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	<title>InfoFreeFlow &#187; Motori di ricerca</title>
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	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
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		<title>“Salviamo Wikipedia!” Sortita dal basso nella guerra mediale italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 10:44:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Wikipedia Italia scende in campo contro la cosiddetta legge ammazza blog. E per protestare entra in sciopero. Da 24 ore infatti le 800000 voci dell&#8217;enciclopedia libera risultano essere inaccessibili al pubblico. Una scelta che gli amministratori del sito hanno spiegato alla loro utenza con un breve ma significativo comunicato. Sotto accusa è il comma 29 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/10/salviamo_wikipedia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-603" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/10/salviamo_wikipedia-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a>Wikipedia Italia scende in campo contro  la cosiddetta legge ammazza blog. E per protestare entra in sciopero. Da  24 ore infatti le 800000 voci  dell&#8217;enciclopedia libera risultano  essere inaccessibili al pubblico. Una scelta che gli amministratori del  sito hanno spiegato alla loro utenza con un breve ma significativo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011">comunicato</a>.</p>
<p>Sotto  accusa è il comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni, in questi  giorni sotto il fuoco incrociato di roventi polemiche all&#8217;interno della  stessa maggioranza di governo.</p>
<p>«<em>Tale proposta di riforma legislativa</em>»  afferma il comunicato di Wikimedia Italia «<em>prevede,  tra le altre cose, anche l&#8217;obbligo per tutti i siti web di pubblicare,  entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su  qualsiasi contenuto che il </em><em><strong>richiedente</strong></em><em> giudichi lesivo della propria immagine</em>»</p>
<p>Qualora questo nuovo dispositivo giuridico venisse introdotto «<em>chiunque  si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata  giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia,  potrà arrogarsi il diritto — </em><em><strong>indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive</strong></em><em> — di chiedere l&#8217;introduzione di una &#8220;rettifica&#8221;, volta a contraddire e  smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.</em>»</p>
<p>Un fatto che Wikipedia non esita a definire come «<em>una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza</em>».<span id="more-604"></span></p>
<p>La  protesta inscenata da Wikipedia Italia ha il sapore della prova di  forza, giocata intelligentemente proprio nel momento in cui la tenuta  del governo sembra minata da crepe che si fanno più vistose giorno dopo  giorno. Pur non facendo appello diretto alla mobilitazione, Wikipedia ha  deciso di sfruttare il suo brand e la sua centralità nell&#8217;odierna  geografia dei servizi web per calcare un palcoscenico vastissimo ed  incendiare ampli segmenti dell&#8217;opinione pubblica. Operazione che pare  essere andata in porto se il trending topic di Twitter Italia registra  fra gli hashtag più chiacchierati proprio quello dell&#8217;enciclopedia  libera. Una conferma ulteriore arriva da Facebook dove pagine (“<a href="https://www.facebook.com/#%21/pages/Rivogliamo-Wikipedia-No-alla-legge-bavaglio/185745561500946">Rivolgiamo Wikipedia &#8211; No alla legge bavaglio</a>”) ed eventi (<a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=217866031611264">Salviamo Wikipedia</a>)  creati nelle ultime ore sono stati accolti positivamente da decine di  migliaia di profili (ma i numeri sembrano essere destinati a lievitare).  E questo senza contare la raffica di agenzie stampa susseguitesi in  serata e l&#8217;approdo della notizia sui grandi quotidiani in mattinata.</p>
<p>Un&#8217;operazione  che più andrà avanti più potrebbe avere la capacità di mettere in  evidenza, di fronte agli occhi di un pubblico assai vasto ed eterogeneo,  l&#8217;anacronismo del DDL intercettazioni e la sua incapacità di misurarsi  con quelle che oggi sono di fatto le nuove modalità di produzione del  sapere. In questo senso la parte forse più emblematica del sopracitato comunicato è quella in cui viene affermato a chiare lettere: <strong>«Wikipedia non ha una redazione»</strong>.  Una dichiarazione che si sposa con la firma, posta in calce al  comunicato, a nome de “Gli utenti di Wikipedia”. Come dire, nell&#8217;era dei  prosumer, dove le figure di produttori e consumatori della conoscenza  si confondono, meccanismi di regolamentazione dell&#8217;informazione come  quelli previsti dal DDL intercettazioni arrivano fuori tempo massimo.</p>
<p>Semplificando  si potrebbe dire che questa vicenda assume i contorni dello scontro  culturale tra old e new media in atto ormai già da diverso tempo in  Italia. È questo è in parte vero, anche a giudicare dalle dichiarazioni  rilasciate a mezzo stampa del deputato del PDL Cassinelli  secondo cui  «l&#8217;obbligo di rettifica riguarda solo i giornali on line e non i blog»).</p>
<p>Parole  prive di senso se si pensa a come di fatto ormai, le due categorie  tendano a sovrapporsi sempre di più ed in maniera sempre più sfumata. Si  pensi per esempio al modello dell&#8217;Huffington Post, uno dei più  influenti organi di informazione statunitense o anche alle home page di  molti dei grandi quotidiani italiani, costellati da una miriade di “blog  d&#8217;autore” sui più disparati argomenti e temi d&#8217;attualità.</p>
<p>Parole a cui fa da contraltare un <a href="https://twitter.com/#%21/jimmy_wales/status/121339407059001344">breve tweet</a> del fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, che bolla come “idiota” la  proposta di legge che verrà discussa probabilmente la settimana prossima  in Parlamento.</p>
<p>I confini di questa vicenda però vanno oltre la  semplificazione implicitamente racchiusa nel dualismo (spesso invocato  in modo acritico) che contrappone “old” e “new”, “mainstream” e  contenuti autoprodotti. A fare da sfondo c&#8217;è infatti un processo di  trasformazione del modello di comunicazione di alcuni dei più importanti  media italiani (sia cartacei che televisivi) che sembra aver preso il  via. Un fatto sottolineato proprio ieri da Riccardo Luna (l&#8217; ex  direttore di Wired Italia) in un <a href="http://www.kataweb.it/tvzap/2011/10/04/addio-cara-tv-nasce-il-palinsesto-fai-da-te-307009/">articolo</a> comparso su Repubblica ed altri siti. Anche se i tempi non saranno  brevissimi (e non comporteranno affatto la sostituzione degli old media  con quelli nuovi, ma semmai una reciproca contaminazione) il traguardo  da tagliare è all&#8217;insegna di due parole d&#8217;ordine: “partecipazione” e  “comunità”. L&#8217;intento è riconquistare audience, royalties sui diritti di  proprietà e creare nuovi format pubblicitari di concerto con i grandi  attori del mercato ICT. Unica grande assente in questa corsa alle forme  di impresa “2.0”? Ovviamente Mediaset, che non sembra avere in questo  momento le risorse, la capacità e tanto meno la volontà politica di  abbandonare il vecchio modello di televisione generalista con cui ha  costruito la propria egemonia negli ultimi 20 anni.</p>
<p>Dunque lo  scenario è più complesso: uno scontro tra poteri economici, diversi modi  di intendere i processi di creazione della conoscenza e del concetto di  opinione pubblica. Ma anche un vecchio drago messo all&#8217;angolo che batte  i suoi ultimi e disperati colpi di coda. Si tratta solo di capire chi  alla fine scaglierà la lancia che ne trafiggerà il petto.</p>
<p><strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</strong>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/10/06/%e2%80%9csalviamo-wikipedia%e2%80%9d-sortita-dal-basso-nella-guerra-mediale-italiana/">“Salviamo Wikipedia!” Sortita dal basso nella guerra mediale italiana</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Note a margine dell&#8217;E-G8</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 15:28:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio.  Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico, visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/eg8_parigi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-482" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/eg8_parigi-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a>È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state  riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio.   Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è  certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico,  visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della terra avevano  posto all&#8217;ordine del giorno il nodo della govenance globale della rete.</p>
<p>Il fatto che siano effettivamente riusciti ad affrontarlo è però tutt&#8217;altro paio di maniche.<br />
Le  dichiarazioni ufficiali susseguitesi fin dall&#8217;apertura dei lavori hanno  infatti messo in risalto come, dietro alla formalità conciliante del  linguaggio diplomatico e d&#8217;impresa, esistesse un malcelato arroccamento  dei diversi partecipanti su posizioni pregresse e consolidate da tempo.</p>
<p>Gli opposti schieramenti hanno sfoderato per la “grande occasione” il meglio del loro armamentario ideologico.<span id="more-483"></span></p>
<p>Sarkozy  ha optato per un richiamo civilizzatore nella lotta contro la categoria  metafisica del “male” che, a suo dire, galoppa inarrestabile lungo le  sconfinate e selvagge praterie della rete.</p>
<p>Il duo  Schmidt/Zuckenberg ha preferito sventolare il più rassicurante (e a  dirla tutta ormai logoro) vessillo della libertà d&#8217;espressione contro  qualsiasi forma di retrograda censura.</p>
<p>I manager delle telcom  hanno preferito rappresentarsi come i garanti dei posti di lavoro di un  mercato messo in crisi da profitti che spiccano il volo verso le nuvole  informatiche delle web company statunitensi (ma anche indiane e cinesi).</p>
<p>In basso a destra invece troviamo le lobby del copyright a  suonare il disco rotto della tutela della creatività degli artisti  contro i famelici predatori che stanno facendo un sol boccone dei loro  business miliardari.</p>
<p>A leggere le dichiarazioni ufficiali uno  potrebbe pensare di trovarsi a cospetto di una congrega di benefattori e  santi impegnati in una lotta senza esclusione di colpi per il bene  dell&#8217;umanità. Ma l&#8217;abito non fa il monaco e quello riunitosi a Parigi è  una gotha di intoccabili disposti a scannarsi tra di loro pur di  spremere fino all&#8217;ultimo centesimo dai bit in transito sui network  comunicativi globali.  Per capire di più è necessario accostare i pezzi  del puzzle e decodificarne il significato. L&#8217;immagine che ci si para di  fronte agli occhi, pur non mostrando particolari caratteri di novità,  permette allo stesso tempo di tracciare una mappatura degli interessi  politici ed economici che si stanno scontrando per il predominio della  rete.</p>
<p><strong><br />
Il piccolo Napoleone all&#8217;ombra dei titani</strong></p>
<p>Nei  giorni precedenti al summit erano stati lanciati  diversi allarmi sul  fatto che Sarkozy potesse utilizzare l&#8217;eg8 come momento in cui  predisporre e concordare ulteriori misure di controllo della rete.  Vero  è che stiamo parlando di un personaggio politico ispiratore e padre di  una delle leggi più retrograde in tutto il panorama mondiale per ciò che  riguarda la repressione del P2P. Ma era allo stesso tempo improbabile  che il novello Napoleone serbasse nella manica chissà quali assi con cui  tenere testa a leviatani come Google o Facebook che già in passato  hanno preferito confezionarsi regole su misura senza chiedere permessi a  chicchessia.</p>
<p>Ed infatti l&#8217;<em>imprimatur</em> gollista dato da  Sarkozy nel discorso d&#8217;apertura dei lavori, con il richiamo al ruolo dei  governi come unici depositari della volontà popolare,  se può forse  aver sortito un qualche effetto propagandistico al di la delle Alpi –  d&#8217;altra parte le elezioni presidenziali sono alla porta ed il buon  Nicholas ha deliberatamente propugnato un visione di stampo transalpino  più che una qualche ipotesi architettata di concerto con gli altri  leader del “<em>mondo libero</em>” – non ha avuto alcun precipitato concreto, ed è anzi stata neutralizzato prima e durante il vertice.</p>
<p>L&#8217;istituzione, avvenuta circa un mese prima del <em>rendez-vous</em> parigino, del piccolo <a href="http://www.itespresso.it/in-francia-nasce-il-consiglio-nazionale-del-digitale-51772.html"><strong>Consiglio Nazionale Digitale</strong></a>,  formato da esperti e rappresentanti delle maggiori imprese tecnologiche  francesi ed avente il compito di mantenere una stretta relazione col  governo per gli affari concernenti Internet, sembra davvero poca cosa  rispetto a quanto messo in atto da Facebook qualche settimana più tardi.</p>
<p>A pochi giorni dall&#8217;eg8 il social network più popolare del mondo ha messo in piedi un <a href="http://punto-informatico.it/3171645/PI/News/facebook-nuovi-ambasciatori-social.aspx"><strong>battaglione di diplomatici</strong></a> da inviare ai quattro angoli della rete. Lo scopo è quello di gestire i  rapporti con i singoli governi nazionali in modalità bilaterale e  mediare sulle regolamentazioni che di volta in volta potrebbero  intaccare gli affari delle piattaforma in blu.</p>
<p>Durante i  dibattiti svoltisi nel corso della due giorni Facebook, per bocca di  Sheryl Sandberg, ha sottolineato il proprio peso «<em>sia che si tratti della vendita di cioccolatini che di importanti questioni politiche come è avvenuto nelle rivolte arabe</em>». Zuckenberg ha fatto da eco ribadendo che in un mondo ormai interconnesso <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/II-fondatore-Zuckerberg-Dopo-Facebook-il-potere-non-pu%F2-pi%F9-fare-da-solo-La-Stampa.pdf"><strong>il potere non può più pensare di fare da solo</strong></a>.   Il CEO di Google, Eric Schmidt non ha voluto essere da meno, affermando  senza mezzi termini che la politica dovrebbe ben guardarsi dal provare a  governare la rete, un ecosistema ormai autonomo e con regole proprie in  rapida e costante evoluzione. Affermazioni che hanno incassato anche  l&#8217;appoggio del  fedele alleato britannico <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2011/may/24/david-cameron-resist-internet-regulation"><strong>David Cameron</strong></a>, probabilmente anche in virtù dei <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/05/29/news/google_evade_le_tasse-16917224/"><strong>rapporti privilegiati</strong></a> che il partito conservatore intrattiene con Mountain View.</p>
<p>Le  internet company statunitensi hanno bocciato in blocco e senza appello  la proposta di Sarkozy, contrapponendo ad essa una logica di governance  reticolare ed informale. Logica in cui d&#8217;altronde hanno loro il coltello  dalla parte del manico, forti come sono dell&#8217;oligopolio esercitato  sull&#8217;<em>accesso</em> all&#8217;informazione e sui suoi <em>processi di creazione. </em></p>
<p><strong>Valzer a palazzo</strong></p>
<p>Il  piatto forte di questo G8 di Internet è stata la discussione  sviluppatasi sull&#8217;attuale modello economico del web, attorno al quale  sempre più va accumulandosi un coacervo di tensioni tra i cosiddetti OTT  (Over The Top, ovvero i fornitori di contenuti come Google, Facebook o  Apple) e le TLC.</p>
<p>I primi oltre ad incamerare miliardi trimestre  dopo trimestre, stanno generando una quantità di traffico tale da  obbligare le seconde (già prostrate nei rendiconti annuali da un sempre  maggiore utilizzo su smartphone di software per il VOIP e l&#8217;Instant  Messenging) a continui e dispendiosi interventi di potenziamento e  ristrutturazione dei network. Una situazione questa che certo non  permette di attrarre  nuovi fondi da reinvestire nella costruzione di  reti di nuova generazione a banda larga, date anche le scarse garanzie  che gli operatori di telefonia sotto pressione sembrano poter offrire in  termini di ritorno dei profitti.</p>
<p>Non stupisce il fatto che  questa problematica sia stata affrontata all&#8217;interno di un G8 di  Internet lanciato da una presidenza europea.</p>
<p>È vero che il  fenomeno a cui abbiamo accennato è di carattere globale e coinvolge  tutti gli operatori di telefonia: emblematiche in questo senso le parole  dell&#8217;indiano Sunil Mittal, presidente di Bharti Airtel, una delle più  grosse telcom del mondo («<em>È questa la questione che il G8 dovrebbe affrontare con urgenza</em>»). Nè sembra delineare prospettive più rosee  <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/83248/mobile_si_profila_uno_scenario_da_incubo"><strong>uno studio di Juniper Research</strong></a> che per il 2015 prevede uno scenario in cui i costi affrontati dalle TLC potrebbero superare le entrate.</p>
<p>Ma  è altrettanto vero che l&#8217;attuale modello di economia della rete sta  letteralmente polarizzando i profitti (USA da una parte, India e Cina  dall&#8217;altra) lasciando all&#8217;Europa le briciole. Un recente <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/05/23/Net_economy/eG8_Franco_Bernabe_telecom_italia_Carlo_De_Benedetti_l_espresso_Luca_Ascani.html"><strong>rapporto di COE-REXECODE</strong></a> ha messo in luce il forte ritardo accumulato dalla Francia e  dall&#8217;Europa nello sviluppo dell&#8217;economia digitale. Lo spazio economico  del vecchio continente è si unificato dall&#8217;euro, ma frammentato in una  babele linguistica di mercati nazionali che <a href="http://www.itespresso.it/le-lingue-straniere-rallentano-le-commerce-ue-52019.html"><strong>sta ostacolando il decollo dell&#8217;e-commerce</strong></a>.  La battaglia per l&#8217;affermazione degli standard sui sistemi operativi  per smartphone ed il conseguente predominio sul mercato delle apps, è  affare di esclusiva competenza statunitense (Microsoft, Apple e Google).  L&#8217;uscita dall&#8217;<em>impasse</em> richiederebbe insomma un sostegno  governativo ai grandi attori dell&#8217;economia digitale tale da metterli in  condizione di investire nell&#8217;ultrabroadband.</p>
<p>Non è un caso che nel lanciare il meeting Sarkozy avesse apertamente dichiarato di voler discutere l&#8217;ipotesi di una “<a href="http://www.reuters.com/article/2011/04/27/us-france-g8-internet-idUSTRE73Q5NB20110427"><strong>digital taxation</strong></a>” e di una maggiore regolamentazione per le più importanti compagnie internet.</p>
<p>Un&#8217;intenzione  ribadita durante il vertice che ha incassato il sostanziale appoggio  della commissaria europea per l&#8217;agenda digitale Neelie Kroes. Terminate  le fatiche per la messa a punto di un <a href="http://www.itespresso.it/la-ue-parte-da-600-milioni-di-euro-per-la-rete-di-domani-51872.html"><strong>primo piano di finanziamenti</strong></a> avente  l&#8217;obbiettivo di «<em>usare le finanze pubbliche in “modo intelligente” per far leva sugli investimenti industriali</em>»  e permettere all&#8217;Unione Europea di rivaleggiare su scala globale, la  Kroes si è presentata a Parigi in gran rispolvero.  Durante il summit ha  riconfermato la necessità di introdurre una <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/05/25/Net_economy/Neelie_Kroes_Digital_Agenda_eG8_Nicolas_Sarkozy_internet_203526.html"><strong>più ampia regolamentazione per il mercato di Internet</strong></a> sostenendo che «<em>le aziende devono assumersi le loro responsabilità, altrimenti sono capace di intervenire e pronta a farlo</em>».  Parole che suonano come una minaccia verso i player statunitensi, se si  tiene conto del ruolo sanzionatorio svolto già in passato dalla  commissione nei confronti di titani come Microsoft. Il traguardo da  tagliare è il raggiungimento di un accordo che veda la cooperazione di  governi, enti regolatori ed aziende per la stesura di regole in grado di  risollevare le sorti dell&#8217;Unione Europea nel mercato del digitale.</p>
<p>Ad  un simile compromesso puntano chiaramente le stesse TLC ma  possibilmente seguendo traiettorie diverse e meno vincolanti. Più che  introdurre un&#8217;ulteriore regolamentazione l&#8217;intervento pubblico dovrebbe  semmai produrne una riduzione lasciando le mani libere agli operatori di  telefonia. Lo dice chiaramente<a href="https://encrypted.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB8QFjAA&amp;url=http://www.key4biz.it/News/2011/05/25/Policy/Google_Facebook_France_Telecom_Stephane_Richard_Eric_Schmidt_eG8_Larry_Page_203525.html&amp;ei=X1LrTfnQLNO4hAeM8bG6Bg&amp;usg=AFQjCNEJBnb-_FS1DTtEhH_RiGz3bnbP2g"><strong> Franco Bernabé</strong></a>, amministratore delegato di Telecom Italia, che se da una parte richiede una forte <strong>attenzione della politica</strong>,  lo fa per invocare una maggior flessibilità da parte dei legislatori ed  una riduzione dell&#8217;asimmetria normativa che separa le TLC dagli OTT.  L&#8217;obbiettivo è quello di giungere ad una soluzione “statunitense”,  frutto esclusivamente di una negoziazione privata tra i diversi attori  del mercato, simile a quella che sembra aver preso piede negli <em>states</em> con la proposta congiunta Verizon/Google,  ratificata passivamente dalla FCC nel dicembre 2010.</p>
<p>E gli OTT? Ancora una volta le parole di Schmidt non lasciano spazio a fraintesi. «<em>Prima  di pensare a progetti di regolamentazione, chiediamo ai governi di  studiare soluzioni tecnologiche per risolvere i problemi da un punto di  vista globale. La miglior politica per un governo è dare banda larga  fissa e mobile a tutti i cittadini</em>». Tasse? Neanche a parlarne.  Regole?  Non servono! I governi pensino ad incentivare il nostro  business ed il resto lo farà il mercato. Ed in questa direzione va letto  il richiamo al diritto di accesso inserito anche nel documento finale  inviato a Deauville. Come ha spiegato un lucidissimo <a href="https://encrypted.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB8QFjAA&amp;url=http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/05/30/news/se_il_potere_non_ascolta_il_popolo_di_internet-16933679/&amp;ei=m1LrTaq2I8yxhAe6svm6Bg&amp;usg=AFQjCNHG2abLNad8lKzntgwZ3U2L20Vlmw"><strong>Stefano Rodotà</strong></a> «<em>la  sua indicazione si concreta in una richiesta volta sopratutto a rendere  possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse  pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più  profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è  il libero accesso alla conoscenza in rete</em>».</p>
<p>Ma che questa  fosse la posizione di Google lo si sapeva ben prima che le danze  cominciassero sotto la tensostruttura del Louvre che ha ospitato il  congresso. Il gigante di Mountain View ai primi di marzo aveva infatti  commissionato  alla Boston Consulting Group (per evidenti fini  propagandistici) il cosiddetto <a href="http://www.itespresso.it/e-g8-il-summit-internet-a-parigi-52187.html"><strong>rapporto Mc Kinsey</strong></a>:  uno studio sull&#8217;impatto esercitato dal “fattore internet” sull&#8217;economia  mondiale. I risultati che ne emergono più che per i termini  quantitativi o per la pretesa scientificità,  vanno letti per il valore  simbolico che assumono. Secondo lo studio la rete vale il 2,7 % del PIL  mondiale, il 3,4 % del PIL dei paesi di G8 e BRIC (ed ha contribuito al  10% della loro crescita negli ultimi 5 anni). <em>Dulcis in fundo</em> Internet creerebbe cinque posti di lavoro per ogni due che ne distrugge.</p>
<p>Insomma,  mentre gli avidi despoti della vecchia Europa  tentano di regolare  qualcosa che si regola già benissimo da solo (?!?), magari imponendo  nuove tasse, i giovani rampanti sognatori di quella grande fabbrica di  sogni che è  la rete tirano la carretta di un mondo in crisi.  Civilizzazione? Brutta parola, e dal sapore coloniale. Altro che regole,  è sufficiente diffondere le reti tecnologiche che rappresentano il vero  fattore di sviluppo nei paesi emergenti. Recessione? Nessun problema,  ci pensa il mercato digitale a creare nuovi posti di lavoro e a far  girare l&#8217;economia!</p>
<p>In attesa che il buon Schmidt presenti il  rapporto Mc Kinsey ai milioni di ex-lavoratori dell&#8217;ITC duramente  colpiti dalle crisi degli anni 2000, ai <em>knowledge workers</em> costretti a condizioni sempre più feroci di sfruttamento e flessibilità o  agli operai cinesi di Foxconn (crediamo che in una situazione simile <a href="http://www.itespresso.it/limpatto-dellincendio-a-foxconn-52146.html"><strong>a prendere fuoco </strong></a>non  sarebbe certo un Ipad),  bisogna rilevare che la posizione di Google  sembra essere passata anche in Francia, se è vero che a pochi giorni  dalla fine del meeting France Telecom (controllata per il 27%  dell&#8217;Eliseo) <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/83256/france_telecom_pronta_allalleanza_con_google"><strong>si è detta disponibile ad un alleanza con Mountain View</strong></a> per discutere insieme nuovi modi di generare guadagni. Sullo sfondo la  creazione di tariffe maggiorate in cambio di una banda di miglior  qualità migliore e la fine della Net Neutrality anche in Europa.</p>
<p><strong>Libertà di espressione o innovazione? Nessuna delle due</strong></p>
<p>Alcuni  commentatori hanno affermato che la distanza che intercorre tra la  posizioni di Sarkozy e quelle delle web company USA è sinonimo di una  differente impostazione nell&#8217;intendere la “libertà” sul web: l&#8217;Europa  portatrice di una visione più restrittiva e tradizionale, gli Stati  Uniti all&#8217;insegna di una presunta libertà assoluta. Quest&#8217;ultima è una  baggianata da far sbellicare, se non fosse che tra una risata e l&#8217;altra  potrebbero venire alla mente fatti poco allegri come i progetti di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/06/30/switch-off-the-internet-wtf/"><strong>kill switch</strong></a> della rete, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/"><strong>la censura messa in atto durante l&#8217;esplosione del Cable Gate</strong></a> dal dipartimento di Stato Usa o ancora i massicci investimenti del Pentagono in cyberwar.</p>
<p>La  questione in realtà è tutt&#8217;altra.  Semplicemente il fatto è che oggi  alla Casa Bianca i nuovi padroni sono i giganti del 2.0, protagonisti  assoluti del più massiccio processo di concentrazione economica nella  storia del capitalismo. Una posizione di forza da cui le regole del  gioco si dettano, non si concordano. E attori come Google, Facebook o  Amazon necessitano della minor regolamentazione possibile per ciò che  concerne questioni come la tutela della proprietà intellettuale, la  privacy, il controllo dei dati degli utenti (temi che infatti sono  rimasti sullo sfondo del summit). E se regolamentazione deve essere, che  almeno sia decisa in famiglia e poi approvata supinamente dal  legislatore (come è stato nel caso della già citata proposta congiunta  dell&#8217;agosto 2010 Google-Verizon sulla net neutrality).</p>
<p>È questa  dunque, la libertà di espressione a cui Google e soci fanno riferimento:  una libertà completamente funzionale ed aderente ai principi  ultraliberisti del mercato, figlia di una visione “f<em>uori dal controllo</em>”  elaborata da Kevin Kelly 15 anni fa e oggi fatta propria dagli Eric  Schmidt di turno, sempre pronti a celebrare l&#8217;armonia sistemica indotta  dalla rediviva mano invisibile.</p>
<p>Cibernetica liberale a parte, un  discorso simile va fatto anche per Sarkozy ed i suoi omologhi se è vero  che, come ha sottolineato Carlo Formenti sul Corriere «<em>nemmeno gli  argomenti dei governi sono esenti da sospetti: se le imprese camuffano  il desiderio di tenersi le mani libere da impegno per la libertà di  espressione, i governi camuffano il desiderio di mantenere il controllo  sulle rispettive porzioni del web per amore dell&#8217;innovazione</em>»</p>
<p><em><strong>Prosumer&#8230;. PRRRR!!!</strong></em></p>
<p>Quella  andata in scena a Parigi è stata una girandola di contrapposizioni e  tensioni culminate in un nulla di fatto ben sintetizzato dalle  conclusioni della due giorni. Il documento inoltrato al G8 svoltosi a  Deauville il 26 e 27 maggio esprime posizioni talmente ambigue da far  pensare che l&#8217;accordo raggiunto per la sua stesura non avesse in realtà  messo d&#8217;accordo proprio nessuno.</p>
<p>Se qualcuno si aspettava davvero  una presa di posizione su temi che si stanno facendo giorno dopo giorno  più scottanti come la privacy, la tutela dei dati personali, la censura  è rimasto a bocca asciutta: a fare la parte del leone all&#8217;interno della  due giorni di discussione è stata l&#8217;economia.</p>
<p>Crediamo che  questo fatto e la stessa composizione degli invitati al meeting (le  grandi internet company, l&#8217;industria dei contenuti, le compagnie  telefoniche, ministri francesi e qualche rappresentante della UE) siano  un ulteriore conferma di quanto oggi frasi come “<strong>internet la fanno gli utenti</strong>”  suonino vuote e prive di significato. Altro che netizen! I due miliardi  di utenti che attraversano la rete sono al più da considerare come  prosumer senza diritti e senza alcuna voce in capitolo sul futuro della  rete. Il messaggio lanciato dai soggetti che si sono scontrati a Parigi è  ben preciso: seppur da prospettive diverse, governi e capitalismo 2.0  considerano Internet come cosa loro, sia esso una riserva privata di  caccia da cui spremere profitti immensi o un territorio da sottoporre a  forme di rigido controllo politico e sociale. La rete non è solo questo e  le rivolte nord africane lo hanno evidenziato con forza. Ma ci hanno  anche insegnato che non sarà il potere comunicativo del “popolo della  rete” ( un fantomatico soggetto eterogeneo, privo di qualsivoglia  organizzazione ed incapace di esprimere la benché minima istanza  politica) a ribaltare questa situazione.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/07/note-a-margine-dell-eg8/">Note a margine dell&#8217;E-G8</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ritorno dalla frontiera &#8211; Seconda parte</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 11:07:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vestiti nuovi per la finanza? E&#8217; noto come Rockefeller Jr. &#8211; dopo lo smembramento da parte dell&#8217;antitrust statunitense della Standard Oil nelle oggi note &#8220;sette sorelle&#8221; del petrolio &#8211; per necessità ed opportunità avviò tutta una serie di investimenti nel mercato finanziario ed immobiliare, garantendo la tenuta del suo patrimonio e perpetuando il mito della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/04/Immagine1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-455" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/04/Immagine1.jpg" alt="" width="300" height="279" /></a>Vestiti nuovi per la finanza?</h2>
<p>E&#8217; noto come Rockefeller Jr. &#8211;  dopo lo smembramento da parte dell&#8217;antitrust statunitense della Standard  Oil nelle oggi note &#8220;sette sorelle&#8221; del petrolio &#8211; per necessità ed  opportunità avviò tutta una serie di investimenti nel mercato  finanziario ed immobiliare, garantendo la tenuta del suo patrimonio e  perpetuando il mito della propria dinastia fino ai giorni nostri.</p>
<p>Oggi  il contesto è quello dell&#8217;economia dell&#8217;informazione del web: non  quella degli anni &#8217;90, indifferenziata e fruibile solo a pochi addetti  ai lavori, ma quella segmentata e personalizzata attuale, soggetta a  convenzioni e comportamenti mimetici con cui gli utenti economizzano la  propria attenzione rispetto al diluvio informazionale. E se da un lato  le capacità regolatorie dell&#8217;antitrust sono ridotte ai minimi termini  dall&#8217;altro nessuno degli infolatifondisti del web 2.0 disdegna il  ricorso a svariate forme di investimento &#8211; per la necessità di  riprodurre i propri servizi e l&#8217;opportunità di espandersi in nuove e  strategiche dimensioni dell&#8217;economia reale e finanziaria.</p>
<p>Come <a href="../post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-prima-parte/">abbiamo</a> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/">scritto</a> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/05/11/twitter-come-wall-street/">altrove</a> si è sempre data una certa consonanza nei meccanismi di valorizzazione  del linguaggio nei due ambiti, propria del paradigma produttivo  informazionale che li ricomprende; oggi però sembra presentarsi  un&#8217;ibridazione anche dei loro vocabolari specialistici, se da una parte  assistiamo al lancio in sordina delle Google Ventures e dall&#8217;altra  all&#8217;indizione solenne ed ultimativa degli stress test bancari  (progettati per valutare la capacità di tenuta degli istituti di credito  in ipotetici scenari emergenziali).</p>
<p>Ma che dire dell&#8217;ingresso in  borsa degli stessi intermediari informazionali? Un po&#8217; di cifre:  l&#8217;esordio in borsa di LinkedIn (90 milioni di utenti) potrebbe vedere  un&#8217;offerta pubblica iniziale di almeno 2 miliardi di dollari; GroupOn  (70 milioni di utenti), almeno 4.8 miliardi di dollari; Facebook (600  milioni di utenti), 50 miliardi di dollari (tra cui i recenti  investimenti di 450 milioni di Goldman Sachs su cui torneremo tra poco)  Una stima quest&#8217;ultima superiore al valore di Yahoo!, Time Warner ed  eBay. Altri attori come Skype, Twitter e l&#8217;azienda di social gaming  Zynga stanno considerando simili passaggi. Tutto questo, ed in parte la  necessità di convogliare la realtà caotica e complessa dei rapporti di  produzione del terzo millennio entro schemi di riferimento familiari fa  domandare molti: ci stiamo dirigendo verso una <a href="http://dealbook.nytimes.com/2011/03/27/is-it-a-new-tech-bubble-lets-see-if-it-pops/">bolla del web 2.0</a>?<span id="more-456"></span></p>
<p>Nell&#8217;epoca  del capitalismo della crisi (condizione che non produce automaticamente  il suo opposto), è lecita la preoccupazione che la smobilitazione dei  capitali dal settore dell&#8217;immobiliare &#8211; in cui si erano riversati  all&#8217;indomani dello scoppio della bolla delle <em>dot com</em> &#8211; possa  ricreare condizioni di instabilità diffusa nel sistema internazionale.  Le prime avvisaglie si sono registrate tra luglio ed ottobre dello  scorso anno, periodo in cui la cosiddetta &#8220;guerra delle valute&#8221; ha visto  migrare ingenti fondi speculativi verso i mercati emergenti meno  toccati dalla crisi finanziaria (mettendone a rischio la stabilità nel  lungo termine) e non a caso sono stati effettuati i suddetti &#8220;stress  test&#8221; sulla tenuta delle principali banche europee.</p>
<p>Tuttavia, gli  attuali intermediari del web come Google, Facebook, Skype, Twitter e  LinkedIn non sono i progetti fumosi ed ideali della prima internet.  Hanno avuto tempo di mostrarsi al mondo per cosa sono e per cosa  servono, acquisendo notevoli basi d&#8217;utenza e rimanendo al di fuori degli  alti e bassi del mercato borsistico degli anni 2000. Più di recente, a  partire dalle modalità di raccolta fondi della campagna presidenziale di  Barack Obama nel 2008 e passando per l&#8217;Onda Verde iraniana del 2009  fino ad arrivare all&#8217;attuale sommovimento nel mondo arabo, hanno  dimostrato di esercitare un potere politico notevole: tale da  convogliare su di essi una quantità di investimenti in termini di  capitali, saperi ed organizzazione che rende difficile pensare allo  scoppio di una bolla del web 2.0 che risparmi le infrastrutture portanti  della produzione economica e della comunicazione contemporanee.</p>
<p>Altre considerazioni sostengono questa ipotesi. E&#8217; possibile che i <em>robber baron</em> di fine &#8217;800 &#8211; inizi &#8217;900 avessero un peso tale sul mercato finanziario  da condizionarne in larga parte l&#8217;andamento; però non è dato sapere se  avessero mai accarezzato l&#8217;ipotesi di divenire essi stessi istituzioni  ed arbitri di quel mercato. Oggi Google non è solo entrato in Borsa, ma <em>nella</em> Borsa: affidando al proprio senior manager Hal Varian, teorico per  eccellenza dell&#8217;Economia della Conoscenza, la creazione di indici (<a href="http://www.tomshw.it/cont/news/google-price-index-misura-l-inflazione-e-non-sbaglia/27500/1.html">come quello dei prezzi al consumo</a>) basati sulle sue statistiche, Google sembra assicurarsi la <em>root</em> istituzionale delle informazioni su cui le proiezioni macroeconomiche e  le costruzioni di senso borsistiche hanno luogo, proponendosi essa  stessa come nuova struttura del Mercato.</p>
<p>Nemmeno i social network sono al di fuori di queste dinamiche, iniziando a configurarsi come luoghi in cui si delineano <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-08/trading-oggi-social-impare-184405.shtml">convergenze</a> tra comunicazione, formazione ed investimento finanziari: studi delle Università di Monaco, di Manchester e dell&#8217;Indiana <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-12976254">ripresi dalla BBC</a> sostengono la capacità dei <em>tweet</em> aggregati in base alle parole chiave del mercato finanziario di  rispecchiare l&#8217;andamento dell&#8217;indice Dow Jones con un&#8217;accuratezza  dell&#8217;87% e di generare un ritorno sugli investimenti del 15%. Da questi  studi è nato persino un clone di Twitter dedicato di nome Tweettrader e  non sorprende che Twitter stesso abbia recentemente imposto un <a href="http://punto-informatico.it/3093466/PI/News/twitter-ubermedia-intermittenza.aspx">giro di vite sui suoi client</a> con la finalità di conseguire un maggior controllo sulla propria interfaccia.</p>
<p>Alla  luce di tali evoluzioni ci si può interrogare sulla recente  sostituzione di Eric Schmidt al vertice di Google con Larry Page: è  accaduto perché il cofondatore di Google ha compreso il funzionamento di  Wall Street? Oppure perché (dopo anni di frequentazioni con le centrali  del <em>venture capital</em>) internet è diventata come Wall Street? Non sarebbe questo un bene, data la <em>vision</em> di apertura e trasparenza dei dati alla base della cultura d&#8217;impresa di  Facebook e Google, quasi una panacea all&#8217;annoso problema posto dalle  asimmetrie informative alla finanza aziendale, ed ai guasti provocati  dal far west (ancora!) dei mercati borsistici non regolamentati dei  prodotti derivati?</p>
<p>Ironicamente, i principali attori del web 2.0  si preparano a sbarcare e sbancare in borsa nel modo più opaco e meno  diretto possibile: in attesa dell&#8217;offerta pubblica iniziale, per la  quale come detto si stanno mobilitando i principali istituti di credito  statunitensi (ma non solo), Facebook si sta finanziando attraverso il  collocamento delle proprie azioni possedute dai dipendenti e dai  primissimi investitori su mercati secondari e piattaforme web come  SharesPost e SecondMarket; mercati privati, chiusi ed autoreferenziali  che permettono agli advisor finanziari del social network di Palo Alto  come Goldman Sachs di raccogliere fondi da molteplici clienti da  convogliare in un&#8217;unica scatola nera di finanziamenti pro-Facebook da  essa gestita. Il che, ad esempio, previene l&#8217;obbligo di quotazione  immediata dell&#8217;azienda che superi il tetto dei 500 investitori, prevista  dalle <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Denaro-Lettera/2010/12/31/FINANZA-Cosi-Facebook-e-Twitter-sconvolgono-i-mercati/137848/">regolazioni a tutela dell&#8217;interesse pubblico</a> che una simile entità arriva ad assumere.</p>
<p>Con  un altro parallelo, le modalità di divulgazione dei bilanci delle  aziende del web 2.0 richiamano quelle delle statistiche di crescita di  un contesto tutt&#8217;altro che trasparente: quello dell&#8217;economia cinese &#8211;  altra grande frontiera degli investimenti contemporanei (anche se in  questo caso centrale nelle filiere della produzione materiale piuttosto  che di quella informazionale).</p>
<p>Come dalla &#8220;fabbrica del mondo&#8221;  cinese si sono snocciolati negli ultimi 10 anni dati di crescita a  doppia cifra, senza credibili riscontri sulla loro origine e sulle loro  effettive ricadute, ma mantenendo la rete web nazionale sufficientemente  aperta da veicolare la convenzione di questo boom economico, dai  database semipermeabili (si tratta delle stesse architetture di rete del  &#8220;Great Firewall of China&#8221;, dopotutto!) dei colossi del web 2.0  traspariva la crescente partecipazione degli internauti a questi network  e la loro socializzazione senza che per lungo tempo (ed in molti casi  tuttora) si sia trovato un modello di business sostenibile per essi, né  si siano mai pubblicati i loro bilanci dettagliati. Se l&#8217;apertura delle  informazioni si sovrappone all&#8217;apertura delle economie come forma della  circolazione capitalista attuale, non c&#8217;è da sorprendersi della recente <em>disclosure</em> <a href="http://news.slashdot.org/story/11/01/07/1648251/Facebooks-Revenues-Leaked">in stile Wikileaks</a> dei bilanci aziendali di Facebook a margine delle summenzionate manovre di Goldman Sachs; un&#8217;&#8221;<em>openness</em>&#8221;  che ha probabilmente l&#8217;unico compito di solleticare una convenzione  allettante rispetto al collocamento finanziario del colosso  californiano, replicando allo stesso tempo il velo di incertezza sulle  reali dimensioni del fenomeno come avvenuto in terra cinese.</p>
<p>I re  del web 2.0 ed i loro cortigiani affermano di essere nudi anche se sono  vestiti benissimo, e rivisti sotto questa luce i proclami di Zuckerberg e  Schmidt sulla fine della privacy e l&#8217;avvento della trasparenza suonano  po&#8217; come quelle vecchie raccomandazioni liberiste degli anni &#8217;90: sempre  pronte a bacchettare le economie africane &#8211; per gli incentivi che  queste offrivano alle imprese nazionali e la scarsa apertura a quelle  estere &#8211; ma fautrici in casa loro di politiche volte a blindare precisi  interessi e categorie sociali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(continua&#8230;)
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/04/19/ritorno-dalla-frontiera-seconda-parte/">Ritorno dalla frontiera &#8211; Seconda parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ritorno dalla frontiera &#8211; Prima parte</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/29/ritorno-dalla-frontiera-prima-parte/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 22:48:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1885. Diversi anni sono passati dall&#8217;esaurimento degli ultimi bagliori nei setacci dei cercatori d&#8217;oro californiani, sostituiti dalle scintille dei mezzi meccanizzati della grande industria mineraria. E&#8217; in quest&#8217;anno che Leland Stanford - ex-governatore della California e magnate delle ferrovie su cui tanti partecipanti alla grande corsa all&#8217;oro avevano viaggiato verso l&#8217;ultima frontiera &#8211; fonda l&#8217;omonima [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/ritorno_dalla_frontiera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-439" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/ritorno_dalla_frontiera-300x278.jpg" alt="" width="300" height="278" /></a>1885</strong>. Diversi anni sono passati dall&#8217;esaurimento  degli ultimi bagliori nei setacci dei cercatori d&#8217;oro californiani,  sostituiti dalle scintille dei mezzi meccanizzati della grande industria  mineraria. E&#8217; in quest&#8217;anno che <strong>Leland Stanford </strong>-  ex-governatore della California e magnate delle ferrovie su cui tanti  partecipanti alla grande corsa all&#8217;oro avevano viaggiato verso l&#8217;ultima  frontiera &#8211; fonda l&#8217;omonima <strong>università </strong>a sud di San Francisco, in quella che più avanti prenderà il nome di <strong>Silicon Valley</strong>. <strong>115 anni dopo</strong>,  proprio da quella stessa università sembra essere partita una nuova  corsa all&#8217;oro di direzione speculare alla precedente: popolata da attori  che, ricchi di reputazione ed informazioni, ma affamati di asset e  capitali, tornano dalla frontiera a colonizzare il mondo dell&#8217;economia  reale come di quella finanziaria, puntando verso là dove tutto è  iniziato: la East Coast, New York, Wall Street.</p>
<p>Un mito, quello della frontiera americana, che<strong> negli anni &#8217;90</strong> si rinnova con l&#8217;internet di massa e la new economy: si è scritto di come nell&#8217;immaginario statunitense alla lotta contro la <em>wilderness</em>,  &#8220;la barbarie della natura e dei popoli&#8221;, subentri l&#8217;ideologia  californiana e la sua promessa della salvezza attraverso la tecnologia.  Quella che nello <a href="http://www.arpnet.it/chaos/californ.htm">storico documento</a> di Barbrook e Cameron procede attraverso <strong>l&#8217;alleanza tra <em>hippies</em> e <em>yuppies</em></strong>,  le classi sociali cruciali nell&#8217;emersione del paradigma dell&#8217;economia  in rete e a rete, della finanziarizzazione e della conoscenza, unite dal  collante del capitale di ventura. Ed un ritorno che parte dalle  innovazioni introdotte nel cammino verso quella frontiera e dalle nuove  energie che hanno il compito di sostenerne il paradigma produttivo: dove  c&#8217;erano le ferrovie ora scorrono i cavi delle broadband, ed il petrolio  di Rockefeller cede il passo alle energie verdi.<span id="more-440"></span></p>
<p>Molti sono i protagonisti di quest&#8217;ondata, e tra i principali figura indubbiamente <strong>Google</strong>; grande sopravvissuta al naufragio della <em>new economy</em> (o dovremmo dire fortunata scopritrice dell&#8217;oro californiano?), nello  scorso decennio la start-up di Page, Brin e Schmidt ha saputo  consolidarsi fino al dominio assoluto ma temporaneo del mercato dei  mercati, quello della ricerca delle informazioni in rete. Da questo <em>core business</em> l&#8217;azienda di <strong>Mountain View</strong> si è rapidamente affermata come fornitore di applicazioni, servizi e  beni digitali in rete, attraverso piattaforme interconnesse in quella  &#8220;googlesfera&#8221; in grado di ricostruire profili di consumo a partire da  una progressiva accumulazione delle preferenze dei suoi utenti. Una  traiettoria non dissimile da quella delle classiche operazioni di  consolidamento settoriale nelle industrie tradizionali e che non per  niente sta venendo replicata da altri attori: ad esempio Facebook,  fresco di acquisizione delle start-up Beluga (per comunicare in mobilità  tra gruppi privati di amici) e Snaptu (per utilizzare alcune sue  funzionalità anche sui vecchi telefonini e conquistare i mercati  emergenti). Ed è stata proprio la creatura di Mark Zuckerberg, assieme a  Twitter, LinkedIn, Flickr, LastFM e tutti gli altri <strong>social network </strong>a  rivoluzionare le modalità di circolazione dell&#8217;informazione sul web:  decostruendone e ricostruendone il mercato con la creazione di database  tematici di profilazioni individuali e collettive innervati  principalmente dal general intellect dei propri utenti anziché da  algoritmi come <em>PageRank</em>.</p>
<p>Tuttavia negli ultimi anni  sembra configurarsi un&#8217;ulteriore evoluzione a cui accennavamo qualche  riga sopra: quella del rimodellamento della struttura economica sulle  esigenze di quell&#8217;&#8221;<a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/it/wiki/Internet_delle_cose">Internet delle Cose</a>&#8221;  teorizzata al MIT di Boston ma divenuta realtà a partire dalla Bay Area  di San Francisco. In questo Google, forte non solo del consolidamento  del suo ruolo come intermediario di rete ma anche delle ingenti somme  raccolte attraverso la propria riuscita e profittevole capitalizzazione  di borsa &#8211; ambito di finanziamento, ma anche dell&#8217;esercizio del potere &#8211;  si pone ancora all&#8217;avanguardia di questo processo di espansione  nell&#8217;economia reale a partire da tutte quelle industrie che, in senso  lato, rappresentano l&#8217;&#8221;indotto&#8221; della distribuzione del suo &#8220;prodotto&#8221; &#8211;  autosufficienza energetica, archiviazione, trasmissione di dati.  Quattro sono i campi principali in cui Google indirizza e finanzia  sempre più direttamente<strong> la sua ricerca</strong> (attraverso borse di studio come i <a href="http://research.google.com/university/relations/focused_research_awards.html">Google Research Awards</a> e la sussidiaria di venture capital <a href="http://www.google.com/ventures/">Google Ventures</a>):  intelligenza artificiale, utilizzo dei cellulari come strumenti di  raccolta dati per la salute pubblica ed il monitoraggio dell&#8217;ambiente,  efficienza energetica degli elaboratori, privacy (ovviamente da  intendersi in senso modulare); ma anche box per la televisione <em>on demand</em> e prototipi di auto elettriche. Un processo che non si arresta: come  cerchi concentrici dopo il lancio di un sasso in uno stagno, le imprese  del web 2.0 cercano di estendere ad ondate la loro proiezione sulla  superficie del reale.</p>
<h2>Your world is connected</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto finora  introdotto non va rimosso dal contesto delle grandi trasformazioni  economiche e tecnologiche degli anni 2000: da una parte gli azionisti  dei grandi hedge fund sono alla ricerca di <strong>nuovi mercati</strong> da conquistare, dopo il tracollo globale prodottosi a partire dalla  crisi del mercato immobiliare statunitense del 2007 (settore a sua volta  foraggiato dai capitali in fuga dal crac della new economy).  Dall&#8217;altra, i progressi delle reti wireless e la <strong>semplificazione delle interfacce </strong>e  del design dei dispositivi telematici hanno visto l&#8217;affermazione a  livello mainstream (sempre nel 2007 con la commercializzazione  dell&#8217;IPhone di Apple) degli <strong><em>smartphone</em> </strong>come  strumenti di navigazione web; strumenti sempre più centrali in un  mondo-mercato affamato di mobilità e portabilità dell&#8217;informazione e dei  suoi media.</p>
<p>E&#8217; con questi passaggi che si affermano alcune forme di <strong>colonizzazione del reale </strong>e  della sua economia da parte dei reduci della frontiera: ad esempio  determinate forme di implementazione e fruizione della realtà aumentata  (la sovrapposizione di molteplici livelli informativi agli oggetti  dell&#8217;esperienza sensoriale). La quale cessa di essere una funzionalità  tecnica su cui speculare in asettici laboratori e fumose <em>press conferences</em>, per divenire un<strong> terreno dei rapporti di produzione</strong>;  su cui catalogazioni e costruzioni di senso collaborative dal basso si  muovono in quella che vuole costituirsi come struttura di  intermediazione totale dei beni reali e digitali (ruolo che in passato  hanno provato a giocare, in ambito ben più limitato e settoriale, attori  come RIAA e MPAA) da parte di vecchi e nuovi <strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/">infolatifondisti del Web 2.0</a></strong>.</p>
<p>Così, ai fini di qualificare le esperienze individuali e collettive, la<strong> geolocalizzazione</strong>, il <em>check-in</em>,  la connessione del proprio mondo a quello degli intermediari di rete  divengono il punto di convergenza ed il fulcro dell&#8217;incontro tra  economia reale e virtuale. Un esempio viene dal social network <strong>FourSquare</strong> in cui &#8211; autenticandosi un certo numero di volte al servizio da una  qualunque posizione, attività o luogo localizzato nel mondo reale &#8211; si  ha la possibilità di redarre descrizioni per gli altri utenti, segnalare  i posti più interessanti delle città, socializzare tutta una serie di  itinerari quotidiani a fini ludici e meno ludici. Tuttavia non manca,  anzi è pervasivo l&#8217;aspetto commerciale: fidelizzazione dei clienti che  effettuano più check-in presso un negozio, profilazione in base alle  categorie di acquisti per segnalare loro gli esercizi maggiormente (?)  attraenti, fino ad arrivare alla creazione delle abitudini più  appropriate per accaparrarsi il badge più esclusivo della multinazionale  X &#8211; tutte attività per cui FourSquare riceve una percentuale.</p>
<p>Altro attore emergente a godere di simili meccanismi di rendita è<strong> GroupOn</strong>,  un sito che raccoglie sconti ed offerte presso varie attività città per  città, che vengono corrisposte in presenza di un numero minimo di  consumatori: così l&#8217;attività si pubblicizza o si libera di scorte di  magazzino, mentre GroupOn trattiene per sé parte delle transazioni.</p>
<p>Anche  qui, forti delle loro economie di scopo, Google e Facebook hanno  iniziato ad investire, annunciando l&#8217;aggiunta alle proprie funzionalità  &#8220;Places&#8221; (che replicano Foursquare) delle &#8220;Google Offers&#8221; e dei  &#8220;Facebook Deals&#8221; (di funzionamento simile a quelli di GruopOn), e  contando entrambe di implementare nel prossimo futuro proprie  piattaforme di pagamento mobile (Google Checkout) o di valuta interna  (Facebook Credits); ma il discorso vale anche per altre aziende immerse  dalla prima ora nel settore dell&#8217;e-commerce quali E-bay, che dallo  scorso dicembre con l&#8217;acquisizione di Milo.com offre la possibilità di  ricercare e pubblicizzare prodotti presso esercizi localizzati.</p>
<p>Ma quali sono<strong> gli effetti</strong> di queste trasformazioni nei rapporti tutti materiali dell&#8217;economia sulle istituzioni finanziarie e sul potere politico?</p>
<p><em>(continua&#8230;)</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/29/ritorno-dalla-frontiera-prima-parte/">Ritorno dalla frontiera &#8211; Prima parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;anomalia italiana di Internet</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:32:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È di ieri la notizia di un&#8217;altra sentenza contro i motori di ricerca che si rendono &#8220;responsabili&#8221; di linkare materiali illeciti. Dopo la vicenda Google-Vividown, questa volta la scure della magistratura è caduta sulla testa di Yahoo, resasi colpevole di fornire fra i suoi risultati di ricerca indirizzi di siti che permettono la visione di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/anomalia_italiana_internet.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-433" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/anomalia_italiana_internet-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>È di ieri <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/03/23/news/basta_link_a_siti_di_film_pirata_una_sentenza_inibisce_yahoo_-14012819/?ref=HRER2-1">la notizia</a> di un&#8217;altra sentenza contro i motori di ricerca che si rendono  &#8220;responsabili&#8221; di linkare materiali illeciti. Dopo la vicenda  Google-Vividown, questa volta la scure della magistratura è caduta sulla  testa di <strong>Yahoo</strong>, resasi colpevole di fornire fra i suoi  risultati di ricerca indirizzi di siti che permettono la visione di  contenuti e materiali audiovisivi coperti da diritto d&#8217;autore. E  l&#8217;Italia è sempre più vicina all&#8217;affermazione del principio di  responsabilità nell&#8217;intermediazione dell&#8217;informazione on-line.</p>
<p>Puntualizziamo. <strong>Lungi da noi difendere i motori di ricerca </strong>che  effettivamente svolgono un ruolo di intermediazione informativa e  culturale di primissimo piano, dato che rappresentano uno dei <em>gate</em> principali nell&#8217;accesso all&#8217;informazione. Lungi da noi prendere le  parti di attori economici privati che sulla base di criteri stabiliti  dalla segretezza dei loro algoritmi svolgono una funzione a carattere  pubblico senza che questa venga attualmente regolamentata al pari degli  altri media audiovisivi. E lungi da noi stracciarci le vesti (anche  perché altrimenti non sapremo più quali abiti indossare) per dei  soggetti privati che possono permettersi di esercitare a briglie sciolte  un potere spaventoso anche sotto il profilo politico oltre che  economico. Ribadiamolo: il potere oggi riposa sulla punta  dell&#8217;informazione ed i motori di ricerca negli ultimi anni ne hanno  spesso attuato forme di governance scellerate.<span id="more-434"></span></p>
<p>Ma  qui la questione è altra. Ormai siamo al ridicolo. Siamo spettatori  dell&#8217;ennesima puntata degradante di una sitcom all&#8217;italiana che sta  inchiodando la cultura digitale del nostro paese all&#8217;età del rame. Le  soluzioni ipotizzate dall&#8217;apparato giuridico e legislativo italiano per  porre argine allo strapotere dei motori di ricerca e dei nodi di  aggregazione dell&#8217;informazione non hanno né capo né coda, perché  applicano vecchi principi giuridici (la tutela di un diritto d&#8217;autore  anacronistico come le canzonette di Renzo Arbore) a situazioni,  chiamiamole così, &#8220;nuove&#8221;.</p>
<p>Il punto vero è che però nel contesto italiano non potrebbe essere altrimenti.</p>
<p>Diversamente  tutto il settore televisivo, cinematografico e musicale (che, non  dimentichiamolo, negli anni ha svolto un ruolo fondamentale  nell&#8217;affermazione del modello culturale berlusconiano) vedrebbe  improvvisamente venir meno quell&#8217;ombrello che fino a questo momento l&#8217;ha  messo al riparo dalla concorrenza. Si, perché anche questo significa <strong>“lotta alla pirateria&#8221; </strong>nel vocabolario politico italiano: <strong>disarcionare da cavallo con ogni mezzo necessario i &#8220;competitors&#8221; </strong>pericolosi,  per trotterellare in tranquillità verso il traguardo del prossimo  bilancio trimestrale. Se qui la situazione è stagnante, altrove tycoon  ben più potenti del nano di Arcore, sono stati costretti a modificare  radicalmente il loro business plan: è fresca fresca l&#8217;alleanza tra  Murdoch e Apple per ridare vigore ai bilanci della disastrata News Corp,  strozzata dalla crisi e dalla &#8220;concorrenza sleale e parassitaria&#8221; di  Google News (<em>ipse dixit</em> la vecchia gallinaccia australiana) che  dalla crisi non è stata neanche sfiorata.  Ma se l&#8217;Italia segna la sua  imbarazzante arretratezza agli occhi del mondo inseguendo l&#8217;atomo,  quando nel palinsesto in tutto il pianeta va in onda 24 ore su 24 &#8220;<em>Fukushima mon amour</em>&#8220;, non si capisce perché guardando lo schermo da un&#8217;angolatura differente dovrebbero emergere elementi di novità.</p>
<p>Ed  in effetti questa sconsolante sentenza tenta di affermare un principio  giuridico unico al mondo, tratteggiando una linea di continuità con  quella di <strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/02/27/netwar-on-videocracy/">Google contro Vividown</a> </strong>del  febbraio dell&#8217;anno scorso. Si trattava, allora come oggi, di una  sentenza di diritto privato. Fatto che però non impedì all&#8217;ambasciatore  statunitense di esternare tutte le rimostranze di Washington sulla  questione (caso più unico che raro dal punto di vista delle relazioni  internazionali). Una divergenza di punti di vista che nei <strong>cables </strong>poi  rilasciati da Wikileaks assumevano toni assai meno diplomatici,  espressione di una preoccupazione diffusa da diverso tempo tra gli  addetti del settore.</p>
<p>Ovvero che in Italia c&#8217;è un<strong> tentativo di uccidere la rete e ritagliare un&#8217;infosfera a misura di Mediaset</strong>.  O così oppure si perde il controllo della sfera mediatica italiana. E  dalle parti di Palazzo Grazioli l&#8217;idea non piace proprio a nessuno.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/25/lanomalia-italiana-di-internet/">L&#8217;anomalia italiana di Internet</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>The Battleground</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 14:30:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Censura]]></category>
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		<description><![CDATA[John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno. 140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>John Perry Barlow <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/33969186053160960">ha affermato</a> che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.</div>
<p>140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-406" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A partire dall&#8217;esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all&#8217;interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.</p>
<p>Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.</p>
<p>Oltre a causare uno sconquasso geopolitico che sta rapidamente mutando il volto delle relazioni internazionali,<span style="text-decoration: underline"> l&#8217;esplosione delle rivolte sociali sulle coste del Mediterraneo ha visto un ruolo significativo della rete all&#8217;interno dei processi rivoluzionari dispiegatisi nell&#8217;area</span>. Nelle fasi insurrezionali e post-insurrezionali magrebine, Internet è emersa sia come dispositivo con cui lanciare l&#8217;attacco al potere costituito sia come strumento importante nella possibilità di costruzione di una società altra.</p>
<p>Ma per quanto ci riguarda è chiaro che questi fenomeni non possono e non devono essere guardati attraverso la rudimentale, puerile e spesso strumentale apologia che individua nei social media il carburante quando non addirittura (!!) la causa scatenante delle rivolte. Ci interessa invece, una volta di più, coglierne l&#8217;affascinante ambivalenza situata all&#8217;incrocio tra potenza e limiti della rete, dove in pochi click gli switch sociali instradano il flusso delle informazioni da un network all&#8217;altro.<span id="more-407"></span></p>
<h2>Tecnofan vs tecnorealisti</h2>
<p>L&#8217;articolo in cui Bernard -Henri Lévy sul Corriere sostiene che il motore della rivoluzione tunisina «non è stato evidentemente il proletariato» ma «gli internauti» equivale ad uno uno sputo impregnato di sugo d&#8217;aragosta in faccia al popolo tunisino. Forse impegnato a stendere l&#8217;ultimo numero della sua prestigiosa rivista, l&#8217;intellettuale francese ha scordato le centinaia di giovani che a vent&#8217;anni hanno deciso di ribellarsi contro un regime mafioso-clientelare scivolato sul crinale scosceso della crisi globale, versando il loro sangue sui selciati di Tunisi, Sfax, Kasserine e Sidi Bouzid. Solo per curiosità: da quando gli internauti sono diventati una classe sociale?</p>
<p>Che piaccia o meno agli opinionisti di mezzo mondo impegnati a sgomitare per ritagliarsi il loro pezzettino di notorietà sulle colonne di quotidiani, quella in corso in Nord Africa non è stata né la rivoluzione del pane né dei gelsomini. E tanto meno è stata la rivoluzione di Twitter, di Wikileaks o di Anonymous. «Cento di noi» diceva il movimento tunisino nei suoi forum on-line e nelle sue assemblee «non sono morti per una zolletta di zucchero o per Youtube».</p>
<p>Il propulsore reale delle rivolte degli ultimi due mesi non è la rete in se e per se, ma le masse scese in piazza per cui <span style="text-decoration: underline">l&#8217;uso della tecnologia</span> (pur con le debite differenze che si sono date tra Tunisia, Egitto e Libia) <span style="text-decoration: underline">può essere tutt&#8217;al più un coefficiente importante, ma certo insufficiente per dare sostanza al protagonismo ed alle istanze politiche radicali avanzate.</span></p>
<p>E a dire la verità lascia un po&#8217; interdetti questa meraviglia per l&#8217;improvvisa scoperta della rete come luogo di conflittualità: in parte perché questo avveniva da tempo (seppur in forme più acerbe), ma più in generale perché, come sostenuto già una decina d&#8217;anni fa da M.Castells,<span style="text-decoration: underline"> se nella società industriale la storia del movimento operaio non può essere separato dalla fabbrica come ambito organizzativo, quella dei movimenti odierni non può non vedere nella rete un luogo analogo.</span></p>
<p>Questo però non deve significare l&#8217;esaltazione acritica di uno strumento che ha fra le sue principali caratteristiche, come sostenuto dal giornalista Malcom Gladwell, quello di creare <strong>legami deboli</strong>. Legami sui quali è ben difficile pensare possano innestarsi le basi organizzative di movimenti insurrezionali scagliatisi contro feroci regimi dittatoriali di durata pluridecennale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Inoltre Internet, a dispetto delle affabulazioni propinateci nella sua fase aurorale, non ha mai livellato né uniformato le culture o i processi sociali. Attribuire ad un singolo fattore un cambiamento rivoluzionario di massa che si da l&#8217;obbiettivo di ridisegnare l&#8217;orizzonte futuro e presente, significa semplicemente ripescare una visione positivista della politica.</span>Una visione con cui poter ignorare comodamente, non solo il quadro ed il momento storico in cui tali cambiamenti emergono, ma più in generale, il fatto che tra sfera digitale e non digitale esistano tanto rapporti di interdipendenza quanto di assoluta specificità (definiti da Saskia Sassen come <strong>embricazioni</strong>). Senza avere la pretesa di delineare un insieme esaustivo dei coefficienti in gioco per comprendere la possibilità di utilizzo della rete all&#8217;interno di uno scenario di conflitto, possiamo comunque indicarne alcuni: qual&#8217;è il livello di alfabetizzazione informatica di una popolazione? Qual&#8217;è il livello di diffusione di internet in un paese? Che tipo di utilizzo viene fatto dei social network? Qual&#8217;è livello di sviluppo delle infrastrutture? Che cosa ci dicono i numeri relativamente sulla diffusione di cellulari e smartphone? Quali sono le caratteristiche demografiche di chi utilizza la rete? I servizi internet sono accessibili da un punto di vista economico? Qual&#8217;è il rapporto del regime politico con la sfera mediale? I network broadcast a chi appartengono? Che atteggiamento ha la classe politica dirigente verso i giornalisti locali e stranieri? Esistono realtà consolidate di mediattivismo e di sperimentazione delle nuove tecnologie?</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È necessario dunque considerare la combinazione di un certo numero di variabili, di fattori oggettivi e soggettivi, di interfacce sociali, di reddito e di genere frapposte tra i dispositivi e chi ne fa uso per comprendere le reali possibilità dispiegate delle tecnologia digitali.</span></p>
<p>Non stiamo ovviamente negando l&#8217;importanza della rete nelle rivolte che infiammano il Mediterraneo: vogliamo semplicemente sottolineare come il ruolo di Internet vada compreso in modo molto più approfondito di quanto sia stato fatto fino ad ora. Non è un compito che possiamo pensare di esaurire noi in poche righe. Qualsiasi ipotesi andrà necessariamente messa a verifica negli anni che verranno e sugli altri campi di battaglia su cui tutti e tutte noi combatteremo. Ma tracciare alcune delle tendenze che emergono dall&#8217;osservazione empirica, questo si, è possibile.</p>
<h2>Simboli, immaginario e contro-comunicazione</h2>
<p>Come qualche tempo fa ha scritto Bada Nasciufo in un <a href="http://www.infoaut.org/blog/editoriali/item/371-il-graphic-design-delle-rivolte">bell&#8217;editoriale su Infoaut</a>, la rete ha innanzi tutto veicolato simboli ed emozioni di cui una nuova soggettività internazionale, da Londra fino a Tunisi, si sta nutrendo.<span style="text-decoration: underline"> La circolarità di sentimenti e di saperi interconnessi nella sfera pubblica del Web è stata dirompente come non mai ed ha lasciato segni indelebili nell&#8217;immaginario collettivo globale.</span></p>
<p>Una riprova tangibile ne sono le reti internazionali attivatesi quando la censura del regime tunisino nei confronti del web si faceva più dura, o ancora durante il black out dell&#8217;internet egiziana. Quelli sorti non sono stati movimenti d&#8217;opinione ma reti di solidarietà attiva che, sfruttando l&#8217;hype scatenatosi attorno ad hashtag come <a href="https://twitter.com/infofreeflow/sidibouzid">#sidibouzid</a> o <a href="https://twitter.com/infofreeflow/jan25">#jan25</a>, hanno scagliato attacchi contro le agenzie governative dei regimi arabi responsabili della censura.</p>
<p>Grande è stata la creatività nel rispolverare dall&#8217;armadio tecnologie analogiche come modem a 56k, server <a href="http://www.xs4all.nl/%7Escorpio/egypt.txt">dial-up</a> per le chiamate internazionali o <a href="http://werebuild.eu/wiki/Egypt/Ham_radio">ponti radio</a> ed ancora più grande è stata la capacità di decentralizzare l&#8217;implementazione di servizi utili al popolo egiziano per dargli voce (anche se, è importante sottolineare, che quelle messe in campo sono state soluzioni tattiche dettate dall&#8217;emergenzialità del momento, oltre la quale l&#8217;utilizzo di queste tecnologie avrebbe avuto scarsa rilevanza).</p>
<p>Gli attori emersi hanno mostrato di avere la capacità di giocare con i media tradizionali, senza porsi in modo preconcetto nei loro confronti. Un esempio finora vincente <a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/427-we-are-anonymous">di cui abbiamo già parlato</a> è stato Anonymous. <span style="text-decoration: underline">La sua forza reale è stata quella di saper leggere la struttura dei media ed agirla.</span> Forza senza la quale i cortei virtuali prodotti tramite l&#8217;utilizzo del software LOIC sono un semplice esercizio tecnico, poco efficace perché incapace di mettere a nudo e colpire i punti deboli dell&#8217;avversario.</p>
<p>Nulla a che fare con la sapiente operazione di marketing lanciata dall&#8217;accoppiata delle meraviglie Google-Twitter che con <a href="https://twitter.com/speak2tweet">Speak2Tweet</a> ha provato a ritagliarsi un ruolo nella storia. Bando all&#8217;euforia degli entusiasti di Mountain View, a che serve un servizio di questo genere? È lento (bisogna ascoltarsi i messaggi), non prevede alcun tipo di indicizzazione dei contenuti, non presenta alcuna garanzia di affidabilità (chi ha lasciato il messaggio e perché?). Sarà senz&#8217;altro un patrimonio importante per gli storici un giorno ma l&#8217;utilità effettiva che può aver avuto per ora ci sfugge.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È abbastanza ovvio invece rimarcare come i social network abbiano contribuito a dare una copertura internazionale ampia e variegata degli eventi, ma questo è avvenuto con modalità ed intensità diverse a seconda dei contesti.</span> È valso in particolar modo per la Tunisia, un paese che a differenza dell&#8217;Egitto o della Libia riveste un&#8217;importanza geopolitica di secondo piano: le sue rivolte sono state infatti deliberatamente ignorate dal circuito internazionale mediatico fino a pochi giorni prima della caduta di Ben Ali. In Egitto tutto questo si è dato in modo diverso in particolar modo dopo la mossa poco lungimirante di Mubarak di chiudere la rete egiziana: da quel momento in avanti a farla da padrone è stata Al Jazeera che non a caso ha cominciato a subire attacchi fisici ed informativi (con il <a href="http://www.broadbandtvnews.com/2011/02/01/al-jazeera-claims-unprecedented-interference/">jamming</a> delle sue frequenze satellitari). Diverso ancora il caso della Libia dove sono emersi pochi profili Twitter in grado di diramare informazioni certe e dove la copertura mediatica resa possibile dal satellite è stata neutralizzata dall&#8217;oscuramento delle frequenze di Al Jazeera e delle reti telefoniche satellitari (una mossa rivolta chiaramente contro i giornalisti stranieri sul territorio, dato che il satellite rimane un mezzo di comunicazione ancora costoso e poco accessibile).</p>
<p><span style="text-decoration: underline">La capacità di diffusione dell&#8217;informazione in tempo reale</span>, oltre a svolgere una funzione documentale per l&#8217;opinione pubblica internazionale, <span style="text-decoration: underline">ha permesso di produrre anche una narrazione degli eventi contrapposta a quella televisiva dei regimi.</span> Quest&#8217;ultima è stata caratterizzata per aver giocato su uno dei piani più tradizionali della politica fatta comunicazione: con l&#8217;obbiettivo di dividere la piazza sia Ben Ali che Mubarak hanno tentato la carta del bastone (ovvero la minaccia verso chi protestava indicando al loro interno la presenza di non meglio prezzolati agenti stranieri) e della carota (elezioni entro sei mesi, dipartita dal potere entro pochi mesi, nuovi posti di lavoro, avvio di riforme). Il web e la piazza semplicemente non li hanno ascoltati e hanno contribuito a neutralizzare il discorso della rappresentazione televisiva contrapponendone una propria.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Oltre a questo va segnalato che la rete è stata anche uno strumento direttamente al servizio delle lotte sui territori.</span> In che misura questo sia avvenuto e quale rilevanza abbia davvero avuto lo potremo capire solo nei prossimi anni. Ma in Tunisia (un paese dove esistono fattori oggettivi come un forte sviluppo delle infrastrutture ed una profonda penetrazione di Internet all&#8217;interno di una popolazione giovane ed istruita) nella fase immediatamente post-insurrezionale <strong>Google Maps è stato utilizzato in modo collaborativo</strong> <a href="http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF&amp;msa=0&amp;msid=204429933743412451505.000499e53c5acb4ba7229">per mettere in atto pratiche di autodifesa dei quartieri</a>. Sono state infatti create mappe su cui segnalare istantaneamente la presenza degli squadroni della morte dell&#8217;RCD ed altre minacce. Inoltre le reti cellulari mobili permettevano di conoscere in <em>real-time</em> gli spostamenti della polizia, gli andamenti dei cortei ed i resoconti degli scontri che simultaneamente infiammavano varie località del paese.</p>
<h2>Un altro modo di dire Facebook</h2>
<p>Abbiamo già spiegato quali sono i motivi che ci spingono a dissentire profondamente con la visione positivista ed acritica che identifica il mezzo con il movimento stesso o con la causa scatenante delle rivolte. Specularmente però, <span style="text-decoration: underline">quanto accaduto negli ultimi mesi ci induce a dubitare in misura sempre maggiore della prospettiva teorica che continua ad individuare i social network commerciali esclusivamente come dispositivi omologanti che tendono a polverizzare la comunicazione sociale, come un&#8217;arma di distrazione di massa o uno strumento di annientamento della privacy di gruppi ed individui.</span></p>
<p>Certo meccanismi e dispositivi come la <strong>viralità dell&#8217;informazione</strong>, la possibilità di accedervi in<strong>mobilità</strong>, la creazione di insiemi relazionali, il <strong>data-mining</strong>, il <strong>tagging</strong> e la <strong>geoidentificazione</strong>, sono ovviamente pensati ed implementati dalle grandi multinazionali per renderci produttivi e mettere a valore ogni nostra singola attività nel quotidiano privandoci di possibilità di riservatezza.</p>
<p>Ma l&#8217;utilizzo di questi strumenti è ormai evidente che non si da solo lungo questa direttrice. <span style="text-decoration: underline">Quando un&#8217;intelligenza politica ha avuto la necessità di immaginarne una torsione (pur restando aderente e non estraniandosi alle logiche con cui essi sono stati costruiti) l&#8217;ha fatto producendo forme di partecipazione distribuita.</span></p>
<p>Lo stesso intreccio dei piani spaziale e temporale che finora abbiamo conosciuto come sinonimo di sfruttamento e precarietà, del lavoro infinito e del consumo coatto di informazione, negli ultimi due mesi ha assunto anche un altro significato: quello di una possibile auto-organizzazione e militanza globale, ancora tutta da costruire, in via di definizione e non scevra di contraddizioni, ma resasi comunque manifesta sotto diverse spoglie.</p>
<p>Proporre un&#8217;ipotesi di questo tipo ovviamente non significa affermare che la tecnologia non è ne buona ne cattiva o che sia diventata improvvisamente un terreno neutro su cui muoversi in totale libertà. Significa piuttosto rilevare che l&#8217;ambivalenza che la caratterizza è stata messa a nudo al di fuori delle nicchie specialistiche ed elitarie che pure hanno verso queste tematiche un approccio critico ma spesso esclusivamente etico.</p>
<p>Tutti ormai sappiamo che non può esistere né privacy, né sicurezza né controllo dei propri dati all&#8217;interno di un social network come Facebook. Tutti ormai sappiamo che questo ci rende suscettibili di sorveglianza e di ritorsioni politiche da parte dei governi contro cui lottiamo (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=252&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">la stessa EFF ha sentito la necessità di riaffermarlo con forza in pieno black-out egiziano</a>).</p>
<p>Sopratutto però hanno dimostrato di saperlo i movimenti nord africani che hanno deciso di andare oltre a questo problema, sentendo la necessità di stabilire un equilibrio tra la dinamica repressiva ed il mantenimento di una presenza forte e ramificata in un luogo che a ragione hanno visto come fondamentale. L&#8217;uso di TOR, delle VPN e di altri sistemi di elusione dei dispositivi di censura è salito alle stelle (<a href="https://blog.torproject.org/blog/measuring-tunisian-tor-usage">grafico 1</a> - <a href="https://blog.torproject.org/blog/recent-events-egypt">grafico 2</a>). E questo, una volta di più, non fa che mettere in evidenza un fatto che ciclicamente si ripete da un punto di vista storico, ovvero che <em>è nei momenti di lotta che i soggetti scoprono nuovi bisogni, necessità e desideri su cui innestano processi di alfabetizzazione e creatività.</em></p>
<p>C&#8217;è da chiedersi in sintesi: è così lontano dalla realtà ipotizzare che l&#8217;utilizzo conflittuale del digitale in Nord Africa, da cui ne sono emersi limiti e potenza, non abbia come ricaduta, in Africa ma anche qui in Occidente, l&#8217;innesco di una nuova riflessione culturale e politica verso la rete ed i rapporti di forza che la attraversano?</p>
<p>In questo senso qualcosa già si è mosso in Tunisia. Visto il ruolo centrale che ha avuto la rete nelle mobilitazioni non è privo di senso attendersi che la sensibilità e l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica locale verso tematiche inedite come l&#8217;accesso ai dati, i diritti digitali o quello alla privacy sarà fortissima (ed infatti il governo ad interim ha dovuto immediatamente rimuovere i blocchi della censura web e si è impegnato a garantire la libertà d&#8217;espressione dei cittadini tunisini, particolarmente su Internet). Ma non solo. Con una lettera indirizzata a Mark Zuckerberg firmata da diversi attivisti e blogger viene riconosciuto a Facebook «<em>un ruolo non trascurabile nella circolazione delle informazioni riguardanti gli eventi in Tunisia</em>». Allo stesso tempo però vi si afferma che <em>«questi dati, rilasciati su Facebook, appartengono ugualmente al popolo tunisino»</em>. Dunque per la sua importanza storica la nuvola di informazioni delle lotte tunisine non può essere considerata proprietà esclusiva di un&#8217;azienda privata, ma è percepita come patrimonio presente e futuro di una nazione in costruzione, e per questo ne viene richiesta la piena accessibilità. Una prima rivendicazione che, pure nella sua formalità, è radicale<span style="text-decoration: underline"> perché va a mettere in discussione uno dei principi cardine dell&#8217;economia e del potere di Facebook</span>: l&#8217;enclosure che blinda i dati creati dagli utenti. Una prima crepa nel muro dorato che recinta il social network di Palo Alto? Certo a farlo crollare non sarà una semplice lettera. Ma le richieste in essa avanzate affondano le loro radici in un processo rivoluzionario in divenire. E questo le carica di attrattiva e mordente ben più di quanto ne potrebbero mai avere diaspore senza meta o suicidi di massa di qualche migliaio di avatar.</p>
<h2>Governamentalità in rete: dalla censura al consenso</h2>
<p>Ma le rivolte tunisine, egiziane e libiche ci dicono altro ancora. Ci parlano degli scenari presenti e futuri delle guerre di informazione, della miopia dei regimi arabi abbattuti e della loro incapacità di comprendere il vero potere che scorre impetuoso nelle sovrapposizione tra reti sociali e tecnologiche.</p>
<p>Può sembrare strano ma, a nostro avviso, in questi scenari non sarà affatto la censura a farla da padrone. O almeno non solo. Continuare a produrre articoli con mappe colorate ed interattive dove segnalare i paesi o i siti più censurati al mondo, in un futuro molto prossimo potrebbe essere un&#8217;operazione giornalistica buona giusto per un post su Wired.it</p>
<p>Il blackout dell&#8217;internet egiziana, ha destato profonda impressione nell&#8217;opinione pubblica internazionale. Di fronte agli occhi di un pubblico globale il detto secondo cui «<em>Internet reagisce alla censura come se questa fosse una disfunzione tecnica</em>» è stato letteralmente sbriciolato. Tanto meglio perché era solo un lascito residuale di un epoca tramontata da un pezzo. Una diceria che non rendeva giustizia della complessità su cui oggi si articola e si stratifica la governance globale dell&#8217;informazione. <span style="text-decoration: underline">Nessun protocollo vi garantirà mai la libertà se dall&#8217;altra parte governi ed autorità statali hanno dimostrato di poterne neutralizzare l&#8217;efficacia in qualsiasi momento.</span> Chi oggi continua a raccontare questa favoletta per bambini è un ingenuo che ancora non si è scrollato di dosso le suggestioni della prima internet. Oppure vuole continuare a tenervi lontani dalla partecipazione attiva facendovi credere che un click di mouse, un software o un file di configurazione possano sostituire la politica.</p>
<p>Al di la del comprensibile clamore suscitato (un evento storico senza precedenti), lo switch-off predisposto dal regime di Mubarak o il sistema di censura Ammar404 sono semplicemente l&#8217;emblema di approccio politico arretrato alla regolazione dei flussi d&#8217;informazione. E per i popoli insorti e vittoriosi, non possiamo che rallegrarcene.</p>
<p>Il buio in cui è caduta l&#8217;infosfera egiziana non ha sortito nessuno degli effetti che l&#8217;autocrate del Cairo si prefiggeva di raggiungere. Anzi, i suoi risultati sono stati controproducenti.</p>
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<ul>
<li>Ovviamente le manifestazioni ed i cortei non hanno subito nessun contraccolpo di particolare portata.</li>
<li>Per di più la risonanza avuta da questo fatto ha rafforzato la determinazione dei network di attivismo internazionale, che prontamente si sono mossi per ridare voce al popolo egiziano attraverso l&#8217;utilizzo di tecnologie analogiche.</li>
<li>Inoltre con questa sua mossa disperata il regime ha ulteriormente deteriorato la sua proiezione internazionale mettendo in serio imbarazzo gli alleati a stelle e strisce (dopo che negli ultimi anni la macchina da guerra comunicativa della Casa Bianca aveva a più riprese messo sotto accusa la censura cinese).</li>
<li>A questo si aggiunga che il blocco della rete non ha comunque impedito una copertura internazionale degli eventi grazie ai satelliti di Al Jazeera (e non a caso Gheddafi intuendo il pericolo ha cominciato a sabotarne le frequenze <a href="http://en.ammonnews.net/article.aspx?articleNO=11489">prima ancora</a> della caduta del suo omologo egiziano). Copertura senza la quale, non abbiamo dubbi, lo spargimento di sangue sarebbe stato molto più cruento.</li>
<li>Infine i costi economici sono stati tutto meno che trascurabili. <a href="http://blogs.forbes.com/parmyolson/2011/02/03/how-much-did-five-days-of-no-internet-cost-egypt/">Le prime stime provvisorie si attestavano intorno ai 90 milioni</a> di dollari ma c&#8217;è chi sostiene che la cifra finale sia <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-12357694">destinata a lievitare</a>.</li>
</ul>
</div>
<p>Tutto questo è indice e segno tangibile della mancanza di una qualsivoglia strategia politica volta a gestire le comunicazioni digitali. Anche <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/26673/Egitto%2C+Vodafone%3A+costretti+dal+governo+a+mandare+sms+pro-Mubarak">l&#8217;invio di migliaia e miglia di SMS</a> per chiamare la manifestazione del 2 febbraio a favore del regime è espressione di un colpo di coda menato alla cieca per istinto di sopravvivenza. Troppo tardi, quando tutto era ormai perduto.</p>
<p>E più in generale esprimono una visione arretrata del potere. Un potere che viene immaginato da chi lo esercita esclusivamente come autorità nei confronti degli individui e non come rapporto sociale costruito. Un potere che si muove a senso unico, incapace di percepirsi al di la della violenza e della coercizione che non pensa a di puntellare le sue fondamenta grazie alla produzione di discorso e consenso. Un potere che mentre traccia barriere esterne ed innalza muri di byte sembra non aver minimamente afferrato quello che è la vera potenzialità delle reti. <span style="text-decoration: underline">Che non è quella di trasportare informazioni ovunque ed a velocità stratosferica, ma di fare e disfare una fiducia da cui saper trarre legittimazione politica.</span></p>
<p>I regimi nord-africani crollati su di loro hanno dimostrato di non comprendere che nell&#8217;epoca delle reti, in una società altamente globalizzata ed informatizzata dove la circolazione dell&#8217;informazione è una delle architravi del capitalismo, rallentare o bloccare completamente i flussi di dati è uncosto più che un vantaggio.</p>
<p>Altrove invece questo lo si è capito. La Cina, <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/07/12/disorganici-google-o-gli-attivisti-cinesi/">spesso raccontata dalla prospettiva universalistica dei media occidentali</a> come esempio più barbaro di censura e negazione dei diritti civili, ha saputo dispiegare il suo potere ben al di la della creazione di avamposti cyber-militari posti a guardia del suo perimetro digitale informativo (l&#8217;arcinoto Great Firewall) ma ha saputo immaginare la rete come luogo di condivisione degli scopi e dei fini ultimi del sistema.</p>
<p>Simone Pieranni nei suoi “<a href="http://www.china-files.com/home.php">China Files</a>” ci ha <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-vi-prego-sul-web-cinese/">ben spiegato</a> che la sorveglianza sulla rete cinese è in effetti resa agevole dal fatto che gli utenti cinesi si colleghino ad Internet da quelli che sono i tre principali gateway del paese. È vero anche che esiste un cosiddetto “esercito dei 50 cents” (dalla paga oraria corrisposta) composto da migliaia di persone che setacciano i social media segnalandone i contenuti proibiti o moderando le discussioni.</p>
<p>Questo però non sembra preoccupare particolarmente la stragrande maggioranza degli internauti dello sterminato impero asiatico. Sia perché le barriere virtuali predisposte da Pechino sono facilmente aggirabili grazie all&#8217;utilizzo di un qualsiasi proxy ma sopratutto perché in pochi sentono la necessità di accedere alle pagine di Facebook perennemente bloccate.</p>
<p>L&#8217;ufficio della Propaganda cinese negli anni ha creato tutta una serie di omologhi locali «armonizzati» dei social media occidentali con le stesse funzionalità. All&#8217;interno di queste piattaforme hanno luogo quelle che sono le attività più classiche delle piattaforme nostrane. Anche al dissenso (purché innocuo) viene lasciato spazio. Anzi, i protagonisti virtuali del “Bagaglino” locale con la loro comicità che punge il potere senza metterlo in discussione, riescono addirittura a diventare delle star chiamate a tenere <em>lectio magistralis</em> nelle università di Pechino.</p>
<p>Insomma, a fronte di una possibile minaccia rappresentata dalla libertà che Internet permette, le autorità del paese hanno pensato di conciliare il controllo dei flussi di informazione con «la distribuzione gratuita di oppiacei virtuali».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È <strong>anche</strong> in questo modo che il partito continua a mantenere una presenza costante all&#8217;interno della vita della popolazione, immaginando la tecnologia digitale nella sua maggior espressione politica, ovvero nel condizionamento della vita, delle abitudini e delle attitudini relazionali.</span></p>
<p>L&#8217;aver compreso la commistione tra flusso libero di informazioni e capillarità dei media sociali, <a href="http://blog.ilmanifesto.it/chipsandsalsa/2010/08/31/la-marcia-virtuale-verso-lo-stato-armonioso/">ci racconta invece Matteo Miavaldi</a>, non ha portato solo alla creazione di social network caratterizzati dal più utopistico degli ideali cinesi (ovvero l&#8217;armonia) dove imbrigliare l&#8217;interattività in un entertainement dalla tradizione epica. Non è solo un luogo dove si mettono in scena le prove generali di una società modello caratterizzata dalla felice convivenza tra persone a cui fa da contraltare il ruolo delle autorità illuminate che si occupano di tutto il resto. <span style="text-decoration: underline">Questo dispositivo di propaganda soft è infatti anche un enorme macchina mangia soldi, tanto che QQ, il clone autarchico di Twitter, è fra i primi 10 al mondo indicizzati da Alexa Rank.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline">Il potere a rete</span> dunque non è semplicemente una forma di sorveglianza o un uso della forza messo in atto da un agente di controllo trascendente collocato al di fuori dal sociale (come è stato nel caso dell&#8217;Egitto o della Tunisia). <span style="text-decoration: underline">Esso invece è un processo continuo di costruzione della legittimità che si dispiega collocandosi all&#8217;interno dei luoghi politici presenti nella società, amalgamandosi ad essa e perpetrandone l&#8217;ordine.</span></p>
<p>Mubarak e Ben Ali hanno pensato che la rete servisse per giocare a guardie e ladri mentre <span style="text-decoration: underline">nell&#8217;era dell&#8217;informazione i flussi informativi non si combattono erigendo muri, ma creando altri flussi di comunicazione o deviandone il corso nel proprio frame di senso.</span></p>
<h2>Illusione o realtà?</h2>
<p>Se la veicolazione di simboli e delle emozioni ad essi connaturate è stata una delle principali funzioni dei social network durante le insurrezioni del risveglio arabo, nulla vieta (come abbiamo visto nel caso della Cina) che questo meccanismo possa diventare uno strumento straordinario nelle mani dei governi e della repressione.</p>
<p>Come <a href="http://www.rferl.org/content/interview_morozov_internet_democracy_promotion/2284105.html">Evgeny Morozov ha sottolineato</a> (ma anche molti altri prima di lui),<span style="text-decoration: underline"> se i social network possono avere un&#8217;utilità per sondare gli umori dell&#8217;infosfera a fini commerciali (pensate ai<em>trending topics</em> di Twitter) cosa impedisce di farne un uso speculare per fini di sorveglianza politica?</span></p>
<p>Ma la rete può anche essere usata per distruggere fiducia e legami all&#8217;interno di un gruppo sociale.<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;insignificanza materiale del simbolo e delle informazioni con cui esso viene costruito hanno anche da questo punto di vista ricadute estremamente concrete.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><em>Real time non significa realtà.</em></span> Un social network come Twitter, dati i meccanismi che lo governano, si presta anche ad essere un luogo particolarmente florido per mettere in campo vere e proprie operazioni di disinformazione o di “netwar”. Questa strategia viene definita dalla Rand Corporation come «<em>l&#8217;insieme delle attività poste in essere per disturbare, danneggiare, o modificare ciò che una determinata popolazione conosce o crede di conoscere a proposito di se stessa o della realtà circostante</em>».<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;obbiettivo è l&#8217;opinione, la mente, le emozioni del nemico ed esso viene raggiunto agendo capillarmente sulla fiducia che una popolazione ha nei suo canali di comunicazione.</span></p>
<p>Già in passato avevamo sottolineato come i processi di formazione delle opinioni su Twitter siano analoghi a quelle delle convenzioni di Wall Street, per le similitudini nel loro funzionamento con i meccanismi dell&#8217;economia finanziaria. Il social network di Biz Stone pur essendo uno strumento di informazione eccezionale ed in tempo reale, è allo stesso tempo una delle espressioni più compiute della comunicazione fondata su convenzioni ed automatismi. Cosi come accade nel mercato finanziario gli utenti puntano all&#8217;informazione che gli altri considerano buona (come un&#8217;azione in rialzo o una news particolarmente retwittata). <a href="http://gigaom.com/2011/01/19/twitter-is-a-great-tool-but-what-happens-when-its-wrong/">Ma cosa succede quando qualcosa va male?</a> Cosa accade quando un&#8217;informazione falsa viene immessa nel circuito tecnologico e neurale di Twitter? Spesso si producono hype che sfuggono ad ogni logica e ad ogni forma di controllo e sono in grado di propagare veri e propri turbini di disinformazione e panico a cui possono involontariamente partecipare anche profili particolarmente influenti a cui spesso prestiamo attenzione.</p>
<p>A causa della natura del social network in questione (un flusso ininterrotto, distribuito ed asincrono di informazioni) e del fatto che non esista una funzione di correzione dei tweet inviati, tutto questo può accadere con facilità. Ed è accaduto anche al di fuori di scenari concitati e confusi come quelli magrebini. A dicembre dopo la sparatoria in Arizona contro la deputata della camera Gabrielle Giffords, a distanza di diverse ore dall&#8217;accaduto su Twitter continuavano a circolare ricostruzioni false degli avvenimenti nonostante gli stessi media mainstream avessero a loro volta rettificato le versioni iniziali diffuse. Per usare le parole di Mathew Ingram: <em>«When a mistake get distributed, there&#8217;s no single source that can send out a correction»</em>. Non solo: in alcuni contesti per lo più dominati dalla scarsità informativa (e quindi dalla difficoltà di prefigurare scenari di medio-lungo termine) può addirittura convenire a tutte le parti in causa alimentare una convenzione falsa &#8211; come accaduto in passato con la speculazione al rialzo sullo sviluppo della New Economy, la storia si è ripetuta con il presunto dilagare dei focolai ribelli nei primi giorni della rivolta segnalato dall&#8217;account twitter del Libyan Youth Movement e largamente retwittato &#8211; che da un lato ha galvanizzato i rivoltosi rispetto ad un fenomeno molto più contenuto, ma dall&#8217;altro ha beneficiato i sostenitori del regime, sottovalutati nella loro reale forza.</p>
<p>Queste considerazioni ci fanno tornare immediatamente ad alcuni eventi tunisini accaduti a ridosso della caduta di Ben Ali. Innanzi tutto a tratti non è mancata una certa confusione dovuta al fatto che molti tweeter in segno di solidarietà con la rivolta hanno modificato la loro collocazione, rendendo più complessa la ricerca di tweet (raffinabile proprio utilizzando criteri geografici). In secondo luogo nella notte del 12 gennaio proprio su Twitter si sono diffuse false voci in merito ad un colpo di stato militare in Tunisia. Anche grossi snodi della comunicazione di movimento (come Nawaat, Takriz ed SBZ_news) hanno dato credito a questi <em>rumors</em>. Rilevatane l&#8217;infondatezza la mattina seguente, chi aveva commesso l&#8217;errore si è affretto a scusarsi pubblicamente mentre molti utenti reclamavano a gran voce che fossero diffuse solo notizie effettivamente confermate. Il rischio in essere era che in quelle ore cruciali, vedendo venir meno il suo ruolo di intermediario credibile nella ricostruzione degli eventi, “l&#8217;infrastruttura molle” di tweeters tunisini perdesse molta della credibilità accumulata fino a quel momento, perdendo la fiducia che era riuscita a conquistarsi.</p>
<p>Dopo la caduta del regime invece, in misura sempre maggiore hanno cominciato a spuntare come funghi account twitter in sostegno all&#8217;RCD e a Gannouchi o che esprimevano la necessità che un certo livello di censura tornasse ad essere presente in rete.</p>
<p>Le realtà del movimento tunisino hanno capito come <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">Ammar404</a> fosse ancora presente in rete, non sotto le vesti del censore, ma con l&#8217;intento di diffondere panico e terrore.</p>
<p><em>«Tunisian cyber police using zombie accounts on facebook to spread misinformation on how ghannouchi isn&#8217;t that bad&#8230; loosers.»</em></p>
<p>Anche i profili Facebook sono stati utilizzati contro i soggetti più in vista della cyber-rivolta. Recentemente è stato aperta una pagina Facebook contro Takriz, una delle realtà storiche del mediattivismo tunisino. Oltre a diffondere video falsi e foto degli attivisti di Takriz, montare accuse di affiliazione alla CIA, battere la grancassa della propaganda pro RCD e seminare disinformazione svolgendo un ruolo complementare a quello di Neesma TV (la televisione di Berlusconi e del nipotino di Bourguiba) questa pagina è anche un punto di organizzazione dei lealisti di Ben Ali. Attraverso questa sono stati lanciati <em>storm</em> di segnalazione a Facebook della pagina di Takriz. Ad un momento prestabilito centinaia di cani da guardia del vecchio regime si riuniscono sulla piattaforma di Zuckerberg e cominciano a mandare segnalazioni agli amministratori perché chiudano la pagina di Takriz in quanto colpevole di incitamento alla violenza. <span style="text-decoration: underline">Una modalità organizzativa molto simile a quella di un netstrike.</span></p>
<p>Così come i social network possono essere tanto un formidabile mezzo di informazione o uno strumento di disinformazione, allo stesso modo possono moltiplicare l&#8217;immaginario o evirarlo. Se chiedete a qualcuno “Qual&#8217;è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla rivoluzione egiziana?” molti probabilmente risponderebbero Piazza Tahrir (che non a caso è divenuto uno degli hashtag più diffusi proprio su Twitter). Eppure questa rappresentazione univoca rischia di dare un&#8217;immagine eccessivamente parziale di quanto avvenuto sulle strade egiziane prima e dopo il 25 gennaio. La repressione non è stata solo quella degli sgherri che a dorso di cammello brandivano scimitarre e bastoni per terrorizzare i manifestanti ma è stata anche quella delle fucilate alla schiena dell&#8217;esercito contro i rivoltosi di Suez. La ribellione non è stata solo quella di chi pacificamente e con ostinazione a deciso di piantare la tenda per giorni e giorni fino alla caduta del regime ma è anche quella di chi si è scontrato con la polizia strada per strada. <span style="text-decoration: underline">È lecito chiedersi allora quale portato storico potrebbe lasciare questa fotografia con i bordi tagliati di netto sia nell&#8217;immediato futuro politico del nuovo Egitto, sia nell&#8217;immaginario di tutti i movimenti globali che sempre di più in queste ore guardano al divampare del fuoco nordafricano ed arabo.</span></p>
<p>Continuando l&#8217;analogia con il mercato finanziario ed utilizzando le parole di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) : «<em>L&#8217;illusione è diventata realtà. E più reale diventa più accanitamente la vogliono</em>».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Anche questo è il Battleground, il vostro ed il nostro campo di battaglia.</span></p>
<p>Un luogo dove non c&#8217;è divisione fra partecipazione civile e militare. Dove a tempo di 140 caratteri si smontano LOIC e si limano hashtag. Dove bisogna tanto sfuggire alla censura quanto saper dirottare lo scorrere furioso dell&#8217;informazione nell&#8217;intersecarsi vasto e pulsante di reticoli neurali, fisici e tecnologici che innervano le reti sociali sparse ai quattro angoli del globo.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/">The Battleground</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Wikileaks &#8211; fragments of global disorder</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 11:00:47 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[P2P]]></category>
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		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Original post in Italian The historical moment in which Wikileaks (WL) acts is decisive: – it&#8217;s the moment of the crisis of the United States&#8217; military, political, cultural and technological hegemony. The fall of the second Wall of the 20th century (&#8216;Wall&#8217; Street) replicates the calls    for glasnost (“openness”) and perestrojka (“change”) because, even if [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/" target="_blank">Original post in Italian</a></p>
<p>The historical moment in which Wikileaks (WL) act<span style="color: #000000">s</span> is decisive: – <span style="font-family: Times New Roman,serif">it&#8217;s the moment of the crisis of the</span> United States&#8217; military, political, cultural and technological hegemony.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x2001.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-446" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x2001.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a> The fall of the second Wall of the 20th ce<span style="color: #000000">ntury (&#8216;Wall&#8217; Street) replicates the calls    for </span><span style="color: #000000"><em>glasnost </em></span><span style="color: #000000">(“openness”) and </span><span style="color: #000000"><em>perestrojka</em></span><span style="color: #000000"> (“change”) because</span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">, even if within its   neoliberalist characterization,</span></span><span style="color: #000000"> democratic ideology has experie</span>nced a degeneration.</p>
<p>Reforming the system is the imperative, United States&#8217; planetary overstretching     reaches its limits from Iraq to Latin America; the executive power is <span style="color: #000000">weak and </span><span style="color: #000000">safeguarded</span><span style="color: #000000"> by</span> those who long for a reactionary, fundamentalist and authentically “American” resolution of the ideological crisis.</p>
<p><span style="color: #000000">In</span><span style="color: #000000"> this scenery, already complex on its own, a specter is starting to roam around,   whispering i</span>n the ears of whoever it meets: “information in revolt will be writing  history.”</p>
<p><span id="more-444"></span></p>
<p><span style="color: #000000">&#8216;Specter&#8217; also </span><span style="color: #000000">seems to us the most appropriate term to describe Assange&#8217;s character, both in regard to his physical appearance and for the elusiveness with which he was able to evade international police forces and secret service agencies for quite some time.</span></p>
<p>Still the WL issue &#8211; of which a lot of chapters still need to be written &#8211; produces extremely concrete aftershocks, capable <span style="color: #000000">of causing deep fractures in the traditional networks of the global news system, in these days crossed by movements of breakdown, decomposition and reconstruction. Fra</span>ctures that represent a point of no return, expanding them<span style="color: #000000">selves</span><span style="color: #0000ff"> </span>360° and not one-way.</p>
<h2><strong>Medium is the message</strong></h2>
<p>Let&#8217;s clear the ground from misunderstandings.  These fragmentations have little or no relation to the contents exposed by communications leaked from the US&#8217; embassies around the world.  Much of the news which WL made <span style="color: #000000">public among millions of people are unessential (and well-known to the insiders) details on the leaning and the path of Washington&#8217;s foreign policy.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif">That Italian energy policy is a bitter pill for the US, and that it also is in this way one should read Rome&#8217;s approach, first towards Russia and then towards Libya</span>, is no news for anyone since the hostilities between the czar Putin and the Ukrainian government leaders began. Nor are the ENI interests in the construction of the South Stream gas pipeline casual.</p>
<p>That the embrace between Europe and its transatlantic cousin has become less warm and more formal in recent years, and that instead the deployment of the European integration processes &#8211; with the fading of their anti-soviet role &#8211; represents a concern for the US a<span style="color: #000000">dministrations since 1989, is a traceable fact in any international relations history manual of acceptable quality. </span></p>
<p><span style="color: #000000">That the attacks against Google of some months ago would stem from the highest spheres of the Chinese government was testified by the target against which they were directed, their frequency, their range and, more in general, the international context in which they were at w</span><span style="color: #000000">ork. Not only because, since some time by now, the cybersphere is becoming a privileged battleground in the dialectics between the great powers, assuming bigger and bigger weight in the state defense budgets, </span><span style="color: #000000">but also because an ever increasing situation of antagonism between the two bigger global competitors is in development &#8211; something which is ma</span>king unthinkable the presence of a player like Big G in Beijing&#8217;s backyard.</p>
<p>WL has to be examined with more ambivalent lenses (which is necess<span style="color: #000000">ary to start understanding th</span>e phenomenon in all its complexity), leaving out deceitfully subjective and specialist perspectives, without for<span style="color: #000000">getting (still retaining the due question marks) that for millions of people today&#8217;s mantle of formality which envelops yesterday&#8217;s commonly known facts represents a notable gap.</span></p>
<p><span style="color: #000000">In the same way the barycenter of </span>transparency (that<span style="color: #0000ff"> </span><span style="color: #000000">Internet has been moving </span><span style="color: #000000">for</span> several years in a completely asymmetrical way in favour of those who runs the global politics and eco<span style="color: #000000">nomy) moved towards the threshold of the </span><span style="color: #000000"><em>sancta sanctorum</em></span><span style="color: #000000"> of US embassies, and this represents a quantum leap (even more in the digital age): an uncovered cauldron which, unhinging one of the distinctive features of diplo</span>matic communication, represents a dangerous anomaly.</p>
<p>But quantum leaps<span style="color: #000000"> like these are ambivalent: the meaning which they could assume is not defined </span><span style="color: #000000"><em>a priori</em></span><span style="color: #000000">; it is a match which is still to be played. The billiard ball has been thrown among the others: even the black eight ball might</span> end in the pocket.</p>
<p lang="en-US">First of all: what is WL?</p>
<p>This term cannot just stand anymore for the homonym<span style="color: #000000"> organization directed by Julian Assange; we should rather refer to a metonymy, a concept that structures other ones, interrelated between themselves on various levels.  The effect on the media system is an hybrid object, an explosive mixture, an offshoot of a skillful dosage of different ingredie</span>nts: old and new media, P2P horizontality and st<span style="color: #000000">iff verticality, </span>opacity and transparence.</p>
<p lang="en-US">It is composed by:</p>
<ol>
<li>A 	<strong>technologically advanced infrastructure</strong> that in these days was able to resist to large-scale attacks, mainly 	(but not only) operated through <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Denial-of-service_attack">DDOS</a></span></span>. 	The communication system matrix was conceived as the promise of an 	high level of anonymity a<span style="color: #000000">nd 	security in transmitting data, in order not to expose to danger the</span></li>
<li><strong>sources</strong>, 	which – we can but speculate – ar<span style="color: #000000">e 	at work on different levels of t</span>he 	sphere of US administration.</li>
<li>A 	<strong>managing board</strong> who carries out duties of capital importance, among which the 	modalities and the release schedules of the leaks and a careful 	creaming off of<span style="font-family: Times New Roman,serif"> contributors</span> (this measure being essential in 	order to avoid hostile infiltrations).</li>
<li><strong>The</strong><strong> financial support provided by several organizations</strong>: 	a<span style="color: #000000">mong whom,</span> the Wau Holland (a charismatic and recently gone figure of the Chaos 	Computer Club) Foundation, a long-standing hacker organization, 	devoted since the 80&#8242;s to a manifesto that<span style="color: #000000"> identified </span>in the<span style="color: #000000"> disclosure of information a s</span><span style="color: #000000">trategy 	to follow). This foundation, taking advantage of the German law 	(which allows to not reveal the donors&#8217; names) settled itself as a 	secure funding system.</span></li>
<li><span style="color: #000000">The 	creation of a very well devised </span><strong><span style="color: #000000">hype, </span></strong><strong><span style="color: #000000">thanks </span></strong><span style="color: #000000">both</span><strong><span style="color: #000000"> to </span></strong><span style="color: #000000">statements</span><strong><span style="color: #000000"> </span></strong><span style="color: #000000">of</span><strong><span style="color: #000000"> </span></strong><span style="color: #000000">highly 	symbolic value</span><strong><span style="color: #000000"> and </span></strong><span style="color: #000000">to</span><strong><span style="color: #000000"> a leaks&#8217; </span></strong><span style="color: #000000">disclosure 	which has been doled out: so far, </span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">the 	result has been that of maintaining </span></span>at 	its highest levels the attention of the long tails 	in the web an<span style="color: #000000">d of 	t</span>he global media.</li>
<li>The 	<strong>relation with some o</strong><strong><span style="color: #000000">f 	the </span></strong><span style="color: #000000"><strong>major</strong></span><strong><span style="color: #000000"> global information media</span></strong><span style="color: #000000">, 	whose role is not “just” to spread the leaks, but literally to 	INFORM THEM (that is, give them a form), thanks to the work of 	analysts able to set them in place historically and politically, and 	to select with accuracy which news to promote and to which ones to 	give bigger relevance. Otherwise, who among the “netizens” would 	have time, skills, knowledge and resources to peer at that huge 	quantity of raw leaked data? It happened with the Iraqi and Afghan 	war diaries. It happens even more with the diplomatic communications 	- as even Sergio Romano stated on the Corriere della Sera &#8211; because 	they ar</span>e the pro<span style="color: #000000">duct 	of a complex code, to be interpreted with the right linguistic and 	political coordinates. </span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">And 	it will be even more true at the time of the disclosure of the 	financial world dat</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">a.</span></span><span style="color: #000000"> It can look like a provocation but, from this point of view, WL is 	not providing information at all: it</span><span style="color: #000000"> organizes some database according to chronological or geographical 	criteria. But not political ones. Moreover, the relation with some 	of the big traditional media assumes another meaning: when on Sunday 	28th of November, shortly before the cables&#8217; pu</span>blication, 	the WL network came under attack, <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">a 	t</a><a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">weet</a></span></span><span style="color: #000000"> </span>confirmed what many did ex<span style="color: #000000">pect: 	«</span><em><span style="color: #000000">El 	Pais, Le Monde, </span></em><span style="color: #000000"><em>Spie</em></span><span style="color: #000000"><em>gel</em></span><em><span style="color: #000000">, 	Guardian &amp; NYT will publish many US embassy cables tonight, even 	if WikiLeaks goes down</span></em><span style="color: #000000">». </span></li>
<li><span style="color: #000000">Lastly 	and by necessity WL is also the </span><strong><span style="color: #000000">thousands </span></strong><span style="color: #000000"><strong>of</strong></span><strong><span style="color: #000000"> websites</span></strong><span style="color: #000000"> which voluntarily decided to mirror it (that is, to publish</span><span style="color: #000000"><strong> </strong></span><span style="color: #000000">a 	backup of the cable archives</span><span style="color: #000000"> and to </span><span style="color: #000000">constantly</span><span style="color: #000000"> update </span><span style="color: #000000">it</span><span style="color: #000000">) 	after the attacks suffered in the previous days. </span></li>
</ol>
<p><span style="color: #000000">Yet, if we try to catch an overview of these early considerations (</span>we could<span style="color: #000000"> add others on the joints of WL in the social networks) we easily realize that </span><span style="color: #000000">WL turns the tables and unsettles the traditional </span><span style="color: #000000">verticality</span><span style="color: #000000"> of many informative national and international </span><span style="color: #000000">media</span><span style="color: #000000"> systems, producing a network </span><span style="color: #000000">which</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">splits them</span><span style="color: #000000"> across. A fluid and efficient network </span><span style="color: #000000">in which</span><span style="color: #000000">, neve</span><span style="color: #000000">rtheless, </span><span style="color: #000000">nodes of different importance </span><span style="color: #000000">do unquestionably exist: for example, the mirroring activity </span><span style="color: #000000">mentioned </span><span style="color: #000000">before is subje</span>ct to the release made by the central node.</p>
<p>In the same way, as reported by the journalist Farhad Manjoo, in WL lives a necessary contradiction: its mission, also symbolized by the slogan shown on its <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://twitter.com/wikileaks/">twitte</a><a href="https://twitter.com/wikileaks/">r profile</a></span></span> account (“<em>We open governments</em>”<span style="color: #000000">), is </span><span style="color: #000000">to</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">achieve</span><span style="color: #000000"> an absolute transparence through an organizational modality which takes into account a necessary level of secrecy. We are not playing the search for the oxymoron; we </span><span style="color: #000000">are</span><span style="color: #000000"> simply restrain</span><span style="color: #000000">ing</span><span style="color: #000000"> ourselves to notice that the anonymity of the sources doesn&#8217;t allow to understand which goals animate them. Goals which &#8211; it has to be said &#8211; could not match  those of Assange &amp; co. And this is not an easily overlookable issue (also because of other critical points, which we will </span><span style="color: #000000">examine</span><span style="color: #000000"> later).</span></p>
<p>Therefore, we are also facing a new form of media network. A new way of developing distributed journalism, but not a P2P one. WL disintermediates the traditional information flow and moves on to immediately recreate new levels of intermediation with several cores.</p>
<h2><strong>The </strong><strong>front lines of the netwar</strong></h2>
<p>There are many aspects still to be looked at. The scorched earth <span style="font-family: Times New Roman,serif">that has been created around WL this week</span> has materially represented a preview of the tensions that since quite some time are building up around the strategical node of the web global governance.</p>
<p><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.cnas.org/node/4695"><span style="font-family: Times New Roman,serif">We know</span></a></span></span> that the planning of US military strategy nowadays identifies among its fundamental grounds the claim of US military superiority in providing a securing of the web for ensuring itself a “free access” to cyberspace, identified as a global common.</p>
<p>Therefore, if the WL issue did show the difficulties of the US government in the management of this global common, at the same time it emphasized how the planning on this issue is in an advanced phase of elaboration and implementation.</p>
<p lang="en-US"><span style="text-decoration: underline">Which parts of the WL network were successfully hit?</span></p>
<ol>
<li>Its 	ability to receive funding 	<span style="color: #000000">was </span><span style="color: #000000">put</span><span style="color: #000000"> in check by </span><span style="color: #000000">the 	freezing of Assange&#8217;s Swiss bank accounts, by halting Mastercard and 	VISA payments and fina</span>lly by 	suspending the Paypal account. This very last company, after 	initially claiming that WL was breaking the website&#8217;s policy had to 	admit that the canceling of the Wikileaks account was <span style="font-family: Times New Roman,serif">due 	to US State Department pressure.</span></li>
<li>The 	suspension of the hosting service by 	Amazon, that took place by the stimulus of an old acquaintance: the 	senator Joseph Lieberman, author of the <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">Internet 	Kill Switch</span></span> bill.</li>
<li>The removal of the DNS 	domain wikileaks.org (now replaced by the domain wikileaks.ch). 	Surely it is not the first time that a DNS domain is <span style="color: #000000">shut 	down</span>, but it is uncommon for this 	to happen completely outside any agreement or law protocol, by means 	of an unilateral US  impulse.</li>
</ol>
<p>This last feature above all very closely recalls the contents of the COICA law proposal, unanimously approved by the US senate Judiciary Committee, on which a few words are to be said. Celebrated by RIAA and MPAA, if approved the Combating Online Infringement and Counterfeits Act will be introducing processes of regulation of the web which could alter its features. Which are its guidelines?</p>
<p>a) The US Department of Just<span style="color: #000000">ice is entrusted</span><span style="color: #000000"> with the</span><span style="color: #000000"> fight against “filesharing”: it will </span><span style="color: #000000">be able to</span><span style="color: #000000"> prosecute any website that soils itself with copyright </span><span style="color: #000000">infringement</span><span style="color: #000000">.</span></p>
<p><span style="color: #000000">b) by requesting various federal courts to issue an </span><span style="color: #000000">injunction</span><span style="color: #000000"> agains</span>t a website, the DOJ would be able to shut down a domain. But what it may be as innovative as worrisome in this legislative proposal is what <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">Torrentfrea</a><a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">k points out</a></span></span>:<br />
«<em>If the courts then decide that a site is indeed promoting copyright infringement, the DOJ can order the domain registrar to take the domain offline. The bill is not limited to domestics offenders, but also allows the DOJ to target foreign domain owners.</em>»</p>
<p lang="en-US">And continues:</p>
<p>«<em>Aside from classic ‘pirate’ websites, the bill also conveniently provides an effective backdoor to take the whistle-blower site Wikileaks offline, or its domain at least. After all, Wikileaks has posted thousands of files that are owned by the United States</em>»</p>
<p>The “censorship” of such sites will be based on blacklists comple<span style="color: #000000">tely </span><span style="color: #000000">written</span><span style="color: #000000"> by the U</span>S government. No need to linger on the arbitrariness which will define them.</p>
<p>The coming into force and an effective implementation of such a legislative bill would have unprecedented consequences: the US government could acquire a totally unconventional role, stepping on to carry out duties exclusively performed by the ICANN (yet thoroughly criticized in the last 15 years for its de facto US-led management) until now. A legislative bill <span style="font-family: Times New Roman,serif">holding the US as self-appointed plumbers</span> of the internet network, opening and closing the taps of information with the aim of directing its flow.</p>
<p>Something right now unacceptable for other state and regional players (it&#8217;s not a coincidence that the latest warning of the British The Economist goes: <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.economist.com/node/17677820">“</a><a href="http://www.economist.com/node/17677820">don&#8217;t create a digital </a><a href="http://www.economist.com/node/17677820">Afghanistan”</a></span></span>). <span style="font-family: Times New Roman,serif">Something that may in turn signify the creation of new and separate systems of dominion in other macro-spaces on the planet, </span>producing a fragmentation of one of the main frames of the global network (which would cease to exist as such). About this issue <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">EF</a><a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">F itself</a></span></span> stressed that</p>
<p>«<em>To recap, COICA gives the government dramatic new copyright enforcement powers, in particular the ability to make entire websites disappear from the Internet if infringement, or even links to infringement, are deemed to be “central” to the purpose of the site</em>».</p>
<p lang="en-US">And adds:</p>
<p>«<em>If the United States government begins to use its control of critical DNS infrastructure to police alleged copyright infringement, it is very likely that a large percentage of the Internet will shift to alternative DNS mechanisms that are located outside the US</em>»</p>
<p>Therefore, far from being rash and neurotic, the US reaction has clear continuity lines in regard to the sedimentation of a stance towards the web with roots sinking in a past time ground.<br />
<strong>Given the consonances between what is accounted for by the COICA and the infowar unleashed in the last few days, it looks pretty legitimate to us to ask whether the WL issue could also represent an accelerator for these processes of break-up and militarization of the web. </strong></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Times New Roman,serif">Which could be the presumed next moves made against WL? </span></p>
<p>A. di Corinto <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">claims</span></span> that «<em>the next step will likely be that of preventing indexation in the search engines of the WL-related web resources</em>» (<span style="font-family: Times New Roman,serif">one has to ask</span>: will Google and Baidu take the same measures?) and, we might add, it has to be understood what move Facebook and Twitter will make who, even if not confirming the hypothesis of excluding WL from their platforms, neither denied it (while instead they did <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">readily cancel</span></span> accounts and web pages belonging to the organizations that had led in these hours the attacks against the enemies of WL instead).</p>
<p lang="en-US">Finally, two other remarks.</p>
<p><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207">An essay by</a></span></span><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207"> Mark Pesce</a></span></span> traces a parallel between WL&#8217;s possible evolution and the filesharing systems. What we imagine to be a good omen actually spots another possible vulnerability of WL, perhaps even deadlier than the DDOS attacks that are hitting it. Assange&#8217;s organization bases its reputational capital on the reliability and the truthfulness of the information it releases. In this way it creates an aura of trust around itself, on which the fluid links which it is able to interweave and its society-building action are based. A dynamic very close to that of the big social networks or of the P2P systems. By which means the distribution of copyrighted contents on the filesharing networks was fought? By putting false or forged material up there. Since WL&#8217;s sources are anonymous and therefore each single document has to be verified in its authenticity, it has to be asked if a flooding of well-made forgeries sent to WL (we refer to this specific category because Assange himself pointed out that there are hundreds of people sending material to WL) could not somewhat flood the publication mechanism or bypass the control mechanism, leading to the publication and distribution of unauthentic documents: <span style="text-decoration: underline">the trust which WL </span><span style="text-decoration: underline">did create around itself right now would be broken.</span></p>
<p lang="en-US">&nbsp;</p>
<p>But the front of the cyberwar features, in turn, plays of light and darkness and has many participants: a cross-party reaction of users and hacker communities (even very different among themselves) brought a counterattack against the financial brokering services Mastercard and Visa, preventing access to them. <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">Ap</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">plica</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">t</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">io</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">ns</a></span></span> and <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://213.163.66.134/wikileaks/flood.html">web pages</a></span></span> were released, thanks to which anyone was able to participate in the attack against the networks that hampered WL&#8217;s activity.  Moreover, Peter Sunde revived (by no coincidence closely to the wikileaks.org domain blackout) the proposal to create a <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">distributed DNS system</span></span>, able to resist the meddling of governments and militaries. A proposal that in turn, after the events of these days, could be seriously taken into account by many people, and that would mark the nth break-up of one of the fundamental infrastructures running the web.</p>
<h2><strong>Technological totems and the taboo of the networked conflict</strong></h2>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif">The WL effects don&#8217;t </span><span style="font-family: Times New Roman,serif">end here, but play a devastating role on the ideological ground marking, in our opinion, the end of various web theories, that with this event reach their zenith, yet at the same time touching a ceiling of irreversible contradictions</span>. Another paradox to be added to the list.</p>
<p><strong>First</strong>. Let&#8217;s try to imagine the WL issue from a reversed point of view.<br />
Assange is a Chinese dissident which exposes classified documents to the world, reason for which he is arrested and imprisoned. Along the usual lectures on the internet as a democracy-exporting tool comes the peace Nobel prize nomination within 2 days, plus a silent sense of gratitude for providing tools and information through which the international projection of the Chinese image u<span style="font-family: Times New Roman,serif">ndergoes a reframing and weakening</span> in terms of public opinion.<br />
It is an absolutely symmetrical perspective to the one which is unfolding in these hours.</p>
<p>And we cannot deny to enjoy a subt<span style="color: #000000">le pleasure in noticing how some pseudo-intellectual </span><span style="color: #000000">bloggers</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">who</span><span style="color: #000000"> are filling their mouths </span><span style="color: #000000">by now </span><span style="color: #000000">wit</span>h buzzwords <span style="color: #000000">and slogans</span> after <span style="color: #000000">celebrating for years th</span><span style="color: #000000">e </span><span style="color: #000000">figures </span><span style="color: #000000">of A</span><span style="color: #000000">nna Politkovskaja and Yoani Sanchez, can proudly include Vladimir Putin as well in the ranks of the democratic fighters for “freedom of speech”, while on the other side of the barricade stands Barack Obama, the man for </span><span style="color: #000000">whom</span><span style="color: #000000"> the internet was </span><span style="color: #000000"><em>one of</em></span><span style="color: #000000"> the main driving forces in the run for the White House.</span><span style="color: #000000"> Thanks to this, but not only, he could set up the broadest political marketing operation ever seen,</span><span style="color: #000000"> mobilize the social movements, start a copious fund raising </span><span style="color: #000000">and </span><span style="color: #000000">bring back to the ballot box ample groups</span><span style="color: #000000"> of population in such a </span><span style="color: #000000">difficult context as the US&#8217; one;</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">plus</span><span style="color: #000000">, al</span>so and above all, he did impress in the collective imaginary the brand of the network and of the open government as something symbiotic to a change that did never came true.</p>
<p><strong>Second</strong>. The stance of Amazon and of the other big US transnational corporations in the effort of <span style="color: #000000">clogging</span><span style="color: #000000"> WL</span>&#8216;s network and its branches is a blow from which the prophets of the techno-determinist and neo-positivist optimism will hardly recover. The typically liberal paradigm adopted for years by such people as Negroponte<span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">gets smashed as a result</span><span style="color: #000000">: suc</span>h points as &lt;&lt;<em>The </em><em><em>combined forces of technology and human nature will</em></em><em> ultimately be more effective means in reaching the goal of </em><em><em>plurality than</em></em><em> any </em><em><em>law Congress</em></em><em> can invent</em>&gt;&gt;, the call to a diffusion of democratic principles through the development of electronic telecommunications and the consumption of hi-tech products, or the overriding of censorship through the “beneficial power” of the global communication channel may  finally sink into oblivion, with the definitive demonstration that digital technology isn&#8217;t at all a &lt;&lt;<em>natural force</em><em> bringing </em><em><em>people</em></em><em> towards </em><em><em>greater</em></em><em> world </em><em><em>ha</em></em><em>rmony</em>&gt;&gt;.</p>
<p><strong>Third</strong>. The neo-enlightenmentist dream of Rosseauian legacy of a democracy of individuals that comes into existence in the folds of an anarchical infrastructure dies miserably at the same time as it is reaching one of its great goals: the transparence of power towards the social. The blanket is too short: if it is pulled from one side, it leaves the other uncovered and the individuals, once again, end up being rotating particles around intermedial frames (those of the news and politics) that determine them.</p>
<p><strong>Fourth</strong>. <span style="font-family: Times New Roman,serif">That a call for a serious reflection on th</span><span style="font-family: Times New Roman,serif">e concept of the common </span><span style="font-family: Times New Roman,serif">good applied to the internet is of greater and greater urgency is out of discussion.</span> In such a background as the one which is taking shape in these days, that concept cannot be given neither as fundamental right, nor as something already present in the material relations that shape the internet. Simply, it can be imagined as a conflictual ground. <span style="font-family: Times New Roman,serif">And acted upon as such.</span></p>
<h2><span style="color: #000000">Working on</span> the fractures</h2>
<p>Lots of people on those days uncorked champagne to celebrate the end of the “old world” without realizing that, inside of the upheavals produced by WL, full-fledged members of that club are acting, and that in turn they will do an absolutely conventional – but nonetheless effective  –  use of the leaks, in terms of national and international public opinion manipulation. Besides the already mentioned Putin, we mustn&#8217;t forget Netanyahu, which thanked WL hat in hands (and also performing a nice bow with a pirouette) for its disclosures on Ir<span style="color: #000000">an: another piece in the construction of the political frame which legitimates Israeli </span><span style="color: #000000">aggressiveness</span><span style="color: #000000"> in </span>Middle East.</p>
<p>What does this mean? <span style="color: #000000">It means that the fractures produced by WL aren&#8217;t one-sided at all, as many commentators would like them to be, but that they must be imagined, organized, readdressed in frames </span><span style="color: #000000">according to a grassroots and partisan point of view and used in the making of subjectivities.</span></p>
<p>Let&#8217;s make a counter-example: which effects on a global scale would had sorted a critical re-appropriation of sense through the contextualization of hypothetical, 2003-published “Iraqi War Logs” at the peak of the “No War” mobilizations by the movements&#8217; media, coming along with an appropriate tactical stance in the streets? Their pressure on the anesthetized journalism of the Bush era, and on the authorities themselves would have been unbearable.</p>
<p lang="en-US">Break and continuity, fractures and fragmentations, old and new players: a white-hot crucible of contradictions that cannot be avoided. Even if the picture of an old order is shattered or it gets chipped, the shards which fall on the ground will not immediately establish a new one. It&#8217;s up to us pick them up before someone else does. This, or the WL metonymy could take yet another meaning. That of a new spectacular global format to be watched beyond the screen of your LCD TV set or netbook. And little changes if you retweet info or do participate in the televoting: Julian Assange is hosting, while Earth&#8217;s powers are at each other&#8217;s throat.</p>
<p lang="en-US">&nbsp;</p>
<p lang="en-US">(Translated by InfoFreeFlow Crew &#8211; thanks to Kemal Kamel and Lilix for their help and support;)</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/">Wikileaks &#8211; fragments of global disorder</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Wikileaks: frammenti di disordine globale</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 14:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[English Translation Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell&#8217;egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense. La caduta del secondo muro del &#8217;900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (&#8220;openness&#8221;) e perestrojka (&#8220;change&#8221;) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l&#8217;ideologia democratica [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/" target="_blank">English Translation</a></p>
<p>Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell&#8217;egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-368" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>La caduta del secondo muro del &#8217;900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (&#8220;openness&#8221;) e perestrojka (&#8220;change&#8221;) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l&#8217;ideologia democratica ha subito una degenerazione. L&#8217;imperativo è la riforma del sistema, l&#8217;overstretching planetario degli Stati Uniti segna il passo dall&#8217;Iraq all&#8217;America Latina, l&#8217;esecutivo è debole e sotto tutela da parte di chi ambisce ad una risoluzione reazionaria, integralista ed autenticamente &#8220;statunitense&#8221; della crisi ideologica.</p>
<p>E dentro a questo scenario già complesso di suo comincia ad aggirarsi uno spettro che bisbiglia nelle orecchie di chi lo incontra: «Le informazioni in rivolta scriveranno la storia».</p>
<p>Spettro ci sembra il termine più adatto per descrivere la figura di Assange, sia per i suoi connotati fisici sia per l&#8217;evanescenza con cui è riuscito per diverso tempo a farla franca da polizie e servizi segreti di tutto il mondo.</p>
<p>Eppure la vicenda di WL (Wikileaks), di cui ancora molti capitoli dovranno essere scritti, produce ricadute estremamente concrete, tali da determinare fratture profonde nei reticoli tradizionali del sistema informativo globale, attraversati in questi giorni da movimenti di disaggregazione, scomposizione e riaggregazione. Fratture che rappresentano un punto di non ritorno, espandendosi a <em>trecentosessanta gradi</em> e non a <em>senso unico</em>.<span id="more-369"></span></p>
<h2><strong>Medium is the message</strong></h2>
<p>Spazziamo il campo dagli equivoci. Queste frammentazioni hanno poco o nulla a che fare con i contenuti rivelati dalle comunicazioni trafugate dalle ambasciate statunitensi sparse per il pianeta. Larga parte delle novità di cui l&#8217;ultima release di WL ha reso partecipi milioni di persone sono dettagli non sostanziali (e noti tra gli addetti ai lavori) sull&#8217;inclinazione e la traiettoria della politica estera di Washington.</p>
<p>Che la politica energetica italiana sia un boccone amaro per gli Stati Uniti, e che anche in questo senso vada letto l&#8217;avvicinamento di Roma prima alla Russia e poi alla Libia, non è una novità per nessuno dai tempi della conflittualità innescatasi tra lo zar Putin ed i governanti ucraini. Né sono casuali gli interessi ENI nella costruzione del gasdotto South Stream.</p>
<p>Che l&#8217;abbraccio tra Europa ed i cugini d&#8217;oltre oceano sia diventato più tiepido e formale negli ultimi anni e che anzi, il dispiegamento dei processi di integrazione europea, col venir meno della loro funzione anti-sovietica, rappresenti un cruccio per le amministrazioni americane succedutesi dal 1989, è un dato rintracciabile in qualsiasi manuale di storia delle relazioni internazionali di livello anche solo sufficiente.</p>
<p>Che gli attacchi contro Google di qualche mese avessero la loro origine nelle più alte sfere del governo cinese, ce lo testimoniava l&#8217;obbiettivo contro cui erano stati sferrati, la loro frequenza, la loro portata, la loro riuscita e più in generale il contesto internazionale in cui andavano a collocarsi. Non solo perché, da diverso tempo ormai, la cybersfera sta diventando luogo di scontro privilegiato nella dialettica tra grandi potenze, assumendo un peso sempre maggiore nelle voci dei bilanci della difesa statali, ma anche perché va delineandosi in modo sempre più marcato una situazione di antagonismo tra i due maggiori competitors globali, tale da rendere impensabile la presenza di un attore come Big G nel giardino di casa di Pechino.</p>
<p>WL va però osservata  con lenti più ambivalenti (necessarie per cominciare a comprendere il fenomeno in tutta la sua complessità), tralasciando prospettive spocchiosamente soggettive e specialistiche, senza dimenticare (pur mantenendo i debiti punti interrogativi) che per milioni di persone la veste dell&#8217;ufficialità oggi che avvolge fatti fino a ieri solo notori rappresenta uno scarto notevole.</p>
<p>Così come rappresenta uno scarto (tanto più per l&#8217;era digitale) il fatto che il baricentro della trasparenza (che Internet ha spostato da diversi anni in modo completamente asimmetrico a favore di chi governa la politica e l&#8217;economia globale) si sia spinto sin sulla soglia del<em> sancta sanctorum</em> delle ambasciate statunitensi: un pentolone scoperchiato, che scardinando una delle caratteristiche peculiari della comunicazione diplomatica, rappresenta una pericolosa anomalia.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Ma tali scarti sono appunto ambivalenti: il significato che potranno assumere non è definito aprioristicamente ma è una partita tutta da giocare. La palla da biliardo è stata tirata in mezzo alle altre: anche la otto nera può finire in buca.</span></p>
<p>Prima di tutto: cosa è WL?</p>
<p>Con questo termine ormai non si può più intendere solo l&#8217;omonima organizzazione diretta da Julian Assange ma si deve far riferimento ad una metonimia, un concetto che ne articola altri interdipendenti tra di loro su diversi livelli. In termini mediali la risultante è un oggetto ibrido, una miscela esplosiva, frutto di un sapiente dosaggio tra ingredienti diversi: vecchi e nuovi media, orizzontalità P2P e rigida verticalità, opacità e trasparenza.</p>
<p>Essa si compone di:</p>
<ol>
<li>Una<strong> struttura tecnologicamente avanzata</strong> che in questi giorni ha avuto la capacità di resistere ad attacchi su larga scala, operati principalmente (ma non solo) tramite <a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Denial-of-service_attack">DDOS</a>. La matrice del sistema di comunicazione è immaginata per garantire un alto livello anonimato e di sicurezza nella trasmissione dei dati al fine di non mettere in pericolo le</li>
<li><strong>fonti</strong>, le quali, possiamo solo ipotizzare, sono collocate in diversi livelli della sfera dell&#8217;amministrazione statunitense.</li>
<li>Un <strong>vertice direzionale</strong> che svolge compiti di capitale importanza fra cui le modalità ed i tempi di rilascio dei leaks ed un&#8217;attenta scrematura nella scelta dei collaboratori (misura questa essenziale per evitare infiltrazioni ostili).</li>
<li>Il<strong> sostegno fornito a livello finanziario da diverse organizzazioni</strong>: fra queste la fondazione Wau Holland (figura carismatica e recentemente scomparsa del Chaos Computer Club, un&#8217;organizzazione hacker storica, votata dagli anni &#8217;80 ad un&#8217;impostazione politica che individua nella liberazione dell&#8217;informazione una traiettoria strategica da seguire) la quale sfruttando la legislazione tedesca (che permette di non rivelare il nome di coloro che fanno donazioni) si costituisce come canale di finanziamento sicuro.</li>
<li>La creazione di un <strong>hype</strong> molto ben elaborato sia grazie a dichiarazioni dalla forte valenza simbolica sia grazie ad una disclosure dei leaks fatta col contagocce: il risultato fino a questo momento è stato quello di aver tenuta altissima l&#8217;attenzione delle code lunghe in rete e dei media globali.</li>
<li>Il <strong>rapporto con alcuni dei maggiori organi di informazione globale</strong>, che non svolgono &#8220;solo&#8221; una funzione di diffusione dei leaks, ma letteralmente li INFORMANO (cioè danno una forma) grazie all&#8217;opera di analisti in grado collocarli storicamente e politicamente e di scegliere con accuratezza quali notizie far emergere e a quali dare maggior rilievo. Altrimenti, chi fra il &#8220;popolo della rete&#8221; avrebbe il tempo, le capacità, le conoscenze e le risorse per scrutare nell&#8217;enorme massa di dati grezzi trafugati? È stato così per i diari di guerra iracheni ed afghani. Lo è a maggior ragione per le comunicazioni di tipo diplomatico che, come ha affermato anche Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono il prodotto di un codice complesso, da interpretare con le giuste coordinate linguistiche e politiche. E lo sarà ancora di più al momento della disclosure dei dati sul mondo della finanza. <span style="text-decoration: underline">Può sembrare una provocazione ma, da questo punto di vista, WL non fa neppure informazione</span>: organizza dei database secondo criteri cronologici o geografici. Ma non politici. Inoltre  il rapporto con alcuni dei grandi media tradizionali riveste un altro significato: quando domenica 28 novembre, poco prima della pubblicazione dei cable, il network di WL è stato posto sotto attacco, <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">un tweet</a> ha confermato ciò che molti si aspettavano : «<em>El Pais, Le Monde, Speigel, Guardian &amp; NYT will publish many US embassy cables tonight, even if WikiLeaks goes down</em>».</li>
<li>Infine WL è per necessità anche le <strong>migliaia di siti</strong> che volontariamente hanno deciso di mirrorarla (ovvero di rendere pubblica ed in continuo aggiornamento una copia degli archivi di cable) dopo gli attacchi subiti nei giorni scorsi.</li>
</ol>
<p>Se già proviamo a gettare uno sguardo d&#8217;insieme su queste prime considerazioni (potremmo aggiungerne altre sulle articolazioni di WL nei social network) ci rendiamo facilmente conto che <span style="text-decoration: underline">WL sparigli le carte e scompagini la verticalità tradizionale di molti sistemi informativi mediatici nazionali ed internazionali, producendo un network che li taglia trasversalmente</span>. Una rete fluida ed efficiente all&#8217;interno della quale esistono però indiscutibilmente nodi dal maggior peso specifico:per esempio l&#8217;attività dei mirror a cui prima facevamo riferimento è subordinata alle release che vengono fatte dal nodo centrale.</p>
<p>Allo stesso modo, come segnalato dal giornalista Farhad Manjoo, vive in WL una contraddizione necessaria: la sua mission, simboleggiata anche dallo slogan che campeggia sull&#8217;account del <a href="https://twitter.com/wikileaks/">profilo twitter</a> (“<em>We open governements</em>”), è quello di ottenere un&#8217;assoluta trasparenza attraverso una modalità organizzativa che prevede un livello indispensabile di segretezza. Non stiamo giocando a cercare l&#8217;ossimoro, ma semplicemente ci limitiamo a constatare che l&#8217;anonimato delle fonti non permette di comprendere quali siano le finalità che le animano. Finalità che non è detto si sovrappongano con quelle di Assange &amp; co. E questo non è un problema facilmente ignorabile (anche per altre criticità che vedremo più avanti).<br />
<span style="text-decoration: underline"><br />
Dunque siamo di fronte anche ad una nuova forma di network mediatico. Un nuovo modo di fare giornalismo distribuito, ma non P2P. WL disintermedia il flusso di informazioni tradizionale per andare a ricreare immediatamente nuovi livelli di intermediazione con diversi centri</span>.</p>
<h2><strong>I fronti caldi della guerra in rete</strong></h2>
<p>Ci sono altri aspetti ancora da considerare. La terra bruciata che è stata fatta attorno a WL in questa settimana ha materialmente rappresentato un&#8217;anteprima delle tensioni che da diverso tempo si stanno accumulando attorno al nodo strategico della governance globale della rete.</p>
<p><a href="http://www.cnas.org/node/4695">Sappiamo</a> che la programmazione della strategia militare statunitense individua oggi tra i suoi diversi terreni fondamentali la rivendicazione della superiorità militare USA nel provvedere alla messa in sicurezza della rete per garantirsi un &#8220;libero accesso&#8221;  al cyberspazio, individuato come global common.</p>
<p>Ebbene, se la vicenda di WL ha segnato i limiti dell&#8217;amministrazione statunitense nella gestione di questo global common allo stesso tempo ha messo in rilievo come la progettualità messa in cantiere su questo versante sia in fase avanzata di elaborazione ed attuazione.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Quali segmenti del network WL sono stati colpiti con successo?</span></p>
<ol>
<li>La sua capacità di ricevere finanziamenti è stata messa sotto scacco dal congelamento dei conti svizzeri di Assange, dalla sospensione dei pagamenti Mastercard e Visa ed infine dalla sospensione dell&#8217;account Paypal. Proprio quest&#8217;ultima azienda dopo aver inizialmente sostenuto che WL stava violando la policy del sito è stata costretta ad ammettere che la rimozione dell&#8217;account di WL è derivata dalle pressioni del dipartimento di Stato USA.</li>
<li>La cessazione del servizio di hosting da parte di Amazon, avvenuta su impulso di una vecchia conoscenza: il senatore Jospeh Lieberman autore della proposta di legge <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/06/30/switch-off-the-internet-wtf/">Internet Kill Switch</a>.</li>
<li>La rimozione del dominio DNS wikileaks.org (attualmente sostituito dal dominio wikileaks.ch). Certo non è la prima volta che un dominio DNS viene oscurato ma è singolare il fatto che questo sia avvenuto completamente al di fuori di qualsiasi accordo o protocollo giuridico, su un unilaterale impulso statunitense.</li>
</ol>
<p>Quest&#8217;ultimo aspetto in particolare ricorda molto da vicino il contenuto della proposta di legge COICA, approvata all&#8217;unanimità dalla commissione giudiziaria del Senato USA, su cui vale la pena di spendere due parole. Celebrato da RIAA ed MPAA, se approvato il Combating Online Infringement and Counterfeits Act introdurrà meccanismi di regolazione della rete che potrebbero mutarne i connotati. Quali sono le sue linee guida?</p>
<div>a) Al dipartimento della giustizia statunitense viene affidata la lotta contro il &#8220;filesharing&#8221;: esso avrà la possibilità di perseguire qualsiasi sito web che si macchi della violazione del copyright.&nbsp;</p>
<p>b)attraverso la richiesta a diverse corti federali di emettere un&#8217;ingiunzione nei confronti di un sito web, il DOJ avrebbe la possibilità di oscurare un dominio. Ciò che però risulta essere tanto innovativo quanto preoccupante in questo disegno di legge è quanto <a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">segnalato da Torrentfreak</a>:<br />
«<em>If the courts then decide that a site is indeed promoting copyright infringement, the DOJ can order the domain registrar to take the domain offline. The bill is not limited to domestics offenders, but also allows the DOJ to target foreign domain owners.</em>»</p>
<p>E prosegue:<br />
«<em>Aside from classic ‘pirate’ websites, the bill also conveniently provides an effective backdoor to take the whistleblower site Wikileaks offline, or its domain at least. After all, Wikileaks has posted thousands of files that are owned by the United States</em>»</p>
</div>
<p>La &#8220;censura&#8221; di tali siti si baserà su blacklist completamente stilate dal governo USA. Inutile soffermarsi sull&#8217;arbitrarietà che le caratterizzerà.</p>
<p>L&#8217;entrata in vigore ed un&#8217;effettiva attuazione di tale disegno legislativo avrebbero conseguenze senza precedenti: il governo statunitense potrebbe assumere un ruolo del tutto inedito, andando a svolgere una funzione che fino a questo momento era stata esercitata esclusivamente dall&#8217;ICANN (già abbondantemente criticato durante gli ultimi 15 anni per la sua gestione di fatto in mano agli USA).<span style="text-decoration: underline"> Una proposta di legge con cui gli Usa si autocandidano al ruolo di idraulici della rete internet nell&#8217;aprire e chiudere i rubinetti dell&#8217;informazione con l&#8217;obbiettivo di orientarne il flusso</span>. Qualcosa di inaccettabile in questo momento per altri attori statuali e regionali (non a caso il monito dell&#8217;ultim&#8217;ora del britannico The Economist è: <a href="http://www.economist.com/node/17677820">&#8220;non creare un Afghanistan digitale&#8221;</a>). Qualcosa che potrebbe voler significare a sua volta la creazione per altre macro-aree del pianeta di nuovi e separati sistemi di dominio, producendo una frammentazione di una delle infrastrutture principali della rete globale (che smetterebbe di essere tale). <a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">La stessa EFF</a> in merito alla questione ha sottolineato che</p>
<p>«<em>To recap, COICA gives the government dramatic new copyright enforcement powers, in particular the ability to make entire websites disappear from the Internet if infringement, or even links to infringement, are deemed to be “central” to the purpose of the site</em>».</p>
<p>E aggiunge:</p>
<p>«<em>If the United States government begins to use its control of critical DNS infrastructure to police alleged copyright infringement, it is very likely that a large percentage of the Internet will shift to alternative DNS mechanisms that are located outside the US</em>»</p>
<p>La reazione statunitense è stata tutt&#8217;altro che inconsulta e nevrotica dunque, ma trova chiare linee di continuità rispetto a quella che è stata la sedimentazione di un atteggiamento verso la rete con radici che affondano in un terreno temporale non recente.<br />
<span style="text-decoration: underline">Date le consonanze tra quanto prevede il COICA e l&#8217;infoguerra scatenatasi negli ultimi giorni, ci sembra più che lecito domandarsi se la vicenda di WL non possa rappresentare anche un <strong>acceleratore</strong> per questi processi di frazionamento e militarizzazione della rete.</span></p>
<p>Quali potrebbero essere le prossime mosse ipotizzabili contro WL?</p>
<p>A. di Corinto <a href="http://lists.autistici.org/message/20101206.233103.7f47c829.en.html">afferma</a> che «<em>il prossimo passo sarà probabilmente quello di impedire l&#8217;indicizzazione nei motori di ricerca delle risorse web facenti capo a WL</em>» (viene da chiedersi: ma Google e Baidu prenderanno le stesse misure?) e, aggiungiamo noi, c&#8217;è da capire come si muoveranno Facebook e Twitter, che pur non confermando l&#8217;ipotesi di escludere WL dalle loro piattaforme non l&#8217;hanno nemmeno smentita (mentre invece hanno <a href="http://www.primaonline.it/2010/12/09/87057/wikileaks-facebook-e-twitter-contro-gli-hacker-anonymous/">prontamente cancellato</a> account e pagine delle organizzazioni che hanno condotto in queste ore gli attacchi contro gli avversari di WL).</p>
<p>Infine altre due considerazioni.</p>
<p>Il blog “Scambio Etico” ha pubblicato la traduzione di <a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207">un testo di Mark Pesce</a> dove si traccia un parallelo tra la possibile evoluzione di WL ed i sistemi di filesharing. Ciò che immaginiamo voglia essere un auspicio benaugurante individua però un&#8217;altra possibile vulnerabilità di WL, forse ancora più mortale degli attacchi Ddos che la stanno colpendo.<br />
L&#8217;organizzazione di Assange fonda il suo capitale reputazionale sull&#8217; attendibilità e la veridicità delle informazioni che rilascia. In questo modo crea attorno a se un&#8217;aura di fiducia su cui si basano i legami fluidi che riesce ad intessere ed il suo fare società. Una dinamica molto simile a quella di grandi social network o dei sistemi P2P.<br />
In che modo è stata combattuta la diffusione di contenuti coperti da proprietà intellettuale sulle reti di filesharing? Immettendovi materiale falso o contraffatto. Poiché le fonti di WL sono anonime e pertanto ogni singolo documento deve essere verificato nella sua autenticità, viene allora da chiedersi se un flooding di falsi ben costruiti inviati a WL (facciamo riferimento a questa categoria specifica perché lo stesso Assange ha affermato che sono centinaia le persone che inviano materiale a WL) non possa in qualche modo o ingolfare il meccanismo di pubblicazione o bypassare il meccanismo di verifica, portando ad una pubblicazione e ad una diffusione di documenti non autentici: <span style="text-decoration: underline">la fiducia che WL ha creato in questo momento attorno a se verrebbe spezzata</span>.</p>
<p>Ma il fronte della cyberwar presenta a sua volta giochi di luce e chiari/scuri e vede la partecipazione di numerosi attori: una reazione trasversale di utenti e comunità hacker (anche molto diverse tra di loro) ha portato un contrattacco ai servizi di intermediazione finanziaria Mastercard e Visa impedendone l&#8217;accesso. Sono state diffuse <a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">applicazioni</a> e <a href="http://213.163.66.134/wikileaks/flood.html">pagine web</a> grazie alle quali chiunque è in grado di partecipare all&#8217;attacco contro i network che hanno ostacolato l&#8217;attività di WL. Inoltre Peter Sunde ha rilanciato (non a caso a ridosso dell&#8217;oscuramento del dominio wikileaks.org) la proposta di dare vita ad un <a href="http://www.ossblog.it/post/7132/peter-sunde-un-sistema-dns-p2p">sistema DNS distribuito</a>, in grado di resistere alle ingerenze di governi e militari. Una proposta che a sua volta, dopo i fatti di questi giorni, potrebbe essere presa seriamente in considerazione da molti e che segnerebbe un ennesimo frazionamento di una delle strutture fondamentali che governano la rete.</p>
<h2><strong>Totem tecnologici e tabù del conflitto in rete</strong></h2>
<p>Gli effetti WL non si esauriscono qui ma giocano un ruolo devastante sul piano ideologico, segnando, a nostro modo di vedere, la fine di diverse teorie della rete, che, con questa vicenda hanno raggiunto il loro zenith toccando però allo stesso tempo un tetto di contraddizioni irreversibili. Un altro dei paradossi da aggiungere alla lista.</p>
<p><strong>Primo</strong>. Proviamo ad immaginare la vicenda di WL da una prospettiva ribaltata.<br />
Assange è un dissidente cinese che rivela al mondo documenti interni e che per questo motivo viene arrestato ed incarcerato. Alle consuete prolusioni su internet come strumento esportatore di democrazia si affianca la nomina a nobel per la pace in un tempo massimo di 2 giorni, a cui si aggiunge <span style="text-decoration: underline">un tacito senso di gratitudine per aver fornito strumenti ed informazioni attraverso cui rimodellare ed indebolire in termini di opinione pubblica la proiezione internazionale dell&#8217;immagine cinese</span>.<br />
È una prospettiva assolutamente simmetrica a ciò che accade in queste ore. E non possiamo negare di provare un sottile piacere nel constatare come i professorini da blog che si riempiono la bocca di paroloni come “disintermediazione della macchina del fango”, dopo aver incensato per anni le figure di Anna Politkovskaja e Yoani Sanchez, possono fieramente annoverare tra le fila dei combattenti democratici per la “libertà di espressione”  anche Vladimir Putin, mentre dall&#8217;altra parte della barricata sta Barack Obama, l&#8217;uomo per cui la rete era stata <em>uno dei</em> propulsori fondamentali nella corsa alla Casa Bianca. Non solo grazie a questa aveva messo in piedi la più vasta operazione di marketing politico mai vista fino a quel momento, non solo era stato in grado di mobilitare i movimenti sociali, dar vita ad una copiosa raccolta di fondi ed far tornare al voto ampi strati di popolazione in un contesto difficile come quello statunitense, ma anche e soprattutto aveva impresso nell&#8217;immaginario collettivo il marchio della rete e dell&#8217;open governement come qualcosa di simbiotico ad un change mai avveratosi.</p>
<p><strong>Secondo</strong>. Il comportamento tenuto da Amazon e dalle altri grandi multinazionali statunitensi nel tentativo di depotenziare il network di WL e le sue ramificazioni è un colpo da cui difficilmente potranno riprendersi i profeti dell&#8217;ottimismo tecno-determinista e neo-positivista. Il paradigma squisitamente liberale a cui per anni hanno fatto riferimento personaggi come Negroponte ne esce con le ossa rotte: affermazioni come «<em>Le forze combinate della tecnologia e della natura umana saranno alla fine più efficaci ai fini della pluralità dell&#8217;informazione che non tutte le leggi del Congresso</em>» , il richiamo ad una diffusione dei principi democratici attraverso lo sviluppo delle telecomunicazioni elettroniche e il consumo di prodotti hi-tech o la messa in scacco della censura grazie al “potere benefico” del canale di comunicazione globale possono finalmente essere riposte nel dimenticatoio, dimostratosi in modo definitivo che la tecnologia digitale non è affatto «<em>una forza naturale che porta la gente verso una maggior armonia a livello globale</em>».</p>
<p><strong>Terzo</strong>. Il sogno neo-illuminista di matrice roussoviana di una democrazia di individui attivatasi tra le pieghe di un&#8217;infrastruttura anarchica muore miseramente proprio mentre afferra uno dei suoi grandi obbiettivi: la trasparenza del potere rispetto al sociale. La coperta è troppo corta: se si tira da una parte ci si scopre dall&#8217;altra ed una volta di più gli individui risultano essere delle particelle roteanti attorno alle strutture di intermediazione (dell&#8217;informazione e della politica) che li determinano.</p>
<p><strong>Quarto</strong>. È ormai fuori di discussione che con sempre maggior urgenza si imponga una riflessione seria sul concetto di bene comune applicato alla rete. In un contesto come quello che sta prendendo forma in questi giorni esso non può darsi né come diritto fondamentale né come qualcosa di già presente nei rapporti materiali che plasmano internet. Semplicemente lo si può immaginare come terreno di conflitto. E come tale agirlo.</p>
<h2>Agire le fratture</h2>
<p>Molti in questi giorni hanno stappato champagne per celebrare la fine del “vecchio mondo” senza comprendere che all&#8217;interno degli sconvolgimenti prodotti da WL si stanno muovendo attori che di questo club fanno parte a pieno titolo e che faranno a loro volta un uso assolutamente tradizionale (ma non per questo meno efficace) dei leaks in termini di manipolazione dell&#8217;opinione pubblica nazionale ed internazionale. Oltre al già citato Putin non possiamo dimenticare <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/2556/Netanyahu%253A+Anche+Wikileaks+ci+da+ragione%252C+l%2527Iran+%25E8+una+minaccia+per+la+pace">Netanyahu</a> che ha ringraziato WL levandosi il cappello (e facendo pure un bell&#8217;inchino con piroetta) per le rivelazioni sull&#8217;Iran: un altro tassello nella costruzione del frame politico che legittima l&#8217;aggressività israeliana in Medio Oriente.</p>
<p>Questo che cosa significa?<span style="text-decoration: underline"> Significa che le fratture prodotte da WL non vanno affatto a senso unico come vorrebbero molti commentatori, ma devono essere immaginate, organizzate, reindirizzate in frame di senso partigiano e costituite in soggetto.</span></p>
<p>Facciamo un controesempio: che effetti avrebbe potuto avere su scala globale una riappropriazione di senso critica di ipotetici &#8220;Iraqi War Logs&#8221; pubblicati nel 2003 all&#8217;apice delle mobilitazioni &#8220;No War&#8221; da parte delle strutture mediali di movimento, accompagnata da un appropriato protagonismo di piazza? La pressione sul giornalismo narcotizzato dell&#8217;era Bush e sulle stesse autorità sarebbe stata insostenibile.</p>
<p>Cesura e continuità, fratture e frammentazioni, vecchi e nuovi attori: un crogiolo incandescente di contraddizioni al di fuori del quale non si può stare. Se anche il quadro di un vecchio ordine va in pezzi o viene scheggiato, i frammenti che cadranno a terra non ne costituiranno immediatamente uno nuovo. Sta a noi raccoglierli prima che lo faccia qualcun&#8217; altro. O così oppure la metonimia di WL potrebbe assumere un altro significato ancora. Quello di un nuovo spettacolare format globale da guardare dietro lo schermo della vostra televisione al plasma o del vostro netbook. E cambia poco se retwittate info o partecipate al televoto: conduce Julian Assange mentre i potenti della terra si scannano tra di loro.</p>
<p><em>Dal prossimo gennaio all&#8217;attività del blog si affiancherà quella di &#8220;Clipboard &#8211; Tracce di Potere a Rete&#8221;: una rubrica quindicinale interna al portale di controinformazione Infoaut.org, su cui InfoFreeFlow ripubblicherà i propri commenti ed analisi.</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/">Wikileaks: frammenti di disordine globale</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>La polizia ci spia su Facebook? Tanto stupore per nulla</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2010 11:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Stupirsi del fatto che la polizia usi Facebook per spiare la attività degli utenti in rete, è un po&#8217; come stupirsi del fatto che all&#8217;ombra dei palazzi romani e delle emittenti televisive milanesi, gli esponenti del potere si dilettino a fare &#8220;bunga bunga&#8221; con giovani donzelle più o meno compiacenti. Solo i giornalisti del gruppo editoriale &#8220;L&#8217;Espresso&#8221; possono pensare che una notizia di questo genere abbia rilevanza o presenti davvero il benché minimo carattere di novità.</p>
<div id="attachment_356" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/10/minchia_commissario.jpg"><img class="size-medium wp-image-356 " src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/10/minchia_commissario-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Minchia commissà! Ci stanno spiando su Feisbuc!</p></div>
<p>L&#8217;articolo firmato da Giorgio Florian (<a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-polizia-ci-spia-su-facebook/2137277">&#8220;La polizia ci spia su Facebook&#8221;</a>) che tanto clamore ha destato negli ultimi due giorni, a nostro modo di vedere, è attraversata da una linea narrativa di una banalità disarmante, in cui la storiella dell&#8217;orso viene venduta come la rivelazione dell&#8217;anno.</p>
<p>Provando anche a dare una lettura della <a href="http://www.trasporti-oggi.it/archives/00036628.html"> smentita a tempo record</a> della polizia postale, fatta a mezzo ANSA alle ore 16.30 di giovedì, vediamo quali possono essere i piani su cui la questione va affrontata.</p>
<p><strong>Il primo</strong> è quello più ovvio che, <em>dal basso</em> della nostra esperienza militante, abbiamo già abbondantemente sedimentato nel bagaglio delle conoscenze quotidiane e sperimentato sulla nostra pelle. L&#8217;abuso degli strumenti digitali nelle indagini di polizia è qualcosa che nasce con il cellulare, ma che ha probabilmente origini molto più antiche ed analogiche. È semplicemente ovvio che la polizia nella sua opera costante di sorveglianza sui soggetti &#8220;devianti&#8221; abbia la possibilità di fare (e faccia effettivamente) largo uso di intercettazioni (telefoniche, ambientali ed informatiche) non autorizzate in alcun modo dalla magistratura. Chiedetelo a qualsiasi avvocato un pò scafato e ve lo confermerà senza troppe remore. Se fate caso alle parole di Antonio Apruzzese, direttore centrale della polizia postale, noterete che il fatto in se non viene assolutamente negato. Semplicemente si attesta che i cybercop &#8211; bontà loro &#8211; si muovono «<em>sempre con l&#8217;autorizzazione della magistratura. Anche perché nel caso contrario tutto ciò che si fa non avrebbe alcun valore processuale</em>». Il che però non significa che intercettazioni prive di valore probatorio in un&#8217;aula di tribunale (ovvero non utilizzabili nella formazione della prova) non possano essere fruttuosamente impiegate in attività di &#8220;prevenzione&#8221; e repressione.<span id="more-359"></span></p>
<p><strong>Il secondo</strong> aspetto da trattare invece, riguarda l&#8217;ipotesi che vengano messe in atto tattiche di social engeneering (ovvero &#8220;infiltrazioni&#8221; all&#8217;interno dei gruppi &#8220;virtuali&#8221; basati sulla dissimulazioni di un&#8217;identità) su Facebook ed altri social network. Una &#8220;breaking news&#8221; vecchia come il protocollo TCP/IP.<br />
Per rendersene conto basta partecipare ad un <a href="http://iisfa.it/IISFA_FORUM_2009_P.pdf">qualsiasi evento</a> (pubblico e pubblicizzato) che IISFA (International Information Systems Forensics Association) organizza più o meno ogni anno in collaborazione con l&#8217;Università di Bologna. IISFA è un&#8217;associazione no-profit che si occupa di informatica forense ovvero di indagini contro crimini informatici e non, volte al recupero di informazioni dalla rete e dai computer dei soggetti indagati.<br />
A questi raduni pubblici di cybersbirri non vengono svelati particolari segreti (come è ovvio che sia), ma partecipano scoppiettanti showman di fama consolidata (come il buon Matteo Flora) che, per guadagnarsi il loro tozzo di pane quotidiano, imbastiscono una sorta di performance in cui si illustrano rudimenti di data mining e principi di ricostruzione delle reti di relazioni personali dei soggetti attenzionati tramite l&#8217;ausilio di Facebook e di altri social network. Solitamente non è che emergano chissà quali rivelazioni eccezionali: semplicemente risulta chiaro, una volta di più, come Facebook sia fortemente sconsigliato per effettuare comunicazioni sensibili (né i profili privati, gli strumenti di chat o le caselle di posta del social network di Palo Alto sono ovviamente d&#8217;aiuto in questo senso).<span style="text-decoration: underline"> Detta in altri termini buona parte delle indagini poliziesche viene facilitata, e resa possibile nella stragrande maggioranza dei casi, sia dalla massificazione dello strumento, sia dal cattivo uso che i singoli ne fanno.</span></p>
<p>Bisogna però fare questa considerazione alla luce del fatto che Facebook è una struttura societaria in cui vengono investiti centinaia di milioni di dollari da aziende che si occupano principalmente di profilazione e advertising on-line. Questo perché l&#8217;architettura del codice di Facebook viene pensata e costruita in un&#8217;ottica tutta orientata all&#8217;estrapolazione massiva di dati dal profilo dell&#8217;individuo. Ecco dunque spiegato perché, come afferma Florian nel suo articolo, «<em>gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie dei bit</em>». Basta una breve lettura di David Lyon per capirlo, senza scatenare tutto &#8216;sto <em>can-can</em>.</p>
<p><strong>Il terzo</strong> piano riguarda invece il fatto che Facebook possa aver siglato segretamente un accordo di cooperazione con la polizia italiana per rendere più rapida la succitata opera di sorveglianza. È ovvio che un accordo di questo tipo, qualora fosse portato alla luce, sarebbe una gatta da pelare non di poco conto per un&#8217;azienda che proprio sulla questione della privacy viene attaccata in maniera continuativa da diverso tempo. Ed è altrettanto ovvio che si tratterebbe di un accordo palesemente in violazione con le leggi vigenti in Italia. <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/una-bomba-sui-cittadini-della-rete/2137275">Secondo Alessandro Gilioli</a> «<em>stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza del più forte</em>». D&#8217;accordo, ma attenzione: non sarebbe nient&#8217;altro che la formalizzazione di una situazione posta in essere già da tempo, ben prima della nascita di Facebook stesso.<br />
Siamo infatti dell&#8217;idea che il vespaio sollevato dall&#8217;articolo dell&#8217;Espresso non vada affrontato tanto &#8220;in punta di diritto&#8221; (quando mai in Italia lo stato di diritto ha rappresentato una soglia di non ritorno oltre il quale le forze di polizia non hanno osato spingersi nelle indagini?), ma possa piuttosto essere un&#8217;occasione di riflessione sulle condizioni materiali sviluppatesi negli ultimi vent&#8217;anni in seno al capitalismo informazionale.</p>
<p>È un contesto all&#8217;interno del quale dei soggetti privati (come i motori di ricerca, social network o provider telefonici) hanno accumulato un enorme mole di informazioni sui singoli, tale da permettere loro di esercitare un potere anche dai connotati marcatamente pubblici, sopratutto nel campo della comunicazione (nel nostro caso Facebook detiene l&#8217;accesso ad un archivio di informazioni personali talmente sterminato da far impallidire la STASI). Questo però non significa che tali soggetti non siano costretti ad una costante ri-contrattazione del loro ruolo con i poteri politici dei paesi in cui svolgono le loro attività commerciali, tanto più nell&#8217;era della &#8220;lotta al terrorismo globale&#8221;,  dove il concetto di privacy è stato soffocato dalla simbiosi tra l&#8217;affermazione delle necessità economiche delle grandi corporation hi-tech e la cessione di fette di riservatezza ai governi in cambio di &#8220;sicurezza&#8221;. La trasparenza sociale degli individui è stata capovolta ed il suo baricentro sospinto in maniera asimmetrica e sbilanciata dalla parte del potere, anche grazie all&#8217;opera incessante di legittimazione della openness da parte delle ideologie di rete neo-liberiste. Gli &#8220;effetti collaterali&#8221; sono ad ampio spettro e vanno dalla collaborazione gomito a gomito tra polizia giudiziaria ed i grossi aggregatori dell&#8217;informazione fino alla messa in cantiere di progetti alla <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/23351/Google+e+Cia,+insieme+per+spiarci">minority report</a> resi possibili dal contributo di Google.</p>
<p>In questo panorama allora, cosa ci sarebbe allora di tanto eccezionale nel fatto che Facebook predisponga &#8220;una corsia preferenziale&#8221; d&#8217;accesso per gli investigatori italiani, quando il <a href="http://www.autistici.org/ai/crackdown/">crackdown di Autistici</a> di 5 anni fa aveva già messo abbondantemente in luce forme di complicità e connivenza tra operatori del mondo delle telecomunicazioni e forze di polizia? (Per chi se lo fosse dimenticato, all&#8217;epoca con la scusa di mettere sotto controllo una singola casella di posta la polizia, con il tacito assenso di aruba, il provider su cui allora erano situati i server di AI, aveva messo sotto sorveglianza migliaia di account elettronici riconducibili al movimento antagonista italiano tutto).</p>
<p><span style="text-decoration: underline"><strong>A voler essere provocatori rispetto al tono dei commenti delle ultime ore</strong>, ci sembra una questione di lana caprina il fatto che tali pratiche vengano ratificate o meno in maniera ufficiale, mentre  è ben più rilevante che le condizioni materiali e politiche su cui essi poggiano e che rendono possibile una sorveglianza estesa sono già del tutto dispiegate.</span></p>
<p>Ridicola invece è la posizione dei lerci leccapiedi di Google in Italia (Punto Informatico), pronti a <a href="http://punto-informatico.it/3023490/PI/News/mani-della-polizia-facebook.aspx">stracciarsi le vesti</a> di fronte agli schermi translucidi dei loro iMac da 24 pollici all&#8217;idea che «<em> certe violazioni della legge sulla riservatezza verrebbero così praticate con disinvoltura</em>».</p>
<p><strong>Parbleu! Qualcuno pensi alle donne ed ai bambini!</strong></p>
<p>Era forse legale la chiusura delle centinaia di gruppi Facebook effettuate l&#8217;anno scorso sotto la pressione politica del Viminale e dei media di casa nostra? Erano forse state autorizzate da un qualche magistrato? Si trattava di sequestri preventivi regolarmente previsti dal codice penale? Ovviamente no, né pare consolante il fatto che allora si parlava di censura e oggi di sorveglianza.</p>
<p>Controesempio: perché si discute di cancellare il decreto Pisanu (un provvedimento che non ha avuto eguali negli altri paesi europei nemmeno negli anni più bui della guerra infinita, quanto forse nella ex-DDR, approvato anche dal centrosinistra) da un giorno all&#8217;altro? Ora come nel 2005, le nostre identità sulle reti wireless non sono &#8220;minacciate da malintenzionati pronti ad impersonarci&#8221;?<br />
<a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=13264">Ma veniamo a sapere</a> che i soldi per la banda larga (libertà di navigazione) non ci sono, così una soluzione alternativa si dovrà pur trovare&#8230;e la sicurezza?<br />
Non si tratta tanto di sottolineare l&#8217;incoerenza della volontà politica di una parte quanto di evidenziare, ancora una volta, l&#8217;assoluta  sindacabilità  ed effimerità della cosiddetta &#8220;legge&#8221; (e della buzzword della &#8220;legalità&#8221; che la incensa e la erige a totem monolitico) davanti alla costante ridefinizione dei rapporti di forza degli attori politici.</p>
<p>E non prendiamoci in giro. Che le forze dell&#8217;ordine italiane mettano in atto pratiche illegali in termini di sorveglianza è una banalità storica che tracima l&#8217;era digitale, le cui origini soggiacciono in una cultura poliziesca che trova la sua prima espressione nelle <a href="http://www.autistici.org/it/stuff/propaganda/print/privacy.pdf">schedature politiche fatte dai Carabinieri su larghe fette della popolazione</a> a partire dal secondo dopo guerra.</p>
<p>Certo che la crisi deve picchiare duro anche dalle parti dell&#8217;Espresso, perché per scrivere bagatelle di questo tipo e montarci sopra pure una bella polemichetta, vuol dire che ti pagano tre euro e cinquanta al pezzo e proprio non riesci ad arrivare a fine mese.</p>
<p>Quindi, scusate, ma è solo tanto stupore per nulla.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/10/30/la-polizia-ci-spia-su-facebook-tanto-stupore-per-nulla/">La polizia ci spia su Facebook? Tanto stupore per nulla</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mani tese e pugni chiusi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 12:41:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sabato 11 settembre “Il Resto del Carlino” ha aperto l&#8217;edizione locale con l&#8217;ennesimo scoop sensazionalistico della campagna &#8220;Diamoci una mano&#8221; sull&#8217;emergenza writing. A dire la verità il concetto di scoop ha una connotazione eccessivamente meritoria: “squallido” e “servizietto” sono due termini che forse meglio si prestano per definire le paginette vergate dalla &#8220;Torquemada de noantri&#8221; [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 11 settembre “Il Resto del Carlino” ha aperto l&#8217;edizione locale con <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/11/383254-cacciatore_virtuale.shtml">l&#8217;ennesimo scoop sensazionalistico</a> della campagna <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/diamoci_una_mano/index.shtml">&#8220;Diamoci una mano&#8221;</a> sull&#8217;emergenza writing. A dire la verità il concetto di  scoop ha una connotazione eccessivamente meritoria: “squallido” e “servizietto” sono due termini che forse meglio si prestano per definire le paginette vergate dalla &#8220;Torquemada de noantri&#8221; Federica Andolfi. <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/09/writer_a_bolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-349 alignleft" style="margin: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/09/writer_a_bolo-262x300.jpg" alt="" width="200" height="230" /></a></p>
<p>Il succo della notizia è questo: un cavaliere della rete solitario (ovvero senza amici) che per comodità chiameremo “Federica Andolfi”, avrebbe deciso di dare un senso alle sue grigie giornate (e sopratutto bianche nottate), ricostruendo l&#8217;identità anagrafica di alcuni writer attivi sul territorio bolognese. Tali informazioni sarebbero state impacchettate in un dossier di 250 «elementi probanti in formato jpeg» (cioè 250 immagini scaricate da Facebook, Flickr e Myspace), consegnato in questura dall&#8217;ex forzanovista Daniele Corticelli, capobastone della temibile organizzazione “Bologna Capitale”. Giunto in piazza Galilei sbracciando pur di dare al suo oscuro partituncolo 20 righe di notorietà, davanti ai flash dei fotografi (l&#8217;unico presente era quello della solita Federica Andolfi) ha dichiarato con sfumati toni politologici: «Mo &#8216;sti cornuti li teniamo ben per le palle. Noi cittadini di etnia bolognese vogliamo il sangue. Ora la polizia sa chi sono e deve picchiare duro». E poi, a degno coronamento del suo inappuntabile ragionamento, si è asciugato la bava alla bocca ed ha fatto un bel rutto soddisfatto.</p>
<p>In attesa che il meritato Pulitzer venga attribuito a Federica non sembra una cattiva idea quella di mettere i puntini sulle i, e chetare i bollenti spiriti del popolino.<span id="more-350"></span></p>
<p>Prima di tutto quelli consegnati in questura non sono elementi probatori. Tutt&#8217;al più rappresentano notizia di reato di fronte al quale il PM di turno potrà intraprendere due strade: o aprire un&#8217; indagine (consultandosi con la postale sulla spendibilità del dossier consegnato e successivamente ricominciando il lavoro da zero) o aprire gli scaffali dell&#8217;archivio e riporre «lo sconcertante dossier» nella già voluminosa cartella presente sotto la voce “cazzate”. Data la pressione mediatica di questi giorni non è improbabile che un&#8217;indagine venga effettivamente aperta. A quel punto tutto dipenderà dalla volontà persecutoria della procura di Bologna (che sappiamo essere tra le più oberate di processi in Italia). Ma ci sono buone motivazioni per ritenere che alla fine tutto potrebbe terminare con un buco nell&#8217;acqua. Non tanto perché &#8211; come è facile immaginare &#8211; nutriamo alcuna fiducia in un mitologico “buon senso” della magistratura (come dimostra la persecuzione giudiziaria protratta nei confronti di Bros, uno degli artisti più valenti del panorma meneghino ed italiano). Ciò che ci spinge a propendere per questa ipotesi è il fatto che la cosiddetta “obbligatorietà dell&#8217;azione penale” è solitamente oggetto di una meticolosa valutazione, frutto di una proporzione tra aspettativa, possibile risultato e costo delle indagini. E da questo punto di vista la manipolabilità delle informazioni in Internet non è certo d&#8217;aiuto.</p>
<p>Come è stato portato avanti il «<em>lavoro di intelligence</em><em>»</em> di cui ha fatto menzione il buon Corticelli? La fumosità dell&#8217;articolo del Carlino non ci permette in alcun modo di comprenderlo ma, visto che di tecnologie e rete qualcosina mastichiamo, ci sentiamo di azzardare un&#8217;ipotesi. Sempre che la cosiddetta “spia della rete” esista, la sua opera non è nient&#8217;altro che una delle espressioni più basse del data mining, ovvero di quell&#8217;attività, che, portata avanti con diverse metodologie, estrapola dati presenti da un insieme, li incrocia e tenta di dare loro senso e forma. Dal momento in cui non si ha accesso a risorse particolarmente sensibili (come i log dei server e gli indirizzi ip interessati) si tende invece ad utilizzare dati pubblici (foto, rose di relazioni, profili, tag e dati exif sulle fotografie pubblicate) che però non possono essere considerati a fini penali come riscontri oggettivi, salvo si decida di mettere in campo dispendiose perizie forensi, solitamente appaltate ad aziende private, cui viene delegato il compito di produrre la prova con costi di migliaia di euro al giorno. Si avete letto bene. Al giorno.</p>
<p>“Web 2.0” è sinonimo di user-generated-content: chiunque può apporre tag, link e commenti sotto una foto. Se domani marcassimo con il tag del nostro profilo Facebook le foto di alcuni dei murales incriminati (magari facendolo anche solo per esprimere apprezzamento verso questa forma d&#8217;arte o verso le crew che con la loro creatività ingrassano i muri felsinei) dovremmo forse temere di essere schedati ed inquisiti come vandali e danneggiatori del patrimonio pubblico?</p>
<p>A questa prima considerazione se ne possono aggiungere altre non irrilevanti. Chi si guarda attorno quando cammina per strada, sa bene che diversi dei writer citati nell&#8217;articolo di Andolfi non sono (purtroppo) più attivi da diverso tempo. Inoltre sussiste un principio chiamato “irretroattività dell&#8217;azione penale”. Dato che il writing rientra nella categoria dei reati penalmente rilevanti da solo un anno, chi si prenderebbe la briga di investire cifre cospicue per perseguire gli autori di pezzi di 3-4-5 anni fa? In questo caso infatti quand&#8217;anche ne venisse accertata la “colpevolezza” l&#8217;unico risultato ottenuto sarebbe una sanzione amministrativa. Ad ogni modo, nella malaugurata ipotesi che l&#8217;indagine prendesse davvero piede, sarebbero necessari mesi e mesi prima di giungere a risultati tangibili. Infine per evitare il problema in futuro, basterebbe prendere alcuni accorgimenti (come l&#8217;utilizzo di un profilo falso, magari condiviso con degli amici) ed imparare a tutelare la riservatezza dei propri dati con strumenti di crittografia ormai alla portata di tutti. La carriera del fantomatico cacciatore di taglie, immaginiamo iniziata sulle scoppiettanti note di &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=XMiy_UsrPDs">Fight for this love</a>&#8220;, si avvierebbe mestamente sul viale del tramonto con la sinfonia di &#8220;Requiem for a dream&#8221; a fare da tappeto sonoro.</p>
<p>Ora però cambiamo discorso: non ci passa neanche per l&#8217;anticamera del cervello di entrare nel falso dibattito “Writing si – Writing no – Writing come – Meglio dargli da dipingere le serrande dei negozi del centro o i cessi della stazione per farli stare buoni?”, e per quanto ci riguarda è fuori discussione che le pene attualmente inflitte a chi viene sorpreso a dipingere sono assolutamente spropositate e puzzano d&#8217;isteria collettiva.</p>
<p>Ci preme più sottolineare che, comunque vada a finire, sul piano comunicativo-politico questa vicenda svolge almeno 3 funzioni.</p>
<p>Prima di tutto ha il chiaro obbiettivo di mettere sotto pressione la scena del writing bolognese, gettandola nel tritacarne mediatico, mettendone alcuni singoli esponenti alla berlina (magari esponendoli al pubblico ludibrio, e lasciando che i commentatori del sito del Carlino si divertano a divulgarne false credenziali come è successo qualche giorno fa) e paventando a mezzo stampa un accerchiamento che non c&#8217;è:  per questo scopo si presta dunque alla perfezione l&#8217;immagine di un invisibile giustiziere della notte che, raccogliendo dati nei loro confronti, consegna alla polizia prove inconfutabili per metterli con le spalle al muro. Un meccanismo d&#8217;indagine dalla dubbia efficacia legale come abbiamo visto prima, ma sappiamo ormai bene come la dissimulazione e la creazione dei fatti svolgano un ruolo di regolazione attiva sui territori nei confronti dei tessuti sociali che li innervano (ed una conferma a questa tesi viene data dalle parole di G.Tonelli, direttore generale dell&#8217;ASCOM che <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/12/383502-ascom_graffitari.shtml">ha dichiarato ieri al Carlino</a>:«Speriamo che la nostra iniziativa<strong> </strong>— sottolinea Tonelli — permetta di ottenere dei veri risarcimenti e,<strong> soprattutto</strong>, <em>spinga i graffittari a riflettere che la loro attività non è più permessa né tollerata: se capiscono di essere seguiti, e che su di loro c’è della pressione, forse è la volta buona che, come si sono cancellati da Facebook e dagli altri siti Internet, si cancellino anche dai muri della città</em>».</p>
<p>Inoltre è ormai chiaro come la saturazione dei media locali sulla questione writing configuri lo spostamento dell&#8217;agenda setting su temi non rilevanti: per settimane è stato l&#8217;unico argomento a tenere banco, nel tentativo di coprire il vuoto di idee di una compagine politica cittadina che, di fronte all&#8217;imminenza delle elezioni, ha avuto e sta avendo grosse difficoltà, non solo ad esprimere un programma di governo, ma addirittura un candidato condiviso! Il concetto di “degrado” appare ormai sempre più come un magnete semantico che attira a se una cacofonia di concetti, per uniformarli e subordinarli in un&#8217;unica prospettiva lessicale, dialettica e politica. Così facendo si annullano problematicità, ricchezze e complessità che emergono dalle contraddizioni della vita cittadina, e lo svilimento di qualsiasi forma di dibattito (<strong>“Oh  ma non li starai mica difendendo vero? Attirano/Producono/Sono degrado!</strong>”) produce un comodo paravento dietro cui l&#8217;inadeguatezza della rappresentanza nel formulare proposte o escogitare soluzioni (che non siano le ruspe sul Reno o le ronde dei city angels) può trasformarsi in un più convincente e meno impegnativo spettacolino teatrale.</p>
<p>Infine è opinione di chi scrive che campagne lanciate dal Carlino come “Diamoci una mano”, ottemperino ad uno specifico traguardo: la creazione di comunità. Una comunità assediata e profondamente atomizzata, che intuendo (ma non comprendendo) i profondi mutamenti verso cui la società italiana si sta avviando, si sente rassicurata da una mobilitazione che afferma la conservazione dei valori che fino a questo momento le sono stati propri. Poco conta che questa mobilitazione si esaurisca nella frustrazione delle chiacchiere da bar, affogata sul fondo di un bianchino dopo otto ore passate al lavoro (quando va bene): essa è manifesta sulle pagine dei quotidiani e dei media locali, fa sentire parte di un&#8217;entità aleggiante ma allo stesso tempo evanescente, addita ciclicamente colpevoli ed untori mentre le dita tese si spezzano nello sforzo. E come unico risultato tangibile i cordoni della celere diventano una cornice blu che avvolge il ritratto dell&#8217;Italia di oggi</p>
<p>A ben guardarla però questa comunità, fa davvero paura: formata da uno nessuno e centomila, non la si trova nelle piazze che vorrebbe vuote e silenziose, né per le strade che vorrebbe monocromatiche e sbiadite. Tutt&#8217;al più se ne ravvisano le traccie in botteghe di legno umido marcescente, nelle feste di partito ridotte a show room delle più infime televendite e nelle segreterie di facoltà asettiche che sembrano sedi periferiche del ministero dell&#8217;amore. Ne fanno parte ex-fascisti in cerca di fama, <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/09/382002-alpini_arruolati.shtml" target="_blank">alpini in licenza</a>, “hacker” che fra un raccolto di scalogno nella loro Farmville su Facebook ed un acquisto su e-bay giocano a fare i piccoli fratelli per tenersi impegnati, anziane matrone dai capelli cotonati e con un trucco troppo pesante sul volto che non parlano mai con nessuno se non a fine mese quando suonano forte il campanello per reclamare il pagamento dell&#8217;affitto, macellai isterici che nel perenne momento dell&#8217;attesa assaggiano il sangue rimasto sul filo del coltellaccio con cui hanno affettato la carne che venderanno in sovrapprezzo, fruttivendoli islamofobici che invitano a tagliare le mani di artisti che sono una delle espressioni più belle della nostra città.</p>
<p><strong>Datevi pure una mano, ma fatelo tra di voi.</strong></p>
<p>Noi preferiamo stringere i pugni: siano essi quelli dei writer che, col tatto soffice dei loro polpastrelli su tappini e marker, schiaffeggiano il volto sbiadito della città; quelli dei <a href="http://noblogs.org/2010/06/03/new-noblogs/" target="_blank">veri hacker</a> che accarezzando nervosamente le tastiere  reinventano l&#8217;uso della rete o ne propongono uno antagonista; quelli di chi, come accaduto la sera del 10 settembre, decide di levarli belli alti, per rovinare la festa ai pifferai magici che, con le loro corti dei miracoli, pretenderebbero di sfamarci a “panem et circenses” mentre si ingozzano col nostro futuro.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/09/13/mani-tese-e-pugni-chiusi/">Mani tese e pugni chiusi</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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