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	<title>InfoFreeFlow &#187; Finanziarizzazione</title>
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	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
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		<title>Ritorno dalla frontiera &#8211; Seconda parte</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 11:07:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vestiti nuovi per la finanza? E&#8217; noto come Rockefeller Jr. &#8211; dopo lo smembramento da parte dell&#8217;antitrust statunitense della Standard Oil nelle oggi note &#8220;sette sorelle&#8221; del petrolio &#8211; per necessità ed opportunità avviò tutta una serie di investimenti nel mercato finanziario ed immobiliare, garantendo la tenuta del suo patrimonio e perpetuando il mito della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/04/Immagine1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-455" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/04/Immagine1.jpg" alt="" width="300" height="279" /></a>Vestiti nuovi per la finanza?</h2>
<p>E&#8217; noto come Rockefeller Jr. &#8211;  dopo lo smembramento da parte dell&#8217;antitrust statunitense della Standard  Oil nelle oggi note &#8220;sette sorelle&#8221; del petrolio &#8211; per necessità ed  opportunità avviò tutta una serie di investimenti nel mercato  finanziario ed immobiliare, garantendo la tenuta del suo patrimonio e  perpetuando il mito della propria dinastia fino ai giorni nostri.</p>
<p>Oggi  il contesto è quello dell&#8217;economia dell&#8217;informazione del web: non  quella degli anni &#8217;90, indifferenziata e fruibile solo a pochi addetti  ai lavori, ma quella segmentata e personalizzata attuale, soggetta a  convenzioni e comportamenti mimetici con cui gli utenti economizzano la  propria attenzione rispetto al diluvio informazionale. E se da un lato  le capacità regolatorie dell&#8217;antitrust sono ridotte ai minimi termini  dall&#8217;altro nessuno degli infolatifondisti del web 2.0 disdegna il  ricorso a svariate forme di investimento &#8211; per la necessità di  riprodurre i propri servizi e l&#8217;opportunità di espandersi in nuove e  strategiche dimensioni dell&#8217;economia reale e finanziaria.</p>
<p>Come <a href="../post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-prima-parte/">abbiamo</a> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/">scritto</a> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/05/11/twitter-come-wall-street/">altrove</a> si è sempre data una certa consonanza nei meccanismi di valorizzazione  del linguaggio nei due ambiti, propria del paradigma produttivo  informazionale che li ricomprende; oggi però sembra presentarsi  un&#8217;ibridazione anche dei loro vocabolari specialistici, se da una parte  assistiamo al lancio in sordina delle Google Ventures e dall&#8217;altra  all&#8217;indizione solenne ed ultimativa degli stress test bancari  (progettati per valutare la capacità di tenuta degli istituti di credito  in ipotetici scenari emergenziali).</p>
<p>Ma che dire dell&#8217;ingresso in  borsa degli stessi intermediari informazionali? Un po&#8217; di cifre:  l&#8217;esordio in borsa di LinkedIn (90 milioni di utenti) potrebbe vedere  un&#8217;offerta pubblica iniziale di almeno 2 miliardi di dollari; GroupOn  (70 milioni di utenti), almeno 4.8 miliardi di dollari; Facebook (600  milioni di utenti), 50 miliardi di dollari (tra cui i recenti  investimenti di 450 milioni di Goldman Sachs su cui torneremo tra poco)  Una stima quest&#8217;ultima superiore al valore di Yahoo!, Time Warner ed  eBay. Altri attori come Skype, Twitter e l&#8217;azienda di social gaming  Zynga stanno considerando simili passaggi. Tutto questo, ed in parte la  necessità di convogliare la realtà caotica e complessa dei rapporti di  produzione del terzo millennio entro schemi di riferimento familiari fa  domandare molti: ci stiamo dirigendo verso una <a href="http://dealbook.nytimes.com/2011/03/27/is-it-a-new-tech-bubble-lets-see-if-it-pops/">bolla del web 2.0</a>?<span id="more-456"></span></p>
<p>Nell&#8217;epoca  del capitalismo della crisi (condizione che non produce automaticamente  il suo opposto), è lecita la preoccupazione che la smobilitazione dei  capitali dal settore dell&#8217;immobiliare &#8211; in cui si erano riversati  all&#8217;indomani dello scoppio della bolla delle <em>dot com</em> &#8211; possa  ricreare condizioni di instabilità diffusa nel sistema internazionale.  Le prime avvisaglie si sono registrate tra luglio ed ottobre dello  scorso anno, periodo in cui la cosiddetta &#8220;guerra delle valute&#8221; ha visto  migrare ingenti fondi speculativi verso i mercati emergenti meno  toccati dalla crisi finanziaria (mettendone a rischio la stabilità nel  lungo termine) e non a caso sono stati effettuati i suddetti &#8220;stress  test&#8221; sulla tenuta delle principali banche europee.</p>
<p>Tuttavia, gli  attuali intermediari del web come Google, Facebook, Skype, Twitter e  LinkedIn non sono i progetti fumosi ed ideali della prima internet.  Hanno avuto tempo di mostrarsi al mondo per cosa sono e per cosa  servono, acquisendo notevoli basi d&#8217;utenza e rimanendo al di fuori degli  alti e bassi del mercato borsistico degli anni 2000. Più di recente, a  partire dalle modalità di raccolta fondi della campagna presidenziale di  Barack Obama nel 2008 e passando per l&#8217;Onda Verde iraniana del 2009  fino ad arrivare all&#8217;attuale sommovimento nel mondo arabo, hanno  dimostrato di esercitare un potere politico notevole: tale da  convogliare su di essi una quantità di investimenti in termini di  capitali, saperi ed organizzazione che rende difficile pensare allo  scoppio di una bolla del web 2.0 che risparmi le infrastrutture portanti  della produzione economica e della comunicazione contemporanee.</p>
<p>Altre considerazioni sostengono questa ipotesi. E&#8217; possibile che i <em>robber baron</em> di fine &#8217;800 &#8211; inizi &#8217;900 avessero un peso tale sul mercato finanziario  da condizionarne in larga parte l&#8217;andamento; però non è dato sapere se  avessero mai accarezzato l&#8217;ipotesi di divenire essi stessi istituzioni  ed arbitri di quel mercato. Oggi Google non è solo entrato in Borsa, ma <em>nella</em> Borsa: affidando al proprio senior manager Hal Varian, teorico per  eccellenza dell&#8217;Economia della Conoscenza, la creazione di indici (<a href="http://www.tomshw.it/cont/news/google-price-index-misura-l-inflazione-e-non-sbaglia/27500/1.html">come quello dei prezzi al consumo</a>) basati sulle sue statistiche, Google sembra assicurarsi la <em>root</em> istituzionale delle informazioni su cui le proiezioni macroeconomiche e  le costruzioni di senso borsistiche hanno luogo, proponendosi essa  stessa come nuova struttura del Mercato.</p>
<p>Nemmeno i social network sono al di fuori di queste dinamiche, iniziando a configurarsi come luoghi in cui si delineano <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-08/trading-oggi-social-impare-184405.shtml">convergenze</a> tra comunicazione, formazione ed investimento finanziari: studi delle Università di Monaco, di Manchester e dell&#8217;Indiana <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-12976254">ripresi dalla BBC</a> sostengono la capacità dei <em>tweet</em> aggregati in base alle parole chiave del mercato finanziario di  rispecchiare l&#8217;andamento dell&#8217;indice Dow Jones con un&#8217;accuratezza  dell&#8217;87% e di generare un ritorno sugli investimenti del 15%. Da questi  studi è nato persino un clone di Twitter dedicato di nome Tweettrader e  non sorprende che Twitter stesso abbia recentemente imposto un <a href="http://punto-informatico.it/3093466/PI/News/twitter-ubermedia-intermittenza.aspx">giro di vite sui suoi client</a> con la finalità di conseguire un maggior controllo sulla propria interfaccia.</p>
<p>Alla  luce di tali evoluzioni ci si può interrogare sulla recente  sostituzione di Eric Schmidt al vertice di Google con Larry Page: è  accaduto perché il cofondatore di Google ha compreso il funzionamento di  Wall Street? Oppure perché (dopo anni di frequentazioni con le centrali  del <em>venture capital</em>) internet è diventata come Wall Street? Non sarebbe questo un bene, data la <em>vision</em> di apertura e trasparenza dei dati alla base della cultura d&#8217;impresa di  Facebook e Google, quasi una panacea all&#8217;annoso problema posto dalle  asimmetrie informative alla finanza aziendale, ed ai guasti provocati  dal far west (ancora!) dei mercati borsistici non regolamentati dei  prodotti derivati?</p>
<p>Ironicamente, i principali attori del web 2.0  si preparano a sbarcare e sbancare in borsa nel modo più opaco e meno  diretto possibile: in attesa dell&#8217;offerta pubblica iniziale, per la  quale come detto si stanno mobilitando i principali istituti di credito  statunitensi (ma non solo), Facebook si sta finanziando attraverso il  collocamento delle proprie azioni possedute dai dipendenti e dai  primissimi investitori su mercati secondari e piattaforme web come  SharesPost e SecondMarket; mercati privati, chiusi ed autoreferenziali  che permettono agli advisor finanziari del social network di Palo Alto  come Goldman Sachs di raccogliere fondi da molteplici clienti da  convogliare in un&#8217;unica scatola nera di finanziamenti pro-Facebook da  essa gestita. Il che, ad esempio, previene l&#8217;obbligo di quotazione  immediata dell&#8217;azienda che superi il tetto dei 500 investitori, prevista  dalle <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Denaro-Lettera/2010/12/31/FINANZA-Cosi-Facebook-e-Twitter-sconvolgono-i-mercati/137848/">regolazioni a tutela dell&#8217;interesse pubblico</a> che una simile entità arriva ad assumere.</p>
<p>Con  un altro parallelo, le modalità di divulgazione dei bilanci delle  aziende del web 2.0 richiamano quelle delle statistiche di crescita di  un contesto tutt&#8217;altro che trasparente: quello dell&#8217;economia cinese &#8211;  altra grande frontiera degli investimenti contemporanei (anche se in  questo caso centrale nelle filiere della produzione materiale piuttosto  che di quella informazionale).</p>
<p>Come dalla &#8220;fabbrica del mondo&#8221;  cinese si sono snocciolati negli ultimi 10 anni dati di crescita a  doppia cifra, senza credibili riscontri sulla loro origine e sulle loro  effettive ricadute, ma mantenendo la rete web nazionale sufficientemente  aperta da veicolare la convenzione di questo boom economico, dai  database semipermeabili (si tratta delle stesse architetture di rete del  &#8220;Great Firewall of China&#8221;, dopotutto!) dei colossi del web 2.0  traspariva la crescente partecipazione degli internauti a questi network  e la loro socializzazione senza che per lungo tempo (ed in molti casi  tuttora) si sia trovato un modello di business sostenibile per essi, né  si siano mai pubblicati i loro bilanci dettagliati. Se l&#8217;apertura delle  informazioni si sovrappone all&#8217;apertura delle economie come forma della  circolazione capitalista attuale, non c&#8217;è da sorprendersi della recente <em>disclosure</em> <a href="http://news.slashdot.org/story/11/01/07/1648251/Facebooks-Revenues-Leaked">in stile Wikileaks</a> dei bilanci aziendali di Facebook a margine delle summenzionate manovre di Goldman Sachs; un&#8217;&#8221;<em>openness</em>&#8221;  che ha probabilmente l&#8217;unico compito di solleticare una convenzione  allettante rispetto al collocamento finanziario del colosso  californiano, replicando allo stesso tempo il velo di incertezza sulle  reali dimensioni del fenomeno come avvenuto in terra cinese.</p>
<p>I re  del web 2.0 ed i loro cortigiani affermano di essere nudi anche se sono  vestiti benissimo, e rivisti sotto questa luce i proclami di Zuckerberg e  Schmidt sulla fine della privacy e l&#8217;avvento della trasparenza suonano  po&#8217; come quelle vecchie raccomandazioni liberiste degli anni &#8217;90: sempre  pronte a bacchettare le economie africane &#8211; per gli incentivi che  queste offrivano alle imprese nazionali e la scarsa apertura a quelle  estere &#8211; ma fautrici in casa loro di politiche volte a blindare precisi  interessi e categorie sociali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(continua&#8230;)
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/04/19/ritorno-dalla-frontiera-seconda-parte/">Ritorno dalla frontiera &#8211; Seconda parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ritorno dalla frontiera &#8211; Prima parte</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/29/ritorno-dalla-frontiera-prima-parte/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 22:48:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1885. Diversi anni sono passati dall&#8217;esaurimento degli ultimi bagliori nei setacci dei cercatori d&#8217;oro californiani, sostituiti dalle scintille dei mezzi meccanizzati della grande industria mineraria. E&#8217; in quest&#8217;anno che Leland Stanford - ex-governatore della California e magnate delle ferrovie su cui tanti partecipanti alla grande corsa all&#8217;oro avevano viaggiato verso l&#8217;ultima frontiera &#8211; fonda l&#8217;omonima [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/ritorno_dalla_frontiera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-439" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/ritorno_dalla_frontiera-300x278.jpg" alt="" width="300" height="278" /></a>1885</strong>. Diversi anni sono passati dall&#8217;esaurimento  degli ultimi bagliori nei setacci dei cercatori d&#8217;oro californiani,  sostituiti dalle scintille dei mezzi meccanizzati della grande industria  mineraria. E&#8217; in quest&#8217;anno che <strong>Leland Stanford </strong>-  ex-governatore della California e magnate delle ferrovie su cui tanti  partecipanti alla grande corsa all&#8217;oro avevano viaggiato verso l&#8217;ultima  frontiera &#8211; fonda l&#8217;omonima <strong>università </strong>a sud di San Francisco, in quella che più avanti prenderà il nome di <strong>Silicon Valley</strong>. <strong>115 anni dopo</strong>,  proprio da quella stessa università sembra essere partita una nuova  corsa all&#8217;oro di direzione speculare alla precedente: popolata da attori  che, ricchi di reputazione ed informazioni, ma affamati di asset e  capitali, tornano dalla frontiera a colonizzare il mondo dell&#8217;economia  reale come di quella finanziaria, puntando verso là dove tutto è  iniziato: la East Coast, New York, Wall Street.</p>
<p>Un mito, quello della frontiera americana, che<strong> negli anni &#8217;90</strong> si rinnova con l&#8217;internet di massa e la new economy: si è scritto di come nell&#8217;immaginario statunitense alla lotta contro la <em>wilderness</em>,  &#8220;la barbarie della natura e dei popoli&#8221;, subentri l&#8217;ideologia  californiana e la sua promessa della salvezza attraverso la tecnologia.  Quella che nello <a href="http://www.arpnet.it/chaos/californ.htm">storico documento</a> di Barbrook e Cameron procede attraverso <strong>l&#8217;alleanza tra <em>hippies</em> e <em>yuppies</em></strong>,  le classi sociali cruciali nell&#8217;emersione del paradigma dell&#8217;economia  in rete e a rete, della finanziarizzazione e della conoscenza, unite dal  collante del capitale di ventura. Ed un ritorno che parte dalle  innovazioni introdotte nel cammino verso quella frontiera e dalle nuove  energie che hanno il compito di sostenerne il paradigma produttivo: dove  c&#8217;erano le ferrovie ora scorrono i cavi delle broadband, ed il petrolio  di Rockefeller cede il passo alle energie verdi.<span id="more-440"></span></p>
<p>Molti sono i protagonisti di quest&#8217;ondata, e tra i principali figura indubbiamente <strong>Google</strong>; grande sopravvissuta al naufragio della <em>new economy</em> (o dovremmo dire fortunata scopritrice dell&#8217;oro californiano?), nello  scorso decennio la start-up di Page, Brin e Schmidt ha saputo  consolidarsi fino al dominio assoluto ma temporaneo del mercato dei  mercati, quello della ricerca delle informazioni in rete. Da questo <em>core business</em> l&#8217;azienda di <strong>Mountain View</strong> si è rapidamente affermata come fornitore di applicazioni, servizi e  beni digitali in rete, attraverso piattaforme interconnesse in quella  &#8220;googlesfera&#8221; in grado di ricostruire profili di consumo a partire da  una progressiva accumulazione delle preferenze dei suoi utenti. Una  traiettoria non dissimile da quella delle classiche operazioni di  consolidamento settoriale nelle industrie tradizionali e che non per  niente sta venendo replicata da altri attori: ad esempio Facebook,  fresco di acquisizione delle start-up Beluga (per comunicare in mobilità  tra gruppi privati di amici) e Snaptu (per utilizzare alcune sue  funzionalità anche sui vecchi telefonini e conquistare i mercati  emergenti). Ed è stata proprio la creatura di Mark Zuckerberg, assieme a  Twitter, LinkedIn, Flickr, LastFM e tutti gli altri <strong>social network </strong>a  rivoluzionare le modalità di circolazione dell&#8217;informazione sul web:  decostruendone e ricostruendone il mercato con la creazione di database  tematici di profilazioni individuali e collettive innervati  principalmente dal general intellect dei propri utenti anziché da  algoritmi come <em>PageRank</em>.</p>
<p>Tuttavia negli ultimi anni  sembra configurarsi un&#8217;ulteriore evoluzione a cui accennavamo qualche  riga sopra: quella del rimodellamento della struttura economica sulle  esigenze di quell&#8217;&#8221;<a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/it/wiki/Internet_delle_cose">Internet delle Cose</a>&#8221;  teorizzata al MIT di Boston ma divenuta realtà a partire dalla Bay Area  di San Francisco. In questo Google, forte non solo del consolidamento  del suo ruolo come intermediario di rete ma anche delle ingenti somme  raccolte attraverso la propria riuscita e profittevole capitalizzazione  di borsa &#8211; ambito di finanziamento, ma anche dell&#8217;esercizio del potere &#8211;  si pone ancora all&#8217;avanguardia di questo processo di espansione  nell&#8217;economia reale a partire da tutte quelle industrie che, in senso  lato, rappresentano l&#8217;&#8221;indotto&#8221; della distribuzione del suo &#8220;prodotto&#8221; &#8211;  autosufficienza energetica, archiviazione, trasmissione di dati.  Quattro sono i campi principali in cui Google indirizza e finanzia  sempre più direttamente<strong> la sua ricerca</strong> (attraverso borse di studio come i <a href="http://research.google.com/university/relations/focused_research_awards.html">Google Research Awards</a> e la sussidiaria di venture capital <a href="http://www.google.com/ventures/">Google Ventures</a>):  intelligenza artificiale, utilizzo dei cellulari come strumenti di  raccolta dati per la salute pubblica ed il monitoraggio dell&#8217;ambiente,  efficienza energetica degli elaboratori, privacy (ovviamente da  intendersi in senso modulare); ma anche box per la televisione <em>on demand</em> e prototipi di auto elettriche. Un processo che non si arresta: come  cerchi concentrici dopo il lancio di un sasso in uno stagno, le imprese  del web 2.0 cercano di estendere ad ondate la loro proiezione sulla  superficie del reale.</p>
<h2>Your world is connected</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto finora  introdotto non va rimosso dal contesto delle grandi trasformazioni  economiche e tecnologiche degli anni 2000: da una parte gli azionisti  dei grandi hedge fund sono alla ricerca di <strong>nuovi mercati</strong> da conquistare, dopo il tracollo globale prodottosi a partire dalla  crisi del mercato immobiliare statunitense del 2007 (settore a sua volta  foraggiato dai capitali in fuga dal crac della new economy).  Dall&#8217;altra, i progressi delle reti wireless e la <strong>semplificazione delle interfacce </strong>e  del design dei dispositivi telematici hanno visto l&#8217;affermazione a  livello mainstream (sempre nel 2007 con la commercializzazione  dell&#8217;IPhone di Apple) degli <strong><em>smartphone</em> </strong>come  strumenti di navigazione web; strumenti sempre più centrali in un  mondo-mercato affamato di mobilità e portabilità dell&#8217;informazione e dei  suoi media.</p>
<p>E&#8217; con questi passaggi che si affermano alcune forme di <strong>colonizzazione del reale </strong>e  della sua economia da parte dei reduci della frontiera: ad esempio  determinate forme di implementazione e fruizione della realtà aumentata  (la sovrapposizione di molteplici livelli informativi agli oggetti  dell&#8217;esperienza sensoriale). La quale cessa di essere una funzionalità  tecnica su cui speculare in asettici laboratori e fumose <em>press conferences</em>, per divenire un<strong> terreno dei rapporti di produzione</strong>;  su cui catalogazioni e costruzioni di senso collaborative dal basso si  muovono in quella che vuole costituirsi come struttura di  intermediazione totale dei beni reali e digitali (ruolo che in passato  hanno provato a giocare, in ambito ben più limitato e settoriale, attori  come RIAA e MPAA) da parte di vecchi e nuovi <strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2-0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick/">infolatifondisti del Web 2.0</a></strong>.</p>
<p>Così, ai fini di qualificare le esperienze individuali e collettive, la<strong> geolocalizzazione</strong>, il <em>check-in</em>,  la connessione del proprio mondo a quello degli intermediari di rete  divengono il punto di convergenza ed il fulcro dell&#8217;incontro tra  economia reale e virtuale. Un esempio viene dal social network <strong>FourSquare</strong> in cui &#8211; autenticandosi un certo numero di volte al servizio da una  qualunque posizione, attività o luogo localizzato nel mondo reale &#8211; si  ha la possibilità di redarre descrizioni per gli altri utenti, segnalare  i posti più interessanti delle città, socializzare tutta una serie di  itinerari quotidiani a fini ludici e meno ludici. Tuttavia non manca,  anzi è pervasivo l&#8217;aspetto commerciale: fidelizzazione dei clienti che  effettuano più check-in presso un negozio, profilazione in base alle  categorie di acquisti per segnalare loro gli esercizi maggiormente (?)  attraenti, fino ad arrivare alla creazione delle abitudini più  appropriate per accaparrarsi il badge più esclusivo della multinazionale  X &#8211; tutte attività per cui FourSquare riceve una percentuale.</p>
<p>Altro attore emergente a godere di simili meccanismi di rendita è<strong> GroupOn</strong>,  un sito che raccoglie sconti ed offerte presso varie attività città per  città, che vengono corrisposte in presenza di un numero minimo di  consumatori: così l&#8217;attività si pubblicizza o si libera di scorte di  magazzino, mentre GroupOn trattiene per sé parte delle transazioni.</p>
<p>Anche  qui, forti delle loro economie di scopo, Google e Facebook hanno  iniziato ad investire, annunciando l&#8217;aggiunta alle proprie funzionalità  &#8220;Places&#8221; (che replicano Foursquare) delle &#8220;Google Offers&#8221; e dei  &#8220;Facebook Deals&#8221; (di funzionamento simile a quelli di GruopOn), e  contando entrambe di implementare nel prossimo futuro proprie  piattaforme di pagamento mobile (Google Checkout) o di valuta interna  (Facebook Credits); ma il discorso vale anche per altre aziende immerse  dalla prima ora nel settore dell&#8217;e-commerce quali E-bay, che dallo  scorso dicembre con l&#8217;acquisizione di Milo.com offre la possibilità di  ricercare e pubblicizzare prodotti presso esercizi localizzati.</p>
<p>Ma quali sono<strong> gli effetti</strong> di queste trasformazioni nei rapporti tutti materiali dell&#8217;economia sulle istituzioni finanziarie e sul potere politico?</p>
<p><em>(continua&#8230;)</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/29/ritorno-dalla-frontiera-prima-parte/">Ritorno dalla frontiera &#8211; Prima parte</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Twitter come Wall Street</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 15:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La crisi è arrivata anche su twitter Sono circa le 19.30 nell&#8217;Aula Poeti di Scienze Politiche a Bologna. Saskia Sassen si sta apprestando ad ultimare la sua relazione sulle &#8220;Sfide globali nella città&#8221; quando Qwit (il client open source che solitamente usiamo per comunicare a colpi di 140 caratteri con altri fringuelli sparsi per Bologna, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="text-decoration: underline">La crisi è arrivata anche su twitter</span></h3>
<p><img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/fail-whale-money-dreams.gif" alt="" hspace="20" align="right" />Sono circa le 19.30 nell&#8217;Aula Poeti di Scienze Politiche a Bologna. Saskia Sassen si sta apprestando ad ultimare la sua relazione sulle &#8220;Sfide globali nella città&#8221; quando Qwit (il client open source che solitamente usiamo per comunicare a colpi di 140 caratteri con altri<br />
fringuelli sparsi per Bologna, Italia e resto del globo) cinguetta la seguente notizia:</p>
<p><em>&#8221; <span style="font-weight: bold">0 following 0 followers!</span> &#8220;</em></p>
<p>Incuriositi cominciamo a spulciare il nostro profilo e quello di altri amici che seguiamo: tutti i legami che abbiamo instaurato sembrano essere improvvisamente tabula rasa, spazzati via da un disturbo nella forza che pazientemente regola la vita in rete.<br />
L&#8217;insieme di relazioni creato e mappato all&#8217;interno del network di twitter è completamente azzerato.<br />
I media tradizionali approntano alla bell e meglio un neologismo (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=7610&amp;ID_sezione=38&amp;sezione="><span style="font-style: italic">Twitpocalypse</span></a>) da far circolare nelle nuvole della rete diventate improvvisamente minacciose e gonfie di pioggia.<br />
La coda lunga prende la forma del panico.<span id="more-90"></span></p>
<h3 style="font-weight: bold"><span style="text-decoration: underline">Qualcuno può leggermi ?</span></h3>
<p>Non ci vuole molto ad immaginare che cosa succede in quegli attimi. I proverbiali istanti di silenzio prima della tempesta vengono spezzati dal librarsi in volo di una quantità impressionante di messaggi che fra il preoccupato ed il sarcastico commentano il fatto. L&#8217;improvviso &#8220;lunedì nero&#8221; di twitter non risparmia proprio nessuno: ne gli info-proletari che strangolati dal lavoro precario possono usare solo le ore notturne per coltivare amicizie ed aggiungere contatti alle loro liste, ne le star, le istituzioni e gli uomini politici che sulle<br />
relazioni a forma di rete ormai sempre più costruiscono icone televisive, messaggi pubblicitari e rappresentazioni di potere. C&#8217;è da chiedersi se alla Casa Bianca dopo <a href="http://www.huffingtonpost.com/2009/01/05/twitters-hacked-bill-orei_n_155302.html">l&#8217;ultimo hack ai danni del profilo del presidente Barack Obama</a> non abbiano preferito alzare la cornetta per chiedere ragguagli: probabilmente mandare un&#8217; e-mail sarebbe stato ritenuto poco sicuro.</p>
<p>Incredulità, sgomento, cospirazionismo ed improbabili SOS compongono un mash-up singolare. A crisi mistiche e proclamate volontà di suicidare il proprio avatar fanno seguito i richiami tranquillizzanti di alcuni dei twitters più autorevoli del network. Mashable, un influente social media (anche se il suo taglio per un target di techno-fan lo rende una<br />
lettura abbastanza noiosa) riprende la <a href="http://status.twitter.com/post/587210796/follow-bug-discovered-remedied">comunicazione data dalla società di Biz Stones</a>: si afferma che il down (anche se non si è trattato di un vero down dato che l&#8217;infrastruttura di microblogging ha effettivamente continuato a funzionare permettendo lo scambio di comunicazioni) è stato conseguenza un bug che permetteva a chiunque di decidere chi aggiungere alla propria lista di followers semplicemente digitando &#8220;<span style="font-style: italic">accept nomedelfollower</span>&#8220;. Per ovviare a questo problema è stato necessario azzerare la lista delle relazioni di ogni singolo utente.</p>
<p>Dopo circa un&#8217;ora la situazione ritorna alla normalità: alla nevrosi di massa si sostituisce un&#8217;euforia ingiustificata. C&#8217;è chi si felicita di aver navigato questo momento storico (un impagabile storiella da raccontare a nipotini distratti mentre con l&#8217;Iphone  manovrano il loro Parrot nuovo di zecca) e c&#8217;è chi si rallegra di essere uscito indenne da questa crisi, magari con la lista dei follower epurata dagli immancabili spam-bot che la infestavano, pronto a ricominciare tutto da capo.</p>
<p>Sarà senz&#8217;altro così ma c&#8217;è anche qualcos&#8217;altro da tenere presente.<br />
<span style="font-weight: bold;text-decoration: underline"><br />
</span></p>
<h3 style="text-decoration: underline"><span style="font-weight: bold">Too big to fail whale </span></h3>
<p>Certo la vicenda che ha segnato la rete ieri nel tardo pomeriggio, al di là dell&#8217;ironia che può suscitare, è assolutamente interessante ed indicativa di quelli che sono i paralleli che si possono tracciare tra il funzionamento dei social network e l&#8217;economia finanziaria, protagonista assoluta delle cronache di questi giorni.</p>
<p>Paralleli che di fatto sono da sempre presenti: i meccanismi di <span style="font-size: small"><span style="color: #000000">ricerca, ricezione e condivisione (in ultima istanza partecipazione)</span></span> delle attività in rete, si fondano su automatismi e sono resi possibili dall&#8217;interiorizzazione di  schemi concettuali riduzionisti e convenzioni. Tali meccanismi <span style="font-size: small"><span style="color: #000000">sono gli stessi che stanno alla base della pubblicizzazione e della valorizzazione di un titolo di borsa.</span></span> Nel mercato finanziario come in Internet si punta all&#8217;azione o all&#8217;informazione che gli &#8220;altri&#8221; considerano &#8220;buona&#8221; (un titolo in rialzo o un video più cliccato). Il problema è che di tali meccanismi poggiano su basi fragili e sembrano nutrirsi di un valore costruito artificialmente &#8211; e che artificialmente può essere ingrossato e<br />
sgonfiato &#8211; che da un momento all&#8217;altro può volatilizzarsi.</p>
<p><span><span><span>Ieri è bastato un bug (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%2520e%2520Mercati/2010/05/borsa-europa-6-maggio-2010.shtml?uuid=11a11ef6-58e0-11df-a0f0-dfea661b6fe1">o una b al posto di una m</a>) nel sistema e le &#8220;quotazioni&#8221; di tutti sono precipitate scatenando il panico. Mentre voci incontrollate si rincorrevano alimentandosi l&#8217;una con l&#8217;altra, </span></span></span>nel giro di pochi minuti il tag più ricercato sulla piattaforma di microblogging è diventato &#8220;Followers&#8221;. Anche in questo caso un cortocircuito informativo ha prodotto la creazione di un hype (il primo comandamento dell&#8217;imprenditore del &#8220;web 2.0&#8243;) che è però sfuggito improvvisamente ad ogni logica e ad ogni controllo. La razionalità mimetica come comportamento imitativo si è concretizzata anche in un &#8220;assalto ai form di iscrizione&#8221; per non essere esclusi dal network e cominciare poco alla volta a recuperare i<br />
propri contatti. Ovviamente l&#8217;accesso è stato negato.</p>
<p>A riportare la calma ci hanno pensato i grossi aggregatori (Twitter stesso ed altri social media) che forti del loro peso di intermediari nel gioco dei flussi di comunicazione (come le agenzie di rating nei flussi finanziari) si sono affrettati a mettere in risalto il loro ruolo di catalizzatori di attenzione, delegando agli utenti/operatori il compito di diffondere tramite i &#8220;retweet&#8221; la notizia secondo cui il problema era solo temporaneo e che presto lo scambio di comunicazione sarebbe potuto riprendere normalmente.<br />
Non stupisce che Twitter abbia deciso di optare per questa scelta piuttosto che bloccare l&#8217;intero network per un&#8217;ora. Il rischio che si paventava era quello di provocare un allarme simile a quello seguito al<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=6488&amp;ID_sezione=&amp;sezione="> crackdown dell&#8217;agosto 2009</a> , quando in pochi minuti diversi tg avevano commentato i lanci di agenzia con toni da 11 settembre.</p>
<p>Certo questo non può cancellare la suggestiva immagine globale di milioni di profili improvvisamente solitari. Una fugace rappresentazione che ricorda come qualsiasi social network sia nient&#8217;altro che un guscio vuoto, inutilizzabile senza quei processi di crowdsourcing affidati al lavoro volontario degli utenti che incessantemente spendono il loro tempo per mappare gusti, interessi ed attività conferendovi così valore.</p>
<p>Infine la questione dell&#8217;azzeramento temporaneo dei profili per chiudere un bug che permetteva di accumulare capitale reputazionale con un trucco. <a href="http://www.wired.it/news/archivio/2010-05/10/zero-follower-su-twitter,-mezz%2527ora-di-panico-in-rete.aspx">Afferma Wired Italia</a> che &#8220;si è trattato di una sorta di reset , dal quale ripartire in modo più stabile e sicuro&#8221;. A voler essere maligni noi ci vediamo l&#8217;allegoria del <a href="http://informazionescorretta.blogspot.com/2010/05/euforiche-le-borse-mentre-scriviamo.html" target="_blank">salvataggio europeo messo in atto in questi giorni</a>, in attesa <span><span><span>della prossima crisi (o falla nel sistema che sia) sapendo che queste non sono anomalie ma elementi strutturali del sistema.</span></span></span></p>
<p><strong>Per approfondimenti:</strong> <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte" target="_blank">Socializzazione della finanza e crisi economica globale</a>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/05/11/twitter-come-wall-street/">Twitter come Wall Street</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Info Free Flow (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 14:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sorveglianza]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo la bolla della New Economy&#8230; Al di l&#224; delle motivazioni pi&#249; squisitamente economiche dello scoppio della bolla delle Dot Com nel 2000, c&#8217;&#232; da riflettere sulla distanza antropologica tra previsioni degli investitori e design dell&#8217;architettura di rete degli anni &#8217;90. In quel periodo erano necessarie notevoli competenze specialistiche per usufruire di un computer e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Dopo la bolla della<br />
New Economy&#8230;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Al di l&agrave; delle<br />
motivazioni pi&ugrave; squisitamente economiche dello scoppio della bolla<br />
delle Dot Com nel 2000, c&#8217;&egrave; da riflettere sulla distanza<br />
antropologica tra previsioni degli investitori e design<br />
dell&#8217;architettura di rete degli anni &#8217;90. In quel periodo erano<br />
necessarie notevoli competenze specialistiche per usufruire di un<br />
computer e per navigare in una rete che, sebbene in transizione verso<br />
l&#8217;uso civile, aveva le sue radici ancora nei progetti dei<br />
<em>cybersoviet</em>, compensando i prerequisiti tecnici richiesti a<br />
chi vi si avvicinasse con un&#8217;elevata scalabilit&agrave; ed orizzontalit&agrave;.<br />
L&#8217;infrastruttura di rete e la capacit&agrave; di storaggio e trasmissione<br />
dei dati non erano ancora cos&igrave; elaborate da facilitare la<br />
partecipazione del grande pubblico ad un&#8217;economia di beni e servizi<br />
immateriali come quella prospettata dalla retorica positivista dei<br />
redattori di <em>Wired</em>. In altre parole, la bolla della New<br />
Economy &egrave; stata dovuta ad errori di sopravvalutazione da parte del<br />
mercato della assorbibilit&agrave; dei servizi delle dot com, della loro<br />
monetizzabilit&agrave; e del livello di competenza dei loro utenti. Slogan<br />
del tempo prospettavano: &quot;arricchisciti in fretta&quot; o<br />
&ldquo;costruiamole, poi arriveranno&rdquo;, ma ci&ograve; si &egrave; dimostrato a lungo<br />
termine insostenibile, davanti alla mancanza di un design in grado di<br />
permettere agli investitori/utenti di orientarsi tra ed usufruire di<br />
dispositivi in grado di offrire loro servizi e contemporaneamente<br />
mettere a lavoro la propria esperienza. Il colpo alla FIRE economy a<br />
fine anni &#8217;90 deriva anche da un deficit di economia ICE<br />
(intellectual, cultural, educational) che non poteva essere colmato,<br />
a meno di non abbassarne l&#8217;asticella ad un target dotato di<br />
competenze pi&ugrave; generiche e dandogli modo di metterle a valore.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<span id="more-83"></span>&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il crollo delle Dot Com<br />
comporta un profondo ripensamento delle dinamiche della cosiddetta<br />
&quot;economia della conoscenza&quot;, spesso enfaticamente ed<br />
ottimisticamente posta come &quot;economia dell&#8217;abbondanza&quot;: se<br />
&egrave; vero che con i costi di riproduzione marginali dei beni<br />
immateriali tendenti allo zero la circolazione degli stessi viene<br />
assai facilitata, &egrave; anche vero che non tutti possiedono abbastanza<br />
tempo e risorse cognitive ed interpretative non solo per goderne, ma<br />
alle volte nemmeno per intercettarli. Si pone il problema<br />
dell&#8217;economia dell&#8217;attenzione, che non rappresenta certo il ritorno<br />
alla scarsit&agrave; tradizionale, bens&igrave; una declinazione di questa<br />
variabile rispetto allo scenario della New Economy. Il deficit di<br />
attenzione dell&#8217;operaio sociale della New Economy &egrave; profondamente<br />
intrecciato alle dinamiche della finanziarizzazione e della<br />
parcellizzazione del lavoro precedentemente discusse: questi processi<br />
hanno s&igrave; generato redditi aggiuntivi (distribuendoli in modo<br />
ineguale), ma distruggendo al contempo salario e stabilit&agrave;<br />
occupazionale (con le ristrutturazioni e le esternalizzazioni) e<br />
dirottando il tempo di attenzione dei lavoratori-consumatori dalla<br />
ricerca di beni e servizi a quella di lavoro. E&#8217; un problema presente<br />
e persistente persino nella nuova new economy del Web 2.0 in cui -<br />
nonostante le avanzate tecniche di profilazione, di <em>tailored<br />
advertising</em> e la messa a lavoro di risorse e competenze<br />
extra-lavorative con la messa a valore del tempo libero &#8211; resta o<br />
diventa ancora pi&ugrave; scarso in rapporto all&#8217;offerta il tempo di<br />
attenzione da dedicare alla ricerca ed consumo di beni e servizi<br />
informazionali.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
La grande lezione<br />
impartita dalla bolla delle dot com riguarda la posizione della forza<br />
lavoro: essa non &egrave; solo un costo salariale e un produttore di<br />
attenzione, ma anche un reddito ed un consumatore di attenzione.<br />
Anche&nbsp;in questo la rete si dimostra non un paradiso della<br />
gratuit&agrave; e della disponibilit&agrave; sconfinata di beni e servizi, bens&igrave;<br />
un ambiente regolato da interazioni niente affatto differenti<br />
rispetto al reale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Riaprire la Frontiera<br />
della Sussunzione: Personalizzazione di Massa</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<br />
Se nel mondo della<br />
finanziarizzazione &egrave; la nuda vita ad essere messa a valore, ci&ograve;<br />
comporta un collegamento diretto con la necessit&agrave; di determinare<br />
questo valore ai fini di un suo migliore inserimento e scambio sul<br />
mercato. Non si tratta esclusivamente di vita ed esperienze<br />
antropiche: l&#8217;intero mondo naturale e le sue manifestazioni vanno<br />
ridotte a quantit&agrave;, reificati, sia per venire fruiti inclusivamente<br />
dal pi&ugrave; ampio numero possibile di soggetti, sia per essere collocati<br />
sul mercato e permettere a questo di scommettere sulle loro<br />
oscillazioni. Nel postfordismo fino alla bolla delle dot com, ci&ograve; &egrave;<br />
stato possibile solo in parte, a causa di evidenti limiti<br />
infrastrutturali.&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Questa rivoluzione<br />
silenziosa viene messa in secondo piano dall&#8217;altra spinta<br />
capitalista, ma qualitativa, dell&#8217;apertura delle frontiere<br />
internazionali al libero mercato: sia a livello globale (con<br />
l&#8217;istituzione dell&#8217;OMC nel 1995) che regionale (ad esempio con<br />
l&#8217;implementazione del trattato di Maastricht in Europa), l&#8217;irruzione<br />
di merci straniere sui mercati nazionali sembrava rappresentare la<br />
soluzione alla saturazione di questi ultimi. Tuttavia, il tentativo,<br />
od il passaggio, di proporre beni terziari ed immateriali<br />
standardizzati, come in una sorta di prosecuzione del consumo di<br />
massa fordista in cui al modello T si sostituiscono le scarpe Nike,<br />
il Big Mac, ecc. (in un fordismo di beni terziari, immateriali) ha<br />
prodotto opposizione e conflitto. Il pensiero unico e la<br />
globalizzazione subiscono a distanza ravvicinata da parte di una<br />
pluralit&agrave; di movimenti, consumatori, resistenze &#8211; spinta da<br />
motivazioni diversificate e a volte antitetiche &#8211; il triplice colpo<br />
sociale (Seattle 1999) economico (Dot Com 2000) e politico (Genova e<br />
Twin Towers 2001) che porta il capitale alla ristrutturazione sotto<br />
l&#8217;insegna della personalizzazione di massa, il riconoscimento della<br />
possibilit&agrave; di costruire un mercato su un soggetto a partire dalla<br />
sua propria identit&agrave;. Per inciso, <em><strong>si nota una ciclicit&agrave;<br />
affine al decennio rosso, in cui il conflitto sociale (dal &#8217;68)<br />
precede la crisi economica (anni &#8217;70) e la ricalibrazione del sistema<br />
politico (Thatcherismo/Reaganismo)</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em><strong>E&#8217; con il crollo<br />
delle dot com che si chiude la transizione post-fordista e si apre la<br />
fase del biocapitalismo</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Ad inizi anni 2000, di<br />
pari passo con la presa d&#8217;atto del deficit di istruzione del grande&nbsp;<br />
pubblico nei confronti delle applicazioni dell&#8217;internet dei<br />
<em>cybersoviet</em> e delle asimmetrie informative tra di esso ed i<br />
<em>knowledge worker</em> della finanza, iniziano a concretizzarsi<br />
quelle infrastrutture, dispositivi e design applicativi in grado di<br />
abbattere i costi di accesso per la collettivit&agrave; all&#8217;interfaccia<br />
sussuntiva di rete globale, ed aumentarne i margini di profittabilit&agrave;<br />
per il capitale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Leve parallele di questa<br />
tendenza sono le rivoluzioni nelle capacit&agrave; di portabilit&agrave; e<br />
storaggio dell&#8217;informazione, sintetizzate dall&#8217;affermazione<br />
progressiva del <em>cloud computing</em> e del &quot;software come<br />
servizio&quot;. Come si vedr&agrave; in dettaglio pi&ugrave; avanti,<br />
l&#8217;abbattimento dei costi e l&#8217;aumento delle capacit&agrave; dei dispositivi<br />
di storaggio permettono alle grandi imprese dell&#8217;information<br />
technology di dotarsi di enormi datacenter sui cui server su cui far<br />
girare un crescente numero di servizi.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il primo e pi&ugrave;<br />
emblematico di essi, in rapporto alla fase che si stava aprendo, &egrave;<br />
quello della <em><strong>webmail</strong></em>: fino ad anni &#8217;90 inoltrati, la<br />
fruizione di internet passava per l&#8217;abbonamento ad internet service<br />
provider a dimensione prevalentemente locale, fornitori di<br />
connettivit&agrave; e servizi web. Uno di questi ultimi, la casella di<br />
posta elettronica &#8211; che consentiva per la prima volta al grande<br />
pubblico di scambiarsi messaggi online in tempo reale &#8211; prevedeva di<br />
default l&#8217;installazione di un client per scaricarli sul proprio<br />
computer.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;entrata sul mercato dei<br />
provider delle telco, desiderose di mettere a profitto un canale<br />
mediale su cui esercitavano un monopolio naturale in molti casi<br />
pressoch&eacute; assoluto, oltrech&eacute; al moltiplicarsi dell&#8217;offerta di<br />
servizi online di attori del mondo software come Microsoft, reca con<br />
s&eacute; l&#8217;offerta di spazio web da cui accedere alle proprie<br />
informazioni. <em><strong>Quasi vent&#8217;anni dopo l&#8217;ubiquit&agrave; dell&#8217;accesso al<br />
credito, viene posta l&#8217;ubiquit&agrave; di accesso ed immissione delle<br />
informazioni in rete, amplificandone la portata e le occasioni di<br />
valorizzazione</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Da qui al credito mobile<br />
ed alla connessione internet via smartphone, vero e proprio culmine<br />
delle innovazioni biocapitaliste, vi &egrave; tutta una successione di<br />
importantissimi passaggi, che portano al consolidamento di una serie<br />
di dispositivi volti ad assicurare la concentrazione dei nuovi<br />
profitti prodotti: sul versante finanzario, che interessa la messa <em><strong>a<br />
valore</strong></em> capitalista dell&#8217;informazione (oltre che della nuda<br />
vita), segnaliamo gli strumenti derivati ed il microcredito. Sul<br />
versante informatico, che interessa la messa <em><strong>a lavoro</strong></em><br />
capitalista dell&#8217;informazione, si possono citare l&#8217;introduzione di<br />
digitalizzazione, banda larga, memorie di massa; delle licenze<br />
Creative Commons; del software open source. Quest&#8217;insieme di<br />
dispositivi risponde all&#8217;esigenza capitalista di trasformare un<br />
mercato di massa, finanche nella sua variante postfordista, in una<br />
massa di mercati per superarne la standardizzazione e l&#8217;esclusivit&agrave;<br />
che la globalizzazione aveva prodotto e contro cui era esplosa una<br />
stagione di antagonismo:
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
1) Includendo quanti pi&ugrave; soggetti possibile nel<br />
mercato
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
2) Dando loro la<br />
possibilit&agrave; di usufruire di prodotti altamente personalizzati
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
Ma in che modo?
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Costruzione<br />
finanziaria del Biocapitalismo</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nel novembre 1999, dopo<br />
che la proposta di legge ottiene una schiacciante maggioranza in<br />
Congresso, il presidente statunitense Clinton promulga il<br />
<em><strong>Gramm-Leach-Bliley Act (GLBA)</strong></em>, noto anche come<br />
<em><strong>Financial Services Modernization Act</strong></em><strong>. </strong>Accogliendo<br />
richieste pi&ugrave; che decennali da parte di operatori finanziari come<br />
Citigroup, (che gi&agrave; operavano in tal senso nell&#8217;illegalit&agrave;, e che<br />
avevano la possibilit&agrave; di supervisionare la stesura della legge<br />
grazie ai loro lobbisti in Congresso, ed ad appoggi come il<br />
segretario al tesoro Rubin nell&#8217;amministrazione) veniva a cadere il<br />
divieto di fusione tra banche commerciali, d&#8217;investimento ed agenzie<br />
assicurative introdotto nel 1933 dal Glass-Steagall Act, emanato dopo<br />
la Grande Depressione del 1929. Si venivano a creare veri e propri<br />
supermarket della finanza, in cui la spinta a coprire ogni stadio ed<br />
ogni contingenza del credito e del risparmio comportavano la corsa<br />
sempre pi&ugrave; vertiginosa ad acquisizioni di attivit&agrave; e fusioni tra<br />
operatori con target anche molto differenti.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Fatto cruciale, la legge esentava esplicitamente da<br />
ogni regolazione, controllo e registrazione da parte della SEC (la<br />
commissione statunitense di vigilanza sulla borsa valori) derivati<br />
come i contratti di swap sui titoli, avallandone cos&igrave; l&#8217;esistenza di<br />
un mercato parallelo.
</p>
<p align="JUSTIFY">
&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Boom degli strumenti<br />
derivati&nbsp;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nella scia del riassetto<br />
istituzionale appena discusso, i derivati diventano lo strumento<br />
principe per allargare la partecipazione al processo di<br />
finanziarizzazione a fasce di popolazione sempre pi&ugrave; ampie. Come?<br />
Questi prodotti finanziari sono titoli il cui valore di mercato &egrave;<br />
correlato a quello di altri (azioni, obbligazioni, valute, indici,<br />
tassi, materie prime, altri derivati, ecc.), cio&eacute; al loro andamento<br />
borsistico; se io effettuo un investimento rischioso posso tutelarmi<br />
dalla sua eventuale cattiva performance acquistando il derivato<br />
adeguato &#8211; che pu&ograve; prevedere la copertura delle perdite con<br />
l&#8217;acquisto di un altro titolo o paniere di titoli dall&#8217;andamento pi&ugrave;<br />
prevedibile, con un rimborso alla stregua di un premio assicurativo,<br />
o altro ancora.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Un esempio di derivati sono le opzioni (Covered<br />
Warrant): esse danno il <em><strong>diritto</strong></em> a vendere o comprare un<br />
titolo ad un dato prezzo e/o durante/allo scadere di un certo<br />
periodo. Se mi impegno a comprare un lingotto d&#8217;oro tra un mese al<br />
prezzo attuale, ma nel frattempo il prezzo dell&#8217;oro scende, con<br />
l&#8217;opzione adatta ho la facolt&agrave; di recedere dall&#8217;accordo.<br />
Se da<br />
una parte la variet&agrave;, versatilit&agrave;, ed alienabilit&agrave; dei derivati a<br />
terzi ne assicura il successo come strumenti di copertura del rischio<br />
(<em>hedging</em>) tramite la creazione di piani di investimento<br />
personalizzati, dall&#8217;altro ne favorisce lo scambio su mercati in<br />
larga parte informali e non regolamentati, oltrech&eacute; a fini<br />
speculativi (fino al 2008 negli USA se con il derivato adatto si<br />
acquistava un titolo pagandolo dopo un mese, speculando sulla caduta<br />
del prezzo del titolo in quell&#8217;intervallo era possibile ricavare un<br />
profitto anche senza disporre di capitali per garantire<br />
l&#8217;operazione): anche in questo riemerge la concatenazione della<br />
riproduzione sociale allargata a quella del capitale.&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Microcredito</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nonostante la loro<br />
popolarit&agrave;, i derivati non risolvono il problema di chi al grande<br />
casin&ograve; della borsa non pu&ograve; partecipare per gravi deficit<br />
infrastrutturali e di competenze, i non-investitori per definizione<br />
come ad esempio gli ultrapoveri dei paesi in via di sviluppo.
</p>
<p align="JUSTIFY">
E&#8217; qui che interviene il microcredito, creando un<br />
bacino di nuovi consumatori nel riprodurre un surrogato di <em>basic<br />
income</em>, nella misura in cui si presta denaro a soggetti privi di<br />
occupazione fissa e referenze creditizie pregresse.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il rischio del capitale,<br />
endogenizzato e compresso in tal modo, viene per&ograve; a riemergere sotto<br />
altre forme: tassi d&#8217;interesse molto elevati, che in alcuni contesti<br />
raggiungono percentuali usurarie; tendenza a privatizzare reti di<br />
protezione sociale locali, sottraendo in tal modo alle comunit&agrave;<br />
strumenti di autogoverno; scarsa attenzione alle condizioni<br />
lavorative del debitore, cosicch&eacute; esso si trova in svariati casi ad<br />
affidarsi a lavori usuranti o informali, o a ricorrere ad altri<br />
prestiti, o addirittura diventare un vero e proprio lavoratore<br />
salariato nelle sussidiarie messe in piedi ad hoc dalle istituzioni<br />
di microcredito.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Costruzione<br />
informatica del Biocapitalismo</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Come detto in precedenza,<br />
per rendere effettiva la valorizzazione biocapitalista occorre<br />
operare la quantificazione delle infinite variabili che sottendono<br />
alla nostra percezione del mondo e dei viventi, e quindi del sapere.<br />
Lasciando per un po&#8217; da parte le declinazioni di tale quantificazione<br />
maggiormente afferenti all&#8217;ambito produttivo &#8211; dai crediti<br />
universitari alle agenzie di rating alle certificazioni di qualit&agrave; -<br />
concentriamoci sul processo seminale di riduzione dei fenomeni<br />
audiovisivi da valori continui a valori discreti.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Infrastrutture e<br />
dispositivi di massa per effettuarlo e veicolare &#8211; acquisendo e<br />
riproducendo &#8211; tali fenomeni esistevano gi&agrave; (scanner/stampanti,<br />
registratori e videoregistratori); la novit&agrave; introdotta nel tardo<br />
postfordismo degli anni &#8217;90 sta tutta nel supporto su cui gli<br />
audiovisivi verranno riversati, cio&eacute; della convergenza sul formato<br />
digitale. Al di l&agrave; degli standard proprietari come l&#8217;MP3 (1994) per<br />
l&#8217;audio ed il DIVX (1999) per il video, e dei nuovi strumenti<br />
impiegati (come le fotocamere e videocamere digitali&nbsp; degli anni<br />
&#8217;90), la novit&agrave; &egrave; rappresentata dalla trasposizione in bit dei<br />
fenomeni audiovisivi, che riduce la durata di un brano e la qualit&agrave;<br />
di un video alla stessa dimensione. Infatti, per sua stessa<br />
definizione, tutto ci&ograve; che &egrave; digitale (da <em>digitus</em>, numero)<br />
pu&ograve; essere quantificabile e quantificato; e tutto ci&ograve; che pu&ograve;<br />
essere quantificato pu&ograve; essere commerciato. L&#8217;architettura di rete<br />
della prima internet era generalmente caratterizzata dalla parit&agrave;<br />
tra capacit&agrave; di upload e download; se ci&ograve; favoriva la<br />
moltiplicazione dei provider ed evitava i colli di bottiglia dello<br />
streaming (che si basa sulla trasmissione di dati a partire da un<br />
server centralizzato) essa era certamente deleteria per chi volesse<br />
trarre profitto dalle dinamiche generate da una fruizione di massa<br />
della rete, che doveva basarsi incondizionatamente sulla velocit&agrave; di<br />
download di una quantit&agrave; di beni e servizi informatici da parte del<br />
grande pubblico. E&#8217; a tal fine che nel 1998 nasce l&#8217;ADSL (<em>Asymmetric<br />
Digital Subscriber Line</em>) che, appunto, penalizza la capacit&agrave; di<br />
upload di dati da parte dell&#8217;utenza in favore di quella di download.<br />
Completa questo mosaico la commercializzazione a fine anni &#8217;90 delle<br />
memorie di massa portatili: grazie ai progressi della<br />
miniaturizzazione si opera un salto di qualit&agrave; nella mobilizzazione<br />
quantitativa e qualitativa dei dati: quantitativa rispetto al numero<br />
di informazioni e beni di consumo digitali da poter immagazzinare e<br />
di cui disporre, qualitativa laddove ad interi archivi di nastri di<br />
audio e videocassette, enciclopedie cartacee e persino agli stessi<br />
floppy disc, cd e dvd, si sostituiscono hard disk portatili e<br />
semplici pendrive USB.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Licenze Creative<br />
Commons</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;introduzione di queste<br />
licenze nel 2002 ad opera del giurista di Stanford Lawrence Lessig -<br />
desideroso di estendere i valori e le attitudini alla base del<br />
&quot;movimento&quot; dell&#8217;Open Source all&#8217;intero spettro delle opere<br />
dell&#8217;ingegno &#8211; rappresenta il primo vero tentativo di gettare le basi<br />
di una sistematizzazione dei diritti di propriet&agrave; sui beni immessi<br />
in rete. Possono porsi in forma di condizione o combinazione di<br />
condizioni che ne regolano la circolazione in un regime di <em>copyleft</em>:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- Attribuzione (BY) (deve<br />
essere citato l&#8217;autore originale dell&#8217;opera)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- No opere derivate (ND)<br />
(l&#8217;opera non deve essere modificata)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- Condividi allo stesso<br />
modo (SA) (secondo quanto stabilito dall&#8217;autore dell&#8217;opera<br />
originaria)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- Non commerciale (NC)<br />
(tranne che per l&#8217;autore stesso)
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
Prestabilire tali condizioni facilita la<br />
diffusione e la rielaborazione di saperi ed opere in misura maggiore<br />
rispetto a quanto avvenga per quelli posti sotto copyright: a tal<br />
fine il pubblico dominio sarebbe inefficace, potendo un&#8217;opera<br />
rilasciata in tal modo venire privatizzata semplicemente apportandole<br />
qualche piccola modifica e rivendicandone la paternit&agrave;. Prendiamo ad<br />
esempio il settore dell&rsquo;editoria: un&rsquo;opera sotto copyright, una<br />
volta esaurito il suo ciclo commerciale, pu&ograve; finire non ristampata<br />
per lunghi anni e divenire introvabile, anche in presenza di una<br />
nicchia di consumatori disposta a pagare per averla, mentre ci&ograve; non<br />
accade se essa viene rilasciata in creative commons, laddove essa pu&ograve;<br />
essere reperita ed eventualmente sfruttata commercialmente piuttosto<br />
che essere lasciata ai soli vecchi intermediari editoriali. Va<br />
comunque evidenziato, a scanso di equivoci, come tutto ci&ograve; non crei<br />
di per s&eacute; un economia di tipo comunista: la valorizzazione<br />
dell&#8217;opera rilasciata sotto licenze creative commons avviene a valle<br />
della sua pubblicazione, venendo realizzata principalmente sotto<br />
forma di pubblicit&agrave; ed accesso a contenuti premium proposti da chi<br />
possieda l&#8217;infrastruttura attraverso cui viene veicolata: mediatore<br />
che molto raramente coincide con l&#8217;autore. Inoltre, non vi &egrave;<br />
esplicito riconoscimento del carattere sociale che la rielaborazione<br />
del sapere o del bene riveste, e l&#8217;autore pu&ograve; prevenirne l&#8217;utilizzo<br />
commerciale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Software Open Source</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il movimento del Software<br />
Libero, fondato da Richard Stallmann nel 1983 si prefiggeva di<br />
sviluppare software licenziato sotto queste condizioni:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di eseguire il<br />
programma per qualsiasi scopo
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di studiare il<br />
programma e modificarlo
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di copiare il<br />
programma in modo da aiutare il prossimo
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
* Libert&agrave; di migliorare<br />
il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo<br />
tale che tutta la comunit&agrave; ne tragga beneficio
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
inserite nel framework<br />
giuridico della licenza GNU GPL (la cui prima elaborazione risale al<br />
1989 e la seconda al 1991); il tutto per proteggere il codice<br />
dall&#8217;appropriazione proprietaria, ampliatasi di concerto con il boom<br />
dei brevetti universitari degli anni &#8217;80. Non solo: la condizione di<br />
viralit&agrave;, cio&eacute; dell&#8217;applicazione della licenza GNU GPL anche alle<br />
modifiche del software rilasciato sotto di essa, favoriva la<br />
circolazione non solo del codice in s&eacute;, ma anche del modello di<br />
sviluppo software e dell&#8217;etica hacker ad esso sotteso.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nel 1998 alcuni esponenti<br />
del movimento del Software Libero, con il fine di renderlo appetibile<br />
per il big business, danno vita alla Open Source Initiative: ci&ograve;<br />
porta all&#8217;ingresso graduale del venture capitalism nelle comunit&agrave; di<br />
sviluppo software, introducendo al loro interno tempistiche e<br />
finalit&agrave; commerciali. Sono diversi i passaggi organizzativi e<br />
gestionali delle start up della OSI che gettano ponti verso il big<br />
business dell&#8217;<em>information technology</em>: tra di essi la<br />
calendarizzazione delle release di nuove versioni dei loro software<br />
(laddove in precedenza essi venivano rilasciati nel momento in cui<br />
raggiungevano un livello di stabilit&agrave; reputato soddisfacente, o<br />
rispettavano altri parametri di usabilit&agrave; stabiliti dagli<br />
sviluppatori), la tolleranza o la rivendicazione esplicita della<br />
presenza di pezzi di codice proprietario all&#8217;interno di software<br />
libero e di programmi proprietari all&#8217;interno di sistemi operativi<br />
liberi, la formalizzazione aziendalista dei ruoli della comunit&agrave; di<br />
sviluppo.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Tuttavia il salto di<br />
qualit&agrave; dell&#8217;open source in ambito enterprise avviene con<br />
l&#8217;implementazione al suo interno delle piattaforme L.A.M.P. (sinergia<br />
di sistema operativo Linux, web server Apache, database MySQL, e<br />
linguaggi di programmazione Perl, Python e PHP): aperte e gratuite,<br />
consentono per questo alle aziende di risparmiare sulla sicurezza e<br />
sulle licenze software. E&#8217; da notare come grazie alla loro elevata<br />
stabilit&agrave; conquistino il mercato dei server e si ritrovino per<br />
questo sia alla base delle infrastrutture dell&#8217;internet in generale<br />
che di molte popolari web application gestite dai nuovi intermediari<br />
dell&#8217;informazione (Google, Facebook,ecc.), volte ad incanalare dati<br />
ed elaborazioni dei loro utenti come si vedr&agrave; tra poco.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Conseguenze</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
L&#8217;implementazione delle Web Application (dalla<br />
posta elettronica fino ai portali di investimento finanziario online)<br />
determina la crisi del soggetto del lavoratore della conoscenza: con<br />
l&rsquo;aumento della potenza di calcolo a disposizione dell&rsquo;utenza e<br />
le nuove web application disponibili &#8211; come blog, wiki, fotoritocco<br />
online &#8211; non occorrono pi&ugrave; l&#8217;acquisto di software per il desktop e/o<br />
il possesso di un ampio bagaglio di conoscenze tecnologiche per<br />
produrre e consumare beni digitali che possano trovare anche uno<br />
sbocco di mercato. Per il dilettante che, ricordiamolo, si pone al<br />
centro di quest&#8217;ultimo processo produttivo dedicandovi<br />
prevalentemente il suo tempo libero, viene coniata l&#8217;etichetta di<br />
<em><strong>prosumer</strong></em> (produttore, consumatore e rielaboratore di<br />
informazioni e beni digitali allo stesso tempo). Per sfruttare il suo<br />
lavoro le imprese del web 2.0, secondo la definizione data da &#8216;O<br />
Reilly:
</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Si concentrano<br />
	sull&#8217;offerta di servizi piuttosto che su quella di pacchetti<br />
	software.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Usano il web come<br />
	architettura di partecipazione e non solo di comunicazione e<br />
	distribuzione di prodotti, informazioni e conoscenze.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Elaborano efficienti<br />
	strategie di sfruttamento di intelligenza collettiva dei propri<br />
	utenti
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Adottano modelli di<br />
	business che sfruttano la creativit&agrave; fondata sul remixing di<br />
	oggetti culturali esistenti.
	</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">
Focalizzando i loro sforzi sulla profilazione della<br />
coda lunga &#8211; la massa di mercati di beni di nicchia che i prosumer<br />
prediligono, e che quantitativamente nel suo complesso sopravanza la<br />
quota di mercato dei prodotti generalisti.
</p>
<p align="JUSTIFY">
E il lavoratore della conoscenza? Forse il pi&ugrave;<br />
emblematico colpo di coda della tecno-elite &egrave; stato quello attuato<br />
da Jon Postel, informatico californiano ed architetto dell&rsquo;internet<br />
moderna: il fallimento del suo atto di disobbedienza contro<br />
l&#8217;accentramento dell&#8217;autorit&agrave; di attribuzione dei domini internet -<br />
operato dal governo americano &#8211; che lo vide convogliare a scopo<br />
dimostrativo sul suo computer i rootserver della rete mondiale, &egrave;<br />
anche quello del lavoratore della conoscenza nel perpetuare la<br />
propria riproduzione.<br />
La maggior parte di tutta questa<br />
composizione di classe sprofonda nel precariato; ascende nell&#8217;ambito<br />
residuale ma importantissimo delle attivit&agrave; che richiedono<br />
flessibilit&agrave;, creativit&agrave;, problem-solving generalizzato e<br />
comunicazione complessa &#8211; cio&eacute;, attivit&agrave; non routinarie che non<br />
possano (ancora) essere svolte da macchine &#8211; chi presenti invece tali<br />
competenze.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Inoltre, i lavoratori<br />
della conoscenza solo nella fase espansiva dell&#8217;economia a rete hanno<br />
visto coincidere le loro finalit&agrave; con quelli della riproduzione<br />
economica, che nel biocapitalismo &egrave; legata alla riproduzione della<br />
vita stessa: il prosumer viene costruito dalle informazioni che<br />
consuma/produce. E si noti come la classe subentrante cannibalizzi la<br />
precedente: i lavoratori della conoscenza prosperano sui dispositivi<br />
informatici che destrutturano l&rsquo;operaio massa, e vengono disfatti<br />
dalle web application utilizzate dai prosumer, ormai veri e propri<br />
<em><strong>infoproletari</strong></em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Quindi anche nella<br />
composizione sociale la &ldquo;distruzione creatrice&rdquo; segue<br />
l&rsquo;innovazione?
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Ancora sull&#8217; economia<br />
dell&#8217;attenzione&#8230;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Davanti al limite umano<br />
alla raccolta ed elaborazione di dati nel rumore di fondo della rete,<br />
acquistano importanza istituzioni e dispositivi di intermediazione<br />
informazionale. Come osserva Magnus Eriksson, pi&ugrave; il valore<br />
economico dell&#8217;informazione statica tende allo zero, pi&ugrave; diventa<br />
importante l&#8217;accesso alla comunit&agrave; che circonda quelle informazioni,<br />
perch&eacute; &egrave; la comunit&agrave; che gli conferisce un significato, che<br />
<em>determina se alle fine valgono qualcosa</em>.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Quindi da una parte vi<br />
sono i grandi portali dell&#8217;immissione di informazioni in rete: Google<br />
e Facebook da un lato e le piattaforme finanziarie dall&#8217;altro &#8211; che<br />
non a caso iniziano a convergere. Dall&#8217;altra, certificazioni e<br />
strumenti volti a scremare questi portali per estrapolarne ci&ograve; che<br />
fa pi&ugrave; al caso nostro: da quelle rilasciate dall&#8217;ufficialit&agrave; delle<br />
agenzie di rating (incaricate di valutare i titoli delle imprese in<br />
base alla loro rischiosit&agrave; &#8211; una variazione del rating comporta la<br />
variazione del tasso d&#8217;interesse associato ad un determinato titolo)<br />
a quelle pi&ugrave; informali degli aggregatori, dei feed RSS, e delle<br />
applicazioni di Social Bookmarking.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>E sugli intermediari<br />
del Web 2.0&#8230;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Come spiega Dmytri<br />
Kleiner in <em><strong>Infoenclosure 2.0</strong></em>:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
&quot;Un investitore del<br />
Web 2.0 ha bisogno principalmente di finanziare la generazione di<br />
hype, marketing e chiacchiericcio. L&#8217;infrastruttura &egrave; largamente<br />
disponibile a buon mercato, il contenuto &egrave; gratuito ed il costo del<br />
software, almeno di quanto di esso non sia anche gratuito, &egrave;<br />
trascurabile. Di base, fornendo banda e spazio su disco potete<br />
diventare un sito internet di successo, se siete in grado di vendervi<br />
efficacemente.
</p>
<p align="JUSTIFY">
<br />
Il successo principale di un&#8217;azienda Web 2.0<br />
arriva dal suo relazionarsi alla comunit&agrave; o, pi&ugrave; precisamente,<br />
nella capacit&agrave; di un&#8217;azienda di rimanere monolitica nel suo brand<br />
contenutistico o, ancora meglio, nella sua aperta propriet&agrave; di quel<br />
contenuto, dischiudendo allo stesso tempo il metodo di creazione di<br />
quel contenuto alla comunit&agrave;&quot; &#8211; come accade per le<br />
compravendite effettuate su Ebay, su cui il sito incassa una<br />
percentuale, o per la produzione di informazioni e valore aggiunto<br />
sui propri prodotti effettuata da Amazon, la quale permette ai suoi<br />
utenti di copartecipare alla costruzione del proprio database<br />
librario: dinamica questa tutt&#8217;altro che limitata al web 2.0 e che<br />
verr&agrave; brevemente ripresa nel prossimo paragrafo &#8211; &quot;Caratteristica<br />
imprescindibile di queste operazioni &egrave; il controllo centralizzato e<br />
verticale dell&#8217;azienda web 2.0 sul server del suo applicativo.</p>
<p>Dato<br />
che i capitalisti che investono nelle start-up del Web 2.0 spesso non<br />
ne finanziano la prima capitalizzazione, il loro comportamento<br />
diventa peraltro marcatamente parassitario. Arrivano spesso in<br />
ritardo nel processo, quando la creazione di valore ha una buona<br />
spinta, e vi si inseriscono per assumerne la propriet&agrave; ed utilizzare<br />
il proprio potere finanziario per promuovere il servizio, spesso<br />
entro il contesto di una rete egemonica di importanti e ben<br />
finanziati partner.&quot;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Grazie agli strumenti<br />
open source di data mining e profilazione delle preferenze dei loro<br />
utenti, i social network ed i motori di ricerca le aggregano e ne<br />
ricavano dei trend, che reimmettono in rete sotto forma di &ldquo;video<br />
pi&ugrave; cliccato&rdquo;, &ldquo;brano pi&ugrave; ascoltato&rdquo;, ecc, anche se<br />
l&#8217;opinione della maggioranza non rispecchia necessariamente la<br />
qualit&agrave; di un contenuto. Tutto ci&ograve; fa saltare all&#8217;occhio la stretta<br />
corrispondenza di tali comportamenti imitativi in rete con quelli che<br />
avvengono sui mercati finanziari, sede in cui essi vengono<br />
direttamente valorizzati.
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p><strong>Automatismi di rete: convenzione,<br />
razionalit&agrave; mimetica e comportamenti gregari</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Se accogliamo il<br />
parallelo tra il lavoratore della conoscenza e l&#8217;artigiano che -<br />
grazie alle sue innovazioni &#8211; alla vigilia della rivoluzione<br />
industriale preparava il terreno per l&#8217;avvento dei dispositivi di<br />
organizzazione scientifica del lavoro, e continuiamo ipotizzando una<br />
&quot;proletarizzazione&quot; dell&#8217;ambiente di lavoro informazionale<br />
di rete, possiamo a questo punto chiederci se e come si possano<br />
declinare nel contemporaneo quelle forme di lavoro routinario<br />
condivise dagli operai fordisti come la catena di montaggio, che<br />
rappresentavano per essi allo stesso tempo un vettore sia di<br />
alienazione che di riconoscimento reciproco come classe accomunata<br />
dagli stessi bisogni ed obiettivi. Introduciamo due importanti<br />
differenze tra la vecchia e la nuova catena produttiva:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
1) nel primo caso <em><strong>gli<br />
automatismi si trasfigurano in dispositivi impersonali ed alienanti,<br />
mentre gli automatismi in rete si pongono come co-partecipazione alla<br />
produzione e riproduzione della propria vita</strong></em>. Ci&ograve; si estende<br />
a tutte quelle forme di lavoro del consumatore che esondano dalle<br />
fibre ottiche di internet per materializzarsi nel montaggio della<br />
libreria Ikea da parte dell&#8217;acquirente piuttosto che nella prova di<br />
prodotti &quot;omaggio&quot;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
2) <em><strong>gli automatismi<br />
della fabbrica sono giocati sul lavoro morto, quello che rispecchia<br />
la visibilit&agrave; e materialit&agrave; della catena produttiva, mentre gli<br />
automatismi di rete, come le convenzioni ed i comportamenti gregari<br />
sono giocati sul lavoro vivo e sulla sua tendenza ad interiorizzare<br />
legami deboli ed interagire con schemi concettuali riduzionisti per<br />
rapportarsi, partecipare o sfruttare la socialit&agrave; complessa.</strong></em><br />
La definizione di questi automatismi &egrave; tutt&#8217;altro che<br />
predeterminata, perch&eacute; deriva sia dalla reputazione, credibilit&agrave; e<br />
legittimit&agrave; degli attori sociali che li determinano che delle<br />
piattaforme che li veicolano (giornali, volantini, bollettini,<br />
televisioni, blog, social network&#8230;) e in questo senso l&#8217;intera<br />
medialit&agrave; diventa territorio di conflitto incessante, che porta sia<br />
il segno del potere che quello del contropotere.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Tali automatismi corrispondono alla <em><strong>convenzione</strong></em>,<br />
basata su idee vaghe ma sostenute da uno spaccato trasversale di<br />
investitori e <em>netizen</em>, e consolidata dai mezzi di<br />
comunicazione che si accontentano spesso di convalidare tale<br />
conoscenza indotta dagli stessi investitori, e la <em><strong>razionalit&agrave;<br />
mimetica</strong></em>, che indica un comportamento di massa di tipo<br />
gregario basato sul deficit di informazione dei singoli, che si<br />
affidano alla convenzione come economizzatore di complessit&agrave;, e<br />
riproduce un comportamento imitativo. Ad esempio in finanza la<br />
modalit&agrave; di comunicazione di ci&ograve; che gli &ldquo;altri&rdquo; considerano un<br />
buon titolo su cui investire conta pi&ugrave; del suo valore effettivo: ci&ograve;<br />
porta alla teoria del &ldquo;<em>momentum investing</em>&rdquo;, che consiglia<br />
di puntare sugli investimenti rialzisti, vale a dire quelli su cui si<br />
stia precipitando la massa degli investitori, spesso diretti da chi<br />
possieda un alto capitale reputazionale (dal tesoriere della Federal<br />
Reserve a Beppe Grillo&#8230;)
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
<strong>Dalla Fucina alla Nuvola. Una conclusione<br />
provvisoria</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY">
In una riedizione delle dinamiche della rivoluzione<br />
industriale, con i dispositivi del controllo sociale messi al<br />
servizio della riproduzione economica, le maglie delle nuove<br />
<em>enclosure</em>, quelle del sapere, tornano a restringersi. La<br />
celebrazione del &ldquo;dilettante&rdquo;, cio&eacute; dell&#8217;infoproletario,<br />
rispetto all&#8217;&rdquo;esperto&rdquo;, il vecchio lavoratore della conoscenza,<br />
non &egrave; che una maschera edulcorante per celare l&#8217;esodo di questa<br />
nuova figura lavorativa dalle &quot;campagne&quot; preinformazionali,<br />
le vecchie forme di lavoro ormai recintate dai dispositivi di<br />
sussunzione biocapitalisti e dall&#8217;organizzazione toyotista, per<br />
alienare la propria manodopera informazionale (i propri dati<br />
personali: e verrebbe da chiedersi se in un simile contesto le<br />
pratiche antagoniste in rete degli anni &#8217;90 e dei primi anni 2000,<br />
come le campagne in difesa della privacy rappresentino un assurdo o<br />
un lusso oppure una via di fuga ancora percorribile e necessaria)<br />
nelle moderne fabbriche, i portali delle web application. Un esodo<br />
quasi sempre drammatico, laddove sull&#8217;infoproletario si sovrappongono<br />
appunto le condizioni preinformazionali, di migranti dei contadini<br />
inurbati dei paesi in via di sviluppo, o di precari dei lavoranti a<br />
progetto e sottopagati dei paesi del capitalismo maturo. Dove un<br />
tempo gli operai si perdevano nel fumo delle fabbriche e nei rumori<br />
dei macchinari ora gli info-operai si perdono nella nuvola<br />
dell&#8217;informazione riduzionista e nel rumore di fondo della rete,<br />
mentre ritorna a divaricarsi la forbice tra essi ed i possidenti,<br />
infolatifondisti punti di snodo e controllo della ricchezza prodotta<br />
dalla rete allargata &#8211; dai vecchi media broadcast e baronati<br />
universitari ai nuovi aggregatori, dispositivi di profilazione e alle<br />
cloud pi&ugrave; o meno compiute e ramificate, che arrivano ad offrire ai<br />
loro utenti spazio su disco online dove riversare le proprie<br />
informazioni: e, utilizzando un&#8217;espressione informatica, il vivere la<br />
propria esperienza in rete sottostando all&#8217;imposizione del &quot;lato<br />
server&quot; che queste ultime pongono in essere non rappresenta<br />
altro che l&#8217;ultima forma di schiavit&ugrave; prodotta dalla<br />
ristrutturazione biocapitalista.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Bibliografia Critica</strong>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Andrea Fumagalli,<em> Finanza Fai da Te</em>,<br />
DeriveApprodi 2001
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Andr&eacute; Gorz, <em>L&#8217;immateriale</em>,<br />
Bollati Boringhieri 2003
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Andr&eacute; Gorz, <em>Miserie del Presente,<br />
Ricchezza del possibile</em>, ManifestoLibri 1998
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Carlo Formenti, <em>Cybersoviet</em>,<br />
Raffaello Cortina Editore 2008
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Christian Marazzi, <em>Capitale&amp;Linguaggio</em>,<br />
DeriveApprodi 2002
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Christian Marazzi, <em>Finanza Bruciata</em>,<br />
Casagrande 2009
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Dmytri Kleiner, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/11/30/copyfarleft-copyjustright-e-la-legge-ferrea-degli-introiti-da-copyright-oltre-il-copyleft-verso-dei-commons-autonomi"><em>Copyfarleft,<br />
copyjustright e la legge ferrea degli introiti da copyright &#8211; oltre<br />
il copyleft verso dei commons autonomi</em></a> 2007
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Dmytri Kleiner e Brian Wyrick,<br />
<a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/12/29/info-enclosure-2.0-di-dmtry-kleiner-e-brian-wyrick"><em>Infoenclosure<br />
2.0</em></a> 2007
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
E-Laser, <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2008/02/10/il-sapere-liberato"><em>Il<br />
Sapere Liberato</em></a>, Feltrinelli 2005
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Geert Lovink, <em>Internet non &egrave; il<br />
Paradiso</em>, Apogeo 2004
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Geert Lovink, <em>Zero Comments</em>,<br />
Mondadori 2008
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ippolita, <a href="http://ippolita.net/onf"><em>Open<br />
non &egrave; Free</em></a>, Eleuthera 2005
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Ippolita, <a href="http://ippolita.net/google"><em>Luci<br />
ed Ombre di Google</em></a>, Feltrinelli 2007
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Nicholas Carr, <em>Il Lato Oscuro della<br />
Rete</em>, ETAS 2008
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Nick-Dyer Whiteford, <a href="http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&amp;friendId=193634469&amp;blogId=291692113"><em>High-tech<br />
Proletariat</em></a><a href="http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&amp;friendId=193634469&amp;blogId=291692113">,</a><br />
in<a href="http://www.fims.uwo.ca/people/faculty/dyerwitheford/"><br />
</a><a href="http://www.fims.uwo.ca/people/faculty/dyerwitheford/"><em>Cybermarx:<br />
Cycles and Circuits of Struggle in High Technology Capitalism</em></a>,<br />
University of Illinois Press 1999
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
Richard Barbrook ed Andy Cameron,<br />
<a href="http://www.pol-it.org/ital/barbrook8.htm"><em>L&#8217;Ideologia<br />
Californiana</em></a> 1995
</p>
<div class="privacy_share_buttons_post_83 social_share_privacy clearfix"></div>
<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-seconda-parte/">Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Info Free Flow (seconda parte)</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Info Free Flow (prima parte)</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-prima-parte/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 14:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finanziarizzazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-prima-parte/</guid>
		<description><![CDATA[Completiamo il post sul seminario &#34;Socializzazione della Finanza e Crisi dell&#8217;Economia Globale&#34; con il nostro intervento come InfoFreeFlow, con cui torniamo a tematiche pi&#249; consuete per il nostro blog: partendo dalle trasformazioni nel mondo del lavoro in rete e della finanza negli ultimi trent&#8217;anni proveremo a delinearne le relazioni pericolose quali New Economy, social network [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div align="center">
<img src="http://infofreeflow.noblogs.org/gallery/1944/iff_finanziarizzazione.jpg" />
</div>
<p align="justify">
Completiamo il post sul seminario <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/05/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-raffaele-sciortino" target="_blank">&quot;Socializzazione della Finanza e Crisi dell&#8217;Economia Globale&quot;</a> con il nostro intervento come InfoFreeFlow, con cui torniamo a tematiche pi&ugrave; consuete per il nostro blog: partendo dalle trasformazioni nel mondo del lavoro in rete e della finanza negli ultimi trent&#8217;anni proveremo a delinearne le relazioni pericolose quali New Economy, social network e cloud computing.</p>
<p>Trattandosi di un lavoro piuttosto ampio, ve ne proponiamo la <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/resource/dox/view/SOCIALIZZAZIONE%20DELLA%20FINANZA%20E%20CRISI%20ECONOMICA%20GLOBALE%20%20-%20INTERVENTO%20DI%20INFO%20FREE%20FLOW.pdf" target="_blank">dispensa</a> in PDF ed alleghiamo (nel formato libero ODP) le <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/resource/dox/view/iff_finanziarizzazione.odp" target="_blank">diapositive</a> proiettate in occasione del seminario, per chi fosse interessato ma non avesse tempo o voglia di leggersi tutto il documento. Integriamo la trascrizione con una bibliografia critica di ottimi testi di cui ci siamo serviti nel corso della nostra ricerca, alcuni dei quali saranno gi&agrave; vecchie conoscenze degli affezionati lettori di InfoFreeFlow;)
</p>
<p>
&nbsp;
</p>
<p>
<span id="more-82"></span>
</p>
<hr width="100%" size="2" />
<p>
&nbsp;
</p>
<p>
&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>&quot;Indietro non si<br />
torna&quot;</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Punto di partenza di<br />
questa discussione &egrave; l&#8217;assunzione di due ipotesi di ricerca della<br />
sociologia del lavoro contemporanea: <em><strong>il muoversi di pari passo<br />
del paradigma produttivo con l&#8217;evoluzione tecnologica e la centralit&agrave;<br />
del linguaggio nella valorizzazione capitalista contemporanea, come<br />
flusso che contemporaneamente attraversa e determina sia la sfera<br />
della produzione industriale che quella del mercato finanziario</strong></em>.<br />
Vedremo come la complementarit&agrave; di questi elementi, riflessa<br />
nell&#8217;irrompere del modello di rete (che sia a livello<br />
infrastrutturale che organizzativo modifica il paradigma fordista) e<br />
della nuova determinazione dell&#8217;informazione (come vettore di<br />
conoscenze, competenze, relazioni, pubblicit&agrave; ed investimenti<br />
trasversalmente agli ambiti lavorativi e del tempo libero) modifichi<br />
radicalmente le dinamiche di controllo capitalista sui versanti della<br />
produzione e del consumo, fino ad accomunare l&#8217;economia finanziaria e<br />
quella (cosiddetta) reale, ed a rendere fallimentari i tentativi di<br />
scindere le due nella proposizione di un progetto sostenibile di<br />
governance economica per il dopo-crisi. Per proporre una genealogia<br />
appunto della crisi, occorrer&agrave; risalire ad un altro contesto di<br />
trasformazione dei dispositivi dell&#8217;economia globale: quello degli<br />
anni &#8217;70, periodo in cui sono state gettate le basi e spianato il<br />
terreno a quell&#8217;incorporazione del rischio e del debito nella<br />
razionalit&agrave; capitalista contemporanea, le cui contraddizioni<br />
riesploderanno all&#8217;inizio del nuovo millennio &#8211; con la bolla delle<br />
Dot Com &#8211; e nell&#8217;autunno del 2008, con la bolla dei mutui subprime ed<br />
il tracollo della finanza mondiale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Crisi del Capitale</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nei paesi occidentali,<br />
entrambi i periodi che precedono le due crisi presentano una crescita<br />
economica generalizzata (anche se, nel caso degli anni del<br />
neoliberismo trionfante, si riscontra una distribuzione della<br />
ricchezza prodotta profondamente sbilanciata). Nel primo caso, quello<br />
della cesura degli anni &#8217;70, volgono al termine i cosiddetti &quot;trenta<br />
anni gloriosi&quot; (che abbracciavano il periodo tra la<br />
ricostruzione del dopoguerra e lo sviluppo dello stato sociale,<br />
caratterizzato da una crescita economica sostenuta) e si arriva alla<br />
saturazione dei mercati dei beni di consumo di massa. Auto,<br />
televisori, elettrodomestici e telefoni non sono pi&ugrave; lussi per<br />
pochi, bens&igrave; veicoli generalizzati di idee e stili di vita della<br />
societ&agrave; di massa, la cui diffusione &egrave; cos&igrave; spinta che non a caso &egrave;<br />
proprio in tale contesto di relativo benessere che alcune personalit&agrave;<br />
critiche iniziano a parlare di consumismo, accumulo di beni<br />
&quot;inutili&quot;. Questo per quanto concerne il consumo: in merito<br />
al versante della produzione, da un lato con il conflitto sociale<br />
(particolarmente intenso nel Giappone degli anni &#8217;50 e nell&#8217;Italia<br />
degli anni &#8217;60 e &#8217;70), dall&#8217;altro con la pronunciata<br />
sindacalizzazione dei lavoratori, il salario ed il costo del lavoro<br />
rimangono rigidi: non vi &egrave; possibilit&agrave; per il capitale di<br />
abbassarli, e la disoccupazione si mantiene ai minimi termini. Tutto<br />
ci&ograve;, unito agli elevati livelli di spesa sociale garantiti dai<br />
governi occidentali, ai bassi tassi d&#8217;interesse da essi praticati ed<br />
alla relativa redistribuzione della ricchezza operata dall&#8217;inflazione<br />
determinano per il capitale l&#8217;impossibilit&agrave; di estrarre ulteriore<br />
plusvalore dai processi produttivi fordisti. Questo rapporto di forze<br />
porta gli operai a rivendicare maggiore reddito e condizioni di<br />
lavoro meno alienate rispetto alla ripetitivit&agrave; ed all&#8217;impersonalit&agrave;<br />
della catena di montaggio, con lo spettro della sovversione e del<br />
sabotaggio che si riversano fuori dalle fabbriche per saldarsi alle<br />
istanze di altre categorie in cerca di protagonismo come donne e<br />
studenti. L&#8217;instabilit&agrave; politica ed economica (con la crisi<br />
petrolifera e la stagflazione) si trasfigurano in una vera e propria<br />
crisi del sistema di regolazione fordista, a cui si risponde<br />
dall&#8217;alto con variegate strategie di ristrutturazione, facenti leva<br />
sulle possibilit&agrave; offerte dalla telematica per favorire la libert&agrave;<br />
di circolazione globale del capitale e su dispositivi in grado di<br />
legare la riproduzione della forza lavoro all&#8217;andamento dei mercati<br />
finanziari, limitandone cos&igrave; la conflittualit&agrave;.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Processi di<br />
Ristrutturazione</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em>1) Informatizzazione<br />
della finanza </em>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Il 5 febbraio 1971, con<br />
l&#8217;apertura del NASDAQ (<em>National Association of Securities Dealers<br />
Automated Quotation</em> ovvero: &quot;Quotazione automatizzata<br />
dell&#8217;Associazione nazionale degli operatori in titoli&quot;) presso<br />
la Borsa di New York si avvera la convergenza tra finanza e<br />
informatica (ancora &ldquo;telematica&rdquo;): si tratta della prima borsa<br />
valori telematica, anche se all&#8217;epoca poteva contare esclusivamente<br />
su una semplice bacheca elettronica, che non connetteva realmente<br />
compratori ed acquirenti. A tutto ci&ograve; si accompagna la notevole<br />
diffusione a partire dagli anni &#8217;70 di strumenti quali bancomat e<br />
carte di credito a banda magnetica, fatto che opera una vera<br />
rivoluzione percettiva&nbsp; rispetto alla portata della circolazione<br />
del denaro, sia a livello individuale che collettivo. Se da un lato<br />
il denaro diviene sempre pi&ugrave; virtuale, dall&#8217;altro si &quot;materializza&quot;<br />
e diventa ubiquo; si riducono i tempi di accesso al credito e al<br />
consumo futuro, e tale capacit&agrave; di movimentazione della propria<br />
ricchezza prelude a quella che si dar&agrave; per le informazioni<br />
personali, attraverso le webmail ed i weblog di massa a fine anni<br />
&#8217;90.&nbsp;
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em>2) Controllo sui<br />
Flussi Finanziari</em>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Per sfruttare la nuova<br />
opportunit&agrave; della finanza telematica, al di l&agrave; del limitato<br />
sviluppo della sua infrastruttura, occorreva una socializzazione di<br />
massa delle pratiche finanziarie &#8211; operazione complicata dal<br />
carattere specialistico della disciplina. Allo stesso tempo il<br />
controllo statale sull&#8217;economia era ancora saldo e ramificato (nel<br />
caso dell&#8217;Italia, basti pensare alla quantit&agrave; e qualit&agrave; delle<br />
partecipazioni statali ed ai tassi di redditivit&agrave; dei BOT ancora<br />
negli anni &#8217;80!). La strategia seguita dalla nascente &quot;global<br />
class&quot; &egrave; quella di intervenire a valle di queste tendenze<br />
anzich&eacute; a monte, cio&eacute; appoggiandosi ai canali di circolazione della<br />
finanza pubblica &#8211; ed alla loro necessit&agrave; di solvibilit&agrave; per l&#8217;alto<br />
livello di spesa sociale raggiunto in epoca keynesista &#8211; per<br />
estendere il processo di finanziarizzazione. Una colonizzazione<br />
graduale, realizzata per&ograve; con l&#8217;apporto iniziale di enormi<br />
investimenti e prestiti da parte del capitale internazionale, che<br />
vengono quasi immediatamente recuperati, e con gli interessi.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Operiamo a questo punto<br />
una dissezione del mercato borsistico, esaminando una parte dei vari<br />
flussi che lo compongono, e cerchiamo di capire come le innovazioni<br />
finanziarie e gestionali operate tramite ciascuno di essi siano<br />
riuscite a legare la riproduzione di diversi strati sociali a quella<br />
del capitale:
</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	<em>Fondi pensione e<br />
	fondi comuni di investimento.</em> Come ci ricorda Marazzi, alla<br />
	crisi del controllo politico sull&#8217;erogazione del reddito sociale ed<br />
	al disavanzo pubblico si risponde nello Stato di New York del<br />
	&#8217;74-&#8217;75 retribuendo gli impiegati pubblici in <em>City Bonds</em>:<br />
	obbligazioni (cio&eacute; quote di debito) pubbliche locali il cui buon<br />
	andamento e quindi il ripagamento finale veniva a dipendere dal<br />
	grado di efficienza e produttivit&agrave; del servizio pubblico stesso -<br />
	come avveniva con la distribuzione di stock options ai manager delle<br />
	grandi aziende private. Un corto circuito in cui i lavoratori,<br />
	cooptati al suo interno anche a seguito di pressioni sindacali,<br />
	venivano scollegati dalla circolazione delle lotte delle minoranze e<br />
	del sottoproletariato urbano, evitando allo stesso tempo l&#8217;aumento<br />
	delle tasse per i ceti pi&ugrave; abbienti. Importante &egrave; anche l&#8217;aspetto<br />
	dell&#8217;autogestione e della embrionale personalizzazione dello<br />
	strumento finanziario: potendo calibrare i piani pensionistici a<br />
	contribuzione definita 401 (k) (indirizzati principalmente al<br />
	mercato azionario) in base alla propria disponibilit&agrave; di reddito,<br />
	molti contribuenti americani acquisiranno competenze sufficienti per<br />
	permettere loro di investire anche in altri settori del mercato<br />
	finanziario. Come vedremo pi&ugrave; avanti, tali meccanismi di<br />
	co-partecipazione finanziaria verranno idealmente ripresi da<br />
	processi di co-produzione (come nel caso di Ikea): tuttavia per ora<br />
	limitiamoci a prendere atto che fondi pensione e fondi comuni di<br />
	investimento rappresentano la chiave di volta per la trasposizione<br />
	finanziaria, con il collocamento nei mercati borsistici di quote di<br />
	spesa previdenziale, dei salari stessi, che a quel punto diventano<br />
	una semplice variabile delle oscillazioni dei mercati.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	<em>Flussi di<br />
	interessi sui prestiti bancari internazionali ai paesi emergenti.<br />
	</em>L&#8217;apprezzamento del dollaro (valuta di riferimento del mercato<br />
	petrolifero) in seguito alla crisi energetica del &#8217;79 favorisce<br />
	l&#8217;indebitamento dei paesi in via di sviluppo. Tale trend, che in<br />
	alcuni casi sfocia in un vero e proprio stato di insolvenza<br />
	generalizzata, sar&agrave; determinante in seguito nel legare questi paesi<br />
	alle politiche di aggiustamento strutturale delle istituzioni<br />
	finanziarie internazionali, anche grazie all&#8217;inflazione<br />
	artificialmente bassa (vedere &ldquo;politica monetarista&rdquo; pi&ugrave;<br />
	avanti)
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	<em>Profitti che<br />
	derivano dal rimpatrio di dividendi e royalties a seguito di<br />
	investimenti diretti all&#8217;estero.</em> Anche qui si assiste, in<br />
	accordo con la graduale apertura dei mercati e la delocalizzazione<br />
	delle aziende, ad un generale trasferimento di liquidit&agrave; verso il<br />
	nord del mondo.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	<em>Debito privato</em><br />
	(mutui, leasing, ecc.). Vale lo stesso discorso effettuato per i<br />
	fondi pensione ed i fondi comuni di investimento. Questa quota di<br />
	flusso borsistico diventa sempre pi&ugrave; consistente man mano che<br />
	entrano sul mercato dei mutui&nbsp; intermediari non bancari,<br />
	strutturati come societ&agrave; per azioni ed in grado di offrire<br />
	soluzioni sempre pi&ugrave; differenziate di finanziamento. Si amplia<br />
	anche grazie alla crescente diffusione e popolarit&agrave; di strumenti<br />
	come le carte di credito.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	<em>Somme<br />
	direttamente investite sui mercati borsistici</em> con l&#8217;acquisto di<br />
	prodotti finanziari, il cui volume cresce nel tempo.
	</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em>3) Deregolamentazione<br />
e liberalizzazione delle commissioni</em>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Parallelamente alla<br />
nascita della finanza telematica, il mercato borsistico viene<br />
anch&#8217;esso investito dall&#8217;onda lunga della controrivoluzione<br />
macroeconomica neoliberista i cui principali ideologi, tra cui Milton<br />
Friedman e Alfred Kahn, diventano ascoltati consiglieri delle<br />
amministrazioni statunitensi (e non solo) a partire dagli anni &#8217;70.<br />
Nel 1971, sotto l&#8217;amministrazione Nixon, Kahn elabora la proposta<br />
della prima grande deregolamentazione di un&#8217;industria di massa -<br />
quella dell&#8217;aviazione civile &#8211; dalla fine del laissez-faire<br />
ottocentesco. Occorrer&agrave; aspettare il 1978 e l&#8217;amministrazione<br />
democratica di Carter affinch&eacute; si materializzi. Una situazione<br />
analoga si riscontrava sul mercato azionario statunitense, anch&#8217;esso<br />
fortemente regolato: come nel caso delle commissioni sulle operazioni<br />
di borsa, che per legge fino agli anni &#8217;70 erano a tasso fisso e su<br />
cui non si praticavano sconti. Grazie all&#8217;avvento della telematica,<br />
nascono societ&agrave; di brokeraggio (appunto di compravendita su<br />
commissione di titoli finanziari): attivit&agrave; che nel 1975 viene<br />
liberalizzata dalla Borsa statunitense, ponendo le societ&agrave; che la<br />
praticano in diretta concorrenza con i monopoli istituzionali, come i<br />
vecchi istituti di credito. L&#8217;elevato afflusso di capitali che queste<br />
riforme comportano per la Borsa di New York, rendendola la maggiore<br />
piazza finanziaria mondiale, spinge altri paesi all&#8217;azione:<br />
l&#8217;amministrazione Thatcher britannica, il 27 ottobre 1986, presiede<br />
al &ldquo;Big Bang&rdquo; del mercato finanziario della City di Londra:<br />
simultaneamente si attuano l&#8217;apertura del commercio telematico, la<br />
completa liberalizzazione della compravendita di titoli finanziari e<br />
la possibilit&agrave; per investitori esteri di acquisire societ&agrave; di<br />
brokeraggio britanniche.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Riassumendo,<br />
l&#8217;informatizzazione della finanza, il controllo dei flussi<br />
finanziari, la deregolamentazione e la liberalizzazione delle<br />
commissioni, sono gli strumenti di una ristrutturazione dal duplice<br />
esito: 1) di sovvertimento del vecchio sistema keynesista di elevata<br />
regolazione del mercato del lavoro, al cui impianto redistributorio<br />
si sostituisce il mercato finanziario che diventa il luogo principe<br />
di produzione di valore. 2) di maggiore integrazione dei mercati<br />
internazionali sia rispetto ai circuiti credito-debito che ai<br />
movimenti finanziari, con il caso esemplare dei derivati, panieri di<br />
investimento che incorporano beni scambiati anche in diversi paesi<br />
alla volta.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em>4) Politica<br />
monetarista</em>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Si tratta di una politica<br />
economica monetaria incentrata sull&#8217;innalzamento dei tassi<br />
d&#8217;interesse da parte della banca centrale (a cui sono legati quelli<br />
bancari), volta a ridurre la quantit&agrave; di moneta in circolo, per<br />
aumentare quella depositata in banca e di seguito quella investita in<br />
borsa. Negli USA viene inaugurata a partire dal 1979 da Paul Volcker,<br />
direttore della Federal Reserve, mentre in UE, dai Parametri di<br />
Maastricht del 1992 (con l&#8217;inflazione che viene mantenuta<br />
artificialmente bassa ancora in epoca euro). Nell&#8217;ortodossia<br />
neoliberista di inizi anni &#8217;80 tutto ci&ograve; aveva la finalit&agrave;<br />
dichiarata di &ldquo;raffreddare l&#8217;inflazione&rdquo;, ritenuta un &ldquo;disturbo<br />
del mercato&rdquo;; tale politica deflattiva presentava per&ograve; ulteriori<br />
effetti pi&ugrave; o meno dichiarati quali:
</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Aumentare il potere<br />
	d&#8217;acquisto dei lavoratori impiegati; questo allo stesso tempo crea<br />
	un blocco di consenso alle politiche liberiste tra di essi e li<br />
	sgancia dal resto della classe in via di precarizzazione, che da<br />
	allora li percepir&agrave; come un&#8217;aristocrazia privilegiata e tutelata.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Privilegiare i<br />
	creditori che hanno prestato a tasso variabile, chiaramente<br />
	attraverso l&#8217;aumento dei tassi d&#8217;interesse.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Indirizzare i flussi<br />
	di capitale verso i paesi ricchi, come gi&agrave; detto.
	</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
	Favorire la<br />
	parcellizzazione del mercato del lavoro, come si vedr&agrave; tra un<br />
	attimo.
	</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
E&#8217; lampante la continuit&agrave;<br />
operativa di tali effetti, ad esempio con la pratica di concedere<br />
prestiti a tasso variabile ai paesi del terzo mondo per<br />
delocalizzarvi le attivit&agrave; delle aziende multinazionali occidentali.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<em>5) Atomizzazione del<br />
mercato del lavoro </em>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Con la maggiore<br />
redditivit&agrave; del capitale investito in borsa, il costo del lavoro<br />
vivo veniva reso ancora pi&ugrave; oneroso: per abbassarlo occorreva<br />
frantumare la continuit&agrave; spazio-temporale dell&#8217;ambiente lavorativo e<br />
la trasversalit&agrave; delle sue mansioni che permettevano ai lavoratori,<br />
in particolar modo all&#8217;operaio di fabbrica, di acquisire forza<br />
contrattuale a partire dal riconoscersi in una comunit&agrave; d&#8217;intenti<br />
condivisa. E&#8217; di primo piano il ruolo giocato in questo processo sia<br />
dall&#8217;organizzazione toyotista del lavoro che dalle <em>Private Equity</em><br />
(finanziarie) come il Carlyle Group, societ&agrave; d&#8217;investimenti<br />
interessate al controllo di aziende con grandi potenziali di crescita<br />
e redditivit&agrave; futura &#8211; da assicurarsi tramite appunto<br />
ristrutturazioni produttive ed organizzative &#8211; per poi rivenderle sul<br />
mercato una volta rese proficue. Pi&ugrave; nello specifico,<br />
l&#8217;atomizzazione agisce su tre piani:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- <em>Individualizzazione</em>,<br />
con mansioni sempre pi&ugrave; personalizzate che non permettono pi&ugrave; ai<br />
lavoratori di riconoscersi in processi e pratiche condivisi
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- <em>Precarizzazione</em>,<br />
che investe in particolare la dimensione temporale del rapporto di<br />
lavoro (colpendo i contratti a tempo indeterminato ed introducendo il<br />
part-time) e mutua dal mercato il rischio come variabile strutturale<br />
esistenziale.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- <em>Esternalizzazione</em>,<br />
che ricolloca il lavoro in luoghi immuni da conflitti, siano essi il<br />
propri domicilio o zone del pianeta ove il lavoro &egrave; disciplinato<br />
dalla fame o dal terrore, per poi rapidamente licenziare lavoratori e<br />
smantellare impianti secondo il flusso di produzione e di profitto.<br />
E&#8217; chiaro come le partecipazioni statali, ancora legate alla<br />
dimensione territoriale ed alla rigidit&agrave; salariale, non possano<br />
reggere il livello di competitivit&agrave; imposto dalla crescente mobilit&agrave;<br />
del capitale ed, in un circolo vizioso, a venire percepite come<br />
improduttive da strati sempre maggiori dell&#8217;opinione pubblica e<br />
bersagliate da politiche di destra.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Riprendendo quanto<br />
scritto da Gorz, con l&#8217;atomizzazione e l&#8217;informatizzazione del lavoro<br />
sembra materializzarsi la trasformazione a comando dell&#8217;insieme dei<br />
lavoratori, sempre pi&ugrave; precari, nell&#8217; &quot;esercito<br />
(post-)industriale di riserva&quot; di cui il capitale ha perenne<br />
bisogno per non essere travolto dall&#8217;intensificarsi delle vertenze<br />
dei suoi sottoposti.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>Lavoratori della<br />
Conoscenza</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;effetto combinato di<br />
disinflazione e atomizzazione sul mercato del lavoro &egrave; quello di<br />
abbattimento del costo del lavoro vivo (salari e previdenza);<br />
tuttavia questo &egrave; vero per il lavoro a bassa richiesta di<br />
specializzazione. Le innovazioni tecnologiche ed organizzative che<br />
rendono quest&#8217;ultimo sempre pi&ugrave; marginale nella produzione di valore<br />
sono opera dei lavoratori della conoscenza:
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- <em>Definiamo lavoratore<br />
e lavoratrice della conoscenza colui o colei che utilizza, almeno in<br />
gran parte o completamente, le proprie capacit&agrave; intellettuali,<br />
cognitive, relazionali, linguistiche, esperienziali ed emotive<br />
all&#8217;interno della propria prestazione lavorativa</em> (precaria.org)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
- <em>Il lavoratore della<br />
conoscenza rappresenta &ldquo;la classe che guida lo sviluppo&rdquo;</em><br />
(P.Drucker)
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Questi lavoratori hi-tech<br />
tendono a considerare il proprio lavoro come la parte pi&ugrave; singolare<br />
e personalizzata, quella pi&ugrave; essenziale della loro vita -<br />
esattamente il contrario di quanto accadeva all&#8217;operaio industriale,<br />
il cui lavoro manuale veniva tendenzialmente svolto da macchinari<br />
comandati automaticamente &#8211; sia in qualit&agrave; di lavoratori autonomi<br />
che per la valorizzazione attribuita alle loro competenze e<br />
specificit&agrave; da aziende desiderose di partire alla conquista del<br />
mercato dei consumi post-massa che si sta aprendo.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Di questa composizione di<br />
classe estremamente eterogenea e differenziale (dalle public relation<br />
alla comunicazione aziendale, dagli operatori culturali al design)<br />
isoleremo due particolarit&agrave;, quella della mediazione finanziaria,<br />
cuore della valorizzazione economica di ogni sfaccettatura<br />
dell&#8217;esistente, dal materiale all&#8217;immateriale, e quella del design<br />
informatico prima come motore dell&#8217;evoluzione dell&#8217;automazione delle<br />
macchine fordiste, poi come infrastruttura delle comunicazioni e<br />
delle transizioni della societ&agrave; informazionale ed infine come<br />
terreno di produzione e consumo di nuovi beni digitali.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Gli effetti<br />
dell&#8217;interazione di tali particolarit&agrave; ricoprono trasversalmente<br />
l&#8217;intero spettro del lavoro e della composizione di classe sia<br />
fordista che post-fordista; il loro studio ci aiuta a spiegare la<br />
dinamica della ristrutturazione capitalista nella transizione<br />
post-fordista ed oltre, fino al cosiddetto biocapitalismo.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>La Finanza nel<br />
Postfordismo</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Come precedentemente<br />
descritto, la sussunzione finanziaria della previdenza immette ampi<br />
capitali sui mercati borsistici; praticato in principio da attori<br />
statali, questo fenomeno si estende a tutta una serie di istituzioni<br />
private (assicurazioni, fondi pensione, istituti di previdenza,<br />
finanziarie, SIM, ecc.) funzionanti come societ&agrave; per azioni che,<br />
grazie alla deregolamentazione dei mercati, si pongono come<br />
intermediari non bancari del credito e delle transizioni borsistiche.<br />
Laddove in precedenza si tenevano i propri risparmi in banca (con un<br />
tetto di interessi limitato e garanzie in caso di fallimento<br />
dell&#8217;istituto) e si investivano in titoli di stato, la nuova<br />
disintermediazione bancaria promette maggiore redditivit&agrave; dei titoli<br />
azionari e dei minori interessi sui prestiti, ma elimina le tutele<br />
per i risparmiatori-azionisti in caso di fallimento dell&#8217;istituzione.<br />
Anche le aziende preferiscono emettere azioni ed obbligazioni,<br />
affidandosi dunque ad una pluralit&agrave; di investitori e canali di<br />
credito, piuttosto che limitarsi a chiedere finanziamenti in banca.<br />
Lo stesso settore bancario cambia: si affermano le banche d&#8217;affari<br />
(quelle che nel 2008 saranno al centro della crisi finanziaria<br />
globale) le quali, non potendo per legge tenere depositi, hanno<br />
liceit&agrave; di comportarsi esattamente come gli intermediari non<br />
bancari, cio&eacute; di effettuare investimenti in condizioni di rischio<br />
molto maggiori rispetto alle banche tradizionali.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Accompagnata dalla<br />
crescente deregolamentazione dei mercati, la disponibilit&agrave; di questi<br />
nuovi canali di valorizzazione amplifica e d&agrave; centralit&agrave; al ruolo<br />
dell&#8217;informazione e della conoscenza; anche nel settore finanziario<br />
l&#8217;aspetto della capacit&agrave; relazionale, della fiducia che sottende a<br />
transazioni ed acquisizioni viene esaltato. Studi su esternalit&agrave;,<br />
asimmetrie informative, valutazione del rischio ed opportunismo<br />
post-contrattuale irrompono nei manuali di economia. Le nuove figure<br />
professionali che lavorano all&#8217;ampliamento di questo mercato,<br />
promotori finanziari e broker, traggono stimolo dal fatto che la<br />
propria conoscenza o capacit&agrave; di intuizione di per s&eacute; producano<br />
ricchezza.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Assistiamo ad<br />
un&#8217;anticipazione della New Economy dal momento in cui, grazie alla<br />
deregolamentazione diviene possibile anche per entit&agrave; relativamente<br />
eteree come le finanziarie (fondate su pura disponibilit&agrave; di<br />
capitale e management) scalare grazie alla leva i colossi della<br />
cosiddetta &ldquo;economia reale&rdquo;: disponendo dell&#8217;appoggio di<br />
investitori come banche e fondi (e qui ritornano l&#8217;elemento<br />
relazionale e la capacit&agrave; di creare rete), anche una finanziaria<br />
modesta pu&ograve; acquisire una grossa societ&agrave; bersaglio, ripagando il<br />
costo dell&#8217;operazione con i profitti futuri che essa si prevede<br />
realizzer&agrave;. L&#8217;acquisto iniziale viene effettuato a mezzo di prestiti<br />
concessi dagli investitori di cui sopra, che vengono gradualmente<br />
ripagati a mezzo di obbligazioni della societ&agrave; acquisita (man mano<br />
che i flussi di cassa lo permettono, o vendendone gli asset e<br />
operando le pesanti ristrutturazioni sul fronte della forza lavoro a<br />
cui si faceva precedentemente riferimento). Emblematico &egrave; il caso<br />
della scalata e dell&#8217;acquisizione nel 1988 della grande conglomerata<br />
americana dell&#8217;agroalimentare RJR Nabisco, da parte della finanziaria<br />
newyorkese KKR, che per la sua spregiudicatezza e portata fa parlare<br />
di &quot;barbari alle porte&quot;. Tra gli investitori della<br />
finanziaria figuravano il MIT ed Harvard: operazione non innocente in<br />
un&#8217;epoca in cui il Bayh-Dole Act del 1980 consentiva la brevettazione<br />
di scoperte la cui ricerca era finanziata da denaro pubblico, con la<br />
conseguente spinta all&#8217;aziendalizzazione degli atenei. In seguito a<br />
questa rivoluzione finanziaria, prende forma l&#8217;idea di un&#8217;economia a<br />
crescita slegata dai limiti della vecchia &quot;economia reale&quot;,<br />
e si inizia a parlare di FIRE Economy (Finance, Insurance, Real<br />
Estate, vale a dire economia finanzaria, assicurativa ed<br />
immobiliare).
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>L&#8217;Informatica nel<br />
Postfordismo</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Nel 1995 il saggio<br />
&quot;<em>L&#8217;Ideologia Californiana</em>&quot; di Richard Barbrook ed<br />
Andy Cameron descrive la genesi dell&#8217;ultima frontiera americana:<br />
quella elettronica, i cui pionieri si alimentano di un bizzarro mix<br />
di letture controculturali e neoliberiste delle nuove potenzialit&agrave;<br />
tecnologiche. Da un lato, la speranza libertaria di costruire grazie<br />
allo sviluppo tecnologico un&#8217; &quot;economia del dono&quot;&nbsp;<br />
digitale. Tale attitudine, riflessa nel movimento del <em>Software<br />
Libero</em>, sottendeva alla libera circolazione del codice, alla<br />
cooperazione nel suo sviluppo e ad una sostanziale orizzontalit&agrave;<br />
organizzativa delle comunit&agrave; di programmatori.&nbsp; Dall&#8217;altro, la<br />
fiducia quasi incondizionata nella possibilit&agrave; di costruzione di un<br />
libero mercato dispiegato in rete&nbsp; &#8211; grazie alla (presunta)<br />
tendenza naturale di quest&#8217;ultima a trasformare monopoli in<br />
opportunit&agrave; concorrenziali, eliminare le asimmetrie informative e<br />
rimpiazzare la regolazione statale con la diretta interazione tra<br />
individui autonomi, nella loro accezione di attori di mercato.<br />
Entrambe queste letture si rifanno alla democrazia jeffersoniana,<br />
mitopoiesi fondante degli Stati Uniti d&#8217;America, che pretenderebbero<br />
di portare a compiutezza &#8211; con la realizzazione di un&#8217;agor&agrave; di<br />
libert&agrave; mediale in rete e la rimozione dei vincoli statali &#8211; nello<br />
spazio della frontiera elettronica. E&#8217; appunto la figura di John<br />
Perry Barlow, &quot;nuovo repubblicano&quot; ed ex-paroliere del<br />
gruppo di culto hippie dei Grateful Dead, che fondata la <em>Electronic<br />
Frontier Foundation (EFF)</em> nel 1990&nbsp; da l&igrave; a sei anni<br />
stiler&agrave; la &quot;Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio&quot;,<br />
culmine della pulsione emancipatrice e cosmopolita dell&#8217;Ideologia<br />
Californiana rispetto ai vincoli degli stati e dei loro sistemi di<br />
diritto, e indirizzata all&#8217;insieme della &quot;classe virtuale&quot;<br />
di cognitari, programmatori e specialisti della comunicazione.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Al cuore di questa<br />
&quot;classe virtuale&quot; si pongono quei lavoratori della<br />
conoscenza che Formenti identifica come &ldquo;<em>Cybersoviet</em>&rdquo; e<br />
Castells come la &quot;<em>Tecno-elite</em>&quot;: comitati di<br />
scienziati, ricercatori, ingegneri, dediti tra gli anni &#8217;80 e &#8217;90<br />
alla costruzione dell&#8217;infrastruttura di internet; finanziati da fondi<br />
pubblici, essi sono prevalentemente legati agli ambiti universitari e<br />
della difesa. Godono di ampia autonomia organizzativa, ed utilizzano<br />
la rete come base materiale e tecnologica perch&eacute; questa si traduca<br />
in autonomia istituzionale. Prendono decisioni consensualmente,<br />
implementano nella propria programmazione il codice che sembra<br />
funzionare meglio e riconoscono esclusivamente il &ldquo;capitale<br />
reputazionale&rdquo; come surrogato di leadership.
</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
<strong>RENDIMENTI CRESCENTI!</strong>
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;appeal che questi<br />
knowledge worker presentano per il grande pubblico e per il capitale,<br />
che ne vede l&#8217;apice nel perfetto matrimonio tra informatica e finanza<br />
nella seconda met&agrave; degli anni &#8217;90 della New Economy (&ldquo;i ruggenti<br />
anni &#8217;90&rdquo; della globalizzazione clintoniana di cui parla Stiglitz),<br />
&egrave; dovuto anche alla fiducia ottimista nello sviluppo sostenibile<br />
dell&#8217;economia della conoscenza. Il superamento da parte di essa della<br />
legge dei rendimenti decrescenti di Ricardo avverrebbe attraverso due<br />
accattivanti assunti: che una volta pagati i costi di produzione<br />
iniziali dell&#8217;informazione, il costo della sua riproduzione sarebbe<br />
stato tendenzialmente nullo; e che la sua <em>non rivalit&agrave;</em> (il<br />
consumo di essa da parte di qualcuno non ne riduce la disponibilit&agrave;<br />
per altri) e <em>non escludibilit&agrave;</em> (una volta prodotta e resa<br />
pubblica, non si pu&ograve; impedire a qualcuno di accedervi &#8211; postulato<br />
questo non scontato, n&eacute; privo di problematicit&agrave;) avrebbero ampliato<br />
la partecipazione collettiva ai benefici del mercato. Il lavoro<br />
cognitivo, come quello dei broker e degli informatici, avendo la<br />
prerogativa di incorporare la conoscenza stessa (e quindi produrre e<br />
consumare informazione allo stesso tempo) produce un&#8217;implicazione<br />
decisiva: la produttivit&agrave; non &egrave; pi&ugrave; legata alle economie di scala,<br />
ma alla capacit&agrave; di risposta in situazioni emergenziali ed<br />
occasionali, sfuggenti a qualsiasi tipo di pianificazione.
</p>
<p align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm">
Terreno privilegiato di<br />
questo nuovo paradigma, che sembra trascendere la stessa razionalit&agrave;<br />
economica (per sua definizione, relativa a condizioni di scarsit&agrave; di<br />
beni e rivalit&agrave; tra i loro consumatori) &egrave; la rete internet, che nei<br />
primi anni &#8217;90 con l&#8217;avvento del World Wide Web e la diffusione dei<br />
personal computer inizia ad uscire dalla nicchia della<br />
sperimentazione militare ed accademica e a porsi come nuovo ambiente<br />
sociale e quindi terreno di valorizzazione ed accumulazione<br />
capitalista. In questa fase di transizione non &egrave; chiaro il modello<br />
di business da seguire per ricavare profitti da tale conformazione<br />
della rete, cos&igrave; si registra una certa schizofrenia del mercato<br />
verso l&#8217;economia della conoscenza dei <em>Knowledge Worker</em>. Da una<br />
parte si assiste a numerosi tentativi di reintrodurre limiti al<br />
consumo di beni immateriali tramite dispositivi di privatizzazione<br />
della conoscenza: negli anni &#8217;90 raggiunge nuove vette quella<br />
moltiplicazione dei brevetti &#8211; e la diffusione di programmi a codice<br />
proprietario a partire da posizioni monopolistiche sul mercato dei<br />
personal computer &#8211; iniziata nel decennio precedente. Dall&#8217;altra, si<br />
amplifica l&#8217;hype sulle rosee prospettive di crescita futura della<br />
nuova economia, che a tutti i livelli &#8211; dal capitalista di ventura al<br />
piccolo risparmiatore &#8211; apportano fondi al mulino delle dot com.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Negli Stati Uniti, l&#8217;informatizzazione capillare<br />
aveva apportato nuovi posti di lavoro in periodo di bassa inflazione,<br />
e la conformazione antropologica della classe dei lavoratori della<br />
conoscenza rendeva improbabile il raggiungimento degli stessi livelli<br />
di conflittualit&agrave; capitale-lavoro a cui si era assistito negli anni<br />
&#8217;70. I venture capitalist, preconizzando un mondo in cui chiunque di<br />
li a poco avrebbe compiuto ogni genere di transazione online, dalla<br />
spesa al supermercato fino a ingenti movimentazioni di capitali,<br />
scommettevano ormai su base statistica nelle 100 dot com alla volta,<br />
delle quali anche solo l&#8217;unica di successo avrebbe ripagato<br />
l&#8217;investimento iniziale e le perdite delle altre con gli interessi. I<br />
piccoli risparmiatori seguivano a ruota, facendo ingrossare il<br />
mercato azionario man mano che le quotazioni delle dot com<br />
schizzavano verso l&#8217;alto, seguendo le convenzioni di investimento in<br />
quella che lo stesso direttore della Federal Reserve Greenspan<br />
definiva &quot;euforia irrazionale&quot;.
</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
&nbsp;
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/11/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-info-free-flow-prima-parte/">Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Info Free Flow (prima parte)</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Raffaele Sciortino</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/05/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-raffaele-sciortino/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 18:17:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finanziarizzazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infofreeflow.noblogs.autistici.org/post/2009/11/05/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-raffaele-sciortino/</guid>
		<description><![CDATA[Dopo la pubblicazione del dialogo con Carlo Formenti (qui la prima e la seconda parte), continuiamo a proporvi le trascrizioni rivedute, corrette e ampliate di Not [Net] Working, il ciclo di seminari autogestiti da noi curato assieme al Collettivo Universitario Autonomo presso la facolt&#224; di Lettere e Filosofia dell&#8217;Universit&#224; di Bologna la scorsa primavera. Con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
Dopo la pubblicazione del dialogo con Carlo Formenti (qui la <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/17/lavoro-in-rete-e-senza-rete-dialogo-con-carlo-formenti-prima-parte" target="_blank">prima</a><br />
e la <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/09/26/frammenti-di-identit-collettive-dentro-e-fuori-la-rete-dialogo-con-carlo-formenti-seconda-parte" target="_blank">seconda</a><br />
parte), continuiamo a proporvi le trascrizioni rivedute, corrette e<br />
ampliate di <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/04/21/not-net-working-la-rete-non-un-media-seminari-di-autoformazione" target="_blank">Not<br />
[Net] Working</a>, il ciclo di seminari autogestiti da noi curato assieme al <a href="http://cua.noblogs.org" target="_blank">Collettivo Universitario Autonomo</a><br />
presso la facolt&agrave; di Lettere e Filosofia dell&#8217;Universit&agrave; di Bologna<br />
la scorsa primavera. Con &quot;Socializzazione della Finanza e Crisi<br />
Economica Globale&quot; abbiamo voluto ampliare il discorso rispetto<br />
ai nostri consueti ambiti di ricerca, problematizzando il paradigma della produzione di valore in rete &#8211; sia nella sua accezione infrastrutturale<br />
che in quella organizzativa e relazionale &#8211; e legandolo al quadro dei mutamenti geopolitici e geoeconomici contemporanei.
</p>
<p>
Lo abbiamo fatto ricostruendo la genealogia<br />
dell&#8217;attuale crisi capitalista: sia dal suo versante informatico e<br />
finanziario (angolature insospettabilmente legate, almeno per noi al<br />
momento in cui abbiamo avviato la nostra ricerca!) di cui vi<br />
parleremo la prossima volta, che dal versante macroeconomico, che ha<br />
visto protagonista Raffaele Sciortino (ricercatore all&#8217;Universit&agrave;<br />
Statale di Milano e redattore di <a href="http://www.infoaut.org/" target="_blank">Infoaut</a>), di cui potete gustare l&#8217;intervento qui sotto.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
___________________________________________________________________________________________________________________
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
&nbsp;
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Ripercorreremo la storia<br />
delle condizioni, principalmente quelle &ldquo;geopolitiche&rdquo;, che dagli<br />
anni &#8217;70 in poi hanno di fatto permesso che l&#8217;economia mondiale si<br />
regga sul debito &#8211; o meglio sulla creazione continua di circuiti di<br />
credito-debito che ormai si intrecciano e coprono tutto il globo &#8211; e<br />
che quindi mostrano come non solo non si possa tornare indietro, ma<br />
anche come sia assurdo pensare oggi di distinguere tra economia<br />
cosiddetta &quot;reale&quot; ed economia finanziaria in quanto<br />
speculativa &ndash; un&rsquo;escrescenza che si potrebbe, se non tagliare,<br />
almeno in qualche modo regolamentare.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
<span id="more-81"></span>
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
IL QUADRO: INDEBITAMENTO<br />
E &quot;TOXIC ASSET&quot; NEGLI USA
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
La goccia che ha fatto<br />
traboccare il vaso, lo sgonfiamento della bolla dei mutui subprime, &egrave;<br />
partita dalla tarda primavera-estate 2007, due anni fa. Per inciso,<br />
trattandosi di mutui sulla casa a tasso variabile erogati perfino a<br />
chi non presentasse i requisiti minimi per ripagarli, e scattando la<br />
loro prima rata proprio dopo il secondo anno, la loro insolvenza<br />
potrebbe produrre ulteriori ripercussioni negative a breve. Come in<br />
una piramide finanziaria rovesciata che regge sul vertice, dallo<br />
sgonfiamento della bolla dei mutui subprime, relativamente piccola<br />
rispetto alla massa di valori cartacei e titoli sulla ricchezza<br />
futura (una &quot;polizza sulla vita futura&quot;, sulla produzione<br />
della gente che non verr&agrave; mai ripagata) parte una dinamica di credit<br />
crunch: le banche iniziano a registrare perdite, e si innescano da<br />
parte loro sfiducia e reticenza nell&#8217;erogazione di credito, che anzi<br />
tentano di recuperare. Da qui si passa al crollo dei prezzi di case<br />
ed azioni, poi ad un ulteriore crollo dei valori immobiliari fino ad<br />
arrivare alla cosiddetta &quot;economia reale&quot;. Crollano &#8211; o<br />
comunque subiscono un grosso colpo &#8211; prima il commercio mondiale e la<br />
produzione manifatturiera in senso lato, poi quella di conoscenza ed<br />
i consumi: inizialmente ci&ograve; accade negli USA per poi estendersi al<br />
resto del mondo.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Nonostante si dibatta<br />
oggi sul se si sia toccato il fondo (e se quindi non ci si possa che<br />
riprendere), il problema &egrave; un altro: &egrave; che il sistema bancario e<br />
finanziario mondiale, ma soprattutto quello statunitense, &egrave;<br />
insolvente, ha una marea di debiti. Cosa ha fatto la Federal Reserve,<br />
la banca centrale americana per coprirli? Ha immesso liquidit&agrave;,<br />
&quot;stampato&quot; una quantit&agrave; di denaro quasi pari al PIL USA di<br />
un anno, mentre l&#8217;amministrazione Obama ha effettuato valutazioni<br />
sulla tenuta delle maggiori 19 banche statunitensi (di copertura pari<br />
al 70% del settore) in base alla loro capitalizzazione: i cosiddetti<br />
&quot;stress test&quot;. Economisti sia liberal che conservatori<br />
sostengono che questi test non siano seri e che coprano l&#8217;insolvenza<br />
di fatto delle banche. Ancora pi&ugrave; preoccupante &egrave; il fatto che Wall<br />
Street tenga ancora in mano le redini del potere, e l&#8217;amministrazione<br />
Obama non riesca ad effettuare una vera ri-regolazione: Wall Street<br />
sta infatti semplicemente cambiando i parametri formali della<br />
contabilit&agrave;. Se ad esempio una banca ha degli asset (riguardo cui<br />
non si parla pi&ugrave; di Toxic Assets ma di Legacy Assets, asset<br />
&quot;lasciati in eredit&agrave;&quot;), cambiando i criteri di contabilit&agrave;<br />
si riesce a far apparire come non in perdita qualcosa che invece di<br />
fatto non vale pi&ugrave; niente.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Il Piano Geithner della<br />
scorsa primavera affiancato a questi stress test &#8211; cio&egrave; il<br />
&quot;bail-out&quot;, il salvataggio delle banche &#8211; &egrave; in<br />
perfettissima continuit&agrave; con il piano Paulson della precedente<br />
amministrazione Bush:
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
<a href="http://www.infoaut.org/articolo/la-prima-crisi-veramente-globale" target="_blank">http://www.infoaut.org/articolo/la-prima-crisi-veramente-globale</a>
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
<a href="http://www.infoaut.org/articolo/usa-bush-prega-il-congresso-di-approvare-il-piano-di-salvataggio" target="_blank">http://www.infoaut.org/articolo/usa-bush-prega-il-congresso-di-approvare-il-piano-di-salvataggio</a>
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
<a href="http://www.infoaut.org/articolo/crisi-globale-fase-ii-obama-e-la-cina/" target="_blank">http://www.infoaut.org/articolo/crisi-globale-fase-ii-obama-e-la-cina/</a>
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
e serve come una sorta di<br />
escamotage tecnico per non chiedere pi&ugrave; soldi al Congresso e non far<br />
insorgere il contribuente. Nei fatti per&ograve; &egrave; proprio quest&#8217;ultimo<br />
(che definiremo meglio pi&ugrave; avanti) a sovrapagare gli asset senza<br />
valore.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Riepilogando:<br />
l&#8217;indebitamento statale degli USA sta salendo vertiginosamente perch&eacute;<br />
essi stampano moneta, immettono liquidit&agrave;, e lanciano piani di<br />
salvataggio. Anche l&#8217;Unione Europea si trova in difficolt&agrave;.<br />
Nonostante l&#8217;iniziale ottimismo rispetto alla crisi da parte della<br />
Germania, forte della propria manifattura, i problemi nel sistema<br />
bancario tedesco &#8211; e quindi europeo complessivo &#8211; restano; per non<br />
dire di quelli della Gran Bretagna, dell&#8217;Islanda e dell&#8217;Europa<br />
dell&#8217;Est (in quest&#8217;ultimo caso, fallimenti generalizzati andrebbero a<br />
colpire le posizioni di San Paolo e Unicredito). Le elite non sanno<br />
come reimpostare un modello di crescita. Ammesso che ci&ograve; sia<br />
possibile, non si tratter&agrave; di un processo indolore. L&#8217;establishment<br />
finanziario e bancario non vuole svalutare pi&ugrave; di tanto i propri<br />
asset, perch&eacute; ha capito che pu&ograve; manovrare anche Obama, che la UE ha<br />
problemi di leadership centralizzata e che se la Cina non finanziasse<br />
gli Stati Uniti questi non le comprerebbero le merci, ed essa non<br />
potrebbe mantenere livelli di crescita nell&#8217;ordine del 9-10% annuo -<br />
per noi pazzeschi, ma per essa minimi necessari per assorbire i 7-800<br />
milioni di contadini migranti nelle citt&agrave; cinesi che altrimenti<br />
significherebbero gravi ripercussioni sociali per il paese,<br />
nell&#8217;immediato. La Cina a sua volta alza la voce e dice agli Stati<br />
Uniti: state vivendo oltre i vostri limiti, dobbiamo pensare insieme<br />
ad una moneta mondiale, che non sia il dollaro. Ma non pu&ograve;<br />
nell&#8217;immediato cambiare modello di sviluppo, basato sull&#8217;export. La<br />
Cina pensava che gli USA potessero tenere maggiormente la situazione<br />
sotto controllo: la sua strategia dai tempi di Deng era: noi<br />
cresciamo pacificamente, &quot;nascondendoci&quot; e poi emergeremo.<br />
Ma nel frattempo, e paradossalmente, la Cina per rafforzarsi ha avuto<br />
bisogno di mantenere la cooperazione con l&#8217;occidente, pagandola col<br />
valore prodotto dai propri lavoratori e lavoratrici.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Secondo riepilogo:<br />
l&#8217;attuale sistema di crescita legato al debito statunitense e, a<br />
cascata, a circuiti deficitari complessivi non regge, &egrave; instabile<br />
per natura. Pu&ograve; ricreare un po&#8217; di crescita ma deve farlo ricreando<br />
un&#8217;altra bolla (e non a caso si parla infatti di green economy).<br />
L&#8217;establishment finanziario statunitense, e non solo, non ha<br />
intenzione di svalutare perch&eacute; ha capito di avere ancora le leve del<br />
potere in mano. Mantiene titoli cartacei che non valgono pi&ugrave; niente,<br />
aspettando che gli stati glieli paghino e se li deve veramente<br />
liquidare aspetta di poterli scaricare su soggetti come il<br />
contribuente statunitense, e pi&ugrave; in genere su chi lavora e chi aveva<br />
immesso la prospettiva del proprio futuro e la propria riproduzione<br />
sociale sui mercati finanziari. Una presa di coscienza e percezione<br />
di s&eacute; dei ceti medi, gi&agrave; toccati dalle truffe di Enron e Parmalat,<br />
e che negli USA stanno vedendo evaporare le proprie pensioni<br />
(dinamica che Obama, in una prospettiva socialdemocratica e<br />
riformista, potrebbe adoperare contro l&#8217;establishment finanziario per<br />
salvare il sistema) &egrave; ancora tutta da vedere.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
CRISI DEL &ldquo;KEYNESISMO&rdquo;<br />
FINANZIARIO
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Gli sviluppi della crisi<br />
non sono al momento prevedibili &#8211; anche perch&eacute; il tutto non si pu&ograve;<br />
leggere come un quadro strutturalista, in cui il conflitto viene<br />
dopo, a margine e su questioni redistributive: non &egrave; affatto cos&igrave;,<br />
anzi il conflitto &egrave; centrale. Si pu&ograve; invece dire che:
</p>
<p>
<br />
- Non c&#8217;&egrave; alcun ritorno al keynesismo di vecchio stampo, tipo<br />
New Deal. Obama non sta attuando un sostegno forte della domanda per<br />
spese sociali e investimenti produttivi pro-occupazione.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
- L&#8217;amministrazione Obama<br />
&egrave; ancora nelle mani di Wall street: nonostante cerchi di<br />
differenziarsi da quella Bush, in politica interna ed estera, i<br />
problemi rimangono. Si rischia che si riformi una bolla, o che<br />
l&#8217;economia non riparta causa l&#8217;indebitamento.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
- Si profilano ombre sul<br />
futuro del dollaro, rimasto lo strumento fondamentale del comando<br />
statunitense sul circuito globale della produzione e della finanza<br />
negli ultimi trent&#8217;anni.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Chi sperava che l&#8217;Asia<br />
emergente potesse salvare il sistema per il cosiddetto &quot;decoupling&quot;<br />
- la capacit&agrave; di un attore economico in crescita di &quot;sganciarsi&quot;<br />
dalle ripercussioni sui mercati mondiali dei problemi statunitensi -<br />
si &egrave; sbagliato perch&eacute; l&#8217;economia &egrave; diventata un&#8217;economia del<br />
debito incentrata sugli USA, e sul consumo statunitense basato<br />
sull&#8217;indebitamento; paesi come Cina, Giappone e Corea del Sud che<br />
hanno tirato la crescita dell&#8217;ultimo decennio, e che presentano un<br />
surplus commerciale, sono sussunti da questo meccanismo finanziario.<br />
Tale surplus viene immediatamente reinvestito dalle banche centrali<br />
asiatiche sui mercati finanziari con l&#8217;acquisto di titoli statali USA<br />
- soprattutto buoni del tesoro, i &quot;treasury bonds&quot;, e degli<br />
enti parastatali che garantiscono i mutui &#8211; come Fannie Mae e Freddie<br />
Mac. Lasciando fuori i petrodollari (la rendita petrolifera che viene<br />
tutta risucchiata dalla City di Londra e dalla stessa Wall Street)<br />
entrano ogni giorno negli Stati Uniti con questo meccanismo pi&ugrave; di 2<br />
miliardi di dollari, che vanno a finanziare la domanda che dovrebbe<br />
reggere questo meccanismo di consumo per cui il consumatore USA<br />
sovraindebitato acquista le merci prodotte dalle multinazionali<br />
statunitensi nell&#8217;Asia orientale, alle condizioni che sappiamo.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Quello in crisi oggi &egrave;<br />
un &ldquo;keynesismo&rdquo; (il termine pu&ograve; indurre alla confusione) di<br />
tutt&rsquo;altro genere, di tipo finanziario: non pi&ugrave; spesa sociale,<br />
aumento di salari, tassazione di profitti&#8230;ma deficit spending tutto<br />
basato sull&#8217;indebitamento come prelievo sulla produzione di ricchezza<br />
in gran parte fuori dagli Stati Uniti, soprattutto in Asia orientale,<br />
come base di un &ldquo;nuovo&rdquo; patto sociale costitutivamente fragile<br />
(come si vede oggi). Tale triangolazione, assieme a tante altre<br />
minori basate sui circuiti deficitari &#8211; di commercio-surplus-deficit<br />
- e su quelli finanziari &#8211; di bilancia dei pagamenti &#8211; ha retto fin<br />
dal &#8217;79-&#8217;80, pur in maniera instabile, l&#8217;economia e la crescita, le<br />
bolle speculative, di borsa, immobiliari e perfino il keynesismo<br />
militare: la guerra in Irak &egrave; stata pagata in questo modo dalla<br />
Cina, dal Giappone ed in parte anche dall&#8217;Europa. Quando viene messo<br />
in crisi questo sistema a partire dalla coda, dal consumatore<br />
spaventato ed indebitato statunitense, viene meno il &quot;driver&quot;<br />
fondamentale della domanda mondiale: se esso non pu&ograve; pi&ugrave; essere il<br />
consumatore USA, allora chi pu&ograve; essere? O si richiude il circuito<br />
della produzione ormai globalizzata e finanziarizzata, o la ripresa<br />
non potr&agrave; che essere asfittica, ammesso che possa aversi in tempi<br />
brevi.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
In aggiunta a tale<br />
problema fondamentale: che fare del dollaro? La Cina inizia ad avere<br />
problemi in merito, perch&eacute; l&#8217;altro meccanismo finanziario<br />
complementare &egrave; l&#8217;accumulo pazzesco di riserve in dollari da parte<br />
sua e di altri paesi asiatici: dollari che se dovessero corrispondere<br />
a qualcosa di &quot;reale&quot; andrebbero fortemente svalutati. Non<br />
si tratta di fantascienza perch&eacute; negli anni &#8217;70, gli Stati Uniti<br />
fecero esattamente questo: svalutarono enormemente il dollaro e lo<br />
sganciarono dall&#8217;oro, e si ebbe la fluttuazione dei mercati dei cambi<br />
e l&#8217;incremento dell&#8217;inflazione (fenomeno peraltro non solo<br />
monetario), e l&#8217;aumento del prezzo del petrolio. Infatti, tramite il<br />
deficit di bilancio USA (pur in misura limitata rispetto a oggi) e<br />
tramite altri meccanismi finanziari della prima Bretton Woods, tra<br />
gli anni &#8217;60 e inizi &#8217;70 era stata messa in circolazione una bolla di<br />
petrodollari ed eurodollari sulle piazze finanziarie mondiali.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
GENESI DI &quot;BRETTON<br />
WOODS II&quot;
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Ripercorrere la genesi<br />
dell&#8217;assetto odierno, che si potrebbe chiamare della &quot;Bretton<br />
Woods II&quot;, ci aiuta a mostrare come &egrave; strutturato,<br />
evidenziandone anche l&#8217;estrema precariet&agrave; ed instabilit&agrave;, e si<br />
accompagna ai processi di trasformazione della composizione di<br />
classe, in Occidente e non. Ancora, non si tratta di un quadro<br />
essenzialmente strutturale, in cui il conflitto &egrave; assente: anzi,<br />
questo percorre e permea il tutto, sia con il lungo &#8217;68, sia quando<br />
esso non si d&agrave; immediatamente alla superficie.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
In estrema sintesi, visto<br />
cosa rappresenta oggi questa Bretton Woods II, bisogna tornare a<br />
ritroso fino all&#8221;89 &#8211; all&#8217;apertura degli anni &#8217;90 che vedono il<br />
cambiamento totale del quadro geopolitico e alle basi di ci&ograve; negli<br />
anni Settanta. Perch&eacute; &egrave; caduta l&#8217;URSS? Al di l&agrave; dei limiti<br />
oggettivi del socialismo reale, a partire dalla sconfitta<br />
statunitense nella guerra del Vietnam (picco delle lotte di<br />
decolonizzazione, con grossi agganci al lungo &#8217;68 in Italia e non<br />
solo) i repubblicani di Nixon prendono atto dei propri limiti e,<br />
nello scacchiere est-asiatico di confronto della guerra fredda,<br />
avviano il &quot;rapproachment&quot; con la Cina di Mao. Finisce<br />
l&#8217;ostilit&agrave; reciproca, rimpiazzata da una tacita alleanza che permane<br />
tuttora: non in termini militari e politici, ma finanziari ed<br />
economici (termini alla base del cosiddetto &quot;G2 informale&quot;<br />
di USA e Cina oggi) e rivolta contro l&#8217;URSS &#8211; che negli anni &#8217;60 e<br />
&rsquo;70 anche sulla base della raggiunta &ldquo;parit&agrave; strategica&rdquo;<br />
nucleare sembrava in ascesa nei teatri del Corno d&#8217;africa, Angola,<br />
Cuba e Medio Oriente ed in grado di fare da sponda al movimento di<br />
liberazione anticoloniale &#8211; costringendola alla difesa su due fronti.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Non a caso gli anni &#8217;70<br />
si chiudono con l&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan da parte dell&#8217;URSS,<br />
&quot;imperialista&quot; e &quot;difensiva&quot; al tempo stesso nel<br />
quadro del &ldquo;triangolo strategico&rdquo; Usa-Urss-Cina, che apre il<br />
grande gioco degli Stati Uniti e di una Cina loro tacita alleata.<br />
L&#8217;amministrazione repubblicana di Reagan &#8211; dopo la &ldquo;debole&rdquo;<br />
parentesi di Carter con la politica filocinese appoggiata dal<br />
Pentagono e dal consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski<br />
(gi&agrave; falco anti-URSS e autore della strategia delle provocazioni che<br />
portano all&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan, oggi consigliere di Obama)<br />
che porta al riconoscimento ufficiale della Cina &#8211; fa fronte con la<br />
Cina contro l&#8217;URSS, rafforza l&rsquo;alleanza con la monarchia saudita<br />
reazionaria finanziando la guerriglia islamista, corsa al riarmo,<br />
ecc. Un insieme di dinamiche che l&#8217;URSS non pu&ograve; sostenere, e che<br />
portano al suo crollo.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Questo &egrave; il quadro<br />
complessivo, con il riavvicinamento della Cina maoista e poi<br />
denghista negli anni &#8217;70 agli USA che ha fornito la condizione<br />
geopolitica in grado di sostenere la ripresa degli Stati Uniti dalla<br />
guerra in Vietnam e dalla fine dell&#8217;assetto di Bretton Woods I. Cosa<br />
si pu&ograve; dire su quest&#8217;ultimo aspetto?
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
NIXON SHOCK
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Nel 1971 Nixon era stato<br />
costretto a sganciare il dollaro dall&#8217;oro, portando alla fluttuazione<br />
ed una notevole svalutazione del biglietto verde. Cos&#8217;era successo?<br />
La conferenza di Bretton Woods del 1944 vede l&rsquo;imposizione del<br />
signoraggio del dollaro su un&#8217;Europa occidentale distrutta e divisa,<br />
il piano Marshall del &rsquo;47 garantisce il predominio statunitense su<br />
di essa. Quando l&#8217;Europa occidentale si riprende, e con essa il<br />
Giappone (quest&#8217;ultimo con la ristrutturazione produttiva toyotista,<br />
resa possibile dalla sconfitta del conflitto operaio nei primi anni<br />
&#8217;50 che porta alla normalizzazione delle fabbriche: nesso<br />
lotta-ristrutturazione), inizia a essere messa in discussione la<br />
primazia economica degli Stati Uniti, la cui bilancia dei pagamenti<br />
inizia ad andare in deficit gi&agrave; a fine anni &#8217;50. Con la guerra di<br />
Corea del &#8217;50-&#8217;53, il riarmo anche nucleare e, soprattutto, la guerra<br />
del Vietnam, da Kennedy in poi viene messo in atto un fortissimo<br />
keynesismo militare.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Parallelamente, esplodono<br />
le rivendicazioni del movimento dei diritti civili, della classe<br />
operaia bianca, dei neri e degli studenti. Gli enormi deficit<br />
militari e in spesa sociale che si aprono producono il deficit<br />
statunitense, mentre le corporation USA investono massicciamente<br />
all&#8217;estero a suon di dollari, facendo pi&ugrave; profitti l&igrave; che in<br />
patria. Da qui iniziano il downsizing, la relativa<br />
deindustrializzazione degli USA e la creazione di una bolla di<br />
dollari al loro esterno: prima eurodollari, poi petrodollari (quando<br />
sale bruscamente il prezzo del petrolio) che iniziano a fluttuare sui<br />
mercati finanziari e spingono per la deregolamentazione, la fine del<br />
keynesismo e del compromesso postbellico tra classe operaia fordista<br />
occidentale in lotta da un lato e stati del welfare dall&#8217;altro.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Bretton Woods I finisce<br />
perch&eacute; Nixon, davanti all&#8217;indebitamento USA ed al rischio di crollo<br />
del dollaro preferisce gestire da s&eacute; tale situazione e, facendo<br />
svalutare il dollaro sganciandolo dall&#8217;oro, svaluta il proprio debito<br />
facendolo ripagare a Germania, Giappone ed Europa. L&#8217;inflazione<br />
cresce di colpo, e con essa il prezzo del petrolio: la rendita<br />
petrolifera (non avendo i paesi OPEC innestato un ciclo industriale<br />
autonomo di investimenti) finisce a Wall Street e nella City.<br />
L&#8217;aumento del prezzo del petrolio sottrae risorse a chi non lo<br />
possiede (ancora Giappone ed Europa, altro travaso di capitale verso<br />
gli Stati Uniti) e gli USA riescono a riprendersi economicamente<br />
dalla sconfitta del Vietnam.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
L&#8217;INFLAZIONE NEGLI ANNI<br />
&lsquo;70
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Anche se il tema &egrave;<br />
controverso, l&#8217;inflazione degli anni &#8217;70 ha rappresentato una<br />
risposta alla crisi di profittabilit&agrave; del capitale ma anche,<br />
provvisoriamente, la continuazione del compromesso sociale &#8211; pur<br />
basato sulla forte conflittualit&agrave; insorta negli anni &#8217;60 (in Italia<br />
da <a href="http://www.militant-blog.org/?p=302" target="_blank">Piazza<br />
Statuto</a> in poi) &#8211; quando le condizioni non lo permettevano pi&ugrave;.<br />
Da un lato i molti dollari stampati permettevano agli USA di non<br />
pagare debiti e di erogare salario diretto ed indiretto aumentando i<br />
deficit pubblici &#8211; cresciuti notevolmente in occidente dagli anni &#8217;60<br />
in poi laddove in precedenza erano bassi e ben governati &#8211; mantenendo<br />
il compromesso sociale.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Invero l&#8217;inflazione<br />
svaluta il salario ma, con una conflittualit&agrave; basata su di un tipo<br />
di composizione tecnica e di produzione fondamentalmente rigida, le<br />
lotte operaie riuscivano a recuperare abbastanza bene (cosa ora<br />
inconcepibile con la flessibilizzazione e la digitalizzazione) ed<br />
insieme ad esse, con l&#8217;ampliamento della spesa pubblica, anche i<br />
movimenti dei diritti civili e delle donne. L&#8217;inflazione &egrave; servita a<br />
svalutare il dollaro mantenendo la sfera del controllo saldamente<br />
nelle mani degli USA perch&eacute; non c&#8217;erano alternative &#8211; n&eacute; da parte<br />
europea, n&eacute; militare, n&eacute; del socialismo reale.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Ma a fine anni &#8217;70<br />
l&#8217;inflazione diventa un rischio altissimo per i capitali finanziari,<br />
in particolare per quelli che iniziano a transnazionalizzarsi e sono<br />
legati direttamente a Wall Street ed allo stato USA; quasi<br />
scavalcando gli altri stati nazionali, la cui decadenza (non<br />
scomparsa) e ristrutturazione in fase di globalizzazione &egrave; stata<br />
anticipata da queste dinamiche.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Rischi ed ostacoli<br />
dell&rsquo;inflazione per i profitti si riassumono in:
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
1) Inflazione produce<br />
incertezza, perch&eacute; non si sa ancora se con i cambi fluttuanti giorno<br />
per giorno si possa perdere o guadagnare.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
2) Classe operaia che<br />
prima della ristrutturazione postfordista recupera facilmente con il<br />
conflitto.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
3) Lotte, riproduzione,<br />
aumento livello sanit&agrave; e spesa sociale &#8211; che comportano altre<br />
detrazioni sui profitti.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Quando il presidente<br />
democratico Carter chiama alla Federal Reserve Volcker &#8211; un<br />
monetarista, ora coincidenzialmente a capo del Consiglio<br />
Presidenziale per la Ripresa Economica dell&#8217;amministrazione Obama -<br />
per discutere l&#8217;azzeramento dell&#8217;inflazione (ai fini di bloccare il<br />
lungo &#8217;68, tagliare le gambe ai sindacati dell&#8217;auto in USA ed alle<br />
insorgenze degli operai-massa nel resto del mondo ed evitare la fuga<br />
sui mercati dal dollaro eccessivamente svalutato) anche i capitali<br />
finanziari fluttuanti &#8211; la global class embrionale &#8211; pongono<br />
l&#8217;aut-aut a Washington. Non &egrave; quindi lo stato che impone: esso &egrave;<br />
piuttosto lo strumento della nascente borghesia transnazionale (da<br />
non intendersi come blocco unico, perch&eacute; in contrasto al suo<br />
interno, ma che &egrave; accorpata attorno al polo USA).
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Quindi il massimo stato<br />
nazionale, gli USA, deve tenere conto del capitale transnazionale e<br />
di quello finanziario, con il dollaro come punto di incontro. In tal<br />
modo viene creata una recessione ad arte, durissima: vengono alzati i<br />
tassi di interesse fino al 20%, si tagliano le gambe a tutti i nemici<br />
precedentemente individuati e si impongono il reaganismo ed il<br />
thatcherismo. E&rsquo; Reagan ad ampliare a dismisura i deficit statali:<br />
da l&igrave; in poi, gli USA diverranno il massimo debitore mondiale,<br />
condizione da cui non torneranno pi&ugrave; indietro. Si amplia<br />
contestualmente la spesa militare con la corsa al riarmo che<br />
contribuisce al crollo dell&#8217;URSS; verr&agrave; leggermente ridotta da Bush<br />
padre, ma pur sempre mantenendosi ai livelli della seconda guerra<br />
mondiale.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Le elite fanno<br />
definitivamente i conti con la composizione di classe fordista;<br />
inizia cos&igrave; la fine del vecchio movimento operaio, il cui tipo di<br />
produzione viene delocalizzato in Asia orientale &#8211; attorno al<br />
circuito giapponese ed a quello cinese, in cui contestualmente<br />
vengono attuate le riforme di Deng. Il cerchio sembra chiudersi&hellip; a<br />
spese del &ldquo;lungo &rsquo;68&rdquo; mondiale.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
LE RELAZIONI<br />
SINO-AMERICANE E NUOVO &ldquo;NEW DEAL&rdquo;
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Queste riforme non<br />
vengono interrotte dai fatti di Tienanmen, bens&igrave; incentivate. Ai<br />
tempi di Bush padre, nonostante la critica pubblica mossa dagli USA<br />
alla Cina rispetto della mancanza di democrazia e della repressione<br />
al suo interno, le viene assicurata in privato la continuit&agrave;, con un<br />
ulteriore accentuamento nel post-&#8217;89 del ruolo di opificio mondiale<br />
del paese asiatico. Vi si assemblano prodotti di basso-medio livello<br />
tecnologico provenienti da altri paesi estremo-orientali; vi si<br />
importano le macchine dal Giappone; si esportano le merci negli USA e<br />
nell&#8217;UE, vendute tramite multinazionali della distribuzione come<br />
Wal-mart in un circuito veramente globale. Queste multinazionali<br />
iniziano a fare profitti direttamente sulla circolazione, il che non<br />
vuol dire che quest&#8217;ultima diventi immediatamente produttiva, ma che<br />
la leva finanziaria, il dollaro, il controllo dei circuiti di<br />
anticipo e circolazione del capitale e tutti i meccanismi della<br />
distribuzione permettono di ridurre il valore aggiunto destinato ai<br />
produttori. Quello della Cina &egrave; uno strano fordismo, sussunto dai<br />
meccanismi finanziari e dal controllo tramite dollaro e indebitamento<br />
statale Usa, portato avanti dal knowledge worker della finanza, e<br />
combinato con forme di produzione pre-fordiste, imprese familiari a<br />
rete (come per le comunit&agrave; cinesi d&rsquo;oltremare), ecc.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Apriamo una &ldquo;parentesi&rdquo;<br />
sugli aspetti di classe che questa situazione riconfigura. La<br />
composizione di classe mondiale si va a stratificare in una catena<br />
del valore interconnessa: il comando diventa &ldquo;integrato&rdquo;, e lo<br />
spettro varia dal lavoro integralmente schiavistico a quello<br />
creativo-artistico del migliore dei lavoratori della conoscenza.<br />
Anelli estremi di una catena che si regge sui circuiti finanziari e<br />
sulla bolla finanziaria che ha iniziato a crescere incredibilmente<br />
proprio con Reagan. Quando si parla di keynesismo finanziario negli<br />
USA &ndash; sul versante della riproduzione sociale: indebitarsi per<br />
iscriversi all&#8217;universit&agrave;, investire i propri risparmi nei fondi<br />
pensione, in borsa e nelle assicurazioni mediche, legare insomma la<br />
riproduzione della propria vita e di quella della propria famiglia in<br />
tutti i sensi ai mercati finanziari &#8211; &egrave; chiaro che per tutta una<br />
certa fase, soprattutto negli anni &#8217;90 della globalizzazione<br />
ascendente e clintoniana, esso ha goduto di un reale consenso nella<br />
middle class, sulla spinta della trasformazione della composizione di<br />
classe avvenuta durante il periodo reaganiano e della passivit&agrave;<br />
degli strati proletari.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Cosa &egrave; successo? E&rsquo;<br />
tramontata la composizione sociale ed elettorale &quot;new-dealista&quot;,<br />
quella da Roosevelt a Johnson (e che non a caso Carter non &egrave;<br />
riuscito pi&ugrave; a rieditare), anche a seguito della stessa pressione<br />
esercitata dalle lotte della working class bianca, ma soprattutto dei<br />
neri, degli studenti e dalle donne che avevano lottato sui diritti<br />
civili, sulla guerra e sulla riproduzione appunto per farsi<br />
corrispondere lavoro non pagato ecc. Ma intanto cos&#8217;era successo ai<br />
salari diretti? Mentre dal New Deal fino agli anni &#8217;70 il &quot;male<br />
bread-winner&quot; bianco (che portava a casa uno stipendio o salario<br />
sufficiente alla famiglia con il suo solo lavoro) bastava per<br />
mantenere la moglie casalinga ed i figli (che iniziavano a potersi<br />
permettere il college), dagli anni &#8217;70 in poi progressivamente moglie<br />
e marito, compagno o compagna o comunque l&#8217;&quot;household&quot;<br />
familiare necessitano di due lavori: occorre indebitarsi per andare<br />
al college piuttosto che per curarsi e cos&igrave; via.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
E&rsquo; questa la base su<br />
cui il capitale, attaccando la vecchia composizione di classe, &egrave;<br />
riuscito a collegare il salario diretto ed indiretto (quindi la<br />
riproduzione) ai mercati finanziari. Paradossalmente, la<br />
finanziarizzazione dell&rsquo;accumulazione capitalistica diviene la<br />
condizione di possibilit&agrave; anche della realizzazione diffusa<br />
dell&rsquo;&rdquo;esodo&rdquo; dal lavoro salariato frutto delle lotte degli anni<br />
Settanta (v. genesi del lavoratore della conoscenza), e viceversa<br />
ovviamente. Forte di questo tipo di consenso degli anni &#8217;90 si &egrave;<br />
tentato un &quot;nuovo new deal&quot; a suo modo anti-statalista (nel<br />
senso liberista), servendosi all&#8217;occorrenza dell&#8217;unipolarismo<br />
statunitense e delle guerre umanitarie nella speranza di nuova fase<br />
capitalistica ascendente, un nuovo ciclo che andasse oltre il<br />
fordismo, stabilizzandolo. Tuttavia la pressione, cio&egrave; la presenza<br />
dei soggetti sociali e delle classi lavoratrici in senso lato, era<br />
all&#8217;opera anche in quel contesto: un&rsquo;inedita presenza della<br />
&ldquo;classe&rdquo; nel capitale, anche con la proletarizzazione dei ceti<br />
medi che si d&agrave; nella forma della finanziarizzazione della vita (pi&ugrave;<br />
che in quelle &ldquo;canoniche&rdquo; dell&rsquo;impoverimento assoluto). Si<br />
tratter&agrave; di vedere, domani, come la nuova composizione sociale si<br />
ridislocher&agrave; al momento di prendere atto che con la crisi globale il<br />
&quot;deal&quot; &egrave; fallito.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
NO GLOBAL
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Nel frattempo, assieme<br />
alla distruzione del vecchio movimento operaio ed alla<br />
finanziarizzazione del ciclo di accumulazione, sale l&#8217;indebitamento<br />
del terzo mondo tramite il meccanismo del prestito internazionale. Si<br />
inizia a creare questa bolla, per cui si preda valore mercificando la<br />
riproduzione, delocalizzando la produzione, facendo outsourcing<br />
oppure rubando risorse naturali ed umane, con le esternalit&agrave;<br />
negative connesse &#8211; e da l&igrave; cambia il ruolo del FMI della Bretton<br />
Woods I, che in principio doveva mettere in ordine i deficit<br />
reciproci tra paesi occidentali. (La Cina partecipa in modo peculiare<br />
a questo ciclo perch&eacute; il capitale occidentale, oltre a predare<br />
valore prodotto in quel paese, rende compartecipe l&#8217;elite cinese allo<br />
sfruttamento della propria massa operaia e contadina, con gli effetti<br />
che vediamo oggi). Partono i piani di aggiustamento strutturale<br />
contro il Sud che lo porteranno al disastro &#8211; al deserto visto in<br />
Argentina, che negli anni &#8217;50 toccava livelli di sviluppo<br />
paragonabili a quelli italiani. Il no global nasce l&igrave;, nelle<br />
risposte di fine anni &#8217;80 ed anni &#8217;90 contro il FMI, come ci mostrano<br />
i film di Fernando Solanas.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
A Seattle viene fuori un<br />
movimento nuovo, non sull&#8217;onda della decolonizzazione come nel &#8217;68:<br />
il sud del mondo, raggiunta l&#8217;indipendenza, intraprende percorsi<br />
eterogenei. Utilizzando la terminologia di Wallerstein ed Arrighi, la<br />
periferia si sfrangia nel senso che, mentre un certo sud come la Cina<br />
ed altri paesi del sudest asiatico si integra nell&#8217;economia globale,<br />
un altro &#8211; l&#8217;Africa &#8211; ne viene tagliato fuori. L&#8217;India si trova nel<br />
mezzo perch&eacute; appoggiandosi agli Stati Uniti, ma priva di una<br />
rivoluzione contadina democratica come avvenuto in Cina, affronta<br />
maggiori problemi nell&#8217;industrializzarsi. Occorre una lotta di tipo<br />
nuovo, e l&#8217;America Latina in ci&ograve; &egrave; avvantaggiata perch&eacute; riesce a<br />
sfruttare contro le forme pi&ugrave; alte di sviluppo della globalizzazione<br />
il comunitarismo indigeno progressivamente e non reazionariamente. L&igrave;<br />
si iniziano a trovare quegli spunti, coalizioni, accordi che<br />
porteranno a Seattle, Genova ed oltre. Ma il tutto finisce a Bombay,<br />
non a caso punto di incontro e crinale della globalizzazione<br />
filoccidentale e dell&#8217;antiglobalizzazione rappresentata da attivisti<br />
come Arundhati Roy. Il no global si ferma l&igrave;, e non pu&ograve; parlare<br />
alle classi lavoratrici cinesi ed est-asiatiche, proprio perch&eacute; il<br />
tipo di sviluppo e di intreccio con la globalizzazione targata USA<br />
che coinvolge queste ultime (attraverso la classe borghese cinese) &egrave;<br />
differente dalle problematiche del movimento no global di qui.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Punto di domanda: cosa<br />
faranno queste classi lavoratrici, come soggettivit&agrave; potenzialmente<br />
antagonista? Stanno gi&agrave; lottando, e su questo &egrave; interessante tutta<br />
l&#8217;analisi di Arrighi e di Beverly Silver. Ma quale rapporto si d&agrave;<br />
tra lotte operaie e sviluppo cinese? E&rsquo; tutto oggetto di ricerca&hellip;
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
PROFITTI, PRODUZIONE,<br />
DEBITO
</p>
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Altro punto di domanda:<br />
perch&eacute; negli anni &#8217;90 assistiamo a profitti reali pazzeschi pur in<br />
presenza di un&#8217;accumulazione &#8211; tolta la crescita asiatica -<br />
abbastanza asfittica (aumenti del PIL nell&#8217;ordine dell&#8217;1-2% annuo in<br />
occidente)? Si pu&ograve; dare una risposta tradizionale, come fanno la<br />
scuola regolazionista francese e Le Monde Diplomatique: sono profitti<br />
di carta, la produzione reale &egrave; surclassata dalla speculazione.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Cos&igrave;, a loro dire, ci si<br />
potrebbe salvare trovando un nuovo compromesso sociale, una nuova<br />
regolazione. Questa intellettualit&agrave; francese di sinistra si &egrave;<br />
spinta fino a proporre un protezionismo anticinese e pro classe<br />
operaia, ed in ci&ograve; simile ai discorsi di Tremonti. Perch&eacute;? Perch&eacute;,<br />
a loro dire, non solo i cinesi fanno precipitare i nostri salari<br />
perch&eacute; producono a meno, ma investono il mondo dei loro risparmi,<br />
diventando responsabili della creazione della bolla. In parte questo<br />
discorso viene ripreso anche negli Stati Uniti tranne che da parte<br />
dei pi&ugrave; intelligenti, i quali sono ben consci che le cause sono<br />
altre: per&ograve; si cerca sempre qualcuno su cui scaricare la colpa. E&#8217;<br />
una risposta che dobbiamo iniziare ad aspettarci, paradossalmente con<br />
una sponda a sinistra, da una parte del vecchio movimento operaio.<br />
Come dire: difendiamo i nostri lavoratori, la colpa &egrave; della Cina. In<br />
merito a questo, dovremmo iniziare a discutere di come la<br />
soggettivit&agrave; (anche quella non antagonista) si dislocher&agrave;.
</p>
<p>
<br />
Si pu&ograve; anche rispondere da un punto di vista critico,<br />
neomarxista. Da un lato con il capitalismo cognitivo, o pi&ugrave;<br />
precisamente il biocapitalismo che comporta sussunzione reale: tutta<br />
la vita, il tempo di lavoro, la natura, la riproduzione viene messa a<br />
valore con le ripercussioni che sappiamo. Si possono allora spiegare<br />
questi enormi profitti in presenza di un&#8217;accumulazione asfittica<br />
perch&eacute; il paradigma &egrave; cambiato, e non &egrave; pi&ugrave; quello fordista ma<br />
quello cognitivo. Dovremmo cambiare gli indici: si accumula sulla<br />
vita, sulla conoscenza, sul cervello e cos&igrave; via. Ad esempio<br />
Christian Marazzi prospetta una crisi profonda e strutturale, ma di<br />
contro proprio su questa base interpretativa si potrebbe pensare che<br />
la crisi sia di passaggio, che il capitalismo e l&#8217;elite abbiano<br />
bisogno di una regolazione adeguata al capitalismo cognitivo, al<br />
nuovo paradigma di produzione e di accumulazione (nelle analisi<br />
postoperaiste appaiono entrambe le versioni). Anche in quest&rsquo;ultimo<br />
caso non sarebbe comunque un passaggio indolore, e si potrebbe aprire<br />
un varco per l&#8217;opzione antagonista, riprendendo le lotte attorno al<br />
nuovo (vero) new deal, al welfare, al reddito di esistenza, ecc. Sono<br />
tutti problemi da porsi, perch&eacute; ognuno di questi avr&agrave; una<br />
ripercussione sulla mobilitazione delle soggettivit&agrave; antagoniste.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Sicuramente si &egrave; aperto<br />
un nuovo terreno, e su questo Marazzi ha perfettamente ragione:<br />
indietro non si torna. Lottare sulla produzione immediata &#8211; cio&egrave;<br />
contro la chiusura delle fabbriche, per i salari ed i redditi &#8211; non &egrave;<br />
sbagliato, ma non &egrave; pi&ugrave; l&igrave; la leva per cui la lotta diventa potere<br />
- un tempo operaio, oggi non pi&ugrave; solo esclusivamente tale. Come<br />
lottare piuttosto contro il debito, quando i meccanismi di<br />
indebitamento ti hanno coinvolto? La lotta diventa veramente sulla<br />
vita sociale: non pi&ugrave; come quando, con la lotta dell&#8217;operaio<br />
fordista contro la produzione e sulla produzione, avevamo<br />
ripercussioni positive a cascata dalla fabbrica sulla societ&agrave; (per<br />
le donne, i movimenti, ecc.). In quella lotta il potere veniva dal<br />
salario diretto e indiretto, sulla capacit&agrave; operaia di imporre un<br />
salario pi&ugrave; alto con l&#8217;organizzazione. Anche in presenza di studi<br />
interessanti nel lungo &#8217;68 fino al &#8217;77 e a Bologna, non si &egrave;<br />
analizzato pi&ugrave; di tanto il tipo di produzione &#8211; come si produce, per<br />
cosa si produce, quando si produce. Pur non volendolo, tutto si<br />
risolveva in una lotta di distribuzione (certo antagonista e<br />
necessaria in quel frangente) che, in quanto tale, lottava su<br />
meccanismi, tempo di lavoro e rifiuto del lavoro, ma che oggi rimane<br />
ancora oggettivamente &quot;incastrata&quot; in quei tipi di<br />
antagonismo e dialettica. Ora il problema &egrave; che quel terreno non c&#8217;&egrave;<br />
pi&ugrave; &#8211; si provi a lottare in fabbrica: la sola minaccia di<br />
delocalizzare fa calare la tensione interna. Cosa sono allora la<br />
produzione e la valorizzazione oggi?
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">

</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
IPOTECARE IL FUTURO
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
C&#8217;&egrave; a proposito nei<br />
Grundrisse una frase di Marx veramente profetica: &quot;La<br />
valorizzazione consiste nella possibilit&agrave; reale di una pi&ugrave; grande<br />
valorizzazione&quot;. Oggi per produrre valore occorre impegnare il<br />
proprio futuro &#8211; con il comando sul lavoro, porre il lavoro futuro<br />
come lavoro salariato, servile, ecc, nelle forme del lavoratore della<br />
conoscenza, del fordismo sussunto e di tutte le altre.<br />
Paradossalmente il capitale fittizio e finanziario &egrave; una polizza sul<br />
futuro che diventa condizione del presente &#8211; che non a caso &egrave; lo<br />
stesso concetto di virtuale. Esso &egrave; gi&agrave; effettivo ed ha influenza<br />
sul presente e sul reale, cosa interessante rispetto ai processi di<br />
astrattizzazione del capitale che sono tutti dentro ai dispositivi<br />
della rete.
</p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm">
Si guardi cosa stanno<br />
facendo Marchionne e il capitale industriale-fittizio non in senso<br />
speculativo e reale ma marxiano, tramite titoli cartacei che<br />
permettono un prelievo sulla ricchezza del futuro. Cosa gestisce<br />
Marchionne? Un&#8217;industria con debito fornito dagli stati ma per<br />
tagliare posti di lavoro, non per ampliare l&#8217;accumulazione<br />
industriale. Per mettere su un marchio che valga pi&ugrave; degli altri,<br />
creare una bolla, far salire i prezzi delle azioni e dei derivati e<br />
profittare di tutto ci&ograve;. Questo &egrave; il pi&ugrave; grosso manager della<br />
classe transnazionale in Italia. Perch&eacute; lottare sul nuovo terreno<br />
del debito, della vita sociale? Perch&eacute; la finanziarizzazione come<br />
finanziarizzazione dei consumi, del salario diretto ed indiretto, di<br />
tutta la produzione &egrave; il lato perverso della socializzazione<br />
capitalistica del lavoro, che &egrave; un lavoro globale in rete, che<br />
comporta un altissimo impatto sul globo.
</p>
<p>
<br />
Per lottare &egrave; come se si dovesse affrontare il rapporto<br />
sociale di produzione e riproduzione capitalistico, non la produzione<br />
e neanche la riproduzione immediate: per cosa si produce? Come ci<br />
riproduciamo in comune? Il capitalismo si riproduce nel comune, ma in<br />
un comune distruttivo. Qui c&#8217;&egrave; la grande potenzialit&agrave; dei futuri<br />
antagonismi e soggettivit&agrave;: in tutta la fase keynesiana e fordista e<br />
ancora con il tentato &quot;nuovo new deal&quot; finanziario le elite<br />
globali hanno fatto vedere che il capitale si riproduce. In modo<br />
ingiusto, ma permettendo intanto la riproduzione sociale dei singoli<br />
come uomo, donna,ecc. Ora le due cose si stanno veramente<br />
divaricando: come aveva capito per primo il sud del mondo col<br />
movimento no global, la riproduzione sistemica &egrave; sempre pi&ugrave;<br />
predatoria e vorace sulla riproduzione sociale complessiva &#8211; ed &egrave;<br />
questa la contraddizione che i nuovi antagonismi hanno il compito di<br />
far emergere.
</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2009/11/05/socializzazione-della-finanza-e-crisi-economica-globale-intervento-di-raffaele-sciortino/">Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale &#8211; Intervento di Raffaele Sciortino</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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