The Battleground


John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.

140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.

A partire dall’esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all’interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.

Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.

Oltre a causare uno sconquasso geopolitico che sta rapidamente mutando il volto delle relazioni internazionali, l’esplosione delle rivolte sociali sulle coste del Mediterraneo ha visto un ruolo significativo della rete all’interno dei processi rivoluzionari dispiegatisi nell’area. Nelle fasi insurrezionali e post-insurrezionali magrebine, Internet è emersa sia come dispositivo con cui lanciare l’attacco al potere costituito sia come strumento importante nella possibilità di costruzione di una società altra.

Ma per quanto ci riguarda è chiaro che questi fenomeni non possono e non devono essere guardati attraverso la rudimentale, puerile e spesso strumentale apologia che individua nei social media il carburante quando non addirittura (!!) la causa scatenante delle rivolte. Ci interessa invece, una volta di più, coglierne l’affascinante ambivalenza situata all’incrocio tra potenza e limiti della rete, dove in pochi click gli switch sociali instradano il flusso delle informazioni da un network all’altro.

Tecnofan vs tecnorealisti

L’articolo in cui Bernard -Henri Lévy sul Corriere sostiene che il motore della rivoluzione tunisina «non è stato evidentemente il proletariato» ma «gli internauti» equivale ad uno uno sputo impregnato di sugo d’aragosta in faccia al popolo tunisino. Forse impegnato a stendere l’ultimo numero della sua prestigiosa rivista, l’intellettuale francese ha scordato le centinaia di giovani che a vent’anni hanno deciso di ribellarsi contro un regime mafioso-clientelare scivolato sul crinale scosceso della crisi globale, versando il loro sangue sui selciati di Tunisi, Sfax, Kasserine e Sidi Bouzid. Solo per curiosità: da quando gli internauti sono diventati una classe sociale?

Che piaccia o meno agli opinionisti di mezzo mondo impegnati a sgomitare per ritagliarsi il loro pezzettino di notorietà sulle colonne di quotidiani, quella in corso in Nord Africa non è stata né la rivoluzione del pane né dei gelsomini. E tanto meno è stata la rivoluzione di Twitter, di Wikileaks o di Anonymous. «Cento di noi» diceva il movimento tunisino nei suoi forum on-line e nelle sue assemblee «non sono morti per una zolletta di zucchero o per Youtube».

Il propulsore reale delle rivolte degli ultimi due mesi non è la rete in se e per se, ma le masse scese in piazza per cui l’uso della tecnologia (pur con le debite differenze che si sono date tra Tunisia, Egitto e Libia) può essere tutt’al più un coefficiente importante, ma certo insufficiente per dare sostanza al protagonismo ed alle istanze politiche radicali avanzate.

E a dire la verità lascia un po’ interdetti questa meraviglia per l’improvvisa scoperta della rete come luogo di conflittualità: in parte perché questo avveniva da tempo (seppur in forme più acerbe), ma più in generale perché, come sostenuto già una decina d’anni fa da M.Castells, se nella società industriale la storia del movimento operaio non può essere separato dalla fabbrica come ambito organizzativo, quella dei movimenti odierni non può non vedere nella rete un luogo analogo.

Questo però non deve significare l’esaltazione acritica di uno strumento che ha fra le sue principali caratteristiche, come sostenuto dal giornalista Malcom Gladwell, quello di creare legami deboli. Legami sui quali è ben difficile pensare possano innestarsi le basi organizzative di movimenti insurrezionali scagliatisi contro feroci regimi dittatoriali di durata pluridecennale.

Inoltre Internet, a dispetto delle affabulazioni propinateci nella sua fase aurorale, non ha mai livellato né uniformato le culture o i processi sociali. Attribuire ad un singolo fattore un cambiamento rivoluzionario di massa che si da l’obbiettivo di ridisegnare l’orizzonte futuro e presente, significa semplicemente ripescare una visione positivista della politica.Una visione con cui poter ignorare comodamente, non solo il quadro ed il momento storico in cui tali cambiamenti emergono, ma più in generale, il fatto che tra sfera digitale e non digitale esistano tanto rapporti di interdipendenza quanto di assoluta specificità (definiti da Saskia Sassen come embricazioni). Senza avere la pretesa di delineare un insieme esaustivo dei coefficienti in gioco per comprendere la possibilità di utilizzo della rete all’interno di uno scenario di conflitto, possiamo comunque indicarne alcuni: qual’è il livello di alfabetizzazione informatica di una popolazione? Qual’è il livello di diffusione di internet in un paese? Che tipo di utilizzo viene fatto dei social network? Qual’è livello di sviluppo delle infrastrutture? Che cosa ci dicono i numeri relativamente sulla diffusione di cellulari e smartphone? Quali sono le caratteristiche demografiche di chi utilizza la rete? I servizi internet sono accessibili da un punto di vista economico? Qual’è il rapporto del regime politico con la sfera mediale? I network broadcast a chi appartengono? Che atteggiamento ha la classe politica dirigente verso i giornalisti locali e stranieri? Esistono realtà consolidate di mediattivismo e di sperimentazione delle nuove tecnologie?

È necessario dunque considerare la combinazione di un certo numero di variabili, di fattori oggettivi e soggettivi, di interfacce sociali, di reddito e di genere frapposte tra i dispositivi e chi ne fa uso per comprendere le reali possibilità dispiegate delle tecnologia digitali.

Non stiamo ovviamente negando l’importanza della rete nelle rivolte che infiammano il Mediterraneo: vogliamo semplicemente sottolineare come il ruolo di Internet vada compreso in modo molto più approfondito di quanto sia stato fatto fino ad ora. Non è un compito che possiamo pensare di esaurire noi in poche righe. Qualsiasi ipotesi andrà necessariamente messa a verifica negli anni che verranno e sugli altri campi di battaglia su cui tutti e tutte noi combatteremo. Ma tracciare alcune delle tendenze che emergono dall’osservazione empirica, questo si, è possibile.

Simboli, immaginario e contro-comunicazione

Come qualche tempo fa ha scritto Bada Nasciufo in un bell’editoriale su Infoaut, la rete ha innanzi tutto veicolato simboli ed emozioni di cui una nuova soggettività internazionale, da Londra fino a Tunisi, si sta nutrendo. La circolarità di sentimenti e di saperi interconnessi nella sfera pubblica del Web è stata dirompente come non mai ed ha lasciato segni indelebili nell’immaginario collettivo globale.

Una riprova tangibile ne sono le reti internazionali attivatesi quando la censura del regime tunisino nei confronti del web si faceva più dura, o ancora durante il black out dell’internet egiziana. Quelli sorti non sono stati movimenti d’opinione ma reti di solidarietà attiva che, sfruttando l’hype scatenatosi attorno ad hashtag come #sidibouzid#jan25, hanno scagliato attacchi contro le agenzie governative dei regimi arabi responsabili della censura.

Grande è stata la creatività nel rispolverare dall’armadio tecnologie analogiche come modem a 56k, server dial-up per le chiamate internazionali o ponti radio ed ancora più grande è stata la capacità di decentralizzare l’implementazione di servizi utili al popolo egiziano per dargli voce (anche se, è importante sottolineare, che quelle messe in campo sono state soluzioni tattiche dettate dall’emergenzialità del momento, oltre la quale l’utilizzo di queste tecnologie avrebbe avuto scarsa rilevanza).

Gli attori emersi hanno mostrato di avere la capacità di giocare con i media tradizionali, senza porsi in modo preconcetto nei loro confronti. Un esempio finora vincente di cui abbiamo già parlato è stato Anonymous. La sua forza reale è stata quella di saper leggere la struttura dei media ed agirla. Forza senza la quale i cortei virtuali prodotti tramite l’utilizzo del software LOIC sono un semplice esercizio tecnico, poco efficace perché incapace di mettere a nudo e colpire i punti deboli dell’avversario.

Nulla a che fare con la sapiente operazione di marketing lanciata dall’accoppiata delle meraviglie Google-Twitter che con Speak2Tweet ha provato a ritagliarsi un ruolo nella storia. Bando all’euforia degli entusiasti di Mountain View, a che serve un servizio di questo genere? È lento (bisogna ascoltarsi i messaggi), non prevede alcun tipo di indicizzazione dei contenuti, non presenta alcuna garanzia di affidabilità (chi ha lasciato il messaggio e perché?). Sarà senz’altro un patrimonio importante per gli storici un giorno ma l’utilità effettiva che può aver avuto per ora ci sfugge.

È abbastanza ovvio invece rimarcare come i social network abbiano contribuito a dare una copertura internazionale ampia e variegata degli eventi, ma questo è avvenuto con modalità ed intensità diverse a seconda dei contesti. È valso in particolar modo per la Tunisia, un paese che a differenza dell’Egitto o della Libia riveste un’importanza geopolitica di secondo piano: le sue rivolte sono state infatti deliberatamente ignorate dal circuito internazionale mediatico fino a pochi giorni prima della caduta di Ben Ali. In Egitto tutto questo si è dato in modo diverso in particolar modo dopo la mossa poco lungimirante di Mubarak di chiudere la rete egiziana: da quel momento in avanti a farla da padrone è stata Al Jazeera che non a caso ha cominciato a subire attacchi fisici ed informativi (con il jamming delle sue frequenze satellitari). Diverso ancora il caso della Libia dove sono emersi pochi profili Twitter in grado di diramare informazioni certe e dove la copertura mediatica resa possibile dal satellite è stata neutralizzata dall’oscuramento delle frequenze di Al Jazeera e delle reti telefoniche satellitari (una mossa rivolta chiaramente contro i giornalisti stranieri sul territorio, dato che il satellite rimane un mezzo di comunicazione ancora costoso e poco accessibile).

La capacità di diffusione dell’informazione in tempo reale, oltre a svolgere una funzione documentale per l’opinione pubblica internazionale, ha permesso di produrre anche una narrazione degli eventi contrapposta a quella televisiva dei regimi. Quest’ultima è stata caratterizzata per aver giocato su uno dei piani più tradizionali della politica fatta comunicazione: con l’obbiettivo di dividere la piazza sia Ben Ali che Mubarak hanno tentato la carta del bastone (ovvero la minaccia verso chi protestava indicando al loro interno la presenza di non meglio prezzolati agenti stranieri) e della carota (elezioni entro sei mesi, dipartita dal potere entro pochi mesi, nuovi posti di lavoro, avvio di riforme). Il web e la piazza semplicemente non li hanno ascoltati e hanno contribuito a neutralizzare il discorso della rappresentazione televisiva contrapponendone una propria.

Oltre a questo va segnalato che la rete è stata anche uno strumento direttamente al servizio delle lotte sui territori. In che misura questo sia avvenuto e quale rilevanza abbia davvero avuto lo potremo capire solo nei prossimi anni. Ma in Tunisia (un paese dove esistono fattori oggettivi come un forte sviluppo delle infrastrutture ed una profonda penetrazione di Internet all’interno di una popolazione giovane ed istruita) nella fase immediatamente post-insurrezionale Google Maps è stato utilizzato in modo collaborativo per mettere in atto pratiche di autodifesa dei quartieri. Sono state infatti create mappe su cui segnalare istantaneamente la presenza degli squadroni della morte dell’RCD ed altre minacce. Inoltre le reti cellulari mobili permettevano di conoscere in real-time gli spostamenti della polizia, gli andamenti dei cortei ed i resoconti degli scontri che simultaneamente infiammavano varie località del paese.

Un altro modo di dire Facebook

Abbiamo già spiegato quali sono i motivi che ci spingono a dissentire profondamente con la visione positivista ed acritica che identifica il mezzo con il movimento stesso o con la causa scatenante delle rivolte. Specularmente però, quanto accaduto negli ultimi mesi ci induce a dubitare in misura sempre maggiore della prospettiva teorica che continua ad individuare i social network commerciali esclusivamente come dispositivi omologanti che tendono a polverizzare la comunicazione sociale, come un’arma di distrazione di massa o uno strumento di annientamento della privacy di gruppi ed individui.

Certo meccanismi e dispositivi come la viralità dell’informazione, la possibilità di accedervi inmobilità, la creazione di insiemi relazionali, il data-mining, il tagging e la geoidentificazione, sono ovviamente pensati ed implementati dalle grandi multinazionali per renderci produttivi e mettere a valore ogni nostra singola attività nel quotidiano privandoci di possibilità di riservatezza.

Ma l’utilizzo di questi strumenti è ormai evidente che non si da solo lungo questa direttrice. Quando un’intelligenza politica ha avuto la necessità di immaginarne una torsione (pur restando aderente e non estraniandosi alle logiche con cui essi sono stati costruiti) l’ha fatto producendo forme di partecipazione distribuita.

Lo stesso intreccio dei piani spaziale e temporale che finora abbiamo conosciuto come sinonimo di sfruttamento e precarietà, del lavoro infinito e del consumo coatto di informazione, negli ultimi due mesi ha assunto anche un altro significato: quello di una possibile auto-organizzazione e militanza globale, ancora tutta da costruire, in via di definizione e non scevra di contraddizioni, ma resasi comunque manifesta sotto diverse spoglie.

Proporre un’ipotesi di questo tipo ovviamente non significa affermare che la tecnologia non è ne buona ne cattiva o che sia diventata improvvisamente un terreno neutro su cui muoversi in totale libertà. Significa piuttosto rilevare che l’ambivalenza che la caratterizza è stata messa a nudo al di fuori delle nicchie specialistiche ed elitarie che pure hanno verso queste tematiche un approccio critico ma spesso esclusivamente etico.

Tutti ormai sappiamo che non può esistere né privacy, né sicurezza né controllo dei propri dati all’interno di un social network come Facebook. Tutti ormai sappiamo che questo ci rende suscettibili di sorveglianza e di ritorsioni politiche da parte dei governi contro cui lottiamo (la stessa EFF ha sentito la necessità di riaffermarlo con forza in pieno black-out egiziano).

Sopratutto però hanno dimostrato di saperlo i movimenti nord africani che hanno deciso di andare oltre a questo problema, sentendo la necessità di stabilire un equilibrio tra la dinamica repressiva ed il mantenimento di una presenza forte e ramificata in un luogo che a ragione hanno visto come fondamentale. L’uso di TOR, delle VPN e di altri sistemi di elusione dei dispositivi di censura è salito alle stelle (grafico 1 – grafico 2). E questo, una volta di più, non fa che mettere in evidenza un fatto che ciclicamente si ripete da un punto di vista storico, ovvero che è nei momenti di lotta che i soggetti scoprono nuovi bisogni, necessità e desideri su cui innestano processi di alfabetizzazione e creatività.

C’è da chiedersi in sintesi: è così lontano dalla realtà ipotizzare che l’utilizzo conflittuale del digitale in Nord Africa, da cui ne sono emersi limiti e potenza, non abbia come ricaduta, in Africa ma anche qui in Occidente, l’innesco di una nuova riflessione culturale e politica verso la rete ed i rapporti di forza che la attraversano?

In questo senso qualcosa già si è mosso in Tunisia. Visto il ruolo centrale che ha avuto la rete nelle mobilitazioni non è privo di senso attendersi che la sensibilità e l’attenzione dell’opinione pubblica locale verso tematiche inedite come l’accesso ai dati, i diritti digitali o quello alla privacy sarà fortissima (ed infatti il governo ad interim ha dovuto immediatamente rimuovere i blocchi della censura web e si è impegnato a garantire la libertà d’espressione dei cittadini tunisini, particolarmente su Internet). Ma non solo. Con una lettera indirizzata a Mark Zuckerberg firmata da diversi attivisti e blogger viene riconosciuto a Facebook «un ruolo non trascurabile nella circolazione delle informazioni riguardanti gli eventi in Tunisia». Allo stesso tempo però vi si afferma che «questi dati, rilasciati su Facebook, appartengono ugualmente al popolo tunisino». Dunque per la sua importanza storica la nuvola di informazioni delle lotte tunisine non può essere considerata proprietà esclusiva di un’azienda privata, ma è percepita come patrimonio presente e futuro di una nazione in costruzione, e per questo ne viene richiesta la piena accessibilità. Una prima rivendicazione che, pure nella sua formalità, è radicale perché va a mettere in discussione uno dei principi cardine dell’economia e del potere di Facebook: l’enclosure che blinda i dati creati dagli utenti. Una prima crepa nel muro dorato che recinta il social network di Palo Alto? Certo a farlo crollare non sarà una semplice lettera. Ma le richieste in essa avanzate affondano le loro radici in un processo rivoluzionario in divenire. E questo le carica di attrattiva e mordente ben più di quanto ne potrebbero mai avere diaspore senza meta o suicidi di massa di qualche migliaio di avatar.

Governamentalità in rete: dalla censura al consenso

Ma le rivolte tunisine, egiziane e libiche ci dicono altro ancora. Ci parlano degli scenari presenti e futuri delle guerre di informazione, della miopia dei regimi arabi abbattuti e della loro incapacità di comprendere il vero potere che scorre impetuoso nelle sovrapposizione tra reti sociali e tecnologiche.

Può sembrare strano ma, a nostro avviso, in questi scenari non sarà affatto la censura a farla da padrone. O almeno non solo. Continuare a produrre articoli con mappe colorate ed interattive dove segnalare i paesi o i siti più censurati al mondo, in un futuro molto prossimo potrebbe essere un’operazione giornalistica buona giusto per un post su Wired.it

Il blackout dell’internet egiziana, ha destato profonda impressione nell’opinione pubblica internazionale. Di fronte agli occhi di un pubblico globale il detto secondo cui «Internet reagisce alla censura come se questa fosse una disfunzione tecnica» è stato letteralmente sbriciolato. Tanto meglio perché era solo un lascito residuale di un epoca tramontata da un pezzo. Una diceria che non rendeva giustizia della complessità su cui oggi si articola e si stratifica la governance globale dell’informazione. Nessun protocollo vi garantirà mai la libertà se dall’altra parte governi ed autorità statali hanno dimostrato di poterne neutralizzare l’efficacia in qualsiasi momento. Chi oggi continua a raccontare questa favoletta per bambini è un ingenuo che ancora non si è scrollato di dosso le suggestioni della prima internet. Oppure vuole continuare a tenervi lontani dalla partecipazione attiva facendovi credere che un click di mouse, un software o un file di configurazione possano sostituire la politica.

Al di la del comprensibile clamore suscitato (un evento storico senza precedenti), lo switch-off predisposto dal regime di Mubarak o il sistema di censura Ammar404 sono semplicemente l’emblema di approccio politico arretrato alla regolazione dei flussi d’informazione. E per i popoli insorti e vittoriosi, non possiamo che rallegrarcene.

Il buio in cui è caduta l’infosfera egiziana non ha sortito nessuno degli effetti che l’autocrate del Cairo si prefiggeva di raggiungere. Anzi, i suoi risultati sono stati controproducenti.

  • Ovviamente le manifestazioni ed i cortei non hanno subito nessun contraccolpo di particolare portata.
  • Per di più la risonanza avuta da questo fatto ha rafforzato la determinazione dei network di attivismo internazionale, che prontamente si sono mossi per ridare voce al popolo egiziano attraverso l’utilizzo di tecnologie analogiche.
  • Inoltre con questa sua mossa disperata il regime ha ulteriormente deteriorato la sua proiezione internazionale mettendo in serio imbarazzo gli alleati a stelle e strisce (dopo che negli ultimi anni la macchina da guerra comunicativa della Casa Bianca aveva a più riprese messo sotto accusa la censura cinese).
  • A questo si aggiunga che il blocco della rete non ha comunque impedito una copertura internazionale degli eventi grazie ai satelliti di Al Jazeera (e non a caso Gheddafi intuendo il pericolo ha cominciato a sabotarne le frequenze prima ancora della caduta del suo omologo egiziano). Copertura senza la quale, non abbiamo dubbi, lo spargimento di sangue sarebbe stato molto più cruento.
  • Infine i costi economici sono stati tutto meno che trascurabili. Le prime stime provvisorie si attestavano intorno ai 90 milioni di dollari ma c’è chi sostiene che la cifra finale sia destinata a lievitare.

Tutto questo è indice e segno tangibile della mancanza di una qualsivoglia strategia politica volta a gestire le comunicazioni digitali. Anche l’invio di migliaia e miglia di SMS per chiamare la manifestazione del 2 febbraio a favore del regime è espressione di un colpo di coda menato alla cieca per istinto di sopravvivenza. Troppo tardi, quando tutto era ormai perduto.

E più in generale esprimono una visione arretrata del potere. Un potere che viene immaginato da chi lo esercita esclusivamente come autorità nei confronti degli individui e non come rapporto sociale costruito. Un potere che si muove a senso unico, incapace di percepirsi al di la della violenza e della coercizione che non pensa a di puntellare le sue fondamenta grazie alla produzione di discorso e consenso. Un potere che mentre traccia barriere esterne ed innalza muri di byte sembra non aver minimamente afferrato quello che è la vera potenzialità delle reti. Che non è quella di trasportare informazioni ovunque ed a velocità stratosferica, ma di fare e disfare una fiducia da cui saper trarre legittimazione politica.

I regimi nord-africani crollati su di loro hanno dimostrato di non comprendere che nell’epoca delle reti, in una società altamente globalizzata ed informatizzata dove la circolazione dell’informazione è una delle architravi del capitalismo, rallentare o bloccare completamente i flussi di dati è uncosto più che un vantaggio.

Altrove invece questo lo si è capito. La Cina, spesso raccontata dalla prospettiva universalistica dei media occidentali come esempio più barbaro di censura e negazione dei diritti civili, ha saputo dispiegare il suo potere ben al di la della creazione di avamposti cyber-militari posti a guardia del suo perimetro digitale informativo (l’arcinoto Great Firewall) ma ha saputo immaginare la rete come luogo di condivisione degli scopi e dei fini ultimi del sistema.

Simone Pieranni nei suoi “China Files” ci ha ben spiegato che la sorveglianza sulla rete cinese è in effetti resa agevole dal fatto che gli utenti cinesi si colleghino ad Internet da quelli che sono i tre principali gateway del paese. È vero anche che esiste un cosiddetto “esercito dei 50 cents” (dalla paga oraria corrisposta) composto da migliaia di persone che setacciano i social media segnalandone i contenuti proibiti o moderando le discussioni.

Questo però non sembra preoccupare particolarmente la stragrande maggioranza degli internauti dello sterminato impero asiatico. Sia perché le barriere virtuali predisposte da Pechino sono facilmente aggirabili grazie all’utilizzo di un qualsiasi proxy ma sopratutto perché in pochi sentono la necessità di accedere alle pagine di Facebook perennemente bloccate.

L’ufficio della Propaganda cinese negli anni ha creato tutta una serie di omologhi locali «armonizzati» dei social media occidentali con le stesse funzionalità. All’interno di queste piattaforme hanno luogo quelle che sono le attività più classiche delle piattaforme nostrane. Anche al dissenso (purché innocuo) viene lasciato spazio. Anzi, i protagonisti virtuali del “Bagaglino” locale con la loro comicità che punge il potere senza metterlo in discussione, riescono addirittura a diventare delle star chiamate a tenere lectio magistralis nelle università di Pechino.

Insomma, a fronte di una possibile minaccia rappresentata dalla libertà che Internet permette, le autorità del paese hanno pensato di conciliare il controllo dei flussi di informazione con «la distribuzione gratuita di oppiacei virtuali».

È anche in questo modo che il partito continua a mantenere una presenza costante all’interno della vita della popolazione, immaginando la tecnologia digitale nella sua maggior espressione politica, ovvero nel condizionamento della vita, delle abitudini e delle attitudini relazionali.

L’aver compreso la commistione tra flusso libero di informazioni e capillarità dei media sociali, ci racconta invece Matteo Miavaldi, non ha portato solo alla creazione di social network caratterizzati dal più utopistico degli ideali cinesi (ovvero l’armonia) dove imbrigliare l’interattività in un entertainement dalla tradizione epica. Non è solo un luogo dove si mettono in scena le prove generali di una società modello caratterizzata dalla felice convivenza tra persone a cui fa da contraltare il ruolo delle autorità illuminate che si occupano di tutto il resto. Questo dispositivo di propaganda soft è infatti anche un enorme macchina mangia soldi, tanto che QQ, il clone autarchico di Twitter, è fra i primi 10 al mondo indicizzati da Alexa Rank.

Il potere a rete dunque non è semplicemente una forma di sorveglianza o un uso della forza messo in atto da un agente di controllo trascendente collocato al di fuori dal sociale (come è stato nel caso dell’Egitto o della Tunisia). Esso invece è un processo continuo di costruzione della legittimità che si dispiega collocandosi all’interno dei luoghi politici presenti nella società, amalgamandosi ad essa e perpetrandone l’ordine.

Mubarak e Ben Ali hanno pensato che la rete servisse per giocare a guardie e ladri mentre nell’era dell’informazione i flussi informativi non si combattono erigendo muri, ma creando altri flussi di comunicazione o deviandone il corso nel proprio frame di senso.

Illusione o realtà?

Se la veicolazione di simboli e delle emozioni ad essi connaturate è stata una delle principali funzioni dei social network durante le insurrezioni del risveglio arabo, nulla vieta (come abbiamo visto nel caso della Cina) che questo meccanismo possa diventare uno strumento straordinario nelle mani dei governi e della repressione.

Come Evgeny Morozov ha sottolineato (ma anche molti altri prima di lui), se i social network possono avere un’utilità per sondare gli umori dell’infosfera a fini commerciali (pensate aitrending topics di Twitter) cosa impedisce di farne un uso speculare per fini di sorveglianza politica?

Ma la rete può anche essere usata per distruggere fiducia e legami all’interno di un gruppo sociale. L’insignificanza materiale del simbolo e delle informazioni con cui esso viene costruito hanno anche da questo punto di vista ricadute estremamente concrete.

Real time non significa realtà. Un social network come Twitter, dati i meccanismi che lo governano, si presta anche ad essere un luogo particolarmente florido per mettere in campo vere e proprie operazioni di disinformazione o di “netwar”. Questa strategia viene definita dalla Rand Corporation come «l’insieme delle attività poste in essere per disturbare, danneggiare, o modificare ciò che una determinata popolazione conosce o crede di conoscere a proposito di se stessa o della realtà circostante». L’obbiettivo è l’opinione, la mente, le emozioni del nemico ed esso viene raggiunto agendo capillarmente sulla fiducia che una popolazione ha nei suo canali di comunicazione.

Già in passato avevamo sottolineato come i processi di formazione delle opinioni su Twitter siano analoghi a quelle delle convenzioni di Wall Street, per le similitudini nel loro funzionamento con i meccanismi dell’economia finanziaria. Il social network di Biz Stone pur essendo uno strumento di informazione eccezionale ed in tempo reale, è allo stesso tempo una delle espressioni più compiute della comunicazione fondata su convenzioni ed automatismi. Cosi come accade nel mercato finanziario gli utenti puntano all’informazione che gli altri considerano buona (come un’azione in rialzo o una news particolarmente retwittata). Ma cosa succede quando qualcosa va male? Cosa accade quando un’informazione falsa viene immessa nel circuito tecnologico e neurale di Twitter? Spesso si producono hype che sfuggono ad ogni logica e ad ogni forma di controllo e sono in grado di propagare veri e propri turbini di disinformazione e panico a cui possono involontariamente partecipare anche profili particolarmente influenti a cui spesso prestiamo attenzione.

A causa della natura del social network in questione (un flusso ininterrotto, distribuito ed asincrono di informazioni) e del fatto che non esista una funzione di correzione dei tweet inviati, tutto questo può accadere con facilità. Ed è accaduto anche al di fuori di scenari concitati e confusi come quelli magrebini. A dicembre dopo la sparatoria in Arizona contro la deputata della camera Gabrielle Giffords, a distanza di diverse ore dall’accaduto su Twitter continuavano a circolare ricostruzioni false degli avvenimenti nonostante gli stessi media mainstream avessero a loro volta rettificato le versioni iniziali diffuse. Per usare le parole di Mathew Ingram: «When a mistake get distributed, there’s no single source that can send out a correction». Non solo: in alcuni contesti per lo più dominati dalla scarsità informativa (e quindi dalla difficoltà di prefigurare scenari di medio-lungo termine) può addirittura convenire a tutte le parti in causa alimentare una convenzione falsa – come accaduto in passato con la speculazione al rialzo sullo sviluppo della New Economy, la storia si è ripetuta con il presunto dilagare dei focolai ribelli nei primi giorni della rivolta segnalato dall’account twitter del Libyan Youth Movement e largamente retwittato – che da un lato ha galvanizzato i rivoltosi rispetto ad un fenomeno molto più contenuto, ma dall’altro ha beneficiato i sostenitori del regime, sottovalutati nella loro reale forza.

Queste considerazioni ci fanno tornare immediatamente ad alcuni eventi tunisini accaduti a ridosso della caduta di Ben Ali. Innanzi tutto a tratti non è mancata una certa confusione dovuta al fatto che molti tweeter in segno di solidarietà con la rivolta hanno modificato la loro collocazione, rendendo più complessa la ricerca di tweet (raffinabile proprio utilizzando criteri geografici). In secondo luogo nella notte del 12 gennaio proprio su Twitter si sono diffuse false voci in merito ad un colpo di stato militare in Tunisia. Anche grossi snodi della comunicazione di movimento (come Nawaat, Takriz ed SBZ_news) hanno dato credito a questi rumors. Rilevatane l’infondatezza la mattina seguente, chi aveva commesso l’errore si è affretto a scusarsi pubblicamente mentre molti utenti reclamavano a gran voce che fossero diffuse solo notizie effettivamente confermate. Il rischio in essere era che in quelle ore cruciali, vedendo venir meno il suo ruolo di intermediario credibile nella ricostruzione degli eventi, “l’infrastruttura molle” di tweeters tunisini perdesse molta della credibilità accumulata fino a quel momento, perdendo la fiducia che era riuscita a conquistarsi.

Dopo la caduta del regime invece, in misura sempre maggiore hanno cominciato a spuntare come funghi account twitter in sostegno all’RCD e a Gannouchi o che esprimevano la necessità che un certo livello di censura tornasse ad essere presente in rete.

Le realtà del movimento tunisino hanno capito come Ammar404 fosse ancora presente in rete, non sotto le vesti del censore, ma con l’intento di diffondere panico e terrore.

«Tunisian cyber police using zombie accounts on facebook to spread misinformation on how ghannouchi isn’t that bad… loosers.»

Anche i profili Facebook sono stati utilizzati contro i soggetti più in vista della cyber-rivolta. Recentemente è stato aperta una pagina Facebook contro Takriz, una delle realtà storiche del mediattivismo tunisino. Oltre a diffondere video falsi e foto degli attivisti di Takriz, montare accuse di affiliazione alla CIA, battere la grancassa della propaganda pro RCD e seminare disinformazione svolgendo un ruolo complementare a quello di Neesma TV (la televisione di Berlusconi e del nipotino di Bourguiba) questa pagina è anche un punto di organizzazione dei lealisti di Ben Ali. Attraverso questa sono stati lanciati storm di segnalazione a Facebook della pagina di Takriz. Ad un momento prestabilito centinaia di cani da guardia del vecchio regime si riuniscono sulla piattaforma di Zuckerberg e cominciano a mandare segnalazioni agli amministratori perché chiudano la pagina di Takriz in quanto colpevole di incitamento alla violenza. Una modalità organizzativa molto simile a quella di un netstrike.

Così come i social network possono essere tanto un formidabile mezzo di informazione o uno strumento di disinformazione, allo stesso modo possono moltiplicare l’immaginario o evirarlo. Se chiedete a qualcuno “Qual’è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla rivoluzione egiziana?” molti probabilmente risponderebbero Piazza Tahrir (che non a caso è divenuto uno degli hashtag più diffusi proprio su Twitter). Eppure questa rappresentazione univoca rischia di dare un’immagine eccessivamente parziale di quanto avvenuto sulle strade egiziane prima e dopo il 25 gennaio. La repressione non è stata solo quella degli sgherri che a dorso di cammello brandivano scimitarre e bastoni per terrorizzare i manifestanti ma è stata anche quella delle fucilate alla schiena dell’esercito contro i rivoltosi di Suez. La ribellione non è stata solo quella di chi pacificamente e con ostinazione a deciso di piantare la tenda per giorni e giorni fino alla caduta del regime ma è anche quella di chi si è scontrato con la polizia strada per strada. È lecito chiedersi allora quale portato storico potrebbe lasciare questa fotografia con i bordi tagliati di netto sia nell’immediato futuro politico del nuovo Egitto, sia nell’immaginario di tutti i movimenti globali che sempre di più in queste ore guardano al divampare del fuoco nordafricano ed arabo.

Continuando l’analogia con il mercato finanziario ed utilizzando le parole di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) : «L’illusione è diventata realtà. E più reale diventa più accanitamente la vogliono».

Anche questo è il Battleground, il vostro ed il nostro campo di battaglia.

Un luogo dove non c’è divisione fra partecipazione civile e militare. Dove a tempo di 140 caratteri si smontano LOIC e si limano hashtag. Dove bisogna tanto sfuggire alla censura quanto saper dirottare lo scorrere furioso dell’informazione nell’intersecarsi vasto e pulsante di reticoli neurali, fisici e tecnologici che innervano le reti sociali sparse ai quattro angoli del globo.

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  1. #1 di iff il marzo 8, 2011 - 9:39 pm

    Grazie mille a Flavio per i complimenti e per aver diffuso l’articolo via twitter. L’abbiamo pubblicato solo questa sera perché era finito per sbaglio nel filtro antispam di Noblogs.

    Un ringraziamento anche a Jan ed alla redazione di Alfabeta2. Non possiamo che rallegrarci per lo spazio che ci avete concesso. Speriamo che in futuro possa esserci la possibilità di collaborare. P.s: segnalare il link di Simone Pieranni invece era il minimo. Una questione di correttezza verso gli autori da cui attingiamo, copiamo e rielaboriamo.

  2. #2 di Flavio Pintarelli il marzo 7, 2011 - 5:47 pm

    Articolo monumentale, i miei complimenti più sinceri, veramente un lavoro essenziale.

  3. #3 di jan il marzo 4, 2011 - 1:56 pm

    Interessante panoramica, grazie del link al pezzo di Simone Pieranni su alfabeta2, l’ho riportato nella rassegna stampa.

(non verrà pubblicata)