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	<title>InfoFreeFlow &#187; Clipboard</title>
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	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
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		<title>Il mostro venuto dalla pancia di Internetz</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 07:00:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E noi che ci preoccupavamo della scelta di Giampiero D&#8217;Alia come ministro della Pubblica Amministrazione! L&#8217;ex UDC, eletto a febbraio in quota Scelta Civica, è noto infatti unicamente per essere stato autore nel 2009 di un decreto legge, ribattezzato a furor di rete “ammazza-web”, degno della migliore tradizione giuridica nordcoreana. Noi, che nei giorni scorsi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">E noi che ci preoccupavamo della scelta di Giampiero D&#8217;Alia come ministro della Pubblica Amministrazione! L&#8217;ex UDC, eletto a febbraio in quota Scelta Civica, è noto infatti unicamente per essere stato autore nel 2009 di un decreto legge, ribattezzato a furor di rete “ammazza-web”, degno della migliore tradizione giuridica nordcoreana.</p>
<p style="text-align: justify">Noi, che nei giorni scorsi ci allarmavamo del fatto che nel governo Letta non vi fosse alcun ministero delle telecomunicazioni! Un segnale politico chiaro, facile da interpretare e non solo rispetto alla questione del conflitto d&#8217;interessi: per quel che riguarda televisione, internet, mobile e frequenze radio per le New Generation Network il mercato e la relativa regolamentazione restano così come sono. Cristallizzate in un termidoro confinato ai primi anni del 2000.</p>
<p style="text-align: justify">Che sciocchi, ingenui, creduloni siamo stati! Il pericolo era molto più vicino ed aveva le fattezze serafiche del &#8220;rinnovamento&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Poco più di un mese fa molti avevano salutato con entusiasmo la nomina di Laura Boldrini a terza carica dello Stato. Ma chi aveva ciancicato di &#8220;un forte segnale di cambiamento&#8221; dovrà rimangiarsi tutto, lingua compresa. L&#8217;imbarazzante intervista rilasciata ieri dalla Presidentessa della Camera a Concita De Gregorio per il quotidiano la Repubblica non lascia spazio ad equivoci: in quanto a diritti digitali e conoscenza del web, l&#8217;onorevole Boldrini è in tutto e per tutto espressione e continuità della classe politica degli ultimi 15 anni. Semplicemente non ne sa nulla.<span id="more-910"></span></p>
<p style="text-align: justify">La candida Laura cade dalle nuvole e si accorge di punto in bianco che <em>«se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in rete rispetto quel che accade in strada»</em>. Edificante considerazione. Sopratutto se vista nella prospettiva dell&#8217;ultima tornata elettorale. Magari PD e SEL avrebbero dovuto pensarci qualche annetto fa mentre Grillo si apprestava a diventare il secondo partito in Italia, fidelizzando una fetta crescente di elettorato che compie scelte e forma la propria opinione attraverso i media digitali.</p>
<p style="text-align: justify"><em>«Mi domando»</em> prosegue utilizzando argomentazioni non dissimili da quelle a cui ricorreva D&#8217;Alia quando sosteneva la necessità di introdurre misure legislative che equiparassero social media e quotidiani <em>«se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta su un muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web»</em>. Qualora disgraziatamente l&#8217;equazione risultasse verificata sarebbe lecito invocare l&#8217;applicazione di leggi speciali contro muratori ed impresari edili, data l&#8217;enorme quantità di scritte naziste e sessiste che deturpano i palazzi italiani.</p>
<p style="text-align: justify">I dubbi non finiscono qua però: <em>«Credo che dobbiamo tutti fermarci per un momento e domandarci […] se vogliamo cominciare a pensare alla rete come un luogo reale, dove persone reali, spendono parole reali, esattamente come altrove»</em>. Ottima domanda, ma anche questa fuori tempo massimo. Se la classe politica del Paese, invece che rinchiudersi negli studi dei talk show televisivi e fare orecchie da mercante, avesse prestato ascolto alla coda lunga di conversazioni sviluppatesi sui social media in Italia negli ultimi anni, si sarebbe resa conto di come queste trabocchino quotidianamente d&#8217;odio e risentimento nei suoi confronti. E forse non sarebbe rimasta così sconcertata nello scoprire che la gente è stufa di suicidarsi e che il volto del tanto evocato <em>paese reale</em> è quello immortalato dai fotogrammi che ritraggono Luigi Preiti, schiacciato dagli anfibi dei carabinieri, dopo aver sparato contro Palazzo Chigi.</p>
<p style="text-align: justify"><em>«Vogliamo dare battaglia – una battaglia culturale – alle aggressioni alle donne a sfondo sessuale?»</em><em> </em>chiosa l&#8217;ex portavoce dell&#8217;Alto Commissariato ONU per i rifugiati. Bene, benissimo diciamo noi, consapevoli del fatto che già da decenni ci sono donne, compagne ed interi collettivi mobilitati su questo fronte, che questa battaglia l&#8217;affrontano nel fare quotidiano. E che la piaga sociale del femminicidio è un problema un tantinello più complesso di un fotomontaggio misogino ed orribile postato su Facebook. A dimostrarlo c&#8217;è la nomina, fresca fresca, di un&#8217;integralista cattolica omofoba come Michaela Biancofiore a segretario per le Pari Opportunità. Se la Boldrini vuole rimboccarsi le maniche può cominciare da li, dalle stanzette del ministero, invece che prendersela con il mostro venuto dalla pancia di Internetz.</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2013/05/04/il-mostro-venuto-dalla-pancia-di-internetz/">Il mostro venuto dalla pancia di Internetz</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>OpIsrael reloaded: «Tel Aviv non è invulnerabile». In chat con l&#8217;Intifada digitale</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 09:38:59 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>A ridosso di qualsiasi conflitto si scatena sempre una guerra di cifre. La seconda parte di OpIsrael non sembra fare eccezione a questa regola. Quanti sono stati i siti travolti dall&#8217;ondata di attacchi che Anonymous ha scagliato contro le infrastrutture informatiche israeliane a partire dal 7 Aprile? Si è trattato davvero di un flop come hanno affermato le autorità di Tel Aviv? A quanto ammontano i danni economici provocati? Mentre l&#8217;operazione è ancora in corso, Infoaut per vederci più chiaro ha intervistato alcuni dei protagonisti attivi sul campo di battaglia. Sync, black e anon4 sono tre hacker che hanno preso parte all&#8217;assalto contro l&#8217;internet israeliana negli ultimi giorni. Ecco che cosa ci hanno detto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" alt="opisrael_interview_2" src="http://www.infoaut.org/images/stories/opisrael_interview_2.jpg" width="245" height="250" /></em><em>IFF &#8211; Anonymous, pur a malincuore e non senza tensioni interne, si era ufficialmente uniformata alla tregua siglata tra le autorità palestinesi ed israeliane il 21 novembre 2012. Gli attacchi cominciati sabato e quelli delle ultime settimane (come il leaks ai danni del Mossad) fanno pensare ad un&#8217;operazione a lungo ragionata. Come si è sviluppato il vostro dibattito interno rispetto ad OpIsrael in questi mesi? Quali obbiettivi politici vi siete prefissati? Il contesto rispetto a novembre è diverso: allora OpIsrael fu una reazione ad all&#8217;aggressione bellica sionista su Gaza. Oggi invece siete stati voi a muovere la prima pedina annunciando l&#8217;operazione un mese fa, in concomitanza con il memorial day dell&#8217;Olocausto. Perché avete deciso di far partire la seconda fase di #OpIsrael?</em></p>
<p><strong> </strong><strong>black</strong> - Perché Israele continua la sua presa su Gaza e non molla.</p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Il dibattito è sempre stato altalenante fra chi voleva rispettare la tregua, e chi intendeva agire in previsione del 7 aprile. Certo non è mai mancato chi ha continuato ad agire singolarmente o con altri team. La data del 7 è stata decisa perché è quella in cui si commemora l&#8217;olocausto. Volevamo detournare il significato di questa ricorrenza simbolica e riadattarlo a quella che è l&#8217;attuale situazione a cui sono costretti i palestinesi dalla ferocia israeliana. Olocausto non fu solo quello che coinvolse gli ebrei: olocausto è anche il genocidio perpetrato dalla mano sionista&#8230; oggi questa parola è più attuale che mai. Abbiamo scelto di ridare slancio all&#8217;operazione per via dei continui abusi e vessazioni perpetrate nei confronti del popolo palestinese (anche in presenza della tregua). Di esempi se ne possono annoverare a bizzeffe. In primis la terribile situazione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane: una vera e propria violazione tout court dei diritti umani. Per non parlare del caso di Samer Issawi, in sciopero della fame come segno di protesta, la cui vita è in grave pericolo.<span id="more-904"></span></p>
<p><strong>Sync</strong> - Ed ovviamente gli strike della settimana scorsa su Gaza hanno affrettato i tempi. Ma per quanto mi riguarda nessun obbiettivo, nessuna richiesta, nessuna speranza. Non abbiamo sufficiente influenza per lanciare ultimatum ed Israele non si fa certo intimidire da noi. A mio parere è un azione più volta a creare impatto mediatico e disruption alla loro infrastruttura, oltre che per ribadire e rendergli nuovamente noto che non sono intoccabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; Quali sono stati i target più importanti che siete riusciti a colpire?</em></p>
<p><strong>black</strong> - Abbiamo una <a href="http://www.hackersnewsbulletin.com/2013/04/major-list-of-israel-websites-which.html%20">lista</a> . Sono troppi da elencare.</p>
<p><strong> </strong><strong>Sync</strong> - Eh! Qui è particolarmente difficile fare un resoconto dettagliato. I DDoS non si contano più. I deface neppure, anche perché ci sono stati mass deface fatti da crew che orbitano intorno ad Anons pur mantenendo posizioni proprie.</p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Probabilmente tra quelli presenti nella lista che ti abbiamo indicato i più importanti sono quelli governativi e le banche. Ed anche il sito di forniture militari dell&#8217;IDF: si tratta di un obiettivo dalla forte valenza simbolica. Il tango down contro il Mossad è stato particolarmente importante: una nutrita schiera di botnet e singoli si è abbattuta sul loro sito in segno di rappresaglia verso il regime sionista. Abbiamo bersagliato qualsiasi target .gov possibile in pratica ed i portali del ministero dell&#8217;interno, dell&#8217;economia, degli affari esteri e dell&#8217;autorità di sicurezza israeliana sono stati defacciati: il perimetro digitale dei siti degli enti governativi sionisti è stato violato. Questo per noi serve per veicolare un messaggio chiaro: non siete invulnerabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; Oltre alle azioni che più tipicamente avete portato avanti (DDOS &amp; Leaks &amp; Deface) questa volta avete preso possesso anche di migliaia di account Facebook di singoli cittadini israeliani. Per quale motivo avete optato per questo tipo di azione?</em></p>
<p><strong>black - </strong>Perché l&#8217;obbiettivo era «destroy Israel». Ecco perché.</p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Io non mi sono occupata di Facebook, però penso che chi lo ha fatto abbia voluto fare leva sulla provenienza degli account. Anche se ovviamente non tutti gli israeliani sono sionisti.</p>
<p><strong> </strong><strong>Sync</strong> - Neppure io ho preso parte a questo lato dell&#8217;Op. Ma comunque l&#8217;intento è stato quello di mettere sotto pressione i cittadini di Israele. Forse capiranno cosa significa sentirsi braccati e sotto assedio come capita quotidianamente alla popolazioni di Gaza. Certo, non tutti sono sionisti! Ma il fatto che <em>Netanyahu</em> sia stato rieletto mi fa pensare che le posizioni della maggioranza non siano certo sensibili alla questione palestinese. La violazione degli account Facebook? La definirei come un “danno collaterale”: esattamente l&#8217;espressione che gli israeliani utilizzano per indicare i civili palestinesi che rimangono coinvolti sotto i loro &#8220;surgical strikes&#8221;. Che di chirurgico non hanno nulla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; L&#8217;azione era annunciata da più di un mese: su OpIsrael 2 si è effettivamente concentrata una forte attenzione mediatica. Com&#8217;era prevedibile Israele (uno dei paesi più tecnologicamente all&#8217;avanguardia in termini di cyberwarfare) ha preso le sue contromisure. Yitzhak Ben Yisrael, funzionario dell&#8217;ufficio informatico nazionale di Israele, ha dichiarato che &#8220;ci sono stati pochi danni&#8221; e che &#8220;Anonymous non ha le competenze per danneggiare le infrastrutture vitali del Paese non avrebbe annunciato l&#8217;attacco. Vuole fare clamore sui media su questioni che gli stanno a cuore&#8221;. Come commentate queste dichiarazioni?</em></p>
<p><strong> </strong><strong>black</strong> - Come no! E allora perché hanno chiuso la porta 80 su tutti i siti con dominio .gov.il ? Stanno solo provando a minimizzare. Come fanno sempre tutti i governi quando vengono attaccati da Anonymous.</p>
<p><strong> </strong><strong>Sync</strong> - Stavolta, reduce dall&#8217;esperienza della prima OpIsrael stanno approcciando la cosa in modo diverso. Da un lato tendono a minimizzare le ripercussioni dell&#8217;attacco e dall&#8217;altro enfatizzano il fatto che è più una protesta che un attacco cyber. Hanno risorse e know-how e sono in grado di mitigare o deflettere buona parte degli attacchi ma certamente ne stanno risentendo pesantemente anche solo per l&#8217;impiego delle risorse umane che hanno dovuto attivare per fronteggiarci. Senza contare i numerosi servizi finanziari/bancari e di informazione pubblica sono stati duramente colpiti, anche se per lassi di tempo variabili .</p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Indubbiamente sono molto preparati e possiedono tutti gli strumenti necessari per tutelarsi. Ma potremmo rispondere citando tutti gli attacchi andati a buon fine. Poi ovvio&#8230; Stanno usando l&#8217;estintore per provare a spegnere il fuoco: il governo israeliano non può far altro che cercare di sminuire una tempesta così grande. Anon fa paura perché è incontenibile: non si sa come e quando potrebbe agire, dove e in quali modi. E poi c&#8217;è il danno economico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; Che secondo voi potrebbe essere quantificato in&#8230;?</em></p>
<p><strong> </strong><strong>black</strong> - Cifre? Non saprei.</p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - <a href="http://italian.irib.ir/featured/item/123781-israele-channel-10,-2-miliardi-di-dollari-di-danni-a-israele-per-attacco-anonymous">Alcune fonti</a> parlano di due o tre miliardi di dollari.</p>
<p><strong> </strong><strong>Sync</strong> - Si ma è meglio non azzardare cifre&#8230; sarebbe difficile fare un&#8217;analisi veritiera . Stanno girando numeri estremamente – forse troppo – alti. In ogni caso ci risulta che Israele abbia aperto una linea diretta con Cisco per avere a disposizione gente ferrata in fatto di networking. Qualcuno che li aiuti ad usare al meglio gli apparati che già hanno al fine di aumentarne i livelli di sicurezza attraverso l&#8217;implementazione di tecniche particolari (come il packet scrubbing).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; A quest&#8217;operazione hanno partecipato almeno una ventina di crew dalle più diverse estrazioni linguistiche, culturali ed ideologiche. In che modo siete riusciti a tenere insieme componenti come i RedHack (dall&#8217;impostazione decisamente marxista) con altre, magari più orientate ad iconografie e pratiche riconducibili al mondo islamico militante?</em></p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Partiamo dal presupposto che i numerosi team si sono coordinati per raggiungere un obiettivo comune: danneggiare economicamente e simbolicamente le infrastrutture israeliane sioniste. Questo è quel che emerge da un&#8217;analisi &#8220;macro&#8221;. Azioni come queste poi portano spesso con loro tutta una serie di &#8220;sotto-obiettivi&#8221;. Mi spiego meglio. Tu prima citavi i RedHack: la battaglia che portano avanti è priva di componenti religiose e mira ad attaccare il regime nazi-sionista-capitalista israeliano. Chiaro che con gruppi con con una forte componente religiosa militante la musica cambia: per loro, il detto &#8220;un unico popolo, un unico stato socialista laico&#8221; non vale. È altrettanto vero che “sotto-obiettivi” di questo genere emergono però maggiormente in azioni che vedono protagonisti i singoli gruppi. Meno in operazioni di ampia portata come #OpIsrael dove, secondo me, il messaggio principale è &#8220;Free Gaza, Stop al genocidio del popolo Palestinese, end the occupation!&#8221;. Come si coniuga l&#8217;azione dei vari team? Come ho detto poc&#8217;anzi, agendo verso un obiettivo comune. Ma attenzione: questo non significa che in nome di una meta collettiva si sacrifichino determinati principi. Prendiamo infatti le distanze dai gruppi di estrazione nazi che colgono l&#8217;occasione per attaccare Israele in nome dell&#8217;antisemitismo. Né Anonymous, né i Redhack, né altri team che si ispirano ai valori di libertà e uguaglianza potranno mai collaborare con questi soggetti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; Sembra confermato che l&#8217;IDF abbia agito anche sull&#8217;elemento umano per limitare i danni dell&#8217;attacco, portando a termine una serie di arresti di hacktivisti nella striscia di Gaza mentre questo era in corso. Ritenete si sia trattato di un fatto isolato, magari legato all&#8217;eccezionalità della situazione, oppure che le agenzie di law enforcement potrebbero ricorrere a questo tipo di espedienti con più frequenza in futuro per contrastare attacchi in rete? Un&#8217;ipotesi di questo tipo era stata ventilata da Micheal Peck, collaboratore di Forbes, il quale, in occasione dell&#8217;attacco dei Redhack al Mossad si era domandato quale sarebbe potuta essere la risposta di quest&#8217;ultimo, visto il suo modus operandi e «la sua lunga storia in operazione letali, assassinii compresi».</em></p>
<p><strong> </strong><strong>Sync</strong> - Non credo che hacktivists/hackers invisi ad Israele rischino persecuzioni estese e mirate, tortura o strikes con droni: sarebbe “<em>bad press</em>”. Credo anche che arrestare elementi già noti o sospettati di aver condotto azioni di cyberwarfare contro lo stato israeliano sia controproducente visto che inevitabilmente rafforzerà la posizione che molte persone hanno in merito alle metodologie proattive, brutali ed inumane con cui i sionisti perseguono i propri nemici o individui percepiti come tali. Stanno solo flettendo i muscoli per scoraggiare eventuali nuovi partecipanti. Io credo che queste azioni di rappresaglia da parte dell&#8217;IDF significhino solo una cosa: che sono “<em>butthurt</em>” e che i danni che gli stiamo causando sono più significativi ed estesi di quanto non vogliano ammettere.</p>
<p><strong> </strong><strong>black</strong> - A mio parere si tratta di un caso isolato: questa è stata una grande operazione in cui molti hacker team hanno partecipato. Al momento non sono al corrente del numero degli hacktivisti presi in custodia: per tirare delle somme la cosa migliore è vedere gli svolgimenti dei prossimi giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IFF &#8211; Fino a quando durerà l&#8217;operazione?</em></p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Impossibile dirlo.</p>
<p><strong> </strong><strong>Sync</strong> - No idea. <em>&#8216;Till we get bored</em> :) . Ad ogni modo c&#8217;è da dire che gli israeliani per mitigare soprattutto i DdoS stanno blacklistando ip singoli, intere classi ed in casi estremi tutti gli ip di range non allocati ad Israele.</p>
<p><strong> </strong><strong>anon4</strong> - Furboni.</p>
<p><strong> </strong><strong>black</strong> - Yeah.</p>
<p><strong></strong><strong>Sync</strong> - Sono metodi efficaci ma drastici. Hanno ripercussioni anche per l&#8217;utenza legittima. Ed in ogni caso rappresentano un danno di immagine: è come dire che per evitare che mi facciano i graffiti sul muro di casa lo abbatto. A quanto pare i nostri mezzi non sono così inefficaci no?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Vedi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/7400-opisrael-20-attaccati-centinaia-di-siti-israeliani" target="_blank">OpIsrael 2.0. Attaccati centinaia di siti Israeliani</a></li>
<li><a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/7269-redhack-contro-il-mossad-35000-nominativi-pubblicati-on-line" target="_blank">Redhack contro il Mossad. 35000 nominativi pubblicati on-line</a></li>
<li><a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/clipboard/item/6505-pillar-of-defense-chronicles-anonymous-e-lopisrael" target="_blank">Pillar of Defense chronicles: Anonymous e l&#8217;OpIsrael</a></li>
</ul>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2013/04/09/opisrael-reloaded-tel-aviv-non-e-invulnerabile-in-chat-con-lintifada-digitale/">OpIsrael reloaded: «Tel Aviv non è invulnerabile». In chat con l&#8217;Intifada digitale</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Mega: PrivacyDotCom</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2013/01/23/mega-privacydotcom/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2013 15:33:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Non è solo un atto barbaro e vigliacco. Troppo facile liquidarlo così. È un attacco al nostro modello di società. Ci odiano, odiano il nostro stile di vita e colpiscono dove siamo più vulnerabili&#8230; Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un&#8217;intera generazione!» NeetKidz &#8211; ZeroCalcare Con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>
<p style="text-align: right"><em>«Non è solo un atto barbaro e vigliacco. Troppo facile liquidarlo così. È un attacco al nostro modello di società. Ci odiano, odiano il nostro stile di vita e colpiscono dove siamo più vulnerabili&#8230; </em></p>
<p style="text-align: right"><em>Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un&#8217;intera generazione!»</em></p>
<p style="text-align: right"><strong>NeetKidz &#8211; ZeroCalcare</strong></p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" alt="dotcom_matrix" src="http://www.infoaut.org/images/stories/dotcom_matrix.jpg" width="300" height="232" />Con buona pace di Samuel Huntington e dei suoi rapaci epigoni annidati tra i falchi di Washington nell&#8217;era Bush, l&#8217;unico vero scontro di civiltà consumatosi negli ultimi anni e fondato su valori culturali, è stato quello che ha opposto le grandi major di Hollywood e la generazione digitale dei NeetKidz, raccontata magistralmente dalle strisce di fumetti di ZeroCalcare.</p>
<p style="text-align: justify">Il raid condotto un anno fa dalle autorità federali statunitensi contro i server di <strong>MegaUpload</strong> si colloca sullo sfondo di una guerra per il controllo del mercato dell&#8217;informazione in corso da anni tra anarco-capitalismo digitale e vecchi conglomerati dell&#8217;entertainement. Allora, il sequestro di migliaia di gigabyte di dati – ancora oggi nelle mani del <strong>Dipartimento di Giustizia</strong>, nonostante si trattasse in larga parte di materiali non coperti da copyright e quindi perfettamente legittimi – mise in luce come di fatto gli utenti non siano soggetti cui è attribuito alcun profilo giuridico. <span style="text-decoration: underline">La tutela dei loro diritti</span> (anche quelli di proprietà dei beni immateriali) <span style="text-decoration: underline">non è ancora materia affermata o condivisa da alcuna dottrina o regolamento internazionale</span>.<span id="more-869"></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Ed è probabilmente a partire da questa intuizione che <strong>Kim &#8216;Dotcom&#8217; Schmitz</strong> ha intenzione di fondare il suo nuovo impero. Il <em>core business</em> della sua nuova creatura, ribattezzata semplicemente <strong>MEGA</strong>, è la privacy degli utenti</span>. Oltre allo spazio messo a disposizione (50 gigabyte gratuiti per gli account free, fino a 2 terabyte per quelli premium) crittografia ed un senso di sicurezza sono l&#8217;oggetto dello scambio. Se non fosse per questi due elementi implicati nella transazione, il cyberlocker dell&#8217;ex-hacker tedesco sarebbe simile a tanti altri servizi cloud già presenti sul mercato (come <strong>DropBox</strong> o <strong>Skydrive</strong>). E forse non avrebbe alcuna speranza di competere con questi colossi.</p>
<p style="text-align: center"><img class="aligncenter" alt="zc_dotcom" src="http://www.infoaut.org/images/stories/zc_dotcom.jpg" width="420" height="121" /></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Attenzione. L&#8217;idea di Dotcom non brilla per originalità</span>. Il pasciuto imprenditore è solo l&#8217;ultimo di una lunga serie che devono la loro fortuna proprio allo scontro generazionale di cui dicevamo in apertura. Non è un mistero che da diverso tempo sia in crescita un florido mercato di servizi per la tutela della privacy e della sicurezza, rivolto proprio all&#8217;utenza domestica. Si pensi infatti alla miriade di imprese che erogano servizi <strong>VPN</strong> (acronimo di Virtual Private Network): basta fondare una società in un paese dove la legislazione sulla <em>data retention</em> sia sufficientemente permissiva e per una manciata di euro si può vendere l&#8217;accesso a tunnel crittografici. Uno scudo digitale con cui navigare al riparo dagli occhi indiscreti del proprio governo e scaricare in pace musica e film, senza per questo rischiare di finire in tribunale con l&#8217;accusa di aver infranto le leggi vigenti sul copyright ed incorrere in multe da decine di migliaia di euro.</p>
<p style="text-align: justify">Dotcom si inserisce in questa scia. Commercializza privacy e sicurezza nell&#8217;epoca segnata dal motto <em>“Privacy? You can have zero privacy”</em> e da una criminalizzazione delle pratiche di sharing al di là di ogni limite immaginabile.<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;ex hacker, ed oggi <em>geek</em> a tutti gli effetti, ha avuto l&#8217;intelligenza di saper sfruttare bisogni e pratiche socialmente diffusi e trasformare in materia prima per il processo produttivo attitudini, stili di vita e modalità di accesso ai manufatti digitali</span>. Non è il primo e certo non sarà l&#8217;ultimo. <strong>Facebook</strong> ad esempio, in un mondo segnato da dinamiche di precarietà lavorativa ed esistenziale, ha come <em>mission</em> quella di <em>«aiutare l&#8217;utente a rimanere in contatto con le persone della sua vita» </em>(ovviamente in cambio dei suoi dati personali). E nel medesimo contesto trova la sua ragion d&#8217;essere un social network come <strong>Linkedin</strong>, ovvero un&#8217;agenzia di lavoro interinale aperta 24 ore al giorno dove l&#8217;annoso problema dei diritti sindacali è solo un ricordo del passato. Ma nella schiera dei <em>geek</em> (cioè dei cacciatori di tendenze) degni di menzione troviamo altri nomi, apparentemente insospettabili. Ciò che infatti un personaggio come <strong>Julian Assange</strong> aveva capito perfettamente, è che nell&#8217;era della riproducibilità infinita dell&#8217;informazione, il leaking (esattamente come il P2P o la condivisione di files) è una tendenza sociale irreversibile che con un pizzico d&#8217;ingegno può essere messa a valore. A questo puntava l&#8217;operazione <strong>Wikileaks</strong> prima di sfuggire di mano. Ovvero alla creazione di una nuova forma di impresa ed intermediazione giornalistica che andasse ad affiancarsi alle agenzie stampa tradizionali (ovviamente dietro congruo compenso da parte dei “media partner” prescelti).</p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Il vero colpo di genio di Dotcom è stato quello di presentare il business plan della sua nuova avventura commerciale come una missione in difesa dei diritti umani. E non ultimo di trasformare l&#8217;esibizione di forza muscolare del Dipartimento di Giustizia americano contro MegaUpload in uno spettacolo che ne celebra la rinascita</span>. Unico protagonista dello show è lui, Kim. Come nella più classica delle favole della new economy il <em>self-made-man</em>, deus ex machina di avventure economiche che diventeranno leggenda, ascende al cielo dei <em>folk heroes</em> di Internet partendo dalle segrete del carcere in cui era stato rinchiuso. Con un lieto fine d&#8217;obbligo: il nostro protagonista da nemico pubblico numero uno si trasforma in un brand, un&#8217;icona pop in cui il pubblico può identificarsi. E guadagna milioni di dollari. Dotcom ha rovesciato come un guanto la sua vicenda personale e ne ha fatto motivo di sfida. <span style="text-decoration: underline">In questo senso ha mostrato una profonda conoscenza dei meccanismi del marketing odierno, caricando il suo nuovo prodotto di una dimensione utopistica, generando così uno spazio pubblico dell&#8217;emozione che unifica affettivamente la società e rende attraenti le merci che lo popolano.</span></p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" alt="dotcom" src="http://www.infoaut.org/images/stories/dotcom.jpeg" width="290" height="174" /><span style="text-decoration: underline">La campagna pubblicitaria virale che ha anticipato il rilancio di Mega, ha avuto il pregio di evocare alcuni degli immaginari più consolidati e seducenti dell&#8217;era di Internet, profondamente radicati nella cultura hacker delle origini, eppure mai come oggi messi a rischio dalla mutazione in senso securitario che da diversi anni sta investendo la rete</span>. La resistenza al grande fratello (ricordate lo spot di <strong>Apple</strong> del 1984?); la lotta contro l&#8217;indebita ingerenze di un governo ingiusto e tirannico nella vita delle persone (come fece <strong>J.P.Barlow</strong> quando scrisse il suo manifesto per l&#8217;indipendenza del cyberspazio); la liberazione dai <em>gatekeeper</em> parassitari dell&#8217;informazione; la difesa della privacy in un momento in cui le rivelazioni in merito al sistema di sorveglianza globale TrapWire ancora scottano. Infine il tentativo di appropriarsi della figura di <strong>Aaron Swartz</strong>: il vessillo perfetto da issare al grido di <em>“Information wants to be free”</em> per chiamare alle armi la Silicon Valley unita nello scontro finale con Hollywood ed un sistema di protezione della proprietà intellettuale ormai morente, anacronistico, privo di senso. Geniale il conto alla rovescia su Twitter, durato giorni e scandito da messaggi in 140 caratteri con cui Dotcom ha incalzato direttamente il governo statunitense e lo stesso <strong>Barack Obama</strong> (<em>«un anno dopo sono ancora qui: non potete fermarci»</em>). Geniale l&#8217;incursione nelle emittenti radiofoniche con una campagna di jingle per promuovere il ritorno di MEGA e punzecchiare le major, sconfinando nell&#8217;unico territorio mediale ancora oggi regno incontrastato della grande industria discografica. Che nella sua cecità ha abboccato alla provocazione, obbligando diverse emittenti a stracciare i contratti pubblicitari stipulati con MEGA. Con Dotcom gongolante che dal suo profilo Twitter ringrazia per l&#8217;ennesimo assist involontario: <em>«ancora una volta le grandi etichette abusano del loro potere»</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest&#8217;intreccio di storia, utopia e futuro sembra aver portato i frutti tanto attesi. Sabato 19 gennaio, a poco meno di due ore dalla sua riapertura, MEGA contava già 250000 iscrizioni ed i suoi server sono stati letteralmente inondati da milioni richieste. Talmente tante da rendere il sito inaccessibile per quasi 24 ore. Un blackout forse dovuto all&#8217;<em>hype</em> che ne aveva circondato il rilancio ma che proprio per questo risulta anomalo: non sono mancati i sospetti di un attacco DDOS, magari organizzato dalle lobby dell&#8217;industria della discografia, come <strong>RIAA</strong> ed <strong>MPAA</strong>, che in questo modo avrebbero voluto dare il loro augurio di “ben tornato” al nemico di sempre. Dotcom ha ovviamente affermato il contrario, imputando il blocco del servizio all&#8217;overload di banda. Ma non avrebbe potuto fare altrimenti. Se dopo tanto baccano il nuovo MEGA <em>“bigger, better, faster, stronger and safer”</em> avesse debuttato con un fiasco conclamato, oltre ai fischi dal loggione avrebbe raccolto anche le perplessità di milioni di utenti sulla sua effettiva capacità di resistere ad eventuali forme di sabotaggio perpetrate da governi ed entità antipirateria. Lo scotto dell&#8217;anno scorso, quando a milioni si sono visti improvvisamente privati dei file che avevano archiviato nella cloud di MegaUpload, brucia ancora. Oggi basterebbe il più piccolo dubbio per far vacillare la fiducia degli utenti, che probabilmente, di fronte alla possibilità del ripetersi di tale esperienza, opterebbero per l&#8217;utilizzo di servizi, forse meno generosi in termini di spazio ma senz&#8217;altro più rodati (come DropBox).</p>
<p style="text-align: justify">Una minaccia questa che d&#8217;altra parte sembra essere tutt&#8217;altro che remota e che pare manifestarsi anche sul fronte legale. Mentre gli obiettivi erano ancora puntati sul set d&#8217;inaugurazione approntato da Dotcom, la sua nuova creatura finiva già nel mirino di <strong>StopFileLocker</strong>, un&#8217;associazione facente capo a <strong>Robert King</strong>, produttore cinematografico di materiale per adulti. King afferma di aver <em>«</em><em>già individuato un numero significativo di materiale illegale e che viola il copyright». </em>Se dovesse portare delle prove a sostegno di tale affermazione, allora il passo successivo potrebbe essere quello di obbligare le società che gestiscono i sistemi di pagamento on-line (come <strong>PayPal</strong>) a chiudere i rubinetti finanziari di MEGA. Una mossa capace di mettere in ginocchio in breve tempo la piattaforma di storage e contro cui la sua nuova architettura distribuita potrebbe ben poco. Wikileaks docet. È ancora presto insomma per dire, come ha fatto il portale <strong>Gizmodo</strong>, che l&#8217;arrivo di MEGA segna lo smantellamento definitivo del copyright. E poco conta che il servizio di Dotcom sia stato studiato per costeggiare attentamente il sottile confine tra legalità ed illegalità. Tali proclami sembrano rieccheggiare in tutto e per tutti quelli che avevano accompagnato la celebrazione del processo contro <strong>Pirate Bay</strong>. Anche allora a finire sotto l&#8217;attenzione degli inquirenti era stato un sistema di sharing apparentemente inattaccabile da un punto di vista legale (con l&#8217;importante differenza che il sito di tracking svedese non teneva in memoria alcun file coperto da copyright). Anche in quel caso si inneggiava alla fine della proprietà intellettuale. Eppure oggi la crew di Pirate Bay è stata condannata a pene severissime ed alcuni dei suoi componenti sono stati addirittura costretti ad un periodo di latitanza all&#8217;estero.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" alt="mega_privacy" src="http://www.infoaut.org/images/stories/mega_privacy.jpg" width="300" height="225" />È il tempo della Twitter Revolution: se un <em>like</em> o un <em>tweet</em> sono considerati un gesto di liberazione, lo stesso potrebbe valere per l&#8217;apertura di un account premium su MEGA con cui tutelare la riservatezza delle proprie comunicazioni. <span style="text-decoration: underline">In entrambi casi si acquista un&#8217;illusione: nel primo quella di incidere con un click su processi politici al di fuori del proprio controllo</span> (un esempio è l&#8217;arcinota campagna virale Kony2012), <span style="text-decoration: underline">nel secondo quella di riprendersi il diritto di poter condividere e accedere liberamente al sapere. In entrambi i casi la “libertà” offerta dalle internet companies ha un prezzo. I primi infatti sono tutt&#8217;altro che gratuiti, visto che la loro contropartita sta nella cessione del controllo dei propri dati personali ad un&#8217;impresa privata. Il secondo specularmente ha un costo da corrispondere in denaro per riacquisire, seppur in minima parte, proprio quel controllo perduto</span>. Detta altrimenti il lancio del nuovo servizio offerto da Dotcom è perfettamente coerente con i caratteri dell&#8217;epoca storica in cui si dispiega. Un suo eventuale successo sarebbe comunque un evento carico di ambivalenze su cui interrogarsi. La sua diffusione di massa potrebbe segnare l&#8217;affermazione definitiva di un trend ormai manifestatosi da tempo che vede concetti come privacy e sicurezza relegati ad una dimensione passiva di consumo. Allo stesso tempo però è altrettanto vero che se pure gli utenti si trovassero a fruire di servizi e dispositivi di cui non sarebbero in grado di comprendere il funzionamento né la libertà che viene loro offerta, il vaso di pandora della crittografia ne uscirebbe scoperchiato ed anche le masse potrebbero cominciare ad apprezzarne l&#8217;utilità. E questo senza tenere conto che una diffusione a livello massivo degli strumenti crittografici potrebbe rendere a governi ed agenzie di sicurezza di tutto il mondo la vita tremendamente più complicata di quanto non sia ora. Ci aspettiamo che da quest&#8217;ennesima disputa il sempiterno dibattito che oppone privacy e tutela della proprietà intellettuale esca rinfocolato. <em>«Il dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America»</em> si chiede il giurista <strong>Guido Scorza</strong> <em>«è pronto a stabilire il principio che la difesa del copyright giustifica la violazione della privacy dei propri cittadini e di quelli del resto del mondo?»</em>. Ciò che è in gioco in questa partita è in effetti una vasta modificazione di strutture e valori che sono uno prerequisiti sociali ed organizzativi necessari per l&#8217;adozione di una tecnologia. Eppure dietro l&#8217;angolo sembra fare capolino una deriva allarmante piuttosto che un lieto fine. Se privacy e sicurezza diventeranno unicamente oggetti di consumo, allora smetteranno di essere diritti per trasformarsi in beni scarsi, erogati dietro compenso da entità private. E se oggi il volto dei “garanti” di quello che è formalmente sancito come uno diritto umano fondamentale ha i tratti truculenti e feroci del Dipartimento di Giustizia USA, domani potrebbe avere l&#8217;espressione ammiccante di imprenditori rapaci e popstar della rete come Kim &#8216;Dotcom&#8217; Schmitz. E questa è tutt&#8217;altro che rassicurante.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2013/01/23/mega-privacydotcom/">Mega: PrivacyDotCom</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Pillar of Defense chronicles: Anonymous e l&#8217;OpIsrael</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2012 15:00:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La minaccia di Israele di gettare Gaza nel blackout informativo. La sfera pubblica dei social media intossicata dal “Reality Distorsion Field” di Tel Aviv. Anonymous prende posizione a fianco della Palestina e reagisce mettendo sotto attacco un&#8217;ampia porzione dello spazio digitale israeliano. L&#8217;ultima parte di “Pillar of Defense chronicles” con le interviste agli ed alle [...]]]></description>
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<p><em>La minaccia di Israele di gettare Gaza nel blackout informativo. La sfera pubblica dei social media intossicata dal “Reality Distorsion Field” di Tel Aviv. Anonymous prende posizione a fianco della Palestina e reagisce mettendo sotto attacco un&#8217;ampia porzione dello spazio digitale israeliano. L&#8217;ultima parte di “Pillar of Defense chronicles” con le interviste agli ed alle hacktivist* che hanno partecipato ad #OpIsrael.</em></p>
<p>Vedi la seconda parte di <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/clipboard/item/6460-pillar-of-defense-chronicles-idf-spokesperson" target="_blank">Pillar of Defense chronicles: IDF SpokesPerson</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Pagina #OpFreePalestineReloaded – Facebook – Internet – Tempo asincrono</strong></p>
<p style="text-align: right"><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" alt="432327_376601849098260_1337827588_n" src="http://www.infoaut.org/images/stories/432327_376601849098260_1337827588_n.jpg" width="280" height="140" /> <em>Il principio è la separazione</em></p>
<p style="text-align: right"><em>la segregazione</em></p>
<p style="text-align: right"><em>distanze che dividono persone</em></p>
<p style="text-align: right"><em>prigioni a cielo aperto di un cielo senza stelle</em></p>
<p style="text-align: right"><em>usciamo allo scoperto scivolando sotto pelle&#8230;</em></p>
<p style="text-align: right">Signor K in “La Machine” con Première Ligne e Les Evadés</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Lo streaming di Radio Anonops, la web radio che da diversi mesi fa da colonna sonora alle imprese degli Anonymous di tutto il mondo, lancia a palla le rime del Signor K mentre l&#8217;<strong>#OpIsrael</strong> è in pieno svolgimento sullo spazio digitale israeliano. Scelta azzeccata quella del dj dietro alla console: un pezzo da battaglia, interpretato da un <em>dreamteam</em> di emcees internazionali, che scagliano rime come pietre, muovendosi in un&#8217;atmosfera dal sapore epico. Su un tappeto musicale intessuto con batterie, archi e piatti gli idiomi si intrecciano e disegnano la trama di cento scontri e cento ferite inferte e subite. Esattamente come accade sulla pagina Facebook <strong>#OpFreePalestineReloaded</strong>: un quadratino di byte del giardino recintato di Mark Zuckerberg, dove il tempo viene battuto dall&#8217;applet di un orologio digitale che segna i minuti mancanti all&#8217;apertura delle ostilità contro le infrastrutture comunicative israeliane. Quando, giovedì 15 novembre, le lancette del <em>countdown</em> si sono fermate, migliaia di Anonymous in tutto il mondo hanno dato il via alle danze con un numero incalcolabile di attacchi ed incursioni. A finire nel mirino sono alcuni network veramente tosti, come quelli che veicolano i messaggi dell&#8217;esercito e delle istituzioni di Tel Aviv.<span id="more-874"></span></p>
<p style="text-align: justify">Anonymous ha scelto. Ha scelto la sua forma di organizzazione, quella liquida, leggera e distribuita permessa dall&#8217;anonimato on-line, messa a punto e perfezionata in decenni di sperimentazione da parte delle controculture che lo hanno preceduto. La forma migliore, dicono loro, in un mondo dove la tracciabilità dei comportamenti dell&#8217;individuo si eleva ormai a paradigma economico cui fa da contraltare un&#8217;intensificazione dei processi di sorveglianza diffusa. Anonimato come spazio di libertà e di informazione sorto in rete ed oggi messo sotto attacco da un numero crescente di attori. Non ultime le istituzioni militari che non si limitano più ad adattarsi all&#8217;ambiente della rete ma vogliono plasmarlo. E così, come avvenuto nell&#8217;Egitto di Mubarak o nella Siria di Assad, Israele annuncia il taglio di Internet a Gaza, violando quell&#8217;unico diritto fondamentale in grado di ricompattare la comunità mondiale di Anonymous: la libertà d&#8217;espressione. A metà tra il bollettino militare e la dichiarazione di guerra, uno dei tanti comunicati che annuncia l&#8217;#OpIsrael parla chiaro: <em>«Abbiamo lanciato questa Op per UNA ragione ed una ragione sola, perché l&#8217;IDF ha minacciato di spegnere Internet. Anonymous si preoccupa solo della difesa di Internet, perché tutta la libertà e la giustizia sgorga da essa – e perché sappiamo che cosa accade nei posti oscuri»</em>. Ecco perché Anonymous ha scelto di stare dalla parte della Palestina. O almeno, questo è il motivo dichiarato pubblicamente.</p>
<p style="text-align: justify">Anche questa forma di organizzazione presenta delle ambivalenze dove i punti di forza possono rapidamente mutare in limiti. Hacker e mediattivisti arrivano su questa pagina Facebook da tutta le rete – allo scoccare della tregua saranno circa 1800 i “partecipanti all&#8217;evento” – facendo convergere sul monitor i ceppi linguistici più differenti: l&#8217;inglese domina ma una delle prime sfide da affrontare è riuscire a capirsi e dialogare. Non è sempre facile in un habitat come questo dove l&#8217;entropia comunicativa cresce esponenzialmente ad ogni nuovo post in bacheca che annuncia l&#8217;abbattimento di un bersaglio o le coordinate – solitamente indirizzi web o classi di IP – su cui puntare gli strumenti di offesa che ognuno ha a disposizione. Se chi è alle prime armi si accontenta di software rudimentali, come LOIC o Pyloris, gli hacker <em>skilled</em> tirano fuori dal loro bagaglio d&#8217;esperienza conoscenze più affilate per tagliare le reti digitali del nemico. Le informazioni scivolano rapide e senza sosta sulla timeline, grondante di codice e riferimenti tecnici accessibili solo agli iniziati di questo sapere esoterico. Un fiume di bit disordinato che si increspa ancora di più quando sopra il pelo dell&#8217;acqua esplode il boato di commenti dei “supporter” euforici per l&#8217;andamento dell&#8217;operazione. Un tifo da stadio che evidenzia come la forte spettacolarizzazione delle azioni di Anonymous, nondimeno essenziale per la loro riuscita, coinvolga una fetta di utenti passivi come telespettatori: usano la tastiera come un telecomando, si limitano a sintonizzare lo schermo su una trasmissione a cui non prendono parte ed al più esprimono apprezzamento con il televoto, con un “Mi piace” su Facebook o con un messaggio in sovrimpressione. Non c&#8217;è però molto da stupirsi in questo senso. Questa tendenza non è imputabile tout court alle pratiche Anonymous. Al contrario ricalca un fenomeno di collasso e sovrapposizione tra linguaggi mediali vecchi e nuovi, di cui semmai Anonymous è espressione.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter" alt="shalom_hacked" src="http://www.infoaut.org/images/stories/shalom_hacked.jpg" width="420" height="287" />Pur nella staticità bicromatica del layout di Facebook è difficile non essere travolti da una sensazione di caos mentre il cursore del mouse scorre vertiginosamente la pagina verso il basso. Le azioni rivendicate crescono di ora in ora, come gli inviti a fare fuoco contro gli obiettivi più disparati: finiscono sotto attacco siti istituzionali (come il blog dell&#8217;IDF), banche, casinò e provider privati israeliani. Anche le vetrine allestite per le <em>public relations</em> vengono infrante, come quelle del Vice Primo Ministro Silvan Shalom: chi viola le sue pagine Facebook, Twitter e Blogger lascia in esposizione messaggi filo-palestinesi. Un server dell&#8217;esercito viene espugnato ed i dati personali di 5000 ufficiali israeliani pubblicati in rete. Passano le ore e l&#8217;operazione modifica la sua curvatura. C&#8217;è una nuova priorità: bisogna garantire le comunicazioni a Gaza. La voce si sparge e qualcuno confeziona e diffonde il “<strong>Care Package</strong>”. Scaricabile da uno dei tanti siti commerciali di data hosting, si tratta di un archivio contenente informazioni su come mantenere attive le trasmissioni col mondo esterno anche in caso di blackout di Internet. Israele non resta certo con le mani in mano e reagisce con un&#8217;offensiva che mette sotto scacco il network di chat IRC VoxAnon. Parallelamente molti profili Twitter e Facebook riconducibili ad hacktivisti di Anonymous vengono eliminati dai social network. In pieno svolgimento della Op, Anonymous afferma che sono 10000 i siti abbattuti. Falso, dice il ministro della finanze Yuval Steiniz al termine delle ostilità: solo un portale è andato fuori uso per qualche minuto e ben 44 milioni di attacchi sono stati bloccati. Una guerra di cifre a chi la spara più grossa? Forse, ed il rumore di fondo generato dai network mainstream globali che riprendono entrambe le versioni disorienta e rende strabici. Come nel pieno di una battaglia, la visuale si fa confusa ed è sempre più difficile capire da dove arrivano i colpi e verso quali obiettivi sono diretti. Dobbiamo trovare un altro punto di osservazione per provare a capire ciò sta accadendo.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Network IRC AnonOps – Internet – Tempo asincrono</strong></p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" alt="opisrael" src="http://www.infoaut.org/images/stories/opisrael.jpg" width="280" height="366" />La tregua tra Hamas ed Israele è stata siglata da poche ore dopo estenuanti giornate di trattative al Cairo: nei canali di <strong>Anonops</strong> c&#8217;è fermento. Anonops è un network di chat testuali basato sul <strong>IRC</strong>, un protocollo di comunicazione antenato dei social network ed ancora oggi amatissimo dagli hacker di tutto il mondo. Gli anonymous per accedervi utilizzano diversi sistemi con l&#8217;intento di non rendere tracciabili le loro attività: quello più classico prevede l&#8217;incapsulamento dei propri dati attraverso una catena di tunnel crittografici e VPN (acronimo di Virtual Private Network). In questa rete sono presenti almeno un centinaio di canali, ognuno battezzato con un nome diverso a seconda dell&#8217;operazione in cui i partecipanti sono impegnati. Su quello denominato #OpIsrael il nervosismo è palpabile, stagna l&#8217;aria: sono almeno 200 le persone presenti e nessuna di queste pare intenzionata a rispettare la tregua. Gli animi sembrano parecchio accesi e non è certo il momento più adatto per andare a fare domande qua e là: nel migliore dei casi si rischia di essere apostrofati come poliziotti e bannati dal canale. Meglio alzare i tacchi e cambiare aria.</p>
<p style="text-align: justify">Nel canale italiano invece la situazione è più tranquilla. Appare <strong>M0ff</strong>, una vecchia conoscenza dai tempi delle azioni contro la costruzione della TAV in Val di Susa. Subito frena <em>«No way bro&#8217;. Io non ho partecipato ad #OpIsrael: in questi giorni ho avuto da fare»</em>. Ma senza neanche bisogno di chiederlo aggiunge <em>«Ma posso metterti in contatto con un paio di Anon che da diversi mesi se ne stanno occupando. Aspetta qui». </em>Prima di scomparire però, spiega brevemente il putiferio che si sta scatenando nel canale in cui sono state coordinate le operazioni contro l&#8217;IDF e le altre strutture israeliane durante i giorni di Pillar Of Defense <em>«Stiamo decidendo se rispettare la tregua o meno. Io non sono d&#8217;accordo come molti e molte altre»</em>. Sembra incazzato e l&#8217;idea di interrompere gli attacchi non gli va giù <em>«La storia del conflitto arabo-israeliano negli ultimi 50 anni è stata una storia di “tregue” sempre interrotte dalle invasioni e dai bombardamenti di Tel Aviv. Tregua &#8216;stocazzo: facciamo che prima torniamo ai confini del 1968 e poi parliamo di tregua»</em>. E chiosa <em>«IMHO </em>[acronimo che sta a significare “In my humble opinion”] <em>dobbiamo continuare a tenere gli israeliani sotto stress come fanno loro con i paletinesi. Ora scusa, devo scappare».</em></p>
<p style="text-align: justify">In attesa che i due operatori di #OpIsrael facciano la loro apparizione l&#8217;occhio torna a posarsi sulla timeline della pagina Facebook di #OpFreePalestineReloaded. Sulla bacheca si alternano inviti a riaprire il fuoco, appelli alla calma e liste di nuovi obiettivi da colpire. Uno degli amministratori prova a calmare le acque aprendo un sondaggio ed invitando i frequentatori della pagina ad esprimersi in merito al proseguimento delle ostilità contro l&#8217;IDF: i si sono praticamente un plebiscito. Ad un tratto la barra di notifica di Xchat nell&#8217;angolo in alto a destra dello schermo riprende a lampeggiare: <em>«&#8217;Sera. Ci hanno detto che ci stavi cercando»</em>. <em><strong>Quiet</strong></em> e <em><strong>Storm</strong></em>: sono questi i nomi con cui i due Anonymous si presentano. <em>Storm</em> è una ragazza, o almeno così dice, conosciuta in tutto il network AnonOps. Gentile, disponibile e sveglia, ha la nomea di essere un personaggio facile all&#8217;ira, pronta a trasformarsi in una furia, sopratutto di fronte alle domande fastidiose di utenti alle prime armi che giocano a fare gli hacker: aspiranti Anonymous troppo pigri per imparare davvero qualcosa. Alcuni degli italiani l&#8217;hanno soprannominata “la segugia”: <em>«È per via del mio fiuto. Di tanto in tanto abbiamo visite indesiderate in canale. Gente che si spaccia per Anonymous e prova ad infiltrarsi nei nostri gruppi. Li individuiamo con un po&#8217; di social engineering e poi li smascheriamo. Puoi immaginare di chi sto parlando».</em> Sbirri? Servizi di intelligence? Altri hacker al soldo di imprese private? Non risponde. Se <em>Storm</em> sembra essere una Anonymous capace ma, come lei stessa afferma, <em>«con ancora molto da imparare»</em> Quiet da invece l&#8217;impressione di essere un veterano delle guerre in rete. Pacato e riflessivo, le sue conversazioni alternano perifrasi eleganti ad espressioni gergali angolofone, creandogli attorno un&#8217;aura di inafferrabilità ed indefinitezza. Una sensazione accresciuta dal carattere poliedrico del personaggio, dotato di un background culturale chiaramente vasto: durante la conversazione spazia con eleganza tra differenti temi, servendosi di vocabolari e terminologie che vanno dall&#8217;informatica, agli studi strategici fino alla teoria dell&#8217;informazione. «<em>Load of bullshit!»</em> esordisce, sintetizzando in modo efficace il suo pensiero sul fatto che Anonymous abbia deciso alla fine di uniformarsi alla tregua «<em>Avevamo momentum e rimettere in moto gli ingranaggi nel caso ce ne fosse bisogno potrebbe richiedere qualche giorno: sai, carburare bene, fare recruiting diffondere nuovamente la voce».</em> Tanta è la sua amarezza per l&#8217;arresto forzato di #OpIsrael quanto poca è la sua stima nel governo di Tel Aviv <em>«Sono antisionista e ritengo che ci si debba fidare di Bibi quanto stare dietro ad un mulo pronto a calciare: non capisco che senso abbia giocare pulito quando il tuo avversario colpisce sotto la cintola e tira sabbia sotto gli occhi»</em>. Una linea di condotta sporca che Anonymous non ha tenuto. Al solito, ha giocato seguendo le sue regole ma ha rispettato rigorosamente ad alcuni principi cardine del suo agire: non solo la scelta di osservare la tregua ma anche quella di non attaccare i media israeliani, <em>«nonostante» </em>sostiene Quiet<em> «fossimo in possesso di vulnerabilità su netvision.co.il»</em>. Il suo è un dissenso alimentato da motivazioni tattiche, su cui concorda anche Storm che, in modo secco si limita ad aggiungere come <em>«non sia sufficiente una tregua a cancellare le atrocità, la barbarie e le vessazioni che il popolo palestinese ha dovuto e sta continuando tutt&#8217;ora a subire».</em></p>
<p style="text-align: justify">Entrambi cercano di fare chiarezza e raccontano con precisione quelle che sono state le differenti fasi che hanno segnato l&#8217;#OpIsrael. Le attività contro Israele, specificano, sarebbero comunque cominciate se l&#8217;IDF non avesse minacciato di tagliare Internet e si fosse “limitato” a bombardare Gaza: dal loro punto di vista un&#8217;invasione di terra in stile “Piombo Fuso” è ben più grave e neanche lontanamente comparabile ad un blackout delle telecomunicazioni. Ma quest&#8217;ipotesi, riverberata in meno di un&#8217;ora su tutti i network informativi del pianeta, ha fatto da elemento catalizzatore tra gli Anonymous che in modalità crowdsourcing hanno confezionato dichiarazioni di guerra ad Israele postate su Yotube e Pastebin. La chiamata alle armi in difesa della libertà d&#8217;espressione è stato più che altro un escamotage retorico per provocare un forte impatto mediatico: «<em>A nostro avviso internet rimane una priorità per i palestinesi: senza di esso»</em> dice Quiet <em>«documentare quanto avviene sarebbe praticamente impossibile»</em>. I due d&#8217;altra parte sono perfettamente a conoscenza delle attività di propaganda e disinformazione messe in atto da Israele sui social network. Una partita giocata non solo con la mobilitazione di gruppi organizzati filo-sionisti ma anche con l&#8217;ausilio dei <em>bot</em> messi in campo dall&#8217;IDF: programmi automatizzati che simulano il comportamento umano, il cui scopo è quello di diffondere <strong>FUD</strong> (termine che sta per <em>Fear, Uncertainity, Doubt</em>) nelle reti sociali . <em>«Un fatto questo che ci indispone particolarmente, viste le atrocità che stanno commettendo. La loro potenza di fuoco, il loro know-how e le loro risorse nell&#8217;ambito della guerra telematica e della distorsione della realtà sono notevoli. Ecco perché ostacolarli anche su Internet, ed allo stesso tempo tenere aperto un canale di comunicazione con i gazawi sotto assedio, ha una certa importanza. Anche se forse loro, preferirebbero azioni più drastiche <img src='http://infofreeflow.noblogs.org/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' />  ».</em></p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Op si è articolata su quattro diversi fronti: il primo è stato quello di r<span style="text-decoration: underline">iportare notizie ed avvenimenti tramite anons e collegamenti di vario tipo in prossimità delle zone colpite</span>. <em>«Fare campagne di informazione»</em> si affretta a puntualizzare Storm <em>«è sempre stato uno dei nostri obiettivi principali: fare informazione pulita e sopratutto scavalcare i gatekeeper, troppo spesso succubi delle logiche del potere» . </em>Un altro obiettivo è stata <span style="text-decoration: underline">sferrare attacchi DDOS</span>, in maniera selettiva o indiscriminata a seconda del momento, contro qualsiasi target il cui dominio fosse co.il: certo, le preferenze degli Anonymous si sono sempre indirizzate verso portali particolarmente rilevanti come network militari, il blog dell&#8217;IDF, il sito del Likud, quelli delle sedi diplomatiche o delle banche israeliane. <em>«Quelli che mi hanno galvanizzata di più sono stati quelli alla banca di Gerusalemme ed al ministero degli affari esteri»</em> ridacchia Storm <em>«Avevano sopratutto un forte valore simbolico contro la lobby sionista assetata di denaro»</em>. Black faxing alle ambasciate ed il DDOS tramite applicativi VOIP ad alcuni numeri governativi ed istituzionali sono state alcune delle varianti sul tema. Il terzo fronte invece ha comportato il <span style="text-decoration: underline">defacciamento di massa di interi domini israeliani</span>, non importa se governativi o di entità private. Infine l&#8217;attività di Anonymous si è concentrata sulla <span style="text-decoration: underline">divulgazione di informazioni secretate</span> (il cosiddetto <em>leaking</em>) ottenute mediante le violazione del perimetro di sicurezza delle reti militari israeliane. Secondo Storm «<em>c&#8217;è stata un&#8217;esplosione di messaggi e azioni pro-Palestina nel cyberspazio imperialista Israeliano. È stato il nostro modo per gridare al mondo un messaggio di solidarietà ed invitare a prendere posizione rispetto a quanto stava accadendo»</em>. E vista l&#8217;entità degli attacchi <em>«per contrastarci hanno dovuto investire somme di denaro, tempo, risorse e personale senza dubbio non indifferenti»</em> conclude Quiet.</p>
<p style="text-align: justify">Si tratta di prime spiegazioni, senz&#8217;altro utili per riuscire ad orientarsi nel pandemonio scoppiato a ridosso di #OpIsrael, ma che non risolvono molti dubbi ed interrogativi. Il primo è relativo al famoso Care Package, l&#8217;archivio di informazioni e tutorial diffuso da Anonymous, con l&#8217;intento di fornire ai palestinesi un paracadute, qualora il governo di Tel Aviv avesse deciso di scaraventare Gaza nel vuoto pneumatico del buio informativo. I Gazawi, un popolo che da decenni vive sotto assedio e resiste ad un oppressore spietato e potentissimo, avevano davvero bisogno che qualcuno spiegasse loro come cavarsela in una situazione di questo genere? La risposta è corale <em>«Si è servito e non sono stati pochi i ringraziamenti espressi mediante social network. È stata una reazione d&#8217;urto alla situazione in cui versavano le telecomunicazioni, un valore aggiunto alla lotta che già veniva portata avanti»</em>. Ed in effetti sulla stessa pagina dei GYBO all&#8217;entrata in vigore della tregua ha fatto capolino in un post la maschera di Guy Fawkes con in calce la scritta “We Are Anonymous”. <em>«Anche se»</em> chiarisce Quiet «<em>È difficile quantificare l&#8217;impatto reale che può aver avuto. Ma se è servito anche ad una sola persona ritengo sia stato un gesto meritevole». </em>Mentre prova a cercare delle statistiche (che alla fine non riuscirà a trovare) sul numero dei download del Care Package effettuati da MediaFire, sottolinea che l&#8217;organizzazione di un insieme di conoscenze utili in un unico pacchetto avrebbe semplificato notevolmente le cose, sia come curva di apprendimento che come deployment time, se Israele avesse davvero deciso di portare a compimento i suoi intenti iniziali<em> «Un conto è doversi formare su problematiche tecniche spesso complesse ed andare a cercare programmi in rete, leggendosi i relativi tutorial. Un altro è avere un file zip con tutti i tools e la documentazione relativa»</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Che la rag-tag army di Anonymous si sia mossa a tambur battente, ricevendo grande attenzione tra gli utenti della rete e nel circuito mainstream è fuor di dubbio. Sono li a dimostrarlo anche le classifiche di Pastebin, la piattaforma di scrittura collettiva utilizzata per redigere comunicati, condividere informazioni sulle vulnerabilità dei siti da attaccare o approntare tutorial per gli Anons più inesperti: nel timeframe degli ultimi 30 giorni tra i “most popular pastes” ne affiorano molti che si riferiscono ad #OpIsrael. E le dichiarazioni fatte a mezzo stampa dal ministro delle finanze israeliano – il quale ha dichiarato che Israele è stato in grado di respingere 44 milioni di attacchi – non hanno fatto altro che amplificare quest&#8217;attenzione <em>«Ma quella è stata una stronzata colossale e sensazionalistica, montata per meri fini di propaganda»</em> sbotta Quiet all&#8217;improvviso, perdendo per pochi istanti quell&#8217;aplomb che calza come un guanto al suo nickname <em>«Sono certo che parlasse di singoli pacchetti e non attacchi. E se consideri che basto io con un LOIC a generarne 100000 in dieci minuti, capisci da te come le sue parole escano drasticamente ridimensionate»</em>. La guerra di propaganda è una foresta di specchi dove tutto appare deformato, diverso da ciò che è realmente. Anonymous sembra saperlo perfettamente: <em>«10000 siti attaccati da parte nostra? Una trollata a cui alcuni media hanno abboccato». </em>Niente di più facile in un mondo dove le redazioni giornalistiche hanno la necessità di arrivare per prime e vendere di più. Per farlo privilegiano le fonte che usa le cifre più impressionanti, a prescindere dal loro grado di affidabilità. Poi quella ben nota dinamica di convergenza e reciproca influenza tra grandi testate giornalistiche – copro anche io una news che stai coprendo tu per non perdere fette di audience – fa il resto e ad una “trollata”, ad una bufala, magari concepita in chat tra lo sghignazzamento generale, viene dato risalto internazionale.</p>
<p style="text-align: justify"><em>«Gli attacchi che abbiamo portato avanti non sono stati 10000 ma certo in un numero che si aggira nell&#8217;ordine delle migliaia».</em> E qui, viene da pensare, la foresta di specchi diventa labirinto dove identità e organizzazione Anonymous sono un giano bifronte i cui punti di forza sono anche quelli di debolezza. Visto il peso che Israele ha nell&#8217;industria della cyber-sicurezza che cosa avrebbe potuto impedire che dentro la massa anonima, schieratasi a fianco della Palestina e mossa da motivazioni genuine, non si siano aggregati elementi che di Anonymous non aveva proprio nulla? Magari mercenari, organizzazioni criminali o hacker al soldo di altri stati che confondendosi nell&#8217;enorme rumore di fondo generato dall&#8217;#OpIsrael, avrebbero facilmente potuto perseguire interessi che poco avevano a che fare con il sostegno al popolo gazawi. Detta in altro modo: non c&#8217;è dubbio che a Teheran la vicenda del virus Stuxnet (progettato dalla crema delle truppe informatiche israeliane e con cui erano state messe fuori uso le centrifughe degli impianti nucleari iraniani) bruci ancora parecchio. Quale occasione migliore di questa per rispondere al fuoco senza rendersi individuabili, facendosi scudo di un brand così trasversale? E tutto questo al netto del fatto che da diversi anni Anonymous concentri molti dei suoi sforzi proprio sul panorama iraniano. A rispondere a queste perplessità per prima è Storm, la quale ammette che <em>«questo è un problema di fronte al quale possiamo fare ben poco. Per esempio abbiamo immediatamente “congedato” degli hacker nazisti che avevano provato ad aggregarsi. Ma non abbiamo alcuna garanzia che questi non si siano ripresentati sotto mentite spoglie»</em>. <em>«Va detto però»</em> dice Quiet cominciando ad esplorare la questione <em>«che è qualcosa di cui siamo consapevoli. Non escludo affatto che alcuni appartenenti ad aziende private di IT security, alle forze armate o ai servizi israeliani siano entrati in chan per monitorare, loggare, sabotare, far deragliare e perdere il focus dell&#8217;Op: anzi, so per certo che almeno un NCO </em>[unità non combattente]<em> dell&#8217;IDF era presente. Non ho notizia della presenza di altre agenzie di intelligence» </em>conclude Quiet<em> «ma la ritengo molto probabile»</em>. Si tratta insomma di un rischio calcolato, il cui margine è però ridotto drasticamente da due fattori. Primo, chi partecipa alle Op ne è a conoscenza. Secondo, le caratteristiche molecolari della forma di organizzazione di Anonymous possono peccare in efficacia ed efficienza ma la rendono «<em>una cosa talmente scoordinata che è difficile imbrigliarci o disgregarci»</em>. In mancanza di una struttura piramidale, l&#8217;iniziativa viene spesso lasciata ai singoli senza che questi attendano alcuna direttiva dall&#8217;alto: una volta individuata una breccia nei sistemi di difesa di un particolare obiettivo, se ne discute in canale e si decide se aprirla o meno. Un sistema di sorveglianza non funziona se chi ne è oggetto ne ha cognizione. Un sistema di difesa non crolla se il nemico non è in grado di individuarne il centro di gravità su cui indirizzare i suoi sforzi. Due principi fondamentali dell&#8217;arte della guerra. Che valgono per Anonymous. Ma anche per i suoi avversari.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" alt="spreadsheetgyboidf" src="http://www.infoaut.org/images/stories/spreadsheetgyboidf.jpg" width="322" height="189" />La conversazione è durata fin troppo: nonostante l&#8217;affabilità ed il tempo concesso ora i due Anonymous scalpitano per tornare alle loro stringhe di codice ed ai loro terminali. Accettano però di rispondere ad un&#8217;ultima domanda prima di dileguarsi. Non può che essere una: chi è il vero vincitore in questa guerra? <em>«È particolarmente difficile indicare un chiaro vincitore in questa situazione. Complessivamente direi i palestinesi. Noi eravamo solo una forza di supporto, la falange che piomba sui ranghi nemici sorprendendoli sul lato»</em> spiega Quiet. <em>«Nostro obiettivo era garantire supporto ai palestinesi, anche solo cercando di sottrarre risorse e coordinazione ad Israele costringendoli alla mobilitazione sia sul fronte di terra che su quello virtuale»</em>. Dal suo punto di vista proprio Israele è uscito malconcio dallo scontro mediaticamente parlando. Ritiene infatti che, nonostante Tel Aviv abbia innalzato il suo <em>Reality Distortion Field</em> – <em>«altro che Iron Dome!»</em> esclama – e mobilitato armate di follower e profili fake sui social media, la sua narrazione sia stata poco convincente: <em>«Non mi paiono all&#8217;avanguardia in fatto di public relations e damage control: fare dei report ad intervalli di un&#8217;ora su Twitter e Facebook non è che richieda un granché»</em>. È tutto l&#8217;approccio dell&#8217;IDF che, a suo dire, non funziona, incapace com&#8217;è di comporre una sintesi efficace tra i vettori comunicativi utilizzati: il tentativo di muoversi su un piano morale per giustificare le azioni intraprese, l&#8217;incapacità di farne trasparire delle motivazioni accettabili e l&#8217;eccessiva disinvoltura con cui viene appiccicata l&#8217;etichetta “danni collaterali” ai morti civili sul campo (<em>«quando in realtà si capisce benissimo che sono solo dei numeri su uno spreadsheet di qualche ufficio d&#8217;intelligence»</em>). Di opinione non dissimile è Storm la quale ritiene che il tentativo di censura messo in atto da Israele sia stato scavalcato. <em>«Ma la guerra continua»</em> chiosa prima di chiudere la finestra di chat <em>«e noi non smetteremo di far sentire la nostra voce e di dare voce a chi ne è privo, come hanno fatto altri prima di noi. Penso a Vittorio Arrigoni: questa battaglia è anche per lui, per mantenere viva la sua memoria ed il suo esempio».</em></p>
<p style="text-align: justify">Anche Anonymous stays human.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.facebook.com/events/496460387042282/" target="_blank">#OpFreePalestineReloaded</a>: il gruppo Facebook di #OpIsrael.</li>
<li><a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/6079-#opisrael-anonymous-contro-loperazione-pillar-of-clouds" target="_blank">Anonymous contro Pillar of Defense</a>: uno dei comunicati di lancio di #OpIsrael.</li>
<li><a href="https://bayfiles.com/file/rPjj/a7ehrr/Op_Israel_Care_Package_For_Gaza.zip" target="_blank">#OpIsrael Care Package for Gaza</a>: l&#8217;archivio di informazioni e software diffusi da Anonymous per bypassare la censura israeliana.</li>
<li><a href="http://www.corriere.it/tecnologia/12_novembre_21/israele-cyberguerra-gaza-opisrael-anonymous-hacker-hamas_74f4d012-33e2-11e2-a480-b74fe153b15c.shtml#." target="_blank">Israele ha subito 44 milioni di cyberattacchi</a>: un articolo con le dichiarazioni del ministro delle finanze israeliano Yuval Steiniz.</li>
<li><a href="http://pastebin.com/6dYQruHu" target="_blank">Press/Info Telecomix per gaza</a>: guide e manuali rilasciati dal gruppo di hacktivisti di Telecomix.</li>
<li><a href="http://pastebin.com/Ms4nJSZx" target="_blank">Mass Deface</a>: uno dei pastebin con un elenco di siti israeliani defacciati durante #OpIsrael.</li>
<li><a href="http://pastebin.com/cRsCMfvm" target="_blank">15000 Israelis Email Information part 3</a>: uno dei leak con email e credenziali di ufficiali dell&#8217;esercito israeliano.</li>
<li><a href="http://pastebin.com/Yhy5e2ny" target="_blank">OpIsrael info update</a>: un altro pad con informazioni e link utili.</li>
</ul>
</div>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/12/31/pillar-of-defense-chronicles-anonymous-e-lopisrael/">Pillar of Defense chronicles: Anonymous e l&#8217;OpIsrael</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Pillar of Defense chronicles: IDF SpokesPerson</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2012 14:40:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Israele lancia la sua dichiarazione di guerra a frequenze unificate e occupa militarmente il terreno fisico e quello digitale. L&#8217;armamentario di tecnologie, discorsi e dispositivi retorici impiegati in rete (e non solo) dall&#8217;Israel Defence Force durante l&#8217;operazione Pillar Of Defense contro Gaza. La terza ed ultima parte di questo articolo verrà pubblicata lunedì 31 dicembre. [...]]]></description>
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<p style="text-align: justify"><em>Israele lancia la sua dichiarazione di guerra a frequenze unificate e occupa militarmente il terreno fisico e quello digitale. L&#8217;armamentario di tecnologie, discorsi e dispositivi retorici impiegati in rete (e non solo) dall&#8217;Israel Defence Force durante l&#8217;operazione Pillar Of Defense contro Gaza. La terza ed ultima parte di questo articolo verrà pubblicata lunedì 31 dicembre.</em></p>
<p><em></em>Vedi la prima parte di <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/clipboard/item/6394-pillar-of-defense-chronicles-gaza-youth-breaks-out" target="_blank">Pillar of Defense chronicles: Gaza Youth Breaks Out</a></p>
<p style="text-align: right"><strong>Pagina IDF Spokesperson – Facebook – Internet – Tempo asincrono</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/share3.jpg" alt="share3" width="250" height="250" />Scambi di artiglieria sul campo e di tweet in rete. Così si è aperto il sipario su Pillar of Defense. Prima il filmato dell&#8217;esecuzione di Ahmed Jabari, capo dell&#8217;ala militare di Hamas, riversato in tempo reale su Youtube e servito all&#8217;ora di cena con i titoli d&#8217;apertura dei tg serali. Poi una raffica di minacciosi tweet scambiati tra l&#8217;account dell&#8217;Israel Defence Force e quello delle brigate Alqassam. Quanto basta per catalogare alla sezione “panzane” l&#8217;opera completa del buon Pierre Lévy e dei suoi entusiasti emuli: una massa di intellettuali narcisisti che per anni hanno gettato fiumi d&#8217;inchiostro magnificando le capacità della tecnologia di livellare distanze ed incomprensioni tra i popoli. Oggi che la pace perpetua digitale non è più di moda ed anche i falchi cinguettano, quotidiani e testate giornalistiche preferiscono annunciare l&#8217;avvento della <em>cyberwar </em>ad ogni piè sospinto. Se però si scava sotto il ciarpame sensazionalista accumulato nei server degli organi d&#8217;informazione globali c&#8217;è da fare della buona archeologia e non è difficile afferrare il capo del filo rosso che accomuna frame, dispositivi retorici e tattiche comunicative dispiegate da Israele negli ultimi otto giorni.<span id="more-859"></span></p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/spreadsheet_elections_israel.png" alt="spreadsheet_elections_israel" width="300" height="301" />Prima di tutto lo scenario. Come nel 2008, poco prima che le scie al fosforo lanciate con l&#8217;operazione “Piombo Fuso” squarciassero il cielo delle notti di Gaza, l&#8217; aggressione militare alla striscia si scatena dopo gli omicidi mirati di militanti palestinesi. Poi la tempistica: negli ultimi 15 anni le più importanti operazioni militari di Israele sono sempre andate di pari passo con le scadenze elettorali. Non è un caso che Ronit Tirosh, leader del partito d&#8217;opposizione israeliano Kadima, abbia dichiarato che <em>«un più alto numero di vittime avrebbe garantito </em>[a Netanyahu]<em> una maggiore porzione di seggi al Knesset»</em>. Terzo la scelta di additare Jabari come “terrorista”. Le cose stanno diversamente – il suo nome era stato indicato anche da Israele in quanto figura idonea al mantenimento dell&#8217;ordine e della sicurezza nella striscia – ma la sua collocazione in questo campo semantico ha precise funzioni propagandistiche ed operative: se Israele ha colpito un individuo macchiatosi di crimini atroci (<em>«È un terrorista no?»</em> penserà l&#8217;ingenuo spettatore <em>«Qualcosa deve avere pur fatto!»</em>) allora il suo intervento si configura come legittimo. Anzi appare come una reazione mirata, provocata da offese arrecate in modo pregresso dai palestinesi: basta cambiare una parola per trasformare l&#8217;aggressore in vittima. Infine non è un elemento di novità neppure il tentativo da parte di Tel Aviv di occupare territori del web considerati come strategici. Focalizziamo il nostro sguardo su quest&#8217;ultimo aspetto di Pillar of Defense.</p>
<p style="text-align: justify"><em>«Il nemico non è un oggetto inanimato e impara dalle sue sconfitte»</em> diceva Clausewitz. Questa è anche la storia dello stato<img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/hamas_idf.png" alt="hamas_idf" width="300" height="318" />d&#8217;Israele. La guerra con il Libano nel 2006 fu un autentico disastro e non solo perché Hezbollah riuscì ad opporre ai tank israeliani un&#8217;efficace quanto inaspettata resistenza. Anche le armi di distrazione di massa si incepparono e le autorità israeliane si ritrovarono sotto il fuoco amico di tutti quei soldati che, una volta al fronte, contribuivano, attraverso mail e blog, a produrre una narrazione molto diversa da quella illustrata dal mainstream. Per non parlare del blitz portato a termine dalle teste di cuoio di Tel Aviv contro la Freedom Flotilla nel giugno del 2010. Una mattanza che il ministero degli Esteri tentò allora di giustificare pubblicando sul proprio account Flickr fotografie che immortalavano le “armi” trovate nella stiva della nave: materiale da campo, visori e binocoli per la visione notturna. Ricostruzione già di suo poco plausibile ed inficiata definitivamente in un secondo momento quando i metadati delle immagini rivelarono che gli scatti risalivano al 2003 ed al 2006. Poco cambia se la causa di tale incongruenza fosse frutto di un piccolo difetto degli orologi delle camere. Rimane un errore drammatico in un sistema mediatico dove vale il detto <em>«la mia versione è tanto più credibile quanto meno lo risulta la tua»</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Due punti di non ritorno, a partire dai quali i vertici militari israeliani hanno elaborato strategie di guerra non convenzionale e schierato truppe sul terreno dei social media. Un centinaio di profili Facebook, coordinati dal ministero degli Esteri e tradotti in inglese, francese, persiano, arabo e russo (oltre che naturalmente l&#8217;ebraico). Canali Youtube e profili Twitter per ogni ambasciata israeliana sparsa nel mondo. Infine l&#8217;arruolamento dei volontari: gruppi come il <strong>GIYUS</strong> (<em>Give Israel Your United Support</em>), lanciato dall&#8217;Unione globale degli studenti ebrei, il cui obiettivo è quello di contrastare il sentimento anti-israeliano sul web ed influenzare l&#8217;opinione pubblica. Come? Presidiando segmenti di rete, ritenuti particolarmente significativi in termini di estrazione di consenso, e aggredendo in maniera coordinata utenti filo-palestinesi all&#8217;interno di forum, blog e social network. E con numeri non di poco conto, se si considera che la cifra stimata di questi “troll di stato”, si aggira, secondo le dichiarazioni del ministero dell&#8217;immigrazione israeliano, intorno al milione. A quanto pare il problema del P2P, cioè della comunicazione da pari a pari, non è solo una questione di architetture di rete, ma anche di organizzazione, know how accumulato e risorse disponibili.</p>
<p style="text-align: justify">I risultati di questa strategia vedono i primi frutti quando l&#8217;operazione Piombo Fuso prende il via: al fronte tutti in riga, senza voci elettroniche non allineate a disturbare la sinfonia mediatica con cui Israele interviene sull&#8217;intero spettro mediatico per costruire un&#8217;immagine coordinata, positiva e vincente. Un copione che si ripete anche con Pillar of Defense di cui uno degli avamposti su Facebook è <strong>IDF Spokesperon</strong>: uno dei luoghi dove si è giocata, per usare la parole dell&#8217;analista politico <strong>Ron Pundak</strong>, la capacità di Israele di prolungare il conflitto <em>«in base a come questo viene percepito a livello internazionale»</em>.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;estetica della pagina è diversa da quella dei GYBO: se la bacheca dei giovani palestinesi è un guazzabuglio di solidarietà, dove da tutto il mondo ognuno arriva per aggiungere una pennellata più o meno significativa, quella dell&#8217;IDF presenta uno stile decisamente più asciutto e lineare. I contenuti proposti infatti, sia che si tratti di filmati, articoli o aggiornamenti in tempo reale sullo stato del conflitto, provengono quasi interamente dal blog e dal canale YouTube dell&#8217;esercito. Le forze armate israeliane sembrano puntare molto su questi vettori di diffusione perché, come dichiarato dal 26enne <strong>Sacha Dratwa</strong>, l&#8217;uomo a capo della divisione social media di Tel Aviv, <em>«crediamo che la gente capisca il linguaggio di Facebook, il linguaggio di Twitter»</em>. L&#8217;idea è quindi quella di affiancare ai linguaggi mediali tradizionali quelli della rete, operando in questo modo una penetrazione più capillare nell&#8217;audience internazionale e di casa propria. Ed un occhio di riguardo sembra essere riservato alle generazioni più giovani. Scorrendo la timeline si può infatti incappare in un link che porta ad una pagina chiamata “<em>IDF Ranks – The Ultimate Virtual Army</em>”: si tratta di un videogame lanciato dall&#8217;IDF. I partecipanti possono iscriversi in modo semplice, autenticandosi attraverso Facebook o le altre piattaforme su cui l&#8217;esercito israeliano è presente. Scopo del gioco? <em>«Diffondere la verità in merito all&#8217;esercito israeliano»</em>: condividere, linkare, commentare o visitare contenuti web dell&#8217;IDF. Come in un vero corso d&#8217;addestramento l&#8217;aspirante recluta viene motivata e responsabilizzata. In perfetto stile 2.0, un banner ricorda che ogni click ha un impatto sulla realtà e che impegnarsi in questo gioco significa schierarsi, prendere una posizione: pubblicare propaganda filo-israeliana sui social network diventa così un momento di definizione della propria identità virtuale. L&#8217;immaginario liberogeno della rete viene mobilitato ed il mouse diventa una spada di luce in mano agli utenti con cui tagliare quella coltre fumogena assiepatasi intorno alla “verità” di Israele. C&#8217;è anche una classifica e chi riesce a realizzare i punteggi più alti sale di grado, fino a diventare generale di quest&#8217;armata virtuale. Una vera e propria forma di <em>crowdsourcing</em> applicato alla guerra, prodotto dall&#8217;incontro tra l&#8217;ideologia californiana e quella sionista. E l&#8217;intersezione tra l&#8217;ambito ludico e quello bellico è solo apparentemente stridente: in termini generali il gioco non è un banale passatempo né un ambito marginale nella costruzione di soggettività. In realtà il gioco, oggigiorno negoziato all&#8217;incrocio tra pratiche sociali e piattaforme tecnologiche, è un elemento che rientra appieno nei processi sociali di costruzione simbolica della realtà. Basta pensare alle categorie cognitive istituite da videogame come “Call of Duty” ambientati in Afghanistan o in non meglio specificate località mediorientali, dove i protagonisti sono eroici marine statunitensi impegnati nella <em>war on terror. </em>Qui invece si può impersonare un soldato virtuale dell&#8217;IDF impegnato sul fronte dei media. Nome in codice dell&#8217;operazione? “<em>Hasbara</em>”, termine che in ebraico significa spiegare. Spiegare al mondo il punto di vista d&#8217;Israele, modellando la rappresentazione del contesto di guerra con simboli ed informazioni immessi nelle proprie reti personali e di conoscenza. La logica sottesa ad <em>IDF Ranks</em> si basa su un semplice assunto: in ogni processo di comunicazione, perché il messaggio vada a segno, è fondamentale che il messaggero sia credibile. Ed è molto più probabile che gli indecisi (siano essi elettori israeliani o cittadini di altri paesi) prestino attenzione al parere di un “amico” su un social network che a quello di Netanyahu in televisione. È il principio del buzz marketing che ci porta a fidarci di quanti ci sono (o appaiono) più vicini. D&#8217;altra parte, si sa, la propaganda indiretta è sempre la migliore. Sopratutto se è <em>«più rapida, economica e capillare»</em> e si basa su vettori con <em>«un potenziale di moltiplicazione molto maggiore»</em> rispetto ai media tradizionali. Parola di <strong>Jamie P. Shea</strong>. Che non è un guru del web 2.0 ma il vicesegretario generale aggiunto della NATO.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter" src="http://www.infoaut.org/images/stories/share.jpg" alt="share" width="466" height="287" /></p>
<p style="text-align: justify"><em>«50 missili hanno colpito Israele negli ultimi tre giorni. Più di un milione di persone hanno meno di 60 secondi per mettersi al riparo prima che il razzo cada. CONDIVIDI questa immagine, perché i media mainstream non lo faranno»</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Così recita la scritta sovrimpressa all&#8217;immagine di copertina del diario Facebook dell&#8217;IDF mentre Pillar of Defense è in pieno svolgimento. Nell&#8217;immagine due scie di fumo bianco dirette verso l&#8217;altra metà del cielo si alzano in volo da quello che potrebbe sembrare uno dei sobborghi di Gaza. L&#8217;immediatezza dell&#8217;impatto visivo indurrebbe automaticamente a pensare che la fotografia si riferisca agli avvenimenti di questi giorni. Non è così. Nell&#8217;angolino in altro a sinistra, una minuscola scritta dalla tonalità blu, solo leggermente più scura di quella del cielo sullo sfondo, avvisa che si tratta di un reperto d&#8217;archivio. La data di pubblicazione è quella del 20 giugno 2012. Riposta in qualche cassetto virtuale, quest&#8217;istantanea è stata rispolverata per l&#8217;occorrenza, come dimostra il numero dei commenti degli utenti, impennatosi visibilmente a partire dal 14 novembre 2012.</p>
<p style="text-align: justify">Quello descritto è solo uno dei tanti scatti che compongono l&#8217;album della pagina di IDF Spokesperson. Ce ne sono altre decine, tutti con soggetti diversi. Alcune raffigurano il sistema difensivo missilistico ultra-tecnologico “<strong>Iron Dome</strong>”, altre raccontano in cifre l&#8217;andamento delle operazioni militari nella striscia di Gaza, altre ancora pongono l&#8217;accento sulla costante minaccia dei razzi a cui sarebbero sottoposti i coloni. La fotografia e l&#8217;ordine cromatico secondo cui sono disposte evoca una gerarchia della percezione molto chiara che suggerisce allo spettatore uno schema interpretativo univoco. I colori predominanti sono il verde ed il rosso: il primo richiama Hamas ed la sua tradizionale bandiera, mentre il secondo, quello più acceso e visibile, è sempre associato ad azioni “terroristiche” imputate all&#8217;organizzazione palestinese. Composizioni di colori più tenui, dove bianco e blu vengono spesso accostati, fanno invece da cornice alle immagini correlate con l&#8217;IDF. Quasi tutte insistono con diverse formule sul concetto citato in precedenza: <em>“condividi queste immagini, rendile pubbliche e visibili perché i grandi network informativi invece le oscureranno. Il diritto dello stato d&#8217;Israele di difendersi dipende anche da te”</em>. Affermazioni di questo tipo indignano, vista e considerata la martellante frequenza<img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/isterismo_nelle_colonie.jpg" alt="isterismo_nelle_colonie" width="400" height="311" /> con cui i grandi network internazionali hanno propinato scoop imbarazzanti durante l&#8217;intero arco del conflitto. La copertura realizzata dai quotidiani israeliani ha toccato a tratti vette altissime di puro surrealismo: Haaretz per esempio, a causa del poco materiale notiziabile proveniente dagli insediamenti, è arrivato a confezionare servizi sulla tensione psicologica a cui i <em>cuccioli di cane</em> dei coloni erano sottoposti per via del rumore dei missili. Le televisioni internazionali non sono state da meno. I filmati degli “inviati speciali” ad Ashkelon e Siderot sembravano tutti storybordati dallo stesso sceneggiatore: il racconto della caduta di un missile fatto con studiata concitazione, una corsa affannata verso il luogo dell&#8217;esplosione per creare suspence nel pubblico, l&#8217;occhio delle telecamera a posarsi su un buco nell&#8217;asfalto dal diametro di qualche decina di centimetri ed il laconico commento a dare il senso finale della sequenza <em>«La vita dei coloni continua sotto assedio e la tensione resta altissima. A voi la linea studio»</em>. Anche affermazioni di questo tipo indignano. Ma indignarsi non serve. <em>Non serve reagire, quanto piuttosto comprendere quali reazioni vogliono scatenare campagne mediatiche di questo genere</em>. Perché media leggeri e pesanti da almeno 20 anni a questa parte, pur nelle differenze linguistiche, sfoderano un armamentario retorico, ben definito ed individuabile, che non lascia nulla al caso. Neanche in un ecosistema caotico come quello del web 2.0.</p>
<p style="text-align: justify">Nel libro “Bad News from Israel”, il <strong>Glasgow Media Group</strong> ha sciolto il groviglio di tattiche tessuto dal mainstream nella costruzione della notizia attraverso cui si costituisce quella dimensione esperienziale di percezione del conflitto israeliano-palestinese. Esse si dipanano in sacche di ignoranza parziale o totale dell&#8217;audience ed insinuandovisi diffondono informazioni tossiche che infettano l&#8217;opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/assedio_colonie.jpg" alt="assedio_colonie" width="200" height="200" />Una delle più tipiche è la rappresentazione dei coloni come comunità vulnerabili, isolate e cinte d&#8217;assedio dalla minaccia palestinese. È l&#8217;esatto contrario, considerato che Gaza, la zona più densamente popolata della terra, viene soffocata da anni dall&#8217;embargo israeliano ed è quotidianamente obiettivo di attacchi militari. Nell&#8217;immagine che vediamo a fianco invece la prospettiva viene rovesciata ed è il territorio della striscia a rappresentare il centro di propulsione di una minaccia che promana in modo concentrico verso l&#8217;esterno.</p>
<p style="text-align: justify">Sappiamo che nella stragrande maggioranza dei casi è la popolazione civile ad essere oggetto dei raid israeliani. Eppure questi vengono rappresentati come operazioni chirurgiche, limitate a bersagli mirati facenti parte della leadership di Hamas ed escludenti la popolazione nel suo complesso, anche grazie all&#8217;alta densità <img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/israel_vs_hamas.jpg" alt="israel_vs_hamas" width="200" height="200" />tecnologica che li caratterizza. In questo senso non è un caso che il primo video diffuso di Pillar of Defense, sia stato proprio quello dell&#8217;esecuzione di Jabari ripresa da una telecamera satellitare ad altissima definizione, sinonimo ed espressione di alta densità tecnologica. Un concetto ribadito anche nell&#8217;immagine a lato, dove l&#8217;IDF spiega quali siano le tecniche impiegate per “minimizzare” le perdite civili tra la popolazione di Gaza: oltre ai raid mirati vengono citati anche il lancio di volantini e le telefonate ai proprietari delle abitazioni situate nelle vicinanze dei bombardamenti. Al netto che tali telefonate si configurano di fatto come degli ultimatum (<em>«lasciate la vostra casa entro 120 secondi o morirete»</em>) e che nonostante gli “sforzi” profusi le perdite palestinesi rimangano di gran lunga superiori rispetto a quelle israeliane, questa tattica introduce un altro discorso tipico della propaganda bellica ovvero quello della disumanizzazione del nemico. Un avversario che non si preoccupa di ridurre le perdite civili ed è indifferente alle sorti della popolazione coinvolta suo malgrado nel conflitto, sia essa quella palestinese o israeliana.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" src="http://www.infoaut.org/images/stories/scudi_umani1.jpg" alt="scudi_umani1" width="210" height="210" /> <img class="alignnone" src="http://www.infoaut.org/images/stories/scudi_umani_2.jpg" alt="scudi_umani_2" width="214" height="210" /></p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/assedio_prolungato.jpg" alt="assedio_prolungato" width="250" height="250" />Un&#8217;idea ribadita anche dalle due immagini qua sopra che richiamano apertamente uno dei leitmotiv più classici dell&#8217;informazione in tempo di guerra, ovvero quello degli scudi umani: si tratta di una rappresentazione che svolge due precise funzioni. Da una parte assurge al ruolo di giustificazione qualora i “missili intelligenti” dovessero toppare, colpendo strutture non militari e facendo strage di civili. Da un&#8217;altra contribuisce ad aggiungere pennellate al ritratto del nemico, dipinto, non solo come vigliacco, ma anche come essere irrazionale: come può Hamas dichiararsi movimento di resistenza se con le sue azioni contribuisce a far uccidere coloro chedichiara di voler proteggere? Così facendo mostra il suo volto ferino e predatorio, contro cui l&#8217;unica alternativa possibile è la difesa. E questo, nel discorso elaborato dall&#8217;IDF sembra essere tanto più vero grazie ad un&#8217;operazione di completa decontestualizzazione storica delle ragioni <img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/iron_dome.jpg" alt="iron_dome" width="200" height="200" />del conflitto, ridotto alla cifra dei missili lanciati contro le colonie negli ultimi 12 anni. Le nefandezze compiute dall&#8217;esercito israeliano vengono completamente rimosse mentre è rafforzata la rappresentazione di assedio protrattosi nel tempo ai danni della popolazione civile. Ne deriva così implicitamente il diritto inalienabile di Israele a “difendersi”. Un tema questo che attraversa in modo costante, quasi ossessivo, la pagina Facebook dell&#8217;IDF: non è un caso la particolare rilevanza assegnata alla tecnologia di intercettazione missilistica Iron Dome. Pillar of Defense viene così presentata come un&#8217;operazione difensiva nonostante al termine delle ostilità i morti israeliani saranno 5 mentre i palestinesi ne registreranno 170 oltre a 1270 feriti, 10000 sfollati, 300 case distrutte e danni all&#8217;economia per più di 50 milioni di dollari.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;invito a condividere queste immagini contro la “censura” dei grandi conglomerati mediali globali non ha solo lo scopo di ampliare il raggio e l&#8217;impatto della propaganda filo-israeliana, ma è un elemento fondamentale nella costruzione dei dispositivi retorici che raffigurano Israele come doppiamente vittima: da una parte della minaccia palestinese e dall&#8217;altra del disinteresse alla sua causa da parte della comunità internazionale. Un pensiero sintetizzato due anni fa dall&#8217;allora portavoce del ministro degli esteri Yigal Palmor, quando, presentando al quotidiano israeliano The Marker la nuova strategia di Tel Aviv per occupare anche il terreno dei social media, affermava: <em>«Visto che nessuno mi concederà neppure 10 minuti alla CNN per spiegare il contesto legale e diplomatico in cui prendiamo le nostre decisioni, la maniera più efficace per raggiungere le persone interessate al tema è utilizzando i social network»</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Occupazione del territorio fisico e di quello digitale. Pillar of Defense, a dispetto del nome in codice che l&#8217;ha battezzata, è stata, anche dal punto di vista comunicativo, un&#8217;aggressione crossmediale su tutte le frequenze. Il tentativo di soffocare la voce palestinese è passato attraverso una rosa di tattiche, alcune delle quali assai tradizionali. Uno dei media center di Gaza è stato più volte colpito dai missili dell&#8217;aviazione di Tel Aviv e due cameramen di Aqsa TV sono stati uccisi. L&#8217;AFP (Agencie France-Presse) ha dovuto chiudere i suoi uffici a Gaza a causa dei bombardamenti, lasciando la zona praticamente sguarnita di personale internazionale in grado di testimoniare quanto stava accadendo. La furia dell&#8217;IDF non ha risparmiato neppure l&#8217;etere: anche le frequenze radio della striscia sono state invase. Le ricetrasmittenti per lunghi intervalli di tempo hanno riverberato in loop un un unico semplice messaggio: <em>«State alla larga dai membri di Hamas»</em>. Un tentativo di limitare i danni alla popolazione civile o di incitare alla rivolta? Né l&#8217;una ne l&#8217;altra: solo uno sprovveduto potrebbe pensarlo. Al contrario, si è trattato di un&#8217;ennesima forma di attacco, in questo caso psicologico, per prostrare i nervi della popolazione in stato d&#8217;assedio. Il medium è il messaggio. E afferma la soverchiante superiorità tecnologica israeliana. Che si sarebbe potuta affermare anche attraverso il taglio completo delle linee internet dentro la striscia. Ma quando l&#8217;esercito israeliano ha annunciato di voler giocare questa carta ha attirato l&#8217;attenzione di una terza entità. Anche lei pronta a dare battaglia.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org" target="_blank">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</p>
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<p><strong><strong>Approfondimenti</strong></strong></p>
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<li><a href="https://www.facebook.com/IDFSpokesperson" target="_blank">IDF Spokesperson</a>: pagina facebook dell&#8217;esercito israeliano per le public relations.</li>
<li><a href="http://www.idfblog.com/" target="_blank">IDF Blog</a>: il blog ufficiale dell&#8217;esercito israeliano</li>
<li><a href="http://www.idfblog.com/idf-ranks-game/" target="_blank">IDf Ranks</a>: il videogame dell&#8217;esercito israeliano</li>
<li><a href="http://www.senzasoste.it/rete/speciale-gaza-di-omicidi-e-disinformazione" target="_blank">Come rispondere alla propaganda israeliana</a>: di Alain Gresh sulla complicità dei media nei confronti della propaganda israeliana.</li>
<li>Infiltrazione congnitiva: apparso su &#8220;<em>Barack Obush</em>&#8220;, edizioni Ponte delle Grazie, 2011 di Giulietto chiesa e Pino Cabras. Sul fallimento mediale di Israele durante la guerra in Libano del 2006.</li>
<li><a href="http://alessandrolue.blogspot.it/2009/01/stragi-gaza-la-verita-manipolata-da.html" target="_blank">Stragi di Gaza. La verità manipolata da modelli comunicativi articolati</a>: un articolo di Niquelapolice che spiega nel dettaglio i particolari con cui viene costruito il modello di propaganda di guerra israeliano.</li>
<li><a href="http://www.tabletmag.com/jewish-news-and-politics/117235/the-kids-behind-idf-media" target="_blank">The &#8216;kids&#8221; behind IDF&#8217;s media</a>: un&#8217;inchiesta di TabletMag sulla divisione social media dell&#8217;esercito israeliano.</li>
<li><a href="https://occupiedpalestine.wordpress.com/2011/05/22/israels-web-war-declaration-hasbara-goes-www/" target="_blank">Israel&#8217;s web war declaraion. Hasbara goes www!</a>: lista completa di articoli sulle strategie dispiegate da Israele sul web</li>
<li><a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3281619,00.html" target="_blank">GIYUS calls Jews of world to web duty</a>: l&#8217;Unione Globale degli studenti ebrei all&#8217;assalto del web arabo</li>
<li>&#8220;In Kosovo la NATO ha imparato a parlare&#8221;: intervista a Jamie P.Shea, vicesegretario aggiunto della NATO, apparsa su Limes, Anno 4 n.1, pp.139-144</li>
</ul>
</div>
<p>&nbsp;
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/12/24/pillar-of-defense-chronicles-idf-spokesperson/">Pillar of Defense chronicles: IDF SpokesPerson</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Pillar of Defense chronicles: Gaza Youth Breaks Out!</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2012 11:36:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A meno di un mese dalla fine dell&#8217;ultima aggressione israeliana a Gaza proponiamo “Pillar of Defense chronicles”. Tre pagine Facebook: quella dei Gaza Youth Breaks Out, quella dell&#8217;esercito israeliano e quella di Anonymous #OpIsrael. Tre fuochi narrativi incrociati per raccontare la guerra d&#8217;informazione ai tempi di internet. La seconda parte verrà pubblicata lunedi 24 dicembre. [...]]]></description>
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<p><em>A meno di un mese dalla fine dell&#8217;ultima aggressione israeliana a Gaza proponiamo “Pillar of Defense chronicles”. Tre pagine Facebook: quella dei Gaza Youth Breaks Out, quella dell&#8217;esercito israeliano e quella di Anonymous #OpIsrael. Tre fuochi narrativi incrociati per raccontare la guerra d&#8217;informazione ai tempi di internet. La seconda parte verrà pubblicata lunedi 24 dicembre.</em></p>
<p>&#8212;</p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/imgBO/15983_433866030012164_1669407920_n.jpg" alt="15983_433866030012164_1669407920_n" width="350" height="293" />Un luogo comune è uno spazio linguistico e culturale dove convergono banali ovvietà che il gruppo sociale scambia per compattarsi ed aumentare il livello di empatia reciproco: come davanti ad un fuoco, riunirsi attorno ad una parola o ad una frase condivisa scalda l&#8217;animo e rende più vicini. Il panorama di una guerra è punteggiato di posti di questo genere: tanti piccoli falò – se ne vedono a perdita d&#8217;occhio – brulicanti di individui che li alimentano con certezze leggere come cenere. Uno dei più frequentati è quello dove si racconta che sotto le bombe la prima a lasciarci le penne sia sempre la verità. Tuttavia a guardare lo svolgimento dell&#8217;operazione Pillar of Defense, verrebbe da replicare che se col termine si intende sbrigativamente ricorrere ad un sinonimo di realtà, allora nel bollettino di morti e feriti (o “casualties” per dirla con l&#8217;asettico e rassicurante corrispettivo anglofono) non troveremo nessuna vittima chiamata Verità. La verità è semmai un fronte dello campo di battaglia. Uno dei più importanti.<span id="more-843"></span></em></p>
<p><em>Attivare delle tecniche su un dato campo. Applicarle, giustificarle attraverso un discorso. Questa è la funzione dei media in quanto tecnologia politica. Lo era anche ai tempi dell&#8217;adagio di analogica memoria «Roveda, la lotta di classe la facciamo anche noi!» quando la macchina da presa la faceva da padrone. Lo è ancora di più oggi, in uno scenario mutato, certo da uno straordinario avanzamento della tecnica, ma anche dalla scomparsa di un&#8217;etica del combattimento, attraverso cui legittimare moralmente le proprie gesta belliche. Cosi gli alti comandi militari, mentre muovono le loro pedine sulle carte geografiche, tracciano mappe cognitive: dispiegano un febbrile lavorio di news management, da integrare alle strategie adottate sul campo, per controllare i flussi di informazione, produrre orizzonti di senso con caratteri di coerenza ed autoreferenzialità, imporre una propria definizione di realtà ed istituire regimi di verità socialmente accettati con cui giustificare la necessità della guerra. «Il campo di battaglia è sopratutto un campo di percezione che deve essere costruito in modo da controllare i movimenti dell&#8217;avversario» diceva il filosofo francese Paul Virilio. Una massima valida per descrivere le ragioni dello straordinario successo nazista in Francia, quando scarponi e cingolati tedeschi travolgevano l&#8217;obsoleta linea Maginot e, forti della innovativa tecnica della blitzkrieg, sfuggivano al mirino dei mitragliatori francesi, aggirando i bunker che avrebbero dovuto fermare la marcia della Wehrmacht verso Parigi. Una massima valida ancora oggi nell&#8217;era della “guerra tra la popolazione”, dove il 2.0 delimita spazi proiettati oltre la fisicità dei luoghi e tempi privi di sequenzialità: ben oltre l&#8217;antico dualismo di propaganda e la censura, le tecniche di comunicazione militare, lanciate alla conquista dell&#8217;opinione pubblica, prevedono un&#8217;estensione distribuita e decentralizzata dell&#8217;informazione perché l&#8217;inquadramento del discorso e la sua incorporazione nell&#8217;azione umana possano sfruttare la maggiore efficienza inscritta nella forma della rete. Come nell&#8217;economia di internet, anche in quest&#8217;ambito siamo prosumer: produttori e consumatori di informazioni.</em></p>
<p><em>Anche la nostra mente è il campo di battaglia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pagina Gaza Youth Breaks Out – Facebook – Internet – Tempo asincrono</strong></p>
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<p><img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/imgBO/603231_438536052878495_92768311_n.jpg" alt="603231_438536052878495_92768311_n" width="300" height="331" />Mancano poche ore al raggiungimento della tregua tra Hamas e Tel Aviv. I bombardamenti sulla striscia non si arrestano, come lo scorrere degli status sulla timeline del gruppo giovanile <em><strong>Gaza Youth Breaks Out</strong></em>. Un <em>wall</em> fatto di mattoni dal peso insostenibile: nomi, foto e brandelli di identità ridotti in byte dopo essere stati fatti a pezzettini dalla furia ad alto contenuto tecnologico degli F16 israeliani. Quasi tutti civili: molti di loro non arrivano a 18 anni. Alcuni neppure a 18 mesi. Così macabra eppure così necessaria, la satira di spinoza.it questa volta lascia il segno. <em>«Israele»</em> recita uno degli ultimi tweet, diventato immediatamente virale <em>«colpisce obiettivi strategici. Prima che possano crescere»</em>.</p>
<p>La barra delle notifiche riprende a lampeggiare. Sulla pagina dei GYBO è apparso un filmato. Si tratta del detour di un video promozionale dell&#8217;associazione sionista “<strong>Israel in Context</strong>” le cui finalità sono brevemente spiegate in una pagina del sito ufficiale. <em>«Israel in Context tratta le notizie del giorno e fornisce la storia, il contesto ed i fatti che circondano un particolare evento, incorporando sketch e umorismo affinché il pubblico possa comprendere l&#8217;intera storia, orientarsi meglio nei media e farsi una propria idea – Tutto questo grazie all&#8217;intrattenimento»</em> . L&#8217;obiettivo è quello di rendere presentabili le politiche israeliane agli occhi del pubblico. Come nel video in questione, intitolato “I Support Israel”: davanti all&#8217;occhio della telecamera e sullo sfondo di paesaggi paradisiaci e quieti, si alternano una moltitudine di personaggi, delle più differenti etnie, età ed estrazioni sociali, che si dichiarano pronti ad abbracciare “la lotta per la libertà di Israele”. Uno stato rappresentato come un faro sull&#8217;arida collina mediorientale, schierato in difesa delle minoranze, dei diritti degli omosessuali, della libertà e della vita e per questo costantemente assediato da entità nemiche che vogliono distruggerlo. Fin troppo facile per gli autori del detour costruire un&#8217;altra prospettiva del filmato, intervallando ai fotogrammi originali quelli degli effetti dei bombardamenti degli ultimi giorni, dove il grido di libertà di una ragazza asiatica sfuma e si confonde col tonfo sordo dei missili e le urla terrorizzate dei bambini gazawi. Ma il secondo filmato non vuole affermare che il primo è una menzogna. Al contrario. Sembra piuttosto voler fornire altri particolari, crudi e scioccanti, per esplorare più in profondità il concetto di libertà dal punto di vista sionista e come questo comporti l&#8217;assoggettamento di un&#8217;intera popolazione.</p>
<p>Non è sempre semplice documentare quanto accade nella striscia di Gaza. E non solo per quelle che sono le condizioni che si impongono sul campo. Manca l&#8217;elettricità, manca internet, di frequente la rete cellulare è in sovraccarico oppure viene oscurata. Ma anche quando queste circostanze non si verificano qualcos&#8217;altro può andare storto. Spesso a mettersi di traverso sono proprio le grandi internet companies, solitamente incensate come paladine del flusso libero di informazione e della libertà d&#8217;espressione. È successo a <strong>Rosa Schiano</strong>, giovane e coraggiosa fotografa napoletana che, dopo aver pubblicato su <strong>Facebook</strong> (oltre che naturalmente sul suo sito personale) le fotografie dei bimbi palestinesi uccisi durante i raid, non ha potuto accedere alla propria pagina per 24 ore. Alla stessa sorte sono andati incontro alcuni amministratori dei GYBO che, dopo essersi visti bloccare alcuni account e censurare decine di fotografie, sono ricorsi ad un banale espediente, linkando automaticamente sulla pagina Facebook i loro contenuti pubblicati su <strong>Twitter</strong>. Un episodio che racconta come in guerra ognuno resiste, attacca e si difende con gli strumenti che ha a disposizione. Ma che mette anche in evidenza come in questo conflitto bellico, ed in quelli futuri, un ruolo sempre più preponderante sarà assegnato ai grandi nodi di mediazione dell&#8217;informazione, come Twitter, Facebook o Google. Soggetti in grado di sviluppare norme e codici della rete, sottraendoli così parzialmente al potere delle burocrazie tradizionali e delle istituzioni politiche formali. La loro autorità, fondata sulla centralità dei social media in quanto elementi costitutivi delle pratiche di comunicazione sociale, si sposta dal pubblico al privato. Il loro potere è quello di tracciare i confini di accesso all&#8217;informazione, allargando o restringendo la visuale del campo di battaglia. La loro capricciosa <em>policy</em> – l&#8217;incerto e volubile regolamento interno che ne ordina l&#8217;ecosistema digitale – assume un peso sempre maggiore negli affari internazionali (come accaduto due mesi fa in occasione degli assalti alle ambasciate statunitensi). Per dirla con Ippolita, il concetto di pubblico risulta stravolto da questi nuovi assetti di potere globale: le foto di Rosa Schiano sono pubbliche nel senso di gestite da Facebook, pubblicate da Facebook e rese disponibili da Facebook. Che è una società privata.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://www.infoaut.org/images/stories/imgBO/2immagini.jpg" alt="2immagini" width="600" height="257" /><em>«Maledetti ebrei!»</em> scrive in inglese Rashid, uno studente del Cairo, tra i commenti che fanno da cornice e didascalia ai tanti brevi filmati dal fortissimo impatto emotivo, ripresi per le strade della striscia e postati sulla pagina dei GYBO. Uno dei più significativi a spiccare è quello del <strong>Gaza Parkour Team</strong>: una gruppo di ragazzi gazawi che, durante i bombardamenti, indossate le magliette con stampato il logo della crew, compierà le sue acrobazie contro un cielo sul cui sfondo si stagliano le esplosioni provocate dai missili sganciati dai caccia. Resistenza pura ed un messaggio chiaro: ci vuole ben altro per fiaccare il morale del popolo palestinese. Ma le parole di Rashid non vengono prese bene dagli amministratori della pagina che subito replicano seccati: <em>«Non c&#8217;entra un cazzo che siano ebrei! Sono sionisti»</em>. Passano i minuti e, mentre a qualche centinaio di chilometri un ufficiale della <strong>Israel Defense Force</strong> sta pilotando con un joystick il prossimo &#8220;missile intelligente&#8221; che si schianterà su Gaza, i GYBO specificano sulla loro bacheca: <em>«Vi sarete accorti che alcuni dei nostri supporter arabi usano la parola “ebreo”&#8230; questo è perché o non conoscono la differenza tra i sionisti e gli ebrei o perché non hanno un inglese particolarmente fluente e non sanno che termini usare. Vi assicuriamo che i palestinesi non hanno alcun problema con le appartenenze religiose.. La nostra lotta è contro l&#8217;oppressore sionista. Apprezziamo il vostro supporto»</em>. Una lotta a cui loro stessi chiamano, chiedendo alla comunità, creatasi intorno alla loro pagina, di aiutarli per mettere a tacere gli sciami di sionisti che, in modo organizzato, la stanno infestando <em>«irridendo la morte dei nostri piccoli».</em> I GYBO invitano a fare massa critica al grido del celeberrimo meme <em>“Don&#8217;t panic! Organize”</em>: Scrivere a Facebook perché la loro pagina non sia oggetto di un black out deciso in qualche ufficio californiano; ripubblicare le fotografie delle iniziative di solidarietà che si stanno svolgendo in tutto il mondo; sostenere gli hashtag (come <strong>#protestforgaza</strong> o <strong>#longlivegaza</strong>) lanciati su Twitter. Chiunque può si dia da fare con gli strumenti a disposizione per catalizzare attenzione: nell&#8217;overload dell&#8217;informazione globale è un salvagente a cui aggrapparsi per non essere travolti dalla corrente di una narrazione coordinata, smaccatamente filo-israeliana. E molto ben organizzata. Anche in rete.</p>
<p><em>(continua&#8230;)</em></p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/" target="_blank">Infofreeflow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://info404.net/blog/una-guerra-di-nerviuna-guerra-cognitiva" target="_blank">Una guerra di nervi, una guerra cognitiva</a>: un&#8217;interessante riflessione apparsa sul portale info404.</li>
<li><a href="http://www.ippolita.net/en/facebook-aquarium/" target="_blank">Nell&#8217;acquario di Facebook</a>: sull trasformazione dei concetti di pubblico e privato all&#8217;interno delle piattaforme di social networking commerciali si vedano le pp. 46-50</li>
<li><a href="https://www.facebook.com/GazaYBO" target="_blank">Gaza Youth Breaks Out!</a>: la pagina Facebook ufficiale del gruppo.</li>
<li><a href="http://ilblogdioliva.blogspot.it/" target="_blank">Il blog di Oliva</a>: sito personale di Rosa Schiano.</li>
</ul>
</div>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/12/17/pillar-of-defense-chronicles-gaza-youth-breaks-out/">Pillar of Defense chronicles: Gaza Youth Breaks Out!</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>«Se credi di avere tutto sotto controllo, allora non stai andando abbastanza veloce!»</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 17:00:17 +0000</pubDate>
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<p><em>Durante il meeting Agorà 99 abbiamo intervistato Simona Levi, hacktivista del movimento #15M.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/11/don_t_panic_organize.jpg" alt="alt" width="480" height="349" />Madrid – Non è un segreto che il movimento #15M sia uno laboratorio avanzatissimo nella sperimentazione di tattiche e strategie comunicative all&#8217;interno delle mobilitazioni sociali contro la crisi. Durante la nostra permanenza a Madrid per il meeting Agorà 99, è stato impossibile non rendersi conto di quanto gli hacktivisti abbiano profondamente influenzato, dal punto di vista culturale e politico, ampi settori, non solo del movimento, ma dell&#8217;intera società spagnola. Nei cinque giorni passati tra assemblee, workshop e presidi, attraversati da soggetti con le più disparate biografie ed età anagrafiche non ci è mai capitato di imbatterci in quella litania, tipica delle nostre parti, che recita <em>«Internet? Io non ci capisco niente. Parla con il compagno mediattivista»</em>. Al contrario il problema della comunicazione – su tutti i livelli, dalla strada alla rete – non viene delegato a poche nicchie di “esperti” ma assunto come elemento dirimente e trasversale nel dibattito quotidiano, sia che si tratti di organizzare una piccola iniziativa in quartiere sia che l&#8217;obiettivo della giornata sia l&#8217;assedio al Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify">Questo non significa che nel tempo non siano sorti anche piccoli <em>think thank</em>, crew di personaggi a metà tra l&#8217;hacker e lo spin doctor, che hanno aiutato il movimento a misurarsi con il mainstream sul terreno dell&#8217;opinione pubblica, sviluppando un nuovo paradigma dell&#8217;informazione in lotta: la <em>tecnopolitica</em> che teorizza la riappropriazione delle reti per l&#8217;azione collettiva. Attenzione, il loro ruolo non è esclusivamente quello di orchestrare i network di comunicazione: al contrario la loro <em>mission</em> sembra piuttosto <em>organizzare lo sciame perché lo sciame possa auto-organizzarsi ed impari a riappropriarsi dell&#8217;uso politico dei media</em>.<span id="more-846"></span></p>
<p style="text-align: justify">Sabato 3 Novembre in calle Fe al numero 10, è stato presentato il workshop <em><a href="http://99agora.net/2012/10/99anetaction/">“Azione collettiva nell&#8217;era digitale”</a>.</em> A tenere banco sono stati, Simona Levi e Javier Toret, esponenti del collettivo <a href="http://whois--x.net/">X.net</a>. Una serie di conoscenze, tattiche e saperi scaturite dall&#8217;esperienza dell&#8217; #15M sono state discusse alla presenza di compagn* ed attivist* provenienti da mezza Europa. Con un&#8217;avvertenza fondamentale <em>«Ciò che raccontiamo non vuole avere un valore normativo. Questa è la strada che noi in Spagna abbiamo seguito ma ognuno, nel proprio contesto, deve trovare la sua»</em>. Sintetizzare in poche righe la ricchezza della discussione non è facile. Durante il workshop sono stati presentati i primi risultati di un&#8217;approfondita inchiesta di data analysis sul ruolo avuto dai social network durante la mobilitazione; è stato raccontato quali eventi, antecedenti al maggio del 2011, hanno contribuito e far si che il movimento sviluppasse quell&#8217;incredibile capacità di intervento politico, anche grazie all&#8217;uso massiccio e distribuito dei dispositivi digitali; è stata sottolineata l&#8217;importanza delle grandi identità, anonime, neutrali, elaborate collettivamente nel movimento, in grado di estendersi rapidamente, di evocare e di catalizzare immaginari sempre nuovi, sottraendoli alla morsa del nemico; è stato illustrato il valore tattico dell&#8217;uso dei media sociali, sia in termini di mobilitazione che di documentazione di quanto accadeva nelle piazze; infine buona parte del dibattito si è focalizzata sulla necessità di orientare le emozioni, spezzando quelle passioni tristi a cui il potere ci tiene incatenati <em>«Le parole che noi creiamo ogni giorno si richiamano alla necessità di creare un&#8217;emozione positiva comune, che rompa la solitudine a cui siamo costretti. Quando la rabbia esce dalla dimensione individuale e diventa condivisa, si innescano processi positivi di empowerment delle comunità»</em> ci dice Simona.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;abbiamo intervistata per Infoaut.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em>:</strong> L&#8217;essenza di ogni tecnologia è profondamente umana. L&#8217;insorgenza tunisina, prima di altre, ha messo bene in evidenza sia quello che è un rapporto ormai sempre più stretto tra movimenti ed uso politico dei social media sia la centralità della dimensione comunicativa nei conflitti sociali odierni. Allo stesso tempo però ha fatto emergere come questo rapporto non si da in termini universalistici (come vorrebbero gli apologeti della “Twiter revolution”), mentre tende piuttosto a declinarsi ed articolarsi secondo specificità culturali, storiche e politiche molto precise. Quali sono stati allora secondo te gli elementi che hanno portato ad un uso così diffuso delle tecnologie digitali all&#8217;interno del movimento #15M?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona:</em> La Spagna presenta alcune singolarità rispetto ad altri posti. Se andiamo indietro di qualche anno, gli attentati alle stazioni di Atocha dell&#8217;11 marzo del 2004 rappresentano un primo evento cruciale. Per la gente è stato un momento importante per capire quelle che sono le possibilità di organizzarsi contro tutto il sistema. Mancavano solo due giorni dalle elezioni ed Azñar provò ad addossare la responsabilità di quanto accaduto ad ETA. C&#8217;erano 200 morti, il governo organizzava manifestazioni di cordoglio, la stampa puntava il dito in modo unanime contro l&#8217;organizzazione armata basca e la gente era davvero disorientata. Tutti reagimmo cominciando a mandarci messaggi tra di noi, dove ci chiedevamo <em>«Ma tu ci credi?»</em> . Si faceva strada in quelle ore, per la prima volta, una sensazione di auto-organizzazione davvero massiva, dove tutti quanti, grandi, piccoli, vecchi e bambini, gente con il telefonino e senza, si attivavano. È stato un momento davvero importante per creare una prima coscienza diffusa a livello sociale della possibilità di auto-organizzarsi e di reagire contro il sistema.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright" style="margin-left: 4px;margin-right: 4px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/11/x-net.jpg" alt="alt" width="212" height="212" />Poi c&#8217;è stato un altro momento, che forse può sembrare triviale, ma che per noi è stato davvero importante, ovvero tutta la mobilitazione contro la Ley Sinde e le politiche della SIAE spagnola. La SIAE ha cominciato a portare avanti azioni talmente demenziali, un po&#8217; come dappertutto, ma qui hanno davvero esagerato. Sono montate in questo modo diverse campagne che hanno reso il tema della cultura libera davvero popolare. Tieni presente che la SIAE spagnola spremeva soldi a destra ed a manca: matrimoni, negozi di parrucchiere, bar, piccoli esercizi privati. Questo ha determinato che anche strati della popolazione non particolarmente tecnologizzati hanno iniziato a rendersi conto che il tema della cultura libera e dello scambio di informazioni era più interessante del tema del copyright. In questo modo è stata anche compresa l&#8217;importanza del ruolo di internet a livello sociale, dell&#8217;importanza che resti libero, della possibilità che ti da la rete di difenderti da certi tipi di soprusi. Questa lotta che abbiamo portato avanti è diventata molto popolare, molto allargata socialmente, anche al di fuori di quella parte di popolazione che viene comunemente definita come “nativi digitali” o che vive internet in modo più forte. In tutto questo ha giocato molto il modo in cui il governo ha provato a far passare le prime leggi contro la libertà di sharing in rete: si trattava di un capitolo di una finanziaria e non di un disegno di legge apposito. Il fatto di volerlo fare così di nascosto – abbiamo dovuto scoprirlo – e di non dichiararlo a livello pubblico, ha fatto accrescere la sfiducia nel governo ed ha portato duecentomila persone a firmare contro questa legge in meno di quarantotto ore.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro movimento molto importante è stato quello del 2006 chiamato “VdeVivienda” che denuncia la bolla immobiliare, due anni prima che si manifestasse con la questione dei mutui subprime statunitensi. Anche quello fu un movimento molto trasversale e sorgeva in internet attraverso un messaggio anonimo, non riconducibile a nessuna precisa organizzazione politica e che ha dato vita a manifestazioni durate un anno e mezzo. Quel movimento ebbe un grosso peso in relazione a quanto accaduto con la crisi: òa nostra analisi su quanto stava accadendo era migliore di quella del governo ed arrivava due anni prima!</p>
<p style="text-align: justify">Nel tempo si sono poi andate ad aggiungere altre dinamiche strettamente collegate con quanto abbiamo detto finora: nella testa della gente è diventata chiara l&#8217;idea che il governo non lavorava per loro, che non avrebbe risolto i loro problemi e che ci fosse davvero bisogno di auto-organizzarsi per reagire. La crisi della rappresentanza si acuiva! E questo per non parlare dello sconquasso causato dalle immagini delle rivolte arabe.</p>
<p style="text-align: justify">Tutti questi elementi tra di loro hanno fatto si che il #15M sia stato vissuto ed attraversato da fasce di popolazione molto diverse tra di loro.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em>: Nel workshop che hai tenuto ieri mattina insieme a Toret, tra l&#8217;altro uno dei creatori del network autonomo N-1, avete più volte ripreso l&#8217;influenza avuta dalla scena hacker spagnola sul movimento #15M. In che forme questo è avvenuto?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona</em>: In diverse forme. Prima di tutto veicolando l&#8217;idea dell&#8217;utilizzo della tecnologia come strumento in grado di facilitare il processo rivoluzionario in termini di auto-organizzazione (anche attraverso la realizzazione di nuovi meccanismi di partecipazione democratica). Allo stesso tempo anche la diffusione di una certa filosofia sulla decentralizzazione, sulla leadership distribuita basata sulle abilità di ognuno, sul mettersi in gioco e fare le cose rifiutando determinate gerarchie ideologiche. Questo tipo di impostazione è debitore della filosofia hacker nella sua formulazione originaria. Per noi è molto chiaro il fatto che il #15M sia nativo digitale: questo non significa che i suoi componenti siano nativi digitali in termini anagrafici. Significa semmai che è stato preparato, è stato gestito, è stato organizzato, si è dato una struttura e si è mantenuto in Internet. Nasce, prospera e si moltiplica grazie ad Internet. Ed ovviamente li sono andate ad aggregarsi anche altre forme di politica anteriori. Ma quelli che non hanno capito l&#8217;importanza di adattarsi a questa nuova forma di politica vivono un forte gap (che noi stiamo cercando di colmare). Il problema è che o si adattano o rischiano di estinguersi. In alcuni casi, alcune frange della sinistra si sono poste in termini antagonistici al movimento #15M, dopo che si sono viste private della loro egemonia e del loro ruolo di avanguardia. Anche se molti, poco a poco, si sono resi conto dell&#8217;evidente necessità di adattarsi a questa nuova maniera di fare politica che sta dando buoni risultati.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em><strong>: I social network come Facebook o Twitter sono uno dei principali campi d&#8217;azione del movimento #15M. Il loro ruolo nei processi politici è stato però spesso oggetto di critiche molto serrate. Celeberrima è ormai l&#8217;opera di Evgeny Morozov, </strong><em><strong>L&#8217;ingenuità della rete</strong></em><strong>, dove il giornalista del Washington Post demolisce qualsiasi velleità di cyber-entusiasmo. In Italia ultimamente è stato invece pubblicato </strong><em>Nell&#8217;acquario di Facebook</em><strong> di Ippolita, un libro dove il gruppo di ricerca evidenzia in modo accurato quelle che sono una serie di dinamiche degenerative relazionali all&#8217;interno delle reti sociali commerciali (come l&#8217;emersione di bolle omofile, la tendenza al voyeurismo piuttosto che fenomeni di pornografia emotiva) in grado di abbassare qualitativamente il livello della partecipazione in rete, fino addirittura a sfociare in quello che viene comunemente definito come <em><strong>clicktivism</strong></em>. Il movimento #15M ha mai dovuto affrontare problematiche di questo tipo? Se si, come le ha risolte?</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona: </em>In generale il problema c&#8217;è ed esiste. Io credo sia importantissimo che ci siano persone che ci mettano in allerta su questo, rendendo pubblico, comune e diffuso a livello di massa il fatto che, per esempio, Facebook sia il vettore di un progetto di trasparenza radicale e di un insieme di comportamenti terribili a livello sociale. È fondamentale dire che Internet appartenga ormai alle multinazionali e che per questo motivo sia fondamentale pensare alla realizzazione di reti autonome.</p>
<p style="text-align: justify">Ma alla luce dell&#8217;esperienza del #15M devo dire che queste dinamiche non sono state un problema per noi, neanche in termini organizzativi. Anzi devo dire che è stato piuttosto vero il contrario. Noi abbiamo messo in atto un sovvertimento molto interessante di questi strumenti del capitale contro il capitale stesso. È importante organizzarsi in reti autonome ma allo stesso tempo però è vero che se in Egitto, in Italia o in Spagna le reti autonome vengono censurate il potere argina un ghetto. Ma se è Facebook ad essere proibito la questione diventa di rilevanza centrale e chiunque ne viene a conoscenza. L&#8217;uso tattico che si riesce a fare di questi strumenti è molto stato molto positivo in realtà e credo che il degrado che questi possano provocare non sia neanche lontanamente paragonabile al ruolo avuto in Italia da Mediaset negli ultimi 20 anni. Il discorso ovviamente non vale solo per Facebook ma anche per altri medium come Google. Complessivamente però queste patologie a cui tu facevi riferimento per ora non stanno affatto peggiorando le possibilità di azione del movimento. Al contrario le stanno migliorando. Non so dire se tutto questo in futuro potrà cambiare.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em>: Il movimento #15M, oltre ad avere un fortissima base nelle pratiche di comunicazione diffuse in rete, ha anche un fortissimo radicamento nel territorio. Come vengono vissute le differenti velocità che caratterizzano i processi decisionali ed organizzativi dei comitati di quartiere rispetto a quelli della rete?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona</em>: Questo è stato un problema all&#8217;inizio. Il #15M aveva uno slogan che diceva <em>«Andiamo piano perché andiamo lontano»</em>. Io sono abbastanza contraria a questo slogan: credo che il problema vada visto a vari livelli. Bisogna rispettare la velocità che richiede inventarci una vita autonoma, libera dall&#8217;oppressione esercitata dal capitale e con relazioni affettive non competitive: questo richiede un&#8217;educazione ed un ripensamento delle nostre prospettive che passa per tempi più lunghi e lenti. Ma la risposta guerrigliera al capitale deve sempre riuscire ad anticiparlo e deve quindi muoversi a velocità vertiginosa. Questa volta, per la prima volta, possiamo permettercelo: siamo molto, molto più veloci di loro. Noi come X.net utilizziamo un altro slogan che è di Andretti, un corridore di formula uno e che recita <em>«Se credi di avere tutto controllo, allora non stai andando abbastanza veloce»</em>. Probabilmente il signor Andretti è un coglione integrale, non lo so, non mi interessa. Ma questo slogan esprime un&#8217;idea chiara: quella di decentralizzazione. La decentralizzazione ci insegna, e noi l&#8217;abbiamo imparato vivendo le lotte in Internet, che avere un singolo nodo in cui concentrare tutta l&#8217;informazione presenta sia vantaggi che svantaggi. Al contrario è fondamentale creare reti in cui si affiancano una molteplicità di lotte diverse tra loro (dalla casa, alla neutralità della rete fino all&#8217;autogestione degli ospedali) e che fra di loro hanno un elemento comune: quello della fiducia. Noi creiamo delle reti di fiducia, prive di una direzione centralizzata che permettono di mettere in atto una grande quantità di azioni a grande velocità. Questa è l&#8217;essenza del #15M: l&#8217;apertura di tanti fronti, di tante reti, in cui ad ogni singolo nodo viene permessa libertà ed autonomia. Come dicevo, questo ha creato dei conflitti inizialmente, quando si diceva <em>«tutto deve passare per l&#8217;assemblea!»</em>. Poi ci si è resi conto, grazie anche ad un processo di autoformazione diffusa, portata avanti da noi del “barrio di Internet”, che la decentralizzazione dei processi decisionali (con i suoi pro ed i suoi contro) in questo particolare momento è vantaggiosa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em>: Durante il workshop che hai tenuto ieri mattina con Toret, hai affermato <em><strong>«Non ci interessa espanderci, vogliamo moltiplicarci»</strong></em>. Che cosa intendi dire con questa frase?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona</em>: A nostro avviso uno degli errori di tutti i movimenti di sinistra fino a questo momento – e che siamo riusciti a comprendere grazie alla filosofia di internet – è stato un&#8217;eccessiva tensione all&#8217;autorappresentazione sintetizzabile nella frase <em>«dobbiamo far capire alla gente l&#8217;idea dell&#8217;anticapitalismo»</em>. Non fraintendermi: va benissimo, è molto importante costruire ideologie, ci mancherebbe altro! Siamo però ora in un momento in cui è molto facile far arrivare informazione alla gente: durante il &#8217;900 e prima ancora, era un lavoro difficile e complicato far leggere Marx alla classe operaia, anche per motivi di accesso al sapere. Oggi però abbiamo reti di comunicazioni molto più semplici da utilizzare. Siccome la capacità di reperire informazioni sta crescendo sempre di più, l&#8217;idea, un po&#8217; paternalista, che tu possa educare qualcuno, è secondo me un po&#8217; sfasata. Primo, chi siamo noi per insegnare? Secondo perché, per quella che è la mia esperienza, nella nostra testa entra quello che noi vogliamo farci entrare. A seconda degli episodi che uno incontra nella sua vita, se si è preparati ad affrontarlo questo verrà assimilato, altrimenti no. Detta in altro modo: non si diventa anticapitalista per qualcuno ci dice che dobbiamo diventarlo. Noi crediamo allora sia meglio che l&#8217;informazione si moltiplichi e si sparga, trasformandosi anche in emozione, rendendola così più semplice da recepire. Molto spesso per la sinistra l&#8217;unica finalità è stata quella di diffondere. Oggi per noi la finalità è quella di costruire dispositivi, alternative e sopratutto <em>memetiche</em> che siano in grado di sostituire quelle precedenti. Creare un meme ed indottrinare sono due cose molto diverse tra loro: il meme lo lasci libero. Prendiamo per esempio il meme <em>«Non basta tener casa nella puta vida!»</em>. Si è moltiplicato ed è una frase alle cui spalle ci sono tantissime riflessioni ed analisi sulla bolla immobiliare. Ma noi non siamo andati casa per casa cercando di venderlo alla gente: è lui che aderisce ai bisogni delle persone, circola viralmente e fonda un&#8217;identità collettiva. Io divento uguale agli altri, tu hai lo stesso bisogno mio in questa situazione di crisi, dove dobbiamo pagare affitti che non possiamo permetterci. È una comunione di esperienze quella espressa dal meme! Non un processo di insegnamento monodirezionale: questa è la differenza tra creare, viralizzare ed indottrinare.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em><strong>: Il mainstream riesce a mantenere la sua egemonia nella misura in cui continua a creare contenuti e rappresentazioni che diventano bussole di senso e catalizzatori di attenzione all&#8217;interno dell&#8217;infosfera. Per dirla con le parole di Nye </strong><em><strong>«Nell&#8217;era dell&#8217;informazione, il vincitore potrebbe essere l&#8217;attore con la storia migliore»</strong></em><strong>. Come vi siete misurati con questa dinamica? Quali rapporti di forza avete costruito verso i grandi network di comunicazione?</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona</em>: La storia migliore ce l&#8217;abbiamo noi! I media all&#8217;inizio ci davano le spalle totalmente. Oggi le cose sono cambiate. Uno dei nostri compagni dice sempre: <em>«Come in un film di fantascienza, la fine del circuito mainstream avverrà quando saranno costretti a riprodurre le nostre informazioni per stare al nostro passo!»</em>. Tuttavia noi in questo momento non siamo più egemonici del mainstream in Spagna ma questo non toglie che in molte occasioni siamo noi a decidere le notizie. È molto diverso dall&#8217;Italia, dove ovviamente la situazione è assai più difficile, anche a causa di 20 anni di educazione sentimentale televisiva targata Mediaset. Ad ogni modo tieni conto che dopo il 15 maggio, il mainstream spagnolo ci ha messo due giorni per dire che c&#8217;era stata una manifestazione. Noi ormai però abbiamo delle reti territoriali, di Twitter, di Facebook ed una capacità di convocazione tale che il mainstream (che oltretutto vive una sua fase di crisi strutturale anche per altri motivi) non può non dare tutta una serie di notizie! Se non trovi certe notizie ne “El Pais”.. beh, smetterai di comprarlo perché comincerai a pensare che le reti di Twitter siano una fonte di informazione migliore! In poche parole: li stiamo obbligando a rivedere i loro criteri di notiziabilità. Se noi circondiamo il parlamento, e loro non lo dicono, l&#8217;acquirente non può far altro che pensare <em>«Questo giornale non sta facendo informazione! Io per strada vedo duecentomila persone e ne “El Pais” non c&#8217;è una riga in proposito. Smetto di comprarlo. Dove mi informo?»</em>. Aprirà Twitter, Facebook, leggerà uno dei nostri giornali o uno dei nostri volantini e dirà <em>«Beh, questi ragazzi stanno facendo un&#8217;informazione migliore»</em>. Non è un caso che tutti i giornali stiano assorbendo nei loro organici moltissimi bloggers. Il fatto è che non riescono a stare dietro a quanto accade! Ci sono state, non a caso, moltissime discussioni all&#8217;interno dei grandi quotidiani sull&#8217;affidabilità o meno di Twitter come fonte: oggi però Twitter è sempre menzionato come fonte ed i giornali sono obbligati a citarlo. Chiaro che per metter in atto una forzatura di questo tipo abbiamo dovuto montare il #15M che è stato un punto di convergenza di molti elementi e di molta preparazione, cominciata almeno nel 2003: c&#8217;è stata una gestazione di otto, dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em>: Dalle rivolte arabe in avanti, i movimenti globali contro la crisi si sono sempre proclamati privi di leadership. È davvero così? O meglio, è davvero così sul piano comunicativo? In Egitto per esempio, il gruppo Facebook, “Siamo tutti Khaled Said” è stato creato ed orchestrato (il termine non ha un valore connotativo negativo per noi) da Wael Ghonim, dirigente di Google e uomo con una profonda conoscenza dei meccanismi di marketing. Voi stessi parlate di catalizzatori di emozioni ed attenzione. Non siamo di fronte ad una riedizione della figura dell&#8217;opinion leader nei processi di comunicazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona</em>: Noi non parliamo di leadership. Noi parliamo di meriti ed abilità. Anche dal punto di vista della memetica leadership ci sembra un termine pericoloso (esattamente come è pericoloso il termine meritocrazia). Crediamo che la gente debba riuscire a sfruttare appieno la sua autonomia ed a saper funzionare a vari livelli. La nostra idea di catalizzatore è diversa: mettere a frutto al massimo le tue abilità mescolando idee e desideri. Ognuno, a partire da se stesso, deve essere capace di guidare e realizzare le idee che per lui sono importanti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em><strong>InfoFreeFlow</strong></em>: Dicevi della necessità di saper agire a vari livelli. Oltre ai social network, che ruolo svolgono le reti autonome nel movimento #15M?</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Simona</em>: I gruppi di hacktivisti del #15M hanno cominciato a lavorare prima sulle nostre reti e solo in un secondo momento siamo entrati nelle reti sociali. Quando eravamo più piccoli (e più ingenui) credevamo ci si potesse riunire intorno ad un consenso ideologico, a partire dal quale potersi espandere. Questo ha dei tempi necessari ma lenti per cui lavoriamo anche in contesti in cui ci si riunisce intorno ad affinità di altro tipo: empatiche, legate al modo di vita o alle pratiche comuni. Questo ci porta a lavorare in gruppi dove riusciamo ad essere più veloci e più liberi. Allo stesso tempo lavoriamo anche in gruppi assembleari ed infine siamo anche sulle reti sociali creandone di autonomi ed hackerando quelli commerciali. Tentiamo quindi di darci un respiro di azione il più ampio possibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/11/11/se-credi-di-avere-tutto-sotto-controllo-allora-non-stai-andando-abbastanza-veloce/">«Se credi di avere tutto sotto controllo, allora non stai andando abbastanza veloce!»</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Iran. In arrivo l&#8217;Internet halal</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2012 11:21:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Iran internet verrà progressivamente sostituita da un network locale gestito direttamente dalle autorità governative. Quali sono le reali motivazioni che si celano dietro a questa scelta? All&#8217;orizzonte uno scontro sempre più aspro per il controllo della rete globale. Domenica 23 settembre l&#8217;avvio del processo di nazionalizzazione della rete internet iraniana è stato scandito da [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>In Iran internet verrà progressivamente sostituita da un network locale gestito direttamente dalle autorità governative. Quali sono le reali motivazioni che si celano dietro a questa scelta? All&#8217;orizzonte uno scontro sempre più aspro per il controllo della rete globale.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/09/internet_halal.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-811" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="internet_halal" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/09/internet_halal-300x172.jpg" alt="" width="300" height="172" /></a></p>
<p>Domenica 23 settembre l&#8217;avvio del processo di nazionalizzazione della rete internet iraniana è stato scandito da due eventi distinti tra loro. Prima, in diretta televisiva è stato annunciata l&#8217;imminente esclusione di<strong>Google</strong> e <strong>Gmail</strong> dall&#8217;infosfera persiana: sono stati cioè innalzati muri elettronici per impedirne definitivamente l&#8217;accesso agli utenti locali. Poche ore e le agenzie di stampa hanno battuto un secondo flash con le dichiarazioni del viceministro della Comunicazione e della Tecnologia: l&#8217;Iran ha connesso tutte le sue agenzie governative ad un servizio Internet interno sicuro e pianifica di collegare i suoi cittadini allo stesso network per aumentare il livello di garanzia informatica.</p>
<p>L&#8217;avvio della realizzazione di una intranet <em>halal</em> (la cui ultimazione è prevista per il marzo del 2013) è il punto di convergenza di un insieme di tendenze che vanno colte nella loro specificità. Pena, il rischio di accodarsi alla cacofonia globale scatenatasi intorno alla sterile polemica sull&#8217;attacco alla libertà di espressione perpetrata dal regime degli ayatollah contro i suoi cittadini. Fatto che è senz&#8217;altro vero ma che non può essere adottato come unica chiave di lettura di una vicenda ben più complessa.<span id="more-799"></span></p>
<p><strong>0</strong>. Pochi giorni fa scrivevamo di come la diffusione sui network globali del trailer di “<em>The innocence of Muslims”</em> stesse di fatto aprendo uno spazio politico in cui andavano accelerandosi processi di balcanizzazione della rete già in atto da tempo. Ed è evidente che i disordini, scoppiati a macchia di leopardo in medio oriente e nel sud est asiatico dopo la pubblicazione su Youtube della clip blasfema ed islamofoba firmata da Alan Roberts, siano stati il pretesto perfetto per tagliare fuori dallo spazio digitale iraniano uno dei più grandi alleati del Dipartimento di Stato: Google. Questa volta la motivazione ufficiale, riportata da <strong>Abdolsamad Khoramabadi</strong>funzionario della Commissione per la determinazione dei contenuti illeciti e criminali, non è reprimere nel sangue una rivolta ma venire incontro alla <em>«richiesta del popolo di prendere una pozione e bloccare i siti che insultano il profeta dell&#8217;Islam»</em>.</p>
<p><strong>1</strong>. Il sentiero che conduce sulla via di una “internet halal” era già stato imboccato da diverso tempo dalle autorità di Teheran. Il progetto ha la sua genesi nel 2003 ed una volta realizzato dovrebbe concretizzarsi in un network in lingua farsi, dove siti come Google, Yahoo ed Hotmail saranno rimpiazzati da omologhi locali (come <strong>Iran Mail</strong> o <strong>Iran Search Engine</strong>). Secondo<strong>Reporter Sans Frontieres</strong> si tratterà di una rete internet fortemente sterilizzata, in cui l&#8217;anonimato sarà bandito, depurata di qualsiasi forma di critica politica, sociale e religiosa e che «<em>servirà solo a glorificare il regime e i suoi leader».</em> Una ristrutturazione del network dunque condizionata dalla volontà politica di operare un controllo più stringente sulle attività degli utenti. Ma allo stesso tempo di ammodernare e rendere più efficiente la rete internet iraniana. <img class="alignright" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" src="http://www.infoaut.org/images/stories/imgBO/halal_speed.jpeg" alt="halal_speed" width="250" height="262" />Perché? Come riportato dal Washigton Post pochi giorni fa, in Iran la velocità di connessione è volutamente abbassata dalle autorità per limitare l&#8217;attività degli utenti. Una misura che è l&#8217;equivalente di un dissuasore tecnico, volto ad impedire banali pratiche comunicative come lo streaming del video, la cui necessità potrebbe venir meno qualora la costruzione della rete autarchica iraniana, perimetrata da dispositivi di sorveglianza venisse portata a termine. Una volta impedito l&#8217;accesso a milioni di siti proibiti, gli utenti potranno viaggiare a velocità sostenute su portali e servizi consentiti dalle autorità e gestiti da imprese locali. Paradossalmente (ma neppure troppo se si guarda alla Cina) censura del web e modernizzazione delle infrastrutture viaggerebbero su binari paralleli. Con un ulteriore vantaggio all&#8217;orizzonte: un controllo più chirurgico da parte dei vertici del potere iraniano sui segmenti strategici del network in caso di conflitto bellico o rivolte popolari. <em>Ahmadinejad sembra aver decisamente imparato dagli errori commessi da Mumbarak durante l&#8217;insorgenza egiziana del 2011.</em></p>
<p><strong>2</strong>. In questo momento le autorità persiane sembrano però essere più preoccupate dai falchi israeliani che dal cinguettio di Twitter. Come è noto, il programma nucleare iraniano è al centro di uno scontro internazionale che si protrae da anni ed è stato oggetto di più di un atto di sabotaggio da parte di <strong>Tel Aviv</strong>. Ad essere colpiti non sono stati soltanto numerosi scienziati iraniani coinvolti nel progetto  ma anche le infrastrutture che lo ospitavano. Un crescendo di atti ostili che ha visto anche il ricorso ad avanzate tecniche di <em>cyberwarfare</em>. Notissimo è il caso del virus informatico <strong>Stuxnet</strong>, realizzato in concomitanza da esperti statunitensi ed israeliani, che ha distrutto un gran numero di centrifughe iraniane utilizzate per separare gli isotopi di uranio. Una situazione che ha causato un rallentamento nel programma di ricerca scientifico e che i vertici di Teheran sperano di evitare in futuro, anche grazie al maggior controllo che potranno esercitare sulle reti di telecomunicazione una volta nazionalizzate definitivamente.</p>
<p>In ogni epoca la guerra è sempre stata un acceleratore dello sviluppo tecnologico ed oggi la governance dell&#8217;informazione è una variabile che rientra a pieno titolo negli scenari bellici e geopolitici (il conflitto russo-georgiano del 2008 fu aperto da una serie di massicci attacchi informatici contro Tbilisi). C&#8217;è da chiedersi allora se il giro di vite messo in atto dall&#8217;Iran, non celi il timore di un prossimo attacco israeliano agli impianti nucleari ed ai centri di ricerca del paese. Un&#8217;eventualità in grado di spiegare l&#8217;esigenza di Teheran di mettere in sicurezza le proprie infrastrutture comunicative strategiche. E certo anche di escludere dal proprio ecosistema informativo piattaforme digitali che potrebbero essere utilizzate sia come rampa di lancio per attività ostili sia come vettori di propaganda nemica. D&#8217;altra parte Google è uno dei maggiori alleati nelle strategie di diplomacy 2.0, adottate dopo l&#8217;avvento di <strong>Hillary Clinton </strong>al Dipartimento di Stato. Ed in effetti nei conflitti odierni, ed ancora di più dopo l&#8217;avvento delle tecnologie digitali, la stessa popolazione è un campo di battaglia: un obiettivo da colpire e conquistare attraverso l&#8217;impiego di tutte le potenzialità tecnologiche esistenti. I social media sono ormai integrati nelle strategie militari americane. Un fatto dimostrato dalla stessa guerra in Libia, come ricordato anche da Luca Mainoldi su un recente numero di Limes, dove la NATO, monitorando i social network dei ribelli libici, integrava le proprie informazioni per aggiornare la lista degli obiettivi.</p>
<p><strong>3</strong>. L&#8217;avvio del processo di realizzazione di un&#8217;Internet domestica iraniana allude però anche ad un altro scenario. Allude cioè allo scontro tra due grandi modelli di governance della rete che si stanno confrontando tra loro in modo sempre più serrato. Il primo, quello impostosi fino ad oggi e sostenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è il cosiddetto regime dei <em>multi-stake holders</em> il cui cuore pulsante è l&#8217;<strong>ICANN</strong>: un&#8217;organizzazione che regola la gestione di Internet e delle sue libertà fondamentali. Una tempo informale, oggi è considerato un apparato di regolazione in mano a Washington ed alle grandi internet companies statunitensi. Uno stato di cose considerato ormai come inaccettabile per una schiera di potenze non occidentali – capitanate da Russia, Cina, Brasile ed Iran – che vorrebbero sostituire all&#8217;Internet Corporation for Assigned Name and Numbers delle procedure di controllo multigovernativo, il cui perno sarebbe l&#8217;<strong>International Telecomunication Union</strong>, un organismo amministrativo direttamente afferente all&#8217;ONU.</p>
<p>Commentando la scelta del suo paese di dotarsi di un proprio network nazionale, il ministro iraniano delle Comunicazioni e della Tecnologia <strong>Reza Taqipour</strong> ha sostenuto che <em>«il controllo su Internet non può essere nelle mani di uno o due paesi. Specialmente in questioni di particolare importanza e durante delle crisi non è assolutamente possibile affidarsi a un network di questo tipo»</em>. Replica e controcanto arrivano da <strong>David Bauer</strong>, vice assistente segretario all&#8217;Ufficio per la Democrazia, diritti umani e lavoro del Dipartimento di Stato americano <em>«Siamo preoccupati non solo dal punto di vista dei diritti umani, ma anche dal punto di vista dell&#8217;integrità di internet </em>– ha detto Bauer – <em>Quando un paese seziona parti del web, la cosa non danneggia solo i suoi cittadini, ma quelli di tutto il mondo»</em>. Parole che sottendono la posta in gioco dello scontro. Ma che tradiscono anche una contraddizione non di poco conto: proprio Washington in più di un&#8217;occasione &#8211; si veda per esempio quanto accaduto durante il Cablegate &#8211; ha messo per primo a repentaglio l&#8217;integrità della rete e dei suoi regolamenti, mostrando di detenere su di essa un potere senza uguali. Quel potere che, fino a questo momento, ha permesso agli Stati Uniti di elaborare la cosiddetta strategia di <em>full spectrum dominance</em> (ovvero essere garanti e controllori dei commons globali ivi compreso il cyberspazio) basata sull&#8217;esercizio dello <em>smart power</em>. Un potere che, se già ora mostra le prime crepe e comincia a scricchiolare sotto il peso degli errori compiuti, potrebbe subire un ulteriore affondo alla <strong>World Conference of International Communications</strong> che si svolgerà a Dubai in dicembre. Un appuntamento il cui scopo sarà proprio rinegoziare l&#8217;attuale regime di Internet. Ed a cui Pechino, Mosca e Teheran si presenteranno agguerritissime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/" target="_blank">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/09/27/iran-in-arrivo-linternet-halal/">Iran. In arrivo l&#8217;Internet halal</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Kim Schmitz, Jimbo Wales, Steve Wozniak e la lex mercatoria di Internet</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2012 11:36:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È di questi giorni la notizia che Kim “Dotcom” Schmitz, pasciuto imprenditore e fondatore di Megavideo, torna on-line. Passata la bufera di gennaio, che, a ridosso del primo sciopero di internet, aveva sepolto sotto una coltre di ordinanze di sequestro la piattaforma di videosharing più popolare al mondo, si fa primavera. Anzi estate, e la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/06/31013b_kim-dotcom-460.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-733" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/06/31013b_kim-dotcom-460-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>È di questi giorni la notizia che Kim “Dotcom” Schmitz, pasciuto imprenditore e fondatore di Megavideo, torna on-line. Passata la bufera di gennaio, che, a ridosso del <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/clipboard/item/3735-battono-in-ritirata-le-lobby-del-copyright-netwar-ultimo-atto">primo sciopero di internet</a>, aveva sepolto sotto una coltre di ordinanze di sequestro la piattaforma di videosharing più popolare al mondo, si fa primavera. Anzi estate, e la temperatura si alza anche in rete. Occhiali scuri di ordinanza, dito medio bello in vista e dalle coste della Nuova Zelanda, dove l&#8217;ex-hacker tedesco ha posto la sua residenza, viene rilanciato il progetto momentaneamente accantonato dopo il raid dei <em>man in black</em> dell&#8217;FBI: Megabox, «<em>un sito che presto permetterà agli artisti di vendere le proprie creazioni direttamente agli acquirenti e consentirà loro di tenere per sè il 90% degli introiti». </em>Un annuncio battuto dalla grancassa retorica della liberazione tecno-utopista &#8211; <em>«Venghino lor signori, artisti, bardi e menestrelli venghino! Liberatevi dalle catene e dall&#8217;oscurantismo dei signori della discografia!» </em>- e che segna l&#8217;inizio di una competizione sul terreno delle major: quello della distribuzione. <span id="more-734"></span></p>
<p>Come per ogni lancio pubblicitario che si rispetti c&#8217;è un testimonial di grido. E forse per non sfigurare nelle foto che lo ritraggono su Twitter, Dotcom ne ha scelto uno bello pesante: Steve Wozniak, co-fondatore della gloriosa Apple dei tempi che furono, quella che negli anni Ottanta issava la bandiera dei pirati sul quartier generale di Cupertino. <em>«Violare il copyright è sbagliato, così come lo è guidare oltre il limite di velocità» </em>ha dichiarato il carismatico guru ed amico dell&#8217;Ifu Steve Jobs<em> «Ma non lasciamo che tutto ciò fermi il progresso dell&#8217;era digitale. Ricordo che Apple è stata la prima a trovare trovare un buon compromesso tramite iTunes. Grazie al cielo non è stato bloccato sul nascere»</em>. Parole che fanno il paio con quanto affermato da Gabriele Piccini su un <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/saperi/item/3760-la-propriet%C3%83%C2%A0-%C3%83%C2%A8-roba-antica-%C3%83%C2%A8-laccesso-che-fa-profitti">intelligente articolo</a> apparso qualche mese fa sul manifesto, dove si affermava che «<em>vincerà la sfida tra vecchia comunicazione e Rete chi riuscirà a trovare un nuovo modello di business. Che salvaguardi i diritti di autore […] ma salvaguardi anche quelli degli utenti, non chiuda insomma la cornucopia della rete, perché indietro non si può tornare»</em>.</p>
<p>Nel frattempo Jimbo Wales, leader indiscusso di Wikipedia, dalle colonne del Guardian si schiera in difesa dell&#8217;ennesima vittima del furore cieco degli studios hollywoodiani. Vittima eccellente a dire la verità: è Richard O&#8217;Dwyer, inglese, 24 anni, studente della Hallam University di Sheffield e creatore di TvSchack.net, un aggregatore di link con cui accedere a film e serie televisive. A O&#8217;Dwyer il suo estro imprenditoriale è costato caro: in cambio di quindicimila sterline pulite al mese (frutto della vendita di spazi pubblicitari su Tvshack.net) si è visto recapitare una richiesta di estradizione negli Stati Uniti per violazione del diritto di autore. Se il tribunale di Sua Maesta la Regina dovesse accettare, dall&#8217;altro capo dell&#8217;oceano lo attende un lungo processo che potrebbe terminare con una condanna a 10 anni. Nerd, giovane e perseguitato, O&#8217;Dwyer è un simbolo ideale o, come ha scritto Wales nella petizione on-line sul sito Change.org, <em>«il volto umano di una battaglia globale tra gli interessi dell&#8217;industria cinematografica e televisiva e del pubblico»</em>. Vicenda la sua dal retrogusto un po&#8217; kafkiano: l&#8217;universitario è cittadino britannico e, non solo ha utilizzato quasi esclusivamente servizi internet britannici, ma sopratutto non ha violato alcuna legge vigente nel Regno. Eppure, nonostante questo, rischia di finire nella pancia del mostro per rimanerci un bel po&#8217; in soggiorno obbligato. Ma ad essere a rischio non è solo la libertà del giovane Richard, ma anche la forma di impresa <em>à la Google</em>, in tutto e per tutto simile a quello adottata da Tvschack.net</p>
<p>Qual&#8217;è il tratto che accomuna queste tre notizie?</p>
<p>Certo, tre grandi icone pop e rappresentanti della cultura libertarian che danno spettacolo per promuovere o difendere il modello di business dell&#8217;anarco-capitalismo che sta spazzando via, byte dopo byte, quello delle major dell&#8217;entertainement. Ma sopratutto si tratta di tre casi di quella che J. Nye ha definito come la nuova <em>lex mercatoria di Internet: </em>un processo<em> </em>che vede<em> </em>un numero crescente di soggetti sviluppare le norme ed i codici della rete, sottraendosi così parzialmente al potere delle burocrazie tradizionali e delle istituzioni politiche formali. Le quali si trovano così obbligate a rinegoziare i rapporti di forza negli strati di relazioni e negli ambienti on-line di cui hanno ormai perso il pieno controllo.</p>
<p>Suona come una novità? Non dovrebbe, visto che anche nei mesi appena trascorsi altri due fatti di importanza eccezionale hanno chiaramente affermato come questo sistema di norme scritto dagli attori commerciali di internet lavori a pieno regime.</p>
<p>A gennaio Camera e Senato statunitense avevano dovuto demordere dall&#8217;approvazione di SOPA e PIPA – due delle leggi più liberticide che la storia di Internet avesse mai conosciuto – di fronte ad una mobilitazione trasversale della rete, fomentata in particolar modo da Wikipedia e dalle grandi internet companies come Facebook e Google che avevano alzato il drappo della <em>“libertà di espressione”</em> e della <em>“difesa dei diritti degli utenti”</em>. Drappo accuratamente riposto dai giganti della Silicon Valley appena un paio di mesi più tardi, di fronte ad una nuova proposta di legge (CISPA) non meno pericolosa per le sempre più effimere libertà della rete. Una schizofrenia presto spiegata. SOPA e PIPA imponevano costosi vincoli di carattere economico alle aziende della Bay Area (sorveglianza dei loro network e rimozione e filtraggio di contenuti illeciti) che CISPA non prevedeva: al contrario, questo secondo disegno legislativo, garantiva assoluta impunità alle compagnie web nella gestione dei dati personali dei loro utenti (ivi compresa la possibilità di consegnarli agilmente alle forze di polizia nei numerosi casi previsti dalla legge in questione).</p>
<p>Dunque, un vero e proprio tentativo di imporre alla sfera (sempre meno) pubblica del web i propri interessi commerciali. Esattamente come quanto avvenuto con l&#8217;introduzione della cosiddetta “censura selettiva” che Twitter ha cominciato ad applicare a febbraio sul suo network. Una misura tecnica che prevede l&#8217;implementazione di policy geolocalizzate nelle infosfere di differenti paesi e che permette agli amministratori del social network in 140 caratteri di cancellare contenuti di utenti specifici da paesi specifici. All&#8217;orizzonte la tanto agognata possibilità di avere finalmente accesso allo sterminato mercato cinese, introducendo una gestione dei flussi di dati in “armonia” con le richieste censorie delle celesti autorità di Pechino. Ed allo stesso tempo, come ha affermato <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2012/01/twittercensura.html">Stefano Quintarelli</a>, un&#8217;evoluzione di carattere tecnico che riduce gli spazi di libertà in rete rendendo inefficaci le tradizionali tecniche (come VPN, proxy e TOR) utilizzate per aggirare firewall ed altre forme di blocco dell&#8217;informazione.</p>
<p>Il sogno di Internet come più grande agorà nella storia dell&#8217;umanità si avvia al tramonto allora? Forse no, perché come afferma <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7762/">Geert Lovink nel suo ultimo saggio</a> (<em>“Ossessioni Collettive”</em> pubblicato in Italia da Egea) in rete sta scoppiando una nuova bolla. Non quella presagita dal flop della quotazione in borsa di Facebook, ma quella del modello del consenso neoliberista del web 2.0 che, sotto le sue spoglie libertarie, cela una tecnologia di comando e controllo totale. L&#8217;ultimo esempio ce l&#8217;ha dato proprio il social network in blu giusto ieri quando, esercitando quello che il <a href="http://www.ippolita.net/nellacquario-di-facebook">gruppo Ippolita ha definito come “potere di default”</a>, ha modificato gli indirizzi mail dei suoi 900 milioni di utenti a loro insaputa. Una scelta che ha scatenato feroci polemiche sintetizzate nella domanda posta dal blogger Gervaise Markham: <em>«Chi controlla il modo in cui mi presento su Facebook? Adesso so che non sono io»</em>. Il <em>Silicon Valley Consensus</em>, poco alla volta, comincia a mostrare le prime crepe. E potrebbe andare in frantumi se i movimenti sociali sceglieranno di prendere la strada delle “reti organizzate” per dare vita a strategie di riappropriazione di saperi, conoscenze e socialità. Sottraendoli una volta per tutte a quella nuova <em>lex mercatoria</em> di Internet, scritta a più mani da Kim Schmitz, Steve Wozniak, Mark Zuckerberg e dagli altri parassiti del capitalismo digitale.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/06/27/kim-schultz-jimbo-wales-steve-wozniak-e-la-lex-mercatoria-di-internet/">Kim Schmitz, Jimbo Wales, Steve Wozniak e la lex mercatoria di Internet</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Yes we Kony! (parte 2)</title>
		<link>http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/05/12/yes-we-kony-parte-2/</link>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 14:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intrattenimento sensazionalista per stomaci forti? Un disgustoso spettacolo dai toni neocolonialisti? O una nuova forma di attivismo globale? Kony 2012 è in realtà la grande celebrazione di un comune fondato sull&#8217;ideologia neoliberista della Silicon Valley. &#160; Sull&#8217;inconsistenza delle critiche a Kony 2012 &#160; «Ho una mentalità così americana, che dovevo fare qualcosa» Taylor Forman, uno [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Intrattenimento sensazionalista per stomaci forti? Un disgustoso spettacolo dai toni neocolonialisti? O una nuova forma di attivismo globale? Kony 2012 è in realtà la grande celebrazione di un comune fondato sull&#8217;ideologia neoliberista della Silicon Valley.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>Sull&#8217;inconsistenza delle critiche a Kony 2012</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: right"><em>«Ho una mentalità così americana, che dovevo fare qualcosa»</em></h6>
<h6 style="text-align: right">Taylor Forman, uno studente dell’ultimo anno presso la Broad Run High School di Ashburn dopo aver visto il video di Kony 2012</h6>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2012/05/kony_2012_social_media.jpg" alt="alt" width="336" height="201" />Secondo molti commentatori le cause del successo di Kony 2012 sarebbero da ricercare principalmente nel forte contenuto emozionale che lo contraddistingue. Finito al centro di roventi polemiche, il mediometraggio della Invisible Children (IC) è stato bollato a fasi alterne di gretto sensazionalismo o sottile razzismo (o entrambe le cose) per come ha rappresentato la realtà ugandese. Se si considerano però quelle che sono le retoriche, i dispositivi narrativi, le tecnologie ed i discorsi comunemente adoperati <em>nella rappresentazione umanitaria della vittima</em> [1] all&#8217;interno del panorama mediale contemporaneo, ci si rende conto di quanto queste polemiche non siano state in grado di cogliere quelli che sono i veri e più significativi tratti che caratterizzano ed articolano il messaggio della campagna “Stop Kony”.<span id="more-724"></span></p>
<p>A partire dagli anni &#8217;90 le televisioni satellitari si affermano come fattori cruciali nella politica internazionale. È allora che le organizzazioni non governative (il cui numero in quel periodo è in impennata) per garantirsi l&#8217;attenzione dei grandi network globali cominciano un&#8217;ossessiva ricerca dell&#8217;impatto pubblico. Per calcare un palcoscenico di grande risonanza da cui lanciare appelli alla donazione, le diverse ONG rivaleggiano tra loro. Producono documentari tarati sulla più scottante attualità giornalistica (spesso siglando accordi di partnership con le stesse reti televisive che li trasmetteranno). Lanciano controverse campagne promozionali che vedono il massiccio impiego di tecniche pubblicitarie. In un serrato clima di competizione aziendale la rappresentazione delle vittime viene elaborata di concerto con esperti di marketing e giornalisti e subordinata alle necessità imposte da aggressive strategie commerciali.</p>
<p>L&#8217;ONG fondata da Jason Russell si inserisce in pieno lungo questa scia. <em>Kony</em><em> 2012 costruisce una visione morale di un mondo di giustizia da applicare all&#8217;attualità di cui IC si fa garante simbolica</em>. Come accade per ogni campagna umanitaria l&#8217;intento è conseguire tre differenti obbiettivi: sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica, raccogliere fondi e rappresentare l&#8217;ONG che la promuove <em>segnalandone la presenza, affermandone l&#8217;identità e legittimandone la pratica</em>.</p>
<p>Per raggiungerli IC ha dato in pasto al proprio target di riferimento una <em>vittima esemplare</em> confezionata su misura. Con lo scopo di far breccia nel cuore di un segmento di audience prevalentemente statunitense e compreso tra i 13 ed i 18 anni, ha costruito un&#8217;icona della sofferenza con cui lo spettatore potesse identificarsi o identificare una persona a lui vicina (come scandito a chiare lettere nel video <em>«Immagina se succedesse anche una sola notte negli USA: sarebbe sulla copertina di Newsweek il giorno dopo»</em>). Accumulando una grande quantità di dettagli raccapriccianti è stata pennellata la figura di Jacob, l&#8217;ex bambino soldato ugandese protagonista del video, la cui immagine è costantemente sovrapposta e sfumata con quella di Gavin, l&#8217;occidentalissimo figlio del regista. Inoltre per accentuare la familiarità e l&#8217;empatia del suo pubblico di nativi digitali con le immagini sullo schermo, l&#8217;ONG ha proposto una rappresentazione della realtà ugandese adoperando un taglio estetico dal sapore folkloristico-coloniale. Tale criterio ovviamente produce un&#8217;astrazione della vittima e ne traslittera la rappresentazione all&#8217;interno di un paesaggio mediatico deformato da cliché, banalità, inesattezze e luoghi comuni. In questo senso vanno lette sia le comprensibili reazioni rabbiose che hanno fatto da cornice alla proiezione del video di IC in alcune sale cinematografiche di Kampala, sia l&#8217;hashtag <strong>#WhatIloveaboutAfrica</strong>, lanciato da alcuni netizen africani in risposta a <strong>#Kony2012</strong>. Ma compiere uno scippo di soggettività e impiegare un immaginario sottrattivo per veicolare una campagna comunicativa non è in nessun modo una peculiarità che attiene a Kony 2012. Al contrario pianificare una campagna umanitaria attingendo ad un background di codici culturali stereotipati – <em>conformi più all&#8217;immaginario del contesto in cui essa si inserisce che non alla realtà a cui fa riferimento</em> – è una <em>tecnica standard</em> a cui si ricorrono molte ONG (cui quindi dovrebbero essere estese le accuse di razzismo e neo-colonialismo piovute su Russell e soci) per renderne immediatamente intellegibile il messaggio agli occhi di possibili benefattori. Per questo motivo le reazioni indignate di coloro che hanno denunciato di carità pelosa la IC non sembrano essere troppo diverse da quelle entusiastiche di chi ha ritenuto che l&#8217;attivismo si condensasse nella condivisione di un video su Facebook o di un&#8217;immagine su Twitter. <em>In entrambi i casi il motore scatenante che le ha provocate è stata la capacità di Kony 2012 nel catalizzare attenzione</em>.</p>
<p>Oltre che ad immagini ed immaginari ritagliati su misura, IC si è servita anche di un altro sistema comunemente adottato per sfruttare la visibilità umanitaria della vittima. Inscritta nel nome della campagna e presente già dalle primissime immagini del filmato, Kony 2012 stabilisce una dimensione all&#8217;insegna dell&#8217;urgenza nel rapporto tra tempo e denaro. Con lo scorrere dei minuti, in un&#8217;alternanza di emozioni che costringe lo spettatore tra senso di colpa ed esaltazione liberatoria, la possibilità di catturare Joseph Kony e di riconsegnare in tempi brevi l&#8217;Uganda alla pace viene fatta dipendere dall&#8217;acquisto degli action kit (o dalla loro pubblicizzazione attraverso i canali di cui ciascuno dispone). Qui non è il tempo ad essere denaro, ma il <em>denaro ad essere tempo</em>, anzi, ad essere l&#8217;inizio di un tempo nuovo (laddove tra l&#8217;altro il tema della classe emergente rimane in sotto traccia per tutta la durata del filmato). Aver dipinto le violenze del Lord Resistance Army (in realtà fortemente ridottesi a partire dal 2004) come gli effetti di una crisi umanitaria in pieno svolgimento è costato all&#8217;IC l&#8217;accusa di bieco sensazionalismo per guadagnarsi la luce dei riflettori. Il che è senz&#8217;altro vero e la cosa può non piacere. Ma neppure questa è una peculiarità di Kony 2012! Al contrario<em> calare il pubblico in una dimensione temporale artificiale, contratta e segnata dalla semantica dell&#8217;emergenza per annullarne la capacità di giudizio, è un espediente banalissimo e già ampiamente utilizzato in passato da altre ONG per convogliare attenzione mediatica su scenari di crisi poi non rivelatisi come tali</em> (vedi la carestia in Zambia nel 2002: annunciata come una catastrofe senza precedenti, colpì in realtà solo una piccola parte del paese).</p>
<p>Ipersemplificazione, sensazionalismo, carità pelosa e razzismo.</p>
<p>Sono queste le principali critiche emerse dal vortice di reazioni dell&#8217;uragano Kony 2012. Come abbiamo visto però, esse sono<em><strong> incapaci di cogliere una qualsivoglia specificità del fenomeno</strong></em><em>.</em> A dispetto della quantità di inchiostro versato e di bile ingoiata, si tratta nella maggior parte dei casi di giudizi di pancia che, tra le altre cose, hanno fatto proprio il gioco di IC, garantendole quel ritorno di visibilità necessario per assicurarle un posto al sole nell&#8217;affollato condominio delle ONG globali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>L&#8217;idiota che guarda il dito e non il network</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: right"><em>«</em><strong><em>Tutta la mia vita mi era sempre sembrata così distante, ma questa volta ho sentito che avrei potuto farne parte.</em></strong><em>»</em><em> </em></h6>
<h6 style="text-align: right">Flannery McGale, studentessa dell’ultimo anno alla Brookewood School for Girls di Kensington a proposito di Kony 2012</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella top ten dei peana più in voga però non poteva certo mancare il filone complottista. Kony 2012? Propaganda illuminata 2.0! Invisible Children? Il vettore di una <em>cyber-black-psy-op</em> dell&#8217;NSA distribuita sui social network! Jason Russell si fa le pippe in pubblico? Gli effetti collaterali di un esperimento di manipolazione mentale della CIA spintosi un po&#8217; troppo in la!</p>
<p><strong>Primo.</strong> Per capire che la campagna Kony 2012 si faccia bandiera del potere statunitense non serve essere degli esteti. È un fatto esplicitato senza mezzi termini nel filmato. Il che è perfettamente congruente con <em>la funzione dell&#8217;immaginario umanitario di incanalare le emozioni suscitate dalla rappresentazione delle vittime e di riconfigurare così le stesse rappresentazioni del potere</em>.</p>
<p><strong>Secondo.</strong> Colpisce che questi <em>maître à penser</em>, mentre si prodigano nell&#8217;impresa di lacerare il velo della menzogna, riproducono inconsapevolmente la brutta copia del paradigma narrativo su cui poggia lo spettacolo di Kony 2012: <em>ricostruzioni frammentarie, semplificazione dei fatti e colpi di scena da b-movie</em>. Ancorati ad una visione orwelliana della società sembrano ignorare che il potere non è unitario, non si concentra in un unico luogo, non è diretto dall&#8217;altro al basso, non sovrasta la società ma in essa circola, sollecitando condotte di vita e comportamenti che ne sono costitutivi.</p>
<p><strong>È qui che bisogna cercare la vera cifra di Kony 2012. Non solo nel suo contenuto fortemente emozionale ma nella sua capacità di incarnare il paradigma ontologico della nostra era: quello del network.</strong></p>
<p>Forte di una strategia di marketing ben congegnata, ricalcando alla perfezione i dettami e le regole pubblicitarie ridefinite dall&#8217;avvento dei social media, IC ha costruito un rapporto partitario con la propria audience cercando di fondersi con il suo mondo. Il focus della sua pubblicità non è stato il prodotto sponsorizzato (gli action kit) o le sue caratteristiche bensì <em>il dibattito che esso ha suscitato in rete e le relazioni che ne sono derivate</em>. 184 milioni di visualizzazioni, 2400 clip associate al video originale, 1,2 milioni di commenti, un numero incalcolabile di post sulle piattaforme di blogging e migliaia di profili Twitter e pagine Facebook sorte spontaneamente in supporto alla campagna. Cifre da capogiro con cui IC è riuscita ad enunciare la propria presenza modellando un contenitore di pratiche a cui chiunque potesse partecipare con le proprie competenze, linguaggi ed attitudini. Cifre che parlano il linguaggio dell&#8217;<em>empowerment</em> dell&#8217;individuo e descrivono la <em>didascalia</em> <em>peer to peer</em> che ha determinato il senso delle immagini veicolate da Kony 2012 (che questa didascalia racconti o meno la verità è poi tutt&#8217;altro paio di maniche).</p>
<p>Non sono forse questi gli elementi che hanno caratterizzato le più riuscite esperienze di comunicazione politica degli ultimi anni? Quelle di Wikileaks ed Anonymous con le loro richieste di trasparenza e change, le loro forme di organizzazione aperte e molecolari e la loro pretesa di elevarsi a sentinelle del potere. Oppure quelle del movimento 5 stelle e dei loro epigoni del partito pirata con la loro capacità di sintetizzare due necessità della comunicazione politica attuale: lo spettacolo e una retorica che assegna al cittadino in rete il ruolo del protagonista. E che dire della corsa di Barack Obama alle presidenziali del 2008? Segnata da una mescolanza di toni a metà tra il populismo delle origini e la tensione al rinnovamento, interpretata come un confronto generazionale tra le diverse anime liberal, essa ha trovato la sua chiave di volta nella <em>connettività</em> ovvero, come ha scritto Manuel Castells, nella «<em>capacità del candidato di ispirare emozioni positive in un ampio segmento della società, connettendosi direttamente agli individui ed organizzandoli in reti e comunità di pratica, cosicché la sua campagna fosse la loro campagna»</em>[2]<em>. </em>Una vittoria che è stata assicurata, ha scritto in proposito Carlo Formenti, dalle «<em>reti sociale e le competenze di milioni di giovani nerd ai quali, grazie alle modalità partecipative e collaborative con cui hanno condiviso una campagna vissuta dal basso, si è fatto nutrire l&#8217;illusione di essere i veri vincitori, laddove avevano semplicemente fornito la massa di manovra»</em>[3]<em>. </em>Una dinamica del tutto simile a quanto accaduto con la campagna Kony 2012 se, come abbiamo scritto in precedenza,<em> «c</em><em>hi vi ha partecipato ha avuto la percezione che l&#8217;agenda setting venisse fissata dal basso».</em></p>
<p>Se «<em>il significato è un attributo del simbolismo ed è una funzione del contesto in cui simbolo dell&#8217;individuo stesso è collocato</em>» allora non serve lanciare l&#8217;ermeneutica alla prova del crowdsourcing su Youtube. Dovrebbe risultare anzi piuttosto chiaro a cosa alluda la piramide rovesciata, logo di Kony 2012: <em>alla costruzione di un nuovo comune perverso</em>.</p>
<p>Transnazionale ma attraversato da legami sociali deboli, relazioni poco significative e valori sbiaditi. Specchio di una società leggera e ricca di mezzi (i social media su cui essa si fonda) ma priva di qualsiasi fine che non sia già inscritto nei mezzi stessi (share, like, tweet). Apparentemente governato da forme di democrazia diretta mentre è dominato da sistemi esperti e tecnicamente mediati ma mai percepiti come tali. Un grande ecosistema pacificato, dove il conflitto sociale è assente come pure qualsiasi forma d&#8217;identità che non sia il pallido riflesso di un trending topic o di un video popolare. Un luogo dove il cittadino/netizen, privato di qualsiasi autonomia, può realizzare la sua piena libertà unicamente nel consumo di informazione, gadget e merci.</p>
<p><em>Quello di Kony 2012 è il comune che ha le sembianze delle internet companies della Silicon Valley, i lineamenti del turbo-capitalismo californiano e la fisionomia del neo-liberismo al suo stadio compiuto.</em></p>
<p><em>(continua&#8230;)</em></p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/" target="_blank">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/#%21/infofreeflow" target="_blank">@infofreeflow</a>) per Infoaut</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>[1] Sul concetto di visibilità umanitaria si veda P<em>.Mesnard, Attualità della vittima, Verona, 2004, Ombre Corte</em> a cui questo testo si rifà</p>
<p>[2] M.Castells, <em>Comunicazione e potere</em>, Milano, 2009, Egea, p.517</p>
<p>[3] C.Formenti, <em>Felici e sfruttati</em>, Milano, 2011, Egea, p. 127
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/05/12/yes-we-kony-parte-2/">Yes we Kony! (parte 2)</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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