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	<title>InfoFreeFlow &#187; Censura</title>
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	<description>Flusso libero d&#039; informazione - Laboratorio Occupato Crash! - Bologna</description>
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		<title>Il declino dello smart /soft power della Casa Bianca: quando a crollare è l&#8217;ideologia liberale della rete.</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 20:41:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Relazione meeting &#8220;Contropotere nella crisi&#8221; Bologna 13 &#8211; 14 Ottobre Abbiamo costruito questa relazione con l&#8217;intento di socializzare in un ambito il più possibile allargato una serie di indicazioni di orientamento politico-culturale arrivateci dagli ultimi due anni di mobilitazioni globali. La rivoluzione tunisina, quella egiziana, il movimento #15M ed anche quello NoTav hanno messo al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Relazione meeting &#8220;Contropotere nella crisi&#8221; Bologna 13 &#8211; 14 Ottobre</strong></em></p>
<p>Abbiamo costruito questa relazione con l&#8217;intento di socializzare in un ambito il più possibile allargato una serie di indicazioni di orientamento politico-culturale arrivateci dagli ultimi due anni di mobilitazioni globali.</p>
<p>La rivoluzione tunisina, quella egiziana, il movimento #15M ed anche quello NoTav hanno messo al centro di un mondo in crisi l&#8217;attualità della rivoluzione, delle sue pratiche ma anche delle sue <strong>parole</strong>. In questo senso hanno anche ribadito <strong>la centralità di saper agire la dimensione comunicativa nei conflitti odierni</strong>, individuando in essa, ed in particolar modo nella rete (ma non solo), un <strong>campo di battaglia</strong> dove colpire per disarticolare quelle tecnologie politiche, quelle narrazioni e quei dispositivi retorici che legittimano le politiche di austerità e che, per utilizzare una metafora, sono le piattaforme, le rampe di lancio da cui partono le operazioni di aggressione neoliberista ai territori.</p>
<p>Social media, ambienti di comunicazione elettronica e piattaforme globali di comunicazione hanno messo a nudo tutta la loro ambivalenza, provocando così una <strong>torsione dell&#8217;immaginario</strong>: non solo formidabili dispositivi di cattura della cooperazione sociale e del valore prodotto in rete – grazie ai quali il tempo di lavoro si dilata fino a sovrapporsi perfettamente con il tempo della vita – ma anche luoghi dove sono andati dispiegandosi una pluralità di processi di soggettivazione ed organizzazione dei movimenti globali. Nessun medium ovviamente è sufficiente <em>tout court</em> alla complessità di un processo di organizzazione rivoluzionaria ma allo stesso tempo non esiste organizzazione senza identità, e non esiste identità senza processi di comunicazione, rappresentazioni condivise ed un accumulo di memoria storica delle lotte.<span id="more-822"></span></p>
<p>Nel momento stesso in cui individuiamo Internet come campo di battaglia, rifiutiamo immediatamente quella visione post-moderna che ne aveva segnato gli albori: il sogno compiuto liberale-positivista, dove un fare scientifico, sempre meno condizionato dalla sfera dei valori, subentrava alle grandi narrazioni ideologiche ed alle teorie del conflitto. Al contrario oggi, l&#8217;idea della rete come quella di una <strong>grande agorà globale</strong>, frutto di un sapere tecnico in grado di generare armonia ed equilibrio tra gli elementi dell&#8217;ecosistema sociale, sta progressivamente lasciando spazio a quella di un <strong>terreno di contesa</strong>, attraversato da conflitti sempre più aspre, spie di tensioni latenti sia all&#8217;interno del sistema politico internazionale sia della stessa compagine del capitalismo digitale.</p>
<p>Guardiamo infatti quanto accaduto intorno al primo <strong>“sciopero di internet</strong>” lanciato a gennaio da Wikipedia contro due leggi, lo Stop Online Piracy Act ed il Protect IP Act, proposte e sostenute dalle lobby del copyright alla camera statunitense. Scopo di questi due disegni legislativi sarebbe stato quello di introdurre una regolamentazione più stringente rispetto a quella attualmente in vigore sui contenuti digitali coperti da proprietà intellettuale. Un&#8217;ipotesi che ha ovviamente trovato un&#8217;opposizione nettissima da parte delle grandi internet companies come Google, Facebook, Amazon, le quali hanno avuto un ruolo di primo piano in questa vicenda. Si è oggettivamente trattato del <strong>momento di protesta più ampio mai verificatosi nella storia della rete</strong>: ad essere coinvolti sono stati circa 200 milioni di utenti e decine di migliaia di siti auto oscuratisi in segno di protesta per 24 ore. La narrazione nel circuito mainstream è stata pressoché unanime nel tratteggiare quando accaduto come uno scontro tra libertà e censura.</p>
<p>In realtà a fronteggiarsi sono stati prima di tutto due modelli di business, due diverse anime del capitalismo digitale. Da una parte l&#8217;<strong>industria del copyright</strong>, impegnata a difendere una posizione di rendita parassitaria e obsoleta, resa antistorica dalle mutazioni materiali che hanno investito in modo irreversibile il mercato dell&#8217;informazione negli ultimi 20 anni. Da un&#8217;altra le grande <strong>aziende dell&#8217;ICT</strong> che, non solo, sono protagoniste del più grande processo di concentrazione oligopolistica della storia del capitalismo ma i cui servizi sono oggi a pieno titolo <strong>elementi costitutivi della comunicazione sociale</strong>. Il vero dato che emerge da questa vicenda è stata <strong>la grande capacità di mobilitazione politica</strong> della Silicon Valley che si è mostrata in grado di influenzare profondamente l&#8217;opinione pubblica mondiale. Lo stesso Obama, anche in vista delle elezioni di novembre, si è mostrato intimorito ed ha minacciato il veto presidenziale qualora le due leggi in questione fossero andate in porto.</p>
<p>D&#8217;altra parte lo stesso Obama conosceva già perfettamente il potere che questi attori sono in grado di esercitare.</p>
<p>Nel 2008 la sua corsa alle presidenziali aveva avuto come <strong>principali sponsor</strong> (sia in termini di strategia politica che di finanziamenti) i colossi informatici della <em>bay area</em>: l&#8217;immaginario di partecipazione dal basso evocato dal web era stato allora uno dei dispositivi retorici portanti nel discorso del <em>change</em> obamiano. Non a caso ad elezione conclusa le multinazionali del web 2.0 cominciano ad occupare posti nevralgici del potere politico a Washington, principalmente al tavolo del dipartimento di Stato di Hillary Clinton. <strong>Vengono così coinvolti e diventano parte attiva nella strategia di rilancio dell&#8217;egemonia statunitense</strong> nel mondo: uno dei primi punti all&#8217;ordine del giorno del programma obamiano ma anche e sopratutto una <strong>necessità politica dell&#8217;establishment</strong> che, dopo gli anni bui del nuovo unilateralismo dei neocon, era alla ricerca di nuove forme di esercizio della capacità statunitense di leadership globale.</p>
<p>Le grandi multinazionali dell&#8217;ICT statunitense diventano in questo senso espressione principe del <strong>soft power</strong> USA, sia nella sua dimensione agentiva che in quella strutturale. Sono considerate un vettore formidabile di penetrazione culturale, oltre che economica e finanziaria. Diventano il perno di una serie di strategie di diplomazia pubblica da parte di Washington, basate sulla creazione di un&#8217;<strong>immagine positiva</strong><strong> </strong>ed di un <strong>ambiente favorevol</strong>e intorno alle politiche della Casa Bianca. L&#8217;obbiettivo è quello di di riposizionare il brand a stelle e strisce sul mercato simbolico dell&#8217;opinione pubblica globale, rafforzarne la legittimità, intessere network di relazioni positive in cui cooptare soggetti terzi per avviare, come sostenuto da Carlo Formenti, «un <strong>processo di colonizzazione economica e culturale</strong> e <strong>plasmare nuove élite</strong> capaci di garantire, a livello locale, gli interessi di un capitale globale che oggi ha esigenze più complesse di quelle delle multinazionali del petrolio».</p>
<p>Questa strategia, ci ricorda Raffaele Sciortino, sembra però difettare di un <em>grand design</em> (anche solo lontanamente equiparabile a quello adottato durante la guerra fredda contro l&#8217;URSS) e proprio nelle ultime settimane ha messo a nudo una serie di contraddizioni e limiti che potrebbero essere di non facile risoluzione.</p>
<p>Il riferimento è ovviamente alla pubblicazione su YouTube del video “The innocence of Muslims” ed agli assalti alle ambasciate. Una vicenda che ha lasciato segni profondi nelle strategie di transizione democratiche in Nord Africa. Gli stessi movimenti salafiti – soffocati dalla primavera araba, numericamente esigui e privi di radicamento sociale – ne hanno tratto una boccata di ossigeno inaspettata, raccogliendo dal terreno dello scontro un&#8217;agibilità mediatica e politica, a dispetto dei partiti di ispirazione islamica moderata, neo-alleati degli USA nell&#8217;area.</p>
<p>Ed in questo quadro non sono state certo di aiuto alla Casa Bianca le scelte intraprese da Google. Da una parte Mountain View ha ignorato le richieste di rimozione del video avanzate da numerosi paesi nord-africani, mediorientali e del sud-est asiatico ed anche dallo stesso Dipartimento di Stato. Da un&#8217;altra però, in modo del tutto unilaterale, ha impedito l&#8217;accesso al video in Libia ed in Egitto, scavalcando i governi locali che non avevano avanzato alcuna richiesta in proposito.</p>
<p>Ponendo in essere una strenua difesa del suo potere decisionale all&#8217;interno dell&#8217;ecosistema informativo di sua proprietà, <strong>Google ha voluto ribadire il suo ruolo di primo piano nei processi di governance globale</strong>. Così facendo però ha provocato un vero e proprio <em>casus belli</em> che, nelle settimane successive, ha aperto uno spazio politico dove sono andati accelerandosi processi di balcanizzazione e frammentazione della rete che sono in atto in realtà già da diverso tempo. Alcuni attori di peso relativamente minore (<strong>Pakistan, Sudan, Indonesia </strong>e<strong> Bangladesh</strong>) ne hanno approfittato per oscurare temporaneamente l&#8217;intero network di YouTube sul loro territorio (e anche l&#8217;<strong>India</strong> nella regione del Kashmir ha fatto altrettanto). La <strong>Russia</strong> ha trovato in questa vicenda il pretesto per legittimare l&#8217;entrata in vigore di un nuovo disegno di legge il cui intento è quello di assicurarsi un maggior controllo sulle comunicazioni in rete e sulle imprese di ICT che operano nella sua infosera. In <strong>Brasile</strong> si è verificato addirittura l&#8217;arresto del principale dirigente di Google per l&#8217;America Latina dopo che Mountain View ha rifiutato di rimuovere il video “The Innnocence of Muslims” ed altri due video che violavano la legge brasiliana sulla campagna elettorale. In <strong>Iran</strong> infine la questione è stata tratta a pretesto per tagliare fuori dallo spazio digitale locale Google e Gmail e lanciare il progetto di una <em>internet halal</em>: una intranet locale, fortemente sottoposta al controllo dell&#8217;autorità centrale, dotata di servizi omologhi a quelli di Google ma sviluppati in lingua farsi e gestiti da imprese locali.</p>
<p>Quest&#8217;insieme di fatti e circostanze disegna un mosaico che va ben al di del video “The Innocence of Muslims”: esso è <strong>spia di una serie di tensioni che sono andate accumulandosi negli ultimi anni e che stanno cominciando ad emergere su un piano internazionale</strong>. Questa vicenda allude infatti ad uno scontro sempre più serrato tra due tra due grandi modelli di governance della rete che si stanno confrontando tra di loro.</p>
<p>Il primo, quello impostosi fino ad oggi e sostenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è il cosiddetto regime dei <em>multi-stake holders</em>, nato dal grande processo di deregulation del mercato delle telecomunicazioni verso la fine degli anni &#8217;80. <strong>Esso prevede che alcune delle principali leve e funzioni di regolazione di internet siano in mano alle grandi internet companies private statunitensi</strong><strong> (ed indirettamente a Washington)</strong>. Una situazione che i paesi BRIC ed una schiera di altre potenze non occidentali considerano ormai inaccettabile ed a cui stanno lavorando per sostituire questo apparato di regolamentazione con delle procedure di <strong>controllo multi-governativo</strong> sotto l&#8217;egida ONU.</p>
<p><strong>La posta in gioco di questo scontro è l&#8217;imposizione di nuovi standard tecnici di regolamentazione della rete i quali, come ha sottolineato Saskia Sassen, pur essendo stati fino a questo momento emanati da un&#8217;insieme di autorità private hanno svolto una funzione pubblica normativa e legislativa globale.</strong></p>
<p>Una loro rinegoziazione significherebbe il venir meno di quei presupposti che fino a questo momento hanno favorito la globalizzazione dell&#8217;economia nel senso auspicato dalle grandi corporation statunitensi dell&#8217;ICT, il progetto egemonico di cui esse sono architravi ed anche quella teoria di <em>full spectrum dominance</em> elaborata dal Pentagono che vuole gli Stati Uniti come principali garanti e controllori dei <em>commons</em> globali strategici (tra cui appunto il cyberspazio).</p>
<p>La messa in discussione di questi standard è a nostro avviso sintomo di un&#8217;<strong>accentuata multipolarità nei rapporti di forza globali</strong> e dell&#8217;emersione di diverse <strong>geografie di potere</strong>. Assistiamo per esempio ad una polarizzazione del valore economico prodotto in rete, ad Ovest verso gli Stati Uniti e ad est verso la Cina e l&#8217;India con l&#8217;Europa che diventa sempre più periferica. Oppure a differenti livelli di penetrazione dei social network commerciali nei diversi mercati globali (in Cina, in Iran, in Brasile, in Russia, nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, piattaforme come Facebook o non sono presenti oppure coprono fette di mercato non significative), differenti livelli di penetrazione linguistica, di digital divide, di concentrazione del traffico dati, di infrastrutture di comunicazione strategiche (come i cavi transoceanici), di dislocazione di capitale fisso e di capitale umano. Affiorano quindi geografie di potere che coinvolgono aspetti materiali ed immateriali del web e che stratificandosi tra loro, tracciano confini di esclusione ed inclusione nei network globali, provocando un processo di frammentazione della rete ed il venir meno dei suoi caratteri di universalità ed omogeneità.</p>
<p><strong>Siamo di fronte all&#8217;inizio di una fase che sottende a nuove composizioni di rapporti di forza nello scenario globale</strong>.</p>
<p>Ne è stata riprova quest&#8217;estate l&#8217;ennesimo episodio dell&#8217;epopea di Julian Assange, ancora oggi asserragliato nell&#8217;ambasciata ecuadoregna a Londra. La querelle scoppiata ad agosto tra Londra e Quito relativamente alla concessione dell&#8217;asilo politico al fondatore di Wikileaks ha poco a che fare con i rapporti diplomatici tra i due paesi ed ancora meno con la questione della libertà di stampa o di espressione.</p>
<p><strong>Al centro della contesa sono piuttosto tutta una serie di equilibri regionali e locali. </strong>Proprio l&#8217;Ecuador, nella figura dell&#8217;attuale presidente Rafael Correa, nel 2008 aveva segnato una tappa importante del nuovo corso nelle relazioni diplomatiche tra Occidente atlantico e Sud America, estinguendo il debito nazionale e definendolo immorale.<strong> </strong>Una decisione che aveva causato immediatamente la condanna dell&#8217;FMI e degli Stati Uniti ma che al contempo aveva visto un&#8217;alzata di scudi in difesa delle politiche ecuadoregne da parte dei governi dell&#8217;area: Venezuela, Bolivia, Brasile, Argentina. E proprio Cristina Kirchner solo pochi giorni prima che il caso Assange esplodesse, aveva estinto il debito di 12 miliardi di euro, contratto dal paese con l&#8217;FMI e di cui l&#8217;Argentina aveva rifiutato le misure di rigore economico dopo la bancarotta del 2003. A questo si aggiunga inoltre la recente adesione di Chavez al MERCOSUR: un atto ufficiale che ha accelerato il processo di unificazione economica del Sud America ed indica, in un&#8217;ottica di più ampio respiro, <strong>una svolta dell&#8217;area verso un modello economico-politico non più asservito al colonialismo statunitense ed europeo</strong>. Una tendenza politica che l&#8217;Ecuador ed i suoi alleati hanno voluto ribadire anche garantendo l&#8217;asilo politico a Julian Assange: in effetti era dai tempi del muro che una personalità invisa all&#8217;occidente godesse di una protezione tanto ostinata da parte di un paese non allineato. Significativa è stata anche la scelta di Londra, uno dei centri della finanza mondiale, come palcoscenico della rappresentazione andata in onda, ed ancora più significativa la scelta del <strong>protagonista</strong> di questa rappresentazione: la “nemesi del mondo libero”, il nemico pubblico numero uno, l&#8217;erede di Osama Bin Laden. Che incarna però caratteri squisitamente occidentali, considerato com&#8217;è il paladino della libertà di espressione nell&#8217;era dell&#8217;informazione. La figura di Assange è infatti investita del potere simbolico che spetta all&#8217;eroe, al sabotatore solitario che ha fatto esplodere le contraddizioni presenti nella narrazione ideologica intessuta da Washington e Londra negli ultimi 20 anni. Per questo motivo è stato il grimaldello mediatico ideale per forzare quel panorama di rapporti di forza in ebollizione a cui abbiamo fatto riferimento.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2012/10/18/il-declino-dello-smart-soft-power-della-casa-bianca-quando-a-crollare-e-lideologia-liberale-della-rete/">Il declino dello smart /soft power della Casa Bianca: quando a crollare è l&#8217;ideologia liberale della rete.</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>“Salviamo Wikipedia!” Sortita dal basso nella guerra mediale italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 10:44:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Wikipedia Italia scende in campo contro la cosiddetta legge ammazza blog. E per protestare entra in sciopero. Da 24 ore infatti le 800000 voci dell&#8217;enciclopedia libera risultano essere inaccessibili al pubblico. Una scelta che gli amministratori del sito hanno spiegato alla loro utenza con un breve ma significativo comunicato. Sotto accusa è il comma 29 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/10/salviamo_wikipedia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-603" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/10/salviamo_wikipedia-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a>Wikipedia Italia scende in campo contro  la cosiddetta legge ammazza blog. E per protestare entra in sciopero. Da  24 ore infatti le 800000 voci  dell&#8217;enciclopedia libera risultano  essere inaccessibili al pubblico. Una scelta che gli amministratori del  sito hanno spiegato alla loro utenza con un breve ma significativo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011">comunicato</a>.</p>
<p>Sotto  accusa è il comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni, in questi  giorni sotto il fuoco incrociato di roventi polemiche all&#8217;interno della  stessa maggioranza di governo.</p>
<p>«<em>Tale proposta di riforma legislativa</em>»  afferma il comunicato di Wikimedia Italia «<em>prevede,  tra le altre cose, anche l&#8217;obbligo per tutti i siti web di pubblicare,  entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su  qualsiasi contenuto che il </em><em><strong>richiedente</strong></em><em> giudichi lesivo della propria immagine</em>»</p>
<p>Qualora questo nuovo dispositivo giuridico venisse introdotto «<em>chiunque  si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata  giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia,  potrà arrogarsi il diritto — </em><em><strong>indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive</strong></em><em> — di chiedere l&#8217;introduzione di una &#8220;rettifica&#8221;, volta a contraddire e  smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.</em>»</p>
<p>Un fatto che Wikipedia non esita a definire come «<em>una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza</em>».<span id="more-604"></span></p>
<p>La  protesta inscenata da Wikipedia Italia ha il sapore della prova di  forza, giocata intelligentemente proprio nel momento in cui la tenuta  del governo sembra minata da crepe che si fanno più vistose giorno dopo  giorno. Pur non facendo appello diretto alla mobilitazione, Wikipedia ha  deciso di sfruttare il suo brand e la sua centralità nell&#8217;odierna  geografia dei servizi web per calcare un palcoscenico vastissimo ed  incendiare ampli segmenti dell&#8217;opinione pubblica. Operazione che pare  essere andata in porto se il trending topic di Twitter Italia registra  fra gli hashtag più chiacchierati proprio quello dell&#8217;enciclopedia  libera. Una conferma ulteriore arriva da Facebook dove pagine (“<a href="https://www.facebook.com/#%21/pages/Rivogliamo-Wikipedia-No-alla-legge-bavaglio/185745561500946">Rivolgiamo Wikipedia &#8211; No alla legge bavaglio</a>”) ed eventi (<a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=217866031611264">Salviamo Wikipedia</a>)  creati nelle ultime ore sono stati accolti positivamente da decine di  migliaia di profili (ma i numeri sembrano essere destinati a lievitare).  E questo senza contare la raffica di agenzie stampa susseguitesi in  serata e l&#8217;approdo della notizia sui grandi quotidiani in mattinata.</p>
<p>Un&#8217;operazione  che più andrà avanti più potrebbe avere la capacità di mettere in  evidenza, di fronte agli occhi di un pubblico assai vasto ed eterogeneo,  l&#8217;anacronismo del DDL intercettazioni e la sua incapacità di misurarsi  con quelle che oggi sono di fatto le nuove modalità di produzione del  sapere. In questo senso la parte forse più emblematica del sopracitato comunicato è quella in cui viene affermato a chiare lettere: <strong>«Wikipedia non ha una redazione»</strong>.  Una dichiarazione che si sposa con la firma, posta in calce al  comunicato, a nome de “Gli utenti di Wikipedia”. Come dire, nell&#8217;era dei  prosumer, dove le figure di produttori e consumatori della conoscenza  si confondono, meccanismi di regolamentazione dell&#8217;informazione come  quelli previsti dal DDL intercettazioni arrivano fuori tempo massimo.</p>
<p>Semplificando  si potrebbe dire che questa vicenda assume i contorni dello scontro  culturale tra old e new media in atto ormai già da diverso tempo in  Italia. È questo è in parte vero, anche a giudicare dalle dichiarazioni  rilasciate a mezzo stampa del deputato del PDL Cassinelli  secondo cui  «l&#8217;obbligo di rettifica riguarda solo i giornali on line e non i blog»).</p>
<p>Parole  prive di senso se si pensa a come di fatto ormai, le due categorie  tendano a sovrapporsi sempre di più ed in maniera sempre più sfumata. Si  pensi per esempio al modello dell&#8217;Huffington Post, uno dei più  influenti organi di informazione statunitense o anche alle home page di  molti dei grandi quotidiani italiani, costellati da una miriade di “blog  d&#8217;autore” sui più disparati argomenti e temi d&#8217;attualità.</p>
<p>Parole a cui fa da contraltare un <a href="https://twitter.com/#%21/jimmy_wales/status/121339407059001344">breve tweet</a> del fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, che bolla come “idiota” la  proposta di legge che verrà discussa probabilmente la settimana prossima  in Parlamento.</p>
<p>I confini di questa vicenda però vanno oltre la  semplificazione implicitamente racchiusa nel dualismo (spesso invocato  in modo acritico) che contrappone “old” e “new”, “mainstream” e  contenuti autoprodotti. A fare da sfondo c&#8217;è infatti un processo di  trasformazione del modello di comunicazione di alcuni dei più importanti  media italiani (sia cartacei che televisivi) che sembra aver preso il  via. Un fatto sottolineato proprio ieri da Riccardo Luna (l&#8217; ex  direttore di Wired Italia) in un <a href="http://www.kataweb.it/tvzap/2011/10/04/addio-cara-tv-nasce-il-palinsesto-fai-da-te-307009/">articolo</a> comparso su Repubblica ed altri siti. Anche se i tempi non saranno  brevissimi (e non comporteranno affatto la sostituzione degli old media  con quelli nuovi, ma semmai una reciproca contaminazione) il traguardo  da tagliare è all&#8217;insegna di due parole d&#8217;ordine: “partecipazione” e  “comunità”. L&#8217;intento è riconquistare audience, royalties sui diritti di  proprietà e creare nuovi format pubblicitari di concerto con i grandi  attori del mercato ICT. Unica grande assente in questa corsa alle forme  di impresa “2.0”? Ovviamente Mediaset, che non sembra avere in questo  momento le risorse, la capacità e tanto meno la volontà politica di  abbandonare il vecchio modello di televisione generalista con cui ha  costruito la propria egemonia negli ultimi 20 anni.</p>
<p>Dunque lo  scenario è più complesso: uno scontro tra poteri economici, diversi modi  di intendere i processi di creazione della conoscenza e del concetto di  opinione pubblica. Ma anche un vecchio drago messo all&#8217;angolo che batte  i suoi ultimi e disperati colpi di coda. Si tratta solo di capire chi  alla fine scaglierà la lancia che ne trafiggerà il petto.</p>
<p><strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/">InfoFreeFlow</a> (<a href="https://twitter.com/infofreeflow">@infofreeflow</a>) per Infoaut</strong>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/10/06/%e2%80%9csalviamo-wikipedia%e2%80%9d-sortita-dal-basso-nella-guerra-mediale-italiana/">“Salviamo Wikipedia!” Sortita dal basso nella guerra mediale italiana</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Crackdown su Anonymous Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 14:08:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scatta all&#8217;alba di questa mattina la prima operazione di polizia contro Anonymous Italia. Oltre al sequestro di materiale informatico, sono 32 le perquisizioni effettuate in tutta la penisola e 3 le persone denunciate dalla Polizia Postale. A fare da corollario un&#8217;operazione mediatica in grande stile. Sui siti dei quotidiani on-line è il trionfo del sensazionalismo: [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/07/anonymous2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-548" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/07/anonymous2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Scatta all&#8217;alba di questa mattina la prima operazione di polizia  contro Anonymous Italia. Oltre al sequestro di materiale informatico,  sono 32 le perquisizioni effettuate in tutta la penisola e 3 le persone  denunciate dalla Polizia Postale. A fare da corollario un&#8217;operazione  mediatica in grande stile. Sui siti dei quotidiani on-line è il trionfo  del sensazionalismo: i titoli che troneggiano in prima pagina riportano  di reti smantellate, cellule smascherate, capi inchiodati alla sbarra.</p>
<p>Le  fonti investigative citate, pur non facendo alcun riferimento ai reati  specifici a carico degli accusati, giustificano l&#8217;intervento repressivo  con la necessità mettere la parola fine agli “<em>ingenti danni</em>”  causati dal gruppo negli ultimi mesi. Danni dei quali non viene fornito  alcun dettaglio. Al CNAIPIC, il centro Nazionale Anticrimine  Informatico, però mettono le mani avanti: «<em>Nessuna volontà di perseguire reati di opinione o di mettere il “bavaglio alla rete”</em>».</p>
<p>Sarà,  ma i fatti ed il contesto in cui è maturato l&#8217;operato delle forze  dell&#8217;ordine fanno pensare esattamente al contrario. Ovvero ad un  deliberato attacco alla libertà di informazione ed espressione in rete.<span id="more-549"></span></p>
<p>Innanzi  tutto perché le forme di attivismo di Anonymous in Italia si sono  sempre configurate come campagne di informazione a sostegno dei  movimenti sociali. A maggio il network degli anonimi si era speso a  favore degli indignati nostrani. Del resto il loro <a href="http://anonops-ita.blogspot.com/2011/07/un-messaggio-ai-cittadini-italiani.html">ultimo comunicato</a>, rilasciato a poche ore dalle perquisizioni, non lascia spazio a dubbi. <em>«Anonymous vuole informare i cittadini italiani»</em>.  L&#8217;invito è quello ad una partecipazione diffusa, a scendere in piazza  contro il crescente livello di collusione tra mafia e stato, ad opporsi  alle forze dell&#8217;ordine, accusate di essere custodi non della giustizia,  ma dei grandi profitti.</p>
<p>Anche la difesa dei diritti digitali è un  tema da sempre caro al network degli anonimi. Non è un caso dunque che  l&#8217;attacco ad Anonymous Italia arrivi a poche ore dall&#8217;entrata in vigore  della <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/30/server-is-too-busy-agcom-travolta-dalla-protesta-in-rete/">vergognosa delibera AGCOM</a>.  Delibera contro la quale era stata lanciata in grande stile  l&#8217;operazione #nowebcensure/#freeweb. Un assedio partecipatissimo che per  diversi giorni aveva reso inservibile il sito dell&#8217;Autorità Garante  delle Comunicazioni. L&#8217;operazione sarebbe dovuta andare avanti fino al 6  luglio. Erano stati promessi per domani gli ultimi e più spettacolari  fuochi d&#8217;artificio. Ma a quanto pare, per evitare ulteriori grane a  Calabrò e soci – <a href="http://danielelepido.blog.ilsole24ore.com/i-bastioni-di-orione/2011/06/agcom-stefano-mannoni.html">sempre  più a corto di argomentazioni</a> – le  autorità hanno preferito battere sull&#8217;unico tasto che conoscono.  Ovvero tappare la bocca alle voci che decidono di esprimere il loro  dissenso.</p>
<p>Chi conosce la saga di Anonymous però, non può che  nutrire perplessità sull&#8217;efficacia del giro di vite voluto dal Viminale.  Non solo perché è difficile pensare ad un capo in una “struttura”  liquida e molecolare come quella di Anonymous. Non solo perché gli <a href="http://twitter.com/#%21/anonops_live">account Twitter della legione italiana</a>, dopo aver annunciato <a href="https://twitter.com/#%21/anonops_live/status/88112282067931136">in tempo reale</a> le perquisizioni, stanno continuando a funzionare. Non solo perché un <a href="http://www.anonymousitalia.altervista.org/forum/">nuovo forum</a> di discussione è stato immediatamente aperto. Ma anche e sopratutto  perché non è la prima volta che gli organi di polizia affermano a mezzo  stampa di aver messo le mani sui capi dell&#8217;organizzazione, infliggendole  un colpo mortale. <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/13/que-viva-anonymous/">In Spagna</a>,  poco meno di un mese fa, era andato in onda il medesimo copione. Allora  la soddisfazione della polizia, seguita agli arresti di tre anonymous  accusati di essere la cupola dell&#8217;organizzazione iberica, aveva presto  lasciato il posto all&#8217;imbarazzo per l&#8217;immediata ripresa degli attacchi  che ne avevano mandato in tilt il sito web.</p>
<p>La partita insomma, sembra tutt&#8217;altro che chiusa.</p>
<p><em>InfoFreeFlow per Infoaut</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/07/05/crackdown-su-anonymous-italia/">Crackdown su Anonymous Italia</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Server is too busy&#8221;! AGCOM travolta dalla protesta in rete</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 16:41:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sempre più serrato lo scontro in rete attorno all&#8217;approvazione prevista per il prossimo 6 luglio della delibera 668/2010 dell&#8217;AGCOM; una risoluzione che prevede, né più né meno, la messa dei contenuti del web italiano al vaglio del controllo dell&#8217;Agenzia &#8211; un organismo di nomina politica &#8211; e la facoltà di questa di oscurarli attraverso una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/noweb.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-516" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/noweb-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a>Sempre più serrato lo scontro in rete attorno all&#8217;approvazione  prevista per il prossimo 6 luglio della delibera 668/2010 dell&#8217;AGCOM;  una risoluzione che prevede, né più né meno, la messa dei contenuti del  web italiano al vaglio del controllo dell&#8217;Agenzia &#8211; un organismo di  nomina politica &#8211; e la facoltà di questa di oscurarli attraverso una  semplice e rapida <a href="http://www.virtualia.it/Documenti/D_lgs_44_2010_che_modifica_il_T_U_in_materia_radiotelevisiva_D_lgs_177_2005.jpg">procedura amministrativa</a>, senza nemmeno la foglia di fico del controllo e del dibattimento giudiziario. Citiamo infatti testualmente da <a href="http://www.agoradigitale.org/nocensura">Agoradigitale</a>, uno dei primi siti a mobilitarsi contro il provvedimento:</p>
<p><em> </em><em>&#8220;Se  il titolare dei diritti di un contenuto audiovisivo dovesse riscontrare  una violazione di copyright su un qualunque sito (senza distinzione tra  portali, banche dati, siti privati, blog, a scopo di lucro o meno) può  chiederne la rimozione al gestore. Che, «se la richiesta apparisse  fondata», avrebbe 48 ore di tempo dalla ricezione per adempiere. CINQUE  GIORNI </em><em>PER</em><em> IL CONTRADDITTORIO. Se ciò non dovesse  avvenire, il richiedente potrebbe, secondo la delibera ancora in bozza,  rivolgersi all&#8217;Authority che «effettuerebbe una breve verifica in  contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni»,  comunicandone l&#8217;avvio al gestore del sito o del servizio di hosting. E  in caso di esito negativo, l&#8217;Agcom potrebbe disporre la rimozione dei  contenuti. Per i siti esteri, «in casi estremi e previo  contraddittorio», è prevista «l’inibizione del nome del sito web»,  prosegue l&#8217;allegato B della delibera, «ovvero dell’indirizzo Ip,  analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la  rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di  autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia&#8221;. </em></p>
<p>Un  ennesimo attacco ai diritti dei netizens, il cui rapido tentativo di  implementazione nasconde la paura delle vecchie lobby dell&#8217;audiovisivo e  della cricca politico-mediale al potere di vedere logorarsi la propria  presa sulla produzione culturale e del consenso; in un momento storico  in cui è forte il ruolo della rete come ambiente e catalizzatore di  lotta politica, così come le domande di accesso ai contenuti digitali e  di libera circolazione dell&#8217;informazione. E il fatto che si sia giocata  la carta istituzionale di Corrado Calabrò (autentico dinosauro  dell&#8217;amministrazione pubblica, dal 2005 sulla poltronissima dell&#8217;AGCOM)  davanti alla debolezza dell&#8217;esecutivo ed alla difficoltà di far passare  la manovra con i consueti strumenti del decreto legge (Pisanu e  Gentiloni docet) è significativo in questo senso.<span id="more-517"></span></p>
<p>Pur nella sua  gravità e nel suo portato innovativo (in negativo), questo tallone  liberticida non va tuttavia unicamente letto come un assist ai totem  berlusconiani del Governo e di Mediaset, ma si inserisce nel più ampio  quadro delle strategie europee di governance di internet. Che, come  abbiamo rilevato <a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/1727-note-a-margine-delle-g8">parlando dell&#8217;E-G8 di Parigi</a>,  vedono i paesi europei scontare ritardi notevoli rispetto a Stati Uniti  e Cina in termini di infrastrutture, integrazione e sviluppo dei propri  competitor dell&#8217;economia digitale; a cui si cerca di rimediare con  tutto un apparato legale reazionario e protezionista a scapito degli  utenti e al servizio delle grandi major del vecchio continente.</p>
<p>E&#8217;  il caso della dottrina sarkozista dell&#8217;HADOPI che prevede la  disconnessione permanente da internet dell&#8217;utente reo di scaricare fino a  tre volte materiale protetto da copyright; ma soprattutto della &#8220;Ley  Sinde&#8221; del governo socialista spagnolo. Una normativa proposta lo scorso  dicembre dall&#8217;omonima ministra della Cultura, volta a porre la liceità  rispetto al copyright dei contenuti in rete sotto il controllo di  un&#8217;apposita commissione creata in seno al ministero (con la  partecipazione della SGAE, la SIAE spagnola, e di altri rappresentanti  degli autori) ed in ciò molto simile alla sua controparte italiana. Ma  che alla prova dei fatti ha trovato la forte opposizione di una  determinata campagna popolare, riuscendo a passare a febbraio solo  grazie alla collusione dei due maggiori partiti, il PSOE ed il PP. In  quell&#8217;occasione fece la sua parte anche Anonymous: gli attivisti  nascosti dietro alla maschera di V furono in grado, attraverso le due  fasi dell&#8217;Operation Ley Sinde contro i siti del Ministero, del  Parlamento, della SGAE, del PSOE e del PP, di catalizzare un&#8217;ampia  attenzione attorno ai temi della proposta di legge; <a href="http://www.rtve.es/noticias/20110214/anonimos-se-hacen-ver-ante-alfombra-roja-goya-contra-ley-sinde/406002.shtml">finendo così per unire le proprie rivendicazioni a quelle di una piazza antipartitica</a> rivelatasi poi in grado di precorrere e confluire nel movimento della Democracia Real Ya!, poi ribattezzato come &#8220;Indignados&#8221;.</p>
<p>E&#8217; così da segnalare come nemmeno questa volta gli Anonymous si siano risparmiati; sotto l&#8217;hashtag <a href="https://twitter.com/#%21/search/%23nowebcensure">#nowebcensure</a> &#8211; con cui su Twitter si sta diffondendo l&#8217;opposizione a iniziative  censorie come quella dell&#8217;AGCOM e quelle operate da esponenti politici  contro i siti di informazione No Tav &#8211; è stata lanciata martedì l&#8217;<a href="http://anonops-ita.blogspot.com/2011/06/operation-italian-internet-freedom.html">Operation Italian Internet Freedom</a>: un bombardamento che ha messo in ginocchio il sito dell&#8217;AGCOM, ormai irragiungibile da oltre 24 ore.</p>
<p>La  battaglia tuttavia non è ancora finita. Da una parte la protesta ha  incassato la solidarietà dei clicktivist di Avaaz e quella pelosa de La  Repubblica, che per l&#8217;occasione ha riesumato la campagna contro la legge  bavaglio; dall&#8217;altra si sono registrati inquietanti attacchi a siti  quali sitononraggiungibile.e-policy.it &#8211; uno dei principali punti di  sensibilizzazione e divulgazione in rete riguardo alle tematiche della  delibera 668/2010 &#8211; <a href="http://lists.autistici.org/message/20110628.173635.92006d9a.en.html">reso inagibile da sconosciuti</a>.  In attesa delle prossime mosse dei contendenti la fatidica data si  avvicina; e la possibilità di usare questa scadenza per rilanciare le  lotte, dentro e fuori la rete, è tutta da sperimentare.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/30/server-is-too-busy-agcom-travolta-dalla-protesta-in-rete/">&#8220;Server is too busy&#8221;! AGCOM travolta dalla protesta in rete</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Censura contro le voci della lotta No Tav</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 10:00:05 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Radio Black Out]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri mattina durante la seduta alla Camera, il deputato del PDL Agostino Ghiglia ha richiesto che Infoaut, Radio Black Out ed altri siti che in queste settimane stanno dando voce alla lotta della ValSusa vengano oscurati. Viene da pensare che il ministero dell&#8217;Interno abbia prontamente accolto le lagnanze dell&#8217;esponente del popolo delle libertà, se già [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/censura_infoaut.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-521" style="margin-left: 7px;margin-right: 7px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/06/censura_infoaut.jpg" alt="" width="186" height="496" /></a>Ieri mattina durante la seduta alla Camera, <a title="Interpellanza parlamentare contro Infoaut" href="http://www.camera.it/668?idSeduta=492&amp;resoconto=stenografico&amp;indice=completo&amp;tit=0" target="_blank">il deputato del PDL Agostino Ghiglia ha richiesto</a> che Infoaut, Radio Black Out ed altri siti che in queste settimane  stanno dando voce alla lotta della ValSusa vengano oscurati. Viene da  pensare che il ministero dell&#8217;Interno abbia prontamente accolto le  lagnanze dell&#8217;esponente del popolo delle libertà, se già ieri sera il  profilo Facebook di Infoaut era stato temporaneamente sospeso. Motivo?  “L&#8217;utente è registrato sotto falso nome”.</p>
<p>Questa improvvisa attenzione di <strong>Facebook </strong>per il rispetto delle policy in coincidenza con la mobilitazione <strong>NoTav </strong>puzza  di gioco sporco. La verità è che i movimenti, quando mettono le mani  sulla rete e ne fanno uno strumento di conflitto, fanno paura. Ed  esattamente come in Tunisia, in Egitto o in Siria i governi li temono e  giocano la carta della repressione e della censura sul web. Magari con  l&#8217;accondiscendenza e la collaborazione di multinazionali come Facebook,  sempre pronte a sbandierare il vessillo della libertà d&#8217;espressione per  motivi di marketing e d&#8217;immagine, sempre prone alle richieste  liberticide dei governi pur di conservare il loro pezzettino di mercato.</p>
<p>Tutto questo proprio a pochi giorni dall&#8217;entrata in vigore della normativa <strong>AGCOM</strong>,  che darà il potere all&#8217;autorità garante della comunicazioni di  rimuovere dal web qualsiasi sito italiano in cui siano presenti  contenuti coperti da diritto d&#8217;autore o di inibirne l&#8217;accesso per i siti  esteri. Verranno così annullate le già minime garanzie giurisdizionali  che tutelano la libertà d&#8217;informazione in rete in Italia permettendo al  potere di far piazza pulita delle voci scomode dell&#8217;infosfera italiana</p>
<p>Dunque  dopo i lacrimogeni che hanno asfissiato la Val Susa ieri, adesso anche  nel web italiano l&#8217;aria comincia a farsi irrespirabile. Ma le rivolte  nord africane, la straordinaria insorgenza comunicativa che ha fatto da  cornice alla battaglia della Maddalena e la mobilitazione diffusa in  rete contro la normativa AGCOM ci insegna che <strong>più la censura stringe il pugno e più gli scivola la sabbia tra le dita.</strong>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/06/29/censura-contro-le-voci-della-lotta-no-tav/">Censura contro le voci della lotta No Tav</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;anomalia italiana di Internet</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:32:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Motori di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Proprietà intellettuale]]></category>
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		<description><![CDATA[È di ieri la notizia di un&#8217;altra sentenza contro i motori di ricerca che si rendono &#8220;responsabili&#8221; di linkare materiali illeciti. Dopo la vicenda Google-Vividown, questa volta la scure della magistratura è caduta sulla testa di Yahoo, resasi colpevole di fornire fra i suoi risultati di ricerca indirizzi di siti che permettono la visione di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/anomalia_italiana_internet.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-433" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/anomalia_italiana_internet-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>È di ieri <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/03/23/news/basta_link_a_siti_di_film_pirata_una_sentenza_inibisce_yahoo_-14012819/?ref=HRER2-1">la notizia</a> di un&#8217;altra sentenza contro i motori di ricerca che si rendono  &#8220;responsabili&#8221; di linkare materiali illeciti. Dopo la vicenda  Google-Vividown, questa volta la scure della magistratura è caduta sulla  testa di <strong>Yahoo</strong>, resasi colpevole di fornire fra i suoi  risultati di ricerca indirizzi di siti che permettono la visione di  contenuti e materiali audiovisivi coperti da diritto d&#8217;autore. E  l&#8217;Italia è sempre più vicina all&#8217;affermazione del principio di  responsabilità nell&#8217;intermediazione dell&#8217;informazione on-line.</p>
<p>Puntualizziamo. <strong>Lungi da noi difendere i motori di ricerca </strong>che  effettivamente svolgono un ruolo di intermediazione informativa e  culturale di primissimo piano, dato che rappresentano uno dei <em>gate</em> principali nell&#8217;accesso all&#8217;informazione. Lungi da noi prendere le  parti di attori economici privati che sulla base di criteri stabiliti  dalla segretezza dei loro algoritmi svolgono una funzione a carattere  pubblico senza che questa venga attualmente regolamentata al pari degli  altri media audiovisivi. E lungi da noi stracciarci le vesti (anche  perché altrimenti non sapremo più quali abiti indossare) per dei  soggetti privati che possono permettersi di esercitare a briglie sciolte  un potere spaventoso anche sotto il profilo politico oltre che  economico. Ribadiamolo: il potere oggi riposa sulla punta  dell&#8217;informazione ed i motori di ricerca negli ultimi anni ne hanno  spesso attuato forme di governance scellerate.<span id="more-434"></span></p>
<p>Ma  qui la questione è altra. Ormai siamo al ridicolo. Siamo spettatori  dell&#8217;ennesima puntata degradante di una sitcom all&#8217;italiana che sta  inchiodando la cultura digitale del nostro paese all&#8217;età del rame. Le  soluzioni ipotizzate dall&#8217;apparato giuridico e legislativo italiano per  porre argine allo strapotere dei motori di ricerca e dei nodi di  aggregazione dell&#8217;informazione non hanno né capo né coda, perché  applicano vecchi principi giuridici (la tutela di un diritto d&#8217;autore  anacronistico come le canzonette di Renzo Arbore) a situazioni,  chiamiamole così, &#8220;nuove&#8221;.</p>
<p>Il punto vero è che però nel contesto italiano non potrebbe essere altrimenti.</p>
<p>Diversamente  tutto il settore televisivo, cinematografico e musicale (che, non  dimentichiamolo, negli anni ha svolto un ruolo fondamentale  nell&#8217;affermazione del modello culturale berlusconiano) vedrebbe  improvvisamente venir meno quell&#8217;ombrello che fino a questo momento l&#8217;ha  messo al riparo dalla concorrenza. Si, perché anche questo significa <strong>“lotta alla pirateria&#8221; </strong>nel vocabolario politico italiano: <strong>disarcionare da cavallo con ogni mezzo necessario i &#8220;competitors&#8221; </strong>pericolosi,  per trotterellare in tranquillità verso il traguardo del prossimo  bilancio trimestrale. Se qui la situazione è stagnante, altrove tycoon  ben più potenti del nano di Arcore, sono stati costretti a modificare  radicalmente il loro business plan: è fresca fresca l&#8217;alleanza tra  Murdoch e Apple per ridare vigore ai bilanci della disastrata News Corp,  strozzata dalla crisi e dalla &#8220;concorrenza sleale e parassitaria&#8221; di  Google News (<em>ipse dixit</em> la vecchia gallinaccia australiana) che  dalla crisi non è stata neanche sfiorata.  Ma se l&#8217;Italia segna la sua  imbarazzante arretratezza agli occhi del mondo inseguendo l&#8217;atomo,  quando nel palinsesto in tutto il pianeta va in onda 24 ore su 24 &#8220;<em>Fukushima mon amour</em>&#8220;, non si capisce perché guardando lo schermo da un&#8217;angolatura differente dovrebbero emergere elementi di novità.</p>
<p>Ed  in effetti questa sconsolante sentenza tenta di affermare un principio  giuridico unico al mondo, tratteggiando una linea di continuità con  quella di <strong><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/02/27/netwar-on-videocracy/">Google contro Vividown</a> </strong>del  febbraio dell&#8217;anno scorso. Si trattava, allora come oggi, di una  sentenza di diritto privato. Fatto che però non impedì all&#8217;ambasciatore  statunitense di esternare tutte le rimostranze di Washington sulla  questione (caso più unico che raro dal punto di vista delle relazioni  internazionali). Una divergenza di punti di vista che nei <strong>cables </strong>poi  rilasciati da Wikileaks assumevano toni assai meno diplomatici,  espressione di una preoccupazione diffusa da diverso tempo tra gli  addetti del settore.</p>
<p>Ovvero che in Italia c&#8217;è un<strong> tentativo di uccidere la rete e ritagliare un&#8217;infosfera a misura di Mediaset</strong>.  O così oppure si perde il controllo della sfera mediatica italiana. E  dalle parti di Palazzo Grazioli l&#8217;idea non piace proprio a nessuno.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/25/lanomalia-italiana-di-internet/">L&#8217;anomalia italiana di Internet</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>The Battleground</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 14:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno. 140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>John Perry Barlow <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/33969186053160960">ha affermato</a> che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.</div>
<p>140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-406" style="margin-left: 5px;margin-right: 5px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/03/il_nostro_mediterraneo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A partire dall&#8217;esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all&#8217;interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.</p>
<p>Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.</p>
<p>Oltre a causare uno sconquasso geopolitico che sta rapidamente mutando il volto delle relazioni internazionali,<span style="text-decoration: underline"> l&#8217;esplosione delle rivolte sociali sulle coste del Mediterraneo ha visto un ruolo significativo della rete all&#8217;interno dei processi rivoluzionari dispiegatisi nell&#8217;area</span>. Nelle fasi insurrezionali e post-insurrezionali magrebine, Internet è emersa sia come dispositivo con cui lanciare l&#8217;attacco al potere costituito sia come strumento importante nella possibilità di costruzione di una società altra.</p>
<p>Ma per quanto ci riguarda è chiaro che questi fenomeni non possono e non devono essere guardati attraverso la rudimentale, puerile e spesso strumentale apologia che individua nei social media il carburante quando non addirittura (!!) la causa scatenante delle rivolte. Ci interessa invece, una volta di più, coglierne l&#8217;affascinante ambivalenza situata all&#8217;incrocio tra potenza e limiti della rete, dove in pochi click gli switch sociali instradano il flusso delle informazioni da un network all&#8217;altro.<span id="more-407"></span></p>
<h2>Tecnofan vs tecnorealisti</h2>
<p>L&#8217;articolo in cui Bernard -Henri Lévy sul Corriere sostiene che il motore della rivoluzione tunisina «non è stato evidentemente il proletariato» ma «gli internauti» equivale ad uno uno sputo impregnato di sugo d&#8217;aragosta in faccia al popolo tunisino. Forse impegnato a stendere l&#8217;ultimo numero della sua prestigiosa rivista, l&#8217;intellettuale francese ha scordato le centinaia di giovani che a vent&#8217;anni hanno deciso di ribellarsi contro un regime mafioso-clientelare scivolato sul crinale scosceso della crisi globale, versando il loro sangue sui selciati di Tunisi, Sfax, Kasserine e Sidi Bouzid. Solo per curiosità: da quando gli internauti sono diventati una classe sociale?</p>
<p>Che piaccia o meno agli opinionisti di mezzo mondo impegnati a sgomitare per ritagliarsi il loro pezzettino di notorietà sulle colonne di quotidiani, quella in corso in Nord Africa non è stata né la rivoluzione del pane né dei gelsomini. E tanto meno è stata la rivoluzione di Twitter, di Wikileaks o di Anonymous. «Cento di noi» diceva il movimento tunisino nei suoi forum on-line e nelle sue assemblee «non sono morti per una zolletta di zucchero o per Youtube».</p>
<p>Il propulsore reale delle rivolte degli ultimi due mesi non è la rete in se e per se, ma le masse scese in piazza per cui <span style="text-decoration: underline">l&#8217;uso della tecnologia</span> (pur con le debite differenze che si sono date tra Tunisia, Egitto e Libia) <span style="text-decoration: underline">può essere tutt&#8217;al più un coefficiente importante, ma certo insufficiente per dare sostanza al protagonismo ed alle istanze politiche radicali avanzate.</span></p>
<p>E a dire la verità lascia un po&#8217; interdetti questa meraviglia per l&#8217;improvvisa scoperta della rete come luogo di conflittualità: in parte perché questo avveniva da tempo (seppur in forme più acerbe), ma più in generale perché, come sostenuto già una decina d&#8217;anni fa da M.Castells,<span style="text-decoration: underline"> se nella società industriale la storia del movimento operaio non può essere separato dalla fabbrica come ambito organizzativo, quella dei movimenti odierni non può non vedere nella rete un luogo analogo.</span></p>
<p>Questo però non deve significare l&#8217;esaltazione acritica di uno strumento che ha fra le sue principali caratteristiche, come sostenuto dal giornalista Malcom Gladwell, quello di creare <strong>legami deboli</strong>. Legami sui quali è ben difficile pensare possano innestarsi le basi organizzative di movimenti insurrezionali scagliatisi contro feroci regimi dittatoriali di durata pluridecennale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Inoltre Internet, a dispetto delle affabulazioni propinateci nella sua fase aurorale, non ha mai livellato né uniformato le culture o i processi sociali. Attribuire ad un singolo fattore un cambiamento rivoluzionario di massa che si da l&#8217;obbiettivo di ridisegnare l&#8217;orizzonte futuro e presente, significa semplicemente ripescare una visione positivista della politica.</span>Una visione con cui poter ignorare comodamente, non solo il quadro ed il momento storico in cui tali cambiamenti emergono, ma più in generale, il fatto che tra sfera digitale e non digitale esistano tanto rapporti di interdipendenza quanto di assoluta specificità (definiti da Saskia Sassen come <strong>embricazioni</strong>). Senza avere la pretesa di delineare un insieme esaustivo dei coefficienti in gioco per comprendere la possibilità di utilizzo della rete all&#8217;interno di uno scenario di conflitto, possiamo comunque indicarne alcuni: qual&#8217;è il livello di alfabetizzazione informatica di una popolazione? Qual&#8217;è il livello di diffusione di internet in un paese? Che tipo di utilizzo viene fatto dei social network? Qual&#8217;è livello di sviluppo delle infrastrutture? Che cosa ci dicono i numeri relativamente sulla diffusione di cellulari e smartphone? Quali sono le caratteristiche demografiche di chi utilizza la rete? I servizi internet sono accessibili da un punto di vista economico? Qual&#8217;è il rapporto del regime politico con la sfera mediale? I network broadcast a chi appartengono? Che atteggiamento ha la classe politica dirigente verso i giornalisti locali e stranieri? Esistono realtà consolidate di mediattivismo e di sperimentazione delle nuove tecnologie?</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È necessario dunque considerare la combinazione di un certo numero di variabili, di fattori oggettivi e soggettivi, di interfacce sociali, di reddito e di genere frapposte tra i dispositivi e chi ne fa uso per comprendere le reali possibilità dispiegate delle tecnologia digitali.</span></p>
<p>Non stiamo ovviamente negando l&#8217;importanza della rete nelle rivolte che infiammano il Mediterraneo: vogliamo semplicemente sottolineare come il ruolo di Internet vada compreso in modo molto più approfondito di quanto sia stato fatto fino ad ora. Non è un compito che possiamo pensare di esaurire noi in poche righe. Qualsiasi ipotesi andrà necessariamente messa a verifica negli anni che verranno e sugli altri campi di battaglia su cui tutti e tutte noi combatteremo. Ma tracciare alcune delle tendenze che emergono dall&#8217;osservazione empirica, questo si, è possibile.</p>
<h2>Simboli, immaginario e contro-comunicazione</h2>
<p>Come qualche tempo fa ha scritto Bada Nasciufo in un <a href="http://www.infoaut.org/blog/editoriali/item/371-il-graphic-design-delle-rivolte">bell&#8217;editoriale su Infoaut</a>, la rete ha innanzi tutto veicolato simboli ed emozioni di cui una nuova soggettività internazionale, da Londra fino a Tunisi, si sta nutrendo.<span style="text-decoration: underline"> La circolarità di sentimenti e di saperi interconnessi nella sfera pubblica del Web è stata dirompente come non mai ed ha lasciato segni indelebili nell&#8217;immaginario collettivo globale.</span></p>
<p>Una riprova tangibile ne sono le reti internazionali attivatesi quando la censura del regime tunisino nei confronti del web si faceva più dura, o ancora durante il black out dell&#8217;internet egiziana. Quelli sorti non sono stati movimenti d&#8217;opinione ma reti di solidarietà attiva che, sfruttando l&#8217;hype scatenatosi attorno ad hashtag come <a href="https://twitter.com/infofreeflow/sidibouzid">#sidibouzid</a> o <a href="https://twitter.com/infofreeflow/jan25">#jan25</a>, hanno scagliato attacchi contro le agenzie governative dei regimi arabi responsabili della censura.</p>
<p>Grande è stata la creatività nel rispolverare dall&#8217;armadio tecnologie analogiche come modem a 56k, server <a href="http://www.xs4all.nl/%7Escorpio/egypt.txt">dial-up</a> per le chiamate internazionali o <a href="http://werebuild.eu/wiki/Egypt/Ham_radio">ponti radio</a> ed ancora più grande è stata la capacità di decentralizzare l&#8217;implementazione di servizi utili al popolo egiziano per dargli voce (anche se, è importante sottolineare, che quelle messe in campo sono state soluzioni tattiche dettate dall&#8217;emergenzialità del momento, oltre la quale l&#8217;utilizzo di queste tecnologie avrebbe avuto scarsa rilevanza).</p>
<p>Gli attori emersi hanno mostrato di avere la capacità di giocare con i media tradizionali, senza porsi in modo preconcetto nei loro confronti. Un esempio finora vincente <a href="http://www.infoaut.org/blog/clipboard/item/427-we-are-anonymous">di cui abbiamo già parlato</a> è stato Anonymous. <span style="text-decoration: underline">La sua forza reale è stata quella di saper leggere la struttura dei media ed agirla.</span> Forza senza la quale i cortei virtuali prodotti tramite l&#8217;utilizzo del software LOIC sono un semplice esercizio tecnico, poco efficace perché incapace di mettere a nudo e colpire i punti deboli dell&#8217;avversario.</p>
<p>Nulla a che fare con la sapiente operazione di marketing lanciata dall&#8217;accoppiata delle meraviglie Google-Twitter che con <a href="https://twitter.com/speak2tweet">Speak2Tweet</a> ha provato a ritagliarsi un ruolo nella storia. Bando all&#8217;euforia degli entusiasti di Mountain View, a che serve un servizio di questo genere? È lento (bisogna ascoltarsi i messaggi), non prevede alcun tipo di indicizzazione dei contenuti, non presenta alcuna garanzia di affidabilità (chi ha lasciato il messaggio e perché?). Sarà senz&#8217;altro un patrimonio importante per gli storici un giorno ma l&#8217;utilità effettiva che può aver avuto per ora ci sfugge.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È abbastanza ovvio invece rimarcare come i social network abbiano contribuito a dare una copertura internazionale ampia e variegata degli eventi, ma questo è avvenuto con modalità ed intensità diverse a seconda dei contesti.</span> È valso in particolar modo per la Tunisia, un paese che a differenza dell&#8217;Egitto o della Libia riveste un&#8217;importanza geopolitica di secondo piano: le sue rivolte sono state infatti deliberatamente ignorate dal circuito internazionale mediatico fino a pochi giorni prima della caduta di Ben Ali. In Egitto tutto questo si è dato in modo diverso in particolar modo dopo la mossa poco lungimirante di Mubarak di chiudere la rete egiziana: da quel momento in avanti a farla da padrone è stata Al Jazeera che non a caso ha cominciato a subire attacchi fisici ed informativi (con il <a href="http://www.broadbandtvnews.com/2011/02/01/al-jazeera-claims-unprecedented-interference/">jamming</a> delle sue frequenze satellitari). Diverso ancora il caso della Libia dove sono emersi pochi profili Twitter in grado di diramare informazioni certe e dove la copertura mediatica resa possibile dal satellite è stata neutralizzata dall&#8217;oscuramento delle frequenze di Al Jazeera e delle reti telefoniche satellitari (una mossa rivolta chiaramente contro i giornalisti stranieri sul territorio, dato che il satellite rimane un mezzo di comunicazione ancora costoso e poco accessibile).</p>
<p><span style="text-decoration: underline">La capacità di diffusione dell&#8217;informazione in tempo reale</span>, oltre a svolgere una funzione documentale per l&#8217;opinione pubblica internazionale, <span style="text-decoration: underline">ha permesso di produrre anche una narrazione degli eventi contrapposta a quella televisiva dei regimi.</span> Quest&#8217;ultima è stata caratterizzata per aver giocato su uno dei piani più tradizionali della politica fatta comunicazione: con l&#8217;obbiettivo di dividere la piazza sia Ben Ali che Mubarak hanno tentato la carta del bastone (ovvero la minaccia verso chi protestava indicando al loro interno la presenza di non meglio prezzolati agenti stranieri) e della carota (elezioni entro sei mesi, dipartita dal potere entro pochi mesi, nuovi posti di lavoro, avvio di riforme). Il web e la piazza semplicemente non li hanno ascoltati e hanno contribuito a neutralizzare il discorso della rappresentazione televisiva contrapponendone una propria.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Oltre a questo va segnalato che la rete è stata anche uno strumento direttamente al servizio delle lotte sui territori.</span> In che misura questo sia avvenuto e quale rilevanza abbia davvero avuto lo potremo capire solo nei prossimi anni. Ma in Tunisia (un paese dove esistono fattori oggettivi come un forte sviluppo delle infrastrutture ed una profonda penetrazione di Internet all&#8217;interno di una popolazione giovane ed istruita) nella fase immediatamente post-insurrezionale <strong>Google Maps è stato utilizzato in modo collaborativo</strong> <a href="http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF&amp;msa=0&amp;msid=204429933743412451505.000499e53c5acb4ba7229">per mettere in atto pratiche di autodifesa dei quartieri</a>. Sono state infatti create mappe su cui segnalare istantaneamente la presenza degli squadroni della morte dell&#8217;RCD ed altre minacce. Inoltre le reti cellulari mobili permettevano di conoscere in <em>real-time</em> gli spostamenti della polizia, gli andamenti dei cortei ed i resoconti degli scontri che simultaneamente infiammavano varie località del paese.</p>
<h2>Un altro modo di dire Facebook</h2>
<p>Abbiamo già spiegato quali sono i motivi che ci spingono a dissentire profondamente con la visione positivista ed acritica che identifica il mezzo con il movimento stesso o con la causa scatenante delle rivolte. Specularmente però, <span style="text-decoration: underline">quanto accaduto negli ultimi mesi ci induce a dubitare in misura sempre maggiore della prospettiva teorica che continua ad individuare i social network commerciali esclusivamente come dispositivi omologanti che tendono a polverizzare la comunicazione sociale, come un&#8217;arma di distrazione di massa o uno strumento di annientamento della privacy di gruppi ed individui.</span></p>
<p>Certo meccanismi e dispositivi come la <strong>viralità dell&#8217;informazione</strong>, la possibilità di accedervi in<strong>mobilità</strong>, la creazione di insiemi relazionali, il <strong>data-mining</strong>, il <strong>tagging</strong> e la <strong>geoidentificazione</strong>, sono ovviamente pensati ed implementati dalle grandi multinazionali per renderci produttivi e mettere a valore ogni nostra singola attività nel quotidiano privandoci di possibilità di riservatezza.</p>
<p>Ma l&#8217;utilizzo di questi strumenti è ormai evidente che non si da solo lungo questa direttrice. <span style="text-decoration: underline">Quando un&#8217;intelligenza politica ha avuto la necessità di immaginarne una torsione (pur restando aderente e non estraniandosi alle logiche con cui essi sono stati costruiti) l&#8217;ha fatto producendo forme di partecipazione distribuita.</span></p>
<p>Lo stesso intreccio dei piani spaziale e temporale che finora abbiamo conosciuto come sinonimo di sfruttamento e precarietà, del lavoro infinito e del consumo coatto di informazione, negli ultimi due mesi ha assunto anche un altro significato: quello di una possibile auto-organizzazione e militanza globale, ancora tutta da costruire, in via di definizione e non scevra di contraddizioni, ma resasi comunque manifesta sotto diverse spoglie.</p>
<p>Proporre un&#8217;ipotesi di questo tipo ovviamente non significa affermare che la tecnologia non è ne buona ne cattiva o che sia diventata improvvisamente un terreno neutro su cui muoversi in totale libertà. Significa piuttosto rilevare che l&#8217;ambivalenza che la caratterizza è stata messa a nudo al di fuori delle nicchie specialistiche ed elitarie che pure hanno verso queste tematiche un approccio critico ma spesso esclusivamente etico.</p>
<p>Tutti ormai sappiamo che non può esistere né privacy, né sicurezza né controllo dei propri dati all&#8217;interno di un social network come Facebook. Tutti ormai sappiamo che questo ci rende suscettibili di sorveglianza e di ritorsioni politiche da parte dei governi contro cui lottiamo (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=252&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">la stessa EFF ha sentito la necessità di riaffermarlo con forza in pieno black-out egiziano</a>).</p>
<p>Sopratutto però hanno dimostrato di saperlo i movimenti nord africani che hanno deciso di andare oltre a questo problema, sentendo la necessità di stabilire un equilibrio tra la dinamica repressiva ed il mantenimento di una presenza forte e ramificata in un luogo che a ragione hanno visto come fondamentale. L&#8217;uso di TOR, delle VPN e di altri sistemi di elusione dei dispositivi di censura è salito alle stelle (<a href="https://blog.torproject.org/blog/measuring-tunisian-tor-usage">grafico 1</a> - <a href="https://blog.torproject.org/blog/recent-events-egypt">grafico 2</a>). E questo, una volta di più, non fa che mettere in evidenza un fatto che ciclicamente si ripete da un punto di vista storico, ovvero che <em>è nei momenti di lotta che i soggetti scoprono nuovi bisogni, necessità e desideri su cui innestano processi di alfabetizzazione e creatività.</em></p>
<p>C&#8217;è da chiedersi in sintesi: è così lontano dalla realtà ipotizzare che l&#8217;utilizzo conflittuale del digitale in Nord Africa, da cui ne sono emersi limiti e potenza, non abbia come ricaduta, in Africa ma anche qui in Occidente, l&#8217;innesco di una nuova riflessione culturale e politica verso la rete ed i rapporti di forza che la attraversano?</p>
<p>In questo senso qualcosa già si è mosso in Tunisia. Visto il ruolo centrale che ha avuto la rete nelle mobilitazioni non è privo di senso attendersi che la sensibilità e l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica locale verso tematiche inedite come l&#8217;accesso ai dati, i diritti digitali o quello alla privacy sarà fortissima (ed infatti il governo ad interim ha dovuto immediatamente rimuovere i blocchi della censura web e si è impegnato a garantire la libertà d&#8217;espressione dei cittadini tunisini, particolarmente su Internet). Ma non solo. Con una lettera indirizzata a Mark Zuckerberg firmata da diversi attivisti e blogger viene riconosciuto a Facebook «<em>un ruolo non trascurabile nella circolazione delle informazioni riguardanti gli eventi in Tunisia</em>». Allo stesso tempo però vi si afferma che <em>«questi dati, rilasciati su Facebook, appartengono ugualmente al popolo tunisino»</em>. Dunque per la sua importanza storica la nuvola di informazioni delle lotte tunisine non può essere considerata proprietà esclusiva di un&#8217;azienda privata, ma è percepita come patrimonio presente e futuro di una nazione in costruzione, e per questo ne viene richiesta la piena accessibilità. Una prima rivendicazione che, pure nella sua formalità, è radicale<span style="text-decoration: underline"> perché va a mettere in discussione uno dei principi cardine dell&#8217;economia e del potere di Facebook</span>: l&#8217;enclosure che blinda i dati creati dagli utenti. Una prima crepa nel muro dorato che recinta il social network di Palo Alto? Certo a farlo crollare non sarà una semplice lettera. Ma le richieste in essa avanzate affondano le loro radici in un processo rivoluzionario in divenire. E questo le carica di attrattiva e mordente ben più di quanto ne potrebbero mai avere diaspore senza meta o suicidi di massa di qualche migliaio di avatar.</p>
<h2>Governamentalità in rete: dalla censura al consenso</h2>
<p>Ma le rivolte tunisine, egiziane e libiche ci dicono altro ancora. Ci parlano degli scenari presenti e futuri delle guerre di informazione, della miopia dei regimi arabi abbattuti e della loro incapacità di comprendere il vero potere che scorre impetuoso nelle sovrapposizione tra reti sociali e tecnologiche.</p>
<p>Può sembrare strano ma, a nostro avviso, in questi scenari non sarà affatto la censura a farla da padrone. O almeno non solo. Continuare a produrre articoli con mappe colorate ed interattive dove segnalare i paesi o i siti più censurati al mondo, in un futuro molto prossimo potrebbe essere un&#8217;operazione giornalistica buona giusto per un post su Wired.it</p>
<p>Il blackout dell&#8217;internet egiziana, ha destato profonda impressione nell&#8217;opinione pubblica internazionale. Di fronte agli occhi di un pubblico globale il detto secondo cui «<em>Internet reagisce alla censura come se questa fosse una disfunzione tecnica</em>» è stato letteralmente sbriciolato. Tanto meglio perché era solo un lascito residuale di un epoca tramontata da un pezzo. Una diceria che non rendeva giustizia della complessità su cui oggi si articola e si stratifica la governance globale dell&#8217;informazione. <span style="text-decoration: underline">Nessun protocollo vi garantirà mai la libertà se dall&#8217;altra parte governi ed autorità statali hanno dimostrato di poterne neutralizzare l&#8217;efficacia in qualsiasi momento.</span> Chi oggi continua a raccontare questa favoletta per bambini è un ingenuo che ancora non si è scrollato di dosso le suggestioni della prima internet. Oppure vuole continuare a tenervi lontani dalla partecipazione attiva facendovi credere che un click di mouse, un software o un file di configurazione possano sostituire la politica.</p>
<p>Al di la del comprensibile clamore suscitato (un evento storico senza precedenti), lo switch-off predisposto dal regime di Mubarak o il sistema di censura Ammar404 sono semplicemente l&#8217;emblema di approccio politico arretrato alla regolazione dei flussi d&#8217;informazione. E per i popoli insorti e vittoriosi, non possiamo che rallegrarcene.</p>
<p>Il buio in cui è caduta l&#8217;infosfera egiziana non ha sortito nessuno degli effetti che l&#8217;autocrate del Cairo si prefiggeva di raggiungere. Anzi, i suoi risultati sono stati controproducenti.</p>
<div>
<ul>
<li>Ovviamente le manifestazioni ed i cortei non hanno subito nessun contraccolpo di particolare portata.</li>
<li>Per di più la risonanza avuta da questo fatto ha rafforzato la determinazione dei network di attivismo internazionale, che prontamente si sono mossi per ridare voce al popolo egiziano attraverso l&#8217;utilizzo di tecnologie analogiche.</li>
<li>Inoltre con questa sua mossa disperata il regime ha ulteriormente deteriorato la sua proiezione internazionale mettendo in serio imbarazzo gli alleati a stelle e strisce (dopo che negli ultimi anni la macchina da guerra comunicativa della Casa Bianca aveva a più riprese messo sotto accusa la censura cinese).</li>
<li>A questo si aggiunga che il blocco della rete non ha comunque impedito una copertura internazionale degli eventi grazie ai satelliti di Al Jazeera (e non a caso Gheddafi intuendo il pericolo ha cominciato a sabotarne le frequenze <a href="http://en.ammonnews.net/article.aspx?articleNO=11489">prima ancora</a> della caduta del suo omologo egiziano). Copertura senza la quale, non abbiamo dubbi, lo spargimento di sangue sarebbe stato molto più cruento.</li>
<li>Infine i costi economici sono stati tutto meno che trascurabili. <a href="http://blogs.forbes.com/parmyolson/2011/02/03/how-much-did-five-days-of-no-internet-cost-egypt/">Le prime stime provvisorie si attestavano intorno ai 90 milioni</a> di dollari ma c&#8217;è chi sostiene che la cifra finale sia <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-12357694">destinata a lievitare</a>.</li>
</ul>
</div>
<p>Tutto questo è indice e segno tangibile della mancanza di una qualsivoglia strategia politica volta a gestire le comunicazioni digitali. Anche <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/26673/Egitto%2C+Vodafone%3A+costretti+dal+governo+a+mandare+sms+pro-Mubarak">l&#8217;invio di migliaia e miglia di SMS</a> per chiamare la manifestazione del 2 febbraio a favore del regime è espressione di un colpo di coda menato alla cieca per istinto di sopravvivenza. Troppo tardi, quando tutto era ormai perduto.</p>
<p>E più in generale esprimono una visione arretrata del potere. Un potere che viene immaginato da chi lo esercita esclusivamente come autorità nei confronti degli individui e non come rapporto sociale costruito. Un potere che si muove a senso unico, incapace di percepirsi al di la della violenza e della coercizione che non pensa a di puntellare le sue fondamenta grazie alla produzione di discorso e consenso. Un potere che mentre traccia barriere esterne ed innalza muri di byte sembra non aver minimamente afferrato quello che è la vera potenzialità delle reti. <span style="text-decoration: underline">Che non è quella di trasportare informazioni ovunque ed a velocità stratosferica, ma di fare e disfare una fiducia da cui saper trarre legittimazione politica.</span></p>
<p>I regimi nord-africani crollati su di loro hanno dimostrato di non comprendere che nell&#8217;epoca delle reti, in una società altamente globalizzata ed informatizzata dove la circolazione dell&#8217;informazione è una delle architravi del capitalismo, rallentare o bloccare completamente i flussi di dati è uncosto più che un vantaggio.</p>
<p>Altrove invece questo lo si è capito. La Cina, <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/07/12/disorganici-google-o-gli-attivisti-cinesi/">spesso raccontata dalla prospettiva universalistica dei media occidentali</a> come esempio più barbaro di censura e negazione dei diritti civili, ha saputo dispiegare il suo potere ben al di la della creazione di avamposti cyber-militari posti a guardia del suo perimetro digitale informativo (l&#8217;arcinoto Great Firewall) ma ha saputo immaginare la rete come luogo di condivisione degli scopi e dei fini ultimi del sistema.</p>
<p>Simone Pieranni nei suoi “<a href="http://www.china-files.com/home.php">China Files</a>” ci ha <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-vi-prego-sul-web-cinese/">ben spiegato</a> che la sorveglianza sulla rete cinese è in effetti resa agevole dal fatto che gli utenti cinesi si colleghino ad Internet da quelli che sono i tre principali gateway del paese. È vero anche che esiste un cosiddetto “esercito dei 50 cents” (dalla paga oraria corrisposta) composto da migliaia di persone che setacciano i social media segnalandone i contenuti proibiti o moderando le discussioni.</p>
<p>Questo però non sembra preoccupare particolarmente la stragrande maggioranza degli internauti dello sterminato impero asiatico. Sia perché le barriere virtuali predisposte da Pechino sono facilmente aggirabili grazie all&#8217;utilizzo di un qualsiasi proxy ma sopratutto perché in pochi sentono la necessità di accedere alle pagine di Facebook perennemente bloccate.</p>
<p>L&#8217;ufficio della Propaganda cinese negli anni ha creato tutta una serie di omologhi locali «armonizzati» dei social media occidentali con le stesse funzionalità. All&#8217;interno di queste piattaforme hanno luogo quelle che sono le attività più classiche delle piattaforme nostrane. Anche al dissenso (purché innocuo) viene lasciato spazio. Anzi, i protagonisti virtuali del “Bagaglino” locale con la loro comicità che punge il potere senza metterlo in discussione, riescono addirittura a diventare delle star chiamate a tenere <em>lectio magistralis</em> nelle università di Pechino.</p>
<p>Insomma, a fronte di una possibile minaccia rappresentata dalla libertà che Internet permette, le autorità del paese hanno pensato di conciliare il controllo dei flussi di informazione con «la distribuzione gratuita di oppiacei virtuali».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">È <strong>anche</strong> in questo modo che il partito continua a mantenere una presenza costante all&#8217;interno della vita della popolazione, immaginando la tecnologia digitale nella sua maggior espressione politica, ovvero nel condizionamento della vita, delle abitudini e delle attitudini relazionali.</span></p>
<p>L&#8217;aver compreso la commistione tra flusso libero di informazioni e capillarità dei media sociali, <a href="http://blog.ilmanifesto.it/chipsandsalsa/2010/08/31/la-marcia-virtuale-verso-lo-stato-armonioso/">ci racconta invece Matteo Miavaldi</a>, non ha portato solo alla creazione di social network caratterizzati dal più utopistico degli ideali cinesi (ovvero l&#8217;armonia) dove imbrigliare l&#8217;interattività in un entertainement dalla tradizione epica. Non è solo un luogo dove si mettono in scena le prove generali di una società modello caratterizzata dalla felice convivenza tra persone a cui fa da contraltare il ruolo delle autorità illuminate che si occupano di tutto il resto. <span style="text-decoration: underline">Questo dispositivo di propaganda soft è infatti anche un enorme macchina mangia soldi, tanto che QQ, il clone autarchico di Twitter, è fra i primi 10 al mondo indicizzati da Alexa Rank.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline">Il potere a rete</span> dunque non è semplicemente una forma di sorveglianza o un uso della forza messo in atto da un agente di controllo trascendente collocato al di fuori dal sociale (come è stato nel caso dell&#8217;Egitto o della Tunisia). <span style="text-decoration: underline">Esso invece è un processo continuo di costruzione della legittimità che si dispiega collocandosi all&#8217;interno dei luoghi politici presenti nella società, amalgamandosi ad essa e perpetrandone l&#8217;ordine.</span></p>
<p>Mubarak e Ben Ali hanno pensato che la rete servisse per giocare a guardie e ladri mentre <span style="text-decoration: underline">nell&#8217;era dell&#8217;informazione i flussi informativi non si combattono erigendo muri, ma creando altri flussi di comunicazione o deviandone il corso nel proprio frame di senso.</span></p>
<h2>Illusione o realtà?</h2>
<p>Se la veicolazione di simboli e delle emozioni ad essi connaturate è stata una delle principali funzioni dei social network durante le insurrezioni del risveglio arabo, nulla vieta (come abbiamo visto nel caso della Cina) che questo meccanismo possa diventare uno strumento straordinario nelle mani dei governi e della repressione.</p>
<p>Come <a href="http://www.rferl.org/content/interview_morozov_internet_democracy_promotion/2284105.html">Evgeny Morozov ha sottolineato</a> (ma anche molti altri prima di lui),<span style="text-decoration: underline"> se i social network possono avere un&#8217;utilità per sondare gli umori dell&#8217;infosfera a fini commerciali (pensate ai<em>trending topics</em> di Twitter) cosa impedisce di farne un uso speculare per fini di sorveglianza politica?</span></p>
<p>Ma la rete può anche essere usata per distruggere fiducia e legami all&#8217;interno di un gruppo sociale.<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;insignificanza materiale del simbolo e delle informazioni con cui esso viene costruito hanno anche da questo punto di vista ricadute estremamente concrete.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><em>Real time non significa realtà.</em></span> Un social network come Twitter, dati i meccanismi che lo governano, si presta anche ad essere un luogo particolarmente florido per mettere in campo vere e proprie operazioni di disinformazione o di “netwar”. Questa strategia viene definita dalla Rand Corporation come «<em>l&#8217;insieme delle attività poste in essere per disturbare, danneggiare, o modificare ciò che una determinata popolazione conosce o crede di conoscere a proposito di se stessa o della realtà circostante</em>».<span style="text-decoration: underline"> L&#8217;obbiettivo è l&#8217;opinione, la mente, le emozioni del nemico ed esso viene raggiunto agendo capillarmente sulla fiducia che una popolazione ha nei suo canali di comunicazione.</span></p>
<p>Già in passato avevamo sottolineato come i processi di formazione delle opinioni su Twitter siano analoghi a quelle delle convenzioni di Wall Street, per le similitudini nel loro funzionamento con i meccanismi dell&#8217;economia finanziaria. Il social network di Biz Stone pur essendo uno strumento di informazione eccezionale ed in tempo reale, è allo stesso tempo una delle espressioni più compiute della comunicazione fondata su convenzioni ed automatismi. Cosi come accade nel mercato finanziario gli utenti puntano all&#8217;informazione che gli altri considerano buona (come un&#8217;azione in rialzo o una news particolarmente retwittata). <a href="http://gigaom.com/2011/01/19/twitter-is-a-great-tool-but-what-happens-when-its-wrong/">Ma cosa succede quando qualcosa va male?</a> Cosa accade quando un&#8217;informazione falsa viene immessa nel circuito tecnologico e neurale di Twitter? Spesso si producono hype che sfuggono ad ogni logica e ad ogni forma di controllo e sono in grado di propagare veri e propri turbini di disinformazione e panico a cui possono involontariamente partecipare anche profili particolarmente influenti a cui spesso prestiamo attenzione.</p>
<p>A causa della natura del social network in questione (un flusso ininterrotto, distribuito ed asincrono di informazioni) e del fatto che non esista una funzione di correzione dei tweet inviati, tutto questo può accadere con facilità. Ed è accaduto anche al di fuori di scenari concitati e confusi come quelli magrebini. A dicembre dopo la sparatoria in Arizona contro la deputata della camera Gabrielle Giffords, a distanza di diverse ore dall&#8217;accaduto su Twitter continuavano a circolare ricostruzioni false degli avvenimenti nonostante gli stessi media mainstream avessero a loro volta rettificato le versioni iniziali diffuse. Per usare le parole di Mathew Ingram: <em>«When a mistake get distributed, there&#8217;s no single source that can send out a correction»</em>. Non solo: in alcuni contesti per lo più dominati dalla scarsità informativa (e quindi dalla difficoltà di prefigurare scenari di medio-lungo termine) può addirittura convenire a tutte le parti in causa alimentare una convenzione falsa &#8211; come accaduto in passato con la speculazione al rialzo sullo sviluppo della New Economy, la storia si è ripetuta con il presunto dilagare dei focolai ribelli nei primi giorni della rivolta segnalato dall&#8217;account twitter del Libyan Youth Movement e largamente retwittato &#8211; che da un lato ha galvanizzato i rivoltosi rispetto ad un fenomeno molto più contenuto, ma dall&#8217;altro ha beneficiato i sostenitori del regime, sottovalutati nella loro reale forza.</p>
<p>Queste considerazioni ci fanno tornare immediatamente ad alcuni eventi tunisini accaduti a ridosso della caduta di Ben Ali. Innanzi tutto a tratti non è mancata una certa confusione dovuta al fatto che molti tweeter in segno di solidarietà con la rivolta hanno modificato la loro collocazione, rendendo più complessa la ricerca di tweet (raffinabile proprio utilizzando criteri geografici). In secondo luogo nella notte del 12 gennaio proprio su Twitter si sono diffuse false voci in merito ad un colpo di stato militare in Tunisia. Anche grossi snodi della comunicazione di movimento (come Nawaat, Takriz ed SBZ_news) hanno dato credito a questi <em>rumors</em>. Rilevatane l&#8217;infondatezza la mattina seguente, chi aveva commesso l&#8217;errore si è affretto a scusarsi pubblicamente mentre molti utenti reclamavano a gran voce che fossero diffuse solo notizie effettivamente confermate. Il rischio in essere era che in quelle ore cruciali, vedendo venir meno il suo ruolo di intermediario credibile nella ricostruzione degli eventi, “l&#8217;infrastruttura molle” di tweeters tunisini perdesse molta della credibilità accumulata fino a quel momento, perdendo la fiducia che era riuscita a conquistarsi.</p>
<p>Dopo la caduta del regime invece, in misura sempre maggiore hanno cominciato a spuntare come funghi account twitter in sostegno all&#8217;RCD e a Gannouchi o che esprimevano la necessità che un certo livello di censura tornasse ad essere presente in rete.</p>
<p>Le realtà del movimento tunisino hanno capito come <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">Ammar404</a> fosse ancora presente in rete, non sotto le vesti del censore, ma con l&#8217;intento di diffondere panico e terrore.</p>
<p><em>«Tunisian cyber police using zombie accounts on facebook to spread misinformation on how ghannouchi isn&#8217;t that bad&#8230; loosers.»</em></p>
<p>Anche i profili Facebook sono stati utilizzati contro i soggetti più in vista della cyber-rivolta. Recentemente è stato aperta una pagina Facebook contro Takriz, una delle realtà storiche del mediattivismo tunisino. Oltre a diffondere video falsi e foto degli attivisti di Takriz, montare accuse di affiliazione alla CIA, battere la grancassa della propaganda pro RCD e seminare disinformazione svolgendo un ruolo complementare a quello di Neesma TV (la televisione di Berlusconi e del nipotino di Bourguiba) questa pagina è anche un punto di organizzazione dei lealisti di Ben Ali. Attraverso questa sono stati lanciati <em>storm</em> di segnalazione a Facebook della pagina di Takriz. Ad un momento prestabilito centinaia di cani da guardia del vecchio regime si riuniscono sulla piattaforma di Zuckerberg e cominciano a mandare segnalazioni agli amministratori perché chiudano la pagina di Takriz in quanto colpevole di incitamento alla violenza. <span style="text-decoration: underline">Una modalità organizzativa molto simile a quella di un netstrike.</span></p>
<p>Così come i social network possono essere tanto un formidabile mezzo di informazione o uno strumento di disinformazione, allo stesso modo possono moltiplicare l&#8217;immaginario o evirarlo. Se chiedete a qualcuno “Qual&#8217;è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla rivoluzione egiziana?” molti probabilmente risponderebbero Piazza Tahrir (che non a caso è divenuto uno degli hashtag più diffusi proprio su Twitter). Eppure questa rappresentazione univoca rischia di dare un&#8217;immagine eccessivamente parziale di quanto avvenuto sulle strade egiziane prima e dopo il 25 gennaio. La repressione non è stata solo quella degli sgherri che a dorso di cammello brandivano scimitarre e bastoni per terrorizzare i manifestanti ma è stata anche quella delle fucilate alla schiena dell&#8217;esercito contro i rivoltosi di Suez. La ribellione non è stata solo quella di chi pacificamente e con ostinazione a deciso di piantare la tenda per giorni e giorni fino alla caduta del regime ma è anche quella di chi si è scontrato con la polizia strada per strada. <span style="text-decoration: underline">È lecito chiedersi allora quale portato storico potrebbe lasciare questa fotografia con i bordi tagliati di netto sia nell&#8217;immediato futuro politico del nuovo Egitto, sia nell&#8217;immaginario di tutti i movimenti globali che sempre di più in queste ore guardano al divampare del fuoco nordafricano ed arabo.</span></p>
<p>Continuando l&#8217;analogia con il mercato finanziario ed utilizzando le parole di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) : «<em>L&#8217;illusione è diventata realtà. E più reale diventa più accanitamente la vogliono</em>».</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Anche questo è il Battleground, il vostro ed il nostro campo di battaglia.</span></p>
<p>Un luogo dove non c&#8217;è divisione fra partecipazione civile e militare. Dove a tempo di 140 caratteri si smontano LOIC e si limano hashtag. Dove bisogna tanto sfuggire alla censura quanto saper dirottare lo scorrere furioso dell&#8217;informazione nell&#8217;intersecarsi vasto e pulsante di reticoli neurali, fisici e tecnologici che innervano le reti sociali sparse ai quattro angoli del globo.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/">The Battleground</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>#SidiBouzid vs Ammar404: censorship #fail !</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jan 2011 20:45:06 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non conosce soste la guerra che in queste ore si sta combattendo senza esclusione di colpi sugli stream dei network globali e nord africani. Uno scenario convulso, terribile ed allo stesso tempo affascinante  che mette a nudo come le suggestioni cyberpunk dei romanzi di William Gibson, non siano più semplicmente una categoria letteraria, frutto di una mente geniale nella sua capacità di scrutare fra le pieghe di un futuro di la a venire, ma entrino a pieno titolo nella declinazione odierna e presente delle categorie del conflitto. <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/01/OpTunisia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-388" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2011/01/OpTunisia-300x198.jpg" alt="" width="275" height="181" /></a></p>
<p>Sullo scacchiere tunisino si stanno muovendo in queste ore diversi giocatori che, studiandosi a vicenda, provano a chiudere la partita. Obbiettivo: il controllo della rete di comunicazione internet tunisina e la narrazione di fronte al mondo della sanguinosa rivolta che da ormai 10 giorni infiamma lo stato nord africano e ne fa tremare i vertici del regime.</p>
<p>Il sistema di censura Ammar404 (soprannominato come l&#8217;ex-ministro dell&#8217;interno responsabile della preparazione del Summit sulla Società dell&#8217;Informazione tunisino del 2005) che, ormai è evidente, era stato predisposto con cura già da diversi mesi dalle autorità di Tunisi per tenere sotto controllo una popolazione <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_in_Tunisia">sempre maggiormente informatizzata</a>, sembra però avere grosse difficoltà a contenere effettivamente il flusso di comunicazioni che poco alla volta sta travolgendo le barriere appositamente poste a recinto dell&#8217;infosfera tunisina. Ma andiamo con ordine.<span id="more-389"></span></p>
<p>Ieri dalla rete sono emersi numerosi dettagli sulle modalità con cui gli sgherri di Ben Ali hanno tentato di mettere in scacco le comunicazioni dei blogger dissidenti e  di tutti coloro che appoggiandosi a diversi social network, ne stanno facendo uno dei centri propulsori nell&#8217;organizzazione della rivolta. Da una parte ATI (Agencie Tunisienne d&#8217;Internet, il braccio armato del ministero delle comunicazioni tunisine) ha implementato diversi strumenti atti a <a href="http://www.thetechherald.com/article.php/201101/6651/Tunisian-government-harvesting-usernames-and-passwords">sottrarre agli utenti le password</a> di accesso ai loro account Gmail, Yahoo e Facebook. Un &#8216;operazione che in gergo tecnico viene definita come phishing, solitamente utilizzata per rubare credenziali di accesso ai conti di banking on-line, anche se qui, è chiaro, l&#8217;obbiettivo è ben altro.<br />
Specularmente ATI ha provato ad <a href="http://english.aljazeera.net/indepth/features/2011/01/20111614145839362.html">inibire l&#8217;accesso ai social network tramite https</a>, un diffuso standard di comunicazione cifrata, necessario in questo momento per tutelare l&#8217;efficacia e la capillarità dell&#8217;informazione e delle lotte che ne scaturiscono.  Tradotto in altri termini, l&#8217;apparato statale tunisino ha tentato di trafugare le identità on-line di diverse migliaia di persone per prendere il controllo dei canali di informazione che stanno svolgendo un ruolo di coordinamento e di copertura mediatica delle proteste.</p>
<p>Sono continuati inoltre <a href="http://torrentfreak.com/pirate-party-members-arrested-in-tunisian-censorship-revolt-110108/">gli arresti di blogger e cyberhacktivisti dissidenti</a> fra cui diversi membri del partito pirata tunisino. Significativo il fatto che la presenza di uno di questi sia stata segnalata all&#8217;interno dell&#8217;edificio del ministero degli interni grazie alle <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/tunisia-sparizioni-arresti-e-censure-per-blogger-e-attivisti-impegnati-nelle-attuali-proteste/">funzioni di geo-localizzazione cellulare permesse dal social network Foursqaure</a>. Tra gli arrestati spiccano anche hacktivisti del colllettivo <a href="http://nawaat.org/portail/">nawaat.org</a>, che già l&#8217;anno scorso avevano pubblicamente accusato il governo di aver sottratto dati sensibili a migliaia di cittadini dalle loro caselle di posta.</p>
<p>La cifra di quanto sta accadendo può essere colta osservando il flusso di informazioni che la vicenda tunisina sta muovendo su Twitter. Inserendo gli hashtag #sidibouzid e #OpTunisia nel motore di ricerca del noto social network si accede ad una quantità enorme di informazioni in continuo aggiornamento minuto dopo minuto: filmati, fotografie, link in lingua araba e francese, punti di raccolta dei dimostranti ed obbiettivi da colpire.</p>
<p>Si perché la rete di hacker Anonymous non sta venendo meno alle promesse fatte al momento del lancio di &#8220;Operazione Tunisia&#8221;. Dopo gli attacchi dei giorni scorsi messi a segno contro alcune delle più importanti organizzazioni governative, dopo aver offerto a sua volta una copertura degli eventi in corso, Anonymous ha rilanciato  puntando ancora più forte. È stata pubblicizzata in queste ultime ore una nuova missione (nome in codice &#8220;<a href="http://anonnews.org/?p=press&amp;a=item&amp;i=171">Operation Tunisiamail</a>&#8220;) dal sapore &#8220;Search and Destroy&#8221;. L&#8217;intento è quello di individuare i server che gestiscono il sistema di comunicazione di posta elettronica del governo tunisino e metterli fuori gioco. Attraverso una <a href="http://anonnews.org/chat/">chat</a> vengono coordinate le azioni da intraprendere e probabilmente viene dato ad eventuali <em>whistleblower </em>del regime di Ben Ali un canale di comunicazione su cui far transitare le coordinate contro cui puntare i cannoni LOIC, il software usato dai tempi dell&#8217;operazione PayBack per portare avanti in maniera coordinata gli attacchi DDOS.</p>
<p>Infine gli stessi Anonymous hanno reso disponibile del codice utilizzabile da qualsiasi utente (attraverso Greasemonkey, una versatile estensione di Firefox), utile per bypassare i codici malevoli del governo a cui abbiamo fatto riferimento sopra.</p>
<p>Non si può inoltre rifuggire da una riflessione sull&#8217;attegiamento dei media occidentali di fronte alla rivolta di questi giorni. E sono emblematici e carichi di significati ancora una volta alcuni tweet dell&#8217;account twitter <a href="https://twitter.com/AnonNewsNet">Anon News Network</a>:</p>
<p><em>&#8220;@<a rel="nofollow" href="https://twitter.com/NYTimes">NYTimes</a> Hey guys, did you realize there was a revolution going on in <a title="#Tunisia" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23Tunisia">#Tunisia</a>? And main info channels are FB and Twitter? <a title="#SidiBouzid" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23SidiBouzid">#SidiBouzid</a> &#8220;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>&#8220;For those not <a title="#DDoS" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23DDoS">#DDoS</a>-ing, plz let the @<a rel="nofollow" href="https://twitter.com/NYTimes">NYTimes</a> know that there&#8217;s a revolution in <a title="#Tunisia" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23Tunisia">#Tunisia</a> <a rel="nofollow" href="http://goo.gl/mixjx" target="_blank">http://goo.gl/mixjx</a> <a title="#SidiBouzid" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23SidiBouzid">#SidiBouzid</a> <a title="#Anonymous" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23Anonymous">#Anonymous</a> <a title="#AnonOps" rel="nofollow" href="https://twitter.com/search?q=%23AnonOps">#AnonOps</a> &#8220;</em></p>
<p>Non solo questa rivolta ha dimostrato per l&#8217;ennesima volta l&#8217;insufficienza dei media tradizionali, surclassati dai social network nella copertura dell&#8217;evento (mettendo a nudo come la crisi della carta stampata non sia da imputare rozzamente e tout court alla gratuità dell&#8217;informazione on line ma abbia radici molto più profonde, legate alla modalità di approccio obsolete al giornalismo), ma mostra in modo inequivocabile la profonda ipocrisia di un mainstream sempre pronto a magnificare per puro calcolo la rabbia dei ragazzi dell&#8217;onda verde iraniana o ad indignarsi per la censura di Pechino, salvo poi <a href="http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/01/20111981222719974.html">tacere</a> l&#8217;una e l&#8217;altra nel caso tunisino.</p>
<p>D&#8217;altro canto, il favoreggiamento dei colossi del capitalismo informazionale occidentale verso la dittatura del paese nordafricano si esprime in modalità anche più esplicite: la OpenNet Initiative <a href="http://opennet.net/research/profiles/tunisia">riporta</a> l&#8217;utilizzo da parte delle autorità telematiche tunisine del programma di filtraggio SmartFilter, elaborato dall&#8217;azienda californiana Secure Computing ed in seguito acquisito da McAfee: una piattaforma capace di prevenire l&#8217;accesso ai siti in base a diverse categorizzazioni (tra cui i contenuti GLBT e le risorse legate a privacy ed anonimato) grazie al fatto che, passando tutto il traffico a linea fissa degli undici provider tunisini sui server dell&#8217;ATI, ogni visita ad una pagina scomoda produrrà proprio quell&#8217;errore 404 “File Not Found”, che i netizen tunisini associano ad Ammar.<br />
Operazioni di filtraggio a cui <a href="http://anarcat.koumbit.org/censuretunisie">danno man forte</a> le soluzioni di web caching di un&#8217;altra azienda statunitense, la NetApp &#8211; la cui NetCache ha facilitato la costruzione di un vero e proprio &#8220;proxy trasparente&#8221;, usato dall&#8217;ATI per reindirizzare le richieste http dei netizen tunisini.</p>
<p>Una doppia morale ormai sotto gli occhi di tutti che, pur dando grattacapi <a href="http://213.251.145.96/cable/2009/07/09TUNIS492.html">non indifferenti</a> alle strutture diplomatiche occidentali, non consente loro di chiudere il sipario sull&#8217;epopea della marionetta Ben Ali messa in scena con tanta pena.
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/01/09/sidibouzid-vs-ammar404-censorship-fail/">#SidiBouzid vs Ammar404: censorship #fail !</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Wikileaks &#8211; fragments of global disorder</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 11:00:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Original post in Italian The historical moment in which Wikileaks (WL) acts is decisive: – it&#8217;s the moment of the crisis of the United States&#8217; military, political, cultural and technological hegemony. The fall of the second Wall of the 20th century (&#8216;Wall&#8217; Street) replicates the calls    for glasnost (“openness”) and perestrojka (“change”) because, even if [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/" target="_blank">Original post in Italian</a></p>
<p>The historical moment in which Wikileaks (WL) act<span style="color: #000000">s</span> is decisive: – <span style="font-family: Times New Roman,serif">it&#8217;s the moment of the crisis of the</span> United States&#8217; military, political, cultural and technological hegemony.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x2001.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-446" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x2001.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a> The fall of the second Wall of the 20th ce<span style="color: #000000">ntury (&#8216;Wall&#8217; Street) replicates the calls    for </span><span style="color: #000000"><em>glasnost </em></span><span style="color: #000000">(“openness”) and </span><span style="color: #000000"><em>perestrojka</em></span><span style="color: #000000"> (“change”) because</span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">, even if within its   neoliberalist characterization,</span></span><span style="color: #000000"> democratic ideology has experie</span>nced a degeneration.</p>
<p>Reforming the system is the imperative, United States&#8217; planetary overstretching     reaches its limits from Iraq to Latin America; the executive power is <span style="color: #000000">weak and </span><span style="color: #000000">safeguarded</span><span style="color: #000000"> by</span> those who long for a reactionary, fundamentalist and authentically “American” resolution of the ideological crisis.</p>
<p><span style="color: #000000">In</span><span style="color: #000000"> this scenery, already complex on its own, a specter is starting to roam around,   whispering i</span>n the ears of whoever it meets: “information in revolt will be writing  history.”</p>
<p><span id="more-444"></span></p>
<p><span style="color: #000000">&#8216;Specter&#8217; also </span><span style="color: #000000">seems to us the most appropriate term to describe Assange&#8217;s character, both in regard to his physical appearance and for the elusiveness with which he was able to evade international police forces and secret service agencies for quite some time.</span></p>
<p>Still the WL issue &#8211; of which a lot of chapters still need to be written &#8211; produces extremely concrete aftershocks, capable <span style="color: #000000">of causing deep fractures in the traditional networks of the global news system, in these days crossed by movements of breakdown, decomposition and reconstruction. Fra</span>ctures that represent a point of no return, expanding them<span style="color: #000000">selves</span><span style="color: #0000ff"> </span>360° and not one-way.</p>
<h2><strong>Medium is the message</strong></h2>
<p>Let&#8217;s clear the ground from misunderstandings.  These fragmentations have little or no relation to the contents exposed by communications leaked from the US&#8217; embassies around the world.  Much of the news which WL made <span style="color: #000000">public among millions of people are unessential (and well-known to the insiders) details on the leaning and the path of Washington&#8217;s foreign policy.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif">That Italian energy policy is a bitter pill for the US, and that it also is in this way one should read Rome&#8217;s approach, first towards Russia and then towards Libya</span>, is no news for anyone since the hostilities between the czar Putin and the Ukrainian government leaders began. Nor are the ENI interests in the construction of the South Stream gas pipeline casual.</p>
<p>That the embrace between Europe and its transatlantic cousin has become less warm and more formal in recent years, and that instead the deployment of the European integration processes &#8211; with the fading of their anti-soviet role &#8211; represents a concern for the US a<span style="color: #000000">dministrations since 1989, is a traceable fact in any international relations history manual of acceptable quality. </span></p>
<p><span style="color: #000000">That the attacks against Google of some months ago would stem from the highest spheres of the Chinese government was testified by the target against which they were directed, their frequency, their range and, more in general, the international context in which they were at w</span><span style="color: #000000">ork. Not only because, since some time by now, the cybersphere is becoming a privileged battleground in the dialectics between the great powers, assuming bigger and bigger weight in the state defense budgets, </span><span style="color: #000000">but also because an ever increasing situation of antagonism between the two bigger global competitors is in development &#8211; something which is ma</span>king unthinkable the presence of a player like Big G in Beijing&#8217;s backyard.</p>
<p>WL has to be examined with more ambivalent lenses (which is necess<span style="color: #000000">ary to start understanding th</span>e phenomenon in all its complexity), leaving out deceitfully subjective and specialist perspectives, without for<span style="color: #000000">getting (still retaining the due question marks) that for millions of people today&#8217;s mantle of formality which envelops yesterday&#8217;s commonly known facts represents a notable gap.</span></p>
<p><span style="color: #000000">In the same way the barycenter of </span>transparency (that<span style="color: #0000ff"> </span><span style="color: #000000">Internet has been moving </span><span style="color: #000000">for</span> several years in a completely asymmetrical way in favour of those who runs the global politics and eco<span style="color: #000000">nomy) moved towards the threshold of the </span><span style="color: #000000"><em>sancta sanctorum</em></span><span style="color: #000000"> of US embassies, and this represents a quantum leap (even more in the digital age): an uncovered cauldron which, unhinging one of the distinctive features of diplo</span>matic communication, represents a dangerous anomaly.</p>
<p>But quantum leaps<span style="color: #000000"> like these are ambivalent: the meaning which they could assume is not defined </span><span style="color: #000000"><em>a priori</em></span><span style="color: #000000">; it is a match which is still to be played. The billiard ball has been thrown among the others: even the black eight ball might</span> end in the pocket.</p>
<p lang="en-US">First of all: what is WL?</p>
<p>This term cannot just stand anymore for the homonym<span style="color: #000000"> organization directed by Julian Assange; we should rather refer to a metonymy, a concept that structures other ones, interrelated between themselves on various levels.  The effect on the media system is an hybrid object, an explosive mixture, an offshoot of a skillful dosage of different ingredie</span>nts: old and new media, P2P horizontality and st<span style="color: #000000">iff verticality, </span>opacity and transparence.</p>
<p lang="en-US">It is composed by:</p>
<ol>
<li>A 	<strong>technologically advanced infrastructure</strong> that in these days was able to resist to large-scale attacks, mainly 	(but not only) operated through <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Denial-of-service_attack">DDOS</a></span></span>. 	The communication system matrix was conceived as the promise of an 	high level of anonymity a<span style="color: #000000">nd 	security in transmitting data, in order not to expose to danger the</span></li>
<li><strong>sources</strong>, 	which – we can but speculate – ar<span style="color: #000000">e 	at work on different levels of t</span>he 	sphere of US administration.</li>
<li>A 	<strong>managing board</strong> who carries out duties of capital importance, among which the 	modalities and the release schedules of the leaks and a careful 	creaming off of<span style="font-family: Times New Roman,serif"> contributors</span> (this measure being essential in 	order to avoid hostile infiltrations).</li>
<li><strong>The</strong><strong> financial support provided by several organizations</strong>: 	a<span style="color: #000000">mong whom,</span> the Wau Holland (a charismatic and recently gone figure of the Chaos 	Computer Club) Foundation, a long-standing hacker organization, 	devoted since the 80&#8242;s to a manifesto that<span style="color: #000000"> identified </span>in the<span style="color: #000000"> disclosure of information a s</span><span style="color: #000000">trategy 	to follow). This foundation, taking advantage of the German law 	(which allows to not reveal the donors&#8217; names) settled itself as a 	secure funding system.</span></li>
<li><span style="color: #000000">The 	creation of a very well devised </span><strong><span style="color: #000000">hype, </span></strong><strong><span style="color: #000000">thanks </span></strong><span style="color: #000000">both</span><strong><span style="color: #000000"> to </span></strong><span style="color: #000000">statements</span><strong><span style="color: #000000"> </span></strong><span style="color: #000000">of</span><strong><span style="color: #000000"> </span></strong><span style="color: #000000">highly 	symbolic value</span><strong><span style="color: #000000"> and </span></strong><span style="color: #000000">to</span><strong><span style="color: #000000"> a leaks&#8217; </span></strong><span style="color: #000000">disclosure 	which has been doled out: so far, </span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">the 	result has been that of maintaining </span></span>at 	its highest levels the attention of the long tails 	in the web an<span style="color: #000000">d of 	t</span>he global media.</li>
<li>The 	<strong>relation with some o</strong><strong><span style="color: #000000">f 	the </span></strong><span style="color: #000000"><strong>major</strong></span><strong><span style="color: #000000"> global information media</span></strong><span style="color: #000000">, 	whose role is not “just” to spread the leaks, but literally to 	INFORM THEM (that is, give them a form), thanks to the work of 	analysts able to set them in place historically and politically, and 	to select with accuracy which news to promote and to which ones to 	give bigger relevance. Otherwise, who among the “netizens” would 	have time, skills, knowledge and resources to peer at that huge 	quantity of raw leaked data? It happened with the Iraqi and Afghan 	war diaries. It happens even more with the diplomatic communications 	- as even Sergio Romano stated on the Corriere della Sera &#8211; because 	they ar</span>e the pro<span style="color: #000000">duct 	of a complex code, to be interpreted with the right linguistic and 	political coordinates. </span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">And 	it will be even more true at the time of the disclosure of the 	financial world dat</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Times New Roman,serif">a.</span></span><span style="color: #000000"> It can look like a provocation but, from this point of view, WL is 	not providing information at all: it</span><span style="color: #000000"> organizes some database according to chronological or geographical 	criteria. But not political ones. Moreover, the relation with some 	of the big traditional media assumes another meaning: when on Sunday 	28th of November, shortly before the cables&#8217; pu</span>blication, 	the WL network came under attack, <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">a 	t</a><a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">weet</a></span></span><span style="color: #000000"> </span>confirmed what many did ex<span style="color: #000000">pect: 	«</span><em><span style="color: #000000">El 	Pais, Le Monde, </span></em><span style="color: #000000"><em>Spie</em></span><span style="color: #000000"><em>gel</em></span><em><span style="color: #000000">, 	Guardian &amp; NYT will publish many US embassy cables tonight, even 	if WikiLeaks goes down</span></em><span style="color: #000000">». </span></li>
<li><span style="color: #000000">Lastly 	and by necessity WL is also the </span><strong><span style="color: #000000">thousands </span></strong><span style="color: #000000"><strong>of</strong></span><strong><span style="color: #000000"> websites</span></strong><span style="color: #000000"> which voluntarily decided to mirror it (that is, to publish</span><span style="color: #000000"><strong> </strong></span><span style="color: #000000">a 	backup of the cable archives</span><span style="color: #000000"> and to </span><span style="color: #000000">constantly</span><span style="color: #000000"> update </span><span style="color: #000000">it</span><span style="color: #000000">) 	after the attacks suffered in the previous days. </span></li>
</ol>
<p><span style="color: #000000">Yet, if we try to catch an overview of these early considerations (</span>we could<span style="color: #000000"> add others on the joints of WL in the social networks) we easily realize that </span><span style="color: #000000">WL turns the tables and unsettles the traditional </span><span style="color: #000000">verticality</span><span style="color: #000000"> of many informative national and international </span><span style="color: #000000">media</span><span style="color: #000000"> systems, producing a network </span><span style="color: #000000">which</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">splits them</span><span style="color: #000000"> across. A fluid and efficient network </span><span style="color: #000000">in which</span><span style="color: #000000">, neve</span><span style="color: #000000">rtheless, </span><span style="color: #000000">nodes of different importance </span><span style="color: #000000">do unquestionably exist: for example, the mirroring activity </span><span style="color: #000000">mentioned </span><span style="color: #000000">before is subje</span>ct to the release made by the central node.</p>
<p>In the same way, as reported by the journalist Farhad Manjoo, in WL lives a necessary contradiction: its mission, also symbolized by the slogan shown on its <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://twitter.com/wikileaks/">twitte</a><a href="https://twitter.com/wikileaks/">r profile</a></span></span> account (“<em>We open governments</em>”<span style="color: #000000">), is </span><span style="color: #000000">to</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">achieve</span><span style="color: #000000"> an absolute transparence through an organizational modality which takes into account a necessary level of secrecy. We are not playing the search for the oxymoron; we </span><span style="color: #000000">are</span><span style="color: #000000"> simply restrain</span><span style="color: #000000">ing</span><span style="color: #000000"> ourselves to notice that the anonymity of the sources doesn&#8217;t allow to understand which goals animate them. Goals which &#8211; it has to be said &#8211; could not match  those of Assange &amp; co. And this is not an easily overlookable issue (also because of other critical points, which we will </span><span style="color: #000000">examine</span><span style="color: #000000"> later).</span></p>
<p>Therefore, we are also facing a new form of media network. A new way of developing distributed journalism, but not a P2P one. WL disintermediates the traditional information flow and moves on to immediately recreate new levels of intermediation with several cores.</p>
<h2><strong>The </strong><strong>front lines of the netwar</strong></h2>
<p>There are many aspects still to be looked at. The scorched earth <span style="font-family: Times New Roman,serif">that has been created around WL this week</span> has materially represented a preview of the tensions that since quite some time are building up around the strategical node of the web global governance.</p>
<p><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.cnas.org/node/4695"><span style="font-family: Times New Roman,serif">We know</span></a></span></span> that the planning of US military strategy nowadays identifies among its fundamental grounds the claim of US military superiority in providing a securing of the web for ensuring itself a “free access” to cyberspace, identified as a global common.</p>
<p>Therefore, if the WL issue did show the difficulties of the US government in the management of this global common, at the same time it emphasized how the planning on this issue is in an advanced phase of elaboration and implementation.</p>
<p lang="en-US"><span style="text-decoration: underline">Which parts of the WL network were successfully hit?</span></p>
<ol>
<li>Its 	ability to receive funding 	<span style="color: #000000">was </span><span style="color: #000000">put</span><span style="color: #000000"> in check by </span><span style="color: #000000">the 	freezing of Assange&#8217;s Swiss bank accounts, by halting Mastercard and 	VISA payments and fina</span>lly by 	suspending the Paypal account. This very last company, after 	initially claiming that WL was breaking the website&#8217;s policy had to 	admit that the canceling of the Wikileaks account was <span style="font-family: Times New Roman,serif">due 	to US State Department pressure.</span></li>
<li>The 	suspension of the hosting service by 	Amazon, that took place by the stimulus of an old acquaintance: the 	senator Joseph Lieberman, author of the <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">Internet 	Kill Switch</span></span> bill.</li>
<li>The removal of the DNS 	domain wikileaks.org (now replaced by the domain wikileaks.ch). 	Surely it is not the first time that a DNS domain is <span style="color: #000000">shut 	down</span>, but it is uncommon for this 	to happen completely outside any agreement or law protocol, by means 	of an unilateral US  impulse.</li>
</ol>
<p>This last feature above all very closely recalls the contents of the COICA law proposal, unanimously approved by the US senate Judiciary Committee, on which a few words are to be said. Celebrated by RIAA and MPAA, if approved the Combating Online Infringement and Counterfeits Act will be introducing processes of regulation of the web which could alter its features. Which are its guidelines?</p>
<p>a) The US Department of Just<span style="color: #000000">ice is entrusted</span><span style="color: #000000"> with the</span><span style="color: #000000"> fight against “filesharing”: it will </span><span style="color: #000000">be able to</span><span style="color: #000000"> prosecute any website that soils itself with copyright </span><span style="color: #000000">infringement</span><span style="color: #000000">.</span></p>
<p><span style="color: #000000">b) by requesting various federal courts to issue an </span><span style="color: #000000">injunction</span><span style="color: #000000"> agains</span>t a website, the DOJ would be able to shut down a domain. But what it may be as innovative as worrisome in this legislative proposal is what <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">Torrentfrea</a><a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">k points out</a></span></span>:<br />
«<em>If the courts then decide that a site is indeed promoting copyright infringement, the DOJ can order the domain registrar to take the domain offline. The bill is not limited to domestics offenders, but also allows the DOJ to target foreign domain owners.</em>»</p>
<p lang="en-US">And continues:</p>
<p>«<em>Aside from classic ‘pirate’ websites, the bill also conveniently provides an effective backdoor to take the whistle-blower site Wikileaks offline, or its domain at least. After all, Wikileaks has posted thousands of files that are owned by the United States</em>»</p>
<p>The “censorship” of such sites will be based on blacklists comple<span style="color: #000000">tely </span><span style="color: #000000">written</span><span style="color: #000000"> by the U</span>S government. No need to linger on the arbitrariness which will define them.</p>
<p>The coming into force and an effective implementation of such a legislative bill would have unprecedented consequences: the US government could acquire a totally unconventional role, stepping on to carry out duties exclusively performed by the ICANN (yet thoroughly criticized in the last 15 years for its de facto US-led management) until now. A legislative bill <span style="font-family: Times New Roman,serif">holding the US as self-appointed plumbers</span> of the internet network, opening and closing the taps of information with the aim of directing its flow.</p>
<p>Something right now unacceptable for other state and regional players (it&#8217;s not a coincidence that the latest warning of the British The Economist goes: <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.economist.com/node/17677820">“</a><a href="http://www.economist.com/node/17677820">don&#8217;t create a digital </a><a href="http://www.economist.com/node/17677820">Afghanistan”</a></span></span>). <span style="font-family: Times New Roman,serif">Something that may in turn signify the creation of new and separate systems of dominion in other macro-spaces on the planet, </span>producing a fragmentation of one of the main frames of the global network (which would cease to exist as such). About this issue <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">EF</a><a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">F itself</a></span></span> stressed that</p>
<p>«<em>To recap, COICA gives the government dramatic new copyright enforcement powers, in particular the ability to make entire websites disappear from the Internet if infringement, or even links to infringement, are deemed to be “central” to the purpose of the site</em>».</p>
<p lang="en-US">And adds:</p>
<p>«<em>If the United States government begins to use its control of critical DNS infrastructure to police alleged copyright infringement, it is very likely that a large percentage of the Internet will shift to alternative DNS mechanisms that are located outside the US</em>»</p>
<p>Therefore, far from being rash and neurotic, the US reaction has clear continuity lines in regard to the sedimentation of a stance towards the web with roots sinking in a past time ground.<br />
<strong>Given the consonances between what is accounted for by the COICA and the infowar unleashed in the last few days, it looks pretty legitimate to us to ask whether the WL issue could also represent an accelerator for these processes of break-up and militarization of the web. </strong></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Times New Roman,serif">Which could be the presumed next moves made against WL? </span></p>
<p>A. di Corinto <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">claims</span></span> that «<em>the next step will likely be that of preventing indexation in the search engines of the WL-related web resources</em>» (<span style="font-family: Times New Roman,serif">one has to ask</span>: will Google and Baidu take the same measures?) and, we might add, it has to be understood what move Facebook and Twitter will make who, even if not confirming the hypothesis of excluding WL from their platforms, neither denied it (while instead they did <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">readily cancel</span></span> accounts and web pages belonging to the organizations that had led in these hours the attacks against the enemies of WL instead).</p>
<p lang="en-US">Finally, two other remarks.</p>
<p><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207">An essay by</a></span></span><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207"> Mark Pesce</a></span></span> traces a parallel between WL&#8217;s possible evolution and the filesharing systems. What we imagine to be a good omen actually spots another possible vulnerability of WL, perhaps even deadlier than the DDOS attacks that are hitting it. Assange&#8217;s organization bases its reputational capital on the reliability and the truthfulness of the information it releases. In this way it creates an aura of trust around itself, on which the fluid links which it is able to interweave and its society-building action are based. A dynamic very close to that of the big social networks or of the P2P systems. By which means the distribution of copyrighted contents on the filesharing networks was fought? By putting false or forged material up there. Since WL&#8217;s sources are anonymous and therefore each single document has to be verified in its authenticity, it has to be asked if a flooding of well-made forgeries sent to WL (we refer to this specific category because Assange himself pointed out that there are hundreds of people sending material to WL) could not somewhat flood the publication mechanism or bypass the control mechanism, leading to the publication and distribution of unauthentic documents: <span style="text-decoration: underline">the trust which WL </span><span style="text-decoration: underline">did create around itself right now would be broken.</span></p>
<p lang="en-US">&nbsp;</p>
<p>But the front of the cyberwar features, in turn, plays of light and darkness and has many participants: a cross-party reaction of users and hacker communities (even very different among themselves) brought a counterattack against the financial brokering services Mastercard and Visa, preventing access to them. <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">Ap</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">plica</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">t</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">io</a><a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">ns</a></span></span> and <span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://213.163.66.134/wikileaks/flood.html">web pages</a></span></span> were released, thanks to which anyone was able to participate in the attack against the networks that hampered WL&#8217;s activity.  Moreover, Peter Sunde revived (by no coincidence closely to the wikileaks.org domain blackout) the proposal to create a <span style="color: #0000ff"><span style="color: #000000">distributed DNS system</span></span>, able to resist the meddling of governments and militaries. A proposal that in turn, after the events of these days, could be seriously taken into account by many people, and that would mark the nth break-up of one of the fundamental infrastructures running the web.</p>
<h2><strong>Technological totems and the taboo of the networked conflict</strong></h2>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif">The WL effects don&#8217;t </span><span style="font-family: Times New Roman,serif">end here, but play a devastating role on the ideological ground marking, in our opinion, the end of various web theories, that with this event reach their zenith, yet at the same time touching a ceiling of irreversible contradictions</span>. Another paradox to be added to the list.</p>
<p><strong>First</strong>. Let&#8217;s try to imagine the WL issue from a reversed point of view.<br />
Assange is a Chinese dissident which exposes classified documents to the world, reason for which he is arrested and imprisoned. Along the usual lectures on the internet as a democracy-exporting tool comes the peace Nobel prize nomination within 2 days, plus a silent sense of gratitude for providing tools and information through which the international projection of the Chinese image u<span style="font-family: Times New Roman,serif">ndergoes a reframing and weakening</span> in terms of public opinion.<br />
It is an absolutely symmetrical perspective to the one which is unfolding in these hours.</p>
<p>And we cannot deny to enjoy a subt<span style="color: #000000">le pleasure in noticing how some pseudo-intellectual </span><span style="color: #000000">bloggers</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">who</span><span style="color: #000000"> are filling their mouths </span><span style="color: #000000">by now </span><span style="color: #000000">wit</span>h buzzwords <span style="color: #000000">and slogans</span> after <span style="color: #000000">celebrating for years th</span><span style="color: #000000">e </span><span style="color: #000000">figures </span><span style="color: #000000">of A</span><span style="color: #000000">nna Politkovskaja and Yoani Sanchez, can proudly include Vladimir Putin as well in the ranks of the democratic fighters for “freedom of speech”, while on the other side of the barricade stands Barack Obama, the man for </span><span style="color: #000000">whom</span><span style="color: #000000"> the internet was </span><span style="color: #000000"><em>one of</em></span><span style="color: #000000"> the main driving forces in the run for the White House.</span><span style="color: #000000"> Thanks to this, but not only, he could set up the broadest political marketing operation ever seen,</span><span style="color: #000000"> mobilize the social movements, start a copious fund raising </span><span style="color: #000000">and </span><span style="color: #000000">bring back to the ballot box ample groups</span><span style="color: #000000"> of population in such a </span><span style="color: #000000">difficult context as the US&#8217; one;</span><span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">plus</span><span style="color: #000000">, al</span>so and above all, he did impress in the collective imaginary the brand of the network and of the open government as something symbiotic to a change that did never came true.</p>
<p><strong>Second</strong>. The stance of Amazon and of the other big US transnational corporations in the effort of <span style="color: #000000">clogging</span><span style="color: #000000"> WL</span>&#8216;s network and its branches is a blow from which the prophets of the techno-determinist and neo-positivist optimism will hardly recover. The typically liberal paradigm adopted for years by such people as Negroponte<span style="color: #000000"> </span><span style="color: #000000">gets smashed as a result</span><span style="color: #000000">: suc</span>h points as &lt;&lt;<em>The </em><em><em>combined forces of technology and human nature will</em></em><em> ultimately be more effective means in reaching the goal of </em><em><em>plurality than</em></em><em> any </em><em><em>law Congress</em></em><em> can invent</em>&gt;&gt;, the call to a diffusion of democratic principles through the development of electronic telecommunications and the consumption of hi-tech products, or the overriding of censorship through the “beneficial power” of the global communication channel may  finally sink into oblivion, with the definitive demonstration that digital technology isn&#8217;t at all a &lt;&lt;<em>natural force</em><em> bringing </em><em><em>people</em></em><em> towards </em><em><em>greater</em></em><em> world </em><em><em>ha</em></em><em>rmony</em>&gt;&gt;.</p>
<p><strong>Third</strong>. The neo-enlightenmentist dream of Rosseauian legacy of a democracy of individuals that comes into existence in the folds of an anarchical infrastructure dies miserably at the same time as it is reaching one of its great goals: the transparence of power towards the social. The blanket is too short: if it is pulled from one side, it leaves the other uncovered and the individuals, once again, end up being rotating particles around intermedial frames (those of the news and politics) that determine them.</p>
<p><strong>Fourth</strong>. <span style="font-family: Times New Roman,serif">That a call for a serious reflection on th</span><span style="font-family: Times New Roman,serif">e concept of the common </span><span style="font-family: Times New Roman,serif">good applied to the internet is of greater and greater urgency is out of discussion.</span> In such a background as the one which is taking shape in these days, that concept cannot be given neither as fundamental right, nor as something already present in the material relations that shape the internet. Simply, it can be imagined as a conflictual ground. <span style="font-family: Times New Roman,serif">And acted upon as such.</span></p>
<h2><span style="color: #000000">Working on</span> the fractures</h2>
<p>Lots of people on those days uncorked champagne to celebrate the end of the “old world” without realizing that, inside of the upheavals produced by WL, full-fledged members of that club are acting, and that in turn they will do an absolutely conventional – but nonetheless effective  –  use of the leaks, in terms of national and international public opinion manipulation. Besides the already mentioned Putin, we mustn&#8217;t forget Netanyahu, which thanked WL hat in hands (and also performing a nice bow with a pirouette) for its disclosures on Ir<span style="color: #000000">an: another piece in the construction of the political frame which legitimates Israeli </span><span style="color: #000000">aggressiveness</span><span style="color: #000000"> in </span>Middle East.</p>
<p>What does this mean? <span style="color: #000000">It means that the fractures produced by WL aren&#8217;t one-sided at all, as many commentators would like them to be, but that they must be imagined, organized, readdressed in frames </span><span style="color: #000000">according to a grassroots and partisan point of view and used in the making of subjectivities.</span></p>
<p>Let&#8217;s make a counter-example: which effects on a global scale would had sorted a critical re-appropriation of sense through the contextualization of hypothetical, 2003-published “Iraqi War Logs” at the peak of the “No War” mobilizations by the movements&#8217; media, coming along with an appropriate tactical stance in the streets? Their pressure on the anesthetized journalism of the Bush era, and on the authorities themselves would have been unbearable.</p>
<p lang="en-US">Break and continuity, fractures and fragmentations, old and new players: a white-hot crucible of contradictions that cannot be avoided. Even if the picture of an old order is shattered or it gets chipped, the shards which fall on the ground will not immediately establish a new one. It&#8217;s up to us pick them up before someone else does. This, or the WL metonymy could take yet another meaning. That of a new spectacular global format to be watched beyond the screen of your LCD TV set or netbook. And little changes if you retweet info or do participate in the televoting: Julian Assange is hosting, while Earth&#8217;s powers are at each other&#8217;s throat.</p>
<p lang="en-US">&nbsp;</p>
<p lang="en-US">(Translated by InfoFreeFlow Crew &#8211; thanks to Kemal Kamel and Lilix for their help and support;)</p>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/">Wikileaks &#8211; fragments of global disorder</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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		<title>Wikileaks: frammenti di disordine globale</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 14:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[English Translation Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell&#8217;egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense. La caduta del secondo muro del &#8217;900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (&#8220;openness&#8221;) e perestrojka (&#8220;change&#8221;) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l&#8217;ideologia democratica [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/13/wikileaks-fragments-of-global-disorder/" target="_blank">English Translation</a></p>
<p>Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell&#8217;egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense.</p>
<p><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-368" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://infofreeflow.noblogs.org/files/2010/12/Assange_presenta-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>La caduta del secondo muro del &#8217;900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (&#8220;openness&#8221;) e perestrojka (&#8220;change&#8221;) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l&#8217;ideologia democratica ha subito una degenerazione. L&#8217;imperativo è la riforma del sistema, l&#8217;overstretching planetario degli Stati Uniti segna il passo dall&#8217;Iraq all&#8217;America Latina, l&#8217;esecutivo è debole e sotto tutela da parte di chi ambisce ad una risoluzione reazionaria, integralista ed autenticamente &#8220;statunitense&#8221; della crisi ideologica.</p>
<p>E dentro a questo scenario già complesso di suo comincia ad aggirarsi uno spettro che bisbiglia nelle orecchie di chi lo incontra: «Le informazioni in rivolta scriveranno la storia».</p>
<p>Spettro ci sembra il termine più adatto per descrivere la figura di Assange, sia per i suoi connotati fisici sia per l&#8217;evanescenza con cui è riuscito per diverso tempo a farla franca da polizie e servizi segreti di tutto il mondo.</p>
<p>Eppure la vicenda di WL (Wikileaks), di cui ancora molti capitoli dovranno essere scritti, produce ricadute estremamente concrete, tali da determinare fratture profonde nei reticoli tradizionali del sistema informativo globale, attraversati in questi giorni da movimenti di disaggregazione, scomposizione e riaggregazione. Fratture che rappresentano un punto di non ritorno, espandendosi a <em>trecentosessanta gradi</em> e non a <em>senso unico</em>.<span id="more-369"></span></p>
<h2><strong>Medium is the message</strong></h2>
<p>Spazziamo il campo dagli equivoci. Queste frammentazioni hanno poco o nulla a che fare con i contenuti rivelati dalle comunicazioni trafugate dalle ambasciate statunitensi sparse per il pianeta. Larga parte delle novità di cui l&#8217;ultima release di WL ha reso partecipi milioni di persone sono dettagli non sostanziali (e noti tra gli addetti ai lavori) sull&#8217;inclinazione e la traiettoria della politica estera di Washington.</p>
<p>Che la politica energetica italiana sia un boccone amaro per gli Stati Uniti, e che anche in questo senso vada letto l&#8217;avvicinamento di Roma prima alla Russia e poi alla Libia, non è una novità per nessuno dai tempi della conflittualità innescatasi tra lo zar Putin ed i governanti ucraini. Né sono casuali gli interessi ENI nella costruzione del gasdotto South Stream.</p>
<p>Che l&#8217;abbraccio tra Europa ed i cugini d&#8217;oltre oceano sia diventato più tiepido e formale negli ultimi anni e che anzi, il dispiegamento dei processi di integrazione europea, col venir meno della loro funzione anti-sovietica, rappresenti un cruccio per le amministrazioni americane succedutesi dal 1989, è un dato rintracciabile in qualsiasi manuale di storia delle relazioni internazionali di livello anche solo sufficiente.</p>
<p>Che gli attacchi contro Google di qualche mese avessero la loro origine nelle più alte sfere del governo cinese, ce lo testimoniava l&#8217;obbiettivo contro cui erano stati sferrati, la loro frequenza, la loro portata, la loro riuscita e più in generale il contesto internazionale in cui andavano a collocarsi. Non solo perché, da diverso tempo ormai, la cybersfera sta diventando luogo di scontro privilegiato nella dialettica tra grandi potenze, assumendo un peso sempre maggiore nelle voci dei bilanci della difesa statali, ma anche perché va delineandosi in modo sempre più marcato una situazione di antagonismo tra i due maggiori competitors globali, tale da rendere impensabile la presenza di un attore come Big G nel giardino di casa di Pechino.</p>
<p>WL va però osservata  con lenti più ambivalenti (necessarie per cominciare a comprendere il fenomeno in tutta la sua complessità), tralasciando prospettive spocchiosamente soggettive e specialistiche, senza dimenticare (pur mantenendo i debiti punti interrogativi) che per milioni di persone la veste dell&#8217;ufficialità oggi che avvolge fatti fino a ieri solo notori rappresenta uno scarto notevole.</p>
<p>Così come rappresenta uno scarto (tanto più per l&#8217;era digitale) il fatto che il baricentro della trasparenza (che Internet ha spostato da diversi anni in modo completamente asimmetrico a favore di chi governa la politica e l&#8217;economia globale) si sia spinto sin sulla soglia del<em> sancta sanctorum</em> delle ambasciate statunitensi: un pentolone scoperchiato, che scardinando una delle caratteristiche peculiari della comunicazione diplomatica, rappresenta una pericolosa anomalia.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Ma tali scarti sono appunto ambivalenti: il significato che potranno assumere non è definito aprioristicamente ma è una partita tutta da giocare. La palla da biliardo è stata tirata in mezzo alle altre: anche la otto nera può finire in buca.</span></p>
<p>Prima di tutto: cosa è WL?</p>
<p>Con questo termine ormai non si può più intendere solo l&#8217;omonima organizzazione diretta da Julian Assange ma si deve far riferimento ad una metonimia, un concetto che ne articola altri interdipendenti tra di loro su diversi livelli. In termini mediali la risultante è un oggetto ibrido, una miscela esplosiva, frutto di un sapiente dosaggio tra ingredienti diversi: vecchi e nuovi media, orizzontalità P2P e rigida verticalità, opacità e trasparenza.</p>
<p>Essa si compone di:</p>
<ol>
<li>Una<strong> struttura tecnologicamente avanzata</strong> che in questi giorni ha avuto la capacità di resistere ad attacchi su larga scala, operati principalmente (ma non solo) tramite <a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Denial-of-service_attack">DDOS</a>. La matrice del sistema di comunicazione è immaginata per garantire un alto livello anonimato e di sicurezza nella trasmissione dei dati al fine di non mettere in pericolo le</li>
<li><strong>fonti</strong>, le quali, possiamo solo ipotizzare, sono collocate in diversi livelli della sfera dell&#8217;amministrazione statunitense.</li>
<li>Un <strong>vertice direzionale</strong> che svolge compiti di capitale importanza fra cui le modalità ed i tempi di rilascio dei leaks ed un&#8217;attenta scrematura nella scelta dei collaboratori (misura questa essenziale per evitare infiltrazioni ostili).</li>
<li>Il<strong> sostegno fornito a livello finanziario da diverse organizzazioni</strong>: fra queste la fondazione Wau Holland (figura carismatica e recentemente scomparsa del Chaos Computer Club, un&#8217;organizzazione hacker storica, votata dagli anni &#8217;80 ad un&#8217;impostazione politica che individua nella liberazione dell&#8217;informazione una traiettoria strategica da seguire) la quale sfruttando la legislazione tedesca (che permette di non rivelare il nome di coloro che fanno donazioni) si costituisce come canale di finanziamento sicuro.</li>
<li>La creazione di un <strong>hype</strong> molto ben elaborato sia grazie a dichiarazioni dalla forte valenza simbolica sia grazie ad una disclosure dei leaks fatta col contagocce: il risultato fino a questo momento è stato quello di aver tenuta altissima l&#8217;attenzione delle code lunghe in rete e dei media globali.</li>
<li>Il <strong>rapporto con alcuni dei maggiori organi di informazione globale</strong>, che non svolgono &#8220;solo&#8221; una funzione di diffusione dei leaks, ma letteralmente li INFORMANO (cioè danno una forma) grazie all&#8217;opera di analisti in grado collocarli storicamente e politicamente e di scegliere con accuratezza quali notizie far emergere e a quali dare maggior rilievo. Altrimenti, chi fra il &#8220;popolo della rete&#8221; avrebbe il tempo, le capacità, le conoscenze e le risorse per scrutare nell&#8217;enorme massa di dati grezzi trafugati? È stato così per i diari di guerra iracheni ed afghani. Lo è a maggior ragione per le comunicazioni di tipo diplomatico che, come ha affermato anche Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono il prodotto di un codice complesso, da interpretare con le giuste coordinate linguistiche e politiche. E lo sarà ancora di più al momento della disclosure dei dati sul mondo della finanza. <span style="text-decoration: underline">Può sembrare una provocazione ma, da questo punto di vista, WL non fa neppure informazione</span>: organizza dei database secondo criteri cronologici o geografici. Ma non politici. Inoltre  il rapporto con alcuni dei grandi media tradizionali riveste un altro significato: quando domenica 28 novembre, poco prima della pubblicazione dei cable, il network di WL è stato posto sotto attacco, <a href="https://twitter.com/wikileaks/status/8924979961798657">un tweet</a> ha confermato ciò che molti si aspettavano : «<em>El Pais, Le Monde, Speigel, Guardian &amp; NYT will publish many US embassy cables tonight, even if WikiLeaks goes down</em>».</li>
<li>Infine WL è per necessità anche le <strong>migliaia di siti</strong> che volontariamente hanno deciso di mirrorarla (ovvero di rendere pubblica ed in continuo aggiornamento una copia degli archivi di cable) dopo gli attacchi subiti nei giorni scorsi.</li>
</ol>
<p>Se già proviamo a gettare uno sguardo d&#8217;insieme su queste prime considerazioni (potremmo aggiungerne altre sulle articolazioni di WL nei social network) ci rendiamo facilmente conto che <span style="text-decoration: underline">WL sparigli le carte e scompagini la verticalità tradizionale di molti sistemi informativi mediatici nazionali ed internazionali, producendo un network che li taglia trasversalmente</span>. Una rete fluida ed efficiente all&#8217;interno della quale esistono però indiscutibilmente nodi dal maggior peso specifico:per esempio l&#8217;attività dei mirror a cui prima facevamo riferimento è subordinata alle release che vengono fatte dal nodo centrale.</p>
<p>Allo stesso modo, come segnalato dal giornalista Farhad Manjoo, vive in WL una contraddizione necessaria: la sua mission, simboleggiata anche dallo slogan che campeggia sull&#8217;account del <a href="https://twitter.com/wikileaks/">profilo twitter</a> (“<em>We open governements</em>”), è quello di ottenere un&#8217;assoluta trasparenza attraverso una modalità organizzativa che prevede un livello indispensabile di segretezza. Non stiamo giocando a cercare l&#8217;ossimoro, ma semplicemente ci limitiamo a constatare che l&#8217;anonimato delle fonti non permette di comprendere quali siano le finalità che le animano. Finalità che non è detto si sovrappongano con quelle di Assange &amp; co. E questo non è un problema facilmente ignorabile (anche per altre criticità che vedremo più avanti).<br />
<span style="text-decoration: underline"><br />
Dunque siamo di fronte anche ad una nuova forma di network mediatico. Un nuovo modo di fare giornalismo distribuito, ma non P2P. WL disintermedia il flusso di informazioni tradizionale per andare a ricreare immediatamente nuovi livelli di intermediazione con diversi centri</span>.</p>
<h2><strong>I fronti caldi della guerra in rete</strong></h2>
<p>Ci sono altri aspetti ancora da considerare. La terra bruciata che è stata fatta attorno a WL in questa settimana ha materialmente rappresentato un&#8217;anteprima delle tensioni che da diverso tempo si stanno accumulando attorno al nodo strategico della governance globale della rete.</p>
<p><a href="http://www.cnas.org/node/4695">Sappiamo</a> che la programmazione della strategia militare statunitense individua oggi tra i suoi diversi terreni fondamentali la rivendicazione della superiorità militare USA nel provvedere alla messa in sicurezza della rete per garantirsi un &#8220;libero accesso&#8221;  al cyberspazio, individuato come global common.</p>
<p>Ebbene, se la vicenda di WL ha segnato i limiti dell&#8217;amministrazione statunitense nella gestione di questo global common allo stesso tempo ha messo in rilievo come la progettualità messa in cantiere su questo versante sia in fase avanzata di elaborazione ed attuazione.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Quali segmenti del network WL sono stati colpiti con successo?</span></p>
<ol>
<li>La sua capacità di ricevere finanziamenti è stata messa sotto scacco dal congelamento dei conti svizzeri di Assange, dalla sospensione dei pagamenti Mastercard e Visa ed infine dalla sospensione dell&#8217;account Paypal. Proprio quest&#8217;ultima azienda dopo aver inizialmente sostenuto che WL stava violando la policy del sito è stata costretta ad ammettere che la rimozione dell&#8217;account di WL è derivata dalle pressioni del dipartimento di Stato USA.</li>
<li>La cessazione del servizio di hosting da parte di Amazon, avvenuta su impulso di una vecchia conoscenza: il senatore Jospeh Lieberman autore della proposta di legge <a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/06/30/switch-off-the-internet-wtf/">Internet Kill Switch</a>.</li>
<li>La rimozione del dominio DNS wikileaks.org (attualmente sostituito dal dominio wikileaks.ch). Certo non è la prima volta che un dominio DNS viene oscurato ma è singolare il fatto che questo sia avvenuto completamente al di fuori di qualsiasi accordo o protocollo giuridico, su un unilaterale impulso statunitense.</li>
</ol>
<p>Quest&#8217;ultimo aspetto in particolare ricorda molto da vicino il contenuto della proposta di legge COICA, approvata all&#8217;unanimità dalla commissione giudiziaria del Senato USA, su cui vale la pena di spendere due parole. Celebrato da RIAA ed MPAA, se approvato il Combating Online Infringement and Counterfeits Act introdurrà meccanismi di regolazione della rete che potrebbero mutarne i connotati. Quali sono le sue linee guida?</p>
<div>a) Al dipartimento della giustizia statunitense viene affidata la lotta contro il &#8220;filesharing&#8221;: esso avrà la possibilità di perseguire qualsiasi sito web che si macchi della violazione del copyright.&nbsp;</p>
<p>b)attraverso la richiesta a diverse corti federali di emettere un&#8217;ingiunzione nei confronti di un sito web, il DOJ avrebbe la possibilità di oscurare un dominio. Ciò che però risulta essere tanto innovativo quanto preoccupante in questo disegno di legge è quanto <a href="http://torrentfreak.com/senate-passes-bill-to-quash-pirate-websites-101118/">segnalato da Torrentfreak</a>:<br />
«<em>If the courts then decide that a site is indeed promoting copyright infringement, the DOJ can order the domain registrar to take the domain offline. The bill is not limited to domestics offenders, but also allows the DOJ to target foreign domain owners.</em>»</p>
<p>E prosegue:<br />
«<em>Aside from classic ‘pirate’ websites, the bill also conveniently provides an effective backdoor to take the whistleblower site Wikileaks offline, or its domain at least. After all, Wikileaks has posted thousands of files that are owned by the United States</em>»</p>
</div>
<p>La &#8220;censura&#8221; di tali siti si baserà su blacklist completamente stilate dal governo USA. Inutile soffermarsi sull&#8217;arbitrarietà che le caratterizzerà.</p>
<p>L&#8217;entrata in vigore ed un&#8217;effettiva attuazione di tale disegno legislativo avrebbero conseguenze senza precedenti: il governo statunitense potrebbe assumere un ruolo del tutto inedito, andando a svolgere una funzione che fino a questo momento era stata esercitata esclusivamente dall&#8217;ICANN (già abbondantemente criticato durante gli ultimi 15 anni per la sua gestione di fatto in mano agli USA).<span style="text-decoration: underline"> Una proposta di legge con cui gli Usa si autocandidano al ruolo di idraulici della rete internet nell&#8217;aprire e chiudere i rubinetti dell&#8217;informazione con l&#8217;obbiettivo di orientarne il flusso</span>. Qualcosa di inaccettabile in questo momento per altri attori statuali e regionali (non a caso il monito dell&#8217;ultim&#8217;ora del britannico The Economist è: <a href="http://www.economist.com/node/17677820">&#8220;non creare un Afghanistan digitale&#8221;</a>). Qualcosa che potrebbe voler significare a sua volta la creazione per altre macro-aree del pianeta di nuovi e separati sistemi di dominio, producendo una frammentazione di una delle infrastrutture principali della rete globale (che smetterebbe di essere tale). <a href="https://www.eff.org/deeplinks/2010/11/case-against-coica">La stessa EFF</a> in merito alla questione ha sottolineato che</p>
<p>«<em>To recap, COICA gives the government dramatic new copyright enforcement powers, in particular the ability to make entire websites disappear from the Internet if infringement, or even links to infringement, are deemed to be “central” to the purpose of the site</em>».</p>
<p>E aggiunge:</p>
<p>«<em>If the United States government begins to use its control of critical DNS infrastructure to police alleged copyright infringement, it is very likely that a large percentage of the Internet will shift to alternative DNS mechanisms that are located outside the US</em>»</p>
<p>La reazione statunitense è stata tutt&#8217;altro che inconsulta e nevrotica dunque, ma trova chiare linee di continuità rispetto a quella che è stata la sedimentazione di un atteggiamento verso la rete con radici che affondano in un terreno temporale non recente.<br />
<span style="text-decoration: underline">Date le consonanze tra quanto prevede il COICA e l&#8217;infoguerra scatenatasi negli ultimi giorni, ci sembra più che lecito domandarsi se la vicenda di WL non possa rappresentare anche un <strong>acceleratore</strong> per questi processi di frazionamento e militarizzazione della rete.</span></p>
<p>Quali potrebbero essere le prossime mosse ipotizzabili contro WL?</p>
<p>A. di Corinto <a href="http://lists.autistici.org/message/20101206.233103.7f47c829.en.html">afferma</a> che «<em>il prossimo passo sarà probabilmente quello di impedire l&#8217;indicizzazione nei motori di ricerca delle risorse web facenti capo a WL</em>» (viene da chiedersi: ma Google e Baidu prenderanno le stesse misure?) e, aggiungiamo noi, c&#8217;è da capire come si muoveranno Facebook e Twitter, che pur non confermando l&#8217;ipotesi di escludere WL dalle loro piattaforme non l&#8217;hanno nemmeno smentita (mentre invece hanno <a href="http://www.primaonline.it/2010/12/09/87057/wikileaks-facebook-e-twitter-contro-gli-hacker-anonymous/">prontamente cancellato</a> account e pagine delle organizzazioni che hanno condotto in queste ore gli attacchi contro gli avversari di WL).</p>
<p>Infine altre due considerazioni.</p>
<p>Il blog “Scambio Etico” ha pubblicato la traduzione di <a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=7207">un testo di Mark Pesce</a> dove si traccia un parallelo tra la possibile evoluzione di WL ed i sistemi di filesharing. Ciò che immaginiamo voglia essere un auspicio benaugurante individua però un&#8217;altra possibile vulnerabilità di WL, forse ancora più mortale degli attacchi Ddos che la stanno colpendo.<br />
L&#8217;organizzazione di Assange fonda il suo capitale reputazionale sull&#8217; attendibilità e la veridicità delle informazioni che rilascia. In questo modo crea attorno a se un&#8217;aura di fiducia su cui si basano i legami fluidi che riesce ad intessere ed il suo fare società. Una dinamica molto simile a quella di grandi social network o dei sistemi P2P.<br />
In che modo è stata combattuta la diffusione di contenuti coperti da proprietà intellettuale sulle reti di filesharing? Immettendovi materiale falso o contraffatto. Poiché le fonti di WL sono anonime e pertanto ogni singolo documento deve essere verificato nella sua autenticità, viene allora da chiedersi se un flooding di falsi ben costruiti inviati a WL (facciamo riferimento a questa categoria specifica perché lo stesso Assange ha affermato che sono centinaia le persone che inviano materiale a WL) non possa in qualche modo o ingolfare il meccanismo di pubblicazione o bypassare il meccanismo di verifica, portando ad una pubblicazione e ad una diffusione di documenti non autentici: <span style="text-decoration: underline">la fiducia che WL ha creato in questo momento attorno a se verrebbe spezzata</span>.</p>
<p>Ma il fronte della cyberwar presenta a sua volta giochi di luce e chiari/scuri e vede la partecipazione di numerosi attori: una reazione trasversale di utenti e comunità hacker (anche molto diverse tra di loro) ha portato un contrattacco ai servizi di intermediazione finanziaria Mastercard e Visa impedendone l&#8217;accesso. Sono state diffuse <a href="http://sourceforge.net/projects/loic/">applicazioni</a> e <a href="http://213.163.66.134/wikileaks/flood.html">pagine web</a> grazie alle quali chiunque è in grado di partecipare all&#8217;attacco contro i network che hanno ostacolato l&#8217;attività di WL. Inoltre Peter Sunde ha rilanciato (non a caso a ridosso dell&#8217;oscuramento del dominio wikileaks.org) la proposta di dare vita ad un <a href="http://www.ossblog.it/post/7132/peter-sunde-un-sistema-dns-p2p">sistema DNS distribuito</a>, in grado di resistere alle ingerenze di governi e militari. Una proposta che a sua volta, dopo i fatti di questi giorni, potrebbe essere presa seriamente in considerazione da molti e che segnerebbe un ennesimo frazionamento di una delle strutture fondamentali che governano la rete.</p>
<h2><strong>Totem tecnologici e tabù del conflitto in rete</strong></h2>
<p>Gli effetti WL non si esauriscono qui ma giocano un ruolo devastante sul piano ideologico, segnando, a nostro modo di vedere, la fine di diverse teorie della rete, che, con questa vicenda hanno raggiunto il loro zenith toccando però allo stesso tempo un tetto di contraddizioni irreversibili. Un altro dei paradossi da aggiungere alla lista.</p>
<p><strong>Primo</strong>. Proviamo ad immaginare la vicenda di WL da una prospettiva ribaltata.<br />
Assange è un dissidente cinese che rivela al mondo documenti interni e che per questo motivo viene arrestato ed incarcerato. Alle consuete prolusioni su internet come strumento esportatore di democrazia si affianca la nomina a nobel per la pace in un tempo massimo di 2 giorni, a cui si aggiunge <span style="text-decoration: underline">un tacito senso di gratitudine per aver fornito strumenti ed informazioni attraverso cui rimodellare ed indebolire in termini di opinione pubblica la proiezione internazionale dell&#8217;immagine cinese</span>.<br />
È una prospettiva assolutamente simmetrica a ciò che accade in queste ore. E non possiamo negare di provare un sottile piacere nel constatare come i professorini da blog che si riempiono la bocca di paroloni come “disintermediazione della macchina del fango”, dopo aver incensato per anni le figure di Anna Politkovskaja e Yoani Sanchez, possono fieramente annoverare tra le fila dei combattenti democratici per la “libertà di espressione”  anche Vladimir Putin, mentre dall&#8217;altra parte della barricata sta Barack Obama, l&#8217;uomo per cui la rete era stata <em>uno dei</em> propulsori fondamentali nella corsa alla Casa Bianca. Non solo grazie a questa aveva messo in piedi la più vasta operazione di marketing politico mai vista fino a quel momento, non solo era stato in grado di mobilitare i movimenti sociali, dar vita ad una copiosa raccolta di fondi ed far tornare al voto ampi strati di popolazione in un contesto difficile come quello statunitense, ma anche e soprattutto aveva impresso nell&#8217;immaginario collettivo il marchio della rete e dell&#8217;open governement come qualcosa di simbiotico ad un change mai avveratosi.</p>
<p><strong>Secondo</strong>. Il comportamento tenuto da Amazon e dalle altri grandi multinazionali statunitensi nel tentativo di depotenziare il network di WL e le sue ramificazioni è un colpo da cui difficilmente potranno riprendersi i profeti dell&#8217;ottimismo tecno-determinista e neo-positivista. Il paradigma squisitamente liberale a cui per anni hanno fatto riferimento personaggi come Negroponte ne esce con le ossa rotte: affermazioni come «<em>Le forze combinate della tecnologia e della natura umana saranno alla fine più efficaci ai fini della pluralità dell&#8217;informazione che non tutte le leggi del Congresso</em>» , il richiamo ad una diffusione dei principi democratici attraverso lo sviluppo delle telecomunicazioni elettroniche e il consumo di prodotti hi-tech o la messa in scacco della censura grazie al “potere benefico” del canale di comunicazione globale possono finalmente essere riposte nel dimenticatoio, dimostratosi in modo definitivo che la tecnologia digitale non è affatto «<em>una forza naturale che porta la gente verso una maggior armonia a livello globale</em>».</p>
<p><strong>Terzo</strong>. Il sogno neo-illuminista di matrice roussoviana di una democrazia di individui attivatasi tra le pieghe di un&#8217;infrastruttura anarchica muore miseramente proprio mentre afferra uno dei suoi grandi obbiettivi: la trasparenza del potere rispetto al sociale. La coperta è troppo corta: se si tira da una parte ci si scopre dall&#8217;altra ed una volta di più gli individui risultano essere delle particelle roteanti attorno alle strutture di intermediazione (dell&#8217;informazione e della politica) che li determinano.</p>
<p><strong>Quarto</strong>. È ormai fuori di discussione che con sempre maggior urgenza si imponga una riflessione seria sul concetto di bene comune applicato alla rete. In un contesto come quello che sta prendendo forma in questi giorni esso non può darsi né come diritto fondamentale né come qualcosa di già presente nei rapporti materiali che plasmano internet. Semplicemente lo si può immaginare come terreno di conflitto. E come tale agirlo.</p>
<h2>Agire le fratture</h2>
<p>Molti in questi giorni hanno stappato champagne per celebrare la fine del “vecchio mondo” senza comprendere che all&#8217;interno degli sconvolgimenti prodotti da WL si stanno muovendo attori che di questo club fanno parte a pieno titolo e che faranno a loro volta un uso assolutamente tradizionale (ma non per questo meno efficace) dei leaks in termini di manipolazione dell&#8217;opinione pubblica nazionale ed internazionale. Oltre al già citato Putin non possiamo dimenticare <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/2556/Netanyahu%253A+Anche+Wikileaks+ci+da+ragione%252C+l%2527Iran+%25E8+una+minaccia+per+la+pace">Netanyahu</a> che ha ringraziato WL levandosi il cappello (e facendo pure un bell&#8217;inchino con piroetta) per le rivelazioni sull&#8217;Iran: un altro tassello nella costruzione del frame politico che legittima l&#8217;aggressività israeliana in Medio Oriente.</p>
<p>Questo che cosa significa?<span style="text-decoration: underline"> Significa che le fratture prodotte da WL non vanno affatto a senso unico come vorrebbero molti commentatori, ma devono essere immaginate, organizzate, reindirizzate in frame di senso partigiano e costituite in soggetto.</span></p>
<p>Facciamo un controesempio: che effetti avrebbe potuto avere su scala globale una riappropriazione di senso critica di ipotetici &#8220;Iraqi War Logs&#8221; pubblicati nel 2003 all&#8217;apice delle mobilitazioni &#8220;No War&#8221; da parte delle strutture mediali di movimento, accompagnata da un appropriato protagonismo di piazza? La pressione sul giornalismo narcotizzato dell&#8217;era Bush e sulle stesse autorità sarebbe stata insostenibile.</p>
<p>Cesura e continuità, fratture e frammentazioni, vecchi e nuovi attori: un crogiolo incandescente di contraddizioni al di fuori del quale non si può stare. Se anche il quadro di un vecchio ordine va in pezzi o viene scheggiato, i frammenti che cadranno a terra non ne costituiranno immediatamente uno nuovo. Sta a noi raccoglierli prima che lo faccia qualcun&#8217; altro. O così oppure la metonimia di WL potrebbe assumere un altro significato ancora. Quello di un nuovo spettacolare format globale da guardare dietro lo schermo della vostra televisione al plasma o del vostro netbook. E cambia poco se retwittate info o partecipate al televoto: conduce Julian Assange mentre i potenti della terra si scannano tra di loro.</p>
<p><em>Dal prossimo gennaio all&#8217;attività del blog si affiancherà quella di &#8220;Clipboard &#8211; Tracce di Potere a Rete&#8221;: una rubrica quindicinale interna al portale di controinformazione Infoaut.org, su cui InfoFreeFlow ripubblicherà i propri commenti ed analisi.</em>
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<p><small><a href="http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/12/10/wikileaks-frammenti-di-disordine-globale/">Wikileaks: frammenti di disordine globale</a> &copy;, <a rel="license" href=""></a>.</small></p>]]></content:encoded>
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