#8217;70, spostando il luogo del dibattito pubblico e della vettorialit&agrave; dei comportamenti sull&#8217;ambito televisivo, per tutta una serie di motivi su cui non ci vorremmo soffermare.</p>
<p>Ci interessa invece molto di pi&ugrave; inquadrare il contesto attuale dove la creazione di soggettivit&agrave; politiche si trova a dover affrontare immediatamente un nodo non di secondo piano, ovvero quello per cui &egrave; difficile comprendere dove andare a creare soggettivit&agrave; emancipatorie nelle societ&agrave; in cui i media esistono principalmente come strumento tecnologico diffuso nella creazione di soggettivit&agrave;, mettendole a valore.<br />
Ci sembra che l&#8217;idea di eludere tale sistema non porti, e non abbia portato negli ultimi anni a nessun tipo di strada percorribile sul lungo periodo.<br />
Parliamo di impossibilit&agrave; di elusione, non perch&eacute; vediamo effettivamente delle possibilit&agrave; immediate su cui investire, ma perch&eacute; crediamo che un gioco in termini di sottrazione relativamente al dato di fatto che questi network rappresentano non sia una carta valida da giocare per due ordini di motivi.<br />
Il primo &egrave; che limitarsi semplicemente a denunciare le problematicit&agrave; dei social network non aggiunge nulla al discorso e lascia in mano l&#8217;egemonia culturale a chi li sa sfruttare.<br />
Il secondo &egrave; dato dal fatto che essi intercorrono ed intercorreranno in modo sempre maggiore e palpabile qualsiasi interstizio della societ&agrave; mediale.<br />
Essendo che tu hai ultimato, o stai ultimando, una <a href="http://pazlab.org/formenti/facebook-e-le-elezioni-amministrative-in-puglia-aprile-giugno-2009/" target="_blank">ricerca relativamente a FaceBook</a>, vorrei sapere da te se i social network commerciali si prestano, e se si in che modo a questo campo di sperimentazione, ovvero se sono cornici adatte per sperimentazioni politiche in grado di creare un legame sociale che non venga semplicemente calato dall&#8217;alto ma che sia capace di produrre pratiche liberatorie.<br />
&Egrave; una domanda che ci rendiamo conto possa suonare retorica, nel senso che abbiamo visto, come i social network fondino la loro potenza economica proprio sulla creazione di fiducia, che &egrave; un elemento fondamentale per poter dar vita a qualsiasi societ&agrave;.<br />
Il senso della domanda crediamo possa emergere in modo pi&ugrave; chiaro nel momento in cui riusciamo immediatamente a metterne in atto una problematizzazione che calchi diversi fronti.</p>
<p>Tutto il paradigma negropontiano dell&#8217;essere digitali, dell&#8217;armonizzazione delle comunicazioni e della possibilit&agrave; di far pesare la propria opinione nelle questioni politiche, di partecipare e di mettere in atto forme di organizzazione grazie agli strumenti digitali, &egrave; stato sconvolto da quella che &egrave; stata l&#8217;evoluzione della rete.<br />
Anzi a tratti sembra di assistere ad una forte polarizzazione delle posizioni nella &quot;virtual life&quot;: pensiamo all&#8217;esperienza olandese portata da <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/31/orgoglio-e-gloria-del-web-2.0-un-saggio-di-geert-lovink" target="_blank">Geert Lovink in &ldquo;Zero Comments&rdquo;</a>. In Olanda dopo l&#8217;uccisione del regista T.van Gogh si &egrave; assistito all&#8217;emergere nella blogosfera di una vera e propria spirale d&#8217;odio e di xenofobia nei confronti del mondo musulmano e dei migranti dei Paesi Bassi.</p>
<p>Pi&ugrave; in generale i social network, sono stati accusati di essere portatori di diverse forme di appiattimento culturale, anche a causa delle forme di voyerismo attivo e passivo che su di esse si sono andate a sviluppare negli anni determinando la riproduzione &quot;micro&quot; dei peggiori modelli culturali &quot;macro&quot; preesistenti.<br />
Per ci&ograve; che riguarda la specifica situazione italiana essi hanno dato vita a forme di populismo grillesco, che sotto certi punti di vista e per quelle che sono state le loro massime forme di espressivit&agrave; in termini di proposta, immaginario e di organizzazione politica rappresentano a nostro parere uno dei peggiori frutti della cultura di rete che fra l&#8217;altro si accompagnano ad una visione entusiastica della e-democracy vecchia di almeno 15 anni e per nulla critica su quelle che sono le effettive possibilit&agrave; e limiti della partecipazione in rete ( il che non significa che il fenomeno Grillo non sia interessante e non vada analizzato a fondo ).</p>
<p>Altro problema ancora &egrave; quello che tu stesso hai riportato, sottolineando come la creazione di legami sociali e di comunit&agrave; sia in qualche modo sovra-determinato dall&#8217;apparato software che oltre ad influire sulla veicolazione e sulla direzione del flusso comunicativo influisce anche sulla stessa formazione dei contenuti.</p>
<p>E questo senza dimenticare che la rete non &egrave; in nessun modo un&#8217;infrastruttura caotica, ma rappresenta un dispiegamento di rapporti di forza sia in termini di capitale reputazionale accumulato dai soggetti che la vivono, sia per ci&ograve; che riguarda le capacit&agrave; tecnologiche di altri soggetti di essere accumulatori e aggregatori di potenza informazionale, sia perch&eacute; cominciano a presentarsi in modo sempre pi&ugrave; diffuso casi di censura.</p>
<p>Non ultimo esiste un problema che potremmo chiamare del &quot;trend&quot; che da sempre attraversa questi social network: magari si passano 6 mesi a capire come effettuare uno sfondamento lingustico e semiotico all&#8217;interno di una piattaforma e quando lo si &egrave; capito essa &egrave; passata di moda e pertanto ha perso completamente qualsiasi valore rappresentativo e aggregativo.</p>
<p>Infine queste forme di partecipazione presentano altri nodi problematici laddove non hanno la capacit&agrave; di creare miti fondativi, alcuni direbbero pratiche costituenti, noi preferiamo usare il termine ordini simbolici ovvero insiemi di segni, capaci di creare codici che siano al tempo stesso strumenti comunicativi e di pratica politica.</p>
<p>Intendiamoci: stiamo tentando di porre la questione nel modo meno ideologico possibile, nel senso che pur provando una sorta di senso di lontananza da determinati ambienti, non possiamo che rilevare il fatto che si tratti di ambienti di massa, all&#8217;interno dei quali &egrave; necessario essere presenti per provare a cavalcare i linguaggi mediali che in essi si creano e che creano egemonia, anche in senso gramsciano, cio&egrave; che hanno la capacit&agrave; di creare senso e parole d&#8217;ordine anche al di fuori di nicchie ristrette ma per l&#8217;intera societ&agrave;.</strong></p>
<p>Formenti: Se andiamo a rileggere la storia degli ultimi decenni, anche quella dei media broadcast precedente alla rete, vediamo che &egrave; sempre stata una storia di rincorsa tra guardie e ladri. L&#8217;innovazione linguistica &egrave; sempre arrivata dalle avanguardie contro-culturali ( artistiche, politiche, sociali ) e da minoranze che sperimentavano tecnologie, piattaforme, ambienti e tecniche. Puntualmente questa creativit&agrave;, con tempi differenti ed in contesti differenti, viene appropriata e trasformata in macchina per la produzione di profitto o in macchina di controllo politico.<br />
Pensiamo&nbsp; all&#8217;esperienza di ad-busters, fondata sul sabotaggio ed il detournement dei cartelloni pubblicitari, per cui si effettua una sorta di dirottamento semiotico del messaggio attraverso il rovesciamento del significato che viene reso ambiguo ( una pratica che ripropone le tecniche di alcune avanguardie artistiche tra le due guerre mondiali ). Questo &egrave; un meccanismo che ha prodotto un&#8217;innovazione linguistica straordinaria per i comunicatori professionali e pi&ugrave; in generale per le imprese che fanno comunicazione come merce e che ne traggono profitto. &nbsp;<br />
Una notevole quantit&agrave; di video caricati su YouTube sono spot parodizzati o remixati in modo da ottenere degli effetti di rovesciamento del significato. Contestazione? Forse, ma la Volkswagen, di fronte ad uno spot che prende in giro il messaggio pubblicitario che promuove un suo modello,&nbsp; pu&ograve; pensare: &laquo;In fondo perch&eacute; no? Magari riesco a vendere anche qualche macchina di pi&ugrave;!&raquo;. Esiste sempre questo effetto collaterale. Ma soprattutto esiste un meccanismo scientifico di appropriazione e sfruttamento dei linguaggi e della creativit&agrave; della comunicazione antagonista e conflittuale.</p>
<p>&Egrave; risaputo che i blog cos&igrave; come le pagine su Facebook sono nella stragrande maggioranza dei casi dei mini reality show televisivi dove la gente riproduce esattamente gli stessi modelli culturali che apprende dalla cultura dei media broadcast. Questo significa che bisogna restarne fuori? Ovviamente no. Il problema &egrave; se e come costruisci un meccanismo di egemonia, cio&egrave; se e come delle culture politiche che hanno un progetto e vogliono trasformare questi luoghi &quot;virtuali&quot; in terreno di confronto e di lotta politica, possano arrivare a produrre degli effetti egemonici.<br />
Qui non c&#8217;&egrave; una risposta semplice. Una delle cose che abbiamo imparato dai &quot;Cultural Studies&quot;&nbsp; &egrave; per esempio la modalit&agrave; con cui le donne si appropriano delle soap opera adattandole alle esperienze e ai conflitti che vivevano quotidianamente, fino a trasformare queste eroine, risibili dal punto di una critica culturale sofisticata, in icone dei conflitto all&#8217;interno della famiglia o della societ&agrave;. <br />
Quindi vedete che c&#8217;&egrave; sempre una possibilit&agrave; di esercitare quella che Eco chiama &quot;decodificazione aberrante&quot; della comunicazione egemone. Questo di per s&eacute;, come dicevamo prima, non &egrave; affatto antagonista, ma &egrave; pur sempre un terreno sul quale chi fa comunicazione antagonista pu&ograve; lavorare.</p>
<p>Il problema dell&#8217;egemonia per&ograve; ci fa spostare ancora a monte della questione, per chiederci dove si materializzano i problemi del soggetto e dell&#8217;organizzazione, parole di cui abbiamo detto malissimo nei decenni scorsi ma di cui non riusciamo a liberarci. <br />
Chi sono i soggetti attorno a cui si pu&ograve; aggregare un progetto di egemonia politico-culturale? E che tipo di organizzazione possono e devono organizzare questi soggetti per intraprendere un progetto egemonico?<br />
Il discorso &egrave; assolutamente aperto, visto che tutta la tradizione storica della sinistra &egrave; andata in pezzi. Sicuramente non &egrave; recuperabile il concetto di partito, almeno nella sue forme pi&ugrave; tradizionali e forse nemmeno nelle varie mutazioni che ha subito nel corso della tragica parabola dei movimenti negli anni &#8217;60 e &#8217;70. D&#8217;altro canto per&ograve;&nbsp; non funzionano nemmeno la non-organizzazione o il discorso neo-anarchico della sinistra radicale americana, che propone il modello orizzontale e federativo di una galassia di soggetti che dovrebbero aggregarsi fino a dare vita magicamente a un progetto di egemonia. Questo non succede mai, tuttalpi&ugrave; si generano delle insorgenze come quella di Seattle che ci ha offerto uno straordinario esempio della potenzialit&agrave; di aggregazione della rete. <br />
Genova 2001 &egrave; stato invece un evento tragico che ha tagliato le gambe&nbsp; ad un&#8217;intera generazione di movimento italiano, convincendo migliaia di persone che era meglio starsene a casa e lasciar perdere. Al tempo stesso, l&#8217;evento di Genova, dal punto di vista delle nuove tecnologie di comunicazione, ha prodotto a sua volta un&#8217;insorgenza straordinaria: la presenza di migliaia di telecamere, fotocamere, telefonini e &quot;occhi elettronici&quot; sul territorio ha consentito una produzione formidabile di materiale in grado di svelare cosa era realmente accaduto, al di la di tutte le bugie dei media. <br />
Io, che allora non ero gi&agrave; pi&ugrave; un redattore interno del Corriere della Sera, ma che in qualit&agrave; di collaboratore ho vuto modo di parlare con i colleghi che erano stati inviati sul posto, ricordo che nei primi giorni successivi agli eventi molti articoli riportavano versioni abbastanza fedeli dei fatti descrivendo lo sconvolgente livello di violenza praticato dalle istituzioni in quella circostanza. Il tutto poi fu rapidamente &quot;normalizzato&quot; .&nbsp; Per&ograve; il materiale prodotto durante quei giorni ancora l&igrave; in rete, liberamente fruibile, esiste una documentazione storica straordinaria in grado di ricostruire tutte le responsabilit&agrave;. <br />
Voglio dire che esistono comunque delle dinamiche dirompenti all&#8217;interno di questi processi ma che allo stesso tempo non abbiamo tutt&#8217;oggi l&#8217;intelligenza di immaginare come queste capacit&agrave; possano essere organizzate e costituite in soggetto, sia pure un soggetto plurimo, plurale ed articolato che tiene conto di tutte le differenze. </p>
<p>Questa &egrave; la sfida fondamentale di fronte al quale non abbiamo attualmente risposte. Se guardate i cicli dei movimenti post &#8217;77 vedete che sono tutti caratterizzati da un&#8217;insorgenza, un culmine e poi spariscono senza sedimentare nulla in termini organizzativi, di memoria storica, di tradizioni, di linguaggi quasi come se fossero dei brevi cicli di moda. Questo &egrave; un fatto veramente tragico nel senso che sono convinto che abbia ragione Aronowitz ( un sociologo della new-left americana ) quando dice che non pu&ograve; esistere un soggetto rivoluzionario &quot;in s&eacute;&quot;, che sia solo &quot;oggettivamente&quot; tale. Questo mi sembra ampiamente dimostrato dal fatto che le fasi storiche di crisi , di immiserimento sociale, di disperazione creano sempre situazioni di riflusso che vede vittorie della destra e la demoralizzazione delle capacit&agrave; di lotta delle masse. E&#8217; sempre stato nei punti alti del ciclo capitalistico che si sono organizzate le forze dei subordinati per strappare una quota di reddito, per costruire la propria coscienza e la capacit&agrave; di lotta. Quindi non c&#8217;&egrave; nessuna oggettivit&agrave;.<br />
Esiste invece un soggetto se esistono delle storie che lo narrano e se esiste qualcuno che le racconta, che ne memorizza i progressi, che ne costruisce i simboli, le icone ed anche i miti, perch&eacute; senza mitologia i movimenti non vanno avanti. Insomma c&#8217;&egrave; bisogno di una cristallizzazione del linguaggio, condivisa e trasmessa tra le generazioni. Oggi questa memoria storica sembra completamente sparita anche a causa di un appiattimento verso il presente prodotto dagli stessi media, dall&#8217;organizzazione del lavoro, dalla precariet&agrave;, dall&#8217;orizzonte del rischio che ti fa ragionare sul tempo breve. A fronte di tutto questo allora il problema dei problemi &egrave; la costruzione di organizzazione per la lotta attraverso la quale giungere alla costruzione di soggettivit&agrave; che abbia un minimo di continuit&agrave;.</p>
<p><strong>IFF: Ci sembra che stia emergendo uno dei punti che hai maggiormente affrontato nella tua produzione saggistica che &egrave; quello delle nuove forme di lavoro post-fordiste ed il conseguente problema del lavoratore della conoscenza come soggetto.<br />
Nella prima parte di &quot;Cyber Soviet&quot; ti districhi nel confronto tra le diverse teorie che individuano nel network un paradigma socio economico e che affrontano anch&#8217;esse da differenti prospettive la problematica delle nuove forme di lavoro e della nuova possibili forme di ricomposizione di classe, passando da ipotesi che la negano completamente (come l&#8217;individualismo di Castells) , alle teorie neo marxiste di Florida e McKenzie fino ad approdare alle sponde del concetto negriano di moltitudine.<br />
Mi sembra che un problema che fai emergere in modo abbastanza evidente rispetto a tutte queste teorie, un punto comune che esse hanno &egrave; che difettano tutte di una &ldquo;identit&agrave; progettuale&rdquo;.<br />
Cerchiamo di spiegarci meglio.<br />
Castells ipotizza la dissoluzione delle classi sociali in quello che tu, nel saggio <a href="http://pazlab.org/formenti/composizione-di-classe-tecnologie-di-rete-e-postdemocrazia/" target="_blank">&ldquo;Composizione di classe, tecnologie di rete e post democrazia&rdquo;</a> chiami magma delle individualit&agrave; in rete ( ed in questo senso sembra molto simile alla lettura della composizione sociale post -fordista che danno Negri ed Hardt in &quot;Impero&quot; ).</p>
<p>Il problema invece presente nella lettura della classe creativa di Florida &egrave; che la classe non si percepisce come tale, non si auto &ndash; organizza e viene frammentata dall&#8217;individualismo.</p>
<p>Problema diverso &egrave; invece quello delle teorizzazione ( un po&#8217; fuori tempo massimo a dire la verit&agrave; ) di McKenzie, nel senso che quella che lui chiama &ldquo;classe hacker&rdquo; si produce in se identificando i propri interessi, ma non si produce per se,&nbsp; confondendoli con quelli di altre classi, in particolar modo con quelli del capitale vettoriale che le si contrappone.</p>
<p>Negri invece nell&#8217;analisi sviluppata in &quot;Impero&quot; date l&#8217;impossibilit&agrave; di trovare una composizione sociale universalistica ( come la classe operaia per intenderci ) e dato lo sviluppo di una molteplicit&agrave; di identit&agrave; locali e transnazionali in contrapposizione ai processi di globalizzazione utilizza la categoria di moltitudine al posto di quella di classe nel tentativo di dare forma e connotati &ldquo;antagonisti&rdquo; a una miriade di soggetti, non riuscendo per&ograve; in questo modo a dar loro un ordine simbolico, quindi una rappresentazione che sia capace di creare dei link tra questi soggetti e di gettare le fondamenta per una pratica politica comune.</p>
<p>Il punto &egrave; in ogni caso lo stesso: non ci sono in questo momento le basi per una ricomposizione di classe.</strong></p>
<p>Formenti:Assolutamente si. La mancanza del simbolico &egrave; uno dei problemi principali. Quando io ero militante negli anni &#8217;70 vedere le bandiere rosse era qualcosa capace di metterti i brividi addosso, perch&eacute; per noi quelli erano simboli viventi di un&#8217;aggregazione comunitaria che si riconosceva in storie, tradizioni e valori, che ti faceva sentire una persona sola anche se in piazza eravamo in 100000. Questo sentore andava oltre la singola manifestazione, era presente anche nel momento in cui ciascuno si trovava a confrontarsi con la sua incarnazione di potere. Oggi al contrario proprio in questo ambito ( davanti a chi non rinnova un contratto o ad un docente universitario che ha il potere di decidere il destino di uno studente ) ti trovi ad essere solo ed individualizzato. &Egrave; per questo motivo che a me non convince per nulla il discorso di Castells sul &quot;Networked individualism&quot;: la proposta di creare comunit&agrave; a partire dalle nostre idiosincrasie ed affinit&agrave; individuali che cosa ci permette effettivamente di costruire? Io non sono riuscito a darmi molte risposte utili e lo vedo purtroppo come un metodo per dar vita a quelle comunit&agrave; di fan di cui parlava Jenkins, che al massimo riescono a convincere i produttori de &quot;Il Signore degli anelli&quot; a non cambiare il regista per il terzo episodio della saga. </p>
<p>Il problema fondamentale &egrave; che invece il processo di individualizzazione &egrave; andato talmente avanti negli ultimi 30-40 anni, che non si riesce pi&ugrave; ad avere un orizzonte condiviso di senso a fronte di un evidente vuoto di produzione simbolica. &Egrave; chiaro che questo stallo non si supera mettendosi a tavolino ma richieder&agrave; un lavoro assai lungo ed impegnativo di ricostruzione di un puzzle a partire dai frammenti di identit&agrave; collettive che vanno ricostituendosi in diversi contesti. Se per&ograve; l&#8217;obbiettivo massimo che riusciamo a darci &egrave; quello di trovarsi ad una manifestazione contro il G8, tutto questo non funzioner&agrave; perch&eacute; andr&agrave; emergendo la mancanza di continuit&agrave; organizzativa data per esempio dai luoghi. Io trovo che sia stato un grave errore il fatto che siano stati progressivamente espropriati in vari modi tutta una serie di luoghi ( e qui parlo proprio di territorio fisico e non di rete ) che erano di aggregazione sociale: o perch&eacute; sgomberati o perch&eacute; trasformati da Centri Sociali a fabbriche per la produzione di merci pi&ugrave; o meno &quot;alternative&quot;.<br />
Proprio i luoghi sono stati oggetto di un terrificante processo di espropriazione e che io come docente universitario riesco a vedere da un punto di vista abbastanza privilegiato.<br />
Lecce ha 90000 abitanti di cui circa 40000 sono studenti molti dei quali provenienti dal Salento. Sono tutti soggetti che non hanno pi&ugrave; la &quot;socialit&agrave; del villaggio&quot; che &egrave; stata destrutturata in vario modo attraverso processi di frammentazione della vecchia cultura familistica meridionale: la famiglia regge ma esclusivamente come struttura di welfare alternativo in un contesto che non prevede in nessun modo possibilit&agrave; lavorative concrete se non in et&agrave; avanzata ( e questo, come immagino capiate, determina tutta una serie di gravi tensioni e conflitti). <br />
All&#8217;interno dell&#8217;universit&agrave; non esiste alcuna forma di socialit&agrave;.&nbsp; Al massimo la socialit&agrave; si sviluppa nei luoghi di consumo ed &egrave; quindi facile capire come essa venga sostituita dai gruppi su Facebook. Nonostante questo la rabbia &egrave; palpabile ma &egrave; difficile capire come canalizzarla. Nella mia vecchia esperienza di militante era tutto pi&ugrave; facile : esisteva la fabbrica e tutto quello che dovevamo fare era convincere chi la viveva quotidianamente che le nostre prospettive politiche erano migliori di quelle del movimento operaio tradizionale. </p>
<p>Oggi questi luoghi&nbsp; non esistono pi&ugrave;. Credo che quello che Karl Heinz Roth definisce &quot;classe operaia mondiale&quot; sia un sogno poich&eacute; i soggetti che dovrebbero farne parte non hanno nulla che li tenga insieme: n&eacute; il reddito, n&eacute; l&#8217;identit&agrave; regionale, n&eacute; la cultura, n&eacute; gli interessi, n&eacute; il genere, n&eacute; l&#8217;et&agrave;. Non esiste pi&ugrave; una trasversalit&agrave; simbolica ( che era data dalla storia e dai simboli del movimento operaio ) in grado di tenere insieme questi soggetti. La rete pu&ograve; sostituirla? No, &egrave; solo un ambiente, un luogo, un canale su cui si pu&ograve; lavorare ma solo a partire da un progetto, da una cultura e da precisi obiettivi comuni.
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/26/frammenti-di-identit-collettive-dentro-e-fuori-la-rete-dialogo-con-carlo-formenti-seconda-parte/">Frammenti di identità collettive dentro e fuori la rete &#8211; Dialogo con Carlo Formenti &#8211; Seconda Parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Not [net] working &#8211; Netwar &#8211; Watchfare</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 12:40:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quello che segue &#232; parte di un pi&#249; ampio lavoro a cui la crew di IFF sta lavorando. Non &#232; da considerarsi in nessun modo un documento esaustivo, formalizzato o concluso. L&#8217;idea &#232; di porne, di volta in volta, in condivisone dei paragrafi su NoBlogs in modo tale che possano risultare utili e propedeutici per [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
<span><em>Quello che segue &egrave; parte di un pi&ugrave; ampio lavoro a cui la crew di IFF sta lavorando. <br />
Non &egrave; da considerarsi in nessun modo un documento esaustivo,<br />
formalizzato o concluso. L&#8217;idea &egrave; di porne, di volta in volta, in<br />
condivisone dei paragrafi su NoBlogs in modo tale che possano risultare<br />
utili e propedeutici per coloro che vogliano partecipare alle giornate<br />
di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/19/not-net-working-la-rete-non-un-media-seminari-di-autoformazione" target="_blank">not[net]working</a> che sono in corso. Condividere in questo habitat tale &quot;nostra<br />
produzione&quot; &egrave; dettato non in ultimo dalla speranza che essa possa<br />
essere oggetto di una fruttuosa critica, e perch&eacute; no, di una revisione<br />
collettiva capace di farla progredire ed evolvere da quelli che sono i<br />
suoi punti deboli sul piano teorico.</em></span> <em>Avremmo voluto aspettare ancora qualche tempo per pubblicarlo ma <a href="http://punto-informatico.it/2617999/PI/Commenti/italia-grande-fratello-arrivato-citta.aspx" target="_blank">l&#8217;odierna notizia</a> apparsa su punto informatico, relativa alla&nbsp; <a href="http://www.parlamento.it/leggi/09038l.htm" target="_blank">legge 23 aprile 2009, n. 38</a>, denominata &quot;Piano straordinario di controllo del territorio&quot;, ci pone la necessit&agrave; e l&#8217;urgenza di condividere e mettere a dibattito la nostra analisi sulla formazione dello &quot;stato sociale del controllo&quot; come ristrutturazione capitalista davanti alla crisi finanziaria attuale.</em>
</p>
<p>
<em>Buona lettura. </em>
</p>
<hr width="100%" size="2" />
Nell&#8217;ultima decade abbiamo assistito al declino di una tipologia di laissez-faire post-moderna &#8211; incentrata sull&#8217;appropriazione e messa al lavoro indiscriminata delle informazioni, ed al parallelo rafforzarsi di una tipologia di keynesismo anch&#8217;essa post-moderna, quella della spesa pubblica in sorveglianza, che chiameremo del &quot;watchfare&quot;. <img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/banksy_cctv.jpg" hspace="9" width="360" height="440" align="left" /></p>
<p>Il watchfare comprende tutti gli investimenti effettuati sia in dispositivi e strutture fino ad allora destinati ai fini del semplice controllo sociale come telecamere, biometria, intercettazioni, vigilanza pubblica e privata, polizia ed esercito, intelligence, cpt, manicomi, carceri, comunit&agrave; di recupero (ma anche, e in maniera cruciale, istituti statistici, ispettorati del lavoro, polizia fiscale, controlli sanitari, istituti di certificazione) che in altri di pi&ugrave; recente comparsa riservati all&#8217;interazione sociale, come social network, chip RFID caricati ad esempio di informazioni genetiche e mediche, documenti digitali e smart card, dispositivi di tracciamento incorporati in telefonini, smartphone ed altri gadget.<br />
L&#8217;incontro tra strutture di controllo sociale e di interazione sociale &egrave; tangibile in diverse comunit&agrave; micro e macropolitiche: da un lato le &quot;gated communities&quot; a cui fanno riferimento autori come Baumann, dall&#8217;altro di volta in volta il confine USA-Messico, il muro d&#8217;Israele, la Fortezza Europa.</p>
<p>Cos&igrave; come il keynesismo elabora lo stato sociale in risposta alla catastrofe operativa del primo laissez-faire &#8211; per domare ed imbrigliare il flusso selvaggio del capitale ormai incontrollabile &#8211; e riaffermare allo stesso tempo l&#8217;autorit&agrave; statale da esso messa in discussione ai tempi della belle &eacute;poque 1870-1914 e della prima globalizzazione, il watchfare assolve principalmente a due compiti: il primo di essi &egrave; riportare sotto controllo politico il flusso di informazioni, &quot;ridistribuendolo&quot; con gli strumenti di watchfare &#8211; come il welfare keynesiano faceva con il capitale &#8211; tra i soggetti della comunit&agrave; (locale, nazionale, interstatale). Questo per spalmare il rischio delle operazioni finanziarie a cui il flusso informativo d&agrave; vita &#8211; destabilizzante per la coesione sociale &#8211; fino a livelli tollerabili.<br />
Il secondo &egrave; quello di rispondere preventivamente alle crisi di sovrapproduzione contemporanee in base a diverse strategie, dalla legittimazione di processi di creazione di scarsit&agrave; artificiale, fino a strumenti di contingentamento come le quote latte ed a investimenti nella stessa industria della sicurezza.<span id="more-73"></span></p>
<p>Le iniezioni di watchfare pongono fine al sogno positivista della globalizzazione neoliberale: non si parler&agrave; pi&ugrave; di impedire le migrazioni delle persone, bens&igrave; di creare svariate categorie di &quot;alien&quot;, differenziate in base a conoscenze e competenze, in base alle quali saranno disincentivate arbitrariamente e alla fonte alcune tipologie di migrazioni rispetto ad altre. Chi si<br />
sottraesse alla categorizzazione, a partire dal mancato sottoporsi a<br />
procedure d&#8217;identificazione, trover&agrave; il CIE.<br />
Non si parler&agrave; nemmeno di porre limiti di principio alla circolazione delle merci ma, quando necessario,&nbsp; interverranno controlli sanitari, regole di imballaggio e trasporto, persino considerazioni sulla sostenibilit&agrave; ambientale del processo lasciate in precedenza ad attori di movimento. Quindi tutta una serie di eccezioni che si istituzionalizzano, come si discuter&agrave; pi&ugrave; avanti.</p>
<p>Invece di essere risparmiata come territorio libero dall&#8217;ingerenza politica, internet ne &egrave; anzi infrastruttura portante: negli ultimi anni si &egrave; rafforzata la capacit&agrave; di ultima istanza degli attori statali ed interstatali (in maniera decisiva quando dotati di potenzialit&agrave; di mercato planetarie come USA, UE, Cina) di monitorare l&#8217;accesso a servizi di attori commerciali o di accedere ai loro database (emblematici i casi di Google in Cina e dell&#8217;accordo tra Skype ed Eurojust). Ci&ograve; rimanda alla costruzione di servizi differenziati da paese a paese; questa &quot;balcanizzazione di internet&quot;, come scrive Formenti citando Goldsmith e Wu, si risolve nel watchfare state topico cinese in un&#8217;infrastruttura semipermeabile, abbastanza aperta da mantenere l&#8217;economia al passo della maggiore crescita del mondo, ma allo stesso tempo chiusa all&#8217;ampliamento delle libert&agrave; politiche.</p>
<p>Ma esaminiamo ora in dettaglio la genesi del watchfare.</p>
<p>A ridosso del 2000 la stagione del laissez-faire dell&#8217;informazione (aperta dalla contemporaneit&agrave; della rivoluzione postfordista, della crisi petrolifera e dello stato-piano, e proseguita con<br />
l&#8217;istituzionalizzazione dello stato-crisi e la privatizzazione di aziende statali e del mercato dei brevetti) scandita dalla contraddizione tra il positivismo ottimista da una parte &#8211; che riponeva<br />
fiducia incondizionata nella validit&agrave; quasi scientifica della dottrina neoliberista e dell&#8217;affrancamento della &ldquo;new economy&rdquo; dalla ciclicit&agrave; della precedente &#8211; e da politiche economiche di austerit&agrave; ed erosione dei diritti sindacali dall&#8217;altra, si avvia al tramonto.</p>
<p>Due coppie di eventi suscitano questo cambiamento, ponendo fine al neoliberismo nello stesso modo in cui la grande guerra e la grande depressione pongono fine prima alla globalizzazione primonovecentesca poi al laissez-faire: Bolla dot.com 2000 &amp; 11/9 2001&nbsp; (crisi localizzata/guerra globale) Crisi Finanziaria e Mumbai 2008 (crisi globale/guerre localizzate)</p>
<p>Dopo un decennio di crescita impetuosa dei mercati ed ampliamento delle socializzazione della finanza, la bolla delle dot com evidenzia tutti i limiti del &quot;laissez-faire&quot; dell&#8217;informazione: aziende &quot;della new economy&quot;, spesso dotate di nient&#8217;altro che un dominio .com e che proprio in virt&ugrave; di questo avevano visto impennarsi le proprie quotazioni a fine<br />
anni &#8217;90, crollano davanti alla richiesta di garanzie e prodotti monetizzabili, trascinando con s&eacute; il resto dell&#8217;economia.<br />
La condizione latente di asimmetria informativa tra le parti coinvolte nel processo economico, esasperata dalla competitivit&agrave; del modello neoliberale implica l&#8217;assunzione di rischi, a lungo termine insostenibili per la massa dei risparmiatori. Si passa da un general intellect dei bisogni e desideri immediati, &quot;intelligente&quot;, ad un general intellect completamente alienato rispetto alle tecniche di messa a lavoro di s&eacute; stesso (finanza gregaria e web 2.0), &ldquo;stupido&rdquo;.</p>
<p>L&#8217;11/9 mette in crisi il vecchio apparato di sorveglianza USA, ancora modellato sulla contingenza della guerra fredda; fin da subito si parla di una nuova epoca di guerra asimmetrica, in cui attori non statali e persino individualit&agrave; dotate di sufficienti conoscenze e competenze possono minacciare la sicurezza di interi stati. Pur nella diversit&agrave; di intenti, si pu&ograve; dire che mentre i bolscevichi del 1917 rivolgono le macchine contro il capitale, i terroristi dell&#8217;11/9 rivolgono le informazioni contro il capitale. Le implementazioni del Patriot Act spianeranno la strada alla nuova realt&agrave; del watchfare, con un nuovo apparato di sorveglianza ripreso su scala globale.</p>
<p>A seguito di questi eventi, si avvia una tumultuosa fase di transizione tra 2001 e 2008, tutta giocata sulla rincorsa tra il laissez-faire informazionale ed il watchfare: da un lato si cerca di dare nuovi strumenti al primo ( creative commons, open source, derivati ) per preservare il suo vantaggio competitivo in un gioco al rialzo di sussunzione alienante di nuovi mercati, davanti alle critiche riguardo al come, allo stesso modo del suo antecedente storico, il mercato non regolato dell&#8217;informazione abbia finito per dar vita a nuovi monopoli (brevetti, software proprietario, DRM). Dall&#8217;altro si assiste al tentativo degli stati di incanalare l&#8217;informazione attraverso vari dispositivi (taglio cavi-myanmar; firewall-cina; patriot act-usa; pacchetto sicurezza-italia; videosorveglianza e pacchetto comportamenti antisociali-UK; schedatura edvige-Francia; legge orwell-Svezia), modalit&agrave; autoctone di recuperare in diversi modi la sovranit&agrave; sulla sicurezza persa davanti a globalizzazione e libero mercato.</p>
<p>Questo watchfare non sopporta il rischio, l&#8217;eventualit&agrave; deviante rappresentata dallo straniero portatore di un approccio &quot;altro&quot; ai problemi, dal dissidente davanti ad una decisione &quot;razionale&quot;, dall&#8217;omosessuale in quanto non funzionale alla riproduzione, ed insegue con la disperazione che gli &egrave; propria la chimera del controllo assoluto.<br />
Ideologia che ingessa l&#8217;evoluzione e la creativit&agrave; dell&#8217;uomo, fissando degli standard a cui nemmeno l&#8217;interezza&nbsp; delle sue stesse parti &egrave; in grado di conformarsi sulla base di eccezioni permanenti; per essere accettato, praticabile e garantire la riproduzione della propria legittimit&agrave; e classe politica deve avanzare le proprie narrazioni su<br />
basi istintuali: il grande fratello inglese e la campagna sulla sicurezza in Italia sono nemici del ragionamento, e lasciano taciute o disperse nel rumore di fondo le istanze particolari su cui premono i loro molteplici antagonisti, da quelle di &quot;classe&quot; (migranti, donne, precari) alla valutazione costi-benefici dell&#8217;apparato di sicurezza stesso.</p>
<p>La crisi finanziaria del 2008 sembra segnare la fine dell&#8217;autonomia dei mercati; in tale momento di confusione ed incertezza, emblematiche sono le prime misure prese dalle conferenze intergovernative europee: la stretta sulle agenzie di rating, che devono registrarsi ed essere sottoposte a monitoraggio, e la regolamentazione paradisi fiscali, che colpiscono due elementi centrali nelle dinamiche finanziarie del vecchio neoliberismo.</p>
<p>Alla guerra asimmetrica in un primo momento e sull&#8217;onda emozionale degli attacchi subiti si&nbsp; risponde con il warfare, nient&#8217;altro che un frettoloso aggiornamento del keynesismo militare, e la guerra preventiva; ma in un&#8217;epoca in cui il conflitto interstatale era presentato dagli stessi ideologi della fine della storia come un relitto del passato, ci&ograve; non poteva che scontrarsi con l&#8217;ostilit&agrave; di grandi movimenti di piazza e con la resistenza irakena.<br />
Tra l&#8217;indignazione per Guantanamo e quella per Abu Ghraib, questa strategia ha fallito fino a quando non si &egrave; data una condizione di appaltazione ad attori locali (le milizie sunnite) dello sforzo bellico, e dal &ldquo;laissez-faire informazionale&rdquo; della guerra asimmetrica non si &egrave; finito per passare al &ldquo;watchfare&rdquo; della polizia globale.<br />
L&#8217;unilateralismo americano porta ad una frammentazione del sistema internazionale, in cui a livello nazionale svuotamento anomico del diritto (stato di fermo diventa pena effettiva, autonomie locali non hanno abbastanza fondi per essere autonome, divieti motivati dal rischio soverchiano i diritti riconosciuti) e stato di emergenza continuo si sostengono reciprocamente.</p>
<p>Anche gli attentati di Mumbai del 2008, pur meno cruenti dell&#8217;11 settembre, evidenziano il salto di qualit&agrave; delle potenzialit&agrave; reali del flusso informativo: la pianificazione con lo studio del campo di battaglia su Google Earth, la coordinazione tramite i social network, le esecuzioni selettive e l&#8217;utilizzo di droghe eccitanti da parte degli attaccanti consentono loro di tenere in scacco per giorni i reparti speciali dell&#8217;esercito indiano.</p>
<p>La risposta delle istituzioni non pu&ograve; che consistere in una nuova corsa agli armamenti per la cyber-guerra, ed alla creazione di strutture adeguate a supportarla: la guerra ai tempi del watchfare pu&ograve; infatti essere vinta senza sparare un colpo, senza nemmeno teoricamente provocare danni materiali, ma semplicemente impedendo allo stato avversario di esercitare il proprio watchfare sulla propria popolazione, modellando il flusso dell&#8217;informazione in senso ad esso contrario.<br />
Davanti a queste constatazioni naufraga la lettura negriana di impero, nel momento in cui gli stati, anche tramite il supporto di attori non statali &#8211; contemporanei equivalenti delle antiche Compagnie delle Indie, come ad esempio il Russian Business Network per la Russia e Google per gli USA si lanciano nella corsa imperialista verso una colonizzazione dell&#8217;infosfera che i movimenti antagonisti sono chiamati a contrastare.</p>
<p>A causa della sempre maggiore delocalizzazione dei rischi la crisi economica locale in atto diventa globale in potenza, e a causa del sempre maggiore watchfare statale la guerra globale in atto, gi&agrave; divenuta eterea con l&#8217;esaurirsi della retorica bushiana, diventa locale in potenza; finch&eacute;, rispecchiandosi l&#8217;un l&#8217;altra, crisi economica e guerra tendono a coincidere come campo devastato delle irrisolte contraddizioni tra liberale e sociale, laissez-faire e welfare, fordismo e postfordismo. </p>
<p>
&nbsp;
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/05/08/not-net-working-netwar-watchfare/">Not [net] working &#8211; Netwar &#8211; Watchfare</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Info Enclosure 2.0 &#8211; di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 22:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
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		<description><![CDATA[Storicamente, il fenomeno delle enclosures ha rappresentato un momento chiave della transizione dall&#8217;economia agraria a quella industriale:nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;700, recintare privatizzandole le terre comuni (i commons per antonomasia) non significava solo imporre un sistema di diritti di propriet&#224;, ma anche creare un esercito di disoccupati &#8211; i contadini la cui sussistenza dipendeva dal libero [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Storicamente, il fenomeno delle enclosures ha rappresentato un momento chiave della transizione dall&#8217;economia agraria a quella industriale:nell&#8217;Inghilterra di fine &#8217;700, recintare privatizzandole le terre comuni (i commons per antonomasia) non significava solo imporre un sistema di diritti di propriet&agrave;, ma anche creare un esercito di disoccupati &#8211; i contadini la cui sussistenza dipendeva dal libero accesso a quelle terre &#8211; pronto a riversarsi nelle citt&agrave; e ad accettare condizioni di vita e lavoro degradanti, oltre a qualsiasi miseria graziosamente concessa dai nuovi padroni dell&#8217;industria, pur di sfuggire allo spettro della fame.&nbsp; </p>
<p>Contrariamente alla retorica neoliberista, questa ci appare come la vera &quot;Tragedy of Commons&quot;, che duecento anni dopo puntualmente si ripresenta come farsa, o amara ironia della sorte, se consideriamo il carattere apparentemente speculare e gli obiettivi delle nuove enclosures del cyberspazio, e della nuova manodopera che le subisce.</p>
<p>Infatti, con un altro parallelo, se fino allo scoppio rovinoso della bolla della New Economy delocalizzazione voleva dire riposizionamento del capitale fisso, chiudendo impianti produttivi nei paesi a capitalismo avanzato &#8211; ad alto tasso di conflittualit&agrave; in fabbrica e a compiuta formalizzazione dei diritti dei lavoratori &#8211; e spostandoli in altri dove il lavoro veniva (e viene) disciplinato dallo schiavismo e dalla coercizione, nella terra promessa (per gli imprenditori) del Web 2.0, delocalizzazione vuol dire riposizionamento del capitale umano sfruttabile, da una fascia ristretta di professionisti istruiti e remunerati &#8211; che avevano modellato in relativa autonomia la prima internet sui propri bisogni e desideri &#8211; ad una massa di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prosumer" target="_blank">prosumer</a>-dilettanti, inconsapevoli della messa a valore,della inforecinzione del proprio tempo libero e delle proprie passioni operata dei nuovi infolatifondisti. Con la differenza, rispetto a fine &#8217;700, che non &egrave; il tozzo di pane per sopravvivere la miseria da questi ultimi elargita ma la sensazione, sempre inesausta e bisognosa di riscontri, data agli internauti di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/31/orgoglio-e-gloria-del-web-2.0-un-saggio-di-geert-lovink" target="_blank">essere riusciti a gratificare s&eacute; stessi</a>.</p>
<p>Ovviamente ci&ograve; non pu&ograve; avvenire senza ingenti investimenti in infrastrutture, sia di comunicazione che di storaggio, che catturino nelle loro maglie la mole pi&ugrave; ampia possibile di dati e creazioni personali, da cui ricavare trend per proporre adeguati servizi a pagamento. Un numero sempre crescente di esse viene progettato al fine di privilegiare la circolazione di beni digitali e servizi in rete consumati in conformit&agrave; con le regole del capitale rispetto agli altri. E la pi&ugrave; generale prospettiva di una internet asincrona &#8211; che gi&agrave; vediamo nella <a href="http://www.antidigitaldivide.org/modules.php?op=modload&amp;name=News&amp;file=article&amp;sid=580" target="_blank">banda di telecom elargita a due velocit&agrave;</a>, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/04/switzerland-come-testare-la-neutralit-del-proprio-isp" target="_blank">nei blocchi contro il P2P di Comcast</a>, e <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/08/11/save-the-internet-un-video-sulla-net-neutrality" target="_blank">nelle campagne in favore di corsie preferenziali per la distribuzione di contenuti in rete</a> &#8211; &egrave; solo l&#8217;ultimo tassello, la pietra tombale, l&#8217;istituzionalizzazione definitiva di questo disegno di controllo del cyberspazio.</p>
<p>Il contributo di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick che segue completa <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi" target="_blank">Copyfarleft, Copyjustright e la Legge Ferrea degli Introiti da Copyright</a>, da noi recentemente tradotto in italiano.</p>
<p>Ricostruisce i passaggi di aggregazione attorno al Web 2.0 di un immaginario capitalista; di come questo abbia vampirizzato, distrutto, e riassemblato attorno alle proprie esigenze l&#8217;economia delle dot com, e disperso la classe dei lavoratori della conoscenza che le alimentava; di come il processo di creazione di valore sotteso al Web 2.0 si basi su media effimeri come sensazionalismo, tormentoni e marketing emozionale; di come parallelamente rappresenti una chive di volta nel contrattacco e nella normalizzazione dall&#8217;alto sia verso il fenomeno P2P sia verso quella neutralit&agrave; che ha sempre caratterizzato la rete fin dalle sue origini, riproponendo infrastrutture e modelli di distribuzione di beni e servizi digitali centralizzati ( e per questo facilmente controllabili e censurabili ); evidenziando in sintesi come di fatto il modello comunicativo del tanto decantato secondo web, rappresenti a tutti gli effetti uno strumento paradigmatico di controllo biopolitico volto all&#8217;esproprio ed all&#8217;imbrigliamento dell&#8217;intelligenza collettiva grazie a meccanismi e dispositivi di sfruttamento estensivo e di perenne messa al lavoro di un&#8217;intera societ&agrave;, calata in modo brutale nel ciclo vertiginoso di crisi e ristrutturazione del Capitale.</p>
<p>Buona lettura e buon 2009 da parte di tutto il collettivo di IFF!<span id="more-55"></span>
</p>
<div align="right">
<span style="font-size: medium"><strong><span>InfoEnclosure 2.0</span></strong></span>
</div>
<div align="right">
di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick
</div>
<p>
<a href="http://telekommunisten.net/InfoEnclosure-2.0" target="_blank">LINK ORIGINALE</a>&nbsp;
</p>
<p>
Wikipedia dice che il &quot;Web 2.0, una frase coniata da O&#8217;Reilly Media nel 2004, si riferisce ad una presunta seconda generazione di servizi internet &quot; come siti di social networking, wiki, strumenti di comunicazione, e &#8216;folksonomies&#8217; &quot; che enfatizzano la collaborazione online e lo sharing tra gli utenti.&quot;</p>
<p>E&#8217; da notare l&#8217;utilizzo della parola &quot;presunta&quot;. Come probabilmente Wikipedia, la pi&ugrave; grande opera collaborativa della storia ed uno degli attuali beniamini della comunit&agrave; di internet, dovrebbe sapere. A differenza di molti dei membri della generazione del Web 2.0, Wikipedia &egrave; controllata da una fondazione no-profit, percepisce reddito solo tramite donazioni e rilascia i suoi contenuti sotto la GNU Free Documentation License, in copyleft. E&#8217; significativo che Wikipedia continui a dire: &quot;il Web 2.0 &egrave; divenuto un popolare tormentone ( sebbene maldefinito e spesso soggetto a critica) in determinate comunit&agrave; tecniche e di marketing.&quot;</p>
<p>La comunit&agrave; del free software &egrave; stata incline al sospetto, se non apertamente sprezzante, nei confronti del nomignolo Web 2.0. Tim Berners-Lee liquid&ograve; l&#8217;espressione affermando: &quot;Il Web 2.0 &egrave; certamente un&#8217;espressione gergale, nessuno nemmeno sa cosa significhi.&quot; E continua, notando che: &quot;significa utilizzare gli standard che sono stati prodotti da tutta la gente al lavoro sul Web 1.0.&quot;</p>
<p>In realt&agrave; non c&#8217;&egrave; n&eacute; un Web 1.0 n&eacute; un Web 2.0, c&#8217;&egrave; uno sviluppo costante di applicazioni online che non pu&ograve; essere chiaramente delimitato.</p>
<p>Nel tentativo di definire cosa sia il Web 2.0, &egrave; pacifico dire che molti degli sviluppi importanti sono stati mirati a permettere alla comunit&agrave; di creare, modificare, e condividere contenuti in modalit&agrave; precedentemente disponibili solamente ad organizzazioni centralizzate che disponevano di costosi pacchetti software, dipendenti pagati per gestire gli aspetti tecnici del sito e dipendenti pagati per creare contenuti solitamente pubblicati esclusivamente sul sito dell&#8217;organizzazione stessa.</p>
<p>Un&#8217;azienda Web 2.0 cambia fondamentalmente il modo di produzione dei contenuti internet. Web application e servizi sono divenuti pi&ugrave; economici e facili da implementare e, permettendo l&#8217;accesso a queste applicazioni da parte degli utenti finali, un&#8217;azienda pu&ograve; efficacemente esternalizzare la creazione e l&#8217;organizzazione dei propri contenuti agli utenti finali stessi. Contrariamente al modello tradizionale del provider di contenuti che provvede a pubblicare gli stessi, con l&#8217;utente finale ad usufruirne, il nuovo modello permette al sito dell&#8217;azienda di fungere da portale centralizzato tra gli utenti, che sono sia creatori che consumatori.</p>
<p>Per l&#8217;utente, l&#8217;accesso a queste applicazioni aumenta la propria capacit&agrave; di creare e pubblicare contenuti che in precedenza gli avrebbero richiesto l&#8217;acquisto di software per il desktop ed il possesso di un bagaglio di conoscenze tecnologiche maggiore. Ad esempio, due dei principali mezzi di produzione testuale nel Web 2.0 sono i blog ed i wiki che permettono all&#8217;utente di creare e pubblicare contenuti direttamente dal loro browser senza alcun bisogno reale di conoscere i linguaggi di markup ed i protocolli di file transfer o syndication,tutto ci&ograve; senza la necessit&agrave; di acquistare alcun software.</p>
<p>L&#8217;utilizzo delle web application per sostituire il software su desktop &egrave; ancora pi&ugrave; significativa per l&#8217;utente quando si tratta di contenuto che non sia meramente testuale. Non solo si possono creare e modificare pagine web nel browser senza acquistare software di editing html, ma le fotografie possono essere uploadate e manipolate online attraverso il browser stesso, senza la necessit&agrave; di costose applicazioni desktop di manipolazione delle immagini. Una ripresa video su videocamera domestica pu&ograve; essere inviata ad un sito di video hosting, caricata, codificata, implementata in una pagina HTML, pubblicata, taggata, e ridiffusa per il web, tutto tramite il browser dell&#8217;utente.</p>
<p>Nell&#8217;articolo di Paul Graham sul Web 2.0, l&#8217;autore scompone i differenti ruoli della comunit&agrave;/utente in ruoli pi&ugrave; specifici, vale a dire il Professionista, il Dilettante, e l&#8217;Utente (pi&ugrave; nello specifico, l&#8217;utente finale). I ruoli del Professionista e dell&#8217;Utente erano, secondo Graham, ben compresi nel Web 1.0, ma il Dilettante non aveva una posizione molto ben definita. Come Graham lo descrive in &quot;What Business Can Learn From Open Source&quot;, il Dilettante ama semplicemente lavorare, senza alcuna preoccupazione per il compenso o la propriet&agrave; di quell&#8217;opera; in fase di sviluppo, il Dilettante contribuisce al software open source, laddove il Professionista viene pagato per il proprio lavoro proprietario.</p>
<p>La caratterizzazione del &quot;Dilettante&quot; da parte di Graham ne ricorda una di If I Ran The Circus, del Dr. Seuss, in cui il giovane Morris McGurk parla dello staff del suo immaginario Circo McGurkus:</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>*</strong> <br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; I miei lavoratori amano lavorare. Dicono, &quot;Mettici al lavoro! Per favore, mettici al lavoro! Lavoreremo ed escogiteremo cos&igrave; tante sorprese da non vederne nemmeno la met&agrave; anche con quaranta occhi!?</p>
<p>E, mentre il &quot;Web 2.0&quot; potrebbe non significare niente per Tim Berners-Lee, che vede le innovazioni recenti come niente pi&ugrave; che sviluppo progressivo del web, per i venture capitalists, che come Morris McGurk fantasticano di lavoratori instancabili che producono contenuti inesauribili senza richiedere per ci&ograve; una paga, suona stupendo. E senza dubbio, da YouTube a Flickr fino a Wikipedia, davvero non se ne vedrebbe la met&agrave; nemmeno con quaranta occhi.</p>
<p>Tim Berners-Lee ha ragione. Non c&#8217;&egrave; nulla dal punto di vista del tecnico o dell&#8217;utente nel Web 2.0 che non abbia le proprie radici nel Web 1.0 e non ne sia un&#8217;evoluzione naturale. La tecnologia associata all&#8217;icona del Web 2.0 era possible ed in alcuni casi gi&agrave; disponibile anzitempo, ma l&#8217;hype che ne circonda quest&#8217;utilizzo &egrave; stato di certo influenzato dalla crescita dei siti internet di Web 2.0.</p>
<p>Internet (che, in realt&agrave;, rappresenta pi&ugrave; che il web) ha sempre implicato la condivisione tra utenti. Di fatto, Usenet, un sistema di messaging distribuito, &egrave; funzionante dal 1979! Da molto prima persino del Web 1.0, Usenet ha ospitato discussioni, giornalismo &quot;dilettantistico&quot;, e permesso la condivisione di foto e file. Come internet, &egrave; un sistema distribuito non posseduto o controllato da nessuno. E&#8217; questa qualit&agrave;, una mancanza di propriet&agrave; e di controllo centrale, che differenzia servizi come Usenet dal Web 2.0.</p>
<p>Se Web 2.0 deve proprio significare qualcosa, il suo significato ricade nella logica del venture capital. Il Web 2.0 rappresenta il ritorno degli investimenti nelle start-up di internet. Dopo lo scoppio delle dotcom (la vera fine del Web 1.0) quegli ammiccanti dollari-investimento avevano bisogno di una nuova ragione per scommettere sulle imprese online. &quot;Costruitele ed arriveranno&quot;, l&#8217;atteggiamento dominante del boom delle dotcom anni &#8217;90, assieme all&#8217;effimera &quot;new economy&quot;, non era pi&ugrave; attraente dopo il fallimento di tante imprese. Costruire infrastruttura e finanziare capitalizzazione reale non era pi&ugrave; quello che cercavano gli investitori. Catturare valore creato da altri, tuttavia, si dimostr&ograve; rappresentare una proposizione pi&ugrave; attraente.</p>
<p>Web 2.0 &egrave; il Boom degli Investimenti Internet 2.0. Web 2.0 &egrave; un modello di business, vuol dire cattura privata di valore creato della comunit&agrave;. Nessuno nega che la tecnologia di siti come YouTube, ad esempio, sia banale. Questo &egrave; pi&ugrave; che evidenziato dall&#8217;ampio numero di servizi identici come DailyMotion. Il valore reale di YouTube non &egrave; creato dagli sviluppatori del sito, ma piuttosto viene creato dalle persone che caricano i video sul sito. Eppure, quando YouTube &egrave; stato comprato per oltre un miliardo dello stock di azioni di Google, quanto di questo stock &egrave; stato acquisito da quelli che avevano creato tutti questi video?<br />
Zero. Zilch. Nada. Ottimo, se sei il gestore di un&#8217;azienda Web 2.0.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>*</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il valore prodotto dagli utenti di servizi Web 2.0 come YouTube viene catturato dagli investitori capitalisti. In alcuni casi, l&#8217;effettivo contenuto che apportano alimenta la propriet&agrave; dei detentori del sito. L&#8217;appropriazione privata del valore creato da una comunit&agrave; &egrave; un tradimento delle promesse della tecnologia di condivisione e della libera cooperazione.</p>
<p>A differenza del Web 1.0, in cui gli investitori spesso finanziavano costose acquisizioni di capitale, sviluppo software e creazione di contenuti, un investitore del Web 2.0 ha bisogno principalmente di finanziare la generazione di hype, marketing e chiacchiericcio. L&#8217;infrastruttura &egrave; largamente disponibile a buon mercato, il contenuto &egrave; gratuito ed il costo del software, almeno di quanto di esso non sia anche gratuito, &egrave; trascurabile. Di base, fornendo banda e spazio su disco potete diventare un sito internet di successo, se siete in grado di vendervi efficacemente.</p>
<p>Il successo principale di un&#8217;azienda Web 2.0 arriva dal suo relazionarsi alla comunit&agrave; e, pi&ugrave; nello specifico, dall&#8217;abilit&agrave; dell&#8217;azienda di &quot;imbrigliare l&#8217;intelligenza collettiva&quot;, per come la mette O&#8217;Reilly. Le aziende del Web 1.0 erano troppo monolitiche ed unilaterali nel proprio approccio al contenuto. &quot;Success stories&quot; nella transizione dal Web 1.0 al Web 2.0 si sono basate sulla capacit&agrave; di un&#8217;azienda di rimanere monolitica nel suo brand contenutistico o, ancora meglio, nella sua aperta propriet&agrave; di quel contenuto, dischiudendo allo stesso tempo il metodo di creazione di quel contenuto alla comunit&agrave;. Yahoo! cre&ograve; un portale verso il contenuto della comunit&agrave;, mentre il rinvenimento di quel contenuto restava compito del motore centralizzato. EBay permette alla comunit&agrave; di vendere le sue merci, mentre essa possiede il mercato di quelle merci. Amazon, vendendo gli stessi prodotti di molti altri siti, ha ottenuto successo permettendo alla comunit&agrave; di partecipare al &quot;flusso&quot; attorno ai propri prodotti.</p>
<p>Dato che i capitalisti che investono nelle start-up del Web 2.0 spesso non ne finanziano la prima capitalizzazione, il loro comportamento diventa peraltro marcatamente parassitario. Arrivano spesso in ritardo nel processo, quando la creazione di valore ha una buona spinta, e vi si inseriscono per assumerne la propriet&agrave; ed utilizzare il proprio potere finanziario per promuovere il servizio, spesso entro il contesto di una rete egemonica di importanti e ben finanziati partner. Ci&ograve; significa che le aziende che non siano acquisite da capitale di ventura finiscono a corto di liquidit&agrave; e vengono estromesse dal club.</p>
<p>In tutti questi casi, il valore del sito internet non &egrave; creato dai dipendenti pagati dell&#8217;azienda che lo gestisce, ma dagli utenti che ne usufruiscono. Con tutta l&#8217;enfasi sul contenuto creato dalla comunit&agrave; e dalla condivisione, &egrave; facile lasciarsi sfuggire l&#8217;altro lato dell&#8217;esperienza del Web 2.0: propriet&agrave; di tutto questo contenuto e capacit&agrave; di monetizzarne il valore. Per l&#8217;utente ci&ograve; non si mostra tanto spesso, fa solo parte dei bei caratteri nei loro MySpace Terms of Service agreement, oppure &egrave; il Flickr.com nell&#8217;indirizzo url delle loro foto. Di solito, non appare come un problema per la comunit&agrave;, &egrave; un piccolo prezzo da pagare per l&#8217;utilizzo di queste meravigliose applicazioni e per il notevole effetto sui risultati dei motori di ricerca quando si ricerca il proprio nome. Dato che la maggior parte degli utenti non ha accesso a mezzi alternativi di produrre e pubblicare i loro stessi contenuti, sono attratti da siti come MySpace e Flickr.</p>
<p>Nel frattempo, il mondo aziendale stava spingendo un&#8217;idea completamente diversa della Superstrada dell&#8217;Informazione, producendo &#8216;servizi online&#8217; monolitici e centralizzati come CompuServe, Prodigy ed AOL. Ci&ograve; che divideva questi da internet &egrave; che questi erano sistemi centralizzati a cui tutti gli utenti si connettevano direttamente &#8211; mentre internet &egrave; una rete peer-to-peer in cui ogni dispositivo con un indirizzo internet pubblico pu&ograve; comunicare in modo diretto con ogni altro dispositivo. Questo &egrave; ci&ograve; che rende possibile la tecnologia peer-to-peer, ma anche ci&ograve; che rende possibili gli internet service provider.</p>
<p>Si dovrebbe aggiungere che molti progetti open source possono essere citati come le innovazioni chiave nello sviluppo del Web 2.0: software liberi come Linux, Apache, PHP, MySQL, Python, etc. sono la spina dorsale del Web 2.0, e del web stesso. Ma c&#8217;&egrave; un difetto fondamentale in tutti questi progetti, nei termini di ci&ograve; a cui O&#8217;Reilly si riferisce come le Core Competencies delle Aziende Web 2.0, cio&eacute; il controllo su di fonti di dati uniche e difficili da ricreare, che si arricchiscono man mano che pi&ugrave; persone le utilizzano&nbsp; &quot;imbrigliando l&#8217;intelligenza collettiva&quot; che attirano. Permettere alla comunit&agrave; di contribuire apertamente e di utilizzare quel contributo, entro il contesto di un sistema proprietario in cui il possidente controlli il contenuto, &egrave; una caratteristica di un&#8217;azienda Web 2.0 di successo. Tuttavia, permettere alla comunit&agrave; di possedere quello che crea, non lo &egrave;. Quindi, per avere successo e creare profitti per gli investitori, un&#8217;azienda Web 2.0 ha bisogno di creare meccanismi di condivisione e collaborazione che siano controllati centralmente. La mancanza di controllo centrale esperita da Usenet ed altre tecnologie controllate da pari &egrave; il difetto fondamentale. Beneficiano di esse solo i loro utenti, non gli investitori assenti, dato che non sono &quot;possedute&quot;.</p>
<p>Quindi, dato che il Web 2.0 &egrave; finanziato dal Capitalismo versione 2006, Usenet viene per lo pi&ugrave; dimenticata. Mentre tutti utilizzano Digg e Flickr, e YouTube vale un miliardo di dollari, PeerCast, un network innovativo di video streaming peer-to-peer in tempo reale, in attivit&agrave; da diversi anni in pi&ugrave; rispetto a YouTube, &egrave; virtualmente sconosciuto.</p>
<p>Da un punto di vista tecnico, le tecnologie distribuite e peer-to-peer(P2P) sono molto pi&ugrave; efficienti dei sistemi del Web 2.0. Facendo miglior utilizzo delle risorse di rete con l&#8217;impiego di computer connessioni di rete degli utenti, il P2P evita la formazione di colli di bottiglia creati da sistemi centralizzati e permette che il contenuto venga pubblicato con infrastrutture minori &#8211; spesso con nient&#8217;altro che un computer e la connessione internet domestica. I sistemi P2P non richiedono i colossali centri dati di siti come YouTube. La mancanza di infrastruttura centrale si manifesta anche con una mancanza di controllo centrale &#8211; vale a dire censura, spesso un problema di &#8216;comunit&agrave;&#8217; di propriet&agrave; privata che spesso si piegano a gruppi di pressione pubblici e privati ed impongono limitazioni sui tipi di contenuti permessi.<br />
Inoltre, la mancanza di grandi database centralizzati per l&#8217;incrocio di informazioni degli utenti racchiude un forte vantaggio in termini di privacy.</p>
<p>Da questa prospettiva, si pu&ograve; dire che il Web 2.0 sia l&#8217;attacco preventivo del capitalismo contro i sistemi P2P. Nonostante i suoi molti svantaggi rispetto a questi, il Web 2.0 &egrave; maggiormente attraente per gli investitori, e quindi ha pi&ugrave; capitali per finanziare e promuovere soluzioni centralizzate. Il risultato finale di tutto ci&ograve; &egrave; che l&#8217;investimento capitalista &egrave; fluito nelle soluzioni centralizzate rendendole di semplice ed economica o gratuita adozione per produttori di informazione privi di competenze tecniche. In tal modo questa facilit&agrave; di accesso, paragonata all&#8217;intraprendere l&#8217;impresa maggiormente stimolante e costosa di possedere i propri mezzi di produzione di informazione, ha creato un proletariato informazionale &quot;senza terra&quot;, pronto a fornire manodopera alienata ai fini di creazione di contenuti per i nuovi info-latifondisti del Web 2.0.</p>
<p>Viene spesso detto che internet ha colto di sorpresa il mondo aziendale, sbucando come fece da universit&agrave; finanziate con soldi pubblici e dalla ricerca militare. Fu promossa per mezzo di un&#8217;industria a domicilio di piccoli internet service provider indipendenti in grado di spremere soldi dalla fornitura di accesso alla rete costruita e finanziata dallo stato.</p>
<p>Internet sembrava un anatema per l&#8217;immaginario capitalista. Il Web 1.0, il boom originario delle dotcom, fu caratterizzato da una corsa al controllo dell&#8217;infrastruttura, per consolidare gli internet service provider indipendenti. Mentre il denaro veniva sperperato abbastanza a caso, laddove gli investitori si scervellavano per capire per cosa questo media potesse effettivamente essere utilizzato, la missione complessiva ottenne un ampio successo. Nel 1996, un account internet vi era molto probabilmente fornito da alcune piccole aziende locali. Dieci anni dopo, mentre alcune delle aziende pi&ugrave; piccole erano sopravvissute, la maggioranza della gente otteneva i propri accessi internet da<br />
colossali aziende di telecomunicazioni. La missione del Boom degli Investimenti Internet 1.0 era di distruggere i service provider indipendenti, e di reinstallare al comando grandi e ben finanziate aziende.</p>
<p>La missione del Web 2.0 &egrave; di distruggere l&#8217;aspetto P2P di internet. Di rendere voi, il vostro computer, e la vostra connessione internet dipendenti dall&#8217;allacciamento ad un servizio centralizzato che controlli la vostra capacit&agrave; di comunicare. Il Web 2.0 &egrave; la rovina dei sistemi liberi e peer-to-peer ed il ritorno dei monolitici &quot;servizi online&quot;.<br />
Qui, un dettaglio rivelatore &egrave; che la maggior parte delle connessioni internet domestiche o lavorative negli anni &#8217;90 &#8211; connessioni modem ed ISDN &#8211; fossero sincrone, uguali nella loro capacit&agrave; di inviare e ricevere dati. Per design, la vostra connessione vi permetteva di essere egualmente un produttore ed un consumatore di informazione. D&#8217;altro canto, le moderne connessioni DSL e via cavo sono asincrone, permettendovi di scaricare informazione velocemente, ma caricarne lentamente. Senza menzionare il fatto che molti contratti di servizi internet vi proibiscono di gestire server sul vostro circuito di consumatore, arrivando a staccarvi il servizio qualora facciate altrimenti.</p>
<p>Il capitalismo, radicato nell&#8217;idea di ricavare profitto per mezzo di una fetta di propriet&agrave; inattiva, richiede controllo centralizzato, senza il quale i produttori non avrebbero motivo di dividere il proprio reddito con azionisti esterni. Perci&ograve;, il capitalismo &egrave; incompatibile con le reti P2P libere, e quindi, fino a quando il finanziamento dello sviluppo di internet proverr&agrave; da azionisti privati alla ricerca di cattura di valore tramite il possesso di risorse su internet, la rete diverr&agrave; solamente pi&ugrave; limitata e centralizzata.</p>
<p>Si dovrebbe notare che, persino nel caso della produzione tra pari basata sui common, fino a quando i common e l&#8217;appartenenza al gruppo di pari sono limitati e gli input (come il cibo per i produttori ed i computer che utilizzano) sono acquisiti dall&#8217;esterno del gruppo di pari basato sui common, allora gli stessi produttori potrebbero essere complici nella cattura sfruttatrice di questo valore di manodopera.<br />
Quindi, al fine di affrontare realmente l&#8217;ineguale cattura di valore di lavoro alienato, l&#8217;accesso ai common e l&#8217;appartenenza al gruppo di pari devono essere estese quanto pi&ugrave; possibile, verso l&#8217;inclusione in un sistema completo di beni e servizi. Solo quando tutti i beni produttivi saranno disponibili dai produttori basati sui common, tutti i produttori potranno trattenere il valore del prodotto del loro lavoro.</p>
<p>E mentre i common informazionali possono avere la possibilit&agrave; di giocare un ruolo nello spostare la societ&agrave; verso modalit&agrave; di produzione pi&ugrave; inclusive, una qualunque speranza reale di una nuova generazione di servizi internet genuini e in grado di arricchire le comunit&agrave; non &egrave; radicata nella creazione di risorse centralizzate e detenute privatamente, ma piuttosto nella creazione di sistemi cooperativi, P2P e basati sui common, posseduti da tutti e da nessuno. Sebbene piccola ed oscura per gli standard odierni, con il suo focus su applicazioni peer-to-peer come Usenet ed email, la prima internet era una risorsa assai comune e condivisa. Assieme alla commercializzazione di internet ed all&#8217;emergenza del finanziamento capitalista arriva la recinzione dei common dell&#8217;informazione, traducendo ricchezze pubbliche in profitti privati. Quindi il Web 2.0. non deve essere pensato come una seconda generazione sia dello sviluppo tecnico che di quello sociale di internet, ma piuttosto come alla seconda onda della recinzione capitalista dei Common dell&#8217;Informazione.</p>
<p>Virtualmente tutte le risorse internet pi&ugrave; utilizzate possono essere sostituite da alternative P2P. Google potrebbe venire rimpiazzato da un sistema di ricerca P2P, in cui ogni browser ed ogni webserver sarebbero nodi attivi nel processo di ricerca; anche Flickr e YouTube potrebbero venire rimpiazzati da applicazioni del tipo di PeerCast ed eDonkey, che permettano agli utenti di utilizzare i propri computer e connessioni internet per condividere in modo collaborativo le proprie immagini e video. Tuttavia, sviluppare risorse internet richiede l&#8217;applicazione di ricchezza, e finch&eacute; la fonte di questa ricchezza consister&agrave; nel capitale finanziario, il grande potenziale peer-to-peer di internet rimarr&agrave; irrealizzato.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/">Info Enclosure 2.0 &#8211; di Dmytri Kleiner e Brian Wyrick</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dispensa del corso: &#8220;Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica&#8221; online! ( AGGIORNATO! )</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Dec 2008 21:32:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;attesa di riprendere la programmazione dei corsi, pubblichiamo la dispensa del primo appuntamento di Security Handshake , tenutosi lo scorso 24 ottobre presso il Laboratorio Occupato Crash di Bologna: Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica(versione 1).pdf Ne approfittiamo per ringraziare quanti hanno partecipato, e per i loro consigli e suggerimenti. Enjoy Your Privacy [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Nell&#8217;attesa di riprendere la programmazione dei corsi, pubblichiamo la dispensa del primo appuntamento di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/10/17/security-handshake.-oltre-la-paranoia-informatica-corsi-di-sicurezza-informatica-di-base" target="_blank">Security Handshake</a> , tenutosi lo scorso 24 ottobre presso il <a href="http://crash.noblogs.org/" target="_blank">Laboratorio Occupato Crash</a> di Bologna:
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<a id="res_115558" href="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/SicurezzaPosta.pdf" target="_blank">Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica(versione 1).pdf</a>
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Ne approfittiamo per ringraziare quanti hanno partecipato, e per i loro consigli e suggerimenti. Enjoy Your Privacy &amp; Stay Tuned!!
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<hr width="100%" size="2" />
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<strong>UPDATE!! </strong>
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In data 27 dicembre 2008 abbiamo pubblicato una versione della dispensa con alcuni piccoli aggiornamenti e correzioni. La potete trovare al seguente link.
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<a id="res_115558" href="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/SicurezzaPostaBis.pdf" target="_blank">Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica (versione 2).pdf</a>
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Buona lettura!
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</pre>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/27/dispensa-del-corso-sicurezza-crittografia-ed-antispam-per-la-posta-elettronica-online/">Dispensa del corso: &#8220;Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica&#8221; online! ( AGGIORNATO! )</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 17:13:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>

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		<description><![CDATA[Corso di sicurezza informatica di base Security Handshake &#8211; Oltre la paranoia informatica 1a Parte Dove: Laboratorio Occupato Crash! Bologna Via Zanardi 106, Bus 11a / 11b / 18 fermata Zanardi Quando: Venerdi 24 ottobre 2008, ore 20.30 Durata del corso: 1h 30 minuti Software utilizzati: Thunderbird, GPG, Enigmail, Revelation, KeepassX Le problematiche legate alla [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Corso di sicurezza informatica di base<strong> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/10/17/security-handshake.-oltre-la-paranoia-informatica-corsi-di-sicurezza-informatica-di-base">Security Handshake &#8211; Oltre la paranoia informatica</a></strong>
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<strong>1a Parte</strong>
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<em>Dove:</em> <a href="http://crash.noblogs.org" target="_blank">Laboratorio Occupato Crash!</a> Bologna Via Zanardi 106, Bus 11a / 11b / 18 fermata Zanardi
</p>
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<em>Quando:</em> Venerdi 24 ottobre 2008, ore 20.30
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<p>
<em>Durata del corso:</em> 1h 30 minuti
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<em>Software utilizzati:</em> <a href="http://www.mozilla.com/thunderbird/" target="_blank">Thunderbird</a>, <a href="http://www.gnupg.org" target="_blank">GPG</a>, <a href="https://noblogs.org/enigmail.mozdev.org/" target="_blank">Enigmail</a>, <a href="http://oss.codepoet.no/revelation/">Revelation</a>, <a href="http://www.keepassx.org/" target="_blank">KeepassX</a>
</p>
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Le problematiche legate alla sicurezza dei sistemi di posta elettronica ed alla riservatezza delle comunicazioni sono molteplici e spesso si manifestano ancora prima del semplice invio di una mail: la sola scelta di utilizzare servizi di posta commerciali o la cattiva formulazione di una password o del promemoria per ricordarsela possono aprire le porte della nostra corrispondenza ad ogni genere di curiosi. Senza una &quot;busta&quot; adeguata, la nostra lettera elettronica non &egrave; pi&ugrave; tale, ma diventa una cartolina pronta ad essere letta dal postino o da chi la intercetti. Senza un&#8217; &quot;intestazione&quot; adeguata, il destinatario della lettera pu&ograve; venire ingannato da chiunque voglia spacciarsi per noi mandandola al posto nostro.
</p>
<p>
In questo corso presenteremo &#8211; da una prospettiva prettamente pratica &#8211; diversi software open source per ovviare alle intrinseche insicurezze nei protocolli e nei servizi di posta elettronica, oltre a suggerire le buone abitudini da tenere durante il loro utilizzo ( perch&eacute; neppure l&#8217;algoritmo pi&ugrave; potente pu&ograve; ovviare alla disattenzione umana ).
</p>
<p>
<em>Risorse:</em>
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<ul>
<li><a href="http://isole.ecn.org/kriptonite/">Kriptonite</a></li>
<li><a href="http://crypto.ecn.org/" target="_blank">Crypto.ecn</a>: archivio di softare crittografici e per la difesa della privacy on-line</li>
<li><a href="http://moca.slackware.it/Slides/Gian_MOCA08_crittografia.pdf" target="_blank">Concetti di base di crittografia</a></li>
<li><a href="http://www.delirandom.net/20080724/inphoria-la-leggenda-di-unemail-verso-il-regno-di-mordor/" target="_blank">Imphoria: la leggenda di un&#8217; email verso il regno di mordor</a></li>
<li><a href="http://www.autistici.org/it/stuff/user_howto/anonymity/man_keyserver.html" target="_blank">Guida all&#8217;uso di un keyserver gpg</a></li>
</ul>
<hr width="100%" size="2" />
<p>
&nbsp;A seguire dalle ore 22 fino alle ore 24&#8230;
</p>
<p>
Dj set tenuto da <a href="http://www.myspace.com/michpagg" target="_blank">Mich</a> ( Elettronica/Minimalista/House ) + Stuzzichini notturni
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/10/21/sicurezza-crittografia-ed-antispam-per-la-posta-elettronica/">Sicurezza, crittografia ed antispam per la posta elettronica</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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